La storia siciliana pochi fatti offre più acconci a fornire materia alla poesia e alla leggenda della guerra arabo-normanna, che terminò con la ruina della potenza musulmana in Sicilia.
Mentre i guerrieri d’occidente si riversavano qual torrente impetuoso in Palestina a liberare il Santo Sepolcro, e Boemondo e Tancredi e molti altri guerrieri normanni maravigliavano il mondo con la fama del loro valore, anche in Sicilia si combatteva la guerra santa, e Roberto Guiscardo e Ruggiero Bosso vi recavano le loro spade vittoriose e s’insignorivano di tutta quanta l’isola.
Dapprima venuti in iscarso numero e quasi per fare scorreria, poi a poco a poco rinforzatisi, i Normanni non temevano di affrontare un esercito dieci o venti volte superiore, e quasi sempre le loro armature d’acciaio e i loro pesanti spadoni avevano ragione delle sottili scimitarre arabe e di quel popolo effemminatosi nel lusso e nella mollezza.
Così, conquistando a palmo a palmo il terreno, il conte Ruggiero, che ad una forza maravigliosa accoppiava coraggio a tutta prova e profonda perizia nell’arte militare, in una lunga e ostinata guerra trentenne, s’impadronì di tutta quanta la Sicilia, vincendo i Saraceni in molte e micidiali battaglie terrestre e navali.
E poi, quando la Sicilia sotto il suo dominio e sotto quello dei suoi successori, si riposò nella pace e nella tranquillità, quale civiltà si produsse agli occhi meravigliati dei contemporanei!
I tessuti di lana e di broccato erano confezionati a meraviglia dagli artigiani forestieri, che volentieri accorrevano a rendere più splendida la reggia normanna; le sapienti riforme legislative, fra le quali sono famose le costituzioni sancite nel Parlamento d’Ariano nel 1140, la rigogliosa fecondità del terreno sapientemente coltivato, i prodotti dell’arte musulmana, tutte le circostanze favorivano la magnificenza della corte de’ re normanni, per cui la fama della civiltà siciliana si diffondeva nelle regioni lontane e la potenza delle armi s’imponeva sui popoli circostanti.
«Lusso orientale», dice entusiasta a questo proposito il Bartoli[1], «che si adornava delle sete fabbricate nella corte stessa del re; donne, cavalieri, amori, costumi, quali potevano essere sotto quel cielo, in mezzo a quella natura incantevole, fra quegli uomini di sangue greco ed arabo, sotto la influenza di quella nuova civiltà che si sviluppava potente. Sembrava veramente che la poesia avesse voluto fabbricare a sè il proprio regno...».
Era dunque naturale che quelle gesta meravigliose, quella splendida epopea, quella fiorente civiltà dovessero lasciare tracce abbastanza rilevanti nella tradizione poetica e nella fantasia popolare, specialmente dei siciliani.
I quali, poichè il ciclo carolingio fu importato nell’isola in tempi a noi molti vicini, e non ebbe influenza che sul popolo, e in più scarsa misura sulla classe elevata, avevano bisogno di un soggetto illustre, che potesse essere elaborato, ingrandito, cantato in poemi e illeggiadrito con fioritura leggendaria. Questo soggetto era appunto loro offerto dalla conquista normanna, la quale, a detta d’un dotto siciliano[2], s’offre alla storia ciò che fu propriamente in se stessa: una successione non dubbia di atti ardimentosi e stupendi.
E difatti uno degli epici che cantarono nel seicento l’espulsione dei musulmani dice che aveva scelto «l’Attioni del Conte Rogiero Normando come Argomento del Poema, perchè in esso concorre la Pietà del’ Heroe, la Nobiltà dell’Impresa e la Gloria della sua Patria»[3].
Fin dal secolo XI le gesta di Roberto Guiscardo furono cantate in un poema latino da Guglielmo Appulo, poeta nutrito di severi studi classici, e che osava paragonarsi al gran poeta mantovano, chiedendo a Ruggiero che gli fosse protettore, come già Augusto a Vergilio.
Le imprese del conte Ruggiero furono celebrate da un monaco, che per espressa volontà del conte, ne scriveva la storia, infiorando la narrazione con versi latini di vario metro.
E ’l divino Alighieri, avendo, per così dire, prescienza del futuro, affermava due secoli dopo che le gesta di Roberto Guiscardo avrebbero potuto offrire ricca materia di canto ad ogni poeta, ricordando Roberto tra quegli spiriti
...... beati, che giù, prima
che venissero al ciel fur di gran voce
sì ch’ogni musa ne sarebbe opima[4].
Però la dantesca profezia luogo tempo dovette attendere prima che si avverasse; dobbiamo arrivare sino al secolo XVII per trovare un gentiluomo palermitano, Tomaso Balli, il quale, in un lungo poema epico di trenta canti intitolato Palermo liberato, celebrasse le gesta di Ruggiero nella conquista di Palermo, che determinò la totale ruìna della supremazia musulmana, e che perciò costituisce il fatto più importante delle lotte arabo-normanne di Sicilia.
E dopo Tomaso Balli, che pubblicò il suo poema nel 1612, altri poeti, e non tutti degli ultimi, nello stesso secolo e nel susseguente, prendono a materia del loro canto la conquista normanna: Vito Sorba trapanese scrive un poema epico in esametri Sicilia liberata a comite Rogerio e poi Giuseppe Munebria, Francesco Morabito, Mario Reitani Spatafora, Giuseppe Vitale e financo Giovanni Meli, il soave e melodioso poeta vernacolo siciliano, formarono intorno le ardimentose gesta degli avventurosi predoni di Normandia, degne a buon dritto di canti e di fantasiose leggende, un’ininterrotta tradizione poetica.
Mano mano la cerchia si allarga, e, più che ci approssimiamo ai tempi a noi vicini, la produzione aumenta.
Poemi, drammi, novelle, leggende religiose, tradizioni popolari, è tutto un flusso vigoroso poetico e leggendario che negli ultimi secoli viene a dar vita novella alla cavalleresca epopea normanna.
La quale nel secolo XIX viene finalmente rievocata da Lionardo Vigo, che, ricordando la gloriosa monarchia che aveva fatto tremare sui loro sogli gl’imperatori di Germania e di Costantinopoli, voleva riscuotere il popolo siciliano dal letargo e incitarlo a sottrarsi dal giogo borbonico per costituirsi indipendente.
La tradizione della conquista normanna assume allora carattere nazionale, e l’Amari compone la Storia dei Musulmani di Sicilia, la quale, benchè, sfrondando quel periodo delle molte leggende che vi si erano formate, purgasse la dominazione araba della taccia di barbara e delle odiosità che le passioni religiose le avevano voluto appropriare, e facesse comparire i nordici guerrieri, non come liberatori, il che essi volevano dare a intendere, ma come predoni, il che veramente erano, benchè insomma togliesse a quel periodo tutto quel che di epico vi fosse, pure rammentava ai Siciliani un passato di gloria, di grandezza, di civiltà, di autonomia.
Nel presente lavoro tratterò dei poeti latini che nell’undecimo e duodecimo secolo cantarono o inneggiarono alla fortunosa conquista, quindi della parte poetica ad essa riferentesi in più tardi secoli, e di quelle leggende e di quelle tradizioni di cui il popolo siciliano ci ha tramandato l’eco affievolita e che si vanno mano mano illustrando coi crescenti studi folklorici[5].