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Alcibiade

Chapter 65: SCENA PRIMA. TIMANDRA, CONONE, poi EUFEMO, indi CIMOTO.
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About This Book

A ten-scene drama stages episodes from a renowned classical figure’s life, alternating public confrontations and private reflections to map ambition, shifting loyalties, and the fragility of reputation. The play pairs spirited rhetorical exchanges with intimate moments of doubt, exploring moral ambiguities and the personal cost of political action. Stage notes and a prefatory account of the author’s creative process frame the scenes, mixing classical references with theatrical technique to examine how charisma, controversy, and public judgment shape a troubled career.

QUADRO SETTIMO

Anno 407 av. l’Era Volgare.[451] Nel mese di Sciroforione (giugno-luglio).

MILETO (Jonia)

Attendamento d’Alcibiade sulla spiaggia presso Mileto. Dalla tenda aperta nello sfondo vedesi il mare: e scorgonsi le sentinelle. È sera.

SCENA PRIMA. TIMANDRA, CONONE, poi EUFEMO, indi CIMOTO.

(Prima ch’essi entrino in iscena si odono di lontano alcuni brevi suoni di campanello, a cui rispondono voci lontane delle scolte)[452]

Voce di sentinella (lenta e lunga dall’interno, rispondente al suono del campanello). Pallade Atenéa!

Timand. (entra in iscena, accompagnata da Conone e discorrendo secolui, con voce d’ansia e di dolore) Proprio vero dunque l’annunzio?

Con. Così gli Iddii nol volessero! Eufemo è di ritorno. Da lui saprai tutto. Eccolo. (entra Eufemo abbattuto, addolorato, e stringe senza parlare la mano a Timandra)

Timand. (con ansia) Ebbene?

Euf. Quindici navi perdute, Antioco morto.

Timand. Ma Antioco aveva pur avuto ordine da Alcibiade di non dar battaglia innanzi il suo ritorno...

Euf. L’amor proprio fu in lui più forte della disciplina. Il terzo dì che Alcibiade era partito, affidandogli nel frattempo il comando, impaziente di compiere qualche fatto glorioso di testa sua, navigò da Samo a Nòzio[453] a provocar Lisandro a battaglia: questi, edotto della assenza di Alcibiade, fu addosso di repente al temerario con tutta l’armata:... il resto... lo sai.[454]

Cim. (esclamando a parte) Ecco i frutti delle imprudenze!

Euf. Antioco espiò colla vita, combattendo da eroe, la sua disobbedienza e la sua folle temerità.

Cim. (con accento intenerito) Povero Antioco!

Timand. Sia dunque perdonato alla sua memoria, e si pensi a questo vivo che oggi ritorna fra noi, e in cui solo ormai riposano le fortune di Atene! Numi! qual dolore lo aspetta!

Euf. Alcibiade è già di ritorno?

Timand. (sospirando) E non sa nulla! e lieto, e pieno di speranze ritorna! Come dare il funesto annuncio a lui! come darlo all’esercito!

Con. Timandra, nessuno più di te conosce le tempeste di quell’anima: nessuno più di te sa blandirne i dolori. Parlagli tu.

Timand. Silenzio. Queste voci! Egli giunge!...

SCENA II. Detti ed ALCIBIADE, seguito da parecchi ufficiali.

Alcib. (entra affrettato, vivacissimo, raggiante di gioja) Eccomi, mia Timandra! Amici! Buone notizie! Tutto, tutto ne sorride, e Atene di me sarà contenta! Porto denaro e bottino, da Coo, da Rodi e dalla Caria;[455] porto rinforzi di uomini e di triremi; porto le spoglie di altre dieci navi spartane prese. Su, su! fra un’ora, seguendo il corso della vittoria, partirem per Samo a congiungerci alla flotta di Antioco...

Con. e Euf. Che!

Alcib. Siete contenti? Sicuro! E riuniti attaccheremo Lisandro, e così mi guardi Adrastea, come io spero finire d’un solo colpo la guerra... Ma che! voi tacete! non mi dite nulla! E mi state lì, come pali, immobili!... Conone, per i Numi! tu sospiri!

Con. Io? oh no... ma...

Alcib. Ma... avresti forse qualche fiamma segreta che ti rincresce di lasciar qui... a Mileto...? Ah, tu taci!... (sorridendo, in quel punto s’accorge anche dell’aria mesta di Eufemo) Oh, oh, Eufemo! anche tu! Sta a vedere che il molle clima di Jonia vi ha già resi più donnajoli di me! Eh via! su allegri! a Samo son fanciulle più belle che a Mileto, e Amore vi divide con Bacco il suo regno al suono delle canzoni del buon veglio di Teo![456]

Timand. (fra sè mestamente) Lo stesso sempre!

Alcib. Fra un’ora daremo al vento le vele! Formione! (chiamando un servo che porta da bere) i calici! i calici! Mesciamo il vino ne’ crateri e facciam le libazioni della partenza![457] A te, o Pallade egidarmata, protettrice della nostra città, consacriamo quest’ora di speranze gioconde... (Cimoto in disparte si asciuga una lagrima) e in bando da noi ogni tristezza!

Timand. (con voce lenta e grave) Anche allora che la sventura ne colpisse?

Alcib. (vivamente) La sventura? Quando la quercia ed il cedro avran paura del vento, quando il vino di Chio non avrà più profumi, e i baci di donna amata non avran più dolcezze per me, — allora Alcibiade temerà la sventura. Benedetta ella sia! Ce la mandano i Numi, affine di rendere le nostre gioje più sentite e le nostre anime più forti.

Timand. (con voce mesta e grave) Ebbene, allora sii forte, Alcibiade: perchè la sventura è venuta; è venuta ancora a battere alla tua soglia!

Alcib. (fattosi d’improvviso serio, calmo, imperioso) Timandra! spiegati. E se batte... àprile.

Timand. (con voce solenne, commossa) Prosegui dunque il tuo brindisi, e propina agli Dei! Udite, o Ateniesi, e tu alza, Alcibiade, ben coronato il tuo nappo[458] perchè si veda che il tuo braccio non trema e che il tuo polso non batte più dell’usato frequente. Liba agli Dei senza battere di ciglio, perchè si veda che sei ancora l’Alcibiade antico e che Atene è ancor salva fin che le resta la speranza in te! Dieci altre navi tu acquistasti ad Atene: quindici Antioco ne ha perdute a lei.

Alcib. (in un primo scoppio di voce) Ah, tu men... (troncando a mezzo la parola, senz’altro più aggiungere, d’improvviso padroneggiatosi con supremo sforzo, si ricompone in calma cupa e solenne, si fa dare una corona e se la pone in capo, stende risoluto il braccio facendosi versare nel calice fino all’orlo, alza indi il calice lentamente, tenendolo alto e fermo qualche minuto col braccio teso; poi nell’atto di appressarlo alle labbra, addita a Timandra il suolo su cui non si è versata alcuna stilla di vino e le dice a voce grave, pacatissima) Neppure una goccia! (beve d’un sorso, poi di nuovo a Timandra, lento e con calma cupa) Tu vedi, o Timandra, che il mio polso è sicuro. (uscendo a questo punto repentinamente dalla sua calma, gitta con violenza il calice a terra e prorompe con impeto) Ch’io non beva mai più da oggi innanzi il vino puro del buon Genio,[459] finchè io non abbia rovesciato di mia mano il trofeo di Lisandro!...

Timand. Così ti amo, Alcibiade!

Alcib. (con accento concitato, febbrile) Eufemo, raggiungi gli avanzi della flotta d’Antioco e portali a me. Conone, tu naviga a Coo a prendervi di rinforzo le triremi che vi lasciai. Io levo il campo stasera, e parto per Samo. Raggiungetemi là. (Cimoto è uscito un istante e rientra)

SCENA III. Detti e un Messo.

Cim. Alcibiade, un uomo è giunto da Atene con un messaggio per te.

Alcib. Venga. (va incontro al messo) Da Atene? E chi ti manda?

Messo. Socrate.

Alcib. (sorpreso) Lui! Quando riparti?

Messo. Stasera.

Alcib. Avrai la risposta. (Prende il messaggio e lo congeda)

SCENA IV. Detti, meno il Messo.

Timand. (a parte seguendo ansiosa dello sguardo Alcibiade) Numi!... che sarà mai? Io tremo.

Alcib. (spiegando lentamente il papiro) Socrate mi scrive? Bizzarro uomo!... Il dì del mio trionfo, mentre tutti mi acclamavano, egli solo si tenne in disparte: oggi mi scrive. Si fa vivo soltanto nei giorni di sventura, costui?... (legge e dà segni improvvisi di sorpresa, concitazione, ira, dolore: poi si ricompone forzatamente in calma)

Timand. (avvicinandosegli e guardandolo ansiosa) Alcibiade, ebbene?

Alcib. (con calma forzata) Ebbene... nulla è mutato. Noi partirem stanotte. (si volge agli altri) Andate a dar gli ordini. (Conone, Eufemo escono, Cimoto accenna anch’egli di uscire, ma si sofferma esitante sulla soglia, non visto)

SCENA V. TIMANDRA, ALCIBIADE, e in disparte CIMOTO.

Alcib. (Alcibiade segue gli amici dello sguardo fin che sono usciti, poi si volge a Timandra) Quanti dì sono, o Timandra, da che lasciai fra le ovazioni Atene?

Timand. Partimmo alla luna nuova di Targelione. Son sedici dì.

Alcib. (conducendola verso la tenda) Questa dunque che or si leva tranquilla dall’onde del mare di Icaro[460] è ancora la luna del mese. Pare che gli amori del popolo di Atene si mutino più presto della luna... e che un altro Icaro sia giunto a questi lidi. (le porge il foglio a leggere)

Timand. (leggendo concitatissima) «Socrate rifiuta i doni di Alcibiade nei giorni del trionfo per avere il diritto d’essergli amico nei giorni dell’infortunio. La disfatta di Antioco è qui nota: i tuoi nemici ne han versata la colpa su te. Il popolo ti ha deposto dal comando e ti chiama a rendergli conto. Persuaso da’ tuoi successi che tu devi e puoi vincere sempre, se il vuoi,[461] esso ti imputa la sventura a tradimento. Gli inviati del popolo son partiti già.» (Timandra lascia cadere, affranta di dolore, il foglio)

Alcib. (con accento amarissimo) Liba dunque ancora agli Dei! Insegui la gloria! Timandra, sono i vantaggi della gloria, questi!

Timand. Ed ora che pensi?

Alcib. Aspettar gli inviati forse? Subir lo scorno della destituzione in faccia a’ miei soldati? Seder umile sopra gli altari, col ramoscello dei supplici in mano;[462] portar ad Atene, in atto dimesso, questa fronte, che vi apparve or son pochi giorni cinta del lauro de’ trionfatori? Oh, no, per i Numi! questa soddisfazione non l’avranno! Gli oboli della paga ai giudici che devono sentenziar di Alcibiade non son coniati ancora.

Timand. (con accento angoscioso) Oh Alcibiade! ricordati di Catania!

Alcib. Rassicurati. L’ingratitudine e l’invidia mi ritrovano oggi ben più forte di allora. Allora era la fama che mi rubavano: oggi è di questa che mi fanno una colpa. Allora mi toglievano un nome: oggi non possono togliermi più che il comando... o la vita anche; perchè oggi, se anco morissi, ricorderebbe il mondo che c’è stato un Alcibiade. Tu vedi che mi basta, e che non ho più bisogno di una colpa per vendicarmi.

Timand. E dunque?

Alcib. E dunque questa spada che brillò al sole delle battaglie, ne faremo un prosaico spiedo da infilzar selvaggina! Atene non la vuole; non l’avrà più; la cercherà un giorno, e non l’avrà più.[463] (Nel discorrere la voce di Alcibiade è calma e ferma: ma d’una fermezza artefatta e forzata che ha le lagrime in fondo: Alcibiade parla quasi fra sè. Cimoto dal fondo ascolta e asciuga le lagrime) Lascerò la flotta e i compagni d’arme; andrò in luogo dove più nulla di Atene mi tocchi; dove, se è possibile, non oda nemmeno parlarne... Invece di inseguire Spartani, inseguirò camosci; vivrò, non più di gloria e di battaglie... ma di caccia e di pesca, di memorie e di sogni... come un téssalo pastore. In Tracia o in Persia vado..., in terra che d’ingrati non sia.[464]

Timand. Solo?

Alcib. Anche solo...

Timand. Oh, purchè non sia contro Atene, contro le Erinni e contro le Parche, io ti seguo!

Alcib. E vieni allora! Traverseremo il campo, fino alla spiaggia, frammezzo alle coorti che riposano nel sonno... (Cimoto esce di scena) Addio (guardando fuori della tenda), compagni di fatiche, di gloria e di pericoli, coi quali speravo combatter l’ultima pugna! Addio, limpide noti del cielo di Jonia che ieri ancora sorridevate al mio destino!... Vedi, o Timandra, la sera com’è serena; le stelle risplendono nel profondo azzurro, come se illuminassero, non la caduta di Alcibiade e la fuga di un proscritto, ma la passeggiata felice di due felici amanti... Non ti sembran beffarde, o Timandra, le stelle? (a questo punto la fermezza e l’ironia forzata abbandonano Alcibiade: e la sua voce, già fatta tremante dall’interna emozione, si rompe in uno sfogo di pianto) È troppo! è troppo!

Timand. (accorrendo a lui con voce affettuosa) Alcibiade!...

Alcib. (rasciuga le lagrime e si leva con impeto, come vergognandosi del proprio sfogo) Andiamo! Andiamo! il tempo corre!... in sella e al lido!

Cim. (si affaccia di nuovo, serio, mesto, silenzioso sulla soglia)

Alcib. (con malumore, nel veder Cimoto) Che vuoi?

Cim. (con voce calma, mestamente affettuosa) I cavalli son pronti. Se non ti rincresce... ne ho sellati tre.

Alcib. (dopo un momento di irresoluzione e dopo aver guardato Timandra, che collo sguardo lo prega di lasciar venire Cimoto, si volge a quest’ultimo con voce che vorrebbe esser brusca e non è) E monta su dunque!... (Cimoto rasserenatosi corre innanzi ed esce; Alcibiade ripiglia con voce lenta e mestissima) Se devo ormai vivere ozioso, inutile al mondo, — è giusto che un parassito mi mostri la via!

CALA LA TELA.