Capitolo IV. Simboli di riduzione.

1. I sensi, anche quello della vista, che è il più importante per la comunicazione col mondo esteriore, ci dànno un’immagine alterata della realtà, perchè sono tutt’altro che strumenti di precisione.

Una delle più importanti differenze che passano tra le cose come sono e come le vediamo, è questa: che se le cose sono troppo complesse o troppo numerose, noi non ne percepiamo che i tratti principali o una parte; e solo per effetto delle esperienze anteriori riconosciamo l’oggetto, nonostante l’imperfetta sensazione. Quando noi guardiamo un vasto prato, non ne discerniamo certamente nè tutti i fili d’erba, nè tutti i fiori; ma abbiamo una sensazione complessiva di verde, in mezzo a cui risalta la sensazione di un filo d’erba o di un fiore più illuminato. Se entriamo in un bosco, non percepiamo certo distintamente tutti gli alberi nel loro complicato intrecciamento; il campo visivo non è occupato che da un piccolo numero, e di questi, quelli che sono nella zona della visione diretta sono veduti più chiari: gli altri sono invece in una semioscurità. Secondo il Reymond‍[116], quando noi fissiamo una parola posta in mezzo ad una riga, non possiamo riconoscere nemmeno approssimativamente le parole poste alla estremità della linea; anzi, in una stessa parola noi possiamo ottenere tutt’al più la visione perfetta di una sola lettera, mentre la forma delle lettere attigue può essere indovinata: ma esse appariscono già con contorni indecisi ed indeterminati.

Tutto ciò dimostra che il campo visivo è ristretto; e per questo riescono così preziosi i movimenti del globo oculare, che si rimediano in parte supplendo con la molteplicità delle sensazioni alla loro insufficienza. Le sensazioni che noi abbiamo delle cose complesse, sono sensazioni ridotte.

Tale riduzione si estende naturalmente dalle sensazioni alle immagini e alle idee, che non sono se non sensazioni trasformate.

Se noi cerchiamo di rappresentarci una foresta, vedremo mentalmente un certo numero di alberi, ma non certo tutta la loro moltitudine. «Quando si parla di un certo individuo, scrive lo Spencer, noi ci facciamo di lui una idea abbastanza esatta. Se si parla della famiglia a cui appartiene, probabilmente di essa sarà rappresentata al pensiero soltanto una parte: dovendo prestare attenzione a ciò che si dice della famiglia, noi non ce ne figuriamo che i membri più importanti conosciuti da noi, e trascuriamo gli altri, di cui abbiamo una idea vaga, che all’occorrenza potremmo compiere. Se, per esempio, la famiglia di cui si parla appartenesse alla classe degli affittaiuoli, noi non enumereremmo nel pensiero tutti gli individui appartenenti a questa classe, nè crederemmo di poterlo fare se ci fosse richiesto; ma noi ci contentiamo di considerare alcuni pochi individui e di ricordarci che di questi se ne potrebbero considerare all’infinito... In tutta questa serie di casi vediamo che più aumenta il numero degli oggetti raccolti insieme nel pensiero, più il concetto, formato di pochi esempi tipici, combinato con la nozione della moltiplicità, diventa simbolico, non solo perchè cessa di rappresentare l’ampiezza del gruppo, ma anche perchè, siccome il gruppo diventa sempre più eterogeneo, gli esempi tipici pensati sono meno simili alla media degli oggetti contenuti nel gruppo»‍[117].

Tutto ciò è così vero, che un grande artista, il Tourguenieff, aveva, senza saperlo, basata la sua teoria estetica della descrizione sul processo di riduzione. Secondo lui, la descrizione era tanto più perfetta quanto più si limitava a riprodurre quel particolare più caratteristico, che richiama per associazione l’impressione complessa di tutta la scena; tanto egli aveva intuito che nei grandiosi e complicatissimi quadri della natura noi non notiamo che alcuni tratti più risaltanti. «L’ingegno descrittivo, scrive il Bourget, pareva al Tourguenieff consistere tutto nella scelta del particolare evocatore. Egli lascia la visione risuscitare in lui e nota il particolare, che risorge primo, e che è sempre l’essenziale, quello a cui gli altri fanno corteo»‍[118].

Come esiste nelle sensazioni, nelle immagini e nelle idee, la riduzione si applica anche ai sentimenti, che da quelli prendono origine. L’amore, la ripulsione, l’entusiasmo, la paura che destano in noi certi oggetti molto complessi, sono eccitati da quegli aspetti dell’oggetto che noi percepiamo più vivamente e non da tutto l’oggetto, che non apparisce intero alla coscienza. Baudelaire odiava Bruxelles perchè gli alberi non vi odoravano come a Parigi, cioè per quel difetto particolare che, ad un iperosmico come lui, doveva essere di una importanza massima‍[119]. Il Krafft-Ebing notò come anche negli uomini sani l’amore per una donna è determinato in generale da una qualità speciale; chi ama più gli occhi di un dato colore, chi la pelle fina e delicata; chi la taglia snella ed elegante, chi i capelli abbondanti o il piede e la mano graziosi; altri invece sono eccitati da qualità morali ed intellettuali, la grazia, la bontà, lo spirito; e moltissimi sopratutto dalla voce, che conserva tra gli uomini quella potenza di seduzione che ha tra gli uccelli cantori. Il Krafft-Ebing anzi attribuisce al fascino sessuale della voce i folli amori che le grandi cantanti suscitarono intorno a loro‍[120].

E così pure noi notiamo la riduzione nei gesti. Come l’immagine delle cose complesse è ridotta nel cervello, così il gesto, che si modella sull’immagine, riesce naturalmente ridotto. I sordomuti per esprimere «casa» inclinano l’una verso l’altra le braccia, ad indicare il tetto‍[121]; gli Indiani del Nord-America usano un gesto analogo per indicare tenda, accampamento; e per esprimere foresta fitta, alzano la mano, con la palma in fuori, i diti allungati, posti l’uno innanzi all’altro alternativamente, ad indicarne il gran numero‍[122]. Quando noi vogliamo invitare alcuno a prendere un mucchio di oggetti minuti, gliene offriamo per eccitarlo una manciata; e quel gesto vale come segno che egli può prendere tutto, che noi gli doniamo tutto.

2. Questo fenomeno esercita una grande influenza sulla formazione dei simboli. Ne è un primo effetto quel fenomeno, la cui spiegazione sfuggì pure all’occhio d’aquila del Marzolo, così frequente nelle lingue primitive: la reduplicazione.

In moltissime lingue, per indicare un gran numero di cose dello stesso genere, il plurale, si usa ripetere due volte il sostantivo: per indicare la maggiore intensità d’una azione o la contemporaneità di due azioni, si ripete due volte il verbo. Così in malese râda = re, râda-ráda = i re; kayu = legno, kayûan = bosco; kayu-kayan = bosco folto; in peruviano cacha = albero; cacha-cacha = bosco; in samoano fulu = pelo; fulu-fulu = capigliatura; in turco bol = largo, abbondante; bol-bol = molti; a Giava pira? = quanti? pira-pira? = molti? così pure a Samoa tufa = dividere; tufa-tufa = dividere più volte, spesso; tala = parlare; tala-tala = urlare; moe = dormire; moe-moe = dormire insieme; ad Hawai luli = muovere; luli-luli = muovere spesso, scuotere; a Tonga tete = tremare; tete-tete = tremar molto; nofo = abitare; nonofo (sincope di nofo-nofo) = abitare insieme‍[123].

È questa una vera riduzione filologica, perchè esprime una pluralità di cose, indicandone soltanto due. Come l’immagine di pochi individui o di pochi oggetti serve a rappresentarci nella mente un complesso di cose numerosissimo, così nel linguaggio la reduplicazione del nome serve a indicare la cosa in gran numero, o l’azione ripetuta. È la riduzione delle immagini e dei concetti riflessa nel linguaggio; nè a noi sembra il raddoppiamento di un sostantivo incompetente a rappresentare una pluralità di oggetti, perchè l’immagine che abbiamo nella mente di quel complesso non è costituita dalla immagine di più che due o tre individui; è insomma anche essa semplicemente quasi una reduplicazione.

Così nella più antica arte greca, sui bassorilievi, una foresta era rappresentata con un albero, un esercito con un soldato, un edificio con una colonna: dove l’immagine già ridotta di quegli oggetti complessi subiva ancora una nuova riduzione per le difficoltà manuali della rappresentazione grafica sul marmo.

3. Abbiamo visto che anche i gesti sono modificati per il processo di riduzione, quando si applichino ad oggetti troppo complessi a cui non siano adattati. Vedemmo pure come, secondo le idee primitive, un contratto non è valido senza la consegna effettiva della cosa. Ecco come il gesto del Khonds, più sopra ricordato, che dà una manciata di terra al compratore del suo campo, e quello analogo del procuratore del signore nelle cerimonie scozzesi dell’investitura, sono il gesto naturalmente modificato dal processo di riduzione, dell’offerta, trattandosi di cosa che, come il campo, non si può maneggiare. Nulla di premeditato, ma un gesto naturalmente ridotto.

Questo gesto naturale e involontario può, col tempo, essersi associato all’idea della trasmissione della proprietà, così strettamente, che l’offerta di una zolla o di qualche altra parte del campo divenne il segno della vendita. La differenza tra lo stadio rappresentato dai fatti precedenti e quello rappresentato dai fatti che seguiranno, sarebbe questa: nel primo caso il gesto è una vera consegna del campo, fatta sul luogo stesso; nel secondo ha valore di segno della proprietà trasmessa in sè, e può esser compiuto lontano dal campo, innanzi a dei testimoni. Nel primo caso bisognava veder strappare la zolla di terra al campo e poi consegnarla; nel secondo soltanto vederla consegnare, per l’idea della trasmissione della proprietà, più strettamente associatasi a quel gesto.

Ecco perchè quando Tu-ouen-hsin mandò in Inghilterra la sua missione Panthay, gli ambasciatori portarono delle pietre, prese ai quattro angoli della montagna Zalì, per esprimere il loro desiderio di divenire feudatari della corona britannica‍[124]. Tra i Franchi, nelle cessioni dei fondi, il tradente dava all’acquirente una zolla, o un ramo, o una pietra. Secondo la legge bavara, per la consegna di una selva si dava un cespuglio di erba o un ramo‍[125], e nel Medio Evo l’investitura di un fondo si faceva consegnando una zolla di terra. Eguale uso troviamo, come è noto, presso i Romani. La paglia, che noi troviamo nel Medio Evo impiegata nell’investitura di una prateria, di un frutteto, di un campo, non è che un simbolo analogo a quello del cespuglio d’erba, e che fu più spesso preferito perchè più comodo; anzi era tanto la consegna della paglia, che garantiva la prova del contralto, che la paglia era spesso nel Medio Evo inserito nel diploma della vendita: prova palmare che il documento scritto, frutto precoce, per quei tempi, di tradizioni romane rinverdite, era malamente compreso.

Noi ci troviamo insomma in presenza di mezzi di prova più primitivi che i nostri, e perfettamente analoghi a quel gruppo di simboli che analizzammo di sopra. Solo che il processo di riduzione ha alquanto modificato il simbolo; ed ha associato l’idea della trasmissione della proprietà non alla consegna della cosa, ma di una sua parte, e in seguito anche di una sua parte così minima, che il rapporto con la cosa venduta diventa tenuissimo. Tale l’investitura per il simbolo della paglia; e più ancora quella fatta con il simbolo di una foglia di noce.

Associatasi poi ad alcuno di questi atti, per esempio, alla consegna della paglia, sempre più strettamente l’idea della trasmissione della proprietà, esso finì per applicarsi anche a cose, a cui originariamente non poteva adattarsi, come le case: quindi noi vediamo il simbolo diventare sempre più generale, divenire da simbolo della vendita di un campo o di un verziere, simbolo della trasmissione della proprietà in generale.

E nello stesso tempo esso diventa sempre più astratto, e tende a dissolversi, perdendo sempre più il suo carattere concreto. La consegna di una zolla di terra strappata, in presenza del compratore e dei testimoni, al campo, è una formalità concreta e materiale, quasi una consegna del fondo stesso: ma la consegna di un fuscello di paglia in segno di un fondo o di una casa venduta, è già un simbolo assai più astratto, perchè il suo rapporto visibile con la cosa è minore, perchè il distacco tra il simbolo e la cosa è assai più grande, e l’uomo già lo colma con le ricche associazioni mentali che si sono formate nella sua mente. Un passo ancora: anche la fragile paglia sparirà e il simbolismo materiale dei tempi primitivi sarà sostituito dalle forme più ideali di prova che noi usiamo. Così a poco a poco, senza quasi che egli se ne accorga, l’uomo è dall’evoluzione mentale messo a faccia a faccia con le più alte e più complesse idee astratte.