1. La sovrana influenza della legge del minimo sforzo si mostra anche in questi simboli, la cui evoluzione è tutta governata dalla tendenza ad applicare sempre quei processi mentali, che costano la minore fatica, anche se a scapito della chiarezza e della rapidità. Il problema da risolvere, uno dei più difficili a cui l’uomo si sia trovato dinanzi, era questo: costituire determinate associazioni tra certe idee e la sensazione visiva di certi oggetti o figure o segni, in modo che questa potesse ricondurre quelle alla mente o di chi aveva pensata l’idea o di terze persone a cui non si potesse comunicarla con la parola; ora appunto, innanzi alla complessità crescente delle idee da fissare e da comunicare, l’uomo ha cercato di servirsi sempre delle forme di associazione più semplici, anche se per altri rispetti gliene dovevano venire gravissimi guai.
Una forma elementarissima di associazione mentale è quella di una sensazione, di una determinazione, di una idea, che, essendo contemporanee o successive ad un’altra sensazione, si riproducono al ritornare di questa; quindi la sensazione ravvivatrice può servire perfettamente da segno. Quando io, mentre ho una data idea faccio una tacca sopra un bastone, o un nodo nel fazzoletto, stabilisco una associazione tra la vista di quell’intaglio o di quel nodo, in modo che la sensazione mi richiamerà l’idea e ne sarà segno: «Quando io, scrive il Marzolo[56], avendo dimenticato il filo del mio discorso od una qualunque mia intenzione, ripassando pel luogo dove ero allora che avevo quella intenzione, al vedere un dato oggetto, ripiglio il filo od il concetto che avevo: quel dato oggetto ha agito su di me come segno».
Su questa forma di associazioni, così elementari che il cervello che non ne fosse capace sarebbe incapace assolutamente di ragionare, è basato il primo sistema di segni grafici usato dall’uomo. In Guinea i commercianti negri contano, mettendo da parte un piccolo pezzo di legno per ogni unità: uno più grosso per le decine, uno ancor più grosso per le centinaia; i negri dell’Africa si servono di pietruzze per calcolare il tempo; e per sapere quanti giorni hanno lavorato presso un dato padrone, mettono ogni sera una pietruzza in una scatola e una pietruzza di color differente per i giorni di riposo[57]. La parola calcolo viene dal latino calcul = pietruzza. Tra i Chichimequi, i guerrieri facevano una tacca sopra un osso ad ogni nemico che uccidevano per ricordarne il numero[58]. Sino a poco tempo fa, in Abissinia, la capigliatura degli uomini serviva anche di registro, per le imprese di guerra, perchè ogni nemico ucciso dava diritto a portare una treccia[59]. Nella liturgia degli Ebrei, quelle frangie annodate pendenti dal taléd di cui si coprono per pregare, non erano in origine che artifici mnemonici per ricordarsi le parole della preghiera, come si vede dal discorso che Dio tiene a Mosè[60]: «Parla ai figli d’Israele, e di’ loro che mettano delle frangie agli angoli dei loro mantelli, e che vi aggiungano striscie di color di giacinto, perchè vedendoli, si ricordino dei comandi del Signore». Tra gli Indiani del Nord-America gli oratori gettano, man mano che arringano, un oggetto ad ogni periodo del discorso; per es. una scure, una collana, una clava, che, raccolti fanno ricordare l’ordine e i concetti del discorso, ed equivalgono quindi ai resoconti del nostro Parlamento[61]. Ho veduto una donna, che non sapeva scrivere e che era stata costretta per un certo tempo a tenere il conto della lavandaia; essa se ne era cavata benissimo, facendo in un foglio un certo numero di segni, che corrispondevano alle diverse specie di biancheria consegnate.
Sin qui sono questi, quasi tutti, artifizi mnemonici individuali; ma possono diventare segni di comunicazione, quando, a un dato segno, o a un dato oggetto si associno da tutti, per il lungo uso, determinate idee. In un certo senso la treccia-archivio dell’Abissino è già un mezzo di comunicazione, perchè essa non ricorda solo la vittoria a chi la porta, ma anche a chi la vede. Così i capi Tartari adoperavano i khé-mou, bastoncelli tagliati in modo convenzionale e li facevano girare per le orde, ad indicare il numero di cavalli o di uomini che ognuna doveva fornire per una spedizione[62]. I Pelli-Rosse usano collari mnemonici, detti gaionne, garthoua o garsuenda, che indicano varie cose secondo i vari grani che li compongono. Nell’antico Perù si era sviluppata una notevole civiltà senza il sussidio di nessun mezzo di scrittura, nemmeno ideografico; supplivano i quipos, veri registri di corda, in cui il vario colore delle corde, il vario numero e la varia forma dei nodi avevano un particolare valore mnemonico: tutta la complicata amministrazione di un vasto impero, in cui lo Stato regolava ogni cosa, sino i matrimoni dei singoli cittadini, era tenuta con quel mezzo, da speciali dotti, pratici nella difficile arte del quipos; e rilievi statistici sulla popolazione, catasti, liste di soldati, tradizioni giuridiche e religiose, tutto era registrato in quei libri di corda[63]. Eguale sistema si praticava nell’antica China, se vogliamo credere a Confucio, che scrive nell’appendice del Yih-King: «Nella più alta antichità si servivano di cordicelle annodate per l’amministrazione degli affari. Durante le generazioni successive, l’uomo santo, Fouh-hi, le sostituì con la scrittura»[64]. E in tedesco buch significa libro e buche significa faggio, con evidente analogia etimologica; buchstaben = lettere dell’alfabeto, significa propriamente bastoncello (in scandinavo bok-stafir indica ancora la bacchetta su cui si incidono segni misteriosi); segno che i progenitori degli attuali scrittori tedeschi, si servirono anch’essi di quegli umili strumenti, che troviamo in uso presso le nomadi orde tartare.
Vi sono poi dei segni che hanno un uso più limitato. Così gli Ainos tracciano degli sgorbi sui loro vasi che sono segni di proprietà; e segni di proprietà sono pure le doppie croci o svatica, che i Lapponi imprimono nelle orecchie delle loro renne. Spesso il tatuaggio ha anche questa funzione: tra i Delawares serve come mezzo di riconoscimento; e nell’Australia, quando si fa una adozione, si imprime nella coscia dell’adottato un certo segno detto kohong, che rimane il documento della compiuta adozione.
A questa stessa classe, almeno parzialmente, appartengono i dolmens, i menhirs, i cromleks, dei popoli celti e germanici; i merkls, i gals, i margemaths degli Ebrei e degli Aramei; tutti insomma quei mucchi di roccie o di grossi monoliti che troviamo per il mondo, avanzati a noi da una antichissima età. Questi monumenti, in parte erano tombe (probabilmente di capi) o altari; ma in parte servivano anche a ricordare avvenimenti molto importanti nella vita del popolo. «Quando domani, dice Giosuè ai suoi compagni, dopo aver loro fatto passare il Giordano, quando domani i vostri figli vi domanderanno: Che voglion dir queste pietre? Voi risponderete loro: Le acque del Giordano si sono asciugate innanzi all’arca del Signore al suo passaggio, e perciò furono poste queste pietre a eterno ricordo pei figli d’Israello»[65]. Ra-Yatu fece vedere al missionario Lyth una lunga sfilata di pietre (erano 862) di cui ciascuna ricordava un uomo mangiato da suo padre Ra-Undecunde[66].
Erano quindi quei mucchi di sassi quasi una storia o un archivio litico; da cui derivò la colonna, quando i sassi furono più regolarmente disposti uno sopra l’altro. Noi troviamo la colonna usata a ricordare i defunti tra gli Indiani del Nord-America, e tra i Greci (stele); e come memoria di grandi avvenimenti pubblici tra gli Egiziani (obelischi), ma qui con l’innesto ulteriore della scrittura, tra i Romani (colonna Traiana) e anche nei popoli moderni: Napoleone quando drizzò la colonna Vendôme in memoria delle sue vittorie, ritornava a un costume, che era stato comune nei tempi in cui la scrittura era sconosciuta.
Dalla colonna poi si sviluppò forse la statua, come almeno farebbero credere le colonne degli Indiani d’America. Alcune sono liscie, altre portano sopra disegnato l’animale da cui l’individuo era nominato o una rozza figura umana; altre infine portano queste stesse figure scolpite: onde è legittimo supporre, che si cominciasse prima a drizzare nude colonne in memoria di un uomo, poi che che vi si disegnasse sopra la sua figura, e che poi la si scolpisse. Quindi la statua sarebbe emersa a poco a poco, per piccole modificazioni, dal tronco informe della colonna.
2. Affine a questa categoria di segni è una classe di simboli giuridici; tutti cioè quegli oggetti materiali (spada, bastone, bandiera, ecc.), che vediamo intervenire nei contratti e in generale negli affari giuridici, sia presso i popoli primitivi sia nel Medio Evo e sopratutto nelle cerimonie delle investiture.
Al Dahomey ogni famiglia ha un suo bastone speciale, la cui falsificazione da parte di un estraneo può esser punita fino con la morte e che serve per le comunicazioni tra le varie famiglie: così quando si manda un messaggio, si ha cura di provveder sempre di un bastone il messaggero[67]. Non è questo che un mezzo primitivo di comunicazione; come noi abbiamo associata l’idea di una data persona, a quella della sua scrittura e della sua firma, di modo che, se ci si presenta come inviato di lei uno sconosciuto recando una lettera sua, ci fidiamo, così in quel popolo si associa l’idea di una data famiglia a quella del suo bastone e la vista del bastone tra le mani dell’inviato è documento, che inganno non c’è[68]. Il processo associativo è lo stesso che nei casi precedenti, solo che l’oggetto, invece di rappresentare un gruppo d’idee, rappresenta un gruppo di persone. Il bastone è insomma una forma più primitiva della lettera commendatizia o del sigillo particolare.
Ora, se un dato oggetto diventa il distintivo di una data autorità[69], si formerà una analoga associazione tra la vista dell’oggetto e l’idea dell’autorità: e l’oggetto potrà avere nei rapporti tra sovrano e sudditi, quello stesso ufficio, che ha tra i privati. Così al Dahomey, quando il re affida a un ministro una missione lontana, gli consegna un bastone reale, simile al suo, che l’incaricato porta dovunque con sè[70], certo in prova della verità della missione ricevuta, e che quindi equivale alle credenziali rilasciate dal re ai nostri ambasciatori presso le Corti straniere. Così pure la consegna del distintivo dell’autorità varrà come documento della cessione fatta dell’autorità stessa, di quella cessione che oggi noi proveremmo con scritti; ecco perchè Gontrano, re dei Franchi, tra cui il distintivo dell’autorità reale era la lancia, nell’abdicare in favore del nipote Childeberto, gli consegna una lancia dicendogli: Ecco il segno che io ti ho dato il mio regno[71]. E Alessandro designò a suo successore Perdicca, consegnandogli al letto di morte l’anello.
Nè quelle consegne di spade, di stendardi, ecc., che noi troviamo nel Medio Evo, nelle investiture dei regni, dei ducati, ecc., ecc., hanno altro significato; sono cioè una forma primitiva di documentazione della concessione fatta[72]. Così Clemente IV investì Carlo d’Angiò del reame di Sicilia con uno stendardo, e con lo stesso mezzo fu investito dell’Inghilterra Guglielmo il Conquistatore, come lo dice un antico poeta normanno, Roberto Wace:
Un gonfalon li envoya
Mont precious et cher et bel
. . . . . . . . . . . . .
A ces enseignes li manda
Et de par Dieu li otroïa
Que Angleterre conquersist
Et de Saint-Pierre le tensist.
E in generale per spada o per bandiera si faceva l’investitura dei regni, delle provincie, dei ducati, delle città, ecc., ecc.
In questa stessa classe rientrano poi altri simboli giuridici, di carattere però più generale. Come oggi chi salisse il Vesuvio e volesse provare a degli increduli di esserci andato realmente, porterebbe di lassù una manciata di lapilli o un pezzo di lava, così i messi del tribunale vehmico, che potevano portare le citazioni anche di notte, l’affiggevano alla porta della abitazione del citato; e perchè questi non negasse di averla avuta, portavano via tre punte dalla barriera circondante la casa[73]. Era una forma rudimentale di ricevuta. Così pure si ricava da Joinville che i baroni scozzesi, quando si recavano sulla montagna (mons placiti) per prender parte al giudizio delle cause, o per discutere gli affari pubblici, o per assistere all’incoronamento del re, portavano una zolla di terra dai loro possessi e la gettavano sul luogo dell’assemblea; siccome il diritto di partecipare all’adunanza dipendeva dalla proprietà fondiaria[74], quella zolla di terra valeva per essi come documento del loro diritto a parteciparvi; equivaleva, in una forma rozza, alla medaglia del Deputato o del Senatore, che attestano il suo diritto di prender parte alle sedute. Nel Medio Evo troviamo pure che in certe vendite si usava come simbolo una corda a parecchi nodi, fatti dalle parti o dai testimoni[75]: era certo quello un vero quipos, con cui il tenore del contratto era scritto e fissato nella corda e serbato come prova. Ed eguale significato ha la tradizione di una eredità fatta nel Medio Evo con la consegna del berretto: il berretto costituiva una rozza prova che si era legittimamente ricevuta l’eredità.
3. Il fatto che nel Perù si sviluppò una civiltà senza nemmeno la scrittura pictografica, è una prova che la scrittura puramente mnemonica, dovè precedere anche la pictografia. Ciò concorda perfettamente con la legge del minimo sforzo; perchè fu prima adottato quel sistema di segni, che costava minor fatica. Si sa che un’idea non è mai uno stato di coscienza molto nitido; specialmente quando sia un poco complessa, noi la sentiamo nel suo insieme, senza avvertire bene tutti i singoli stati di coscienza (immagini, idee, ecc.), di cui si compone: tanto è vero, che sempre accade anche a noi, avvezzi da tanto tempo a trattar lo strumento della scrittura, che, mentre abbiamo chiara l’idea nella mente, dobbiamo faticare spesso dolorosamente per esporla chiaramente con scritti, perchè allora bisogna analizzare tutti gli stati di coscienza che compongono l’idea e rafforzare quelli che sono avvertiti confusamente; vedere quali sono necessari per una espressione chiara, e quali si possono tralasciare. Questo lavoro invece è inutile con quei primitivi sistemi mnemonici di cui parlammo; l’idea, così confusa com’è, si associa alla vista di quella tal forma di nodo o di intaglio, in blocco, e in blocco risorge, con il corteggio di tutti i suoi stati di coscienza secondari e meno avvertiti. Ora, anche nella scrittura pictografica è necessario quel lavoro di analisi sugli stati di coscienza molteplici che compongono un’idea; perchè bisogna scegliere quelle che sono più importanti alla espressione del concetto: quindi è un sistema più faticoso dei sistemi puramente mnemonici[76].
E che la pictografia (cioè la scrittura a disegni) sia stata una fase generale nell’evoluzione della scrittura, lo dimostra il fatto che non solo la troviamo presso moltissimi selvaggi, ma che una volta esistè anche presso gli antenati dei popoli civili, come lo dimostrano le etimologie. Il semitico ktab, il greco γρᾴφω, il latino scribo, il sanscrito lik, significano dipingere, incidere, scrivere; in arabo raqan = scrittura, in ebraico raqan = ornare con colori. Così pure in neozelandese tu = battere, incidere, cavare, e tui = scrivere; titite in malese = macchia; in tagetico = scrittura. L’inglese write = scrivere, deriva da una radice teutonica writ, che significa tagliare leggermente, marcare, incidere. I grammatici chinesi chiamano i primitivi caratteri della scrittura Siâng Kîng o immagini[77].
Questo stadio della scrittura si connette con un fenomeno psichico, che lo rese possibile: ed è la maggior ricchezza in immagini e la maggior povertà in idee astratte del cervello dell’uomo primitivo. Già il Romanes osservò che gli animali pensano per imagini[78]: e per immagini certo pensano i selvaggi assai più che gli uomini civili. Se ne trova la prova palmare nel linguaggio dei popoli primitivi o ancor non molto civili, che manca di espressioni astratte e generali. «Nel linguaggio delle razze inferiori, scrive lo Spencer, i progressi dell’astrazione e della generalizzazione sono così piccoli che, mentre ci sono parole per le diverse specie di alberi, manca un nome che indichi l’albero in generale, e che i Damaras, i quali danno un nome particolare a ogni rigagnolo del ruscello, non ne danno nessuno alla riviera in complesso. Di più ancora, i Cheroquis hanno tredici verbi differenti per esprimere l’atto di lavare le differenti parti del corpo, e non ne hanno nessuno per l’atto di lavare distinto dalla parte o dalla cosa lavata».[79] Cioè, in altre parole, essi non hanno ancora nessuno stato di coscienza che corrisponda all’idea di albero o di lavare in sè, ma solo immagini che rappresentano loro ora quella specie di alberi, ora quell’altra; ora, l’atteggiamento che prende l’uomo nel lavarsi una data parte, ora quell’altro. Così pure noi troviamo spesso l’azione espressa nelle lingue meno perfette dal suo strumento: così in arabo ied = mano, potenza, autorità; in turco ain = occhio, spione, guardiano; in sanscrito muszca = testicoli e virtù: cioè non si è ancora formato uno stato di coscienza corrispondente all’idea dell’azione in sè, ma ancora rimane in sua vece l’imagine dello strumento che più spesso la produce. Talora anche l’azione è espressa e quasi direi dipinta da uno degli atteggiamenti che l’uomo deve assumere per compirla: così in persiano Iele = curvatura, offerta, preghiera, sacrificio; alle isole Marchesi, uku = abbassar la testa ed entrare in casa; nella lingua dei Vai, bóro dón = scuoter le mani ed essere allegro; bóro dón fési koro propriamente = scuoter le mani sopra qualche cosa, essere allegro di qualche cosa; da ka = sviare la bocca, non aver nulla a fare con una cosa; in australiano, tohu = segno fatto col dito della mano, idea, prova[80]. Cioè non esiste ancora uno stato di coscienza corrispondente all’idea astratta di preghiera, gioia, disgusto, ecc., ma al suo posto esiste invece l’imagine di un uomo che si piega a pregare, che batte le mani di gioia, che svia per disprezzo la faccia, ecc. Si potrebbe chiamare questo il periodo della pictologia.
Si capisce quindi come, abbondando le imagini nel cervello dell’uomo primitivo, egli abbia potuto fare della pictografia un intero periodo della storia della scrittura. Costava a lui poca fatica trovare il disegno da eseguirsi, mentre ne costerebbe molta a noi, per cui tante idee non hanno più per base l’imagine[81]. E connessa con il periodo della pictografia e della pictologia è perciò quella concreta nomenclatura giuridica che troviamo nei diritti primitivi. Tale la manus che nel diritto romano esprimeva l’autorità (per es., quella del marito sulla moglie), perchè il primo strumento di potenza fu il pugno e dal pugno vennero ai deboli le prime esperienze della forza altrui; la manus ecclesiae del diritto medioevale; le espressioni di mediae, inferioris, infimae manus, che pure nel diritto medioevale indicavano la condizione delle persone; e l’espressione dell’antico Coutumier de Normandie, che proibisce al creditore di arrestare il debitore o sequestrare le sue cose, se non par la main à la justice du roi. Nel diritto tedesco troviamo invece il Mund, la bocca, che esprime l’autorità maritale, paternale e politica, perchè la bocca dà i comandi; onde vennero nel latino medioevale le parole mundium, mundoaldus, mundibardus: e probabilmente nell’espressione della Legge Salica, riguardante l’esiliato, che è dichiarato dal re extra sermonem suum, sermo è la traduzione latina di mund, per cui l’esiliato era dichiarato fuori della bocca, cioè dell’autorità reale.
4. Ma non tutto si può rappresentare con disegni, anche quando non si hanno a comunicare idee astratte e difficilmente riducibili a figura: alcuni oggetti sono infatti di una complessità o di una grossezza, che senza una grande abilità al disegno, non si possono rappresentare. Ora, per superare una simile difficoltà, l’uomo avrebbe potuto cercare di perfezionare il disegno, sino a renderlo capace di rappresentare tutto, come è il disegno dei nostri grandi pittori; ma gli sarebbe stato necessario per ciò uno sforzo intenso e doloroso: per questo, obbedendo alla legge del minimo sforzo, egli preferì battere una via più piana, che gli si offriva da lato. Ogni oggetto risveglia naturalmente, senza nessuno sforzo, per associazione, le imagini di altri oggetti, sia che abbiano con quello qualche somiglianza esteriore (la così detta associazione per somiglianza: così un’acqua che sprazza al sole lampi di luce, ricorda un pezzo di acciaio o uno specchio); sia che mentalmente vi vengano associati, perchè di solito sono considerati come appartenenti alla stessa categoria (così è facile un’associazione tra l’oro e l’argento e gli altri metalli preziosi, appunto perchè appartenenti tutti a una stessa classe di oggetti, che nella nostra mente rappresenta una categoria ben distinta fra gli altri).
Per la scrittura a disegno si sfruttarono precisamente queste naturali associazioni: vale a dire, quando un oggetto di difficile rappresentazione richiamava l’imagine di altri, di più agevole disegno, si disegnarono due di questi, perchè con il loro concorso determinassero il vero significato della complessa rappresentazione. Così nell’antica scrittura egiziana sete è espresso da un vitello che corre e dal segno dell’acqua; argento dal crogiuolo (segno dell’oro) e da una cipolla bianca (segno del bianco: quindi argento = oro bianco). Nella scrittura cuneiforme, già passata dal geroglifico figurativo all’ideogramma, cielo è scritto con gli ideogrammi di volta e di stella (= la volta delle stelle); argento con gli ideogrammi di metallo e di splendore (= metallo splendente); dominazione con gli ideogrammi di contrada e di paura (= la paura delle regioni, bel documento sul carattere feroce di quei governi). Nel chinese, in cui gli ideogrammi sono già il prodotto di una conglomerazione di geroglifici, l’ideogramma di luce risulta dalla fusione dei geroglifici di sole e di luna; quello di eremita, dalla fusione dei geroglifici di uomo e di montagna (= l’uomo della montagna)[82].
È insomma, come si vede, una vera metafora scritta, che certo nessuno sosterrà essere il frutto di una vivace fantasia; in cui è impossibile vedere altro, che un ripiego naturale dell’uomo primitivo, per rimediare con la minima fatica, alla povertà dei suoi mezzi di espressione e di comunicazione grafica. Ma allora bisogna anche ammettere che quel fenomeno che perfettamente gli corrisponde nel linguaggio, cioè le brillanti metafore, di cui sono ingemmate tutte le scritture primitive e financo le leggi, e che a noi, certo per atavismo, piacciono tanto, non hanno un’origine differente.
Anzitutto bisogna osservare che la metafora, che noi crediamo oggi caratteristica della sbrigliata fantasia dei poeti, è, in origine, un processo normale per la formazione delle parole, un mezzo della nomenclatura primitiva. Una quantità di parole non sono che ideogrammi parlati, che metafore, i cui termini si sono fusi: così in sanscrito Karasàkhà significa dito e propriamente ramo (sàkha) della mano (kara); in persiano raggi di sole = nizehi atescin, propriamente = lancie di fuoco; in arabo cielo = nehdi mina, propriamente = cuna di cristallo; oppure = quasrì mina = castello di cristallo; in ungherese occhiali = papaszem = occhi di prete; in polinesico toro = oggetto in posizione analoga alla mano che si stende, bove = puaátoro = porco (puaà) che si stende (dal modo con cui sporge la testa)[83].
Qual differenza passa tra queste espressioni metaforiche e quegli ideogrammi o geroglifici complessi del chinese, dell’egiziano, del cuneiforme? Solo questa: mentre nel caso della scrittura la difficoltà da superare è l’inesperienza della mano a tracciare figure complesse, qui è invece quella di creare una parola nuova, creazione anche questa, che come tutte le altre, grandi e piccole, esige uno sforzo e una fatica. Invece le associazioni di due o più imagini intorno a una sensazione presente, si formano spontaneamente, senza o con minimo sforzo; così la vista del cielo poteva facilmente richiamare le imagini del castello e del cristallo. Per la legge del minimo sforzo questa via fu preferita, perchè più facile, proprio come il corso d’acqua, incontrando un macigno, non lo sormonta, ma si biforca e passa oltre, abbracciandolo alla base.
Le imagini che noi troviamo seminate a piene mani nei libri primitivi, anche in quelli in cui in seguito l’aridità dello stile fu un pregio cercato, come le leggi, non possono avere altra origine che la povertà dei mezzi d’espressione, per cui pochi segni devono servire a esprimere tutte le idee: solo che i termini non si fusero, ma rimasero liberi e la metafora non passò nel linguaggio usuale, ma rimase nei libri. Così nei costumi di Mons, di Tournay, di Hainaut, la soggezione del figlio al padre era detta «être en pain»; lo stato di emancipazione «être hors de pain». A Bearn la servitù di pascolo era chiamata servitude du dent. Nell’antico diritto tedesco, per indicare che i beni della Chiesa sono inalienabili, si diceva che avevano un dente di ferro: Kirchengut hat eisernen Zahn. Il diritto consuetudinario francese, per esprimere il vantaggio del signore che ha presi i beni del vassallo, contro il vassallo che muove opposizione al sequestro, dice che un seigneur de paille, de feurre ou beurre vainc et mange un vassal d’acier. Die Luft macht leibeigen, l’aria rende schiavo, diceva il diritto antico tedesco, per indicare i paesi, dove la sola residenza trasmutava in servo l’uomo libero; e la legge visigota, per dire che un fratello diventa mercante, mentre l’altro rimane a casa, così si esprime: «L’uno dei fratelli fa il commercio, mentre l’altro rimane seduto in casa, presso la cenere del focolare paterno». Basterà infine riportare alcuni brani della lunga formola d’esilio del tribunale vehmico: «Noi ti giudichiamo e ti condanniamo, noi ti mettiamo fuori d’ogni legge. Noi dichiariamo vedova la tua sposa, orfanelli i tuoi figli... Noi diamo... il tuo corpo e la tua carne alle bestie dei boschi, agli uccelli dell’aria, ai pesci dell’acqua... Noi ti rimandiamo sulle quattro vie del mondo»[84]. Non sembra uno squarcio di Victor Hugo?
Talora la metafora è un artificio meno faticoso, non per esprimere idee a cui mancano le parole, ma per spiegare fatti, la cui vera cagione è ardua a trovarsi. Cercar le cause di tutti quei fenomeni, specialmente dei naturali, che lo attorniavano, sarebbe stata enorme fatica per l’uomo primitivo: per questo egli si è accontentato di sostituire alle spiegazioni quelle associazioni di idee o di imagini che i fenomeni risvegliavano e che costavano pochissima fatica; e così la metafora riuscì un eccellente ripiego per sottrarsi al martirio di dover pensare. Cercare la causa della pioggia era arduo; ma quei rovesci d’acqua suscitavano facilmente l’idea di qualcuno che la versasse: così nell’America settentrionale si diceva che la pioggia era l’effelto della rottura di un vaso d’acqua, avvenuto in cielo per la lite tra un fanciullo e una fanciulla; i Greci e i Romani dicevano che le Hyadi, ninfe del cielo, versavano dalle loro urne la pioggia; gli Egiziani, che le pioggie erano lagrime d’Iside. Così la tempesta suggerì specialmente per associazione ai suoni del vento, che ricordano il muggito, l’idea di un toro che si scatena; era evidentemente più facile creare questa metafora, che indagare le cause della tempesta. Insomma, anche sotto questo aspetto la metafora apparisce un effetto della legge del minimo sforzo: è un artificio per faticar meno[85].
Tutto ciò è così vero, che anche noi, quando ci troviamo a dover dar nome a qualche oggetto o fenomeno nuovo usiamo metafore; e che una fastidiosa gramigna della scienza sono appunto ancor oggi le metafore, che molto spesso si mettono al posto delle idee; che servono di soffice guanciale alla poltroneria dei pensatori non originali; e contro cui è più difficile talora combattere, che contro le teorie sbagliate, ma dedotte da osservazione di fatti.
Si vede quindi come non solo il ritmo e la rima della poesia moderna sia atavico; ma anche il suo contenuto, cioè l’imagine, che per tutti i poeti, come per gli uomini primitivi, è quasi la forma normale di espressione, salvo per pochi, ad es. Goethe, che come notò il Lewes, inventò pochissime metafore: mancava in lui cioè l’atavismo dell’imagine. Se oggi noi usiamo meno metafore che i selvaggi, ciò accade perchè abbiamo per un gran numero di idee espressioni proprie, così strettamente associate all’idea, che il loro risveglio è più pronto e diretto che non quello delle associazioni concomitanti, che costituirebbero la metafora: quindi l’evoluzione dello stile non tende all’immaginosità, ma alla espressione reale delle idee, e l’ideale sarebbe di esprimere ogni pensiero con parole sue proprie, creando uno stile oggettivo, direi quasi, come la realtà.
5. Uno svolgimento ulteriore e più complesso di questi simboli è quello stadio che nella scrittura si chiama del rebus. Per significare una cosa o una parola, che difficilmente sarebbe stata resa da una figura, si pone o la figura di un oggetto o l’oggetto stesso, il cui nome sia eguale o simile, fonologicamente, a quello della cosa o parola che si vuole esprimere. Ci avviciniamo quindi alla scrittura, perchè siamo già nel campo della rappresentazione dei suoni; e ci troviamo in presenza di una catena più complicata di associazioni: la vista dell’oggetto o della figura ne richiama il nome; il nome, per la grande affinità del suono, richiama la parola affine che si voleva rappresentare; e la parola infine ci dà l’imagine o l’idea.
Gli Ateniesi per ricordare Leena, amica di Aristogitone, siccome Leena significa anche Leonessa, gli eressero per monumento una leonessa di bronzo[86]. Il monumento innalzato dai Greci alle Termopili, in onore di Leonida, fu un leone; non certo perchè il leone ne simboleggiasse il valore, ma per l’affinità di suono tra le parole Λέον e Λεωνίδας[87]. Tra i negri della costa degli schiavi i simboli del dio della folgore sono una clava, un casse-tête di legno durissimo e un bastone[88]; ora siccome quel dio è chiamato Chango, parola composta di chan = colpo e di go = stordire, è probabilissimo che quegli strumenti siano diventati simboli del dio, perchè il nome del dio implicava l’idea del battere e del colpire. Simile origine è pure probabile che avessero il culto della lancia in uso, secondo Erodoto, tra gli Sciti, e che ritroviamo pure presso gli antichi Sabini (quir), e il culto del giavellotto presso i Mongoli e gli Unni[89]; noi possiamo infatti sospettare legittimamente che, trattandosi di popoli militari, i loro dei fossero chiamati con nomi alludenti alla loro ferocia guerresca, che potevano essere simili ai nomi dati alle armi, e che quindi la lancia o il giavellotto non fossero che una rozza imagine del dio, che fece credere, per quella tendenza umana che analizzeremo, a venerare il segno sensibile invece che la cosa significata, a un culto di quegli oggetti materiali.
Analoga origine hanno quelle figure di animali e di piante, che tra gli Indiani del Nord-America, tra gli antichi Galli, Scozzesi, Tedeschi, fregiavano le bandiere dei clan delle tribù, le colonne funerarie e famigliari; e talora anche la pelle degli individui, in complicati tatuaggi. Siccome ogni individuo, famiglia, o clan ha il nome di un animale o d’una pianta, quelle figure non sono che la trascrizione del nome, come si faceva in quello stadio della scrittura. «Tra gli Algonquini dell’America del Nord, scrive il Tylor[90], l’orso, il lupo, la tartaruga, il daino, la lepre, indicavano altrettanti clan e ogni membro portava anche lui il nome di orso, di lupo ed era rappresentato sotto questa forma nei geroglifici indigeni».
Nella scrittura propriamente detta questo periodo segnò il primo passo verso il fonetismo. La scrittura antica messicana si era fissata a tal punto; così, quando i missionari vollero scrivere in caratteri messicani il testo latino del Pater noster, il segno di Pater fu una piccola bandiera che serviva ad indicare il numero venti, il cui nome era pantli, il segno di noster fu un fico d’india ch’era detto nochtli. In egiziano il simbolo composto dal segno di cielo e dal segno di vaso indicava la nube ch’era detta tahen: ma tahen significava anche bronzo, quindi per scrivere bronzo si usò il segno di nube. In alcuni manoscritti del Sachsenspiegel in cui troviamo una mescolanza di scrittura e di pictografia, l’eredità è indicata con una spiga per l’affinità tra il suono öehre (spiga) e il suono erbe (eredità)[91]. Talora due figure si combinano a indicare una sola parola, ciascuna rappresentando una parte dei suoni, che compongono la parola: così in messicano amen fu scritto aggiungendo il segno di acqua (atl, radice a) a quello della pianta agave (metl). «Le occasioni, scrive il Marzolo, di tale uso incompetente del disegno sono tanto più ovvie quanto inferiore è il grado di civiltà di un popolo: 1º per le molte nozioni in cui si prendono allora le parole; 2º per la ignoranza dei parlanti, per cui le omofonie accidentali ai loro orecchi si moltiplicano. Ognuno può accertarsi di ciò sulle scritture degli idioti dove trovansi continui coaliti di particelle coi temi, ed al contrario evulsioni di parti integranti di quelli, perchè cioè non conoscono i limiti sonori delle singole parole».
6. Ancora un passo e la scrittura alfabetica sarà, dopo un lungo e tortuoso cammino, trovata. Già nel periodo del rebus le figure non rappresentano più un oggetto, ma un suono, che da solo o in combinazione con altri, richiama un’idea o un’immagine. Naturalmente le figure che si potevano usare con questo ufficio fonetico-rappresentativo, erano infinite, come sono infinite le analogie accidentali dei suoni: ma se tra quelle figure un certo numero ebbero occasione di ripetersi più frequentemente e si fissarono nell’uso, poterono associarsi tanto l’immagine di quei suoni da poterli risvegliare immediatamente senza più riguardo al disegno dell’oggetto che rappresentavano, e quindi, con il tempo, anche alterare la propria forma: trasformarsi quindi in vere note vocali. Non è presupponibile che l’uomo si mettesse, sia pure quando era già arrivato al periodo del rebus, a inventare deliberatamente i segni di ciascun suono perchè avrebbe dovuto compiere uno sforzo troppo arduo per lui; più probabile è invece che fissandosi l’uso del rebus su certi segni speciali, questi acquistassero la facoltà di risvegliare l’immagine del suono, indipendentemente dalla loro figura allusiva ad un soggetto di suono simile a quello che si voleva rappresentare: il problema sta quindi nel determinare quali furono i segni il cui uso più frequente li trasformò così ai segni alfabetici. Secondo la grandiosa ipotesi del Marzolo, furono i disegni delle costellazioni o meglio i disegni che rappresentavano i nomi dati alle costellazioni (toro, porta, ecc., ecc.), che l’uomo doveva avere molto in uso perchè sugli astri regolava mille atti della sua vita: «Un interesse sopra tutti gli altri eminenti doveva aver deciso, egli scrive, di quella scelta che si fece una volta per sempre... Era la dottrina adunata nella contemplazione del cielo da tante età che erano precedute, la storia dello spettacolo più sublime spiegato agli occhi dell’uomo e d’onde egli implorava la norma alle sue opere, il consiglio ad uscir con le mandre, a spargere la sementa, a uscir con la carovana, a spiegar la vela, a unirsi alle caccie e alle pesche, o il responso sul numero dei giorni a starsi ancora neghittoso, il principio delle sue paure e delle sue speranze, i campi dove i suoi dei gli si facevano vedere viventi e operosi, e quegli spazi che furono il primo loro tempio»[92].
È facile vedere come la scrittura alfabetica sia, di tutti i mezzi di comunicazione che l’uomo adopera, il più faticoso e il più complicato. Anzitutto l’associazione per cui noi da una serie di lettere ricaviamo il suono di una parola è artificiale, stabilita con l’esercizio, perchè nessun rapporto intimo passa tra quel dato segno grafico e quel dato suono, e non è naturale, come quella per cui dalla figura d’un dato oggetto ne ricaviamo l’immagine: di più, ciò che è di maggiore importanza, è un’associazione complicatissima di sensazioni ottiche con immagini acustiche e d’immagini acustiche con altre immagini e idee, perchè per leggere noi dobbiamo saper associare alla vista di un certo numero di lettere l’immagine di dati suoni, e ricavata così dai segni grafici la immagine acustica della parola, ce ne serviamo come della parola udita associando ad essa le idee. Complessità di funzioni che è dimostrata anche dalla fisiologia, perchè un centro apposito è probabilmente adibito alla funzione della lettura, come lo provano i malati di cecità verbale, cioè quelli che perdono il senso della vista soltanto per i segni grafici e — mentre vedono persone, cose, oggetti, ecc. — non riconoscono più le lettere scritte o stampate.
Inoltre, la scrittura non solo è un mezzo di comunicazione faticoso, ma per la lunga strada di molteplici associazioni che devono percorrere i segni prima di giungere al loro termine, non riesce a dare che molto pallide le immagini delle cose e non serve bene che a dare le idee generali ed astratte. Chi non sa in quali sforzi s’esauriscono gli scrittori cosidetti coloristi, che vogliono appunto con la parola suscitare immagini di colori, di forme e quasi rivaleggiare con la pittura? Giulio De Goncourt si uccise in questa lotta con la parola, a cui voleva strappare forse più luce di quello ch’essa poteva dare, anche nelle mani di un grandissimo artista. Ecco perchè l’antico sistema della pictografia, meno faticoso e più dinamogeno, resta ancora in piena civiltà benchè noi non lo sospettiamo; resta nei libri e giornali illustrati, che non sono se non una mescolanza di pictografia e di scrittura e che tanto successo hanno in confronto ai libri senza figure; resta nelle insegne delle botteghe, resta, anzi ha un nuovo e inaspettato trionfo nella réclame che è fatta quasi tutta a figure, dalla piccola alla grande, da quella dei serragli ambulanti che portano scombiccherati sulle tele leoni e serpenti, a quella delle grandi case commerciali che riempiono di vari disegni i loro avvisi sesquipedali. Si può dire che il gran mezzo di comunicazione, specialmente con la folla, sia ancora la pictografia; e che quando noi vogliamo imprimere fortemente un’idea in una moltitudine, riprendiamo ancora, perfezionata nella tecnica, quella che fu la scrittura dell’uomo primitivo.