Carlo conseguiva da Roma il titolo giuridico del suo Impero, ma, veramente, la materia che si gettava nella forma antica, era metallo di lega germanica, ed il nome di germanico-romano, quale si attribuisce al novello Stato, non esprime che l’associazione di quei contrapposti elementi su cui riposa lo svolgimento della vita nuova di Europa. L’una delle due nazioni continuava la storia della gente umana, raccogliendone il retaggio in una successione non interrotta mai, e tramandava ai posteri i beneficî della vecchia cultura insieme colle idee del Cristianesimo; l’altra nazione faceva suoi, e ringiovaniva e fecondava quei beneficî e quelle idee. Roma aveva trascinato fra le sue braccia il mondo germanico; la Chiesa romana aveva vinto la barbarie, aveva ridotto i popoli ad un ordinamento sociale, e finalmente gli aveva associati in un comune sistema ecclesiastico e politico, che teneva suo seggio nella eterna Città. Ei pareva che adesso incombesse a Bisanzio il mandato di esercitare un’influenza pari sul mondo slavo; quella missione peraltro non ebbe compimento, sia perchè nell’Impero bizantino non alitasse un principio sociale di creazione simile a quello che era operoso nella Chiesa romana, sia perchè le stirpi slave non fossero capaci di accogliere idee elevate nell’ordine dello Stato e della civiltà, e di sollevarsi all’altezza di eredi del mondo greco. Il disegno di costituire un Impero slavo-greco continua oggidì tuttavia ad agitarsi nella Russia, ma non lo ispira il concetto di raggiungere una meta nazionale che compia uno svolgimento imperfetto, sì piuttosto deriva dalla consapevolezza della incuria per cui la sua storia fallì allo scopo che le era imposto, ed alla quale omai non puossi più porre riparo.
Mentre dunque Bisanzio fu messa, per così dire, al bando dalla nuova storia, Roma riappiccò invece una seconda volta splendide relazioni col mondo. Dopochè la Roma dei Cesari ebbe distrutto la autonomia politica delle nazioni, le migrazioni dei popoli fecero sorgere novelle congregazioni di Stati, e la Chiesa proclamò il dogma della eguaglianza morale dei popoli, ossia bandì il loro giure civile universale e cristiano. L’idea che la gente umana fosse raccolta ad unità indivisibile, il concetto della Republica cristiana, apparvero adesso pensiero che informava un mondo novello. Innanzi all’altare d’Iddio universale, Romani, Germani, Greci e Slavi, tutti stavano da pari, e non v’era popolo tapino cui non fosse mallevato il completo possedimento dei beni più sublimi della Religione. Era Roma che mostrava in sè accolto questo grande principio il quale trasformava a nuovo il mondo; l’antica città capitale dell’Impero, che or si era restaurato, centro apostolico della Chiesa, sè appellava madre delle nazioni cristiane, e, Civitas Dei, rappresentava nell’ordine morale l’Orbis Terrarum. Si abbozzava la forma prima e imperfetta di una Republica unita per via di una idea morale, ossia di un’associazione di popoli, ma questo «sacro Impero» aveva ancora ad assumere figura, e tutto il medio evo fu, e, perfino, l’età nostra è soltanto una lotta continuata che si combatte per tradurre in vita il sublime concetto cristiano della libertà e dell’amore che abbraccino il mondo.
Anche nella cerchia più ristretta della sua storia la città di Roma consegue adesso nuova e maggiore rilevanza. Una legge storica aveva operato sì, che andasse salva da tutti gli assalimenti dei Barbari e che da ultimo si liberasse dalla signoria dei Longobardi e dei Greci; ed in vero Roma fu suolo santo, non a causa delle sue catacombe, ma del suo concetto cosmopolitico. Dopochè dunque Pipino e Carlo ebbero posto fine all’ultima lotta che i Germani avevano combattuto per Roma, eglino cinsero di un vallo la liberata città, e signore ne fecero il Pontefice. Il Re dei Franchi, imperatore novello, prometteva, come sire supremo, di difendere questo Stato ecclesiastico consecrato a san Pietro, e di proteggerlo dai nemici di dentro e di fuori, avvegnaddio nessun principe o popolo, esclusi gli altri, potesse possedere Roma, bene comune della gente umana; la metropoli della Cristianità, pari alla Roma antica, rappresentava nel concetto più eccelso un principio universale; essa pertanto doveva aver libertà; a tutti i popoli parimenti doveva esserne sgombro l’accesso, ed il sommo Sacerdote che in essa sedeva non dovea essere suddito a nessun Re, fuori che al capo supremo dell’Impero e della Chiesa, ossia all’Imperatore. Questo concetto della neutralità di Roma, qual si conveniva al centro ecclesiastico del mondo, fino a cui non dovevano rovesciarsi i flutti del genere umano agitati senza posa dagli uragani politici e sociali, questo concetto fu che serbò al Pontefice fino ai dì nostri il piccolo Stato della Chiesa, laddove la grande monarchia di Carlo e cento reami crollarono ad esso tutt’all’intorno, e si ridussero in polve. Chi può negare che grande fosse e mirabile l’idea di una città santa del mondo, di un tempio della pace eterna nel mezzo della umanità battagliera, di un asilo universale dell’amore, della cultura, del diritto e della riconciliazione? Se l’istituto del Papato, fondato sulla ragione di libertà e di amore, non avesse conosciuto desiderî di dominio e ambizioni mondane, nè avesse intorpidito il mondo coi suoi dogmatismi, ma fosse proceduto di conserva collo svolgimento della vita civile che si andava allargando, colle tendenze sociali del mondo, coll’opera industre d’invenzioni e colla cultura, ei vi sarebbe stato a mala pena una forma cosmica più sublime, in cui il genere umano avesse avuto durevole intendimento del principio della sua unità e della sua armonia. Per lo contrario, dopo che fu trascorsa la sua prima e splendida età, il Papato ebbe ad essere veramente il principio inceppante e repulsivo nel dramma della storia: la massima idea che riposava nella Chiesa non ottenne adempimento, ma questo solo che un’idea siffatta visse un tempo nel Pontificato, basta a renderlo il più venerabile di tutti gli istituti che si foggiarono nella storia, e il fatto solo che la città di Roma fu nido classico di quella idea universale, è bastevole ad assicurarle per sempre l’affetto fervente degli uomini.
Roma, capo gerarchico della Chiesa nell’Occidente, diventò altresì di bel nuovo origine legittima dell’Impero. In essa si custodivano le grandi tradizioni dello Stato romano, dell’organamento politico del mondo, laonde Carlo sè appellava imperatore dei Romani, perocchè non esistesse alcun altro Impero pari a questo, la cui derivazione e il cui concetto fossero associati con Roma: perciò era che eziandio i Principi di Bisanzio continuavano a chiamarsi imperatori romani. In verità, Roma nell’ordine politico non era altro che una morta mina, ma il suo possedimento nelle mani di Carlo corrispondeva al possesso del solo diploma giuridico, che fosse autentico e per antichità venerando. Nondimeno, il diritto per cui la Città pretendeva ad essere pur sempre radice dell’Impero, null’altro sarebbe stato che una ricordanza antiquata, se la Chiesa non le avesse restituita l’idea della universalità. Gli era in grazia di questo concetto, che Roma dominava le antiche province dei Cesari ancor prima che Carlo conseguisse la corona, per la quale anche nell’ordine politico egli riuniva di nuovo quelle province in un Impero. Era stato essenzialmente il giure romano che allo Stato romano antico aveva dato l’unità; il codice delle leggi ecclesiastiche di Roma ve la costituiva nel novello Impero romano. I Pontefici con loro titoli ecclesiastici avevano restaurato i diritti politici che Roma aveva perduto, ma tosto dopo si affaticavano a cancellare quelle sembianze di sovranità che i Romani avevano esercitato al tempo della elezione di Carlo all’Impero, perocchè proclamassero essere l’Imperatore germanico un feudatario della Chiesa, l’Impero essere una emanazione del volere di Dio, il quale otteneva compimento colla consecrazione che gli Imperatori ricevevano dalla mano del Papa. Se dunque i Romani di quell’età si facevano a considerare qual fosse l’indole della dominazione che la loro Città esercitava sulle più remote contrade per via del sistema della Chiesa, della diffusione universale dei canoni romani, della lingua latina introdotta dappertutto nelle scuole, nelle chiese, nei sinodi e nelle trattazioni dei negozî temporali, per via finalmente delle reliquie della sapienza classica e dell’arte, i Romani d’allora dovevano pur confessare a sè stessi che, sebbene fosse di forma diversa, quella dominazione era poco meno potente della signoria che Roma aveva posseduto al tempo di Trajano.
Tuttavolta, Roma non altro era che il centro morale dell’Impero; la storia per buona ventura non consentì alla Città di ridivenire altresì suo centro politico. Se ciò fosse accaduto, l’Impero e il Papato si sarebbero associati in una podestà immensurata; e un despotismo gerarchico, più terribile e più violento di quello dell’antica dominazione dei Cesari, avrebbe divorato Europa. Carlo non si curò di costituire Roma a capitale dell’Impero suo, e quella incuria fu uno dei fatti più gravi di conseguenze nella storia. Poichè di tal guisa fu tolto che si rinnovasse ciò che l’antico Impero romano era stato, ne fu reso per ciò solo possibile che si compiessero lo svolgimento e l’autonomia delle nazioni germaniche ed eziandio della Chiesa. La favoleggiata donazione di Costantino, che pure abdicò Roma a favore del Papa, per verità previde gli effetti che avrebbero dovuto conseguirne al Papato, se il capo dell’Impero avesse riposto sua sede in Roma. Il più tremendo pericolo minacciava l’ambizioso Episcopato romano al momento della rinnovazione dell’Impero, ma per sua buona sorte ne fu rimosso il danno. I contrasti del Germanesimo e del Romanismo separarono per sempre la podestà imperiale da quella del Pontefice, e le due autorità, la temporale e la religiosa, s’incepparono e si limitarono a vicenda. Dacchè il novello Imperatore discendeva dalla potenza del popolo conquistatore germanico, dacchè il Papa era creazione di Roma e dei Latini, ne veniva che quei due elementi nazionali dovessero altresì svolgere entro a sè ognor più largamente le forme e la possanza di quelle due autorità del mondo; l’elemento nordico doveva elaborare e compiere le istituzioni politiche, l’elemento meridionale gli istituti ecclesiastici; Germania provvedeva allo Impero, Roma alla Chiesa. Il mondo occidentale, quest’era il pensiero di Carlo, doveva pertanto posare sovra due centri, intorno ai quali si librasse il grande sistema dell’Impero cristiano: la città pontificia e la città imperiale, Roma e Aquisgrana, nel tempo stesso in cui egli, Imperatore, solo capo della Republica cristiana, stava da reggitore della Chiesa universale[1].
Peraltro, i contrasti che di dentro si combattevano, e le tendenze dell’individualità germanica, che al principio romano, ossequente all’autorità e al sistema, contrapponevano il sentimento di libertà e l’independenza dell’indole propria, sconnessero abbastanza presto l’organamento creato da Carlo, e lo stesso Papato decadde ben tosto da quel fastigio cui lo aveva innalzato il monarca potente e pio. I Germani si opposero al principio romano ed alla latinità che lor volevasi far accogliere; perfino dentro della città di Roma si accese la più acre battaglia fra le aspirazioni cittadine e i privilegî ecclesiastici; e la storia di due secoli meravigliosi (chè tanta ne abbraccia questo volume terzo) ci mostrerà le più gagliarde contrarietà combattersi nella vita di Roma, fino a che quel periodo di tempo si chiude colla età in cui i Sassoni rialzano il Pontificato dalla più desolata ruina, e restaurano il sistema crollato di Carlo, mercè un’imitazione in cui tuttavia le idee teocratiche ognor più s’eclissano innanzi al concetto imperatorio di Roma antica.
Carlo soggiornò a Roma tutto l’inverno che susseguì alla sua incoronazione. Non tenne dimora nell’antico Palatium, che lasciò in balìa del decadimento; pose piuttosto sue case in uno degli episcopî che erano accosto al san Pietro. Fu quello la residenza di tutti i Carolingi ogni qual volta vennero a Roma, ed ivi ebbe stanza anche il Missus imperiale. La lontananza da Germania, e l’intendimento giudizioso di non costituire in Roma il centro dell’Impero, distolsero Carlo dall’edificazione di un novello palazzo imperiale: se egli si avesse costruito case di residenza in Roma, i Cronisti non avrebbero mancato di parlarne e di darne la descrizione, sì com’ebbero fatto dei palazzi di Aquisgrana e di Ingelheim[2].
Durante il verno, Carlo diè assetto alle cose d’Italia e della Città, che egli compose a pace in quello che le sottomise alla maestà del suo Impero[3]. I Romani gli avevano prestato giuramento di fedeltà e gli tributavano reverenza come a loro signor supremo; gli aristocratici del clero e della milizia, che egli aveva costretto ad obbedire al Pontefice come a loro principe territoriale, erano pur tenuti in conto di vassalli imperiali (homines imperiales), perocchè eglino fossero soggetti al banno giuridico supremo dell’Imperatore. Tuttavolta, la podestà imperiale si teneva in Roma soltanto come una norma di principio. In un’età di ordinamenti semplici e rozzi, ma remota ancora dal sistema di monarchia assoluta, dinanzi alla duplice indole ben singolare di un organamento politico-ecclesiastico, la rinnovata autorità imperatoria non si stabiliva con gravezze d’imposte, nè con obligo di milizia, ma, se si eccettuino poche regalie, aveva fondamento soltanto nell’amministrazione del diritto, concetto sublime della vita civile. Il Papa, da signore territoriale, eleggeva i suoi Judices nelle varie giurisdizioni del reggimento, ma l’Imperatore esercitava la suprema podestà giuridica anche in Roma. In nome di lui ne tenea rappresentanza il suo Missus o legato, che ivi sedeva costantemente e dimorava in vicinanza del san Pietro a spese della Camera pontificia: colà, oppure nella sala del Laterano detta «della Lupa», raccoglieva le tornate del suo tribunale (placita). Quanto tempo il suo ufficio durasse, non possiamo determinare. Era in Roma pari ad un conte palatino dell’Impero senza che ei si fregiasse di questo titolo, e teneva la autorità di giudice che aveva spettato al Patrizio. Difendeva il Papa e la Chiesa dalle insidie della nobiltà, ma in pari tempo custodiva nella Città i diritti dell’Impero. In nome dell’Imperatore presiedeva ai giudizî, apprendeva la metà della moneta che derivava da pene pecuniarie e la devolveva al fisco, sopravvegliava ai Giudici pontificî della Città e del Ducato, accoglieva le appellazioni che movevansi contro loro sentenze, e ne riferiva all’Imperatore. In parecchi casi, allorquando si sporgeva appello direttamente all’Imperatore, questi spediva a Roma un suo Missus straordinario; e i rei di maestà che appartenevano al ceto più ragguardevole, gli ottimati romani od i Vescovi erano giudicati da un siffatto legato; di consueto eranlo dal Duca di Spoleto, e, come si scorge da casi parecchi, i condannati mandavansi in esilio al di là delle Alpi, sì come nei tempi anteriori, quando durava il reggimento bizantino, quella pena si espiava in qualche terra di Grecia. Il legato permanente dell’Imperatore era altresì suo plenipotenziario nella elezione e nell’ordinazione del Papa, alle quali doveva assistere; laonde, fino a tanto che si mantenne fermo l’Imperio dei Carolingi, egli vegliava continuamente a difesa dei diritti essenziali dell’Imperatore, della podestà giuridica suprema, e della prerogativa di dar conferma all’elezione pontificia[4].
Se si spiega con chiarezza la condizione di signoria suprema del novello Imperatore, restano invece in alcuna parte all’oscuro le relazioni in cui il Papa, nella sua signoria territoriale, trovavasi di contro alla Città. Nulla sappiamo di quel che riguarda la costituzione cittadina a quella epoca, nulla delle franchigie di libertà onde, probabilmente per ragione di patto, fosse fornita l’aristocrazia, nè dei suoi diritti a partecipazione nel reggimento di indole temporale; ignoriamo come fosse composto l’ordinamento giudiziario che a preferenza era posto in mano degli ottimati, perocchè di questo tempo i prelati non si fossero ancora impadroniti di tutti i negozî civili. Alla restaurazione dell’Impero doveva pur susseguire, come conseguenza, anche un riordinamento delle faccende interne della Città, e doveva ben comprendere in sè eziandio una novella partizione dei circondarî della milizia e delle regioni. Ma il silenzio dei Cronisti e dei documenti seppellisce tutte queste condizioni di cose in tenebra fittissima.
Il grande intelletto di Carlo lo premunì da vaghezza di imprendere conquiste verso il mezzogiorno. La potenza formidabile delle sue armi avrebbe potuto schiacciare Benevento ed allargare i confini dell’Impero occidentale fino al mare Jonio; e se lo avesse agitato quel genio avventuroso di imprese in Oriente, che più tardi gli attribuirono i romanzi, le armate dei Bizantini lo avrebbero a mala pena tenuto lontano di Grecia. Ma la missione di lui era rivolta all’Occidente e ai paesi nordici, dove gli era necessario di trovare il centro di gravità del suo Stato: pertanto al figliuolo Pipino, come a luogotenente suo, cedeva il reame d’Italia, gli affidava la cura della guerra di Benevento, e, trascorsa la Pasqua, addì 25 dell’Aprile 801, partiva di Roma per tornarsene in patria. A Spoleto, nell’ultima notte del mese di Aprile, era messo a spavento da un terremoto. La scossa era avvertita fino nelle terre bagnate dal Reno; Italia ne deplorava la caduta di alcune città, e può darsi che in Roma ne crollasse più di un monumento. Ma i Cronisti di quel tempo non degnano pur di rivolgere uno sguardo ai monumenti dell’antichità, laddove quasi tutti, Tedeschi e Italiani, registrano come avvenimento rilevante la caduta del tetto del san Paolo che era in vicinanza di Roma[5].
L’Imperatore andava a Ravenna, indi a Pavia, città capitale del reame d’Italia, e di qui promulgava alcuni Capitolari, che egli aggiungeva al codice delle leggi longobardiche. In essi ei s’intitola: «Carlo, per grazia di Dio, signore dell’Impero dei Romani, serenissimo Augusto,» ed appone ai suoi editti la data del consolato[6]. Nel corso dell’inverno la corte bizantina aveva avuto contezza dell’usurpazione dei suoi dritti legittimi, e ne traeva motivo di terrore e di odio contro i Franchi e contro i Romani. Quei dritti suoi vedeva essa distrutti dall’ardimento di un Re barbarico, che si arrogava nome di imperatore dei Romani sebbene spettasse soltanto ai Cesari greci, eredi di Costantino. Ma temuta era la potenza dei Franchi, grande la debolezza di Bisanzio, e sul trono vacillante sedeva pur sempre una femmina. Irene, circondata di uomini ribelli che si dimenavano per istrappare a sè la corona, non poteva osare di cimentarsi a lotta contro di Carlo; ella anzi brigava con civetterie per acquistarsene l’amicizia, dacchè trovavasi quasi nelle identiche condizioni che un tempo avevano costretto Amalasunta, regina dei Goti, a cercar ajuto presso il nemico del reame suo. Era impossibile cosa che si compiesse lo strano progetto di un matrimonio fra Carlo e Irene, per cui si sarebbero riuniti sotto la dinastia dei Franchi gli Imperi d’Oriente e d’Occidente; e Carlo stesso non si toglieva grande affanno che gli fosse dato riconoscimento dei suoi titoli di Augustus e di Basileus, ma più gli premeva di definire con un trattato le vicendevoli pretese, e di determinare i confini dei possedimenti rispettivi in Italia. Egli accoglieva i legati di Irene, e suoi ambasciadori mandava a Bisanzio, ma questi ultimi giungevano a quella corte soltanto per essere spettatori della caduta della Imperatrice. Niceforo, un miserabile ipocrita che tempo addietro era stato tesoriere di palazzo, nel dì 31 dell’Ottobre 802 si impadroniva della porpora in un rivolgimento che avveniva senza spargimento di sangue, ed esiliava Irene nell’isola di Lesbo ad attendere al fuso e alla conocchia. Peraltro il nuovo despota non era meno di lei desideroso di amicizia cogli odiati Franchi; di buon grado prestava ascolto all’ambasceria, e, quand’essa ripartiva, le dava compagni suoi ministri che spediva a Carlo: dopochè questi ebbero conchiuso un trattato, se ne tornarono a Costantinopoli, passando per Roma. Anche papa Leone bramava di vedere aggiustati quei rapporti, affine di rimuovere da Roma il pericolo di una guerra; e poichè egli aveva spedito suoi legati a Bisanzio, è possibile cosa che egli non soltanto si facesse interpositore di pace, ma altresì che cercasse di giustificarsi della avvenuta incoronazione di Carlo. Ad ogni modo nulla sappiamo dei negoziati che corsero fra Roma e Bisanzio; furono i più difficili e scabrosi che si possano mai imaginare, e lo Storico deplora che una oscurità sempre più densa ricopra questa età sì meravigliosa di Roma.
Nell’anno 804 Leone III imprendeva un nuovo viaggio per andarne a Carlo: può ben darsi che ve lo inducessero dei motivi più urgenti di quello che fosse una spugna stillante di sangue, che si faceva vedere a Mantova. Invero il Papa aveva sofferto ostilità parecchie da parte del Re d’Italia nei possedimenti della Chiesa, era stato offeso dai comportamenti di padronanza onde i legati imperiali avevano usato verso i Duci pontificî nella Pentapoli, e gravi cure destava in lui l’atteggiamento dei Romani[7]. Allorchè, in sulla metà del mese di Novembre, l’Imperatore aveva novella che il Papa moveva a lui, spediva a San Maurizio il figliuol suo Carlo perchè gli facesse accompagnatura; egli stesso poi andava a Reims ad incontrarlo.
A Carisiaco celebravano le feste natalizie, indi Carlo adduceva l’ospite suo ad Aquisgrana. Di qui lo lasciava partire con ricchi donativi, e comandava ad alcuni degli ottimati suoi che gli fossero comitiva fino a Ravenna, per la via di Baviera. Nel mese di Gennajo Leone era reduce a Roma. Non pare che tornasse pago di tutti i suoi desiderî, avvegnachè le contese sui confini dei possedimenti pontificî e le discordanze sui limiti dell’autorità suprema dell’Imperatore e della podestà territoriale del Papa dessero occasione a continui dissapori, chè il giovane Pipino fornito di grande energia mirava di mal animo le intemperate pretensioni di san Pietro. Queste erano infatti, che mettevano impedimento ai suoi disegni rivolti a costituire un poderoso reame d’Italia, così che egli omai doveva deplorare in silenzio la donazione dell’avo suo, se anche lo sguardo di lui non poteva peranco discernere i germi fatali dell’eterna divisione d’Italia, che in quella donazione si stavano accolti.
Nell’anno 806 Pipino riceveva nuova confermazione del suo reame d’Italia. Carlo, il quale omai volgeva a vecchiezza, seguiva la consuetudine dei Franchi provvedendo alla partizione del suo retaggio; ei comprendeva che era impossibile di conservare l’immenso Impero sotto di un solo reggimento, prevedeva le contese che sarebbero sorte fra’ suoi eredi, e deliberava perciò di distribuire la monarchia in parti fra’ suoi tre figliuoli: tributava poi onoranza al Papa, perocchè mandasse a Roma Eginardo col documento che statuiva quelle divisioni, affinchè il Pontefice vi si sottoscrivesse e vi desse sanzione coll’autorità della Chiesa[8]. In conseguenza di questo atto, Pipino annunciò che sarebbe ito a Roma per far visita al Papa, ma non v’andò. Invece di lui venne a Roma un altro Re. Ardulfo di Northumberland nell’anno 808 era stato cacciato del suo trono e della sua terra per opera di un partito potente; fuggitivo egli andava a Nimwegen alla corte di Carlo e lo supplicava che lo restituisse nel suo regno, indi col beneplacito dell’Imperatore moveva in gran fretta a Roma per raccomandarsi all’ajuto del Papa, e Leone gli dava a compagno il sassone Adolfo, suo diacono e nunzio, acciocchè lo scortasse in patria, dove il discacciato fu indi nuovamente riposto in signoria per opera di due legati imperiali[9]. Fino a questo tempo Roma aveva veduto dei Re, massimamente dell’isola britannica, venuti per coprirsi del saio di monaci, ma Ardulfo era il primo Principe che capitasse in Laterano in figura di supplicante per ottenere la restituzione di una corona regale rapita. Questo fatto ammaestrava quanto fosse grande la reverenza che nell’Occidente cominciava a tributarsi alla podestà imperiale ed a quella pontificia. Da Pipino in poi, furono i Re che per motivi di profitto mondano si fecero a sollevare l’idea dell’Episcopato romano ben altamente e ad additarlo alla fede dei popoli e dei Principi, nè pertanto può destar meraviglia se i Vescovi di Roma, abbandonando il concetto delle intromissioni religiose, presto si attribuirono autorità divina di poter dare corone e di poterle togliere.
La casa di Carlo, le cui sorti ebbero strettissima associazione colla storia della città di Roma, fu poco meno sventurata della famiglia di Augusto. Il fondatore di una dinastia imperiale vide cadersi dinanzi ad uno ad uno i suoi figli prediletti. Pipino toccava appena i trentadue anni di età, quando morte il rapiva a Milano nel giorno 8 del Luglio 810. Aveva egli coltivato il disegno di ridurre ad unità il bel reame d’Italia colla conquista delle Venezie e di Benevento, ma non poteva ridurlo a compimento, e dal suo letto di morte mirava con grave angustia alla tenera giovinezza dell’unico figliuolo ch’ei lasciava, nato di connubio illegittimo. Carlo designò il giovinetto Bernardo a re d’Italia, ma la formale elevazione di lui al trono avvenne soltanto nell’anno 813, sebbene di già l’anno prima ei fosse mandato a Pavia coll’accompagnatura di Wala, nipote di Carlo Martello, e di Adelardo abate di Corveia, fratello di lui: avvegnaddio questi due uomini insigni dovessero stare ai fianchi del giovinetto, da consigliatori suoi[10]. Nel frattempo, l’Imperatore aveva nuova e profonda ragione di amarezze, chè gli moriva anche il figlio Carlo. Ridotto in solitudine desolata e impensierito di sua prossima fine, egli deliberava di farsi socio nell’Impero dei Romani l’unico erede della sua monarchia, Lodovico di Aquitania; e in Aquisgrana, nel Settembre dell’anno 813, coll’adesione dei maggiorenti del suo Stato, gli conferiva la dignità imperatoria. Dei Cronisti franchi altri narra che Carlo stesso porgesse in mano al figliuolo la corona, altri che egli gliene cingesse il capo, altri infine che gli ordinasse di torla di sue man proprie dall’altare sopra cui era, e di porsela in testa[11]. Il parlamento era composto degli ottimati della nobiltà e del clero dei Franchi, che erano accorsi da tutte le parti dell’Impero. Pertanto, anche Lodovico fu fatto imperatore con un atto di elezione universale, ma le forme furono diverse da quelle della elezione romana che erano state adempiute pel padre suo. La elezione di questo era avvenuta in Roma, e quantunque il «Senato de’ Franchi» avesse avuto parte al voto, tuttavolta l’opera massima ne aveva appartenuto ai Romani ed al Papa, per mano del quale s’era compiuta la incoronazione; ed anzi l’esaltamento di Carlo ad Imperator Romanorum apparve essenzialmente essere opera della volontà dei Romani e della consecrazione data dal Pontefice: in tal conto più tardi fu tenuto decisamente[12]. Per lo contrario, la elezione cesarea di Aquisgrana procedette dalla adesione del parlamento della monarchia ch’era stata omai fondata; e non il Papa, nè Vescovo alcuno che ne tenesse le veci, ungeva dell’olio santo l’eletto e lo coronava, ma colle proprie mani il figliuolo s’imponeva in capo il diadema paterno. In nessuna scrittura si fa cenno che fra i congregati all’elezione intervenissero Romani; e se per il fatto sarannovi stati presenti dei legati del Papa, e duci e vescovi delle terre romane, eglino, parimenti come i conti e i prelati del reame d’Italia, andarono confusi cogli altri nella assemblea universale dell’Impero: Carlo considerava Roma, radice dell’Imperium, da città compresa nello Stato di lui, alla paro di quello che accadeva per le città di Pavia, di Milano o di Aquileja. Pertanto, il possente Imperatore opponeva manifestamente un argine alle pretensioni eccessive di Roma; e quella splendida ora che si segnava nella adunanza di Aquisgrana, era addirittura un avvertimento che ei dava a’ suoi succeditori. Se i fiacchi eredi di Carlo avessero saputo comprenderne l’insegnamento, la storia del Pontificato e quella dell’Impero, di leggieri avrebbero potuto mutarsi da quelle che furono; ma noi vedremo invece che l’atto elettivo di Aquisgrana si perdette senza conseguenze di sorta in mezzo al torrente delle credenze dommatiche che in quella età si accoglievano. La stessa assemblea dell’Impero dava altresì a Bernardo, figliuolo di Pipino, la confermazione del suo regno d’Italia.
Di lì a pochi mesi, addì 28 di Gennaio dell’anno 814, Carlo moriva in Aquisgrana, a settantun anno di età: spegnevasi quella vita di eroe e di savio. La storia della Città registra nei suoi annali la morte del fondatore del nuovo Impero, ma poichè essa deve tenersi chiusa soltanto dentro la cerchia sua propria, le è forza trarre innanzi con rapido cammino, sebbene sia a contraggenio che la mente si diparte dall’affisare uno fra gli uomini maggiori che torreggino nella storia. Se si paragonino fra essi i tre periodi della vita di Roma, che, quai pinnacoli sublimi di un edifizio, rimarranno sempre segnalati alla vista, se cioè si raffronti il periodo di Cesare e di Augusto in cui si fondò la monarchia universale romana, con quello di Costantino in cui il Cristianesimo incominciò a tenere dominio, e finalmente coll’età di Carlo, nella quale dalla ruina di Roma si elevò il sistema della civiltà germanico-romana, egli è certo che l’epoca di Carlo non è in veruna guisa da meno delle altre due, per altissima rilevanza nella storia dell’Occidente. Questa età nulla distrusse, perocchè il periodo delle ruine la avesse già preceduta; bensì fu feconda di novelle edificazioni, fornita essendo massimamente di grandi forze creatrici. Essa impose termine alla grande migrazione dei popoli, rappacificò i Germani con Roma, e raccolse nelle sue braccia la immensurata sostanza del mondo per infonderle genio e per ispirarle forme di civiltà: impedì che la immiserita gente umana perdesse il patrimonio dell’antichità, tesoro sepolto di sapienza e di splendida cultura; fu anzi essa per la prima che, gagliarda e spoglia di pregiudizî, incominciò ad evocarlo ad esistenza nuova e ad accoglierlo come nerbo di forza necessaria e immortale nello svolgimento della vita morale. Il tempo di Carlo fe’ risorgere la grande tradizione dell’Orbis terrarum, ossia della unità del mondo, che anticamente nell’ordine politico aveva creato con grave lavorìo l’Impero romano dei Cesari, sorto contemporaneo al Cristianesimo; l’età di Carlo trasformò l’Impero antico nella monarchia occidentale, che aver doveva la sua più intima compagine nel principio della religione cristiana. Carlo, Mosè del medio evo, guidò la gente umana con avventurato cammino attraverso i deserti della barbarie, e le impartì un codice novello di costituzioni politiche, ecclesiastiche e civili: nello Stato teocratico di lui, il medio evo manifestò il tentativo primo di fondare nella storia un patto di alleanza nuova. L’occhio dell’Imperatore moribondo scorse l’albeggiare delle venture età, e nell’orizzonte di remoti giorni discerse forme di civiltà infinite sollevarsi in mezzo a quella triplice congregazione di popoli ch’era composta dei Germani, dei Romani e degli Slavi. Di rimpetto alla grandezza di Carlo si oscurano le glorie di Alessandro, di Cesare e di Trajano, e il suo genio edificatore, provvido a raccogliere svariati elementi ad unità ed a seminare germi fecondi, sarà sempre un fenomeno unico nella storia, perocchè egli non sia stato condannato ad espiare la fortuna della sua opera creatrice con quella corona di martirio, che, retaggio fatale, fu di consueto serbata agli uomini grandi.
Carlo legò una parte dei suoi tesori alle ventuna Chiese metropolitane del suo Impero: di esse, cinque ve n’aveva in Italia, ed erano quelle di Roma, di Ravenna, di Milano, di Aquileja e di Grado. Fra le cose preziose del suo palazzo erano due mense d’argento, una di forma quadrangolare, adorna di un rilievo che rappresentava Costantinopoli, l’altra di forma rotonda e coperta dell’effigie di Roma; la prima l’Imperatore donava al san Pietro, la seconda alla Chiesa di Ravenna. Quei due monumenti dell’arte dei primi tempi di mezzo andarono perduti. La Biografia di Leone III non memora la mensa spedita in dono a Roma, sebbene nel Libro Pontificale spesse volte si faccia menzione di una grande croce d’oro che era pure un presente votivo di Carlo; ma il Cronista di Ravenna vide la mensa decorata dell’imagine di Roma, chè, adempiendo a ciò che statuiva il testamento di Carlo, l’imperatore Lodovico la mandava all’arcivescovo Martino, e quell’egregia opera d’arte vi giungeva nel tempo in cui Agnello era ancor fanciullo[13].
Roma ricevette altresì un ricchissimo legato di vasellami sontuosi, per guisa che Carlo, il quale aveva largito alla Chiesa tanta ricchezza di privilegî e di possedimenti e sì grande copia d’oro e d’argento, le fu liberale di doni anche in morte, più liberale massimamente di tutti i Principi che lo precedettero e che vennero dopo di lui: così si conveniva a chi fu vero fondatore dello Stato della Chiesa e della potenza pontificia, la cui sconfinata estensione dei tempi posteriori egli peraltro non aveva mai presagito. Ed invero, quantunque Carlo fosse il figliuolo più fervido e pio della Chiesa, e la giudicasse istituto massimo e divino della umana gente, e vincolo essenziale che annodava il reame suo all’elemento più vitale della civiltà, pure egli non si rassegnò in guisa alcuna a servirla con balìa cieca. Onorò la immunità che egli ebbe fondato a favore del Vescovo ossia Metropolita di Roma, ma non dimenticò mai di essere egli il sovrano di tutta la monarchia; ei tenne sè, ed i suoi popoli tennero lui in conto di reggitore supremo eziandio di tutti i negozî ecclesiastici; fondò vescovati e conventi, promulgò editti in materia di giure ecclesiastico, ordinò le scuole popolari, sancì le costituzioni della Chiesa colla sua confermazione sovrana, e nel tempo stesso le accolse nel suo codice, attribuendovi forza di leggi, e l’Episcopato e i Sinodi mantenne sotto la sua influenza dominatrice.
La Chiesa con animo grato tributò a Carlo l’aureola della santità, che egli non aveva mai vagheggiato[14]. Le lotte di Roma contro agli Hohenstaufen per il possedimento dei beni della contessa Matilde, di cui questi ultimi movevano pretesa, ebbero richiamato alla ricordanza degli uomini che Carlo era stato il fondatore pio dello Stato ecclesiastico; in lui le Crociate fecero rammemorare l’eroe della Cristianità. Parimenti come Ottaviano e come Cesare, anch’egli diventò subbietto di leggenda; e nell’anno 1122 un Papa della Francia meridionale, Calisto II, proclamò essere genuina e veritiera la celebre Storia di Turpino che celebrava le geste di Carlo e di Rolando, e che forse fu opera di quel Pontefice. Anche in Roma la persona di Carlo incominciò prestamente a ornarsi di favoloso; ce ne fa testimonianza il frate che, sullo scorcio del secolo decimo, dal monastero di Monte Soratte scriveva la sua barbarica Cronica: di già egli narrava della spedizione di Carlo al santo sepolcro; e poichè è difficile cosa che quel monaco inventasse siffatta fola ed è probabile che a quell’ora omai se ne fosse diffusa la tradizione, ne avviene che la sua origine devasi riferire ad un qualche mezzo secolo prima[15]. Tuttavolta, il Carlo della leggenda non ottenne in Roma rinomanza e favor di nazione, perocchè non si convenisse col Carlo della storia. Sebbene imperatore romano, ei vi rimase uomo straniero al paro di Teodorico il grande, e la sua persona non si compose una nicchia in mezzo ai Romani, dacchè la sua fama non si raccomandò a luogo o a monumento alcuno nella Città; ed è cosa notevole che i Mirabilia di Roma non ispendano pure una parola che ricordi Carlo magno.
La novella della morte di Carlo si sparse come scroscio di tuono per la Città che egli aveva amato con amore tanto devoto, e dov’egli era venerato e temuto. Il Papa vide spalancarsi un abisso sotto i suoi piedi, avvegnachè, non sì tosto i Romani seppero morto il gran Principe, smessa ogni temenza, sbrigliassero la foga del loro odio contro la podestà del loro Vescovo. Se si raccogliesse un computo di tutte le rivoluzioni onde fu agitato lo Stato della Chiesa dal giorno della sua fondazione in poi, nel corso dei più che mille anni di sua esistenza, il loro numero ci turberebbe la mente; la metà sola di quei moti avrebbe bastato ad infrangere e a sperdere le tracce dei maggiori reami: invece lo Stato della Chiesa durò fino ai tempi nostri, quantunque la ribellione contro il potere temporale del Vescovo, il cui regno non doveva essere di questo mondo, abbia principiato nell’ora stessa in cui quel potere ebbe incominciamento; duplice dimostrazione che in questa miscela del sacerdozio e del principato si accoglieva una contraddizione intollerabile, e che in pari tempo l’essere dello Stato ecclesiastico conteneva in sè un principio che era riuscito ad altezza tale da infrenare le sollevazioni. Gli aderenti di Campulo e di Pasquale (questi Romani erano scomparsi in un esilio che durava omai da quattordici anni) si collegavano in cospirazione contro il Papa, ma i loro disegni erano discoperti. Fieramente e senza indugi Leone punì i «rei di maestà» dandoli in mano al carnefice, e di tal guisa il Padre Santo fu costretto più e più sempre a immergere le mani nel sangue de’ suoi Romani, da principe feroce e pauroso. La novella di quei supplizî costernò perfino l’animo del pio succeditore di Carlo. L’imperatore Lodovico trovò biasimevole cosa che il Vescovo di Roma avesse proceduto con tanta precipitazione e con rigore sì grave, e soprattutto gli parve che la sentenza pronunciata dal Papa sopra dei maggiorenti romani, senza intervento dei legati imperiali, ledesse i diritti di sè Imperatore[16]. Gli era pur debito suo di proteggere i Romani in tatti i loro diritti, ogni qual volta questi da qualsiasi parte ricevessero offesa, laonde egli mandava a Roma il Re d’Italia affinchè istituisse un’inquisizione sui fatti avvenuti. Venuto a Roma, Bernardo ammalava, ma il conte Geroldo annunciava all’Imperatore ciò che veduto aveva. Or si affrettava anche il Papa di produrre sue giustificazioni al signore supremo di Roma, e i suoi legati s’adoperavano a purgarlo di tutte quelle querele che, forse, Bernardo stesso, e, senza dubbio, i Romani avevano sporto al trono di Lodovico. Grande era in Roma il fermento degli animi inaspriti, e in quello stesso anno 815 gli inimici di Leone si sollevavano, mentre egli, affranto il corpo e l’animo dagli avvenimenti, era infermato gravemente. I ribelli si raccoglievano nella Campagna, incendiavano le tenute pontificie, così le antiche come le nuove, che Leone aveva fondato[17]. I torbidi accadevano massimamente nelle terre fuori di Roma; gli ottimati romani armavano i coloni e i servi dei loro possedimenti, movevano a rivolta le città del territorio, e minacciavano di entrare in Roma per costringere il Papa a restituire le proprietà che egli aveva confiscato a danno di loro o dei loro amici decapitati, e devolute alla Camera apostolica. Questa sollevazione faceva prova della crescente potenza della nobiltà romana, che più tardi diventar doveva formidabile tanto. Bernardo provvedeva a sedare la ribellione e mandava Vinigi duca di Spoleto a Roma, dove questi entrava con soldatesche. Il Papa, oppresso di profondo cordoglio, moriva nel giorno 11 di Giugno dell’anno 816.
Leone III aveva tenuto da più che vent’anni la cattedra di san Pietro in un’età feconda di grandissimi avvenimenti; sacerdote della gente umana, fu egli che ne consecrò un’era nuova. Odiato dai Romani poichè s’era impadronito del dominio temporale della Città, maltrattato a morte, costretto a fuggire, riposto novellamente in potenza, atterrito da ripetuti tumulti di popolo, ei tuttavia non soggiacque innanzi ai suoi avversarî. Fu uomo temprato a gagliarda energia, astuto calcolatore, capace di mire arditissime; il breve istante in cui egli coronò in san Pietro il novello Imperatore bastò a fare di lui lo strumento della storia universale del mondo, e gli assicurò nominanza incancellabile[18].
Leone III ornò la città di Roma con copia siffatta di edificazioni, che quasi superò ciò che Adriano aveva fatto. Roma ecclesiastica rinnovellò sè stessa durante l’età dei Carolingi, che fu il suo secondo periodo monumentale, se per primo si consideri l’età di Costantino. Dacchè i Pontefici di quel tempo attesero con tanta alacrità a edificare, eglino devono per certo essere annoverati fra i più fervidi distruggitori di Roma antica. L’architettura si manteneva continuamente operosa; però, quantunque seguisse le tradizioni della Chiesa, i cui massimi edificî di già appartenevano al secolo quarto, al quinto ed al sesto, essa non poteva giungere ad eguagliare la grandezza di quelli, ma doveva imitarli in dimensioni minori. Continuava a far suo pro di colonne e di ornati tolti a vecchi monumenti romani; il nuovo componeva soltanto coi materiali dell’antico. Quindi avvenne che l’illustre periodo di Roma sotto i Carolingi operò molte e splendide restaurazioni di chiese, ma non lasciò di sè alcun monumento nuovo e grandioso. Poichè aveva sott’occhio gli antichi esemplari di basiliche, l’architettura di Roma si teneva ancora ad una certa altezza, ma il numero senza fine di chiese e di conventi rendeva impossibile cosa che si costruisse in grande, ond’è che nell’arte edificatoria di Roma all’età dei Carolingi, si discopre una tal quale pochezza minuta. La decorazione delle cornici che si disponevano ad ammattonato sotto i tetti, la fattura delle torri che erano nella maggior parte di esigue proporzioni con finestre (camerae) arcuate e divise a colonne, l’ornato dei prospetti delle torri a dischi rotondi con marmi di vario colore, le spesse gallerie con loro brevi colonnati e con cornici di musaico, tratto tratto fregiate di medaglioni pure a musaico, tutto questo dimostra che s’era rimpicciolito il concetto delle dimensioni[19].
Allorchè Leone III restaurò la basilica di santo Apollinare in Ravenna, egli spedì colà degli architetti romani; può essere ch’ei lo facesse per un senso di orgoglio nazionale o per iscopo di dare lavoro ai suoi concittadini, di guisa che da questo fatto non è consentito di concludere esattamente che i maestri d’arte romani avessero conseguito una speciale rinomanza, siccome l’avevano ottenuta ancor tempo innanzi gli artefici comaschi[20]. Tuttavolta, la continua operosità doveva allevare all’arte gli ingegni, in Roma più che in qualunque altra città d’Italia. Il Biografo di Leone III enumera con cura scrupolosa tutte le edificazioni di chiese onde Roma andò debitrice a questo Papa. Sappiamo già del triclinio che fu suo massimo monumento nel Laterano; il Pontefice ampliò poi ed abbellì anche il palazzo pontificio e vi costruì un oratorio in onore dell’Arcangelo. Nel san Pietro rinnovò la celebre cappella battesimale di papa Damaso, e le conservò o le diede forma rotonda[21]. Edificò a nuovo ed ornò di musaici l’oratorio della Croce che era stato costruzione di Simmaco, aggiunse splendidezza di ornati alla Confessione, vi fece allogare statue d’oro e d’argento di Apostoli e di Cherubini erigendole sopra colonne d’argento, e ne lastricò il pavimento con una copia di lamine d’oro ancor maggiore di quella che prima v’era. Merita notarsi che dai due lati della tomba dell’Apostolo, così nel san Pietro che nel san Paolo, si rizzarono due scudi d’argento, sui quali s’inscrisse il simbolo apostolico in latino ed in greco, laonde si pare che a quel tempo non destava peranco repugnanza la professione greca di fede. Leone fece edificazioni altresì negli Episcopî che erano vicini al san Pietro, e vi costruì un triclinio di egregia fattura, il cui pavimento fu tutto mattonato di marmi a varî colori[22]. Restaurò la torre del san Pietro; eresse pei pellegrini uno splendido bagno di forma rotonda in vicinanza dell’obelisco, che, tutt’a un tratto dopo lungo silenzio, riappare col nome di Columna major, ossia di grande colonna[23]. Torna adesso a galla un altro nome antico, dacchè vien detto precisamente che Leone fondò un ospitale nel luogo che era appellato «Naumachia». Quell’ospizio stava nel suolo Vaticano ed era consecrato a santo Peregrino, prete romano il quale nel secolo secondo ebbe sofferto martirio nelle Gallie: il nome di lui dava ragione di farne il patrono dei pellegrini (Peregrini), che principalmente venivano in grandissimo numero dalla terra delle antiche Gallie. La piccola chiesa odierna di san Pellegrino, che è presso porta Angelica, offre ricordanza della fondazione di Leone nel luogo stesso dove questa sorgeva, e poichè quel sito era detto «Naumachia», se ne trae la conseguenza che ivi un tempo esistesse la Naumachia di Domiziano[24].
In vicinanza al san Pietro Leone rinnovava il convento dedicato a Stefano protomartire, e restaurava altresì il vicino monastero consecrato a san Martino. Una delle più antiche chiese titolari di Roma, quella dei santi Nereo ed Achilleo (Fasciola) nella via Appia, era stata ridotta in ruina per causa di inondazioni; adesso Leone la rialzava sopra un terreno che era posto a maggior livello d’altezza. Salve alcune modificazioni, quella chiesa tuttora si conserva nella sua forma antica di piccola basilica a tre navate; ha dimensioni che talentano l’occhio; però dei suoi musaici non restano che pochi frammenti[25]. Nel catalogo delle edificazioni di Leone si trova appena una sola chiesa di Roma che non ne ricevesse riparazioni, e gli innumerevoli donativi di splendidi vasellami e di drapperie magnifiche fanno testimonianza della dovizia del tesoro Lateranense. L’amore dei Romani antichi al lusso sontuoso, riviveva nei Pontefici, e l’arte era tuttavia valente nei lavori di arazzi e di vasi preziosissimi, dei cui disegni prendevasi a modello lo stile d’Oriente. Se si tolgano alcune pitture condotte sul vetro e miniature di codici, sembra che all’età di Leone in principalità si coltivasse l’arte dei musaici, così che sotto il concetto di Pictura, che è adoperato di sovente, devonsi senza peritanza intendere le fatture di musaico. Davasi cura diligente all’arte di gettare in metallo, nel bronzo, nell’argento e nell’oro, perocchè si producessero statue in grandissimo numero di quella foggia: erano pure in bel fiore i lavori a battuto e le cesellature in argento. Statue di quell’età fino a noi non giunsero, ma non si può dubitare che fin d’allora si costumasse di collocare nelle chiese simulacri di Santi scolpiti in legno, che si dipingevano a colori e si vestivano d’abiti[26].
Non è fatica senza pregio che dal catalogo delle fondazioni di Leone si ricavino le denominazioni delle chiese titolari, delle diaconie e dei conventi che a quella età erano in Roma; chè ci converrà correre alcuni secoli prima che ci si offra un documento di enumerazione parimenti completa. Risulta che v’avessero ventiquattro Titoli presbiteriali, appellati con questi nomi: Emiliana, Anastasia, Aquila e Prisca, Balbina, Calisto ossia Maria in Transtevere, Cecilia, Crisogono, Clemente, Ciriaco, Eusebio, Lorenzo in Lucina, Lorenzo in Damaso, Marcello, Marco, Nereo ed Achilleo, Pammachio, Prassede, Pudente, Quattro Coronati, Sabina, Silvestro e Martino, Sisto, Susanna, Vitale[27].
Delle Diaconie se ne enumerano venti, e sono appellate: Adriano, Agata, Arcangelo[28], Bonifacio sull’Aventino, Cosma e Damiano, Eustachio, Giorgio, Lucia in septem viis o in septizonio od anche più tardi ad septem solia, Lucia juxta Orphea[29], Maria Antica oggidì detta Francesca Romana, ed inoltre le chiese dedicate alla Vergine in Adrianio, in Cosmedin, in Cyro od Aquiro, in Domnica, in via Lata, fuor di porta san Pietro; Sergio e Bacco, Silvestro e Martino presso il san Pietro, Teodoro, Vito in Macello[30].
Di monasteri omai se ne cita più di una quarantina, ma di essi v’era in Roma un numero assai maggiore.
In vicinanza del san Pietro s’ergevano cinque conventi, ed erano quelli di Stefano Maggiore o Protomartire detto anche di Catagalla Patrizia, di Stefano Minore, di Giovanni e Paolo, di Martino e il chiostro di Gerusalemme[31].
In prossimità del Laterano si menzionano: Pancrazio, Andrea e Bartolomeo col nome di Honori che è già cognito all’Anonimo di Einsiedeln, Stefano, e un convento di monache dal nome di Sergio e Bacco[32].
Presso a santa Maria Maggiore erano questi conventi: Andrea, detto anche di Catabarbara Patrizia che forse è identico di quello di Andrea in Massa Juliana; Cosma e Damiano, Adriano, detto anche di san Lorenzo. Tutti avevano l’addiettivo ad Praesepe.
Vicino al san Paolo fuor delle porte, stava il convento di Cesario e Stefano col soprannome ad quatuor angulos[33]; prossimo al san Lorenzo fuor delle porte, era quello di Stefano e Cassiano.
Altri monasteri romani erano i seguenti: Agata super Suburram, Agnese fuor di porta Nomentana, Agapito presso il Titolo di Eudossia, Anastasio ad Aquas Salvias, Andrea nel Clivus Scauri, Andrea presso i santi Apostoli, Bibiana, Crisogono nel Transtevere, un convento presso il Caput Africae, il chiostro de Corsas o Caesarii nella via Appia, il convento de Sardas probabilmente situato presso al san Vito[34], Donato in vicinanza alla santa Prisca sul monte Aventino, Erasmo sul Celio, Eugenia fuor di porta Latina, Eufemia e Arcangelo in prossimità alla santa Pudenziana, il convento duo Furna probabilmente in Agone nell’odierna piazza Navona, Isidoro che era forse sul monte Pincio, Giovanni sull’Aventino, il convento de Lutara[35], quello detto Laurentius Pallacini in vicinanza al san Marco, il convento appellato Lucia Renati, in Renatis o de Serenatis[36], Maria Ambrosii che è probabilmente lo stesso di quello chiamato Ambrosii de Maxima nel Forum Piscarium, Maria Juliae nell’isola Tiberina. Vi erano inoltre: un convento di monache dedicato a Maria in Campo Marzo e l’altro di Maria in Capitolio, i quali due, sebbene non menzionati nel catalogo delle fondazioni di Leone III, erano a quel tempo per certo di già fondati: Michele, ignoto; il chiostro Tempuli[37], Silvestro (de Capite), santo Saba o Cella Nova, il convento Semitrii, ignoto; quello di Vittore presso san Pancrazio nella via Aurelia.
In quell’età non s’erano ancora costituite le venti abazie, che più tardi sorsero dai conventi venuti a numero sì grande da renderne difficile il conto. La loro copia crebbe ognor più, e sulla fine del secolo decimo affermavasi che in Roma v’aveva venti conventi di monache, quaranta di frati e sessanta di canonici ossiano preti viventi sotto regola claustrale[38].
Dopo una vacanza di dieci soli giorni, fu eletto papa un uomo romano di nascita illustre, Stefano diacono, figlio di Marino. S’affrettava egli a significare i sensi della sua soggezione al Principe supremo di Roma; faceva che il popolo romano giurasse fedeltà all’Imperatore, e gli spediva suoi legati che scusassero lui e i Romani per ciò che senz’altro era stato consecrato[39]. Questo primo avvenimento di una mutazione nel pontificato che accadesse dopo la restaurazione dell’Impero romano, sollevava parecchie questioni sui rapporti che intercedevano fra il Papa e l’Imperatore: pertanto Stefano IV in persona andava a Francia. I torbidi prima avvenuti in Roma, la contrarietà dei nobili, il bisogno di conseguire guarentigie con un nuovo patto di confermazione, e, vale altresì aggiugnervi, il desiderio di ungere imperatore Lodovico che era stato già coronato, e di far tenere quella cerimonia in conto di un diritto pontificio per guisa che non potesse più preterirsi, erano tutti motivi che inducevano il Papa a intraprendere tostamente il suo viaggio. Le relazioni che passavano fra Stefano e Lodovico erano differenti da quelle che s’erano strette fra Leone III e Carlo. Nella mente degli uomini, Leone s’era quasi levato al di sopra di Carlo benefattore suo, e s’era sdebitato di tutti i suoi oblighi poichè gli aveva cinto il capo della corona dei Romani, laddove Lodovico or si trovava verso il Pontefice in condizioni di independenza assoluta. Il novello Papa vedeva di contra a sè un Imperatore possente, che per diritto di eredità teneva omai possedimento legittimo della podestà imperiale, mentre egli non aveva con lui rapporti personali di sorta. Lo impensierivano perciò le condizioni in cui il Papato trovavasi verso l’Impero, sebbene dalla bontà o piuttosto dalla debolezza d’animo del pio Lodovico non avesse ragioni di temenza.
Accompagnato da Bernardo, il Papa arrivava nel Settembre dell’anno 816 a Reims, dove l’Imperatore lo accoglieva con officî di venerazione profonda. Il prete avventurato lo ungeva del sacro crisma, e, insieme colla moglie Irmengarda, lo coronava nella cattedrale di quella città; indi tornavasi a casa sua regalato riccamente, e sopra tutto provvisto della confermazione dei possedimenti, dei privilegî e delle immunità, di cui la Chiesa romana era investita[40]. A conforto dei Romani, fra i quali correva un mormorìo di mal contento, ei recava in dono la liberazione di tutti coloro, che, esiliati nelle terre di Francia, vi espiavano la loro ribellione contro Leone III, e dei quali con sue suppliche Stefano aveva ottenuto grazia dall’Imperatore. Egli li conduceva con sè a Roma, e fra loro pertanto saranno stati anche Pasquale e Campulo, se a quel momento avranno ancora vivuto[41]. Poco tempo dopo il Papa moriva, addì 24 del Gennajo 817, tre soli mesi dacchè avea fatto ritorno in patria.
Tosto, i Romani con voto concorde eleggevano a pontefice Pasquale, figlio di Bonoso, e senza indugio egli era anche consecrato. Pasquale I fu uomo pio, prudente, d’animo fermo: prima di esser papa, era stato abate di quel convento di santo Stefano che si ergeva in prossimità del san Pietro, laonde, a differenza dei suoi predecessori, tutti diaconi o preti, egli passava dalla cella monastica alla cattedra pontificia. La celerità fuor del consueto, con cui avveniva la sua ordinazione, dimostra che il clero romano con opera pronta bramava di scongiurare il pericolo ognor più minaccioso delle pretensioni onde l’Imperatore intendeva al diritto di dar conferma all’elezione; ed è prova che non peranco s’era promulgata la statuizione, attribuita erroneamente a Stefano IV, per cui s’imponeva che il Papa non potesse più ottenere la consecrazione, se non ne avesse avuto consentimento dall’Imperatore[42]. Però, parimenti come avea fatto il predecessore suo, anche Pasquale reputava necessario di far nota all’Imperatore la rapida sua esaltazione al soglio, e di tranquillarne l’animo colla certezza che egli avea conseguito la dignità pontificia con elezione conforme ai canoni[43]: il suo legato Teodoro tornava di Francia con un diploma imperiale in cui si confermavano i privilegî di san Pietro.
Di questo tempo in poi, ad ogni mutazione della corona imperiale, ad ogni novella elezione pontificia, si rinnovavano le scritture dei privilegî antichi. I vescovati e le abazie imitavano l’esempio di Roma, e si coglieva ogni opportunità per far convalidare con autorità di documenti i titoli antichi d’immunità, o per farvi aggiungere franchigie nuove. Negli archivî delle chiese si conservavano con cura diligente le filze dei diplomi imperiali, che poco a poco vi si erano accumulati. Nell’archivio Lateranense erano già custoditi con cura i classici diplomi di Pipino, di Carlo e di Lodovico, e scritte di donazioni, di conferme d’immunità antiche e nuove, ed altri trattati che s’erano conchiusi fra l’Imperatore e la Chiesa di Roma: se quelle pergamene esistessero al dì d’oggi, e se l’occhio dello studioso potesse prenderne conoscimento, esse sarebbero di inestimabile soccorso a scriver la storia. Or nell’anno 817, si aggiungeva a quei documenti il diploma di Lodovico il Pio, il quale fuor d’ogni dubbio non era altro che la rinnovazione di quello che il suo cancelliere, un anno prima, aveva dato a papa Stefano[44]. Questa scrittura ottenne in tempi assai posteriori celebrità d’importanza grandissima: la si falsò nel suo tenore; accosto alla donazione di Pipino, la si elevò al grado di una donazione ampia oltre ogni limite, e con audacia se ne trasse il fondamento di nuovi e larghissimi possedimenti della cattedra pontificia e di privilegî rilevanti.
Per non dire che delle cose più sorprendenti, Lodovico il Pio, oltre alla signoria su di Roma e del Ducato, oltre alla conferma delle donazioni di Pipino e di Carlo, avrebbe con quel diploma fatto dono al Papa dei patrimonî delle Calabrie e di Napoli, e perfino del pieno possedimento delle isole di Corsica, di Sardegna e di Sicilia: finalmente ei vi avrebbe proclamato che ai Romani si spettava libertà completa di eleggere e di ordinare il Papa, senza che occorresse qualsiasi preventiva approvazione dell’Imperatore. Ma la storia ripudia queste favole, perocchè a luce di sole essa dimostri cogli avvenimenti suoi, che l’Imperatore continuò a esercitare la sovranità sopra di Roma: ed offre prova che in quel tempo i Greci possedevano le Calabrie e Napoli, Sicilia e Sardegna, mentre Bisanzio, riposando sul patto mercè cui erasi stabilito il riconoscimento dei territorî che spettavano alle due parti, mantenevasi in pace coll’Imperatore occidentale; e questi difficilmente avrebbe rotto l’amicizia per donare a san Pietro estensione di province che non erano sue, nè per titolo giuridico, nè per possesso[45].
Alla perfine, anche la libertà di ordinazione del Papa, è contraddetta da un celebre documento de’ tempi di Eugenio II.
Il Libro Pontificale non fa pur motto del documento di Lodovico. I diplomi di Ottone I e di Enrico I, che la Chiesa annovera fra i più ragguardevoli atti di donazione e di conferma dei diritti suoi e che essa ordina in serie con la scritta di Lodovico, dimostrano di ignorare financo che quest’ultima esista, sebbene quei diplomi si riferiscano con espresso discorso alle scritture di Pipino e di Carlo. Si trova menzione di essa soltanto ai giorni di Gregorio VII, al momento delle controversie sulla eredità della contessa Matilde, chè allora si ebbe falsificato con addizioni il diploma di Lodovico, affine di dare un fondamento antico e largo alle pretensioni di Roma[46].