«Non credere al fiore, se ostenta all’aurora
«Più dolce il profumo, più vago il color:
«Son larve fugaci del regno di Flora...
«Doman più non hanno nè tinte, nè odor.
«Non credere all’albero da l’ombre gioconde,
«Nè all’erba, che molle t’invita a giacer:
«Mortifero è il sonno che piovon le fronde,
«E ascosa è la serpe tra i verdi sentier.
«Non credere al cigno, se il cantico l’ange, —
«Son canti di morte che all’aura darà:
«Non credere al drago se lagnasi e piange...
«Chi accorre al suo pianto, ritorno non fa.»
(Glicera si arresta, avendo finito la lettura, e guarda Alcibiade che le si è di nuovo appressato, e vien leggendo seco, di sopra la spalla di lei) Va avanti tu...
Alcib. (chino dolcemente su la spalla di Glicera, l’occhio fisso sul papiro, come se leggesse, seguita improvvisando)
«Non creder d’astuta Sirena agli inganni,
«Nè a donna che troppo ti voglia insegnar,
«Se, inquieta pei vezzi che sfrondano gli anni,
«Le gioie che invidia — ti insegna a spregiar.
«Ma credi alla voce dell’alma segreta
«Che a scerner ti insegni fra i cantici e i fior;
«Al core che amando diventa poeta,
«Al forte che prega — chiedendoti amor.
(alle ultime parole, Alcibiade, che aveva già circondato di un braccio — sul principio dell’improvvisazione — il fianco di Glicera, si trova alle sue ginocchia. Glicera affascinata dalle parole sue, gli ha già abbandonata una mano, e si china verso di lui per baciarlo, quando un ultimo senso di vergogna, nel trovarsi vinta contro sua voglia, di subito la arresta.)
Glic. Ah! (toglie vivamente la sua mano da quella di Alcibiade; si copre delle mani il volto, e fugge precipitosa.)
SCENA X. ALCIBIADE solo, poi ANTIOCO.
Alcib. (seguendo ilare dello sguardo Glicera che fugge) Il nemico fugge — dunque è vinto. Diamogli il tempo di arrendersi. (entra affrettato Antioco) Oh, Antioco! dove t’eri cacciato? Da un’ora non ti trovavo più.
Ant. Ero qui poc’anzi...
Alcib. Anche tu? Solo?
Ant. No. Con Tessalo, e Cleonimo e Cimoto.
Alcib. A discorrer con loro?
Ant. A sentire di nascosto i loro discorsi.
Alcib. (sorridendo) Bel mestiere!...
Ant. (serio) Ve n’è uno peggiore...
Alcib. Quale?...
Ant. Approfittare dell’ospitalità per ordir trame ai danni dell’ospite, alle sue spalle, in casa sua...
Alcib. (indifferentissimo) Ah, lo sai anche tu che Tessalo e Cleonimo mi voglion male?
Ant. E te la pigli con tanta indifferenza? E li tieni amici costoro — e li inviti?
Alcib. Certo. Per tenerli d’occhio e sorvegliarli più davvicino. E che cosa hai sentito, demone coricéo?[76]
Ant. Han corrotto Cimoto, che ti aizzi contro la superstizione del popolo, spiegandogli infausti i presagi...
Alcib. (sorridendo) Tu vedi che se io non li invitavo, non avresti potuto sentir nulla. Grazie dell’avviso. Mi regolerò. Va, va, nelle sale — che l’orgia vi è nel punto migliore. Or ti raggiungo.
Ant. Sta in guardia!
Alcib. Va, va. Un momento. (Antioco avviato ad uscire si sofferma) Perchè ti sei messo quei calzari?
Ant. E lo domandi? Perchè è la moda introdotta da te. Li ho fatti far come i tuoi...[77]
Alcib. (con impeto) Scimia!... Ma io sono Alcibiade! — Va, va... e levali! (Antioco esce)
SCENA XI. ALCIBIADE solo, poi SOCRATE.
Alcib. Così faccian gli Dei che io non abbia mai avversari più pericolosi! Ah, Tessalo, tu sei furbo! ma il Cretese questa volta è incappato in un di Egìna...[78] Ci vuol altro che questa gente per attraversarmi la via!... (si leva dal seno e spiega un rotolo che si suppone la carta geografica della Sicilia — e la osserva; in questo frattempo Socrate è rientrato, e, alquanto in disparte, fermo, le braccia conserte, con aria tra il grave e l’affettuoso, sta osservando Alcibiade) Ecco la Sicilia! il sogno delle mie notti, il mio sogno di gloria! Oh, Atene vedrà se Alcibiade è buono soltanto a corteggiar femmine e a far correre cavalli ad Olimpia![79] E conquistata la Sicilia e aggiunte alle nostre le forze di un’isola sì vasta, ne avrò più del bisogno per abbattere Cartagine; e caduta questa, tutto il suo imperio è nostro dalla Libia all’Iberia: e nostra è l’Italia![80] Che diventa allora la conquista di Grecia? E la guerra contro il gran re?[81] Atene padrona del mondo per opera di Alcibiade — oh, per Adrastea! è qualcosa di più degli allori di Pericle e di Temistocle!... (a questo punto volgendosi, si accorge di Socrate, che lo guarda fisso, le braccia conserte) Socrate! (con malumore) tu ancora qui! che vuoi?
Socr. (immobile, calmo, senza scomporsi) Nulla. Ti guardo.
Alcib. Se vieni a ripetermi, come al solito, i tuoi rimproveri e ammonimenti, non vieni in buon punto.
Socr. (calmissimo) Ti rimprovero io forse, ora?
Alcib. Ma tu fai peggio che rimproverarmi. Quando io più m’innalzo coi desideri oltre le nubi, tu mi trascini sulla terra. Quando parli, non ti so resistere: e allorchè più sono contento di me, sei capace di farmi arrossire e sdegnar contro me stesso.[82] Perciò, mio malgrado, ti fuggo; ti fuggo come le Sirene.[83] Non voglio più sentirti. Non voglio sentirti. (fa per allontanarsi)
Socr. (sempre calmo) Neanco se io ti favelli della gloria?[84]
Alcib. (vivamente soffermandosi) Oh, di quella sì!... ma non d’altro...
Socr. Infatti, se ti dicessero: Alcibiade, che preferisci tu: morir subito, o, contento degli onori che hai, rinunciar per sempre ad acquistarne di maggiori, — io credo che preferiresti morire[85].
Alcib. (vivissimo) Certamente!...
Socr. E tu vivi, perchè speri divenire maggior di Pericle e di quanti illustri ebbe mai la Repubblica: ma se un Nume ti dicesse che otterrai tutto questo, e che sarai padrone di tutta l’Europa; ma che non passerai in Asia,[86] e là non avrai nome...
Alcib. Oh, io non vorrei vivere per così poco!... (con forza)
Socr. E per questo vuoi andare in Sicilia[87] in soccorso a quei di Egesta...
Alcib. Certo. Son nostri alleati. È un debito di onore.[88]
Socr. Bene! per gli Dei! Soccorrere gli amici ed alleati, è un bel principio per la gloria. E il disinteresse è virtù cara ai Numi. Andare, vincere, ritornare — e dire ai cittadini: Abbiam lasciato laggiù 200 talenti[89] e 1000 morti: ma abbiam vinto e soccorso gli amici. Ciò è grande![90]
Alcib. Oh, ma adagio! Quei di Egesta ci faran le spese della guerra. E poi, non andiamo già per ritornare...
Socr. (con fare ingenuo, fingendo sorpresa) Che? vuoi restarci?
Alcib. Sicuro!... e conquistar la Sicilia!
Socr. Allora, non parliamo di servigio di amicizia. Perchè questa parola gli Dei non vogliono che si profani. Ma anche illustrare ed aumentare lo Stato colle conquiste è una gloria non meno grande. Tu avrai già pensato che ci vorrà un’armata ben grossa, perchè la Sicilia è grande, e le sue città sono molte e potenti...
Alcib. Certo. Più forte è il nemico, maggiore la gloria. È una guerra più grossa di quella del Peloponneso...
Socr. (facendo sempre l’ingenuo) Oh, che buona notizia mi conti! Stiam già facendo la pace con Isparta?
Alcib. Non ancora. (con baldanza) Ma la faremo là, in Siracusa.
Socr. Ah!... ma non ti pare — scusa sai, di queste cose io non m’intendo — non ti par egli imprudente affrontare un nemico più grosso e lontano, se ancora non abbiam potuto vincere questo che abbiam qui alle porte?[91]
Alcib. Ma da un pezzo lo avremmo vinto, se i capitani avessero saputo condur bene la guerra. Se ci fossi stato io!
Socr. Perciò parmi peccato che tu ti allontani. In ogni modo, meglio così, se no, senza di te, anche in Sicilia, le cose andrebbero come nel Peloponneso...
Alcib. Senza dubbio...
Socr. E pregherò quindi, per la salvezza dell’esercito e di Atene, gli Dei scacciamali, che tengan quieti gli Spartani fino al tuo ritorno, e là in Sicilia proteggano i tuoi dì...
Alcib. (distratto) Grazie.
Socr. (con fare indifferente) Anzi, siccome degli Dei bisogna fidarsi sino a certo punto, sarà bene tu ti tenga a qualche distanza dal campo di battaglia...
Alcib. (con impeto) Che! ad esser vile mi consigli? Non è Socrate che parla.
Socr. Perdona... ma poichè senza di te tutto laggiù andrebbe a fascio!... E tu convieni che se, dopo conquistata l’isola, non potessimo conservarla, e vi perdessimo tutte le nostre schiere, questo sarebbe per Atene peggior danno dell’esservi andati...
Alcib. Oh questo sì... ma...
Socr. E che Atene allora maledirebbe il primo che ebbe l’idea dell’impresa...
Alcib. Socrate!
Socr. (senza dargli tempo a parlare, uscendo dalla pacatezza serbata fin qui e prorompendo con vivacità ed impeto repentini) Oh, Alcibiade, prega dunque gli Dei che ti facciano immortale! Se no, che gloria ti par questa che giuoca la tua vita contro le sventure della tua città?! E ti parrà gloria, se, teco assente il fiore dei nostri, lo Spartano che spia le occasioni prendesse d’assalto le nostre mura? E ti sarà glorioso, essere laggiù, vincendo, capitano di una città serva?
Alcib. (fatto pensieroso, impressionato dalla parole di Socrate, si riscuote) Ma qui che faccio? E se questa occasione mi fugge, quando la gloria mi sorriderà?
Socr. (con forza) Non hai altri nemici a vincere, quando Sparta non fosse? Guardati intorno per Atene e per la Grecia, se nulla qui siavi da fare, prima di guardar più lontano! Guarda la repubblica cadente, da che le virtù della repubblica se ne andarono! Guarda le discordie dei cittadini, le leggi conculcate, da che Pericle governò: l’ingordigia de’ salarj[92], i rotti e molli costumi che generano l’ignavia nelle tende e sulle navi: le industrie rovinate dalle ciance del foro e della Elièa[93], dai mercenarj[94] e dalle feste[95]: le campagne desolate dall’asta spartana. Tu che agogni essere eroe, comincia ad essere cittadino! Tu che vuoi vincere il mondo, comincia a vincere te stesso![96] (Alcibiade ha gli occhi a terra, fatto mesto, vergognoso e cogitabondo delle parole di Socrate. Col dorso della mano asciuga una lagrima involontaria. In questo punto un servo entra)
Servo. Alcibiade! questa lettera per te.
Alcib. (prende macchinalmente, senza dir parola, il papiro che il servo gli presenta, lo svolge e scorre: scosso improvviso dal suo abbattimento e dalla sua mestizia, dà in esclamazione di gioia) Ah!... Glicera!... (legge concitato)
«Sì, credo alla voce dell’alma segreta,
«Che a scerner mi insegni tra i cantici e i fior;
«Al core che amando diventa poeta,
«Al forte che prega — chiedendomi amor!»
(smettendo di leggere, con esclamazione vivissima) Oh, ma ora io non prego più! (si rivolge, tornato allegro, a Socrate) E ci vorrà del tempo, o Socrate, per riportar questa vittoria che tu dici?
Socr. Certo...
Alcib. In attesa, io ne conosco una, che ne esige assai meno!... O Socrate!... (con voce vibrata, mostrandogli lo scritto) Glicera mi chiama!... (fa una pausa, indi sorridente soggiunge a voce piana, e con accento significantissimo) Una vittoria alla volta!...
Socr. (fa un passo come per trattenere Alcibiade che gli fugge via; lo segue dello sguardo, e quand’egli è uscito, incrocia le braccia e scrolla mestamente il capo) Povera Grecia!...
CALA LA TELA.