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Alcibiade

Chapter 85: NOTE:
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About This Book

A ten-scene drama stages episodes from a renowned classical figure’s life, alternating public confrontations and private reflections to map ambition, shifting loyalties, and the fragility of reputation. The play pairs spirited rhetorical exchanges with intimate moments of doubt, exploring moral ambiguities and the personal cost of political action. Stage notes and a prefatory account of the author’s creative process frame the scenes, mixing classical references with theatrical technique to examine how charisma, controversy, and public judgment shape a troubled career.

NOTE:

1.  Qualche dì appresso Pessimista, mi scriveva dei funebri celebrati al povero amico in Milano... «Milano, 17 agosto... L’hanno calato nella fossa a destra del Cimitero.... al tuo ritorno qui faremo un pellegrinaggio insieme alla tomba del compianto Trombone, che lascia di sè vera eredità d’affetti... Ogni dì più si sente la sua perdita. — Che mente acuta! Che costanza indomita e buona! forse in Billia la giovane democrazia ha perduto il suo Vergniaud.»

2.  Alcibiade, la critica e il secolo di Pericle, lettera a Yorick figlio di Yorick, di F. Cavallotti — Milano, Rechiedei, 1874. — Farà parte di uno dei volumi successivi della raccolta.

3.  Risposta dell’autore ad un indirizzo della colonia greca di Trieste, che accompagnavagli, dopo la recita dell’Alcibiade in quella città, il ricordo affettuoso di una corona di alloro, recante le parole: τῷ ποιητῇ τοῦ Ἀλκιβιάδου — θαυμασταὶ Ἒλληνης — ἔν Τηργεστῃ, Μαρτιου, 1874.

4.  L’autore ha supposto la casa di Alcibiade nella parte occidentale e più amena di Atene, tra i boschetti ombrosi ed olezzanti delle sponde del Cefiso, presso la via delle Lunghe Mura che conduce dal Pireo alla città e in vicinanza dello Pnice, il luogo delle Assemblee popolari.

5.  All’epoca in cui è supposta questa scena, era Aspasia — bellezza matura in sul tramonto, sebbene ancor lottante contro gli insulti dell’età — da quattordici anni già vedova di Pericle; il quale, come parente ad Alcibiade dal lato della madre Dinomache, gli fu anche tutore, dopo che questi a tre anni restò orfano del padre Clinia, morto alla battaglia di Coronea; e nella casa del quale Alcibiade era cresciuto, sotto gli occhi e le cure di lui e della sua celebre e vezzosa compagna. La vita politica e privata del figliuolo di Clinia provò più tardi che non per nulla egli aveva avuto di tali maestri.

Di Aspasia, che nacque a Mileto, e che tanto affascinò il dominatore di Atene, da indurlo a ripudiare per lei la prima moglie e da averlo, fin ch’ei visse, amante e marito — e della sua vita, delle sue grazie, del suo spirito e della sua dottrina — narra Plutarco nelle vite di Pericle e di Alcibiade, a cui rimandiamo il lettore. I comici del tempo la attaccarono: Platone nel Menesseno la collocò sì alto nella estimazione de’ filosofi, da far porre da Socrate in bocca di lei uno de’ più stupendi squarci di eloquenza che ci abbia tramandato l’antica età. Le proporzioni del dramma e le ragioni del protagonismo non consentirono all’autore che di sbozzare in iscorcio, e in semplici e fugaci contorni, questa eccezionale figura: quanto appena bastasse a compiere il quadro storico e a dare ad Alcibiade, maestro in astuzie d’amore, un avversario degno di lui.

6.  Intorno ai costumi, al vestiario, alle acconciature, ecc., delle donne ateniesi, rimandiamo lo studioso alle opere moderne più note che diffusamente ne trattano (Winkelmann, Opere; Ferrario, Cost. Antico e Mod.; Becker ed Hermann, Bild. des Griech. Privatlebens; Willemin, Costumes; Barthelemy, Anacarsi; Guhl e Körner, Leben der Griechen, ecc.) Qui basti accennare, riguardo al lusso speciale che costumavan le etére, un passo caratteristico di Luciano: «A donna onesta è sufficiente, per rilevar sua bellezza, o una sottile collana intorno al collo, o in dito un anello portabile, o ciondolini agli orecchi, o una fibbia, o un nastro che raccolga la sparsa chioma, e tanto di ornamento aggiunge alla sua leggiadria quanto di porpora alla veste; ma le cortigiane la veste tutta di porpora ed il collo fanno tutto d’oro, cercando di attirare con lo sfoggio e i fregi esterni; perchè credono che il braccio pare più pulito se vi risplende l’oro; che il piede se non è ben fatto si nasconde nel sandalo d’oro, e che la faccia stessa pare più amabile fra tanto splendere d’oro» (Luciano, Di una sala. — Cfr. i dialoghi delle Cortigiane e degli Amori).

E in una lettera di Aristeneto, il galante Ippia canzona Filocoro, perchè vedendo una bella cortigiana riccamente vestita di una tunica di porpora, la scambia per una matrona e non osa avvicinarla. «Per Apollo, sei ben ignorante in cose d’amore! Non senti da lontano l’olezzo degli unguenti ond’è profumata? Nè udisti il suono aggradevole dei braccialetti dolcemente agitati, come soglion fare queste donne?» (Aristen., Lett., I, 4).

7.  Sul conversar frequente di Socrate colle etére, vedi i passi da me citati (nella nota sulle etére, all’elenco de’ personaggi) di Senof., Memorab. III, (colloquio con Teodota) e di Platone, Simposio, nel discorso di Socrate con Diotima: nonchè Ateneo, Deipnos., V, 218, ecc., XIII. Traendo del resto, non senza trepidanza, alle scene il meraviglioso filosofo, l’autore non potea trascurare nè le idee di lui quali ci sono tramandate da’ maggiori fra’ suoi discepoli, Senofonte e Platone: nè la forma ed il metodo del suo dialogare divenuti proverbiali. Ben inteso, che delle idee scelse quelle le quali più pareano convenirgli al quadro; e che le esigenze della scena non poteano conciliarsi collo sviluppo della forma di dialogo socratica in tutta la minuzia, spesso nojosa, de’ suoi avvolgimenti, e delle sue gradazioni e ripetizioni.

Il principio della scena è ispirato da un passo di Senofonte, Simpos., cap. IV; più innanzi il discorso si aggira sopra idee del Fedro di Platone.

8.  Era uno degli appellativi dati ad Aspasia (Plut. in Pericle).

9.  Di Aspasia abbiamo nell’Iconografia del Visconti l’effigie sola a noi pervenuta e ritratta da un’erma dissotterrata sulla spiaggia di Civitavecchia, nel posto dell’antico Castrum Novum e collocata nel Museo Vaticano (Icon. gr., I, tav. XV a.). Essa reca sulla base il nome ACHACIA: ha la testa coperta di un velo, alla foggia di matrona greca, e forse è questo abbigliamento che la fece dare il nome di Giunone: capelli inanellati sul davanti della fronte, in ricci paralleli e verticali: viso ovale; linee stupende. Cfr. Becq de Fonquières, Aspasie.

10.  Οφθαλμοί ἐπιπόλαιοι. Così traduce anche il Ciampi e l’autore delle spiegazioni del Museo Capitolino, inducendone che Socrate era losco. Occhi sporgenti, e naso camuso colle narici larghe, aperte all’insù (Senof., Simpos. IV). Aggiungansi grosse labbra, fronte sporgente e calvizie in cima della fronte, capelli corti arricciati di dietro, e barba arricciata scendente, non molto lunga, sul petto, e si ha l’effigie di Socrate, descritta negli antichi scrittori e pervenuta sino a noi. Un’erma rappresentante Socrate, del Museo Napoleone, è citata e descritta dall’Ennio Quir. Visconti nella Iconografia greca (I, pag. 200; tav. XVIII), siccome l’imagine più autentica del grande filosofo. Vi traspira dagli occhi arguti la finezza dello spirito e dalla fronte serena l’imperturbabilità del carattere: il movimento stesso delle labbra sembra avere qualcosa della sottile ironia de’ suoi discorsi.

Il Visconti nega per altro che Socrate fosse losco: e traduce l’ὀφθαλμοί ἐπιπόλαιοι per occhi a fior di testa.

11.  Socrate veniva spesso paragonato ai Satiri e ai Sileni per la sua figura (Plat., Simpos.; Senof., Simpos., III, e altrove).

12.  Modo proverbiale (Alcifr., Lett. III, 69). Forse le stoviglie di Tenedo, spiega traducendo il Negri, avean grido di essere sottili per modo che i lor frantumi riuscissero taglienti al par di un coltello. Ma più probabilmente la frase non è che una variante dell’altro proverbio, esser mozzato con una scure di Tenedo, derivato dalla favola di Cicno e di Tenne (Vedi Conome, Narr., XXVIII; Eracl., Pont., Repub., VII; Pausan., Focid., lib. X).

13.  Propilei: famosi tra’ monumenti maggiori di Atene e dell’arte greca e del mondo. Erano i vestiboli (προπύλαια) della cittadella a cui mettevano per cinque grandi porte e per vaste gradinate. Pericle li fe’ costruire sotto la direzione di Mausicle architetto, spendendovi intorno da 2200 talenti (quasi 12 milioni di lire). Vedi Pausania; Plutarco in Pericle; Meursius, ecc. Tra i quadri di insigni artisti che li adornavano, questo di Polignoto è ricordato in Pausania, Attic., 22.

14.  νὴ τοὺς ἔρωτας — esclamazione femminile (Aristen., Lett. I, 27).

15.  Questo vezzo di porre in bocca altrui le proprie idee, riscontrasi frequentissimo nei discorsi di Socrate in Platone, e caratterizza l’arguta artificiosa umiltà del suo processo dimostrativo. Così nel Simposio Socrate declina modesto le lodi di Agatone a’ suoi ragionamenti persuasivi e per ispiegarli viemeglio «riferirà il discorso che ha udito da Diotima, una donna di Mantinea, erudita in amore e in molte altre cose.» Nel Fedro Socrate espone al suo giovine alunno, seduto al rezzo dell’acero famoso, la teoria del bello e dell’amore: e comincia: «Il discorso che sto per pronunciare è di Stesicoro, figlio di Eufemo, nato ad Imera...»

16.  Platone, Fedro. Vedi quivi la dottrina socratica che tentai compendiare nel presente discorso.

17.  È in bocca di Omero che Platone mette questi due versi da lui fatti dire a Socrate: «I mortali lo chiamano amore (ἔρως) che ha ali; ma gli Dei lo chiamano pteros (πτέρος) perchè ha la virtù di darne» (Plat., Fedro).

18.  Platone, Simposio. Vedi quivi nel discorso di Aristofane la comica teoria degli androgini (maschi-femmine), qui da me alquanto semplificata pei limiti imposti dalla scena.

19.  Eran le feste Ascolie; celebrate in onor di Bacco tra i villani dell’Attica, e così dette appunto da un otre (ἀσκός) che empivasi di vino e fuori ungevasi d’olio, e sul quale i giovani a gara provavansi a saltare con un sol piede, dando frequenti stramazzate in terra, di che nasceva gran riso fra gli spettatori. Chi riusciva a rimanere col piè fermo sull’otre, guadagnava l’otre e il vino. — Questa usanza ricordata da Platone, Simpos., da Alcifrone Lett., III, 61, e dallo Scoliasta del Pluto, lo è anche dai Latini: atque inter pocula aeti — Mollibus in pratis unctos saliere per utres. Virgil., Georg., II v. 380.

20.  Cfr. in Platone nel Simposio l’arrivo di Alcibiade. — L’Ennio Quirino Visconti nell’Iconog. grec. (I, tav. XVI) riporta diverse effigie d’Alcibiade, delle poche pervenute sino a noi: tutte assomiglianti nelle linee principali benchè ritraenti pallidamente, e in grado diverso, quella bellezza per la quale Alcibiade andò fra i Greci famoso e che lo fece chiamar da Platone il più bello di tutti gli uomini (Plat., Prim. Alc.). La prima (XVI, 1 e 2) è una erma, la cui autenticità è attestata dalle prime lettere del nome ΑΛΚΙΒ: fu scavata sul monte Celio e posta nel Museo Vaticano. Raffigura Alcibiade adulto: fronte bassa, naso diritto, lineamenti pronunciati, espressione energica, baffi unentisi alla barba corta e inanellata, e capelli arricciati. Pare opera di artista volgare: il Visconti la crede una copia di quella che l’imperatore Adriano aveva fatto porre a Melissa in Frigia sulla tomba di Alcibiade. — Un’altra testa (XVI, n. 3) è copiata da una pietra antica del gabinetto di Fulvio Ursino: e riprodotta da Faber (Imag. ex bib. F. Urs. n. 4). È Alcibiade assai più giovane e bello: baffi leggieri staccati dalla barba nascente, capelli arricciati. Ha rassomiglianza con una effigie di Mercurio in alcune medaglie romane e spiegherebbe l’asserto di Clemente Alessandrino, che molte imagini di Mercurio avessero avuto Alcibiade per modello (Admon. ad Gen., 31): asserto confermato anche da Aristeneto, Lett. I, 11. Un’altra effigie nel Visconti (tav. XVI a. 1 e 2) è presa da un’erma appena sbozzata, dal Museo Napoleone. Alcibiade vi ha baffi leggieri e barba arricciata. E un critico si scandalizzò per aver visto sulla scena Alcibiade coi baffi!

21.  Proverbio greco. Applicavasi alle persone prive di gusto e di ingegno, insensibili al bello come il somaro all’armonia di uno stromento. «E non poneva più attenzione a me di quel che l’asino al suono della lira» (Aristen., Lett. I, 17). «La sapienza a lui importa poco: che ha che far l’asino con la lira?» (Luciano, Di quei che stan co’ signori). «E vedendo un asino trattar la cetra, come dice il proverbio, scoppia in una risata» (Luc., Del giorno infausto).

22.  I Libetrj — scrive Mercero — erano un popolo che non avea gusto alcuno nè per la musica, nè per la poesia, nè per la scienza: a tal che ascoltarono senza esserne punto commossi i divini canti d’Orfeo, che morì nel loro paese. Indi la loro ignoranza diventò famosa e proverbiale: e diceasi in proverbio: più ignorante o più rozzo dei Libetrj, ἀμουσότερος Λειβεθρίων — (Aristen., Lett., I, 27; Mercerus, nei Commenti).

23.  Metafora tutta greca. «Quante Sirene erano nelle sue parole!» ὄσαι ταῖς ὁμιλίαις ᾳὺτῆς σειρῆνες ἐνί δρύντο (Alcifr., Lett., I, 38). «Tu mi rapivi colla sirena dolcissima de’ tuoi discorsi, τῇ γλυκείᾳ Σειρῆνι τῶν λόγων. (Sinesio, Lett., 139. E così Aristen., Lett., II, 19; Procop. Sof., Lett., 21).

24.  Plat., Simpos. Vedi quivi nel discorso di Alcibiade (la pittura più artistica e vera che di Alcibiade ci abbia tramandato l’antichità) ciò che Alcibiade dice del suo affetto per Socrate, e delle virtù di quest’ultimo, paragonandolo a Marsia per il fascino della parola.

25.  La similitudine è in Platone. Coribanti chiamavansi, com’è noto, ab origine i sacerdoti di Cibele, che invasati da furor sacro, su pei monti di Frigia saltavano agitando il capo e percotendo ne’ cimbali, e comunicavano agli altri la loro mania. Indi usavasi proverbialmente il verbo κορυβαντιᾶν. — Però che da questi sacerdoti di Cibele proveniva tutta una casta di frati mendicanti (sul genere di quelli del Cattolicesimo) che sotto il nome di questuanti della madre degli Dei, Μητραγύρτης, giravano per Grecia, trafficando di oracoli e di sortilegi, e di porta in porta limosinando per le libazioni a Ecate e a Cibele, e iniziando alle orgie e ai lùbrici misteri di queste dee. Cfr. Plat., Repub., II, p. 364; Menandro, Ἱέρεια.

26.  Le corone (di viole, o di rose, o di mirto) si recavano nei conviti solo al levar delle mense, quando stavasi per propinare al buon genio, dopo di che seguivano il peàna e gli scolii (cantati dai convitati con un ramoscello di mirto in mano) — e le libazioni copiose (Senof., Simpos., II, 1; Ateneo, XV, 685; Plutarco, Disp. Conv., 5; Becker ed Hermann, Bild. Griech. Privatleb., I, 181; II, 263).

27.  Tre erano di regola, nel giorno, i pasti degli Ateniesi, il primo — ἀκράτισμα (detto da Plutarco anche πρόπομα) — cioè l’asciolvere, di buon’ora, al levarsi dal letto: il secondo — ἄριστον — verso il mezzogiorno; il terzo infine — δεῖπνον (l’Omerico δόρπος) — verso sera, corrispondeva alla coena dei Romani ed era il pasto principale. Ma i Greci non usavano mangiare e bere promiscuamente; durante il pasto, non si beveva vino, e perciò alla cena — δεῖπνον — tenea dietro la mensa dei bicchieri, cioè il simposio — σιμπόσιον, πότος — destinato alle libazioni e che appunto cominciava, al levar della mensa dei cibi, colla libazion del buon genio. Sovente questa seconda parte del banchetto risolvevasi in una vera orgia (κῶμος); soventissimo ancora il simposio era dato non come una vera e propria continuazione del banchetto, ma come una riunione a parte, affatto indipendente dal δεῖπνον, di persone convenute insieme al solo scopo di bere e discorrere e divertirsi tra i bicchieri. Ravvivati da concenti musicali, da auletridi e ballerine e saltimbanchi, e da giuochi e passatempi svariati; spessissimo anche fatti pretesto di amene discussioni di filosofia e d’arte, ecc., questi simposj offrivano la pittura più caratteristica e gaja dei piacevoli costumi del tempo. Senofonte, così vero nella sua semplicità, e il fantasioso Platone, coi lussureggianti colori della sua tavolozza di poeta, ci lasciarono dei simposj greci descrizioni che vanno tra i più bei monumenti dell’antica letteratura. Una pittura abbastanza viva ne fece anche Alcifrone in qualcuna delle sue lettere, e Luciano ne’ suoi Lapiti una spiritosissima caricatura. Quanto ai pesanti eruditissimi Simposj di Plutarco e di Ateneo, è necessaria la pazienza di un erudito per affrontarne la lettura.

Nella scena di questo atto trattasi di un simposio sul finire. Nell’atto terzo l’autore intese a dare un’idea complessiva del convito ateniese.

28.  Λωτὸς, chiamavano i Greci un albero di legno duro e nero, del quale faceano flauti di suono dolcissimo: indi poeticamente diceano loto, λωτὸς, il flauto. Così in Luciano: «Com’egli cominciò a parlare, mi riempì di tanta dolcezza di parole, che mi pareva, o amico mio, di udir le Sirene, se mai ve ne furono, o i rosignuoli, o l’antico loto di Omero: sì divine cose diceva» (Luc., Nigrino).

29.  Naso da delfino chiamavano gli Ateniesi quel di Socrate, perchè schiacciato e colle nari aperte all’insù. — È nota poi la credenza mitologica intorno al talento musicale dei delfini. E amatore delle opere delle Muse chiama Luciano il delfino (Dialoghi Mar., 8): lode derivatagli dalla favola di Arione, il famoso citarista di Metimna, che, buttato in mare dai pirati, fu raccolto da un delfino accorso al suo canto, e sul dorso di esso, sonando la cetra, venne in salvo al Tenaro.

.... tergo delphina recurvo

Se memorant oneri supposuisse novo.

Ille sedens citharamque tenet pretiumque vehendi

Cantat et aequoreas carmine mulcet aquas.

(Ovid., Fast., II).

30.  νὴ τὴν πάνδροσον, esclamazione femminile ateniese (Aristof., Lisistr.) Pandroso, una delle figlie di Cecrope, veneravasi nella acropoli di Atene e sacrificavasi a lei nello stesso tempo che a Minerva (Schol. ad Aeschin., I, 20; Lycurg., Fragm., 34; Meursius, Reg. Athen., I, 11).

31.  Giove órcio, vindice degli spergiuri — del giuramento vindice e custode. — Era uno degli appellativi di Giove (Eurip., Ippol., At., IV).

32.  Cipria Afrodite, Pafia Afrodite — appellativi della Venere popolare, o pandemia, spesso invocata nelle esclamazioni delle etére. Da Cipro e da Pafo ove erano templi famosi, sacri alle orgie invereconde della Dea (Aristof., Lisistr.).

33.  Adonie. Queste, di cui si riparlerà nel quadro II, eran feste celebrate con gran pompa dalle donne ateniesi, principalmente dalle etére, in memoria del pianto di Venere per la morte del suo Adone. Le statue dei due divini amanti recavansi in processione su due letti d’oro tra gemiti e grida lamentose delle donne vestite a lutto e picchiantisi il petto. In molti luoghi della città esponevasi il simulacro del cadavere di un giovinetto, raffigurante il morto Adone. Si portavano in giro vasi di terra con fiori e frutta e si adornava ogni cosa di fresche lattughe, credendosi che Venere avesse nascosto sotto quelle il suo amante. La festa poi finiva con allegria, fingendosi Adone risorto a nuova vita. Si direbbe che qualcosa di quelle feste sia rimasto nei riti della nostra settimana santa, seguìti dalla pasqua di risurrezione. — Una descrizione delle feste Adónie si ha in Teocrito (Idillio, XV), la quale appunto ha per titolo le Ἀδονιάζουσαι: ed anche in Aristof. (Lisistr.); e in Plutarco (Alcib.). — Che le meretrici in particolare le solennizzassero si rileva da Alcifrone (Lettere, I, 37), e dal comico Difilo, presso Ateneo (Deipn. VII). — Che però vi partecipassero anche le donne di famiglia si desume dal passo citato di Aristofane nella Lisistrata.

34.  Son devota di Nemesi: προσκυνῶ δε τὴν Νὲμεσιν (Alcifir., Lett., I, 33). Frase greca proverbiale, accennante a propositi vendicativi.

35.  Attesta Senofonte che le conquiste d’Alcibiade, non si limitavano alle cortigiane: ma «per la sua bellezza anche una quantità di donne oneste davano la caccia a lui come ad una fiera.» Ἀλκιβιάδης, δ’ αὕ διὰ μὲν κάλ. λος ὐπὸ πολλῶν καὶ σεμνῶν γυναικῶν θηρώμενος (Senof., Memorab., I, 2. Cfr. Pseudo Andoc., C. Alcib., 10; Ateneo, XIII, 4). Pittoresca e notevolissima questa imagine della caccia ad Alcibiade, quasi caccia alla fiera: imagine che ritroviamo anche in Platone: «Di dove spunti o Socrate? Dalla caccia di quella leggiadra fiera di Alcibiade?» (Platone, Protagora).

36.  Adrastea (soprannome di Nemesi) puniva il parlare arrogante e i falli commessi per superbia o presunzione o brame smodate. Perciò solevasi invocarla nel discorso, e chiederne il perdono, quando stavasi per esprimere qualche pensiero ambizioso, o per dire o promettere di sè alcuna cosa che sentisse di smodato elogio o di orgoglio o di temerità. — Or dico col perdono che me ne dà Adrastea, σὺν δ’Αδραστεὶᾳ λέγω (Eurip., Reso). — Adrastea figlia di Giove, rimovi l’invidia dalle mie parole (Eurip., ibid.). — Adoro Adrastea per quello ch’io sto per dire (Platone, Repub., V). — Così m’ami, così mi perdoni Adrastea!Difendimi pietosa Adrastea da un pensiero troppo ambizioso, ecc., ecc. — Usavano anche: ὢς σὺν θεῷ εἰπεῖν — per dirla col Dio — cioè col perdono del Dio, intendendosi appunto Nemesi, il Dio punitore dei superbi. Vedi in Platone, in Aristeneto, in Luciano e altrove. Così l’autore della lettera ai Pisoni: Si tamen hoc de se cuiquam promittere fas estEt Deus ultor abest.

37.  I Cilicj andavano famosi tra’ Greci per falsità: antico proverbio li chiamava bugiardi. Λόγος ἐστί παλαίος μὴ ῤαδίως Κίλικας ἀληθεύειν — (Dionys. Antioch., Epist., XLVI).

38.  Autòlico e Critòbulo son nominati come bellissimi giovani ateniesi di quel tempo da Senofonte nel Simposio; Carmide e Fedro da Platone, nei dialoghi che recano il loro nome. E Luciano, facendo malignamente ritrovar Socrate, nello inferno, vicino ai garzoni più belli, nomina fra questi «Carmide, Fedro e il figliuolo di Clinia» (Luciano, Dial. dei Morti, 20).

39.  Sulla ricchezza d’Alcibiade, vedi Platone (Primo Alcib.). Ivi Platone la fa valutare da Socrate a 300 pletri di terra. (Il pletro corrispondeva a 100 piedi greci e all’jugero romano: 94 piedi e 5 pollici parigini). 300 pletri di terra potean valer circa una trentina di mila lire. Ma essa era certo maggiore, perchè Alcibiade aveva case in Atene, e imprese industriali. La sua fortuna era valutata oltre 100 talenti: ossia quasi seicentomila franchi: ricchezza enorme, se si tien conto del basso prezzo delle cose e dell’elevatissimo valore del danaro a quei tempi, in cui un ateniese potea vivere con 3 oboli (45 centesimi) ed anche con due (30 centesimi) al giorno. Qualche commentatore invece di 100 talenti attici (d’argento), intende 100 talenti babilonesi: il che porterebbe la fortuna di Alcibiade a quasi sei milioni di franchi (Lisia, De bonis Aristoph., 52; Elian., Var. Hist., IX, 29).

40.  Alcibiade, secondo narra Plutarco (Alcib., I), discendeva, dal lato di suo padre, da Eurisace, che gli ateniesi onorarono di onori divini, e che fu figlio di Ajace, il Telamonio, re di Salamina, l’eroe de’ Greci all’assedio di Troja. Il suo avo, Alcibiade il vecchio, avea con Clistene cacciato i tiranni da Atene e stabilitavi la democrazia; il suo padre stesso, Clinia, si era coperto di gloria comandando una trireme contro i Persiani alla battaglia navale di Artemisio, e cadendo da eroe nella infelice battaglia contro i Beoti a Coronea. Dal lato poi di sua madre Dinòmache (figlia di Megacle e cugina germana di Pericle), Alcibiade apparteneva alla famiglia degli Alcmeonidi, i discendenti di Alcmeone, che organizzò le dieci tribù d’Atene e che fu figlio dell’argonauta Anfiarao; «dei quali narra la fama che, agitatori del popolo contro i tiranni, ne avessero esilio, ma raccolto denaro in Delfo dessero libertà alla patria colla cacciata dei Pisistratidi» (Demostene, Contro Midia). — Demostene, all’opposto di Plutarco, ma con probabile equivoco, fa discendere Alcibiade dagli illustri Alcmeonidi per la linea paterna, e per madre «da Ipponico e da avi chiarissimi per generosi servigi alla patria» (Vedi in Plutarco, Platone, Pausania, Suida, Meursio, ecc).

41.  Callia e Megacle erano ricchissimi ateniesi di quel tempo, che diedero fondo colle prodigalità al loro patrimonio; sono nominati da Aristof. (Nubi), Senof. (Simpos.), Plutarco (in Alcib.). — Feace era un altro distintissimo giovine ateniese, di illustre famiglia, emulator d’Alcibiade (Plut. in Alcib.). — Luciano volendo nominare i più ricchi fra i giovinastri scapigliati di Atene, nomina Callia e Alcibiade (Luc., Giove confutato). Del dissoluto ricchissimo Callia, emulo d’Alcibiade negli scialacqui enormi e nella vita elegante, si parla anco in Platone (Protagora; Ateneo, V, p. 218, c).

42.  Anacreonte, Ode 2.

43.  Anacreonte, Ode 4. — È singolare come i traduttori di Anacreonte si siano per lo più divertiti ad annacquare o caricar di fronzoli l’aurea ed elegante semplicità del poeta di Teo. — A rendere, per esempio, il testo greco da me tradotto quasi letteralmente in queste due strofette, il Marchetti, che pur va fra i migliori, impiega cinque strofe; il Caselli quattro! — Il buon Marchetti poi s’è scandolezzato della frase di Anacreonte «Cingimi di rose e portami una fanciulla,» e per ingentilire (!), com’egli dice, il pensiero, facendo che Anacreonte non parli in generale d’ogni qualunque donna di piacere traduce quella frase così greca, tutta greca, così:

Figlio di Venere,

Fin ch’io respiro

Ah! tu circondami

Di rose il crin!

Quella poi recami

Per cui sospiro,

Quella ch’è l’arbitra

Del mio destin!

Di tutto il corsivo, in Anacreonte non è una parola. Questo è tradire e non tradurre.

44.  Platone, Fedro: «Si dice che le cicale eran uomini innanzi la nascita delle Muse. Quando il canto nacque colle Muse, parecchi uomini di quel tempo ne furono così trasportati dal piacere, che la passion del cantare li fece dimentichi del mangiare e del bevere, e morirono senza accorgersene. Da essi nacque la razza delle cicale, che ricevette dalle Muse il privilegio di non aver bisogno di alcun cibo. Dallo istante ch’elle vengono al mondo, elle cantano senza bere nè mangiare, sino al termine della loro vita; poi se ne vanno a trovare le Muse e fanno loro conoscere quelli dai quali ciascuna di esse è onorata quaggiù: a Tersicore quelli che la onorano nei cori, ad Erato quelli che la onorano coi canti amorosi, ecc., ecc.»

Eliano scrivendo contro coloro che si cibano di cicale, dice che col mangiar di questi insetti, si offendono le Muse figlie di Giove. E venerate dai poeti, care alle Muse e al biondo Apolline, chiama le cicale Anacreonte (Od. 43).

Bisogna creder, del resto, che in fatto di musica i Greci avessero dei gusti speciali, o che le loro cicale fosser diverse dalle nostre, se Anacreonte e Teocrito ne magnificavano il canto, e se per proverbio usavasi dire di un musico eccellente, che canta meglio di una cicala, τέττιγος εὑφωνότερος. Luciano volendo magnificare il canto melodioso di una donna, lo paragona, per dolcezza di melodia, a quello degli alcioni, delle cicale, dei cigni e degli usignuoli (Luc., Immagini). Anzi è scritto che mentre un poeta greco suonava in pubblico la lira, rottasegli una delle corde, fortunatamente una cicala saltò sull’istromento armonico, e occupando il luogo della corda mancante, rese compita l’armonia!

45.  Favoleggiarono i Greci che Oritìa figlia di Erettéo re d’Atene, fanciulla di leggiadrissime forme, veduta da Borea mentre stava cogliendo fiori presso il fiume Cefiso, venisse da lui via rapita per l’aria, e trasportata in Tracia. Così Apollonio Rodio (Argon., I), e il suo scoliaste. Un’altra tradizione più comune la dicea invece rapita da Borea, in riva all’Ilisso. — Su questa favola di Oritìa, vedi Platone (Fedro), Pausania (Attica), Erodoto (VII), Ovidio (Metamorph., VI), Properzio (Eleg., XX), ecc.

46.  «E tu recitandomi da principio l’elenco de’ tuoi amori, lungo come quello di Esiodo...» (Luciano, Degli amori). Suida tra le opere di Esiodo annovera anche un catalogo di donne in cinque libri γυναικῶν καταλόγος ἔν βιβλίοις ἕ.

47.  La tromba, introdotta per segnale di battaglia — in luogo dell’accendere delle faci anticamente usato, — era chiamata dai Greci tirrena, perchè vuolsi che gli Itali pei primi la inventassero (Eurip., Fenicie, At. V; Reso, At. V; Eschilo, Eumen.).

48.  Alcibiade aveva l’abitudine d’interrompersi spesso, a bella posta, nel discorrere (Plutarco, in Alcibiade).

49.  Intorno al poeta Agatone, vedi Platone (Simposio), Aristofane (Tesmoforie). — Alcamene fu scolaro di Fidia, ch’era già morto da molti anni all’epoca del dramma.

50.  Omero, Odiss., lib. X. Cfr. Procopio Sofista, Lett. CXVII.

51.  εὐμενεστέροις ὄμμασιν ἐκείνην αἴ χάριστες εἴδον (Aristen., Lett., I, 11; Alcifrone, Lett.).

52.  Plutarco in Pericle.

53.  Vedi più sopra la nota 33 intorno ad Adrastea punitrice della prosunzione; dea invocata dianzi da Aspasia ne’ suoi vanti con Glicera, e ne’ suoi rimproveri di fragilità all’altre donne, ascoltati, dietro le spalle, da Alcibiade. Al che s’attaglia singolarmente un passo di Luciano: «Ei pare che Adrastea ti stava dietro le spalle quand’eri lodato delle accuse che davi agli altri, e la rideva di te, sapendo benissimo, come Dea ch’ella è, che tu saresti caduto nella stessa fossa...» (Luciano, Apologia di quei che stan co’ signori).

54.  Plutarco in Alcib.; Tucidide, Guer. Pelop., VI, 24.

55.  Il diluvio d’Ogige. Ogige fu il primissimo re dell’Attica (detta dal suo nome anche Ogigia): contemporaneo di Mosè, per quanto asseriscono Giustino Martire, Eusebio, Cedreno ed altri scrittori. Sotto il di lui regno avvenne il primo diluvio ricordato dai Greci, il quale sommerse tutta l’Attica. Cedreno così ne scrive: «Ai tempi di Mosè fu un uomo grande, della prosapia di Giapeto, che tenne il regno dell’Attica per trentadue anni: chiamavasi Ogige. Al tempo di lui vi ebbe un diluvio nella sola Attica: vi perì Ogige stesso e tutta quanta la regione.» E Taziano, contra Graecos: Μνημονεύεται παρ’Αθηναίοις Ὄγυγος, εφ’οὔ κατακλυσμὸς ὄ πρῶτος, è ricordato presso gli Ateniesi Ogige, sotto il quale avvenne il primo diluvio. — Accennano a questo diluvio Platone nel Timeo, Stazio nella Tebaide, Dionisio Alessandrino, Agostino nella Città di Dio, ecc. L’altro dei due diluvii ricordati dai Greci fu quello assai posteriore di Deucalione. Dopo il diluvio d’Ogige, narra Eusebio (Chron., I), l’Attica restò interamente desolata e devastata, e senza altri re, per cento e novant’anni, fino al tempo di Cecrope, che venne dall’Egitto e fondò Atene, di cui fu il primo re (Cfr. Meursius, Reg. Athen., I, 6).

56.  Tucidide, Guer. Pelop., VI, 24.

57.  Modo proverbiale; e usavasi di persona pronta a mutar partito e opinioni secondo i tempi e gli eventi. Indi narra Luciano che un Don Girella di que’ tempi, Teramene, fu soprannominato il Coturno, perchè appunto come il coturno che si calza al piè destro e al sinistro, egli adattavasi a tutti. Quei di Chio e quei di Cio guerreggiavan fra loro; ed egli con quel di Chio dicevasi di Cio, con quei di Cio si diceva di Chio. In fatto era di Cio (Luciano, Amori; Schol., Del giorno infausto, contro Timarco). Più mutabile del coturno, εὐμεταβολωτέρα κοθόρνου, è detto di una donna volubile in Aristeneto, (Lett. I, 28). E un traduttor francese tradusse: più incostante del vento. Oh i traduttori!...

58.  Ossia del borgo di Lacia. Il nome del borgo nativo usavasi comunemente apporre dagli Ateniesi, insiem con quello del padre, al nome proprio delle persone. Spesso aggiungevasi anco il nome della tribù a cui il borgo apparteneva.

Antichissima era la divisione dell’Attica in quattro tribù (φυλὴ). Solone la conservò; più tardi cacciati i Pisistratidi e riuscita a prevalere la parte democratica con Clistene, questi portò le tribù da quattro a dieci, assegnando a ciascuna di esse un certo numero di borghi o demi (δημός) sia urbani, ossia d’Atene città, che suburbani, ossia dell’Attica (Gli urbani corrispondevano ai circondarj, o quartieri, delle nostre città, i suburbani ai nostri comuni rurali. Ma cittadini ateniesi eran tutti i liberi nati nell’Attica, sia nella città che nella campagna). Cento dapprima, poi crebbero sino a 174 i borghi (δημοὶ) ripartiti fra le dieci tribù, ch’erano le seguenti, intitolate dai nomi di eroi e di re ateniesi: Acamantide, Ajantide, Antiochide, Cecropide, Egeide, Eretteide, Ippotoontide, Leontide, Eneide, Pandionide. Ogni tribù poi contava tre curie o confraternite (φρατρία); ogni confraternita, trenta classi o genee. Ma da Clistene in poi, le fratrie e le genee non sussistettero che come semplici corporazioni famigliari e religiose; la tribù invece, come complesso di un certo numero di demi, rappresentava la vera suddivisione politica, militare e religiosa.

I cittadini dello stesso borgo chiamavansi l’un l’altro δημοτης, come noi diciam concittadini o conterrazzani quei che nacquero nel nostro Comune. (Erod., V, 69; Strabone, IX, 10; Ross, Demen von Attica; Schömann, De Comitiis Athen., Praef., p. XV e p. 363; Antiq. Iur. pub. graec., C. XXII, p. 360; Corsini, Fasti attici).

Alcibiade era del borgo di Scambonide, appartenente alla tribù Leontide (Pausania, Attic., 38; Schol. ad Aeschin., 3, 18).

59.  Pnice, πνὺξ, il luogo delle adunanze generali del popolo, le quali vi si tenevano ordinariamente quattro volte per Pritanìa (alli 11, 20, 50, 33): onde il popolo ateniese è detto Pniceo da Aristofane, nei Cavalieri. Lo Pnice era uno spianato elevato e sassoso, stendentesi in semicircolo sul pendio del Licabetto, un quarto di miglio a occidente della città. In giro il semicircolo era chiuso da grosse pietre, presso alle quali stavano i seggi pel popolo; di fronte, sotto un balzo che sporgeva dal colle, era la tribuna o bigoncia degli oratori, βῆμα, alla quale salivasi per gradini dai due lati. E la tribuna, da cui dominavasi dello sguardo Atene, prospettava il mare e l’isola di Salamina; come per invitar gli oratori a più liberi e vasti pensieri, e ricordar loro continuamente che i destini di Atene la chiamavano al mare, culla della sua potenza e della sua libertà. — Sullo Pnice, vedi Suida alla voce Pnyx; Barthelemy, Viag. d’Anac., III, nota VI; Meursius, Del Popolo d’Atene; Wordsworth, Athen and Attica.

60.  «Si tratta d’esser falso testimonio? non si ha che a dirmi una parola,» così un parassita, in una commedia di Antifane, presso Ateneo, VI, cap. IX.

61.  Uno dei numerosi appellativi di Mercurio, col quale era spesso invocato dai parassiti e barattieri (Alcifr., Lett., III, 47; Luciano, Timone). Sui molteplici impieghi e corrispondenti nomi di Mercurio, cfr. Luciano, Dial. degli Dei, 24, e Aristofane in fine del Pluto.