Studiata la genesi e la funzione di molti simboli, ci resta ad analizzare quello che è il più sconosciuto e per certi rispetti il più importante fenomeno del simbolismo: il processo per cui il simbolo spesso assorbe, per dir così, la realtà che rappresenta; si sostituisce ad essa, e perdendo il suo valore di segno, è scambiato con la cosa che esso starebbe a significare. Sono queste le frodi che il simbolo fa all’intelligenza umana, trascinandola spesso in errori gravissimi: perchè anche il simbolo, mentre da un lato è un sussidio prezioso all’uomo nella lotta per l’esistenza, dall’altro è fonte di molteplici danni. Sono questi simboli che acquistano un valore molto più grande del loro primitivo di segno, che io chiamo simboli mistici.
1. Dopo le profonde critiche dello Spencer alla teoria feticista della religione, in cui egli dimostrò come l’idea che le cose siano animate è idea già complessa e perchè tale niente affatto propria nè del selvaggio, nè del bambino; dopo le risposte del Guyau, che tentava riprendere l’antica teoria attenuandola e adattandola meglio ai fatti, che lo Spencer aveva messi in luce, la questione sull’idea che si fa il selvaggio intorno ai fenomeni, è uscita dal periodo di tradizione comunemente accettata senza ragioni sufficienti. Senonchè, se il Guyau ha avuto ragione di sostenere contro il suo grande avversario che i selvaggi hanno idee ben diverse dalle nostre su molti fenomeni e specialmente su quei congegni in uso tra i popoli civili che sembrano muoversi e agire per virtù propria, come le armi da fuoco, le navi, ecc., non ha determinato con precisione il processo mentale per cui quelle idee, così lontane dalle nostre, si formano[131].
È ormai dimostrato che nell’idea di causa non è implicato altro concetto che quello d’una successione necessaria di due fenomeni. Quando noi diciamo che il fenomeno A è causa del fenomeno B non intendiamo dire altro se non che A è continuamente seguito da B, e il processo mentale con cui noi giungiamo a tale conclusione è quello dell’associazione. Siccome il presentarsi di A è sempre seguito dal presentarsi di B, mentre altri fenomeni C, D, E, F, ora si presentano ed ora no, per la legge che la coesione e quindi l’associabilità degli stati di coscienza è proporzionale alla frequenza con cui si sono seguiti nella coscienza[132] il presentarsi di A richiamerà l’idea di B, cioè la previsione di quello che noi diciamo suo effetto; il presentarsi di B richiamerà l’idea di A, cioè l’enunciazione di quella che noi diciamo sua causa. Kant ha forse, meglio di tutti, con una analisi profonda dimostrato che l’idea di produzione (cioè che la causa generi essa l’effetto), che noi associamo a quella di causa, è un’immagine nostra e poco giusta[133].
Ora, congiungendo quest’osservazione con la legge del minimo sforzo, troveremo la causa di moltissimi errori di ragionamento commessi dall’uomo primitivo e dal volgo, e in questi la genesi di alcuni simboli. Supponendo che tre fenomeni A, B, C si seguano costantemente, ma di cui B e C si possano percepire con i sensi, con la vista, il tatto, il gusto, ecc.: A invece non sia percepibile coi sensi, sia invisibile, intangibile, ecc., ecc., accadrà che soltanto B e C, producendo una sensazione, solo tra le immagini e le idee loro si stabilirà l’associazione, con cui poi concludiamo al giudizio di causa. A, non producendo nessuno stato di coscienza, non entrerà nella serie associativa: si potrà solo indurre la sua presenza necessaria nel fenomeno, con la osservazione attenta, il confronto, l’analisi dei fatti, ossia con l’investigazione scientifica e applicando i quattro metodi per la ricerca della causa, determinati dallo Stuart-Mill. Gli elementi presenti alla coscienza, se la riflessione non interviene, non possono essere che le immagini o le idee di C e B, essi soli essendo già stati percepiti come sensazioni.
Ora, in quel ragionamento incosciente che per la tendenza dell’uomo a fuggire la fatica mentale è la forma più comune, come vedemmo, del ragionamento tra la gran massa degli uomini, questo calcolo delle cause invisibili, che richiede attenzione e riflessione non si fa mai. Ne viene che entrando nel campo della coscienza solo B e C, solo le loro sensazioni e idee s’associeranno e B sarà detto causa di C a totale esclusione di A. L’Australiano supplica il fucile del bianco di non ucciderlo[134]: cioè in lui la vista del fucile si è fortemente associata al ricordo delle sue conseguenze fatali, ma tutto quel complesso di meccanismi e di azioni per cui un fucile può uccidere, cioè la polvere, lo scatto, l’atto dell’uomo che fa scattare il grilletto, la cui importanza nella produzione dell’effetto non può essere valutata che col ragionamento, non entra nella serie associativa: la conclusione è quindi tratta dai due soli stati di coscienza che la sensazione porge direttamente, ed è che il fucile uccide l’uomo. Egualmente gli Esquimesi credettero che un organetto di Barberia parlasse[135], cioè che quella cassa di legno emettesse essa quei suoni, come la gola dell’uomo la parola: perchè il complesso meccanismo con cui si può far parlare una cassa di legno non potendo essere capito che con lunghe e difficili serie di riflessione, essi associarono semplicemente la vista dell’oggetto al suono della musica e attribuirono questa a quello, come a sua causa.
È questo del resto uno degli errori più comuni del ragionamento volgare: a questo errore si deve quella cieca fiducia dell’uomo negli strumenti che egli ha inventato, quasichè fossero essi che producono i meravigliosi effetti, e non l’uomo che li adopera. Domandate a un uomo del popolo che cosa fa muovere il treno e novanta volte su cento vi risponderà che è la locomotiva: nessuno quasi pensa invece che sia l’intelligenza del macchinista[136]. Nei paragoni che comunemente si fanno tra la potenza dei vari eserciti, si enumerano sempre gli uomini e i cannoni che ciascun popolo può mettere in campo: e quale Italiano non crede che l’Italia sia una delle più forti nazioni sul mare, solo perchè ha le navi e i cannoni più grossi? Nessuno pensa che una nave formidabile o un esercito bene armato può essere affatto inutile o anche dannoso non essendo che uno strumento, se non è ben guidato, come un fucile Rémington in cattive mani può essere più innocuo d’una balestra primitiva, nelle mani d’un valentissimo arciere. Che più? perfino nel mondo della scienza noi vediamo perdurare questo errore che attribuisce allo strumento le virtù che sono invece nell’uomo che lo adopera: noi vediamo gli scienziati italiani attribuire alla povertà dei laboratorî la inferiorità della produzione scientifica italiana in confronto alla tedesca; come se il microscopio e non l’occhio che guarda dentro e il cervello che pensa dietro l’occhio facesse la scoperta; come se in Italia non si fossero fatte grandi scoperte in laboratorî più squallidi di soffitte, e non si fossero buttati milioni in grandi gabinetti, da cui non uscì nulla; come se Haeckel non avesse formulata addirittura la legge che la produttività d’un laboratorio è in ragione inversa della ricchezza di mezzi.
Noi ci troviamo qui dinanzi ad un arresto ideativo: vale a dire la serie di associazioni mentali con cui noi concludiamo un ragionamento di causalità, si restringe a quei fatti che danno una sensazione immediata, che lasciano quindi nel cervello immagini ed idee con tendenza ad associarsi ed esclude quei fatti che non possono produrre uno stato di coscienza se non con la riflessione, cioè con un processo mentale assai faticoso, da cui l’uomo comune e anche il pensatore, in quei campi che non sono l’oggetto delle sue ricerche abituali, rifugge per la legge del minimo sforzo.
Lo strumento si vede, gli effetti si vedono; ma l’opera dell’uomo che muove lo strumento non si vede, quindi si attribuisce tutto il merito dell’effetto allo strumento, dimenticando l’intelligenza dell’uomo, senza cui lo strumento non sarebbe che un inutile blocco di ferro o di bronzo. Ecco perchè, come osservò il Guyau, la leggenda attribuisce sempre un potere magico alle spade dei grandi capitani, come se ad esse si dovessero le loro vittorie.
2. Tale arresto ideativo ci spiega il concetto trascendente che l’uomo si è fatto della scrittura che divenne per lui uno di questi simboli che io chiamo mistici.
La scrittura e la carta sono per i negri del Congo degli spiriti che parlano agli scrittori, e quando un Europeo li incarica di portare un messaggio avranno cura, se per la strada perdono del tempo a divertirsi, di nascondere la lettera perchè non sveli la loro poltroneria[137].
All’Annam i Francesi provocarono, senza volerlo, una ribellione degli indigeni, perchè facevano malo uso delle carte scritte da loro stessi e che gl’indigeni considerano come sacre[138]. L’Indiano dell’America del Nord crede che le carte scritte non possano contenere menzogne, e pregiano infinitamente una lettera di raccomandazione, indipendentemente dal suo tenore[139]. Infatti il selvaggio, quando vede l’Europeo che aprendo un foglio scarabocchiato di segni conosce le idee e le intenzioni di un altro uomo che forse è distante mille miglia, non può calcolare col ragionamento quel meccanismo complicato di associazioni per cui chi scrive riduce il suo pensiero in segni e i segni grafici risvegliano poi in chi legge le immagini dei suoni e quindi delle parole da cui ricava poi l’idea dell’altro: egli vede costantemente che dopo tenuto in mano un po’ di tempo il foglio, l’Europeo sa che cosa il suo compagno lontano pensi e ne conchiude, per l’arresto ideativo, che il foglio per una virtù sua, gli palesa i voleri dell’altro. Non potendo capire le vie per cui lo strumento agisce egli attribuisce l’effetto a una virtù dello strumento.
«Cos’ha da pensare l’idiota, scrive il Marzolo, che sente dietro la lettura di una carta pronunciare le parole che un altro aveva detto a centinaia di miglia di distanza e poi vede agire secondo la volontà di quello che l’ha mandata? non può altrimenti, se non pensare che la carta parli»[140].
Lo stesso accadde del libro. Il volgo vede che l’uomo dotto, il medico, l’avvocato, ecc., vivono sempre in mezzo ai libri: i libri e i loro profondi e spesso oscuri discorsi sono i due soli dati che il senso gli dà e che quindi tendono ad associarsi; quanto al complesso meccanismo per cui il libro non è che un mezzo di trasmissione attraverso lo spazio e di conservazione nel tempo delle idee, egli non può calcolarlo se non con estrema fatica. Quindi conclude che il libro è quello che istruisce il sapiente, il pozzo a cui egli attinge le sue cognizioni straordinarie. Di qui l’importanza del libro nelle tradizioni: ogni legislatore, ogni riformatore, ogni uomo hors-ligne non ha mai cavato dal suo cervello le idee che lo hanno reso celebre, ma da un libro. Fo-hi, l’uomo santo della China, vede le leggi che dà poi al popolo, scritte sul dorso di un serpente alato. Nel Corano la teoria del libro, applicata ai grandi uomini, ha uno sviluppo straordinario: Dio fa discendere dal Cielo i libri nei quali è scritta la sua volontà, il Pentateuco, l’Evangelo, il Corano (Sur. VI, v. 9); ogni età ha il suo libro (Sur. XIX, v. 13): nessuno degli inviati da Dio è senza libro; Dio dice a Giovanni Battista: Prendi questo libro (il Pentateuco) (Sur. XIX, v. 31); e Gesù dice, appena nato, alla famiglia di sua madre: Io sono l’inviato da Dio, egli mi ha dato il libro (Sur. XVII, v. 94); O credenti, esclama il profeta (Sur. IV, v. 135) credete in Dio e nel suo apostolo, nel libro che egli ha mandato e nelle scritture discese prima di lui. Sarebbe questa insomma la teoria popolare del genio[141].
E si capiscono così, con l’idea che i segni grafici non siano mezzo di comunicazione, ma sorgente delle idee e delle cognizioni, le aberrazioni della Cabala, che, scrive il Marzolo[142], era basata sull’idea che i segni grafici elementari (cioè le lettere dell’alfabeto) distribuiti e collocati in certe maniere dovevano far arrivare alla conoscenza di tutte le cose. Cioè quella virtù, che si attribuisce alle parole, è poi attribuita ai loro elementi, le lettere. E nel Zoar le lettere dell’alfabeto si presentano a Dio, ognuna per persuaderlo a prendere se stessa per creare il mondo. E si spiega così, senza ricorrere a speculazioni metafisiche difficili, la teoria di Pitagora che diceva essere il numero la essenza di tutte le cose: scambiando i segni, con cui noi indichiamo i rapporti quantitativi tra le cose, per elementi essenziali delle cose stesse.
Siccome le scritture non sono un mezzo per comunicare le idee con segni convenzionali, ma rivelano, secondo l’opinione comune, esse stesse le idee che contengono in se stesse; siccome esse parlano a chi sa intenderle, si capisce come in certi casi siano state sostituite alla parola e considerate quasi, specialmente nei rapporti con Dio, come discorsi recitati senza interruzione. Le Surate del Corano sono cucite nei vestiti, nascoste in piccoli sacelli di cuoio; i Buddisti ravvolgono intorno ai loro mulini delle pergamene ornate di questa scritta: ôm mani padme hum[143]; i Cattolici portano entro piccole borsette il testo stampato di orazioni: portare indosso scritte le parole della preghiera è come pregare continuamente, per la virtù che hanno i segni grafici di recitare a Dio la prece che in esse è redatta.
Di qui pure la singolare efficacia attribuita a certe formole scritte. I Maomettani e gli Zingari, quando sono malati, sciolgono nell’acqua le carte portanti scritte le formole magiche, e poi bevono[144]. A Napoli, fino a poco tempo fa, i frati di S. Severino e Sosio distribuivano per preservativo dai mali le iniziali della formola:
In conceptione tua Virgo immaculata fuisti;
Ora pro nobis patrem cuius filium peperisti;
che sono appunto:
I. C. T. V. I. F. O. P. N. P. C. F. P.
impresse in carte, delle quali, chi vuole salvarsi da qualche disgrazia e guarire da un male, taglia una riga e poi inghiottisce in una cucchiaiata d’acqua, o di minestra, come una pillola[145]. Come nel caso precedente la scrittura sostituisce la parola, qui sostituisce la medicina: è essa che guarisce. E con un simbolo analogo, in Germania si usa ancora di togliergli, quando un malato è agli estremi, il guanciale, e porgli sotto il capo la Bibbia: non le preghiere o i suoi meriti salveranno dall’inferno il moribondo, quanto il libro miracoloso di Dio; perciò glielo pongono sotto la testa, perchè al momento di morire possieda un talismano. Ci meraviglieremo dopo ciò se gli Ebrei raccolgono le carte stampate in ebraico, quando cadono, e le bacino?
Nel diritto noi troviamo un simbolo, che probabilmente è derivato da questo concetto trascendentale della scrittura, sebbene rivesta una forma un po’ differente. In una formalità per la trasmissione della proprietà immobiliare, usata dai Franchi, il tradente poneva in terra un coltello, un guanto, una zolla, un calamaio e una penna, che poi separatamente (in seguito con la carta) levava da terra e consegnava all’acquirente[146]. Io credo che tale formalità (la consegna del calamaio e della penna) derivasse dalla mal compresa osservazione degli usi giuridici romani, in cui il documento scritto era usitatissimo: vedendo che i contratti si garantivano, usando i mezzi della scrittura, e non comprendendo, per l’arresto ideativo, il complesso processo di associazione per cui il documento scritto diventava prova, si attribuì la validità e sicurezza di quegli atti al fatto che mentre si compievano erano presenti quegli strumenti della scrittura, il calamaio e la penna. L’idea insomma del contratto in presenza delle cerimonie romane non si associò nei Franchi all’idea della documentazione scritta, ma a quella degli strumenti, che vedevano impiegati per redigerli: e quindi per loro la consegna, oltre che della zolla, del calamaio e della penna, aumentava la solidità dell’atto giuridico. Era perciò un vero simbolo mistico.
3. La parola è il mezzo più usato per trasmettere i comandi, specialmente in società piccole, in cui il capo e i suoi servi e sudditi sono in continue relazioni di presenza. Di più la parola è uno strumento potente di suggestione: l’uomo dalla voce gagliarda comunica ai suoi comandi una imperiosità, che manca alle voci esili; nell’ipnotismo le suggestioni si fanno quasi tutte con la parola, e i soggetti restii ad un ordine dato a voce moderata, vi obbediscono, se se ne rinforza il tono[147]. Quindi la potenza di un uomo può misurarsi dall’efficacia delle sue parole; come anche noi diciamo per esprimere l’autorità di un individuo: «Vale più una sua parola...». Ecco perchè i popoli primitivi hanno espresso il concetto di un essere molto potente, come Dio, attribuendo grandi effetti alla sua parola. Nel principio della Genesi Dio crea il mondo con semplici ordini gridati ai quattro canti del caos. In arabo, Kelam ullàh significa parola di Dio e realtà universale. Nel Rig-Veda si legge: «I Pitris, con parole efficaci, hanno creata l’Aurora». E identica con la realtà universale fu concepita dai mistici la parola: il Verbum, il Λόγος di S. Giovanni.
Anche però tale idea non si potè formare se non per effetto dell’arresto ideativo. Un comando, anche dell’uomo più potente, non si può eseguire se le condizioni in cui è dato non sono tali che ne rendano possibile l’effettuazione; e il despota più potente non potrebbe innalzar le piramidi se non avesse a sua disposizione centinaia di migliaia di schiavi. Ma questa idea molto complessa non si è ancora formata nelle menti primitive: quindi un essere potentissimo, come Dio, può tutto con una parola, anche creare dal nulla il mondo: e ciò sebbene gli Ebrei non avessero l’idea metafisica, molto complicata, e creata poi dai teologi, della onnipotenza divina.
Ecco come è sorta l’idea della efficacia della formola e della preghiera in sè. Così leggiamo nel Rig-Veda: «La maledizione degli empi ha tre punte; ma la mantra (la formola del saggio) ne ha quattro», e «solo le formole rette trionfano sui nemici». In arabo aïat = segno, versetto del Corano, miracolo, azione, fatto prodigioso. La benedizione in ebraico = berachà, è quella che dà tutti i beni, che fa tutto; e presso gli Ebrei alcune parole sanavano e facevano morire, e certe parole si usavano per medicina. La benedizione inoltre valeva di per se stessa, appena la formola ne fosse stata pronunciata, anche se a sbaglio e sopra una persona diversa da quella a cui realmente si indirizzava: così, nella Genesi Giacobbe si veste con la pelle di Esaù, carpisce al padre, semicieco, la benedizione di primogenito, che spettava al fratello, e il vecchio poi, quando si accorge dell’inganno in cui l’hanno fatto cadere, sbigottisce e non sa trovare rimedio. L’idea degli effetti della benedizione si erano tanto associati all’idea della benedizione stessa, che pronunciate le parole, nessuna potenza umana poteva più tagliare il corso degli eventi, che fatalmente ne derivavano, perchè l’idea che per valere dovesse non essere data a sbaglio, non si era ancora associata[148].
Così nella magia entrava per molta parte la fiducia nella sterminata potenza di certe formole. Gli incanti, gli incantamenti, come ci rivela la stessa parola, erano un tempo formole cantate, a cui si attribuiva una potenza superiore: in latino carmen significa anche detto magico.
4. Questi simboli, che ho detto mistici, perchè sono simboli che acquistano una importanza superiore al loro reale valore di segni, per un errore logico, ci dimostrano che la logica non è, come si credeva, unica ed universale dovunque: giacchè quello che io ho chiamato errore logico, lo è semplicemente rispetto al nostro modo di ragionare: ma è invece la legge naturale del pensiero per l’uomo primitivo o ancor rozzo. L’Organon di Aristotile o il Sistema di logica dello Stuart-Mill contengono assai più le leggi ideali del ragionamento umano che non le leggi reali; mostrano le vie per cui la ragione può giungere alla verità più che non descrivano le strade che essa batte nel fatto, giungendo talora alla verità e più spesso anche all’errore: potranno essere la legge del pensiero di un grande scienziato, ma non la legge del pensiero primitivo o anche del moderno pensiero del volgo. Ad ogni stadio di sviluppo mentale corrisponde una logica speciale: e se per lo Stephenson è normale vedere nel sole la causa ultima del movimento delle sue locomotive, non è meno normale e fisiologico per il bambino vederla nella locomotiva, o per il selvaggio credere che la carta parli; anzi, considerando quanto più grande sia la parte dell’errore che quella della verità nella vita dell’uomo, c’è da credere che i rozzi processi logici dell’uomo primitivo e volgare siano ancora oggi più normali e fisiologici che le grandi leggi logiche di Aristotile.
Del resto, che cosa ne sappiamo noi? Può darsi che, come la logica si è finora perfezionata, continui a perfezionarsi ancora: e che un giorno, questi stessi grandi concetti sulla forza, sulla materia, sulla conservazione e trasformazione dell’energia, sull’evoluzione, che sono oggi le ultime conquiste della ragione più sviluppata nelle regioni dell’ignoto, sembrino idee rozze e primitive, come sembrano al pensatore europeo le concezioni del selvaggio o le superstizioni del popolo[149].
5. Un fenomeno analogo, che io chiamo l’arresto emotivo, avviene nel campo delle emozioni e dei simboli emotivi. Una emozione non è mai uno stato di coscienza unico, ma è sempre associato ad un numero più o meno grande di immagini e di idee, ad esempio, della persona o della cosa a cui si riferisce: così l’emozione dell’amore implica l’immagine o l’idea della persona o cosa amata. «L’idea ed il sentimento — scrive lo Spencer — non potrebbero essere compiutamente separati. Ogni emozione corrisponde ad un complesso più o meno distinto di idee; ogni gruppo di idee è più o meno penetrato di emozioni. Ciò non ostante vi sono notevoli differenze nella proporzione con cui ognuno di questi elementi entra nella combinazione: vi sono sentimenti che rimangono vaghi, perchè non sono definiti da idee ed altri che acquistano una grande chiarezza dalle idee, a cui sono associati»[150]. Le emozioni sono dunque sempre associate a un gruppo più o meno grande di immagini o di idee: ora accade, per una serie di cagioni, che in molte emozioni l’immagine o l’idea della cosa a cui esse si riferiscono si attenua e nel campo della coscienza non rimane più che la cognizione del simbolo evocatore e l’emozione; allora questa si dirige, si arresta al simbolo.
6. È noto che nella religione, quasi dovunque e in tutti i tempi, l’adorazione che dovrebbe elevarsi sino a Dio, si ferma alle immagini che lo rappresentano. Ad esse, tronchi rozzamente scolpiti e fantocci informi dei selvaggi, statue perfette degli scultori greci, quadri dei santi della religione cattolica, croci di legno o di ferro, ad esse si dirigono preghiere e voti, ad esclusione totale dell’essere che rappresentano. Cook vide gli indigeni di Sandwich portar seco in guerra gli idoli degli Dei. Quando i Messicani marciavano, in guerra, i Sacerdoti aprivano la marcia con gli idoli. Gli abitanti dell’Jucatan, i Chibcas praticavano lo stesso costume. — In Samuele (2, V, 21) troviamo che i Filistei portavano seco in guerra le immagini dei loro Dei, e l’arca considerata dagli Ebrei come dimora dell’Eterno era portata spesso in guerra (2, Samuele, XI). Pure in Samuele leggiamo che sconfitti gli Ebrei dai Filistei, mandarono a prender l’arca, per ottenere la salvezza e l’ebbero, perchè il valore dei combattenti raddoppiò[151]. Noto è il terrore che si diffuse in Atene, quando una mattina si trovarono rovesciate le Erme degli Dei, e come Alcibiade, imputato del sacrilegio, dovette sottrarsi all’ira dei concittadini con l’esilio.
Anche il Cristianesimo, benchè sia partito da Cristo, apostolo di una religione spirituale, non è oggi che una vera idolatria, almeno nelle moltitudini: nuova dimostrazione che non il Cristianesimo ha ingentilito il mondo, ma il mondo ha imbarbarito il Cristianesimo e il divino concetto di Cristo. Come si spiegherebbe, se no, tanta diversità e specialità di culti, nel culto della Madonna, quello, per esempio, della Madonna di Loreto, di Oropa, di Lourdes, ecc., ecc., a ciascuna delle quali si attribuiscono virtù particolari? È che non si adora la Madonna, ma quella tale o tale altra immagine sua. E per una questione di immagini, per sapere cioè se dei pezzi di marmo si dovevano lasciare nei tempî o toglierli, il sangue corse a fiumi per secoli nell’Impero bizantino; sommosse popolari, rivolte militari, congiure di palazzo, deposizioni e uccisioni di imperatori minacciarono di mandare a picco uno degli imperi più vasti che la storia abbia visto, e le donne di Costantinopoli giunsero sino a scannare gli ufficiali di Leone l’Isaurico, mandati ad abbatter le immagini[152]. Evidentemente la rivolta fu così violenta, perchè essi, rovesciando le immagini, distruggevano il loro Dio.
Talora invece il Dio non si confonde con l’idolo, ma con il suo sacerdote. Nel Guzerat, i trentasette grandi sacerdoti di Wichnou sono onorati oggi ancora come incarnazioni visibili del Dio: si pagano cinque rupie per contemplarli, venti per toccarli, tredici per esser frustati dalla loro mano, diciassette per mangiare il betel che essi hanno masticato, diciannove per bere l’acqua in cui si sono bagnati, trentacinque per lavar loro i piedi, quarantadue per ungerli d’olio: le donne infine pagano, per essere possedute da loro, da cento a duecento rupie.
Iddio dunque si confonde qui con il suo simbolo; e la teoria dell’arresto emotivo ci spiega una tal confusione. Dio, nessuno l’ha visto mai, quindi non si può averne un’immagine, se non costruendola da noi con la nostra intelligenza: ora, per costruire mentalmente, senza l’aiuto dei sensi, una immagine molto viva, è necessario uno sviluppo mentale considerevole. Per questo anche oggi, quasi in tutti alla parola Dio non corrisponde nella coscienza che una immagine vaga e nebulosa. Ne viene che quando il contadino vede la croce che risveglia in lui un complesso di sentimenti di rispetto e di timore, l’idea o l’immagine di Dio, per essere uno stato di coscienza indeterminatissimo, si associa debolmente o non si associa affatto a quella emozione: quindi alla coscienza non sono in quel momento presenti che la vista del simbolo (croce), i sentimenti relativi, ma non l’immagine di Dio; e perciò quei sentimenti non possono dirigersi che al simbolo, perchè egli solo si trova nel campo della coscienza e dietro lui non c’è per l’adoratore l’immagine del Dio che esso dovrebbe rappresentare. Siccome un simbolo funziona in quanto ha la potenza di richiamare un gruppo di idee e di sentimenti, se queste associazioni non si fanno, il simbolo passa alla condizione di realtà, perchè l’emozione si arresta a lui e non risale a ciò che esso rappresenta.
Ecco perchè l’idolatria ripugnò sempre alle grandi intelligenze, da Mosè e da Maometto a Pascal e a Matteo Arnold, che protestarono sempre, ma spesso a torto, almeno dal punto di vista delle plebi, contro il culto delle immagini.
7. Talora il simbolo assorbisce la realtà da esso rappresentata e diventa simbolo mistico, perchè l’emozione di cui esso è il segno, diventa troppo complessa.
Il più caratteristico di questi simboli è la bandiera, che è un vero simbolo mistico, perchè sostituisce interamente nelle emozioni della massa, la patria o la società che dovrebbe rappresentare.
Un insulto fatto alla bandiera di una nazione può provocare perfino la guerra. Alle bandiere si rendono saluti, ci si inchina, in loro onore si sparano colpi di cannone, e ogni sera, al tramonto, sulle nostre navi da guerra, si cala la bandiera solennemente, al suono della marcia reale ed alla presenza di una compagnia di marinai, che l’aspetta alla sua discesa e le presenta le armi. Alla bandiera si rivolgono discorsi, inni, qualche volta si danno anche baci, come se fosse una persona viva o una bella donna. In guerra, la grande vergogna è di perdere la bandiera; arrendersi conta poco, se prima si è avuto cura di bruciare la bandiera, come fecero molti reggimenti francesi nel 1870: il grande onore di Britannico fu di riportare a Roma le aquile delle legioni di Varo, cadute in mano ad Arminio: la Germania addita ancora alla Francia le 70 bandiere strappatele nell’ultima guerra. Dimostrazioni non se ne fanno senza bandiere; e chi non ha sentito in un comizio gli applausi frenetici che salutano lo spiegarsi di una bandiera nazionale? Ogni società, anche la più pacifica, per primo atto di vita inaugura il suo vessillo con discorsi, pranzi, luminarie: nè l’oratore d’occasione manca mai di rivolgerle una fervida perorazione. E così ramificato è cotesto simbolo, che nel linguaggio ne è derivata una intera legione di metafore: abbiamo le bandiere dei partiti, delle scuole scientifiche, delle sette religiose; i tradimenti della bandiera, le bandiere ammainate, spiegate, coperte di obbrobrio o splendenti di gloria, ecc., ecc.
Tanto, anzi, il simbolo ha in questo caso assorbito la realtà, che la notizia di alcuni Italiani maltrattati in terre lontane, risveglia poco o punto i sentimenti della solidarietà sociale; mentre la notizia che una folla briaca abbia strappato la bandiera nazionale, mette in ebollizione giornalisti, ministri, deputati, generali, pubblico.
Non mancano nemmeno certe ingenue stranezze, che dimostrano di che cosa sia capace l’uomo, in materia di sofismi. Nella Francia del Medio Evo, l’orifiamma reale, la bannière charlemanne, restava di solito, come si capisce da un passo di Raoul de Presles, a Saint-Denis, e in guerra se ne mandava una copia; così quando i Fiamminghi la presero a Mons-en-Puelle, il dolore non fu grande; tanto non era l’originale![153]
Eppure alle origini della civiltà la bandiera è un simbolo assai più realisticamente e ragionevolmente inteso: la bandiera, pelle di animale, o drappo, o ciuffo di piume inalberate sopra un’asta, è un semplice segno di riconoscimento per i membri di una tribù o di una schiera in guerra, e non desta di per se stessa entusiasmi. Gli antichi Peruviani avevano una lancia ornata di piume di diversi colori, che loro serviva in guerra di insegna: «ciò, scrive lo Spencer, fa pensare che gli accessori della lancia, usati da prima come segni, fornirono accidentalmente un mezzo di riconoscimento con cui raggrupparsi intorno al Capo. Quando l’esercito dei Chibchas si riuniva, ogni cacicco, ogni tribù inalberava sulle tende delle insegne diverse, servendosi a ciò dei mantelli, con cui le tribù si distinguevano. Tra i Figiani ogni schiera combatte sotto la sua bandiera; e le bandiere si distinguono tra di loro per dei segni[154]». I Messicani mettevano una gran cura a distinguere le persone con insegne differenti, sopratutto in tempo di guerra[155].
A che si deve questa differenza, che sembra un peggioramento? Alla complessità vertiginosamente crescente che ha assunto il sentimento dell’amor patrio, con l’estendersi della superficie delle patrie e con l’aumentare dei rapporti che sempre più intricati intercedono fra i cittadini di un paese. I diritti e i doveri di un membro di una piccola tribù sono elementari: il sentimento di solidarietà è una emozione molto semplice, stante il poco numero di rapporti vicendevoli in essa compresi: tutti capiscono la necessità e sentono il dovere di difendere insieme il piccolo territorio, perchè se non lo sentissero, quella tribù sarebbe, nella lotta per l’esistenza, sparita innanzi ad altre già pervenute a questo primo grado elementare dei sentimenti sociali[156].
Ma invece il sentimento di solidarietà sociale e di amor patrio diventa enormemente complesso, quando si tratti non di piccole tribù, ma di società numerose, complesse nella loro funzione, comprendenti gli uomini a diecine di milioni e mutui rapporti di interessi complicatissimi. È una emozione che non può risultare che dall’associazione e fusione di un numero straordinario di stati di coscienza; i quali poi non possono raggrupparsi che intorno ad una idea astratta, l’idea della patria. Ora l’uomo, dato il grado del suo sviluppo mentale, non è oggi capace di una così complessa emozione; e perciò egli ve ne sostituisce un’altra più semplice, che ha per centro il simbolo. Invece della patria, l’oggetto dell’amore diventa la bandiera, che è una cosa visibile, tangibile, la cui imagine può essere con facilità evocata mentalmente: intorno ad esso si associano una serie di stati di coscienza, che formano l’emozione dell’affetto, e che, trattandosi di un oggetto materiale, non sono più numerosi di quelli che formano il sentimento dell’amore per tutte le cose a cui l’uomo prende affezione nella sua esistenza. Una emozione complicatissima è ridotta alla semplicità dei sentimenti usuali mediante l’interposizione, tra essa e l’uomo, di un simbolo materiale, a cui l’emozione si arresta. Ad essa si dirigono tutti i sentimenti di ammirazione e di affetto; al di là esiste in molti un aggregato di stati di coscienza, idee e sentimenti, molto vaghi, che sono la nebulosa, da cui eromperà in avvenire il sentimento patriottico realistico, e che ciascuno associa alla vista del simbolo, come meglio può, liberamente.
Lo stesso accade nella politica. I partiti hanno sempre avuta una forte tendenza a distinguersi, a contrassegnarsi con emblemi di vario genere; per lo più con oggetti di vestiario di diverso colore. Chi non ricorda le fazioni dei verdi e dei rossi a Costantinopoli? Un avanzo di questa tendenza resta ancora nell’uso di contrassegnare i partiti politici con dei colori: neri i clericali; azzurri i moderati e i monarchici; rossi i rivoluzionari. Così i sans-coulottes simboleggiarono il loro antagonismo politico contro l’aristocrazia francese nel disprezzo della forma di abito che l’aristocrazia usava. Ma anche in questo caso, siccome spesso un partito politico rappresenta un complesso di idee, di interessi, di desideri, di bisogni molto numerosi e molto astratti, il sentimento per cui un uomo si appassiona al partito e ne segue con interesse le vicende è troppo astratto e complesso: allora l’uomo, per il processo analizzato più su a proposito della bandiera, semplifica l’emozione, appassionandosi per il simbolo. Chi non ricorda il berretto frigio dei rivoluzionari francesi, gli entusiasmi e le lotte sollevati da questo simbolo? Si battevano proprio per il berretto, dimenticando spesso le idee e i desideri che rappresentava: e a Torino, nel 21, per il berretto frigio si fece un massacro di studenti. Nel periodo del risorgimento italiano, per molti anni, a Milano, ad esempio, la lotta tra i liberali e l’Austria fu una lotta per l’emblema; quelli cercavano di mostrare in tutte le occasioni gli emblemi italiani (i tre colori, ecc., ecc.); questa cercava di impedirlo: e la confusione tra il simbolo e l’idea politica si verificava tanto, che un egregio patriota lombardo mi diceva che quando i liberali riuscivano a inalberare una bandiera tricolore o a portare in molti delle coccarde nazionali, erano allegri come di una vittoria riportata sull’Austria. Si ricordi anche l’entusiasmo dei Francesi per Luigi XVI, quando alla coccarda azzurra sostituì la tricolore: il mutamento del simbolo entusiasmò la massa, che non calcolava quanto fosse differente appuntarsi all’abito questo o quel pezzo di nastro, dall’abbandonare o accettare le idee che l’uno o l’altro rappresentavano.
Tanto è poi comodo all’uomo sostituire una emozione astratta con una emozione che abbia per oggetto un simbolo materiale, visibile, che talora egli fa questo scambio quando anche l’emozione astratta non è delle più complicate; e non si accorge del ridicolo in cui incorre agli occhi di ogni persona un po’ seria. Tale è la toga, che simboleggia nei tribunali la maestà della giustizia: si protesta in nome della toga, si spoglia la toga per disdegno, si urla che non si tollereranno insulti alla toga, ecc., ecc.; povero cencio, spesso unto e consunto, preso a prestito da un usciere speculatore, che, a sentire i discorsi, sarebbe la cosa più sacra di tutta la terra!
L’utilità del simbolo, sotto questo rispetto, è stata immensa nella storia della civiltà. Uno dei fenomeni più strani della storia, una forse delle più larghe sorgenti della infelicità umana, è la rapidità immensamente più grande dell’evoluzione sociologica in confronto alla evoluzione psichica: in pochi secoli una società può estendersi e complicarsi immensamente, passare dalla condizione della Germania descritta da Tacito alla condizione della Germania presente: ma nello stesso tempo la media dell’intelligenza non cresce con eguale velocità; resta spesso anzi stazionaria o non si perfeziona che con estrema tardezza. L’uomo, come individuo, resta quasi sempre indietro all’uomo come membro di una società. Ne segue che spesso l’uomo dovrebbe, per trovarsi adattato interamente alle complesse condizioni sociali in cui vive, esser capace di emozioni molto più complesse ed astratte di quelle che egli possa sentire, dato il grado di evoluzione mentale; il simbolo rimedia allora a questa impotenza, porgendo il mezzo di sostituire alla emozione complessa una emozione più semplice, di cui esso è il termine, e che nei bisogni della lotta per l’esistenza può sostituirla con sufficiente utilità.
Questo vantaggio lo si nota già presso i selvaggi. Nel Dahomey, il capo di una fattoria di Grand-Popo aveva spedito una imbarcazione di mercanzie lungo il fiume, munendo il capo della piroga di quel bastone, che, come vedemmo, rappresenta quasi il sigillo particolare delle famiglie. L’imbarcazione fu depredata da una tribù rivierana: del che l’agente della fattoria mosse lamento a una potente tribù, che esercitava una specie di polizia sul territorio; e questa chiamò allora a sè i delinquenti, i quali nel Consiglio dei vecchi affermarono che un membro della loro tribù essendo stato offeso dal capo della fattoria predecessore del querelante, essi si erano vendicati sulla imbarcazione, ignorando il cambiamento avvenuto dell’agente. Il Consiglio dei vecchi non potè allora che assolvere i rei e mostrare all’agente il proprio rincrescimento per il malinteso; ma quando l’agente, per consiglio di un negro, disse al Consiglio che gli assalitori, oltre rubargli la roba, gli avevano rotto anche il bastone, immensa fu l’indignazione nel Consiglio, che revocando immediatamente la sentenza, condannò la tribù a restituire le cose rubate e di più a raccogliere i frantumi del bastone e a riportarli solennemente alla fattoria[157]. In questo caso l’emozione astratta e complessa del rispetto alla proprietà altrui è sostituita dall’emozione assai più semplice del rispetto all’oggetto materiale, che rappresenta gli individui: è un arresto emotivo, per cui si ha già una relativa e parziale osservanza dei doveri morali verso la proprietà altrui, quando una osservanza intera e compiuta è ancora impossibile, dato il grado di sviluppo psichico.
8. Vi è ancora un ultimo processo per cui l’uomo converte dei semplici segni in oggetto di venerazione.
Per la legge del minimo sforzo, le idee, le emozioni che si compongono di numerosi stati di coscienza associati, tendono a ridurre al minimo queste associazioni; a mantenere solo quelli che sono assolutamente necessari, lasciando perdersi gli altri, se una qualche causa non li tiene in vita. Accade così che spesso col tempo si producono notevoli mutamenti nelle idee e nei sentimenti dell’uomo. Un esempio classico ci è dato dalla preghiera e in generale dalle pratiche religiose. In origine le preghiere, le visite, i pellegrinaggi, ecc., ecc., non sono che i segni della soggezione, della riverenza dell’uomo prima all’antenato, poi al Dio (almeno se si accetta la teoria dello Spencer): sono segni di devozione, intesi come tali e il cui vero significato è presente alla coscienza dell’uomo. Tanto è ciò vero che si cerca allora di adattarli al carattere del Dio, studiando quali parole e quali atti possano, dato il suo carattere, riuscirgli più gradevoli: segno che si ha una nozione realistica del valore della pratica religiosa. Col tempo invece la pratica religiosa è un compiuto simbolo mistico, la preghiera e le altre formalità non sono più il segno della devozione, ma il dovere religioso stesso; nell’osservarle, anche senza saperne più lo scopo, sta tutto l’obbligo del credente. È notissimo il fatto di credenti che pregano in lingue sconosciute; del cattolico che prega in latino, dell’ebreo che adopera nelle cerimonie religiose l’ebraico, senza spesso conoscerlo; dei Romani che cantavano in certe feste i carmina saliaria, scritti in un latino arcaico, che nemmeno i sacerdoti capivano più. Quale fervente cattolico non crederebbe di peccare gravemente se trascurasse la messa o il pellegrinaggio? eppure nessuno sa dire perchè tali cerimonie debbano essere gradite a Dio. Quello che era un tempo il segno di date disposizioni di animo, che si sapeva dovere essere gradite al Dio, diventa un dovere di per sè, indipendentemente dal suo significato; sale adunque all’importanza di simbolo mistico. Per questo si potrebbe dire che le religioni primitive sono più spirituali e meno formalistiche delle religioni civili. Tutte, o quasi, infatti le questioni religiose che scoppiarono nel secolo XVI vertevano sulla questione del rituale, se cioè si dovesse pregare con certe formole o con certe altre, se si dovessero osservare certi riti; era insomma la sola e intera preoccupazione del simbolo con cui doveva manifestarsi il sentimento religioso, a totale oblio di questo. Così in Inghilterra Edoardo VI fa redigere da una Commissione di teologi il libro delle preghiere e lo promulga come obbligatorio per tutti i fedeli; Maria la sanguinaria invece lo abolisce e in quattro anni manda al rogo 286 eretici, rei di aver pregato in forma diversa da quella voluta dalla regina; Elisabetta poi ridisfa l’opera della sorella, sinchè nel 1559 l’atto di uniformità ristabilisce il libro delle preghiere comuni.
Questo apparente regresso si spiega con quella legge di riduzione al minimo delle associazioni mentali. Dicemmo che in origine la pratica religiosa è intesa nel suo senso realistico: allora dunque sono presenti e associati alla coscienza umana tre distinti stati di coscienza: i sentimenti di devozione al Dio, il desiderio di manifestarglieli con quelle date pratiche, e l’idea delle ragioni per cui queste pratiche sono gradite al Dio. Di questi tre stati di coscienza, l’ultimo a poco a poco si oblitera dall’associazione perchè nessuna utilità o nessun bisogno lo mantiene in vita. Difatti quando si tratta di voler propiziarsi una persona viva, è importantissimo avere presenti le ragioni per cui un dato atto o preghiera gli saranno graditi o sgraditi, perchè bisogna adattare la preghiera al carattere dell’individuo, o alle sue disposizioni del momento, se si vuole riuscire. Ma, trattandosi di antenati morti, di Dei, di oggetti naturali, questa coscienza sempre viva delle ragioni per cui il dato atto o parola è gradita non è più necessaria, non c’è infatti bisogno di cambiare continuamente il modo di propiziazione secondo il carattere, o le disposizioni momentanee del pregato, perchè il morto non si vede, e l’oggetto naturale non ha espressione cangiante; basta quindi continuamente ripeterla nella stessa forma. Quindi a poco a poco col tempo quella idea, che nel periodo della formazione mitologica era necessaria, in seguito diventata inutile si ecclissa e sparisce, finchè di generazione in generazione non rimangono più nella coscienza strettamente associate che il desiderio di propiziarsi il Dio e l’idea che dati atti e parole gli sono graditi: le ragioni per cui gli sono graditi, nessuno sa e nessuno cerca di sapere perchè ciò non è affatto necessario, non essendoci mai bisogno di mutarli, come abbisognerebbe invece se si trattasse di persone vive. In questo caso per un arresto che è nel tempo stesso ideativo ed emotivo e che chiameremo ideo-emotivo il segno della propria venerazione verso gli Dei, diventa esso l’oggetto d’una venerazione particolare.
Così si spiega anche l’enorme conservatorismo di tutte queste formalità religiose, conservatorismo così tenace che noi vediamo l’ebreo servirsi ancora di strumenti dell’età della pietra, il cattolico usare una lingua morta da più che dieci secoli. L’uomo è naturalmente conservatore e non muta le sue idee, le sue abitudini se non quando un estremo bisogno lo urga, cioè se non quando queste idee e queste abitudini non siano più in correlazione colle condizioni della vita e gli producano danni invece che benefici. Ma questo inadattamento, unica causa di mutamento, nelle pratiche religiose non può avvenire specialmente dopo che la coscienza delle ragioni delle pratiche stesse si è spenta: giacchè se si sapesse perchè quelle pratiche sono gradite a Dio, si muterebbero continuamente secondo che l’idea di Dio si perfeziona e si modifica; ma siccome l’osservanza della pratica è basata sopra un’associazione di idee abituali, insinuata in ogni individuo fin dai primi anni, che non corrisponde a condizioni mutevoli di cose, quest’associazione d’idee non può essere mai modificata; quindi nemmeno la pratica non può trasformarsi mai.
9. Un nuovo aspetto più particolare di questo stesso fenomeno vogliamo ancora osservare. L’arresto ideo-emotivo non è talora l’effetto di una lenta riduzione al minimum, che avviene di generazione in generazione in una complessa associazione mentale: talora si fa durante la vita di un uomo, ed è prodotta da una professione per rispetto a una certa serie d’idee e di sentimenti.
È il caso dei burocratici nelle grandi amministrazioni dello Stato e dei Comuni. È noto come uno dei vizi capitali di questa peste delle società invecchiate sia l’applicazione bestialmente letterale dei regolamenti che sono dati loro per guida, debba questa applicazione, fatta senza riguardi alle particolari contingenze di ogni caso che si presenta, condurre a risultati dannosi, dispendiosi, assurdi, ridicoli. La lettera del regolamento, non dovrebbe essere se non il segno approssimativo della volontà del legislatore, che non può dare che una norma generica, essendogli impossibile tutto prevedere, e sulla cui traccia l’impiegato dovrebbe sbrigar bene e giudiziosamente gli affari, mettendoci del suo pensiero quanto basta per interpretare questa volontà in rapporto ai casi speciali: la lettera, invece, del regolamento diventa la regola, la verità, l’assennatezza stessa; non si fa che applicarla, cavandone, con un rapido ragionamento puramente logico, le conseguenze, senza alcun altro riguardo. Non così accade dell’impiegato di case private, che se interpreta ed applica male gli ordini generici del padrone, deve pagare, in un modo o in un altro, del suo: costui non è mai vittima di questa fascinazione operata dalla lettera delle disposizioni regolamentari.
Perchè? Nel primo caso abbiamo un arresto ideo-emotivo. Per applicare intelligentemente una disposizione generale di legge a dei casi particolari, è necessario un lavoro mentale abbastanza complesso: bisogna rappresentarsi lo scopo ultimo delle disposizioni, i casi più frequenti per cui è stata redatta, le contraddizioni con lo scopo, a cui si giungerebbe applicandola letteralmente al caso particolare, i temperamenti e le modificazioni da apportarsi nell’applicazione. All’idea del fatto speciale bisogna adunque associarne molte altre, per cavarne la conclusione, che regolerà la condotta dell’impiegato. Tutte queste associazioni di idee, sempre rinnovate a ogni nuovo caso, costano fatica: quale interesse ha l’impiegato di una grande amministrazione di compierla? Quando egli abbia sbrigato i suoi affari con intelligenza, il suo guadagno alla fine della sera è lo stesso: quando abbia fatto errori, nessuno si curerà di farglieli pagare. A poco a poco l’individuo si avvezza al processo mentale più rapido dell’applicazione letterale, perchè è quello che implica minor numero di altre associazioni mentali concomitanti: e dopo un po’ di tempo questo processo è diventato così abituale, che l’impiegato è assolutamente incapace di mutarlo, ha perduto la nozione dello scopo a cui deve tendere l’opera sua; non sente più l’ingiustizia e la mostruosità dei suoi errori; la sua intelligenza e i suoi sentimenti di soddisfazione e di dovere compiuto si arrestano alla letterale applicazione della legge, esclusa ogni idea di scopi più vasti e ogni sentimento di più alto dovere.
Non così accade dell’impiegato dipendente da un privato, perchè in lui il pungolo dell’interesse tien vive e deste in maggior numero che sia possibile quelle concomitanti associazioni mentali, per cui la lettera di un ordine non s’innalza dal grado di segno approssimativo, al grado di verità e convenienza assoluta, al grado cioè di simbolo mistico.
10. Lo studio di questi curiosi fenomeni del simbolismo, mentre allarga le nostre cognizioni sull’immensa importanza che hanno avuto i simboli nella evoluzione umana, ci permette da un altro lato di calcolare alcuni svantaggi della civiltà. A dispetto degli inni ottimisti in onore, e delle elegie pessimiste in vituperio della civiltà, la scienza non ha ancor drizzato un bilancio rigoroso, in cui si paragonino tra loro i danni e i vantaggi del progresso; una statistica delle perdite subite e degli acquisti fatti, da cui si ricavi quanto l’umanità civile ha realmente guadagnato dopo tanti secoli di battaglie e di lavoro: e quindi gli inni come le elegie non possono essere che l’espressione di un sentimento particolare, che non ha per origine un’osservazione coscienziosa dei fatti. La teoria del simbolo indica una di queste perdite, perchè l’arresto ideo-emotivo per cui il simbolo e la pratica religiosa si convertono in oggetto di adorazione e di venerazione, si fa assai più spesso nei popoli civili che nei selvaggi. Tra questi la religione è spesso, come dicemmo, più cosciente, più realistica e in un certo senso più spirituale che in molti popoli civili: sia perchè la religione si trova allora nel suo periodo delle origini, e tutte le formazioni, dalle chimiche alle sociologiche, allo stato nascente sono più attive, sia perchè allora nei sentimenti religiosi si concentra il massimo dell’attività psichica, certo è che i selvaggi hanno cognizione dello scopo delle pratiche religiose, e a modo loro, come possono, ma coscientemente, adorano Dio. Con la civiltà, le preoccupazioni dello spirito umano diventano più numerose e quindi tra esse la religione occupa un posto minore; di più il processo normale dell’arresto ideo-emotivo entra in azione, e a poco a poco la religione diventa formalistica, consuetudinaria, quasi incosciente; e per ciò anche estremamente conservatrice.
Se però queste decadenze del simbolo nella civiltà si restringessero ai riti religiosi, il danno non sarebbe poi straordinario: ma un’altra e più grave ne noteremo nel diritto. Evidente riprova che un progresso assoluto non esiste; che ogni progresso è più o meno compensato da concomitanti regressi, e che il vero indice dell’evoluzione è dato dalla differenza tra i progressi e i regressi. Superiori per certi lati infinitamente ai popoli selvaggi, per certi altri aspetti noi stiamo loro al disotto.