Dopo questa rapida scorsa alla poesia latina che sulla fine del secolo XI e sul principio del XII, cantò la conquista normanna, fermiamoci sopra un altro punto capitale per il nostro studio, e che ci darà mezzo di potere sciogliere una importante questione.
E comincio dal dire che si potrebbe quasi sicuramente affermare che la conquista dei normanni fece scaturire nella immaginazione popolare epiche leggende soffocate sul nascere e che perciò non ebbero esplicazione letteraria.
Sappiamo che uno dei caratteri di quei nordici avventurieri era quello di celebrare le loro gesta. Nè quest’abitudine perdettero i normanni di Puglia e di Sicilia, poichè le loro imprese furono, come abbiamo veduto, messe in versi da Guglielmo Pugliese e descritte in prosa da Goffredo Malaterra, il primo per desiderio di papa Urbano II e di Ruggiero Borsa, il secondo per comando del conte Ruggiero. Ora nel «De gestis Roberti Guiscardi» e nell’«Historia sicula» parecchi passi ci danno prova che la venuta dei Normanni s’era epicamente formata con la fusione di elementi di altri cicli e che appariva ai contemporanei idealizzata in una lotta religiosa.
E anzitutto nel poema di Guglielmo è da notare la natura stessa del componimento, che è un poema. Ruggiero e Roberto combattono come paladini di antico stampo; nella battaglia di Civitate il Guiscardo irrompe con grand’impeto sui nemici, distribuendo colpi da disgradare gli eroi della Tavola Rotonda[30].
Nel libro II vv. 926 e sgg. si ha certamente un ricordo di leggenda scandinava. Roberto Guiscardo campeggia dinanzi un inespugnabile castello di Calabria e comanda alla sua gente di sparger voce che uno dei suoi soldati sia morto. Poi si fa mettere armato in una bara col volto nascosto con panni unti di cera, secondo l’usanza normanna, e si fa portare dentro il castello per esser seppellito nella cappella. Quando Roberto e coloro che lo portavano furono dentro, tirarono le spade dalle guaine e assaltarono i coloni del luogo presi al laccio dal finto morto.
Il curioso stratagemma con lieve differenza di particolari ritroviamo in Dudone di S. Quintino[31], e in Guglielmo Gemmeticense[32], quando descrivono la famosa distruzione di Luni, avvenuta nel IX secolo per opera di Hastings, predone normanno, che credette di aver preso «Romam, caput mundi». Un’altra leggenda analoga, ma che ha più intimità di rapporti con quella di Guglielmo, si trova nei fasti di Aroldo il Severo (Harald Haardraade)[33].
Nel libro V vv. 401 e sgg. si narra che il cadavere di Roberto Guiscardo, sbalzato da una tempesta, venisse ripescato sulla spiaggia pugliese e sepolto a Venosa, la quale
nitet tantis decorata sepulchris
A Caroli Magni vel tempore Caesaris umquam
Nullos pares produxit fratribus istis.
Ora il Rajna asserisce che la menzione di Carlo Magno doveva richiamare nella memoria del poeta anche le immagini di quegli eroi «di cui la tradizione poetica rappresentava Carlo circondato e che ne costituivan la forza. Nè del resto la gloria stessa di Carlo continuerebbe ancora a risplendere dopo tre secoli e farebbe sì che il suo nome s’offrisse a questo modo al pensiero, se non fosse appunto per effetto dell’epopea[34]».
Si potrebbe obiettare che tali elementi ciclici riscontrati in Guglielmo non siano pervenuti nel poema per influsso di leggenda popolare, ma per la cultura letteraria del poeta; e ciò specialmente per quella menzione di Carlo Magno, che d’altronde indica solamente i tempi del grande imperatore, dalla quale il Rajna vuole dedurre la conoscenza delle leggende carolingie nel secolo XI nell’Italia meridionale. Ad ogni modo, resta sempre il dubbio che si tratti di veri e propri elementi ciclici che Guglielmo attinse dalla tradizione popolare.
Ma più particolarmente per il nostro assunto da quel «nutu divinu», cui abbiamo accennato parlando del poema di Guglielmo, e che trovasi nella narrazione della conquista di Palermo, appare chiaramente che alla mente del cantore di Roberto Guiscardo, per quella fantasia devota e per quella tendenza a creder soprannaturali i fenomeni umani propria delle immaginazioni medioevali, la venuta dei Normanni in Sicilia s’era presentata come una impresa voluta da predestinazione divina.
Nella cronaca del Malaterra, quasi ad ogni pagina, si legge il conte Ruggiero e Serlone spaccare in due uomini e cavalli, alzare intorno a loro monti di cadaveri[35], squarciare grossissime corazze[36]; alla battaglia di Cerami compare poi un cavaliere dalle bianche armi, montato sopra un bianco cavallo, sventolante una bianca bandiera, che dai normanni fu raffigurato in S. Giorgio, loro protettore. Anzi si può dire che tutta quanta l’Historia Sicula sia informata ad un principio religioso costante, ossia a quello di fare intervenire il soprannaturale e di ascrivere a volere divino le vittorie dei Normanni sui Musulmani.
Si potrebbe ragionevolmente obiettare che le nostre congetture poggiano su scarsi indizi, i quali, invece che testimonianze di un ciclo sorgente di tradizioni e di favole, presto illanguidito e scomparso senza aver dato nascimento ad un’epopea, potrebbero essere manifestazioni del sentimento religioso e della viva immaginazione dei cronisti medievali.
Ma altre testimonianze ci sono fornite dalla materia leggendaria del medioevo, e dall’epopea romanzesca di Francia.
Tra le leggende che numerose fiorirono nell’età di mezzo sul ritrovamento di tesori nascosti ve n’ha una la quale si legò alla fama di Roberto Guiscardo, il fortunato duce normanno.
Da tempo immemorabile trovavasi in Sicilia, o secondo altri, in Puglia, una statua marmorea di cui si parlava tra il volgo soltanto come di cosa superstiziosa, oggetto di paurosa venerazione e di mistero. Essa portava scolpite in un cerchio di bronzo intorno al capo parole che ai rozzi contadini di quei luoghi dovevano sembrare sibilline come formule magiche:
Calendis maiis, oriente sole, aureum caput habebo.
Passando Roberto Guiscardo per quelle contrade, notò la statua e il motto, ed essendosi diffusa tale notizia nel suo esercito, un saraceno prigioniero promise d’indovinare l’enigma. Infatti questi, il primo di maggio, allo spuntar del sole, avendo notato diligentemente il luogo ove terminava l’ombra della statua, e fatto in quel posto scavare la terra, trovò un grandissimo tesoro, del quale tosto s’impadronì Roberto, cui servì in molte imprese: il musulmano fu liberato ed ebbe molti doni.
La leggenda della quale abbiamo data notizia, ci è stata tramandata con lievi divergenze di particolari da molti scrittori.
Il riferimento più antico è nell’opera di un monaco belga, la celebre Chronografia di Sigeberto di Gembloux[37] (nato circa il 1030, morto il 1111) che pone il fatto nel 1039 al tempo della prima entrata dei Normanni in Sicilia. Il Petrarca invece dice semplicemente che la statua si trovava in Sicilia, senza riferire la leggenda al Guiscardo, e afferma che il fatto «non multis retro saeculis contigisse»[38]. Altri scrittori dicono che il caso sia avvenuto in Puglia: così Vincenzo di Beauvais[39], Pandolfo Collenuccio nel Compendio delle historie del Regno di Napoli[40], Giuseppe Bonfiglio Costanzo[41], il Bonfinio[42], il Magnum Chronicon Belgicum[43], il Platina nelle Historie delle vite dei pontefici[44], la Cronaca degli imperatori romani[45] ed altri. Luigi Marzacchi, letterato messinese della prima metà del secolo XIX, riferendo la leggenda[46], pone il luogo dell’avvenimento nelle contrade di Puglia vicino ad Altamura, mentre durava l’assedio di Bari, ed afferma di aver attinto la narrazione da un antico manoscritto; il che poi non è vero, perchè la sua fonte, come si desume da alcune parole riportate dal Marzacchi medesimo, è il Collenuccio. In un codice della Biblioteca Nazionale di Torino, contenente un Chronicon de VI etate[47], il fatto avviene in Apulea in civitate Neapoli, e il Saraceno ci è presentato come un gran filosofo.
La leggenda adunque era diffusissima nelle immaginazioni medievali, e certamente si formò mentre Roberto era ancor in vita, poichè ci viene riportata da Sigeberto di Gembloux, che visse nell’XI secolo. Però bisogna notare che tale racconto non fu attribuito al solo Guiscardo; già prima la leggenda si era legata alla fama della potenza e delle ricchezze di Roma[48], ed appare in alcuni testi che ci conservano le immaginazioni leggendarie su Vergilio[49] e sulla vita del pontefice Silvestro II (Gerberto)[50]. Simiglianti leggende si trovano pure nelle varie redazioni delle Gesta romanorum attribuite a un clericus innominato[51], o poste ai tempi di un imperatore Enrico[52], e in altri testi ancora attribuite ad una persona indeterminata[53]. Una statua di Giulio Cesare avente la medesima iscrizione decifrata nella stessa maniera è menzionata in una Chronica de civitate Ravennae[54], e immaginazioni simili si ritrovano in qualche libro arabico e in racconti orientali[55].
Del resto, com’ebbe a dire Arturo Graf, «è da notare che storie a questa somiglianti di persone che penetrano in qualche segreta cavità e vi trovano tesori e altre meraviglie, sono molto frequenti nelle cronache del medio evo[56]».
Questa leggenda è l’unica veramente importante dell’età di mezzo che si riferisca ai Normanni e della quale ci siano rimaste testimonianze sicuramente medievali.
Quale ne è la origine? Problema difficile, perchè niun accenno, niun punto di partenza ci è dato per determinare le varie vicissitudini, le infiltrazioni e le contaminazioni più o meno notevoli della leggenda.
Però possiamo affermare a prima vista, che essa non è di provenienza siciliana, sia perchè non se ne trova accenno presso i numerosi illustratori di memorie e leggende locali di Sicilia, e presso i cronisti dell’epoca normanna, sia perchè il nome di Roberto Guiscardo non poteva avere alcuna influenza sulla immaginazione del popolo siciliano, non essendo venuto Roberto nell’isola che solamente per l’assedio di Palermo. Ed è certamente un’incongruenza nella redazione del monaco belga, il riferire la leggenda al 1039, perchè il Guiscardo non si trovava allora con i Normanni venuti in Sicilia con Maniace.
Fors’anche il duce normanno potè rinvenire nelle sue numerose scorrerie qualche tesoro, e i suoi militi, sempre portati al meraviglioso, ricamarono sopra il fatto la leggenda che potevano già trovare bell’e fatta nel ricordo di simili racconti. Ma tale congettura mi sembra priva di fondamento, perchè la nostra leggenda non ha alcun riscontro nella materia leggendaria dei normanni.
Nè mi sembra accettabile l’opinione, benchè autorevole, di Arturo Graf[57], che crede questa storia di origine arabica, quantunque possa essere suffragata dalla considerazione che una leggenda simile trovasi in un libro della letteratura araba[58], poichè Roberto ebbe pochissimi contatti con i musulmani, anzi si può dire che guerreggiò con essi solamente nell’espugnazione di Palermo, in aiuto del fratello Ruggiero.
Inoltre non sapremmo in tal caso spiegarci la ragione per cui la popolazione araba di Sicilia creò o attribuì tale racconto a Roberto.
Credo piuttosto che la leggenda sia stata originata da qualcuna di quelle confusioni, frequentissime nelle cronache medievali, ossia dall’attribuzione di un medesimo avvenimento a persone diverse in epoche anche lontane tra di loro, di cui troviamo qualche esempio anche in leggende riferentisi a Roberto Guiscardo[59].
Attribuita una volta a Roberto da un testo (che probabilmente sarà stato la conosciutissima Chronografia di Sigeberto di Gembloux, poichè è dessa che ci dà la prima testimonianza) è naturale che i cronisti posteriori abbiano ripetuto la favola attingendo al monaco belga o copiandosi tra di loro. E questa era tanto più facile ad essere accettata in quanto che la fama delle ricchezze di Roberto Guiscardo era già sparsa per tutto il mondo, sì che un inglese, Orderico Vitale, vissuto in tempi a lui vicini, poteva decantare i tesori del duce normanno[60].
Ad ogni modo la grande diffusione della leggenda, ci prova ancora una volta l’influenza dell’elemento normanno sull’immaginazione popolare del medioevo.
Nè solamente la conquista normanna s’era epicamente formata sulla bocca dei primi narratori e aveva suscitato nel popolo immaginazioni leggendarie, ma molti poemi cavallereschi francesi sembrano essere stati composti in Sicilia sotto la dominazione dei normanni.
Nel Floovant, nel Fierabras e specialmente nel Ligurinus, ov’è riassunto un altro poema, il Solymarius, si notano numerose e importanti leggende sui normanni dell’Italia meridionale che provengono dalla tradizione popolare secondo l’affermazione degli stessi scrittori. Nel secolo XIII «Robert Guiscard, Boémond et Tangré avaient conservé en Sicile une popularité que la tradition ne suffit pas à donner, et qui remonte presque toujours à une poésie populaire contemporaine des faits qu’elle chante[61]».
Il poema Renier, nel quale molti eroi discendono genealogicamente da Roberto Guiscardo, da Tancredi e da Boemondo[62], sembra che sia stato composto in Sicilia; così pure la Bataille Loquifer, il cui autore dice che è stato in Sicilia, ove ha guadagnato molto danaro con la recita del poema:
Ains a nul home ne l’aprist n’enseigna
Mais grand avoir en ot et recovra
Entor Sicile; la ou il conversa[63]
ciò che però può essere una bugia di giullare, come osserva il Gaspary[64].
Così pare pure che sia stato composto in Sicilia il curioso poema di Florian et Florète[65] nel quale sono tratti di provenienza realmente siciliana. In esso è ricordata la leggenda di Artù nell’Etna, che, com’è noto, secondo le ricerche del Graf, fu localizzata in Sicilia dai normanni; in esso il Mongibello è descritto come una meravigliosa dimora, alla quale Morgana, sorella di Artù, conduce Floriant, figlio di Elyadus re di Sicilia[66].
Se adunque nell’epopea francese si fa parecchie volte ricordo della Sicilia e l’azione di parecchi poemi è posta in Sicilia ed alcuni di questi, secondo il dotto scritto citato di Gaston Paris, sono stati composti nell’isola[67], si deve renderne merito alla dominazione normanna, la quale non solo localizzò in Sicilia la leggenda brettone di Artù e diede il nome di fata Morgana al meraviglioso fenomeno che si osserva presso Messina[68], ma pure apportò leggende carolingie, onde nacque la fortuna del ciclo ancor fiorentissimo al dì d’oggi[69].
Elementi normanni si possono anche rintracciare nell’epopea d’Aspremont.
Si sa che l’Aspromonte italiano ha preso l’argomento dalla Chanson d’Aspremont, eccetto il primo libro, che probabilmente sarà derivato da quelle introduzioni che si ritrovano nei codici franco-veneti. Ora è precisamente in questo libro che il dott. E. Modigliani in un recente studio vuole riconoscere elementi normanni per quelle leggende di Ruggiero, di Galiziella e di Beltramo che si ricollegano «più direttamente con le tradizioni delle gesta dei Normanni in Sicilia[70]». Tali elementi invece io sarei più propenso a riconoscerli nella Chanson d’Aspremont, alla quale il Modigliani nega un fondamento «immediatamente storico». Pur ammettendo che la Chanson d’Aspremont, quale ci è pervenuta, non abbia alcuna relazione con la presa di Reggio per parte di Abou-Abbas-Abd-Allah nel 901[71], un fondamento storico credo che si debba riconoscere nella conquista della Calabria e della città di Reggio per parte dei Normanni comandati dal conte Ruggiero nel 1060. Se si pone mente che gli scambi continui tra la Francia settentrionale e i Normanni di Puglia e di Sicilia non cessarono, specialmente per mezzo dei pellegrini e dei giullari, anche dopo la conquista definitiva dell’Italia meridionale, e che, come bene fa osservare il Modigliani, gli echi delle lotte che si agitavano nel mezzogiorno d’Italia interessavano e hanno interessato i Francesi sino a poco tempo fa, non sembrerà improbabile l’opinione che all’origine della favola d’una guerra fra Francesi e Saraceni in Calabria debbano aver contribuito, se non principalmente, almeno in misura rilevante, assieme agli altri detriti di tradizioni storiche sulle lotte tra gli Arabi e i Latini del Mezzogiorno d’Italia, anche la presa di Reggio[72] e il racconto alterato e snaturato della conquista di Sicilia, che nel medioevo viene idealizzata in una lotta religiosa tra normanni e saraceni.
Benchè l’interesse dei Francesi per l’agognata conquista dell’Italia meridionale fosse la causa riposta della formazione dell’epopea d’Aspremont, credo tuttavia che questa debba avere un sostrato storico più reale, più effettivo, che può essere riconosciuto nella conquista del Mezzogiorno d’Italia per parte dei normanni, francesi anch’essi per adozione.
Qualche accenno sui Normanni e più precisamente riguardo a Roberto Guiscardo trovasi pure nel poema di Dante.
Il primo luogo è nell’Inferno[73], ove si allude alla gente che morì in Puglia «per contrastare a Roberto Guiscardo» e che ricordiamo solo per combattere l’opinione di alcuni scrittori, come lo Scartazzini[74], i quali credono che Dante voglia alludere ai saraceni uccisi nelle guerre sostenute in Puglia contro il Guiscardo, mentre si sa che in quella regione Roberto ebbe a guerreggiare solamente contro i Greci.
Un altro passo invece richiama maggiormente la nostra attenzione.
Siamo nel cielo di Marte, e Cacciaguida addita a Dante tra le anime luminose che risplendono sulla mistica croce quelle che più si mostrarono strenue propugnatrici della religione di Cristo. Quindi il poeta vede Giosuè, Giuda Maccabeo, Carlo Magno, il paladino Orlando, Guglielmo d’Orange, Rinoardo, Goffredo Buglione e infine Roberto Guiscardo[75].
Il D’Ovidio negli Studi sulla Divina Commedia[76] ha voluto spiegare la ragione per la quale Dante ha messo Roberto in Paradiso e finisce col concludere che Roberto è santo nel cielo di Marte per aver strappato la Sicilia ai Saraceni.
Tuttavia, per parlare con rigore, Roberto Guiscardo poco o nulla ebbe a fare con i Saraceni, perchè il suo ardore guerresco fu speso sia contro i papi, sia contro l’imperatore di Germania, sia contro i Bizantini e specialmente contro questi ultimi, ai quali tolse l’Italia meridionale e portò guerra in Oriente.
Nè la Sicilia fu conquistata da Roberto, sibbene dal conte Ruggiero; e se il Guiscardo vi ebbe qualche ingerenza, fu solamente nell’aiutare il fratello minore nell’espugnazione di Palermo[77] e in qualche scorreria o fatto d’arme di minore importanza.
Gli è vero che Dante «idealizzava la storia sfrondandola di certi accidenti o antefatti[78]»; ma è vero altresì ch’egli non giunse mai a falsarla e snaturarla coscientemente.
Quindi l’opinione, che il Guiscardo debba alla liberazione della Sicilia dai Saraceni la gloria del cielo dantesco non regge, perchè manca di base storica.
Allora possono darsi tre ipotesi.
La prima è che il divino poeta ascrivesse a gloria di Roberto l’aver combattuto e scacciato i Greci dall’Italia meridionale, poichè anch’essi, benchè cristiani, sono nemici della chiesa latina; ma tale opinione diventa inaccettabile, se si pensa che tutti gli altri propugnatori della fede hanno pugnato, ad eccezione dei due personaggi biblici, contro i Saraceni, a difesa della religione cristiana e non della chiesa latina.
La seconda ci riconduce in parte all’opinione scartata, ed è accennata dal D’Ovidio. Dante potè non sapere nelle sue particolarità le vicende storiche dei Normanni, e la spedizione in Oriente contro l’imperatore di Costantinopoli potè passare come una guerra in Palestina, e la morte di Roberto potè credersi avvenuta in Gerusalemme, per quella leggenda accennataci dal Buti[79] e narrataci da Giovanni Villani[80] sulla equivocazione del nome di Gerusalemme.
Infine si può credere, opinione a mio parere più probabile, che Dante come i suoi contemporanei abbia attribuito al Guiscardo le imprese del fratello minore Ruggiero, nel modo istesso che vediamo a Carlo Magno essere state attribuite tante imprese dei suoi predecessori e successori.[81]
Dall’esame della tradizione poetica e leggendaria medievale della conquista normanna, credo che chiaramente risulti l’esistenza nell’età di mezzo intorno ai Normanni dell’Italia meridionale e della Sicilia di un fondo leggendario, di un ciclo di tradizioni poetiche e popolari, di cui a noi sono arrivati solo alcuni bagliori, troppo scarsi per avere un’idea chiara e esatta del ciclo medesimo.
Possiamo soltanto congetturare che questa epopea normanna siciliana in formazione non fosse altro che l’idealizzazione della conquista in una lotta tra cristiani e infedeli, comprendendo sotto questo titolo anche le popolazioni bizantine. Eroe delle immaginazioni medievali, più che il conte Ruggiero, dovette essere Roberto Guiscardo, la cui fama s’era diffusa lontana per le continue epiche lotte sostenute contro gl’imperatori di Germania e di Costantinopoli e svolte in un teatro d’azione ben più grande di quello del fratello.
Però tale ciclo non dovette avere grande importanza, nè seria consistenza, perchè, in caso contrario, numerose ci sarebbero pervenute le testimonianze[82].
Ma se forse nei secoli XIII e XIV esistette intorno ai Normanni un ciclo di leggende, dal finire dell’undecimo secolo al principio del seicento tacque la tradizione poetica, nè risorse che sotto forma d’arte riflessa, servilmente imitatrice.
Ciò è cosa davvero atta a destare meraviglia e in noi sorge spontanea la domanda: perchè quest’enorme distacco di oltre cinque secoli? perchè la cavalleresca epopea normanna mancò in questo lasso di tempo di poeti che la celebrassero? perchè la materia storica non si tramutò in fantasiose narrazioni, in favolose leggende, in una vera epopea siciliana, ricca ispiratrice di canti poetici? perchè l’immaginazione popolare dei siciliani non continuò a ricordare la conquista normanna, quantunque fosse meglio di qualunque altra atta a intessere e perpetuare fioritura leggendaria (e lo provano le tradizioni carolingie, ancor oggidì fiorentissime), a creare un’epopea che rispecchiasse la sua intima natura?
Avvenne in Sicilia un fenomeno analogo a quello delle altri parti d’Italia, nelle quali le epopee locali (ad es. dei Longobardi, delle origini di Firenze, di Attila Flagellum dei) dopo aver dato embrioni epici nei cronisti e nelle immaginazioni popolari, non arrivarono a elaborazione compiuta, sia per ragioni storiche, sia per ragioni intrinseche al popolo stesso. Così mancò al popolo siciliano quella spontanea evoluzione, la quale, elaborata dalla concorde attività della vita popolare, svolge incessantemente le fantastiche e leggendarie narrazioni, formando delle chansons de geste che rispecchiano fedelmente il carattere del popolo.
Una buona ragione adduce a questo proposito Luigi Capuana[83]. I Saraceni portarono in Sicilia una grandissima civiltà, la quale, dopo il decadimento avvenuto durante la dominazione bizantina, fece rifiorire le arti, le scienze e le lettere rigogliosamente. E quando si presentarono i normanni, annunziandosi come liberatori, mentre agivano da predoni, desolando e devastando le fertili contrade sapientemente coltivate dagli agricoltori musulmani, i siciliani non accettarono di buona voglia la loro dominazione, anzi combatterono contro di loro. Prova ne sia il lungo lasso di tempo (ventotto anni) che durò la guerra tra gli agguerriti avventurieri nordici e i siciliani disavvezzi alle battaglie, prova ne sia il concetto nel quale i normanni tenevano gl’indigeni, chiamandoli «divini nominis hostes» e Palermo
Urbs inimica Deo, divini nescia cultus
Subdita daemonibus...[84].
Nè solo ciò, ma la cultura al tempo dei normanni restò in gran parte sotto l’influsso arabo, arabi furono i letterati, araba spesso la scrittura dei diplomi.
Con tali storici elementi era quasi impossibile che si formasse una vera e propria epopea sulle gesta normanne.
L’epopea, frutto d’arte riflessa, la quale venne su dopo il secolo XVI, non è che semplicemente erudita, e niuna o pochissima e dubbia attinenza ha con le tradizioni popolari.
Alle già addotte ragioni altre se ne potrebbero aggiungere: il successivo e turbinoso succedersi di signorìe diverse non faceva certamente affezionare il popolo ad una dinastia in modo che si creasse un fondo leggendario che ne abbellisse la memoria: e se pure si formavano alcuni sparsi embrioni, erano soffocati sul nascere o s’andavano mano mano spegnendo; l’umanesimo, col far rifiorire la cultura classica, e col dare nuova vita agli studi storici, arrestò pure l’elaborazione della nostra materia leggendaria, poichè, come disse Ugo Balzani: «la cavalleresca epopea dei normanni non mancò di scrittori che la celebrassero e la nuova tendenza storica dei tempi trovò in quelle imprese spazio largo abbastanza per non avere bisogno di tramutarsi in leggenda[85]».
E le leggende popolari e i rudimenti del ciclo normanno si spensero ben presto, e subentrò loro un altro ciclo più grande, che penetrò subito nella coscienza popolare e che probabilmente i normanni portarono e localizzarono in Sicilia: il ciclo carolingio.