Dal secolo XVII in poi ci si presenta una fioritura poetica abbastanza copiosa, ma spesso mancante di originalità e frutto di imitazione servile. Ci si concederà nondimeno venia, se ci fermeremo un po’ sui poemi, quasi tutti abbastanza rari, perchè così avremo agio di dare un utile contributo alla fortuna dei principali nostri poeti nella letteratura siciliana e ad una storia dell’epica in Sicilia, della quale il ciclo normanno forma il fatto più saliente e caratteristico, ad eccezione del nazionalismo, o meglio, del sentimento autonomico nell’epica del secolo XIX, di cui ebbe pure a sentire gl’influssi l’epopea normanna dell’ottocento.
E prima di tutto intendiamoci riguardo la denominazione di ciclo normanno con la quale abbiamo chiamato quelle produzioni epiche, liriche, drammatiche, leggendarie che si sono formate nel corso de’ secoli sulla fortunosa conquista del conte Ruggiero.
Sappiamo che per ciclo intendesi quel complesso di leggende o di favolose tradizioni che si sono formate sopra un avvenimento storico in modo da fare quasi un circolo nell’ambito del quale esse fioriscono. Ora forse impropriamente ho usato tale parola, trattandosi di produzioni letterarie che non sono l’estrinsecazione della materia greggia che giace sopita nella tradizione popolare, e che aspetta il poeta che la tolga dall’oblio e ne faccia un’opera d’arte.
I poeti del ciclo normanno non cercano la materia del loro canto nelle leggende e nelle fantasiose narrazioni popolari, ma nelle tradizioni storiche, e queste rimpastano a loro piacimento.
E quantunque il popolo avesse potuto trovare nelle cronache qualche germe di leggenda (così, ad esempio, l’apparizione di S. Giorgio nella battaglia di Cerami), pure l’epopea normanna non diventò patrimonio della letteratura popolare e non fu esumata che nel seicento, in cui, per la fecondità poetica, fiorita in modo veramente straordinario, si ricercavano avvenimenti storici poemizzabili, com’ebbe a dire l’Alfieri, con un neologismo.
A far scegliere la conquista della Sicilia e ad accrescere la produzione, specialmente epica, del ciclo normanno, oltre al fatto storico di per sè illustre e importante concorsero varie altre cause:
1. Il tempo dell’azione, la quale si svolge nella seconda metà del secolo undecimo e che è perciò di poco anteriore alla prima crociata, cantata nel poema del Tasso, il quale sì larga influenza ebbe sull’epica a sè posteriore. Infatti i poeti del ciclo normanno fanno tutto il possibile per allacciare i due avvenimenti[86].
2. L’essere i normanni cristiani e i dominatori della Sicilia in quel torno di tempo saraceni e perciò nemici di fede.
3. La fondazione del regno di Sicilia con il conte Ruggiero e re Ruggiero I. Quest’elemento influì moltissimo sull’epica nazionale della prima metà del secolo XIX, in cui si ricordarono i fasti dell’antica grandezza della illustre monarchia normanna per spingere i Siciliani a proclamare l’autonomia della loro isola.
4. L’influenza sul popolo siciliano della dominazione normanna, la quale, benchè di non lunga durata, pure lasciò nella coscienza popolare tracce più profonde delle altre signorìe, perchè i dominatori si stabilirono nella terra conquistata e col tempo si confusero coi vinti; si ricordino infatti i celebri monumenti dell’arte normanna, come il duomo di Monreale, e le grandi donazioni alle chiese per cui si formarono i beni ecclesiastici.
Il poema che viene primo per ordine cronologico è il Palermo liberato in trenta canti di Tomaso Balli[87], stampato in Palermo nel 1612[88].
Le file dell’azione sono raggruppate intorno a Palermo, difesa da Apocar, e stretta d’assedio da Roberto e Ruggiero. Il demone Beleal fa nascere dissidi tra i due fratelli e tra Ruggiero e Boemondo, il più famoso degli eroi normanni[89], l’eroe fatale (c. III st. 20) che deciderà delle sorti della guerra e che come Achille si allontana dal campo con le sue truppe. Intanto Belcane[90], il più possente dei musulmani, prevalendosi del vantaggio delle armi infernali donategli da Plutone, uccide Serlone, e i Normanni, privati delle migliori due spade, sono costretti a togliere l’assedio. Ma il romito Gioacchino[91] fa pentire Roberto dei suoi trascorsi, lo trasporta su un carro volante sulla cima dell’Etna e scende con lui dentro il cratere per visitare l’inferno e il purgatorio, di cui il poeta dà una descrizione piena di ricordi danteschi[92]. Alfine Roberto si rappacifica con Ruggiero, Boemondo ritorna alla pugna e uccide Belcane, i Pisani conquistano la rocca[93] e i Normanni, assaltata la città all’improvviso, si impadroniscono di Palermo.
Il Palermo liberato ha un’imitazione tassesca spiccatissima, il che del resto è naturale, perchè la Gerusalemme liberata fu il gran modello dei poemi secentistici, i quali non solo ne imitarono i tipi dei personaggi, ma pure lo stile e la forma. Quindi Ruggiero arieggia Goffredo, Boemondo Rinaldo, l’episodio della maga Eneride ricorda Armida[94], vi è il solito concilio infernale (c. XI st. 4 sgg.), l’elemento episodico della scoperta dell’America solito a ritrovarsi nei poemi secentistici[95], S. Giorgio con lo scudo di tempra immortale che ribatte i colpi dei nemici a Boemondo,[96] il cui combattimento con Belcane ricorda quello di Argante e Tancredi. È da notare però che l’imitazione tassesca è contemperata con quella ariostesca e virgiliana.[97]
Poco dopo il Balli, un letterato trapanese compose un poema epico in latino sullo stesso argomento. Dell’opera di Vito Sorba[98] però non ci è stato tramandato altro che il titolo «Poema heroicum de Sicilia liberata a comite Rogerio».
Così pure di un altro poema «Il Ruggiero, ovvero la Sicilia liberata» di Giuseppe Munebria catanese non ci è rimasto che il settimo canto, stampato nel volume secondo della Musa Risvegliata, opera dello stesso, che mi è stata inaccessibile[99].
Invece qualche squarcio del Ruggeri trionfante, poema eroico di Francesco Morabito, ci è stato conservato nella Confutatione della Genealogia de’ Conti di Geraci addotta dal Pirri di Ruggero Ventimiglia[100].
Il poema è dedicato al conte Francesco IV di Geraci, presso il quale restò il manoscritto, secondo la testimonianza del Mongitore[101]. Sembra poi che sia andato perduto tra le macerie del terremoto del 1693.
Gli squarci del poema conservatici sono: c. I st. 54-63, c. II (?) st. 12-15, c. XIII st. 31 e 37, c. XV st. 91-93; ma non sono certamente la parte più bella del poema, perchè trattano di questioni genealogiche intorno i conti Geraci, che il poeta fa discendere da Serlone, soprannominato Ventimila, e di divise degli stessi. Ecco tuttavia quel che si può desumere da ciò che ci è rimasto.
Nel 1º canto il conte Ruggiero ha una visione nella quale vede i suoi discendenti più famosi. Tra essi è Serlone, Rogger di Balnavilla infra gl’Eregij[102], Rinaldo, Ruggiero I re ed altri fino a Francesco IV conte di Gerace, mecenate del nostro poeta.
Nel c. XIII abbiamo una giostra bandita da Ruggiero per solennizzare le sue nozze con Enemberga, di cui Serlone è mantenitore d’amore.
Nel c. XV havvi una descrizione di battaglia sotto Enna o Castrogiovanni in cui Serlone e Ruggiero compiono prodigi di valore, finchè una tempesta li obbliga a desistere dal combattimento.
Infine in un altro squarcio appare l’esercito normanno in bella mostra con Serlone alla testa. Non è espresso nel libro del Ventimiglia il canto al quale appartiene il brano, ma non si andrebbe molto lontani dal vero, collocandolo nel 1º o 2º canto, perchè è la prima volta che Serlone appare nell’azione.
Come fonte del poema possiamo porre l’Historia sicula del Malaterra, alla quale attinsero pure gli altri cantori delle gesta normanne. E mi sembra che ad essa il Morabito si sia attenuto più strettamente del Balli, perchè non raggruppa gli avvenimenti guerreschi attorno una città, ma li lascia così come sono avvenuti storicamente, a fatti parziali e talvolta slegati tra loro. L’eroe principale è Serlone, e ciò è naturale, perchè il poema è dedicato ai conti Geraci, che vantavano il duce normanno per capostipite.
Tutto questo è quanto ci è rimasto del poema del Morabito, ma è sufficiente per poterne dare un giudizio. Nella Catania liberata[103], poema dello stesso autore, che narra l’eruzione dell’Etna del 1669 e i prodigi di S. Agata, patrona di Catania (vedi che razza di poema epico!), le inverosimiglianze, i secentismi, le servili imitazioni tassesche sono profuse a pieni mani, e tale doveva pure essere il Ruggeri trionfante.
Come il Balli palermitano canta lo storico assedio alla sua città natale, così Mario Reitani Spatafora messinese, descrive nel Rogiero in Sicilia la venuta del Conte Ruggiero in Messina e la conquista di essa città[104]. O meglio dovrebbe descrivere, perchè il poema poco o nulla ha da vedere con la conquista normanna; niuna battaglia, niun personaggio, se vogliamo eccettuare il nome del protagonista, è storico; il poema del Reitani non è altro che una prolissa e strampalata imitazione della seconda parte dell’Eneide; tutta l’azione è convenzionale, e gli episodi, rubacchiati alle Metamorfosi, ai poemi omerici, alle Argonauta e mal connessi con l’orditura principale, lo stile ampolloso e pieno di secentismi, il meraviglioso barocco lo rendono uno dei peggiori poemi del secolo XVII.
Così la rassegna dell’esercito normanno e tradotta, quasi con i soli nomi cambiati, dalla corrispondente del lib. VII dell’Eneide, la descrizione dell’inferno da quello vergiliano, l’ascesa di Ruggiero e della fata Morgana all’Empireo dalla scesa di Enea con la Sibilla Cumana all’inferno, l’andata di Ruggiero al greco Enonte dall’andata di Enea ad Evandro, Albretto ucciso da Osmano dall’episodio di Pallaute e Turno, i duelli tra Osmano e Ruggiero tradotti dai corrispondenti del’Eneide tra Turno e Enea[105].
Alla tela del poema s’intrecciano poi, a proposito o no, vari episodi, tutti tradotti da originali latini o greci. Così Hernando, che si sacrifica per salvare la patria ricorda Meneceo che si uccide nella caverna del dragone di Ares per salvare Tebe[106]; Daliso, novello Narciso, s’innamora della propria immagine specchiandosi in una fonte[107]; vi è rinnovato il noto episodio di Piramo e Tisbe[108], il mito di Giasone e degli Argonauti alla conquista del vello d’oro[109], le avventure di Ulisse e Polifemo[110], di Ulisse e Circe e via dicendo.
Il Rogiero in Sicilia adunque non si distingue se non forse per quel carattere peculiare della discreta conoscenza dei poemi latini e greci; carattere però di poco conto, perchè i brani attinti sono inseriti nel poema senza collegamento alcuno con le ottave precedenti e con le seguenti.
E mentre nel Palermo liberato il Balli, pur permettendosi anacronismi e travestendo la storia a suo modo, si attiene tuttavia alla fonte storica, cui attinsero pure gli epici posteriori, ossia al Malaterra, nel Rogiero in Sicilia l’eroe normanno perde ogni colorito storico e assume carattere convenzionale, e il poema diventa quasi un travestimento italiano dell’Eneide.
Eppure questo poema era molto encomiato dai contemporanei: il Reitani era ben accetto agli Accademici del l’Arcadia, di cui faceva parte; era lodato e accarezzato da papa Clemente XI, dinanzi al quale lesse alcune poesie[111]; il suo giudizio era ricercato da letterati insigni come Domenico de Angelis[112], e Alessandro Marchetti[113], il famoso traduttore di Lucrezio.
Venendo al settecento[114], secolo nel quale il dialetto siciliano assurge al più alto splendore di stile e alla più squisita grazia e forbitezza d’elocuzione, troviamo un lungo poema in trentatre canti, la Sicilia liberata, opera di uno dei maggiori poeti vernacoli siciliani, degno di esser posto accanto a Giovanni Meli e a Domenico Tempio, ossia di Giuseppe Fedele Vitale[115], soprannominato il cieco da Gangi.
«Di più alto intelletto e di gusto più fine di Domenico Tempio», com’ebbe a dire lo Scinà[116], educato a severi studi classici e innamorato di Omero, Vergilio e Ariosto, il Vitale maneggiava la materna favella con mirabile abilità, e fu encomiato dall’accademia dell’Arcadia e dai più alti ingegni che a quei tempi fiorivano in Sicilia.
In questo poema egli non pone a teatro dell’azione un assedio importante di qualche città (come abbiamo visto nel poema del Balli e in quello del Reitani) intorno al quale si connettono vari episodi, ma trasporta i suoi eroi per tutta la Sicilia e per l’Italia e per l’Africa; descrive tutte le battaglie e gli scontri parziali che avvennero tra musulmani e normanni, dalla presa di Messina a quella di Palermo, mescolandovi molte avventure e episodi fantastici; insomma più che epico il poema è romanzesco, benchè in esso spesse volte si rinvengano i due generi fusi in modo che non li sapresti scernere e dividere.
La Sicilia liberata comincia, per così dire, ab ovo, e narra l’origine dei principi normanni, la nascita di Tancredi, dei suoi cinque fratelli e le loro imprese, finchè Ruggiero viene in Sicilia con i due valorosi nipoti Serlone e Tancredi e col fratello Roberto Guiscardo.
Ruggiero vuole vendicare il genero Ugone di Circea, che era stato ucciso in un agguato[117] dai saraceni siracusani, raduna un forte esercito per assediare Siracusa e con trenta galere scioglie le vele da Messina.
Ma l’inferno affila le armi contro i Cristiani, e il diavolo Astarotte entra nell’abisso infernale per volgere le ire dei démoni contro i normanni.
Il poeta ci fa poi assistere all’assedio di Siracusa, ad una tempesta suscitata contro la flotta normanna dalle furie infernali e acquetata da un angelo[118], alla battaglia di Cerami ove Dio manda dal cielo un alato genio che scaccia gli spiriti infernali; poi ancora ad altri assedi e battaglie tra le quali sono mescolate le solite avventure romanzesche di guerrieri che corrono dietro alle loro belle e che s’azzuffano per esse, di lamenti d’innamorati divisi, di agnizioni, di bellissime maghe che distraggono con i loro vezzi i più valorosi campioni dall’esercito cristiano.
Dopo l’assedio di Palermo, le cui porte sono aperte di nottetempo da un normanno entrato nascostamente in città, il poema si chiude con quattro festevoli matrimoni.
Il Vitale scrisse il poema mentr’era cieco, e non potè limarlo come sarebbe stato conveniente, perchè fu assalito da perturbazioni di cervello, e morì in verde età. A ciò si devono attribuire le continue ripetizioni, le frequenti locuzioni italiane che si riscontrano nella Sicilia liberata.
Del resto il cieco da Gangi, quantunque si mostri buon conoscitore dell’Ariosto e del Tasso, non cade in pedissequa imitazione; ricorda fatti mitologici ad ogni canto; così un eroe normanno maneggia l’asta di Ulisse e di questo il Vitali narra lo sbarco in Sicilia e le avventure con Polifemo[119], così abbiamo il fatto lacrimevole di Alfeo e di Aretusa[120], Proserpina rapita da Plutone[121]; descrive mirabilmente i fenomeni naturali, come il fenomeno della fata Morgana[122] e l’eruzione dell’Etna[123], ed è davvero insuperabile, com’ebbe a notare lo Scinà,[124] nelle dipinture di battaglie navali.
Tuttavia, benchè nei suoi versi si trovi un notevole progresso riguardo ai poemi secentistici del Balli, del Morabito e del Reitani, pure la Sicilia liberata non è certamente modello di poesia epica, che in essa troppo si rivela l’influenza arcadica dei tempi. Il poeta si ferma con compiacenza sugl’idilli amorosi campestri, sulle narrazioni mitologiche, canti interi sono occupati da lamenti di amanti divisi e benchè il verso sia scorrevole, pure le ottave si succedono languidamente, senza mai assurgere a robustezza e vigorìa.
Anche Giovanni Meli pensò a verseggiare la conquista normanna; e difatti nel ms. Qq. D. 3. della Biblioteca Comunale di Palermo, che contiene gli autografi di varie prose e poesie dello stesso, trovasi il piano dei primi sette canti di un poema che avrebbe dovuto cantare l’assedio al castello di Solunto dopo la conquista di Palermo.
Ma da tale piano poco si può desumere intorno al modo col quale l’originale poeta siciliano voleva condurre il poema. Da tre versi che finiscono il piano del canto quarto e che contengono la risposta dell’oracolo ai Saraceni, si può dedurre che il poema, negl’intendimenti del Meli, dovesse essere scritto in vernacolo. Sembra pure che dovessero abbondare le avventure romanzesche, e che il poema dovesse avere piuttosto un fine satirico, se non semplicemente comico, come il Don Chisciotte e Sancio Panza[125] dello stesso autore.
È davvero un peccato che il poeta palermitano non abbia potuto o voluto scrivere il poema! Chi sa quali sorprese, quale arguzia, quanto buonumore avrebbe fatto scintillare, e come avrebbe rinverdito il soggetto malamente trattato dai suoi predecessori?