CAPITOLO I. Poesia latina del secolo XI.

Un popolo avventuroso, partito dalle nebbiose contrade del settentrione su barche corsare, amante di preda e di guerre, di gloria e di pericoli, si stabilì nel secolo X in quella parte di Francia che dopo la sua dimora fu chiamata Normandia, donde poi mandò vigorose propaggini in Inghilterra e nell’Italia meridionale.

Esso veniva con una letteratura, ricca di poemi nazionali, opera degli scaldi, i suoi poeti; e quando, rinunziando al proprio linguaggio, prese quello dei popoli soggiogati, vi associò il sentimento immaginoso della propria poesia nazionale, delle fantasiose saghe della Scandinavia, onde sortì quell’elemento leggendario cavalleresco normanno, che sì larga influenza ebbe sull’epopea romanzesca del medioevo.

I Normanni diffusero nell’Europa occidentale le poetiche storie arturiane, mescolandole alle nebuloso immaginazioni portate dalla loro patria d’origine, e, ovunque movevano in cerca di gloria e d’avventure, cantavano le loro gesta, formando vere epopee locali, ricche di elementi ciclici dei popoli con i quali erano venuti a contatto.

È quindi supponibile che anche nell’Italia meridionale e in Sicilia i Normanni abbiano cercato di diffondere un ciclo di tradizioni, un cumulo di fantasiose immaginazioni, di cui a noi non sono pervenute che slegate leggende o pallide reminiscenze.

Esaminiamo anzitutto la poesia latina contemporanea alla venuta dei Normanni in Sicilia.

La face del pensiero latino, illanguidita ma non spenta nell’alto medioevo, continuò a rispondere nei sec. XI e XII col culto dell’antichità e degli esempi classici, risvegliando mirabilmente l’attività letteraria e preludendo al rinascimento. Cosicchè la parte della poesia latina del medioevo che celebra le gesta normanne non ha alcuna attinenza con le scarse leggende rimasteci, poichè essa non è estrinsecazione dei favolosi racconti sopiti nella coscienza popolare, ma piuttosto materia storica versificata.

Sulla fine del secolo XI sorse una gran fioritura di poemi storici sulle gesta dei principi e sulle guerre micidiali tra le città italiche.

Per la scorrevolezza degli esametri, i quali talvolta imitano i poeti classici in modo da darci un’eco lontana di quella divina armonia, per la chiara divisione della materia e la lucidità dell’esposizione, il poema di Guglielmo Pugliese tiene certamente uno dei primi posti‍[6].

Esso consta di cinque libri, scritti in esametri classici, ai quali talvolta sono inframmessi esametri leonini e caudati. Fin dal prologo, che per primo fu distinto dal resto del poema dal Willmans‍[7], appare manifesto che Guglielmo ha in certo modo coscienza di essere poeta, poichè, paragonandosi agli antichi epici, dice che egli, vate nuovo, non più canterà le gesta degli antichi condottieri, ma quelle dei nuovi‍[8]. Dedica la sua opera a Ruggiero, duca di Puglia, «Rodberti dignaque proles», e dopo aver rivolte parole reverenti a papa Urbano II per domanda del quale aveva incominciato il poema, sembra, come dice il Bartoli‍[9], che faccia professione di modestia, poichè afferma che la sola devozione gli dà le forze negategli dal magistero dell’arte e dall’ingegno. Tuttavia ha la persuasione che il suo poema gli sarà di lustro e di onore, e modellandolo sugli antichi poemi latini, infiora gli esametri di imitazioni ovidiane e specialmente vergiliane. E alla fine egli ha l’ardimento di paragonarsi al grande poeta mantovano e chiede al suo protettore che gli sia benigno come già Ottaviano Augusto a Vergilio‍[10].

Nè solo nella forma, ma anche nel pensiero tenta di imitare gli esemplari classici, chè, quando deve descrivere una battaglia di grande importanza, o vuol fare qualche paragone, subito cerca qualche passo di Vergilio o di Lucano, e si sforza d’imitarlo, e ne toglie frasi e immagini e similitudini‍[11].

Così Roberto Guiscardo, che è il protagonista del poema, quando si getta nel folto della mischia, o prende le disposizioni necessarie per l’assalto di qualche castello o città, arieggia Enea o Turno o altro classico eroe. Anzi quasi sempre ciascuna frase poetica è un «opus musivum», in quanto che, «analizzata attentamente risulta costituita da parole, espressioni, accozzate da passi ed autori diversi‍[12]».

E talvolta con le imitazioni della poesia classica e con i ricordi mitologici Guglielmo ci dà pure quasi una parvenza di quelle immortali bellezze; ma il poeta vuole liberarsi dai legami del passato; non più vuole glorificare come i veteres poetae le gesta degli antichi condottieri, ma quelle dei nuovi; egli canta un popolo giovane che con l’antico non ha legami di sorta, egli non attinge alla cultura latina che semplicemente la forma, mentre il contenuto rimane un’apologia delle gesta normanne e della novella civiltà che si manifestava fiorente e forte. Però giustamente si deve dar lode a Guglielmo per le immagini colorite delle quali infiora il poema, e per la lingua addirittura classica che adopera, poichè, com’ebbe a dire il Willmans, «si indolem poeticam respicis suavi cursu volvuntur versus Latino sermone satis pure conscripti atque colore vivido et imaginibus lepidissimis exornati‍[13]».

Guglielmo Appulo dedica poco meno di duecento versi a narrare la venuta dei Normanni in Sicilia e descrivere l’espugnazione di Palermo. Esalta grandemente il conte Ruggiero dicendo che non era da meno di Roberto Guiscardo nelle virtù guerresche, e ch’era più valoroso degli altri fratelli, poichè colle sole sue forze aveva intrapreso un’impresa tanto illustre come quella della cacciata dei musulmani dalla Sicilia e della difesa della religione cristiana.

Egli non fa distinzione fra gli oriundi siciliani e i conquistatori musulmani, ma li qualifica tutti «Siculos divini nominis hostes»‍[14] e chiama Palermo

Urbs inimica Deo, divini nescia cultus

Subdita daemonibus....‍[15]

Roberto Guiscardo fa tragittare alle sue milizie lo stretto di Messina, e, unitele a quelle del fratello, intraprende l’assedio di Palermo. E, avendo per mezzo di una ricognizione sfidati a battaglia i Palermitani, questi, non sopportando le ingiurie proferite dai cavalieri normanni, escono di città e attaccano il nemico, combattendo con molta audacia e fierezza; ma i normanni a viva forza li ricacciano entro le mura.

Allora i palermitani chiamano per rinforzo i musulmani d’Africa, e, congiunte le flotte, offrono ai due fratelli battaglia navale. Le navi saracene «nutu divino» son costrette a prender la fuga, mentre alcune son prese, altre sommerse. Abbiamo poi la descrizione di un assalto a Palermo. I Normanni, ora vinti, ora vincitori, entrati alfine nella città e i difensori domandano supplichevoli la vita, che Roberto concede, ordinando che niuno di loro sia offeso.

La diligente e vivace narrazione di Guglielmo corrisponde pienamente a quella lasciataci dal Malaterra, senonchè, essendo molto più ristretta, tralascia parecchi particolari, che ci vengono riportati dal più minuzioso cronista benedettino.

Non rammenta, ad esempio, l’episodio dei trecento guerrieri, i quali, calatisi con Roberto Guiscardo nei giardini dalla parte della Khalesa, decisero della conquista di Palermo, assalendo alle spalle i Saraceni accorsi a difendere la città, dal conte Ruggiero in altre parti assaltata nè quel fatto, che forse sarà una fola, di un tal cavaliere normanno, che per fare atto di prodezza, entrò solo in Palermo per una porta, e traversata tutta quanta la città, fulminando i nemici, uscì a cavallo per la porta opposta; ricordo palese della famosa irruzione di Turno nel poema virgiliano, imitata dall’Ariosto.

L’assedio di Palermo non fu certamente narrato da Guglielmo per propria testimonianza oculare, ma probabilmente per averne sentito la narrazione dai guerrieri reduci dalla spedizione; esso è infatti un episodio staccato dalle fila del racconto principale, e il poeta non lo descrive se non perchè è una delle gesta di Roberto Guiscardo.

A noi però non interessa fare risaltare il valore di Guglielmo come storico; quindi passiamo a un altro scrittore e poeta latino delle gesta normanne, il quale più direttamente ci concerne, benchè meno abile di Guglielmo nel maneggio della lingua e nella spigliatezza del verso. Alludo a Goffredo Malaterra, monaco benedettino di nazione normanna, del secolo XI, che scrisse per espressa volontà del conte Ruggiero una «Historia Sicula» nella quale, accennato brevemente le precedenti vicende dei normanni, narra diffusamente la conquista di Sicilia e il regno del suddetto conte‍[16].

A questa cronaca‍[17], che è riguardata come uno dei più preziosi documenti storici per questo periodo, non si deve però dare intera fiducia come valore storico, poichè vi si appalesa chiaramente lo spirito partigiano dell’autore verso i normanni e la sua credula ingenuità verso tutto ciò che gli sembra uscire dai limiti del naturale.

Dal punto di vista letterario la prosa del Malaterra non è nè colta nè elegante, nè di ciò possiamo fargliene colpa, perchè l’autore si dichiara quasi digiuno di grammatica; tuttavia il monaco benedettino si scusa della sua «incultiori poëtrica», dicendo che il principe aveva voluto che scrivesse con stile chiaro e semplice, mentre egli facilmente avrebbe potuto «pomposius eructare»‍[18].

Contuttociò il Malaterra vuole assumere la palma poetica, perchè al suo barbaro latino inframmezza alcuni versi leonini (che non possono essere nemmeno paragonati agli esametri quasi eleganti di Guglielmo) con rima a versi accoppiati o con rimalmezzo o più bizzarramente con rima doppiata nel mezzo e sdrucciola in fine.

Abbiamo versi:

1º in principio; nove versi di quindici sillabe, ossia giambici mancanti dell’ultimo piede, nei quali è contenuto l’argomento del primo libro.

2º lib. III, cap. XI; trenta versi di quindici sillabe. Vi si narra che il conte Ruggiero nel maggio 1077 va con un’armata navale ad assediare un castello.

3º ivi, cap. XIV; diciotto esametri leonini con rima interna. Ruggiero fa costruire una flotta.

4º ivi, cap. XVI; quattordici esametri leonini con rima interna. Evisando di nazione britanna a Taormina salva la vita al conte, restandone vittima lui stesso. Quest’episodio ebbe, come vedremo, molta fortuna nell’epica posteriore del ciclo normanno.

5º ivi, cap. XVIII; trenta versi leonini (meno il 10, 18, 25 e 26) con rima interna. Vi si narra la presa di Taormina.

6º ivi, cap. XIX; ventinove versi di quindici sillabe (meno il 18 e il 21). Vi si descrive la fondazione della cattedrale, oggi collegiata di Troina, che fu finita di fabbricare nel 1078 e principiata nel 1067‍[19].

7º ivi, cap. XXI; dodici esametri leonini con rima interna. Il conto fa pace con gli Iacenses‍[20].

8º ivi, cap. XXIII; diciotto esametri leonini con rima interna. Ruggiero concede al conte Raimondo la mano di sposa della figlia Matilde.

9º ivi, cap. XXV; ode di quattro strofe di sistema asclepiadeo, ma in cui alla sillaba accentata lunga è sostituita spesso una sillaba accentata breve. Assedio di Durazzo.

10º ivi, cap. XXXVIII; trentasei versi di quindici sillabe con assonanza finale ripetuta molte volte ogni tre versi. In essi il P. dopo aver ricordato la grandezza di Roma antica, che aveva dettato legge al mondo, rimprovera i moderni romani della loro vigliaccheria.

11º lib. IV, cap. XIX; ventidue versi di quindici sillabe con rima doppiata interna e sdrucciola in fine. Vi si narra la nascita di Simone, figlio del conte Ruggiero‍[21].

La cronaca del Malaterra divenne, come mostreremo in seguito, la principale fonte alla quale attinsero i poemi posteriori. E ciò doveva avvenire per necessità, poichè ad ogni piè sospinto vi si leggono fatti che appartengono più alla leggenda che alla storia: poche centinaia di cavalieri normanni sconfiggono numerosi eserciti; le prodezze di Ruggiero e di Roberto rasentano le gesta dei paladini di Carlomagno; S. Giorgio su un bianco cavallo interviene direttamente nelle battaglie, combattendo a favore dei normanni; vi si scorge insomma chiaramente un embrione epico — leggendario — religioso, che, in altre circostanze storiche, avrebbe dato origine ad una vera e propria epopea normanno-sicula.

Ricorderemo infine due scritture latine del secolo XI, forse apocrife, relative al conte Ruggiero.

Il «Iubilatus Chorearum»‍[22] fu, a quanto ci asseriscono gli scrittori siciliani del seicento, cantato in Modica per il trionfo del conte Ruggiero dopo la cacciata dei saraceni. Ne dò il principio:

Lucis radijs in aevum memorabimur in umbris barbarici horroris, dum fulgent Rogerij prodigia.

Lucem Comitis fatemur amicam, suffusam roseis nitoribus.

Lucis amoenitatem coelestia influunt sydera et Trinacria priscis gaudet splendoribus.

Lucem Magna Curia immortalitatis praefigit, in Herois meritis.

Questi versi, se pur così possono essere chiamati, fatti sul gusto di certe sequenze ecclesiastiche, cominciano con un lucis, e questi sono i più lunghi, o con un lucem, e questi sono i più brevi.

Il manoscritto dal quale furono tratte, era, secondo ciò che dice il Reina‍[23], intitolato «Chronica Beneficiorum Motucae apud Sanctam Maiorem Domum» e apparteneva a Tomaso Scarso cantore della chiesa di S. Giorgio, cattedrale di Modica.

Pochi anni prima del 1655, nella repentina morte del prenominato cantore, il manoscritto fu rubato dai parenti dello Scarso, e non potè più essere trovato, nemmeno colla minaccia di scomuniche papali. Ma, a cagione del carattere della scrittura, soggiunge il Reina, che afferma di aver veduto il manoscritto, e per la menzione dell’abate Imberto, si deduce che avesse intorno a cinquecento anni di antichità.

Da questo ingarbugliato racconto facilmente si può arguire che il manoscritto non dovette mai esistere, e che queste famose Coree non sono altro che una falsificazione di Placido Reina, il quale fu il primo a stamparle. Ricordiamoci infatti che siamo nel seicento, secolo di falsificazioni; ricordiamoci della menzione che vi si fa della Sacra lettera scritta dalla Madonna ai Messinesi, la quale menzione doveva servire a Placido Reina, che fece scorrere fiumi d’inchiostro per provare l’autenticità di quella solenne impostura; poniamo mente infine che le suddette Coree dovevano servire pure ai fini del Carafa, modicano, e perciò intento a illustrare, a ingrandire le gloriuzze del suo campanile, e tiriamone le conclusioni. Non solo ciò; ma il Reina riporta uno scritto del Carafa e di altri modicani, in cui si fa fede che il manoscritto esistette realmente: ciò vuol dire che ai suoi tempi si avevano già forti dubbi sull’esistenza della Chronica Beneficiorum.

Come pure apocrifi devono essere quei versi attribuiti a Maraldo‍[24], monaco calabrese, nei quali si celebra la nascita di Ruggiero, figlio del conte Ruggiero, battezzato da S. Brunone‍[25], i quali mi sembrano imitati dai versi del Malaterra, contenuti nel lib. IV, cap. XIX, ove si celebra la nascita di Simone, altro figlio di Ruggiero.

Del resto si sa che il Breve Chronicon monasterii S. Stephani de nemore[26], opera dello stesso monaco Maraldo, è apocrifo o almeno di fede assai sospetta‍[27].

Noi ci siamo ristretti a esaminare la sola poesia latina riferentesi al periodo della conquista normanna; troppo ci sarebbe voluto, se avessimo preso ad esaminare anche la parte prosastica delle cronache, sia della conquista, sia di tutta la dominazione normanna di Sicilia‍[28]. Tale lavoro sarebbe davvero utilissimo, ma più ad una indagine storica, che alla fortuna di un fatto storico nella tradizione poetica e nella materia leggendaria.

Tuttavia non possiamo fare a meno di osservare, a fine di poter meglio risolvere problemi che ci si affacceranno in seguito, che le nostre cronache, abbondanti, a dir vero, sul periodo normanno di Sicilia e dell’Italia meridionale, non accolgono, fatte le debite eccezioni, i racconti del volgo, se non dopo averli sottoposti ad una certa revisione della ragione; e benchè talvolta esagerino i fatti storici, pure non hanno alcuna tendenza al meraviglioso, come in generale le cronache forestiere dello stesso periodo che narrano altre imprese del popolo normanno.

In questo, come in altri fatti, lo scetticismo italiano relegò nella fantasia della plebe le leggende formate dall’immaginazione popolare, e la letteratura dotta sdegnò appropriarsi tale patrimonio, attratta dallo splendore del classicismo, della civiltà latina, che, attraverso le nebulose memorie e le immaginazioni medievali, rigogliosamente rifiorì sul decadere dell’età di mezzo e sul principio dell’evo moderno.

Cosicchè, mentre ad esempio per la leggenda di Attila flagellum dei[29], ci sono stati tramandati molti favolosi racconti formati dalla fantasia popolare, che furono raccolti dai cronisti dell’Italia settentrionale; in Sicilia l’avventurosa conquista normanna fu con esattezza di particolari descritta storicamente dai cronisti contemporanei, sì che la fermentazione leggendaria fu arrestata sul nascere, e sempre più andò svanendo per il succedersi tumultuoso di straniere dominazioni.