WeRead Powered by ReaderPub
Alcibiade cover

Alcibiade

Chapter 84: INDICE
Open in WeRead

Explore more books like this:

About This Book

A ten-scene drama stages episodes from a renowned classical figure’s life, alternating public confrontations and private reflections to map ambition, shifting loyalties, and the fragility of reputation. The play pairs spirited rhetorical exchanges with intimate moments of doubt, exploring moral ambiguities and the personal cost of political action. Stage notes and a prefatory account of the author’s creative process frame the scenes, mixing classical references with theatrical technique to examine how charisma, controversy, and public judgment shape a troubled career.

QUADRO DECIMO

Anno 404 av. l’E. V. nel mese di Pianepsione (ottobre-novembre)
(1.º della Olimpiade 94.ª — Terminata la guerra del Peloponneso)
Crocinas di Larissa vinse il premio ad Olimpia.

FRIGIA

Capanna presso un villaggio in Frigia (Asia minore).[533] Interno della capanna, rustico, poverissimo, con una sola uscita nel mezzo ed una apertura o finestra laterale.

SCENA UNICA. ALCIBIADE dormente sopra un po’ di paglia; TIMANDRA; poi CIMOTO.

Timand. (sola, in ascolto, guardando fuori) Come è scura la sera, e come fischia il vento per la campagna! Di fuori il lamento della natura, qui dentro (guardando Alcibiade) le tempeste di un’anima! così grande e infelice!... (si picchia alla porta) Ah!... finalmente!... Chi è là?

Cim. (dal di dentro) Io... io... Cimoto... (Timandra apre; Cimoto entra con segni di freddo e di stanchezza e va a buttarsi sopra un sedile)

Timand. (ansiosa) Che nuove?

Cim. Brutte nuove.

Timand. (additandogli Alcibiade dormente) Sssss! piano! egli dorme... Che dici?

Cim. (a voce abbassata) Dico che bisogna sgombrar da qui. A Sardi ho incontrato Brasida spartano. Costui, quando Alcibiade fu a Sparta, ne ebbe benefizj e gli si affezionò. È venuto in segreto a parlarmi di lui. Appena, dopo la vittoria d’Egospótamo e la caduta d’Atene, Sparta seppe che Alcibiade si recava dalla Tracia qui in Persia, domandò al sátrapo persiano la sua testa: e il sátrapo l’ha promessa.[534] Sparta non si tiene sicura finchè Alcibiade sia vivo...

Timand. (con amarezza profonda) Vigliacchi!

Cim. Povero padrone! eccolo là che dorme, ignaro del pericolo! Ho fatto venti parasanghe[535] in quattro dì e quattro notti, da Sardi fin qui, solo, per dirupi e per boscaglie, affrettandomi e ansando... tremavo di non giungere in tempo.

Timand. (stringendogli la mano con effusione di gratitudine) Oh, Cimoto!... Alcibiade saprà ciò che hai fatto per lui: questo anello intanto ti sia povero pegno della riconoscenza di Timandra... (si leva una gemma dal dito)

Cim. (serio, commosso) Tieni il tuo anello. Quello ch’io ho fatto, l’ho fatto per amore di lui e di te. Il vecchio Cimoto parassita è morto da un pezzo.

Timand. Oh, le due Dee mi puniscano s’io volli farti offesa! Nè già per compensarti, buon Cimoto, ti pregavo ad accettar questo ricordo.

Cim. Ricordo? La memoria di Cimoto è buona, e non ha bisogno di questo. Tieni, ti prego, il tuo anello! Tu non sai quello ch’io debbo a lui. Un giorno, sono undici anni e mi par come oggi... queste orecchie, abituate a non udire che parole di scherno, udirono per la prima volta una parola amica di conforto: quella parola era la sua. E nota, o Timandra, egli non poteva aver molto a lodarsi di me; ma quel giorno egli mi pose a fronte di quel bel mobile di Tessalo, e mi fe’ comprendere che innanzi agli Dei, scrutatori dei cuori, un povero parassita può valere un nobile discendente da Milziade. Oh, tu non sai, quelle parole che bene m’han fatto! Dividere, io, il disutile, il disprezzato Cimoto, la mia sorte con Alcibiade! Mi parea d’essere come l’erba crisópoli, che attaccandosi all’oro ne piglia il colore.[536] Conobbi sentimenti nuovi per me; Atene cessò di essere per me una parola... Non dico, che l’appetito non mi serva ancora, e alla corte di Seute mi son fatto onore: e quanto a coraggio, non ce n’ho colpa se la natura non m’ha fatto un Tesèo: ma da che vivo con lui, credo di non essere più una lepre. Venendo qui, ne ho fatti tanti degli stadj, e di notte, e allo scuro: e lontano, per la nera solitudine, sentivo gli urli delle bestie feroci: se ne togli un po’ di tremito alle gambe, sull’onor mio, non ho provato altro. Animo, Cimoto! — pensavo nel sentirli — si tratta di farsi onore, di salvare Alcibiade, e... e affrettavo il passo. Sicuro! mi par d’essere diventato perfin coraggioso... E questo, tutto questo lo devo a lui! Oh, per i Numi, tieni il tuo anello! tieni il tuo anello!

Timand. (commossa stringendogli la mano) Leale Cimoto! Ancora ad Alcibiade furono clementi gli Dei, se tale amico[537] gli serbarono nella sventura.

Cim. Te pure gli serbarono.

Timand. E poi ch’essi ne vollero avvinti entrambi al suo destino, la mia... amicizia... la accetti questa... almeno?

Cim. (commosso ringraziando e asciugandosi gli occhi) Lo domandi?

Timand. Di’, conobbero a Sardi la via da noi presa?

Cim. Non credo. Almeno Brasida me l’affermò. Comunque, abbiam quattro giornate di cammino di vantaggio...

Timand. Stasera stessa partiremo con lui... (guarda con affetto Alcibiade) Egli riposa; era sì stanco!... Vegliò tutta la notte! Silenzio: si agita nel sonno... Qualche sogno lo tormenta... (Timandra e Cimoto si appressano ad Alcibiade in punta di piedi e stanno in ascolto)

Alcib. (nel sonno, con voci lunghe) Attenti al segnal dello scudo!...[538] Correte alle navi! Lisandro arriva! Su, su, alle navi! alle navi!... (con un lungo lamento) Oh Atene!

Timand. Atene! sempre Atene! Sogna Egospótamo e la orrenda disfatta che egli indarno previde!... Povera grande anima, quando riposerai? (si china su di lui e lo bacia in fronte) Un mesto sorriso gli sfiora le labbra... or sembra più tranquillo. O sogni, silenziosi figli della Terra,[539] aleggiate almen placidi intorno al suo capo!

Cim. Pur converrà destarlo. Le ore passano.

Timand. (chinandosi sul dormiente, e chiamandolo a voce dolce e piana) Alcibiade?!

Alcib. (aprendo gli occhi) Ah!... (ravvisa Timandra) Sei tu, Timandra? Perchè mi destasti?

Timand. Cimoto è ritornato...

Alcib. (macchinalmente) Ah, di già? Addio, buon Cimoto... (a Timandra) Mi hai rotto un bel sogno!... Mi parea veleggiar per l’Ellesponto, sulla Pàralo[540] sfuggita allo eccidio di Lisandro; e a schiere a schiere le ombre dei prigioni ateniesi trucidati[541] venìan correndo alla marina, e a me stendevano le scarne braccia dal lido, domandando vendetta e pietà. Poi, la scena mutavasi: e mi trovavo al Pireo, tra una folla festante, traendomi dietro le navi e le spoglie dei vinti Spartani: echeggiavan per l’aria concenti di tibie e cantici di vittoria: il popolo gridava: Salute al vincitore di Lisandro! al vendicatore di Egospótamo! E la turba e le voci via via confusamente si dileguavan lontano, finchè non mi parve più udirne che una sola: era la voce di Timone il misantropo, che seduto alla riva, raspando la terra, mi guardava fisso, come quel giorno che per via mi maledì. Ma la sua voce non era più imprecazione: il suo aspetto non era più d’uom che odia, il suo sguardo pareva sguardo di amore. Timone, io venivo gridandogli, ringrazia gli Dei che ti smentirono! Il giovinastro, che preconizzasti flagello di Atene, n’è divenuto il salvatore. Timone, riconciliati cogli uomini! la virtù e l’espiazione esistono ancora sulla terra, e la legge della terra è amore! Ed io correa verso lui, le braccia aperte: — ma Timone già era scomparso, e il suo volto d’improvviso s’era mutato nel tuo, che mi venivi incontro bella, radiante... e mi toglievi l’armatura;[542] mi inghirlandavi di fiori, mi spargevi le chiome di unguenti e di aromi. E mi abbracciavi e baciavi, ma i tuoi baci eran di fuoco, eran vampa le tue braccia di neve: e tra quelle fiamme io mi sentìa con lunga voluttà consumarmi, come nulla più restar dovesse di me... Qui m’hai destato. Fu sogno di morte, Timandra, questo...[543]

Timand. (abbracciandolo e chiudendogli la bocca) Oh, non dirlo! fu sogno di vita! E il vero sognasti, Alcibiade, poichè più vivida e perenne della fiamma di Vesta, arde qui dentro la fiamma del mio amore per te...

Alcib. (sorridendo affettuoso) Eppure, Timandra, è quasi sera; siam già ai primi freddi; Pianepsione è già innanzi, e sai che il tempo in cui cascano le foglie[544] è quello in cui la madre terra ci manda i sogni bugiardi fuor dalla porta di avorio...[545]

Timand. Cattivo!... E tu allora non badare ai sogni! Che più di sogni non è tempo. Cimoto è ritornato da Sardi.

Alcib. Ah, sì, me ne scordavo! Ebbene, buon Cimoto, quali notizie?

Cim. Buone e cattive. Ad Atene, il popolo, fra il terrore della tirannide spartana, sommessamente ti rimpiange e ha riposta ogni speranza in te; i fuorusciti, raccolti in Tebe, aspettano il cenno da te. Ma i tiranni, di te paventando, dichiararono a Sparta che non mai in Atene potranno tenersi sicuri, finchè tu sia vivo...[546]

Alcib. Fin qui, mi pare, han detto giusto.

Cim. Lisandro esitò sulle prime; poi chiese al satrapo la tua morte; e il satrapo... per ingraziarsi Sparta... l’accontentò.

Alcib. (tranquillissimo) Resta a vedere se son contento io. Da quando il decreto?

Cim. Dal dì stesso che lasciai Sardi.

Alcib. E quando la lasciasti?

Cim. Son quattro giorni.

Alcib. Sei venuto colle ali di Pégaso. Abbiamo dunque guadagno di tempo.

Timand. Ma le spie e gli sgherri del satrapo e di Sparta sono molti; importa affrettare la via, prima che le insidie dello Spartano ci raggiungano...

Alcib. Ebbene, prima che Sparta veda il pio desiderio compiuto, io avrò parlato in Persepoli al re Artaserse e mossolo al soccorso di Atene. Tutta la trama di suo fratello Ciro, per isbalzarlo dal trono di Persia, è in mano mia. Avviserò il re del pericolo, me gli offrirò capitano per domar la rivolta, a patto che poi mi ajuti a liberare la mia città; nè mai il nipote di Serse avrà pagato a miglior prezzo più grande servigio a un concittadino di Temistocle.[547] (si volge a Cimoto) E così, mio buon Cimoto, tu hai fatto seicento stadj per venire a portarmi l'avviso...

Cim. Fossero stati altrettanti...

Timand. E di notte ha viaggiato, solo, allo scuro, tra i pericoli... (Cimoto si ringalluzzisce all’elogio)

Alcib. Anche tu dunque, come la mia Timandra, mi vuoi bene ancora! Abbandonato da tutti, povero, proscritto, cercato a morte, due persone dividono spontanee la mia mala ventura: una etéra e un parassito. Ah, no, non era una baja il mio sogno di Timone! La virtù e la fede non sono una vana parola! Qua la mano, mio buon Cimoto. E tu, nobile etéra, porta ben alto il tuo nome, perchè mille matrone della Grecia dovrebbero inchinarsi innanzi a te. Donna dall’anima più nobile e più pura non portò mai canestri nelle feste di Cerere![548] Domani all’alba partiremo per Susa.

Timand. Oh, non domani! non domani! Quest’oggi, Alcibiade! questa sera stessa!

Cim. Sì, sì, Alcibiade! questa sera!

Alcib. Questa sera? impossibile. Tu, Cimoto, sei stanco.

Cim. Oh no... tutt’altro...

Alcib. Sei stanco, ti dico, dal viaggio; — e tu, mia povera e buona Timandra (le prende affettuosamente le mani), hai vegliato il più della notte, e jeri hai camminato tanto con me. È miracolo come ti regga in piedi... Che tu ti ponga oggi in viaggio è impossibile...

Timand. Oh, non dir così! sono assai più forte che tu non pensi! E poi, alla peggio, potrem far sosta a Celène o al Foro de’ Ceramj.[549] Per noi non vi è pericolo... Ma si tratta de’ tuoi giorni. Te ne scongiuro per l’amor nostro...

Alcib. (serio, calmo, imperioso) Per l’amor nostro, Timandra, non una parola di più. Alcibiade, nè ti abbandona, nè può permettere che tu ti ponga oggi in via. Partiremo domani sull’alba (vede Timandra afflitta e le parla con voce ridivenuta affettuosa). E perchè temer tanto? La stella che mi ha scorto tra i pericoli sin qui, vorrebbe essere ben maligna se a questo punto mi abbandonasse. Siam già assai lungi da Sardi e in luogo deserto, appartato. Senza un tradimento, gli sgherri del sàtrapo non potrebbero essere qui nè stanotte, nè domani, nè dopo. Il tuo affetto, e quel di Cimoto, ingrandiscono il pericolo e vi fan presumere delle forze vostre più che a umane forze non è dato: ma io non perdonerei a me stesso di aver abusato in tal guisa della tua abnegazione e della sua. (le prende con affetto una mano e se la pone sul cuore) Senti, Timandra, il cuor mio. Esso traversò tante tempeste, eppure non battè mai così calmo come oggi. Provo un benessere strano, indefinibile: qualcosa di ciò che prova il nocchiero vicino a toccare il porto dopo l’uragano. Un Nume, certo, mi ha mandato quest’ora solenne. Non ero così calmo, sai, fra le orgie e le dissolutezze ateniesi; non lo ero, quando sedevo ai danni di Atene nel consiglio dei capitani di Sparta... (arrestandosi e facendosi mesto) Fui molto colpevole, n’è vero, allora, Timandra?

Timand. (chiudendogli la bocca) No, taci, Alcibiade! Che pensieri son questi? Ciò che hai fatto per Atene e questi sacrificj e questi stenti a cui volontario ti condanni per trar dal fondo delle sue sciagure la città che ti offese, redimerebbero ben altri falli che i tuoi. Pensa che Atene fra i suoi mali ti chiama: pensa al tuo avvenire... e... qualche volta... al tuo amore...

Alcib. (con tristezza) Il mio amore! Oh Timandra, io sento di non averti mai tanto amato come oggi; eppure viene nella vita il giorno che anche l’amore più fervido e santo non basta a far tacere la voce segreta dell’anima!... (si leva dal petto un pezzetto di papiro lacero e vecchio) Vedi, Timandra, questa lettera?

Timand. Dei versi d’amore?

Alcib. (baciandola) Gelosa! Sì, dei versi d’amore, ma che datano da undici anni!... Furono scritti pochi dì innanzi la funesta impresa di Sicilia, un giorno che Socrate con rimproveri me ne sconsigliava. Quel vecchio m’avea fatto quasi piangere di rimorso e di vergogna: ma questa lettera giunse ed io corsi a dimenticare rimproveri e rimorsi sul seno di neve della bionda Glicera!... Avessi dato ascolto a Socrate! Ora il buon vecchio alza egli solo in Atene la voce contro i tiranni, e osa sfidargli egli solo.[550] Certo, in questi giorni deve aver pensato a me...

Timand. E s’egli fosse ora qui, non sarebbe più per rimproverarti che si alzerebbe, o Alcibiade, la sua voce... Ah!... (una vampa entra da una finestra; Cimoto accorre fuori)

Alcib. (balzando in piedi) Che è questo?

Cim. (accorrendo dal di fuori) Tradimento, tradimento! siam circondati! Le guardie di Lisandro son qui, e han dato il fuoco alla casa.

Alcib. Morte e inferno! (con voce cupa) Son dunque le fiamme del sogno!... Ombra di Leonida, ecco le armi de’ tuoi figli!... L’arme a me! (afferra la daga pendente presso il suo giacilio e la impugna sguainata nella destra, attortigliandosi la clamide intorno alla mano sinistra)[551]

Timand. Ferma, Alcibiade! per pietà! dove corri?

Alcib. (gridando) Lasciami! lasciami!... Cimoto, veglia su lei! (si slancia fuori della capanna)

Timand. (a Cimoto, con accento vibratissimo) Cimoto! un’arme e seguimi! (brandisce un pugnale di Alcibiade e fa per avviarsi fuori della stanza, mentre Cimoto le è corso innanzi, la daga sguainata)

Voci interne di soldati. Fuggiamo! fuggiamo!

Cim. Ferma, Timandra! (guardando fuori) È inutile; fuggono già.

Timand. (verso la soglia, guardando fuori con ansia) Egli torna fra le fiamme! Numi, vi ringrazio!... (cade in ginocchio, mentre Alcibiade riappare barcollante sulla soglia)

Alcib. (dalla soglia, cupo) Troppo presto ringraziasti i Numi!... (cade)

Timand. (con grido acutissimo di angoscia) Ah!... lo han ferito!... (si slancia con Cimoto a sostenere Alcibiade)

Alcib. (continuando con amarezza la frase di Timandra) Come feriscono i vili!... Non osarono attendermi, e una freccia mi colpì di lontano... Timandra, non piangere. Era scritto ne’ Fati! (con voce tranquilla) Sostienmi, circondami delle tue braccia!... così... ora il sogno è compiuto... I campi son verdi e le foglie non cascano ancora. Là... quella corona. (le addita un angolo della stanza: Cimoto va a prender la corona; Alcibiade la prende dalle sue mani e la osserva: il suo volto moribondo componesi a un dolce sorriso) È la mia prima corona, la memoria di Potidea... (con voce fioca e dolcissima, e come assorto fra sè)

E anela alla gloria, bellissima stella,

Ma pura, ma scevra da ogni empio baglior:

E cinge la fronda di quercia più bella

Per farne più sante le gioie del cor....[552]

(si cinge colla mano tremante la corona) Timandra, un bacio!... (lo bacia appassionatamente) Oh, i tuoi baci sono pur dolci, e tu sei la più bella delle donne di Grecia!... Cimoto, a te la raccomando! (additandole Timandra)... non distaccarti da lei!...

Cim. (piangendo e singhiozzando) Oh, mio padrone! mio padrone!

Alcib. (a Timandra piangente che lo sorregge) Quando tornerai in Grecia, di’ ad Atene che spirai col suo nome sul labbro... e racconta a Socrate come son morto!... Addio... ricordati di Alcibiade! (ricade e muore)

Timand. (con angoscia e pianto, china sul cadavere) Alcibiade! Alcibiade! (d’improvviso con accento disperato) Tornare ad Atene?! E che cosa è Atene, lui morto, per me?! Cimoto! (con voce di risoluzione cupa) A me gli unguenti e gli aromi! (aggiusta la ghirlanda sul capo di Alcibiade e gli compone e ravvia amorosamente le chiome) Dea sotterranea che gli inviasti il sogno, ecco, io compio il tuo presagio ed il rito; abbiti dunque l’olocausto più grande di quanti fumarono a’ tuoi altari!... (Le fiamme crescono; Timandra, pur seguitando ad adornare il cadavere, si volge a Cimoto, con voce calma) Cimoto, vanne! Le fiamme incalzano! Ancora un istante, e non sarai più in tempo...

Cim. (cupo) E tu?...

Timand. (senza guardar Cimoto, sempre intenta amorosamente al cadavere, con voce calma, soave, quasi di donna per dolore impazzita) Io... io compio il sacrificio... ed infioro la vittima... Vanne! Le fiamme son qui.

Cim. Timandra, hai ben sentito ch’egli mi ha detto di non lasciarti?[553] (si avvicina a Timandra, incrocia le braccia sul petto e le parla con voce lenta, ferma e solenne) Dal dì che Alcibiade mi chiamava a sè, egli non offerse mai vittima ai Numi, senza che io ne avessi la mia parte. Qui si fa un sacrificio in suo onore. Sono il suo parassita. Ci resto!

(Cimoto si ravvolge nel suo mantello, ritto e fermo, presso al cadavere e a Timandra inginocchiata. Le fiamme invadono tutta la stanza, mentre cala lentamente la tela. Quadro)

FINE DELL’ALCIBIADE E DEL VOL. V.


INDICE

Introduzione Pag. V
Dedica Pag. 1
Prefazione all’edizione del 1875 3
Ai greci di Trieste 15
Alcibiade 17
Personaggi 19
Le etére 20
I parassiti 24
Classi di Atene 29
Avvertenza di Cimoto al pubblico 33
Quadro Primo 35
Quadro Secondo 78
Quadro Terzo 122
Quadro Quarto 165
Quadro Quinto 187
Quadro Sesto 224
Quadro Settimo 253
Quadro Ottavo 263
Quadro Nono 296
Quadro Decimo 306