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Alcibiade

Chapter 17: SCENA VI. TESSALO e CLEONIMO.
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About This Book

A ten-scene drama stages episodes from a renowned classical figure’s life, alternating public confrontations and private reflections to map ambition, shifting loyalties, and the fragility of reputation. The play pairs spirited rhetorical exchanges with intimate moments of doubt, exploring moral ambiguities and the personal cost of political action. Stage notes and a prefatory account of the author’s creative process frame the scenes, mixing classical references with theatrical technique to examine how charisma, controversy, and public judgment shape a troubled career.

QUADRO PRIMO

Principio dell’anno 415 av. l’Era Volgare
(2.º della Olimpiade 91.ª, 16.º della guerra del Peloponneso)
Exeneto agrigentino vinse il premio ad Olimpia.

ATENE.

Giardini nella casa di Alcibiade.[4] Viali di piante. La scena e i viali son decorati di figurine (κόραι) di cera, di legno, di argilla e di statue (ἀγάλματα) raffiguranti divinità. Statue di Venere e di Amore. Qualche sedile marmoreo lungo i viali e qualche tavolo marmoreo con sovrapposti un cratere e dei calici di vino. Tratto tratto si odono da lontano concerti di musica. È sera. La luna rischiara la scena. Di lontano si scorgono i riflessi di sale illuminate.

SCENA PRIMA. SOCRATE; ASPASIA,[5] EUFROSINE, GLICÉRA; CIMOTO, più tardi ALCIBIADE.

(Aspasia, Eufrosine, Glicera in ricchi elegantissimi abbigliamenti[6]; Glicera è seduta in disparte pensierosa, scambiando tratto tratto qualche parola con Eufrosine).

Socr. Ora dunque, o dotta Aspasia, poi che mi insegnasti il bello essere unico obbietto dell’amore, tu certo mi sai dire che cosa è bello.

Asp. Se alcuna cosa è ben fatta per la destinazione che sortì da natura e ben adatta al bisogno, io questa, o Socrate, chiamo bella.

Socr.[7] O come saviamente mi insegni! E dimmi allora, perchè abbiam noi bisogno degli occhi?

Asp. Per vederci, credo.

Socr. Se è così, o Giunone[8] Aspasia, io dunque ho gli occhi più belli de’ tuoi...[9] (risa fra gli astanti)

Asp. (sorridendo) O come?

Socr. Perchè i tuoi guardan solo per diritto: i miei invece, essendo sgusciati all’infuora,[10] vedono anche per traverso.

Asp. (ridendo) Ah! ah! Allora, o Socrate, anche più belli dei tuoi saranno gli occhi del granchio...

Socr. Ma nella bocca poi, s’ella è fatta per mordere, sicuramente di bellezza io cedo alla tua... e ad ogni bocca che sia di donna.

Asp. Grazie dello elogio, figliuol di Sofronisco. Male adunque mi sono spiegata. Belle io chiamo le cose in cui non soltanto è armonia col fine che da natura sortirono, ma intima armonia di tutte parti fra loro. Questo è il bello che amiamo.

Socr. A meraviglia parli! E certo allora la gobba del mio amico Glaucone è armonica e bella, poi ch’io so che la sua Eufrosine, qui presente, lo ama.

Eufr. (indispettita) O non avresti, vecchio Sileno,[11] un coccio di Ténedo da mozzarti la lingua?[12]

Asp. (sorridente) Pace, Eufrosine! I gusti sono tanti! Io intesi per intima armonia quella che tale sembra a ciascuno secondo il vario suo gusto.

Socr. Sicchè, se ho bene appreso, una cosa è bella e brutta ad un tempo, secondo piace ad Eufrosine, o dispiace ad Aspasia?...

Asp. Così è.

Cimoto (a parte) Infatti Aspasia trova belli i tuoi discorsi ch’io trovo nojosissimi...

Socr. (lo sente, lo guarda con tranquilla ironia, e senza rispondergli ripiglia il discorso con Aspasia) Infatti jeri, salendo io con Cármide i Propilei[13], egli trovò brutto il quadro di Polignòto, che rappresenta Ulisse scoperto dalla bella Nausicaa.

Asp. Oh, per gli amori![14] Il tuo amico Carmide è un imbecille. Quel quadro è una meraviglia di Grecia.

Socr. O vi sarebbe allora una bellezza che bella è, senza distinguer di gusti?

Asp. Certo. (Socrate si move per allontanarsi) Ove vai?

Socr. A prendere il mio amico Carmide, perchè tu gli insegni a riconoscerla.

Asp. Ma tu sai bene, o Socrate, che ciò non si insegna! Perderemmo tu il tempo, io il fiato, se già a lui, nascendo, non l’insegnarono i Numi.

Socr. Che! Di una idea di bellezza forse mi parli in noi anteriore alla culla? Per Minerva! deve essere così. Io pure or mi rammento d’aver letto qualcosa di simile.[15]

Asp. E che leggesti, o Socrate?

Socr.[16] Non so dove io lessi che l’anime nostre, alate e immortali, volino, innanzi il nascere, per l’etere immenso... e come la virtù dell’ali le porta più in alto, nella region degli Dei, ivi contemplan la bellezza vera, purissima essenza divina: frammiste a’ cori de’ beati, nel corteggio di Giove, si inebbrian di lei, e via per mari profondi di azzurro, di calma e di luce ne celebrano i santi misteri. Ma poi che Adrastea le precipita, prive dell’ali, quaggiù sulla terra, vi prendon dimora ne’ corpi, loro carcere e loro tomba: e qui ritrovando le imagini riflesse di quella bellezza sì pura di lassù, confusamente si risovvengono di lei. Ed ecco allora, alla vista di forme celestiali, subito l’anima trasale, senza saperne il perchè: contempla l’oggetto vago sì come il simulacro di un Dio; e come a un Dio vorrebbe offrirgli sagrificii. Una specie di febbre la investe, un calore ardente la penetra: a quel calore squagliandosi la durezza della scoria, i germi dell’ali antiche ricominciano a spuntare. E l’anima, sentendosele crescer d’intorno, si agita irrequieta, come il fanciullo, quando i denti fan forza per ispuntar dalle gengive: se appena vede l’oggetto caro, prova una voluttà strana, come fosse lì lì per prendere il volo: se poi nol vede, subito l’ali piccine le si rinserrano, si dibatton rinchiuse, e l’anima ne prova le fitte e le punture; indi, ella dà in ismanie, delira; perde il riposo dei giorni e delle notti; dimentica averi e famiglia e amici e tutto; solo avida cerca la persona cara, perchè solo a lei presso trova a’ suoi strazii sollievo. Questa malattia gli uomini chiamano: Amore — che ha le ali; gli Dei la chiamano: Amore — che le dà.[17] (Alcibiade è entrato da qualche momento in iscena non veduto)

Asp. (stringendo a Socrate la mano con effusione) O Socrate, quando parli, sei pure il potente ammaliatore!

Cim. Per Giove! o Socrate, tu la sai lunga! A me invece l’avean contata più corta.

Asp. (sorridente) Oh! oh! sentiamo Cimoto.

Cim. A me avean contato ch’eran gli uomini un tempo un sesso solo, maschio e femmina insieme: con quattro gambe e quattro braccia e una testa a due faccie per ciascuno.[18] Ma quando essi ebbero l’impudenza di dare la scalata al cielo, Giove per castigarli, e un po’ anche per raddoppiare i suoi sudditi, e co’ sudditi le entrate, li spaccò in due: da quel dì le parti divise si vanno cercando pel mondo ciascuna in traccia dell’altra sua metà, per ricongiungersi insieme: e questo adesso chiamano Amore. Giove poi si riserba, appena gli uomini o le donne ne commettano qualche altra di grossa, di spaccarli in due un’altra volta; sicchè allora cammineremo con una gamba sola, come quei che saltan sugli otri nelle feste di Bacco.[19]

Alcib. (che è entrato, come si disse, durante il discorso di Socrate, cinto il capo di corona di mirto e di piccole bende[20], in atto di uom mezzo brillo, e si è arrestato a udire la fine delle parole del suo maestro, a questo punto si avanza) E allora Giove dovrebbe averla già cominciata su te (a Cimoto) la seconda spaccatura: e s’ei non ci pensa, m’impegno io, Alcibiade, a farti ballare d’una gamba sola sugli otri, poichè hai la impudenza di cianciare quando Socrate parla! tu attento ai discorsi di Socrate, come l’asino al suono della lira,[21] e i Libetrj al canto di Orfeo![22] (Cimoto si ritrae sconcertato. Alcibiade si volge a Socrate) Ma io, o Socrate, son malcontento di te. Tu hai le sirene nelle tue parole[23] ed affascini gli animi coi tuoi discorsi, meglio che Màrsia col suo strumento[24]: io stesso, or ora, in udirti, sentivo il cuore balzarmi più forte che non se fossi agitato dalla danza dei Coribanti[25]. Intanto là nella sala portarono indarno le corone e le bende e i rami di mirto[26], e indarno intonammo, libando, il peàna: l’allegria dei calici langue, e suonatrici di flauto e citarède se ne stan mortificate, poi che i fiori più belli del convito[27] (Cimoto si mette in mostra, Alcibiade s’interrompe volgendosi brusco a lui) — non parlo di te — furono qui attratti dal tuo loto[28] divino. Io ti sequestro, o Socrate!...

Socr. Alcibiade!...

Alcib. (trascinandolo via seco) Vieni, vieni... (si volge sorridente e cortese ad Aspasia, Eufrosine e Glicera) Porto il delfino con me[29]; così dietro al suo canto, verranno le Nereidi... (esce conducendosi Socrate sotto braccio; Glicera è rimasta, dal discorso di Socrate in poi, in disparte, seduta e meditabonda)

Cim. E poichè trattasi di bere... anche i Tritoni (in punta di piedi s’affretta dietro Socrate ed Alcibiade).

SCENA II. ASPASIA, GLICERA, EUFROSINE.

Eufr. Hai visto, Aspasia, che disinvoltura? Appena mostrò accorgersi di me.

Asp. E di lui ti meravigli?

Eufr. Oh, per Pandróso![30] dopo tanti giuramenti e tante pazzie ch’egli fece perchè lo ricambiassi d’amore!

Asp. Ragione doppia, poichè lo ricambiasti, di non farne più.

Eufr. Ma possibile che Venere nol punisca e Giove vindice degli spergiuri[31] non lo folgori!

Asp. Se lo facessero, te ne dorrebbe! Noi dovrebbe Venere punire, perchè nostra è la colpa, se il di lei sesso patisce simile onta da costui. Usato, dovunque assale, a non trovar resistenza, la debolezza nostra fa costui baldanzoso: e la sua stessa baldanza ora gli agevola e moltiplica i trionfi.

Eufr. Piglia, piglia esempio, Glicera, tu almeno, finchè se’ a tempo, da me! Guai se ti lasci accalappiar da costui!... Ma vo’ recarmi nella sala del convito: e, per la Cipria Afrodìte[32], ch’io non celebri mai più le sacre sue orgie nel dì delle Adonie[33], se costui non lo pago della sua stessa moneta. Vo’ farmi sotto i suoi occhi corteggiare da Eutidemo, e mostrarmi più indifferente e più allegra di lui! (esce stizzita)

Asp. (la segue sorridendo dello sguardo) Così devota di Nemesi![34] Se sempre la faccia fosse garante del cuore!

SCENA III. ASPASIA, GLICERA, poi ALCIBIADE in disparte.

Asp. (vedendo Glicera sempre seduta e pensierosa) Sì mesta e pensierosa la mia Glicera?

Glic. Penso al discorso di Socrate intorno all’amore.

Asp. E allora, o io m’inganno, o a qualcun altro insieme tu pensi...

Glic. (vivamente) A chi?

Asp. Ad Alcibiade.

Glic. (cercando negare) Che!

Asp. (le si appressa e le parla con voce affettuosa) Perchè infingerti meco? Tu fosti pensierosa tutto il tempo del convito: e più d’una volta sorpresi la direzione de’ tuoi sguardi. Glicera, bada! tu sei una fanciulla poetica e sensibile: la classe di fanciulle più pericolosa, e più esposta a pericolare. Tu ami Alcibiade, e sei mesta, perchè anche con te egli si finse, nella sua gioviale cortesia, indifferente.

Glic. (abbassa gli occhi, confusa, senza rispondere).

Asp. (ripigliando con far sorridente) La lezione di Eufrosine ha giovato molto!... Ecco il destino di noi donne con codesti eterni ingannatori!...

(Alcibiade in questo punto, rientrando distratto pei viali, alla parola ingannatori volge vivamente il capo, vede Glicera e Aspasia che stan discorrendo, e si arresta)

Alcib. (in ascolto a parte) (Parla di me?)

Asp. (seguendo il filo del suo discorso) Mille esempj lampanti ne ammoniscono: invano: ciascuna che non ha provato ancora, si affretta quanto può a crescere il numero delle ingannate. Ciascuna si lusinga di aver fascini nuovi che non ebbero le altre; o sogna per sè la piccola vanità di riuscir meglio di loro; o chiede fra sè curiosamente che sapor novo avranno le labbra che già ebbero i baci di Taide e di Mirrina, di Bacchide e di Cesira. Così, come le pecore, matrone e cortigiane[35], si corrono dietro. Povere folli! Il caso, e nulla più ha dato ad essi talora le prime vittorie: la curiosità, la vanità o l’ingenuità nostra procaccian loro le altre!... E poi che le illuse si son cavate il capriccio dello esperimento, allora invocano come Eufrosine gli Dei vendicatori, perchè hanno scoperto, un po’ tardi, che i baci di Alcibiade sono affatto simili a quelli di un altro, e che non valeva a quel prezzo la pena di accrescere inutilmente i suoi trofei!

Glic. (levando lentamente gli occhi su Aspasia) Ma tu che così ne parli... li hai provati tu... i baci... di Alcibiade?

Asp. Se avessi voluto! Mi chiese amore — e non l’ebbe. Così m’ami Adrastea[36] come io resto sola, finora, in Atene, vendicatrice del mio sesso contro gli inganni di costui, che è più bugiardo di un Cilicio.[37]

Alcib. (sempre in ascolto, in disparte) Buono a sapersi!

Asp. (ripigliando) Da te, mia cara Glicera, se la quiete dell’anima, rugiada alle rose del tuo volto, se la tua bella ed allegra giovinezza ti è cara, da te, Glicera, dipende l’essere tu la seconda.

Alcib. (in disparte) Parla un po’ per tuo conto!

Glic. (con accento, fra mesto e serio, di chi prende una risoluzione ingrata) Lo sarò.

Asp. Ebbene, allora, sta in guardia! perchè la sua tristezza non è così insidiosa come la sua allegria: e nessuno mai seppe meglio nascondere i suoi disegni sotto la maschera della indifferenza. Dimmi, o Glicera, che cos’è, infine, questo Alcibiade, perchè tu debba lasciarti tradire da lui? Egli è prode, non nego: ma son migliaia in Atene prodi al paro di lui; è bello, ma Autòlico e Càrmide, e Fedro e Critòbulo[38] lo sono del pari; è ricco[39], generoso, prodigo, d’illustre famiglia[40]: Callia, Feace e Mègacle[41] pure lo sono. Forse perchè egli è più dissoluto, più vizioso, più vanitoso di loro? O perchè più di loro sa mentire e spergiurare all’orecchio di una fanciulla? Tu meriti ben meglio. O mia Glicera! quanti dolori e disinganni sarebbero a noi donne risparmiati, se imparassimo per tempo a conoscere l’uomo per quel che è: il nemico naturale del nostro sesso: e a trattarlo come tale. In questa guerra, la natura ci ha armate bastantemente all’offesa; come al toro le corna e l’unghie alla pantera, a noi per assalire diede le grazie e la bellezza:

Beltà che brando od asta

Non valgono a domar,

Che sola a vincer basta

Le folgori e gli acciar,[42]

come un giorno cantava il vecchio Anacreonte. Ma pur troppo, nello armarci per lo attacco, la natura non pensò alle trincere per difenderci. La difesa, o mia Glicera, è il nostro lato debole: e qui ne abbisogna supplir coll’arte a quello che non diè la natura.

Glic. (con fare ingenuo, sospirando) Mi difenderò.

Alcib. (in disparte) Che cara maestra! Preferisco la scolara!

Asp. (ripigliando) I nostri nervi impressionabili, la nostra imaginazione sempre attiva e sempre accesa, ecco i traditori che il più delle volte consegnano al nemico le nostre fortezze. Colpire la fantasia di una fanciulla: è così facile! e di effetto così sicuro! ed è il piano d’attacco di costui. Colpirla, con non importa che cosa: col prestigio del valore, dell’audacia o delle stranezze, col fascino delle vanterie o colla poesia esaltata del sentimento: o col fasto chiassoso, o coi vizî chiassosi: tutto è buono per noi. Vuoi difenderti da Alcibiade? Guarda dalle sue sorprese il tuo cervello fantastico; guardati da’ suoi vanti superbi, dalla sua baldanza artificiosa, dalla menzogna delle sue parole quando parla d’amore. Mentre egli ti parla, abbi presente sempre a te che egli è da meno di quel che si vanta, e che tu sei da più di quel che ti credi. Fuggi, più che la sua tristezza, la sua aria gioviale, di cui scaltro approfitta per dar colore di scherzo alle prime audacie del linguaggio, ed estendere a poco a poco le sue licenze. Che s’egli ti assedia dappresso, ricorri a qualcuna delle tue occupazioni più favorite, e colla distrazione di questa scongiura il fascino delle sue parole! Sopratutto infine, e questo, bada, dei consigli è il più importante... fa di trovarti il meno possibile sola con lui.

Alcib. (in disparte, alquanto ironico) Oh, oh, la lezione comincia a farsi pericolosa!... (tossisce, fa rumore e s’avanza per i viali cantarellando a mezza voce)

«Di unguenti rendere[43]

«L’urne odorose

«Che giova?! e spargervi

«Tanto licor!

«Tutto va al nulla!

«Dammi le rose,

«E una fanciulla

«Recami, Amor!»

Asp. e Glic. Lui! (Alcibiade si avanza ilare verso di loro)

Asp. (sottovoce a Glicera) Te l’avevo detto?! Sta in guardia. Egli ti cerca.

Glic. (sottovoce ad Aspasia) Rientrerò nella sala.

Alcib. (complimentoso, insinuante, elegantissimo) Inclita Aspasia, vezzosa Glicera, sole, ancor qui? Buon per voi ch’è già sera: se no, da questi alberi v’udrebbero le cicale, messaggiere ed interpreti delle Muse:[44] e andrebbero ad Urania, ad Erato e a Tersicore a dar ben cattive informazioni delle loro alunne e del modo ond’elle defraudano de’ loro sorrisi gli sguardi dei poveri mortali.

Glic. Non temere per questo, Alcibiade. Stavo appunto per rientrare nella sala del convito. (s’avvia per uscire)

Alcib. Oh, Venere te ne dia premio! Ti verrò compagno. (le offre galante il braccio)

Glic. No, no, grazie, Alcibiade. Rimani pure. Rientro sola. (lo scansa e fugge via)

SCENA IV. ALCIBIADE e ASPASIA.

Alcib. (ritornando verso Aspasia, fra sè) (Allora, a noi, inclita maestra!)

Asp. Ebbene, Alcibiade, famoso cacciatore, par che s’insegua qualche nuova selvaggina.

Alcib. (con fare indifferente ed allegro) Eh! si passa il tempo!...

Asp. Infatti, qui siam presso il fiume: e, se non erro, è precisamente in questi luoghi che il traditore Borea un giorno rapiva la vergine Oritìa...[45]

Alcib. (indifferente, senza guardare Aspasia)... la quale non se n’ebbe troppo a male...

Asp. Il prestigio dei vezzi di Eufrósine è svanito ben presto; e il catalogo de’ tuoi amori vuol essere più lungo di quello di Esiodo[46]. Tu adocchj Glicera.

Alcib. Chi sa! E s’anco ciò fosse, non certo vorresti darmi torto od accusarmi di gusto cattivo. Ell’è un fiore sbucciato appena nei giardini di Venere. Quella età ha fascini strani! e poi, è tanto innocente!... Non ha le tue arti, nè le tue astuzie, o bella Aspasia... (sorridente)

Asp. Per sua sventura...

Alcib. (vivamente) Per sua fortuna! vuoi dire. Poi ch’elle non servono che a sfrondarci la poesia della vita, a inaridir la fonte delle nostre gioie più pure, ad istrapparci ai nostri sogni più cari... Povere fanciulle! per evitare il pericolo incerto di un disinganno, elle affronteran dunque la certezza della noia e del vuoto; per non correre rischio di essere ingannate, ignoreran dunque per sempre che cosa sia la voluttà di credere; di credere ad una parola entusiasta, ad un amor febbrile, ad una passione ardente, al sogno di un minuto che vale mille anni di realtà!... Ma non varrebbe la pena di vivere!...

Asp. (con accento lento, sardonico) Infatti... di questi sogni... a loro spese... tu vivi...

Alcib. (con forza) Ed elle vivono! E che! rinunzierei a cogliere questi fiori leggiadri per ispendere la vita, ch’è sì breve, in imprese di Ercole, nello assedio di cuori adamantini, esperti in ogni astuzia, agguerriti contro ogni attacco, parati ad ogni resistenza!? Fossi pazzo!

Asp. Eppure dicono sian queste, vincendo, le vittorie più dolci e più gradite...

Alcib. (con indifferenza) Sarà!...

Asp. Come a dire?

Alcib. Io non mi ci son mai provato... e non ho voglia di provarmici...

Asp. (sorridendo ironica) Ed è Alcibiade, il conquistatore di donne che parla?

Alcib. Conquistatore o no, lui in persona. Queste battaglie non mi vanno. Non ci trovo gusto. Esigono una posta troppo alta per me. Combattere, durar fatiche e sacrificii, colla certezza di vincere, vada: ma quando di vincere non son sicuro, rinuncio alla battaglia e cedo il campo. (Alcibiade mantiene sempre il suo accento di artificiosa indifferenza)

Asp. (ironica) È più prudente.

Alcib. Certo. Una prima sconfitta, guai! potrebbe trarmene dietro delle altre. Le donne queste cose non le tacciono... Più di un cuore conosco (getta occhiate espressive sopra Aspasia), il cui possesso saria stato il mio sogno, e al quale rinunziai senza colpo ferire, solo per non urtarmi contro la sua scaltrezza. Imposi ai miei sensi di star quieti, di non sentir nulla, come a quei soldati che la disciplina obbliga oziosi sotto la tenda, mentre la tromba tirrena dà il segnale della pugna.[47] E i sensi obbedirono: benchè di un altro genere, erano sempre vittorie che riportavo su me: m’abituai a riportarle. Perciò, ora, son altri cuori che inseguo: e da buon capitano, non sciupo i miei soldati: non pongo assedio nè ai cuori scaltri, nè alle fortezze inespugnabili.

Asp. Eh, non è poi detto che tutti lo siano...

Alcib. Quasi tutti (fingendo premura). Oh, addio, bella Aspasia. Lasciami inseguir Glicera.

Asp. Non sei cortese, Alcibiade. Che premura! La farfalla già non fugge: il passero ha il volo più lungo...

Alcib. Ma il passero a sua volta non deve incantarsi per aria, perchè il falco potrebbe fargli qualche scherzo.

Asp. (ridendo) Oh! oh! sarei io il falco? Paventeresti di me?...

Alcib. Di te, bella Aspasia? Oh, tutt’altro. Con te mi sento pienamente sicuro.

Asp. (a parte, con dispetto) (Impertinente!)

Alcib. Con te, che sei una di quelle Amazzoni agguerrite di cui parlavo dianzi, so che non vi è nulla a fare...

Asp. (dissimulando con soddisfazione ostentata il malumore) Ah!... manco male che lo sai...

Alcib. Quindi il mio spirito come il mio cuore si trovano in perfetta calma: e ringrazio i Numi che a me ti han fatto conoscere soltanto nella estate de’ tuoi dì...

Asp. Perchè?

Alcib. Perchè se la tua state è così bella e rigogliosa, penso che la primavera m’avrebbe messo ad una prova troppo dura.

Asp. (con civetteria) Tu vuoi dire che anche la estate mia non sia del tutto scevra di pericoli?

Alcib. Che non lo sia, tu n’hai la prova in tutti quelli che ti fan corona. Poichè tutti tu hai incatenato al tuo carro... tutti...[48] (Alcibiade fa una breve pausa, Aspasia a quelle parole leva gli occhi vivamente e con compiacenza su Alcibiade, il quale, senza mostrare d’accorgersene, termina la frase sospesa) tranne me.

Asp. (a parte, con gesto di dispetto) (Vanitoso!)

Alcib. (complimentoso, galante) Tutto ciò che Atene ha di più eletto, vecchi e giovani, ti fan corona. Socrate discute con te di filosofia, Aristofane ti legge le sue commedie, Euripide le sue tragedie. Ippia ti sottopone i suoi discorsi e il leggiadro Agatone ti dedica le sue odi. Alcamene ti consulta sulle sue statue[49] e Polignòto intorno a’ suoi quadri. Colla bellezza hai soggiogato i cuori; collo spirito esteso il tuo regno assai più in là che alla bellezza non è dato. Oh! le grazie della tua mente! nessuna Venere le pareggia. Invano la bellissima Circe percote della verga magica Ulisse, munito del farmaco del Dio; Ulisse rimane illeso, Circe per lui non è più una maga, ell’è una donna come un’altra! Ma quando le sirene lo invitano alle voluttà dello spirito e gli dicono di sapere tutto quello che fu e che sarà, è allora che Ulisse non è più padrone di sè, e bisogna che i compagni lo leghino più stretto all’albero della nave, perchè non si getti nell’onde, dietro al canto di quelle ammaliatrici...[50]

Asp. Ben trovato il confronto! E allora, io, per Alcibiade, non sono Circe... e non sono neppure una Sirena.

Alcib. (sorridente) Perchè Alcibiade non è Ulisse... Addio, inclita Aspasia. (fa di nuovo per avviarsi)

Asp. Che fretta!... Eppure, se mal non rammento, fu un tempo che Alcibiade si dilettava al canto della Sirena... (accentando le parole) Rammento di una certa lettera...

Alcib. (vivamente, con sorpresa d’uomo indifferente) Oh, ancora la serbi?! Che mi ricordi mai!... Ah, sì, infatti! Io scherzavo allora... Sapevo benissimo che tutto era inutile...

Asp. Ah!? fu uno scherzo?

Alcib. Sì (coll’accento premuroso di chi si scusa), ma come vedesti, innocente...

Asp. (con dispetto) Alcibiade tratta molto leggermente gli scherzi fatti ad Aspasia! Per cui, se la povera Aspasia invece di andar guardinga, avesse creduto alle parole dette, per ischerzo, da Alcibiade...

Alcib. (interrompendola vivamente) Alcibiade sarebbe stato così felice da morirne... (Aspasia si volge sorridente ad Alcibiade, che subito ripiglia terminando la frase sospesa) e per questo gli Dei non lo permisero!... Oh, ma tu me lo perdoni, n’è vero? Tu devi dimenticare...

Asp. (con malumore) Ebbene, Aspasia non dimentica... gli scherzi...

Alcib. Perdonali dunque! E se non vuoi perdonare lo scherzo, allora...

Asp. Allora?

Alcib. Metti che fu sul serio, e non farmene una colpa! (moto di compiacenza di Aspasia, subito represso dalle parole successive di Alcibiade) poichè ora vedi che son savio e ravveduto.

Asp. (fra sè) Fin troppo...

Alcib. (incalzante) Non farmi una colpa, se i tuoi vezzi furono per un minuto, per un minuto solo, più forti del mio proposito. Non per nulla le Grazie ti guardarono con occhio sì benigno,[51] e non per nulla fosti chiamata novella Onfale, e Giunone e Dejanira.[52] Veder così sovente il tuo viso, udir così sovente la tua voce... era poi così strano ch’io perdessi la testa... un istante? Quanti la avrebbero perduta per sempre! Via, perdonami dunque, dimentica... dammi il bacio fraterno dell’oblio e del perdono...

Asp. Un bacio?! (ridendo) Ah! ah! furbo, Alcibiade!

Alcib. E che vi è di male o di strano? Un bacio fraterno che suggelli la pace?... Una Aspasia vi scorgerebbe un pericolo?...

Asp. Oh, al contrario... ma appunto...

Alcib. Ma appunto, dopo le tue parole di poc’anzi, tu non devi negarmelo, se pur non mi serbi rancore. Ed io voglio pace con te. Tu non puoi negarmelo un bacio, che quanto più sarà cordiale, tanto meglio proverà che non fai caso di quella mia improntitudine di allora; tu sai benissimo che ciò che può offrir pericolo per tutt’altra, non ne offre alcuno per te... perocchè tu sei Aspasia...

Asp. Eh, via, adulatore! taci! poichè lo vuoi, ed io non sono cattiva... sia fatta dunque la pace.

Alcib. Oh, grazie!... (Alcibiade con moto di gioia l’abbraccia e scambia con lei un bacio lungo e appassionato; indi si scioglie mesto dall’abbraccio, come sovrappreso da un pensiero) Ah! che peccato, Aspasia, che il destino ci abbia serbati a non essere altro che amici!

Asp. (fissandolo con sorpresa) Perchè?

Alcib. Perchè, altrimenti, chi sa che cosa sarebbe stato di noi! Figurati, Aspasia, noi, come vedi, non ci amiamo: Nemea, invece, dice di amarmi ardentemente, appassionatamente: e forse lo crede. Ebbene, se è vero che il bacio è l’alito dell’anima, l’anima di Nemea non sa amare: perchè di tutti i suoi baci insieme, nessuno mai fu neppure della metà ardente e appassionato quanto questo tuo... (gesto vivissimo di Aspasia) che è poi un semplice bacio fraterno. (Alcibiade fingendo non accorgersi del moto di risentimento di Aspasia, ripiglia con forza) Tu sì, hai del fuoco!... Addio, addio, Aspasia!... Ah che peccato!... che peccato! (esce lasciando Aspasia non ancora rinvenuta dal dispetto e dalla collera)

SCENA V. ASPASIA sola.

Asp. L’impudente!... E a che mi irrito?... È Adrastea che mi castiga[53]!... Ed io facevo la lezione a Glicera!... Servirà a me per un’altra volta...! (esce)

SCENA VI. TESSALO e CLEONIMO.

(Entran discorrendo, a voce bassa e concitata, fra di loro)

Tess. E così dunque... domani Alcibiade parlerà all’Assemblea... e se non vi ci mettiam di proposito, vedrai che questo odioso giovinastro la spunterà...

Cleon. Per Ercole, se la spunterà! Gli animi dei giovani[54] sono tutti per lui. Con quanti di loro ho tastato il terreno, eran tutti disposti a dare il voto per la spedizione di Sicilia, e per la nomina di Alcibiade a capitano, insieme a Lamaco e a Nicia...

Tess. (passeggiando concitato) Capitano costui! Per i Numi! Preferirei veder Atene sommersa da un altro diluvio...[55] Ma non tutti i giovani sono Atene... Parlasti con alcuni dei più attempati?

Cleon. Sì... e qui forse il terreno è migliore per noi.

Tess. Bisogna dunque lavorarlo: e non perder tempo. Di molti io so che detestano Alcibiade e la sua insolenza, e che soltanto per paura esitano a dichiararglisi contro[56]. Questi smetteran le esitanze, per poco che l’esempio di altri li incoraggi. I presagi infausti potranno molto giovarci... Per questo importerebbe mandar fra il popolo qualcuno...

Cleon. Oh, guarda là Cimoto! costui potrebbe fare al caso nostro...

Tess. Ma non è amico d’Alcibiade costui?

Cleon. È parassita, e s’adatta a tutti, come il coturno...[57]

Tess. Chiamalo...

Cleon. (avanzandosi verso il fondo dei viali) Cimoto! Cimoto!

SCENA VII. Detti e CIMOTO, indi ANTIOCO.

Cim. Che c’è?

Cleon. (a Tessalo presentandolo) Quest’è l’uomo.

Tess. (a Cimoto) Mi conosci?

Cim. Per Minerva! Sei Tessalo, figliuol di Cimone Lacìade.[58]

Tess. E tu sei parassita e retore. Come la ti va?

Cim. Eh! si vive.

Tess. Non basta. Bisogna viver bene. Mi han detto che hai la parola pronta...

Cim. Come il ventre... al tuo servigio...

Tess. Domani c’è l’assemblea popolare allo Pnice...[59]

Cim. Lo so.

(A questo punto Antioco traversa lo sfondo della scena fra le piante. Udendo nominar Alcibiade si arresta, e sta a sentire il colloquio; poi si allontana)

Tess. Alcibiade avrà molti suffragi...

Cim. Sicuro.

Tess. E ti par che ciò sia bene?

Cim. Eh? (È un suo amico...) Benissimo...

Tess. (gettandogli una borsa) Ed io ti dico che ciò è male...

Cim. (con premura, afferrando la borsa) Malissimo... volevo dire... Infatti (fra sè) voleva farmi saltare con una gamba sola...

Tess. E degli augurî e presagi della spedizione che si dice?

Cim. Finora buoni...

Tess. Cattivi!... (con forza)

Cim. (più forte ancora) Perfidi!

Tess. Bisogna dunque dirlo al popolo...

Cim. (con aria d’intelligenza) Lo diremo.[60]

Tess. T’aspetto domattina a casa mia. (fa cenno a Cleonimo di andar seco ed escono insieme entrambi discorrendo a bassa voce)

SCENA VIII. CIMOTO solo.

Cim. To, to! che scopro mai! Dei complotti contro Alcibiade, in casa sua! E Alcibiade invita questa gente a banchetto! Per Mercurio portator di guadagni![61] Questo si chiama impiegar bene il denaro... (pesa sulle mani la borsa avuta) e questo, se vogliamo... si chiama acquistarlo male. Vada per tutti gli scherzi che costui mi ha fatto! Un giorno per tortelli di latte darmi a rodere ciottoli intrisi nel miele... un altro, farmi bere, per vino, brodetto di senape...[62] (sternuta) Oh ventre, quanti ludibrj ci obblighi a soffrire! Guardalo là il burlone... che arriva. Andiamo, andiamo... (va via riponendo la borsa mentre stava per contarne il contenuto), non è onesto contar questi denari in casa sua. (esce)

SCENA IX. ALCIBIADE e GLICERA.

Glic. (entra discorrendo con Alcibiade) Son meste le tue parole come canto di alcione.[63] Non eri sì mesto poc’anzi, quando m’incontrasti qui con Aspasia...

Alcib. (con aria mestissima, sospirosa) È necessario portar sempre la maschera della gioia sul volto per non dispiacere alla bella e poetica Glicera?[64]

Glic. Oh, non dissi questo: ma...

Alcib. (mesto sospirando) Non è sempre il cuore di chi ride di più, quello che soffre di meno...

Glic. (fra sè a parte) (Infatti, mi par molto mesto. Avrà qualche affanno segreto. Se Aspasia ha detto il vero, in questo momento non dovrebbe essere pericoloso. Posso parlargli.) (si appressa ad Alcibiade con aria affettuosa) Ma tu che rimproveravi agli altri di abbandonare l’allegria del convito...

Alcib. Io erravo solo, cercando un istante di sollievo e di tregua alla triste necessità del fingere, fra i silenzi di queste piante, ove tu certo venisti a confidare agli astri le gioie serene e tranquille della tua anima. Ebbi torto di sturbarti e rattristarti colla mia compagnia. Perdona... mi ritirerò, se lo brami...

Glic. Oh, no, resta pure. (fra sè) (Com’è mansueto! E Aspasia mi diceva di guardarmi dalla sua baldanza!) E qual cosa mai può contristare Alcibiade? Non sei tu l’uomo cui tutto sorride? Non vai ricco di successi e di onori fra tutti i giovani della tua età?

Alcib. Che sono i sorrisi della vita, quando il vuoto è nel cuore? E di che successi, di che onori mi parli? Le mie corone di Olimpia?[65] Ma Gerone e Terone e Agésia di Siracusa e Psàumida di Camarina[66] ne riportarono di uguali e di più belle. Le lodi di Euripide?[67] Ma essi ebbero Pindaro. Le milizie guidate alla battaglia di Mantinea?[68] Ma sono gli Spartani che l’han vinta. La fronda di quercia di Potidea? Ma fu Socrate che la conquistava e fu la sua modestia che me la regalò...[69]

Glic. Oh! io udii da Socrate stesso che tu la meritasti...

Alcib. E Socrate non ti disse il vero. Fu egli, il prode e generoso vecchio, che a Potidea mi salvò la vita e le armi: e sua di diritto era la corona che dinanzi ai giudici volle rinunziare a favor mio...

Glic. (fra sè) (Non è così superbo come voleva farmi credere Aspasia!)

Alcib. Dove, dove sono dunque, o Glicera, i miei allori? Forse il rumore ed il fasto delle stranezze e delle orgie con cui cerco ingannar me medesimo, e la noja cupa e il disgusto della vita ingloriosa? Ah, quando l’anima sitibonda va in cerca di affetti e amore non la ravviva delle sue rugiade, essa non ha ali per la gloria! Ed è ciò che mi tormenta!...

Glic. Ma tu scherzi, Alcibiade! Tu sei anzi famoso per la facilità con cui li muti gli affetti; da che tua moglie morì, ti chiamano... (abbassando gli occhi, con reticenza ingenua) il marito... di tutte le donne![70] Di amori le donne di Atene non ti lasciarono soffrir penuria.

Alcib. Di amori sì, non di amore. Nessuna seppe intendermi, nessuna seppe amarmi com’io volea. Io aveva... io ho... qui e qui... (si tocca la fronte e il cuore) un certo ideale a cui nessuna corrispondeva. Per questo fui costretto a vagare d’una in altra ramingo, cercando sempre inutilmente la donna de’ miei sogni... (con accento mesto) Triste, affannosa ricerca, seguita finora da più tristi disinganni...

Glic. (fra sè) (Dopo tutto, potrebbe esser vero. Aspasia è sagace, ma non deve averlo capito bene costui) A sentirti, Alcibiade, si direbbe che delle infedeltà tue le donne abbiano per giunta a rendere stretto conto a te e non tu a loro...

Alcib. Così è.

Glic. Ma io sarei ben curiosa di conoscere questo tuo famoso ideale; e di sapere come la vorresti, come dovrebbe essere la donna che ti avesse finalmente a contentare...

Alcib. (vivamente) Come la vorrei?! Oh, anzitutto, si sa, la vorrei bella: morbide e folte e bionde le chiome, adombranti[71] la fronte candidissima (mentre parla, fissa gli occhi amorosamente sopra Glicera); brune le pupille come Minerva, umidette e languide come Citerea[72]; porporine le labbra, che invoglino ai baci; snella la persona, e sparso il volto non di bellezza severa, ma di dolcezza ingenua; non di maestà, ma di candore; la vorrei bella, insomma, come Venere... o... come Glicera...

Glic. Adulatore!...

Alcib. (con inflessione di voce piana e dolcissima) E vorrei che il suo volto fosse lo specchio della sua anima; e che la sua anima vibrasse, per segreto ineffabile accordo, a ogni più piccola oscillazione della mia; che non cercasse al mio affetto, come tutte le altre ch’io conobbi, la soddisfazione di una piccola vanità femminile o di un semplice piacere dei sensi; ma l’estasi divina di due anime confuse in una sola; che sapesse insiem colla mia vagar per gli spazii, e interrogare le mille voci della natura che parlan d’amore; intendere con me la poesia di questi silenzi, di queste notti serene, di questo cielo stellato, di questi profumi dei fiori che l’aure ci portano dalle sponde del ridente Cefiso; e nel tacito volo, venirci spogliando via via di ogni scoria della terra, di tutto ciò che non è nobile e non è puro; divinare le vie della gloria e slanciarvisi; e salire, e salire — verso tutto ciò che è bello, che è grande, verso le regioni calme e luminose di cui Socrate or dianzi parlava, e celebrarvi insieme abbracciati, fra voluttà che non han nome, i santi misteri degli dei! (mentre parla s’è avvicinato a poco a poco a Glicera e l’ha circondata di un braccio).

Glic. (è venuta ascoltando avidamente Alcibiade, con trasporto di ammirazione crescente, quasi affascinata da lui) Ah!... (dopo questa esclamazione di desiderio, di trasporto e di amore, Glicera rimane lì interdetta, e, quasi pentita d’essersi lasciata involontariamente dominare dal suo fascino, si stacca vivamente da lui.)

Alcib. (vivamente, con voce affettuosa, ma come fingendo di non accorgersi dell’impressione delle proprie parole su di lei) Che hai, Glicera?

Glic. Nulla!... (fra sè, staccandosi da Alcibiade) (Ha ragione Aspasia... È un ammaliatore costui. Non bisogna ascoltarle le sue parole. Pensiamo ad altro...) (si leva dalla cintura[73] un rotolo di papiro,[74] lo apre e lo scorre)

Alcib. Che pensi, Glicera? Che leggi?

Glic. Perdona... Son pochi versi non finiti, che stavo componendo quando m’incontrasti. Le tue parole, per richiamo di idee, mi han ricondotta la mente a continuarli... se permetti...

Alcib. Oh! che Apollo Liceo[75] e che le Muse mi guardino dallo interrompere i carmi di una Saffo così leggiadra. È egli lecito udirli... almeno?

Glic. E perchè no? Se vuoi aiutarmi a finirli... (fra sè) (È men pericoloso che starlo a sentire).

Alcib. Oh, io non son poeta... Ma leggi... leggi...

Glic. (leggendo)