Chi volgesse il pensiero all’evoluzione della civiltà in Sicilia, dalla cultura greca splendida d’arte e di poesia e di speculazioni filosofiche, dalle colonie fenicie che aprirono i varchi del commercio con l’industre Oriente, di cui apportarono il sapere luminoso, all’epoca normanna e sveva, ricca di monumenti, di costituzioni giuridiche e di poeti; chi, rievocando i fantasmi di Empedocle, di Stesicoro, di Timoleonte, dei due Ruggieri, di Federico II, ricordasse le glorie della bella Trinacria, granaio di Roma per lungo lasso di tempo, esempio di riscosse contro aborrite tirannidi, comprenderebbe facilmente come nella poesia nazionale del secolo XIX penetrasse potente l’influsso dell’elemento storico[126].
Mentre era tutto un fiorire di canti patriottici, nei quali più che ad unirsi alle altre sparse membra d’Italia si pensava di formare della Sicilia un regno a parte, si notava pure un risveglio di poemi nazionali, nei quali, invece di vibrare il sentimento italiano d’indipendenza, risonava la nota regionale siciliana.
Era il tempo nel quale Giuseppe Alessi scriveva il Timoleonte, Domenico Castorina la Cartagine distrutta e il Napoleone a Mosca, Costantino Costantini il Vespro Siciliano, e s’approssimava l’ora nella quale Vincenzo Navarro avrebbe composto su Garibaldi un grosso poema di cinquanta canti.
E la nota patriottica servì pure a rinverdire l’albero ornai sfiorito dell’epopea normanna, poichè questa fu cantata nella prima metà dell’ottocento da Giuseppe Ortega, da Benedetto Spataro, da Antonino Manciaracina e da Lionardo Vigo.
Su di essi eccelle di gran lunga il Vigo col Ruggiero[127]. Pieno dei gloriosi ricordi dell’epoca normanna, coll’animo intento a illustrare ed esumare dall’oblìo le care memorie patrie, innamorato delle bellezze sicule e appassionato per tutto ciò che sapeva di regionalismo siciliano, Lionardo Vigo volle fare rifiorire l’epopea tentando di riscuotere gli animi dei siciliani e di volgere i loro sguardi alle glorie antiche e imperiture dell’isola, ai tempi nei quali la Sicilia sotto il dominio normanno e svevo era assurta ad un alto grado di splendore, di civiltà e di possanza, rievocando le immagini gloriose di Archimede, di Timoleonte, di Ruggiero I, di Federico II, di Giovanni da Procida, che ricordò nel poema e cantò in liriche preposte ai singoli canti[128].
E nella venuta dei Normanni e in Ruggiero il Vigo raffigurò l’indipendenza dell’isola, nei musulmani volle rappresentare i napoletani, e nella proclamazione del conte a monarca volle rievocare la proclamazione della costituzione autonoma siciliana.
Il poeta acese cominciò il Ruggiero nel 1828, e vi lavorò attivamente durante il periodo di dodici anni; nel 1829, come scriveva a Giovan Battista Niccolini, aveva già «disteso in prosa il piano dell’intero poema e verseggiato il canto primo[129]»; nel 1840 aveva terminata l’opera. Nel 1848 egli s’era deciso a pubblicare il poema, e fors’anche, come dice nella prefazione, il Ruggiero sarebbe stato allora l’epopea dei tempi, ma ben presto, schiacciata l’insurrezione dalle milizie borboniche e trascorso il momento opportuno, non ebbe più quell’attualità, che forma tanta parto della fortuna d’un libro. Pubblicata nel 1865[130], la sua opera, accolta con indifferenza, ben presto fu dimenticata.
Il P. comincia ex abrupto con la descrizione della battaglia di Cerami[131], cui seguono molte battaglie e asadi ai quali, per abbellire la materia, sono intessuti vari episodi[132]. Gli dei infernali muovono dalle loro tenebrose abitazioni contro i normanni; Satana aduna il concilio infernale[133] e manda fuori la Peste[134], il Tradimento[135], il diavolo Asterotte e una legione di demoni in soccorso dei saraceni. Ruggiero ha poi una visione in cui vede il paradiso[136], e l’angelo Uriele che libera dai demoni l’esercito normanno.
Segue la presa di Siracusa, la morte eroica di Serlone[137], la presa di Catania, la sconfitta navale dell’emiro Benametto[138], la battaglia di Misilmeri con l’apparizione di S. Giorgio[139] e infine l’entrata vittoriosa dei normanni nella capitale dell’isola, e la proclamazione di Ruggiero a monarca di Sicilia.
Del concetto autonomico del Ruggiero ha già lodevolmente parlato Luigi Capuana[140] e delle fonti s’è intrattenuto il Russo; io mi limiterò a qualche osservazione.
Il Vigo aveva intenzione di mandare alle stampe col Ruggiero anche un’analisi dei poemi sullo stesso argomento che lo precedettero; poi ne smise l’idea, forse per la grande difficoltà di poter rintracciare i suoi precursori. Dei quali, a sua testimonianza[141], conosceva il Munebria, il Morabito, il Reitani, il Vitale, il Manciaracina e lo Spataro; quindi non aveva notizie nè del Balli, nè del Sorba, nè dell’Ortega, nè del tentativo del Meli.
Ma anche di quei precursori che gli erano noti, non di tutti potè avere contezza. Così del Munebria e del Morabito, che restarono inediti eccetto qualche brano, così del Manciaracina e dello Spataro, i cui poemi non furono pubblicati e di cui cercava avere contezza[142]. Quindi impropriamente il Grassi Bertazzi[143] chiama i suddetti poemi fonti del Ruggiero, poichè, ad eccezione del Reitani e del Vitale, dai quali il Vigo prese alcuni episodi e ispirazioni, gli altri poeti dell’epopea normanna non sono che suoi precursori.
Si è notato che nel Vigo l’amore per la Sicilia giunge al parossismo; egli non può assolutamente comprendere una unione dell’isola col continente, specialmente cogli odiati napoletani; egli distingue i siciliani dagl’italiani[144], e se qua e là incontriamo accenni al futuro risorgimento italico, possiamo esser sicuri che sono aggiunte posteriori al 1860, come quando alludendo manifestamente a Vittorio Emanuele II dice che «un possente» farà ritornare Italia una (c. XI, st. 37), quando impreca contro coloro che la vorrebbero scissa (c. XIII, st. 24) e che sorga innanzi agli stranieri unificata di nome e di bandiera (c. XIII, st. 25), quando, colle profezie dell’angelo Uriele, accenna al risorgimento italiano (c. XV, st. 11 e sgg.) e all’unificazione d’Italia sotto casa Savoia (c. X, st. 37).
Il Ruggiero ci si presenta più come testimonianza dello spirito dei tempi, in cui fu scritto, più come monumento archeologico, che come vera e propria fantasia epica; nel Ruggiero, in conclusione, manca la vita, che è tutto. Del resto il Vigo stesso dovette comprendere, quantunque lo negasse, che il suo libro era un anacronismo, poichè afferma nella prefazione: «oggi o non avrei dettato: il Ruggiero o l’avrei architettato in modo diverso da quello che è».
Degli altri poemi del secolo XIX che cantarono la conquista normanna, non ho potuto raccogliere, nonostante le mie lunghe e pazienti ricerche, che notizie monche e indirette.
Il Narbone[145] ci fa conoscere tre poemi, che, per sua affermazione, hanno lo stesso soggetto del Ruggiero del Vigo. Così il «Val di Girgenti conservato, canti due di Giuseppe Ortega» stampato a Girgenti nel 1829[146], che mi è stato inaccessibile, come pure un poema, rimasto inedito, del barone Benedetto Spataro da Scicli[147] del quale il Narbone non ci dà il titolo.
Invece della Sicilia liberata del notaio Antonino Manciaracina di Sambuca ho potuto raccogliere qualche notizia nel voluminoso epistolario in gran parte inedito di Lionardo Vigo[148]. Il quale, come ho già detto, avendo ricevuto notizia del poema da Vincenzo Navarro di Ribera[149], aveva curiosità di conoscerne l’orditura e parecchie volte scrisse al Navarro su tal proposito; questi gli rispose esponendogli il nono canto[150], che il Manciaracina insospettito a stento gli aveva fatto udire. Dopo la morte del notaio il manoscritto del poema passò in mano del Navarro[151], che si diede a ripulirlo.
Ma l’opera del Manciaracina non doveva essere un capolavoro, se ne leggiamo la protasi conservataci in un manoscritto del Vigo[152], e quel che ne dice il rifacitore in una lettera del 4 ottobre ’55: «il poema del Manciaracina è un miracolo come non mi abbia fatto impazzire; è tutto strambotti, ed io ne ho rabberciato sei canti, e sa dio come![153]».
All’epopea del ciclo normanno si potrebbero anche ascrivere due canti di G. Battista Castiglia, che nel 1835 era professore di eloquenza latina all’università di Palermo[154].
Nello scudo di Ruggiero il P. ci mette dinanzi una bellissima donna dal viso splendidissimo, che è la religione, la quale incita Ruggiero, che stava solo e pensieroso sul lido di Reggio, a liberare la Sicilia dal «sozzo saraceno» e gli dà uno scudo impenetrabile in cui sono effigiate le sue future imprese. Nella spada di Ruggiero Vulcano dà al conte la spada del gran Timoleonte. Sono esercitazioni accademiche, ove è notevole solo l’intento patriottico della poesia e l’elemento religioso di cui sono infarciti i due canti, il quale, nella poesia nazionale mirante al riacquisto della indipendenza isolana, si congiunse all’elemento storico[155].
Così l’elemento religioso si rivela pure nell’inno sacro «A Santa Rosalia» di Terenzio Mamiani[156], che fa nascere la vergine palermitana ai tempi del conte Ruggiero, con evidente anacronismo, e ci narra leggiadramente la conquista normanna.
Se l’epica ci diede per la tradizione poetica dell’avventuroso periodo della conquista normanna i frutti migliori e più abbondanti, nelle altre forme letterarie possiamo rintracciarne alcuni altri, i quali ci mostrano sempre più l’importanza e la diffusione del ciclo normanno nella letteratura siciliana. Sono quattro drammi, una novella e un romanzo, a tacere degli accenni che potrebbero notarsi in altri componimenti, ed essi toccherò di volo, sia perchè di poca importanza letteraria, sia perchè alcuni come la novella e il romanzo, essendo scritti in prosa, escono dall’ambito della mia ricerca.
Nella biblioteca Ventimilliana di Catania trovasi un manoscritto del secolo XVII che contiene un dramma in latino intitolato «Rogerius sive Panormus liberata»[157]. L’autore non è menzionato, ma sembra che sia stato qualche prete secentista del Collegio dei gesuiti di Palermo, e che abbia composto questo dramma in occasione di una solenne distribuzione di premi. I versi sono corretti, e alcuni brani non mancano di una certa bellezza; i personaggi sono più di venti e taluni anche allegorici. E’ comandante dell’esercito cristiano il conte Ruggiero, dei Saraceni l’emiro Belcamero, che ha per generali Camuto e Breno. Vi sono ancora Ismeno o Vafrio, maghi saraceni, Nicodemo episcopus panormitanus; gli altri personaggi hanno per lo più nomi tratti da commedie classiche: c’è un Cassius, un Parthenus, un Hermogenes, un Callistus. L’azione però è meschinissima: l’emiro Belcamero non vuole aprire le porte di Palermo all’esercito normanno, poi alfine acconsente e il vescovo Nicodemo va a chiedere buoni patti a Ruggiero. Come si vede il dramma, ad eccezione dell’ultima parte attinta al Malaterra[158], o più probabilmente al Fazello, ha poco fondamento storico, poichè Palermo fu presa d’assalto.
Mentre nell’adespoto manoscritto del Rogerius, l’elemento religioso, che è quello che informa tutte queste produzioni, non entra che per decantare la fede cristiana, in due altri componimenti drammatici, mira alla glorificazione di santi locali, fenomeno che più largamente si esplicò, come vedremo, nella tradizione popolare di leggende religiose.
Nei Trionfi della Gran Protomartire Catanese S. Agata Liberatrice della Patria e del Conte Ruggiero, sacra rappresentazione di G. B. Guarneri[159], Ruggiero con l’aiuto di Roberto e Bettumeno prende Catania, fonda la cattedrale ed assiste alla rappresentazione del martirio di S. Agata che viene esposto nella forma tradizionale leggendaria comune a tante altre sacre rappresentazioni sulla martire catanese.
Nella Disfatta dei Saraceni — Oratorio[160] di anonimo il popolo siciliano è festante per una vittoria del conte Ruggiero sull’«empio Kulmar», comandante dei saraceni e il duce normanno recita un inno di ringraziamento a S. Maria dei Gulfi. I personaggi sono Ruggiero, Tancredi, Simone, Ottavio sacerdote e il Coro.
Ricordiamo inoltre «Gli Arabi in Messina», dramma in prosa di Vincenzo Pinzarrone[161], in cui l’azione si fonda sulla presa di Messina per il conte Ruggiero nel 1060.
Al principato di Mileto di Ruggiero in Calabria si riferisce una novella secentistica intitolata «Il Conte Roggero sovrano della Calabria Ulteriore»[162], stampata in Venezia nel 1686, la quale sembra una traduzione dal francese da quel che risulta dall’Imprimatur[163]. In essa strane avventure romanzesche sono mescolate a leggende tratte dalle cronache. Ruggiero salva dalle fiamme una monaca bellissima di nome Marianna, che era stata costretta dai parenti a prendere il velo per causa dei suoi averi, e la sposa. Poi il conte, preso dall’ambizione, s’ingolfa in guerre disastrose, va con Goffredo Buglione crociato in Palestina, e muore carico di catene col figlio Tancredi prigioniero dei musulmani. La fonte della novella è Orderico Vitale[164], nel quale però l’avventura con la monaca è attribuita a Roberto Guiscardo.
Infine ricordiamo la Sicilia all’undecimo secolo di Giovanni Leni Spadafora, romanzo storico stampato nel 1878[165], che si riferisce ad un periodo un po’ posteriore alla venuta dei normanni in Sicilia.
Chiediamo venia al lettore se abbiamo esaminato, benchè avessimo cercato di ottenere la massima stringatezza nell’esposizione, tanti poemi e drammi e novelle, dei quali ben pochi meritano la pena di essere studiati. Gli è che solo dall’analisi di essi potremo avere un’idea chiara e esatta di questa tarda formazione letteraria dell’epopea normanna. La quale dal seicento al secolo XIX non è altro che un soggetto poemizzabile, che vien trattato a guisa di esercitazione accademica.
Ad ogni modo possono essere notati alcuni elementi caratteristici, i quali specialmente provengono dall’essere stati composti sopra un unico soggetto da autori che attingevano la materia storica delle poetiche narrazioni alla medesima fonte e che erano tutti siciliani e perciò intenti, per quell’amore delle cose riguardanti il paese ove si è nati, cresciuti e educati, a illustrare le sicule glorie.
Poco si può osservare riguardo alla tela generale dei poemi, chè essa il più delle volte è servilmente imitata da quella della Gerusalemme liberata specialmente nei poemi secentistici.
Il poeta concentra quasi sempre l’azione principale attorno ad una città, sia Palermo, Messina, Catania, Trapani o Girgenti la quale è pure sua terra natale. I musulmani sono assediati in essa dai cristiani guidati dal conte Ruggiero, al quale talvolta si aggiunge Roberto Guiscardo.
Si sottraggono al comune contagio i poemi del Vitali e del Vigo.
Nella Sicilia liberata non abbiamo azione principale, ma invece una serie di battaglie e di avventure romanzesche che ricordano situazioni del Boiardo e dell’Ariosto; nel Ruggiero troviamo pure battaglie che si succedono l’una all’altra, descritte storicamente, senza che alcuna sia decisiva.
L’eroe principale è sempre Ruggiero, egli compie prodigi di valore sovrumano, dei quali del resto si trovano i germi nel suo apologista Malaterra, ma talvolta la sua figura diviene fredda e convenzionale, quasi un pius Aeneas, mentre spicca di più uno dei nipoti, Serlone, Boemondo o Tancredi.
Ma le particolarità del ciclo epico normanno, sono come abbiamo già detto, quelle che si riferiscono alla Sicilia.
Quindi se in essa epopea corrono spesse fiate le solite descrizioni dell’inferno[166] (Balli, c. XXI, st. 1-170; Reitani, c. III, st. 6-38; Vitali, c. III, st. 3-17; Vigo, c. IX. st. 1-26), gli è perchè l’entrata dell’abisso infernale è ordinariamente il cratere dell’Etna (Vitali, c. III, st. 18: Vigo, c. IX, st. 26)[167] e dell’Etna abbiamo descrizioni specialmente in istato d’eruzione, le quali quasi sempre sono imitate dal gran modello vergiliano[168] (Balli, c. XXI. st. 1; Reitani, lib. II, st. 40-41; Vitali, c. XVI, st. 97: Vigo, c. IX, st. 27-37 e c. XVII st. 28-30).
Quindi spesse volte ricorreranno pure le avventure di Ulisse e Polifemo narrate distesamente nel Reitani Spatafora (lib. IX, st. 26-47 e lib. XIII), mentre nel Vitali sono appena accennate (c. XIV, st 21-41)[169], la descrizione del fenomeno della fata Morgana che è scientificamente spiegato nel Vitali (c. I, st. 90-117; c. XVI, st. 61-66) e nel Vigo (c. XV, st. 18-23), mentre nel Reitani diventa una specie di Sibilla Cumana[170].
Ma più importante è il fatto già più volte avvertito che la fonte principale dalla quale i poemi epici del ciclo normanno attinsero la materia, sia storica, sia leggendaria della loro narrazione è l’Historia sicula del Malaterra.
È inutile che mi trattenga a mostrare che la tessitura generale dei poemi è modellata secondo la suddetta cronaca; ciò diventa subito manifesto ad un semplice confronto tra il breve sunto che ne abbiamo dato e il Malaterra.
M’intratterrò piuttosto di alcuni episodi che ci mostreranno come i poeti dell’epopea normanna attingano, anche nelle particolarità, ad essa fonte.
Il Vigo ci rappresenta una giovinetta cristiana, la quale, fuggendo i saraceni, cade rifinita dalla stanchezza, nè può più rialzarsi. Allora l’amante che l’accompagnava la uccide per non farla cadere in preda ai nemici, e poi si trafigge con la spada, cadendo esanime vicino l’amata[171].
Nel Vitali abbiamo un episodio identico. Solamente, invece di essere una giovinetta cristiana uccisa dall’amante, è una donzella saracena uccisa dal padre, il quale non muore, ma vuole vivere per vendicarsi[172].
Gli è certo che il Vigo ebbe presente il Vitali nel suo episodio, ma si potrebbe affermare con eguale certezza che pose mente al passo del Malaterra[173] ch’era la fonte del Vitale. In esso si narra che dopo la presa di Messina per parte dei Normanni, un giovane saraceno dei più nobili, uccise la sorella che non aveva più forze per fuggire, affinchè non cadesse in mano ai nemici.
Così l’episodio del brettone Evisando che salva la vita al conte Ruggiero in Taormina, narrato dal Malaterra in rozzi versi latini[174], fu imitato dal Vitali[175] col nome mutato in Evisardo e dal Vigo che fa succedere il fatto alla battaglia navale di Siracusa[176].
Il Vitali e il Vigo[177], descrivendo la battaglia di Misilmeri, narrano che i Normanni appesero al collo delle colombe che gli Arabi avevano portato in Misilmeri per annunziare a Palermo la sconfitta dei Normanni biglietti ov’era scritta notizia della vittoria dei cristiani.
L’episodio è preso dal Malaterra (lib. II, cap. 42). ove «columbae Panormi suos victos nuntiant».
La morte di Serlone per tradimento di Brachino nel Balli (c. XVIII, st. 74 sgg.), di Ibraimo nel Vitali (c. XXV, st. 57 sgg.), di Braclemo nel Vigo (c. XII, st. 50-73) hanno per fonte comune l’uccisione di Serlone per mano di Brahen nel Malaterra (lib. II, cap. XLVI).
Anche il Reitani Spatafora, che meno d’ogni altro attinge alla materia storica per il suo poema, ci narra[178] che, andando il conte Ruggiero con un’armata navale ad oppugnare Messina, cominciò a scatenarsi una grave tempesta che si sedò solo quando il Genio di quelle acque tranquillò il mare. Or è certo che il Reitani ebbe mente all’Eneide[179], ma verosimilmente prese pure visione del cap. VI lib. II del Malaterra, ove si narra che quando il conte Ruggiero navigava verso Messina, ebbe a soffrire una tempesta che fu sedata da S. Antonio, al quale aveva consacrata la preda che avrebbe fatta.
Tuttavia qui ci si affaccia una questione. I cantori dell’epopea normanna attinsero direttamente all’Historia sicula, oppure a compilazioni storiche tardive, che trassero la narrazione del periodo della conquista normanna dal Malaterra, come la storia di Sicilia di Tommaso Fazello[180]?
Il Malaterra, come ognuno sa, fu stampato la prima volta dal Surita in Spagna nel 1578[181], la seconda dal Caruso nel 1723 nella sua nota e divulgata Biblioteca Historica Regni Siciliae. Ora è naturale supporre che, data la difficoltà di procurarsi la prima e abbastanza rara edizione, i poeti del ciclo normanno sino al secolo XVIII attingessero la materia dei loro canti alla divulgatissima storia del Fazello, mentre nel secolo XIX, in cui la cultura cominciò ad estendersi largamente, preferirono di attingere al Malaterra, come Lionardo Vigo che introdusse nel suo poema il cronista benedettino come personaggio, dandogli la figura di un Pier l’eremita. Comunque gli è certo che, o direttamente o indirettamente, la sola fonte storica del ciclo epico normanno fu la cronaca del monaco benedettino.