CAPITOLO V. Leggende religiose e poesia popolare.

Mentre nell’alta Italia le memorie municipali sono le più parte favolose, in Sicilia la cultura della storia locale e le ricerche pazienti degli eruditi dal quattrocento ai giorni nostri si può dire che abbiano tolto la scarsa platina leggendaria che si era formata. E noi appunto andremo raccogliendo queste poche reliquie locali, informate quasi sempre a sentimento religioso.

Le leggende sulle feste popolari religiose di Sicilia che affermano, per dirla con un dotto folklorista‍[182], «la esistenza e la localizzazione in Sicilia d’un ciclo arabo-normanno, perchè si riferiscono a quell’epoca gloriosa», possono ascriversi a tre categorie: ad una prima quelle riguardanti S. Giorgio; ad una seconda quelle relative all’intervento della Madonna nelle battaglie arabo-normanne; ad una terza ascriveremo quelle memorie e leggende locali estranee a S. Giorgio e alla Madonna.

Un fatto al quale più volte abbiamo accennato, è l’apparizione di S. Giorgio alla battaglia di Cerami, descritta dal Malaterra, dall’Anonimo Vaticano e da Simone da Lentini‍[183], e che poi diventò episodio caratteristico dei poemi del cielo normanno.

Mentre durava feroce la battaglia di Cerami e la vittoria da un pezzo indecisa stava già per voltarsi a favore dei musulmani più numerosi, a un tratto apparve un cavaliere splendidissimo, dalle armi scintillanti, su un cavallo bianco, agitando un bianco vessillo, sulla cui cima risplendeva fulgida la croce, e che, come se uscisse dalle schiere dei cristiani, irrompeva ov’erano più fitte le orde nemiche. I normanni, credendo che il cavaliere fosse il glorioso S. Giorgio, ripresero ardire e si scagliarono di nuovo contro i saraceni; Ruggiero con un colpo di lancia passò da parte a parte il capitano musulmano, e l’esercito infedele si disperse come nuvola dissipata dal vento‍[184].

Il Muratori‍[185], il Di Blasi‍[186] e l’Amari‍[187] credono che tale fatto sia una mera fioritura retorica del Malaterra. Il Palmeri‍[188] dice che i soldati normanni entusiasmati dal sentimento religioso poterono facilmente scambiare Ruggiero per S. Giorgio e ciò bastò per renderli invincibili; ma più probabilmente sarà stata allucinazione dei combattenti, allo stesso modo che apparizioni consimili appaiono frequentemente nelle guerre dei Crociati‍[189], allo stesso modo che bastò nella battaglia di Legnano ch’uno dicesse di aver veduto bianche colombe svolazzare attorno all’asta del carroccio a far sì che tutti vi credessero e diventassero invincibili‍[190].

Tale leggenda si è perpetuata sino al giorno d’oggi. Si narra dal popolo di Cerami come tradizione antichissima che il Conte Ruggiero nella famosa battaglia che ebbe con i Saraceni nei pressi del paese, all’avvicinarsi dell’esercito nemico fece cantare il Vangelo in quella contrada che ancora oggi è chiamata Evangelio, quindi si trincerò in una contrada, che ora è denominata Ruggieri, situandosi dinanzi al campo di Canciri, capo dell’esercito saraceno, che era posto non lontano da quella fontana che d’allora in poi prese il nome di Canciri. Venuti i due eserciti alle mani, le milizie cristiane, inferiori di numero, s’andavano lentamente ritirando verso le colline, chiamate ora dell’Annunziata e Pizzuta, per potersi difendere in luogo più vantaggioso. Il conte Ruggiero volse allora fervorose preghiere verso S. Michele e S. Giorgio, suoi protettori e i due santi comparvero subito ad incoraggiare l’esercito normanno. I cristiani, rinvigoriti alla vista di quella meravigliosa apparizione, si slanciarono con raddoppiato ardore contro i nemici, che in un baleno furono sconfitti, lasciando sul campo tutto il loro bagaglio e una quantità di cadaveri così grande che il luogo di quella sanguinosa battaglia prese il nome di milione. In memoria di tale fatto furono erette le chiese di S. Michele e S. Giorgio ancora esistenti‍[191].

È notevole pure la tradizione che si ha a Modica intorno l’origine della chiesa di S. Giorgio, cattedrale della città. È leggenda ch’essa sia stata costruita nel III secolo dell’era volgare e che avesse il nome di S. Croce. Ma quando il conte Ruggiero liberò Modica dai saraceni, per riconoscenza al santo, il quale era comparso in suo favore in una battaglia del 1090, mutò in S. Giorgio il primitivo nome della chiesa‍[192].

Un’altra leggenda sopra S. Giorgio somigliante a quella di Cerami e alla tradizione modicana ci è stata tramandata da Vincenzo Auria‍[193]. Il re Ruggiero veniva per mare a Cefalù, quando fu colto da una grave tempesta che lo mise in pericolo di vita. In tale frangente si rivolse fiducioso al suo protettore S. Giorgio, e questi subito gli apparve e sedò le onde del mare. Arrivato a Cefalù, il re fece erigere un tempio, che volle dedicare al santo liberatore‍[194].

Noto infine che la festa di S. Giorgio e S. Giovanni Battista nelle due Raguse è, secondo il Pitrè‍[195], di origine normanna, e che la chiesa di S. Agata, cattedrale di Catania, fondata dal conte Ruggiero, era dedicata prima a S. Giorgio.

Le leggende suesposte hanno, come chiaramente si vede, molti punti di attinenza tra di loro: apparizione di S. Giorgio al conte Ruggiero (nella leggenda cefalutana al re Ruggiero), salvamento di questo da un grave pericolo e fondazione di una chiesa dedicata al santo.

Si affaccia ora naturale la domanda: può la leggenda della cronaca del Malaterra avere influito sulla formazione di queste? Prescindendo dal fatto che la pretesa apparizione avvenne, secondo il Malaterra, solo a Cerami e non in altre battaglie arabo-normanne, non è naturale che le leggende e le feste popolari abbiano origine dai cronisti, ma da un fatto creduto reale, perpetuatosi nell’immaginazione popolare.

È più probabile l’opinione che alla battaglia di Cerami i Normanni avessero fede nell’apparizione di un bianco cavaliere (nulla vieta il credere che tra i guerrieri normanni ce ne fosse uno vestito di bianco) identificato da loro con S. Giorgio, e che tale fatto, ingrandito dalla superstizione di quei tempi, facesse germogliare molte altre leggende delle quali alcune sono pervenute sino a noi, sia tali come si formarono, sia trasformate e modificate dal tempo, ma nelle quali si può sempre riconoscere la parentela e la medesima origine.

E ciò vedremo meglio in altre tradizioni siciliane religiose d’origine normanna.

Tra le feste popolari religiose di Sicilia che si fondano su leggende riferentesi all’intervento della Madonna nelle battaglie tra saraceni e normanni, prima per ordine d’importanza è la festa della Madonna delle Milizie in Scicli‍[196].

La tradizione popolare vuole che in un venerdì di marzo del 1091 in una battaglia tra sciclitani e musulmani comparisse per preghiera dei cristiani una donna bellissima vestita di bianco su un candido destriero con una spada fiammeggiante in mano e circonfusa da una candida nuvoletta. Era la Madonna che veniva in soccorso ai suoi fedeli con un esercito normanno, capitanato dal conte Ruggiero‍[197]. I Saraceni, sbigottiti dall’apparizione e dall’inopinata venuta del duce normanno, furono sconfitti in un baleno; e in ricordo di tale meravigliosa comparsa Ruggiero fece innalzare un tempio e gli Sciclitani ogni anno commemorano il miracolo con una finta battaglia.

Una leggenda somigliante si racconta a Canicattì a proposito della festa della Madonna, che si solennizza ogni anno la Domenica in Albis. L’istituzione di questa festa, secondo la tradizione, rimonta a Ruggiero il Normanno per ricordo dell’apparizione della Vergine in una battaglia contro i saraceni e della vittoria che conseguì il conte su di essi; e, dice il Di Martino credesi‍[198]. «che abbia fatto scolpire una statua della Madonna nell’atteggiamento che gli apparve e ch’io ho visto nella chiesa maggiore di Ravanusa»‍[199]. È degno di nota nella processione della festa che i frati che accompagnano la statua della Madonna portano alabarde foggiate all’antica; e eran quelle, almeno per ciò che me ne han detto, tolte dal conte Ruggiero agli arabi che signoreggiavan quì».

Altri ricordi ci danno testimonianza che la leggenda dell’intromissione della Madonna nelle battaglie arabo-normanne è diffusa in tutta la Sicilia.

Il padre Ottavio Caietani ci racconta una leggenda a proposito della cosidetta Porta della Vittoria per la quale Ruggiero sarebbe entrato in Palermo‍[200]. È fama che la Vergine spiegando un vessillo mostrasse al conte la porta per la quale poteva entrare in città, e per commemorare tale miracolo fosse stata dipinta sulla porta la Madonna portante una bandiera con un’iscrizione latina. Oggidì, a testimonianza dell’Amari‍[201], si vedono ancora in quel luogo gli avanzi di una porta e «una Madonna col Bambino e una bandiera, immagine ritoccata o ridipinta, il cui stile par non possa riferirsi all’XI secolo».

Di poi, mentre lo stesso Ruggiero assediava una fortezza situata su un colle chiamato ancora Sarraceno, le milizie normanne furono prese da grandissima sete. Il conte volse preghiere alla Vergine, e di nuovo questa si mostrò al supplicante e aprì una scaturigine d’acqua viva preannunciandogli la vittoria sui nemici. In quel luogo Ruggiero fondò un tempio alla Madonna.

E afferma il Caietani di aver visto una delle monete che furono coniate in questa circostanza, avente da una parte Ruggiero a cavallo «humero gestans pendulum ex hasta vexillum» e dall’altra la Madonna con il bambino involto in fasce.‍[202]

È uso a Messina il 15 agosto (festa dell’Assunta) di portare in giro un cammello, un gigante, una gigantessa e una bara. Il cammello, a testimonianza del Mongitore, è condotto per le strade «in memoria del Conte Ruggiero che scacciando i Saracini da Messina entrò trionfante in città sopra un camelo‍[203]». Tale festa è davvero tipica del genere per quella strana mescolanza di ricordi sia dell’epoca gloriosa dei normanni, sia di colossi dell’antichità d’origine probabilmente mitica, e il Pitrè la giudica «in ordine a folklore la prima di tutta la Sicilia‍[204]». In quanto alla tradizione (quale c’è stata riportata dal Bonfiglio, dal Samperi, dal Reina, dal Mongitore e da altri) si dice che il conte Ruggiero conquistò Messina nel 1060 per l’intervento della Madonna e combattendo sotto la sua immediata protezione potè vincere i Saraceni ed «obbligare i giganteschi dominatori della città, Grifone e Mata, ad assistere al suo trionfo‍[205]».

In conclusione abbiamo un nucleo abbastanza importante di leggende e di feste popolari intorno l’intervento della Madonna nelle battaglie arabo-normanne. Esse probabilmente derivano da un’unica fonte, dalla quale forse avranno pure preso origine le leggende sull’intromissione di altri santi nella guerra di conquista della Sicilia.

In Gratteri, secondo la tradizione, S. Giacomo intervenne in un combattimento tra normanni e saraceni nel giorno della sua festività, e per le preghiere del conte Ruggiero volse le sorti della battaglia a favore dei cristiani‍[206]. Lo stesso S. Giacomo, invocato dal Conte Ruggiero mentre assediava la fortezza di Erice, venne in suo aiuto «equo albo incendens, rubeo pallio indutus, prae manibus accipitrem gestans‍[207]» e, per rendere omaggio al santo, il duce normanno cambiò in Monte S. Giuliano l’antico nome di Erice‍[208]. A Caltagirone si narra che il conte Ruggiero entrato vittorioso nel 1090 per una porta detta ancora porta del conte, fondò il tempio di S. Giacomo per ringraziare il santo di una vittoria ottenuta sopra i Saraceni‍[209]. Un Sant’Elia comparso con la spada fiammeggiante ad incoraggiare i normanni che assediavano il castello di Troina è ricordato in un manoscritto troinese del principio del settecento‍[210], e in omaggio al santo il conte Ruggiero fece fabbricare un tempio sul luogo dell’apparizione, come anche un altro tempio fece erigere a S. Michele che era comparso pure per scacciare i saraceni‍[211].

L’elemento comune a tutte le suesposte leggende è l’intervento celeste, sia di S. Giorgio, sia della Madonna, sia di S. Giacomo, sia di S. Michele o di S. Elia nella espulsione dei saraceni della Sicilia e la fondazione di un tempio dedicato ad esso santo. Il messo celeste è vestito di bianco e cavalca un bianco cavallo o è circonfuso di una candida nuvoletta e tiene in mano sia una croce, sia un vessillo, sia una spada fiammeggiante.

A me pare sia molto probabile che tutte queste leggende abbiano origine dalla credenza di un intervento celeste alla battaglia di Cerami, cominciato a diffondersi sul finire del secolo XI e della quale abbiamo testimonianze nel Malaterra, nell’Anonimo Vaticano, in Simone da Lentini e in reliquie viventi della leggenda a Cerami.

Coll’andare dei secoli, perdurando viva nel popolo la memoria delle battaglie combattute contro i musulmani, ogni singolo paese volle localizzare vicino a sè tale leggenda, e quindi fu creata una battaglia a Scicli (niuna testimonianza attestandocene l’esistenza sia nei cronisti contemporanei o posteriori, sia nelle ricerche storiche più illuminate e laboriose come quelle dell’Amari); si creò un’altra battaglia a Gratteri e a Canicattì. Naturalmente nelle città dove già era avvenuto storicamente qualche combattimento o assedio, nulla era più facile di addebitare la vittoria a qualche intervento celeste, così a Messina, a Troina, a Palermo‍[212].

Abbiamo poi una classe di tradizioni popolari indipendente dall’intervento celeste nella venuta dei Normanni in Sicilia.

Racconta la tradizione che papa Niccolò II diede in Aquila al conte Ruggiero uno stendardo di seta sul quale era l’immagine della Madonna dipinta da S. Luca. Tale dono prezioso Ruggiero affidò a Plutia (Piazza Armerina) e i Piazzesi collocarono il vessillo in un quadro sull’altare maggiore della chiesa dedicata all’Assunta. E in ricordo di questo fatto glorioso la festa dell’Assunta si apre con una storica cavalcata che vuole rappresentare l’entrata di Ruggiero in Piazza. I cavalli sono bardati alla foggia normanna e uno dei cavalieri, il più anziano, funge da conte Ruggiero, portando il vessillo, copia di quello anticamente donato dal duce normanno‍[213].

La prima domenica di giugno a Troina nella strada Conte Ruggiero si fa pure una storica cavalcata, che, secondo alcuni, ricorda la conquista di Troina per il conte Ruggiero nel 1061‍[214].

La presa del castello di Troina è narrata pure dal popolo con particolari leggendari e in tre versioni differenti‍[215]. Si racconta che il conte Ruggiero, dopo alcuni infruttuosi assalti, avesse mandato di nottetempo al sud-est di Troina branchi di capre con lanterne attaccate alle corna e alcuni trombettieri, mentre egli assaliva la città dalla parte nord-ovest, spoglia di difensori accorsi all’altra parte per respingere il creduto assalto. Secondo altri fu invece una vecchia che insegnò al conte la via di penetrare nel castello per alcuni sentieri nascosti. Una terza versione infine‍[216] narra che il castello fu preso per tradimento di un certo mugnaio, accompagnato da un cane che di nottetempo provvedeva la rocca di viveri entrando per la porta di Baglio[217].

Ma se fiorenti e numerose sono le leggende e le feste popolari religiose, quasi nulli sono invece i ricordi della venuta dei Normanni nella poesia popolare.

Parrebbe il contrario se stiamo alla raccolta dei canti popolari del Vigo‍[218], poichè in essa sono due canti che parlano del conte Ruggiero. Nel 1857 Luigi Capuana mandò come canto popolare di Mineo a L. Vigo, il quale allora stava raccogliendo i Canti popolari siciliani la seguente poesia:

Bedda, ch’aviti picciulu lu pedi,

D’oru e d’argentu la scarpa v’hè fari

Si vi scuprissi lu conti Ruggeri

Ca di lu pedi s’avi a ’nnamurari.

Pigghiatimi lu ’ncensu e lu ’ncenseri

Mintitimi la bedda ’nta ’n’ artari;

Nenti fazzu pri tia, me duci beni,

Comu ’na santa ti vogghiu adurari‍[219].

Il canto parlava di un conte Ruggiero vivente e il Vigo credette da ciò inferirne l’antichità della canzone. Strombazzò la sua scoperta a destra e a sinistra sì che Emerico Amari nel settembre ’59 gli consigliava di pubblicare subito il canto, se autentico‍[220]. Michele Amari, cui il Vigo diede conoscenza del canto gli scriveva «badate bene che quello della vostra poesia sia l’identico Ruggiero ibu-Tankrid di Hautville e non qualche conte di Mineo non so di quale secolo, che per avventura si fosse chiamato anche Ruggiero. Non ci innamoriamo perdutamente di subbietti scelti‍[221]».

Ma il Vigo, pur di avvalorare la sua ipotesi, decise di falsare il canto e mutò il terzo verso in

Si vi scarisci Gran Conti Ruggeri

Ca di lu pedi ecc.

e con questo lieve cambiamento stampò la strofe nella Raccolta amplissima dei canti popolari siciliani[222].

Un’altro canto riguardante Ruggiero‍[223] secondo affermazione stessa del Vigo è di data recente e composto dal contadino Cosmo Mirabella mazzarese, il quale fu ispirato da una statua di marmo che trovasi dinanzi la porta maggiore della cattedrale di Mazzara e rappresenta il conte Ruggiero armato di tutto punto che calpesta sotto le zampe del cavallo un saraceno‍[224].

Tuttavia se i canti del Vigo sono apocrifi, sembra sia autentica una leggenda popolare in poesia raccolta a Salemi dal Salomone Marino‍[225], la quale, benchè lacunosa e storpiata, ha importanza perchè ci pone dinanzi un bel fatto del conte Ruggiero, del quale però non si ha alcun ricordo presso i cronisti. «È una madre che, piangendo, intercede presso il Gran Conte onde campi da morte l’unico suo figlio, destinato all’estremo supplizio per infedeltà e tradimento fatto a tre cavalieri normanni». Ruggiero con nobilissimo atto libera il figlio e dà oro alla sconsolata madre:

Partiti, donna, e cu tia lu figghiu,

oru e cunsolu ti duna Ruggeri,

ca chista è la vengia che mi pigghiu,

lùcinu sempri li nostri banneri‍[226].

E qui facciamo punto.

Altri potrà aggiungere nuova suppellettile di tradizioni poetiche o popolari a quelle ch’io ho raccolte‍[227], a me basta aver provato l’esistenza e la localizzazione in Sicilia di un ciclo, cui diede origine la venuta dei Normanni nell’isola, e che non potè per diverse cause‍[228] raggiungere un più alto sviluppo.

La tradizione poetica e quella popolare del ciclo siculo-normanno si svolsero parallelamente per il corso di otto secoli senza confondere mai le loro acque; la prima, fredda cronaca versificata nel medio evo, esercitazione retorica dopo il cinquecento, non attinse mai alle sorgenti fresche della tradizione popolare, mentre questa, a stento comparente nella vasta elaborazione leggendaria dell’età di mezzo, stagnata poi in tradizioni locali religiose, non potè mai svolgersi e manifestarsi rigogliosamente.

Chè, se mano mano che ci allontaniamo dal secolo XI le tradizioni si vanno facendo più vive e numerose, gli è perchè le testimonianze sono più abbondanti per l’accrescersi della cultura, e perchè, mentre s’illanguidiva il ricordo degli orrori della guerra di conquista, le istituzioni ecclesiastiche riferentesi all’epoca normanna contribuivano a tenere sempre viva nella fantasia del popolo la memoria del conte Ruggiero.

Nella letteratura riflessa poi il ciclo siculo-normanno seguì le sorti della letteratura siciliana; fioritura retorica riboccante di secentismi nel secolo XVII, si innalza nel settecento col vernacolo di Giuseppe Vitale, e nel secolo XIX diventa frutto di arte fortemente meditatrice e di cultura storica.

Ma questi poemi restarono opera morta e se ebbero una parvenza di vita nel tempo in cui furono prodotti, dormirono poi l’oblìo secolare sugli scaffali polverosi delle biblioteche, e le feste e le leggende popolari religiose riferentisi all’epoca normanna vanno sempre più illanguidendo e diminuendo d’interesse, e fra non molto scompariranno affatto sotto l’influsso della civiltà, che, sviluppandosi potente, va dissipando nel popolo le superstizioni.