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Delle speranze d'Italia

Chapter 21: INDICE
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About This Book

Un saggio di meditazioni politiche che propone la moderazione come via tra estremismi, analizzando le difficoltà pratiche e morali di chi cerca un equilibrio. L'autore esamina parti aperte e latenti, le leghe e i segreti che ostacolano il dibattito pubblico, e la crescita degli indifferenti e dei disperanti quando le fazioni estreme falliscono o si reprimono a vicenda. Difende l'idea di edificare sulle convinzioni altrui quando valide e sintetizza principi sui diritti e doveri pubblici, offrendo osservazioni concrete su come la prudenza, la fermezza e il discorso pubblico possono favorire riforme sostenibili.

«Sì ch’io fui sesto tra cotanto senno»;

questo eloquente professore riprova tutte quelle speranze italiane ch’egli chiama cancelleresche, e termina poi una concitata esortazione agli Italiani, con queste parole in lingua nostra: ci vuole il ferro. Ma queste parole, mi perdoni egli, son troppo indeterminate, troppo oscure, troppo abusate, o almeno troppo abusabili tra noi. Certo in bocca di lui, quel ferro non può voler dire se non un nobil ferro, la spada, od anzi le spade italiane, nazionali, levantisi, raccoglientisi un dì o l’altro, all’occasione, contro allo straniero. Ma queste spade io pur le lodai, od anzi, di esse sole lodai esplicitamente due soli de’ nostri principi; e vi confortai gli altri, e tutta la nazione, come a speranza, a ragione ultima delle nazioni; ondechè egli, mostrando opporsi a me o andar più oltre, parrebbe chiamar altri ferri, men nobili, che non fu certamente intenzione di lui. Meglio dunque disse già delle nostre speranze politiche un valoroso amico mio: che elle stanno pur bene, ma ci vorranno un dì o l’altro grandi sciabolate. Qui almeno, non è equivoco il ferro, qui l’objezione è più determinata, meglio formulata. Ma ad essa pure rispondo primamente: che appunto a far dar grandi ed utili e numerose e concordanti sciabolate all’occasione, tendono gli scritti, tendono le buone e sincere discussioni, tendono le politiche nazionali dove sono. — Ma poi, da un anno in qua, dopo i quattro o cinque fatti nuovi, ei parmi che un gran cambiamento sia avvenuto; che si sieno allontanate le occasioni, scemate le speranze dell’armi; che siensi accresciute all’incontro di gran lunga le speranze della politica di pace. È bene o male, guadagno o perdita per noi? Chi lo sa, chi lo può dire fuorchè la Provvidenza, la quale sola sa quel che sarebbe stato, se fosse ciò che non è? Per noi, son tempo sprecato queste supposizioni del passato. Supponiam piuttosto il futuro, i casi probabili di esso. Il futuro è un mare che ad ogni modo forza è solcare; e che giova studiare per avere i casi a seconda. — Le probabilità di guerra hanno, dal 1830 in qua, seguito il medesimo andamento che le probabilità di rivoluzioni; sono venute scemando via via: grandi ne’ primi anni, e poi sostanti; poi rinnovatesi nel 1840, ma minori; poi rinnovatesi nel 1844, ma anche minori; ed ora dopo quelle tre prove minori che mai. Sarò io accusato di predir la pace perpetua? Certo sì, posciachè ne fui accusato già, a malgrado le mie proteste raddoppiate, che è inutile quindi triplicare. Dirò dunque semplicemente, che io non credo all’abolizione della guerra; ma che credo, prima ad una minor frequenza di essa, come avvenne sempre ai tempi di gran civiltà; e poi, ad una quasi trasformazione di essa, come sempre dopo le grandi invenzioni, la polvere, la stampa, ed or il vapore. E la trasformazione farà, come le precedenti, le guerre sempre più corte e grosse (come già prevedeva Machiavelli), e perciò più terribili, epperciò di nuovo più rare. E ciò non vuol dire di non apparecchiarvici; anzi di apparecchiarvici tanto più. Ma vuol dire insieme, di non veder tutti noi leggermente, quasi giovinotti al primo dì che cingon le sciabole, speranze di guerra tutto dì; vuol dire di attendere quindi tanto più alle speranze di pace, di raccoglierci intorno a queste, queste studiare, di queste far profitto, queste svolgere agli ultimi termini loro. E questo in somma è ciò che si chiama formarsi una politica nazionale; quest’è che fecero sempre, e fanno ora le nazioni più civili; quest’è, mi scusino coloro a cui appartiene, quest’è che non fa, che non mostra voler fare, nè intendere, la nostra nazione. Noi andiamo via facendo progressi particolari, parziali, ed io li notai senza esagerazione, spero nè detrazione. Ma questi progressi sono sconnessi fin ora, non formano, non accennano una politica nazionale ferma, franca, soda, forte; e quest’è, che lamento per la patria italiana tutt’intiera, per ciascuno de’ principati di lei, popoli e principi, non disgiunti da me mai. — M’inganno io su quella probabilità di pace non perpetua ma durevole? Verrà ella pronta qualche guerra a troncare le quistioni inevitabili oramai allo svolgimento della civiltà cristiana universale? Quella guerra andrà a profitto delle nazioni che avranno apparecchiate non solamente l’armi, ma le politiche guidatrici? Ovvero quelle questioni saranno elle sciolte dalla politica? Allora tanto più ci sarà, ci è necessario averne anche noi una nazionale. E in un modo o nell’altro, in pace o in guerra, ci è necessario, pressante costituir tal politica: Questa è l’opera, questo il lavoro del dì d’oggi, ogni dì ha il suo.

12. Il volgo è il più sapiente, e il più ignorante insieme de’ politici. Ha un barlume di certe verità che potrebbe insegnare a’ maggiori uomini di stato; ma sovente, invece di svolgerle, egli le avvolge così, che ne fa errori manifesti. Il volgo antico e nuovo parlò sempre di politiche nazionali, politica romana antica, politica romana dei papi, politiche inglese, russa, austriaca, prussiana, francese de’ nostri dì. Fin lì sta bene; vi furono, vi sono politiche nazionali importantissime; il volgo l’indovina. Ma egli pensa talora, che queste sieno profondità, oscurità, arcani inventati, tramandati, serbati da pochi quasi iniziati; mentre elle sono tutt’all’opposto; sono, dove sono, prodotto, espressione dell’opinione universale, pubblica, volgare. E così il volgo calunnia sè stesso o i volghi pari suoi; non sa vedere la propria parte nelle politiche nazionali; se n’esclude mal a proposito. E volgo sono alcuni politici, che credono, o voglion far credere a questi arcani. E volgo alcuni storici, che cercano esclusivamente, chi fondasse le arcane politiche nazionali, e da chi si serbassero. La politica dell’imperio di Roma si attribuisce fino a Romolo, o Numa; la politica de’ papi a Gregorio VII, ad Innocenzo III, a Bonifazio VIII od a Giulio II; la politica francese si attribuì gran tempo a Richelieu, poi ad una infelice regina, poi a questo o quell’altro uomo della rivoluzione, e via via; la politica inglese, già a Guglielmo III, poi a Pitt; la russa a Catterina, l’austriaca a Kaunitz già, come ora al successore di lui. E tutti questi contribuirono certo a tutte queste politiche nazionali. Ma dove furono o sono politiche nazionali, elle son frutto non d’una testa, ma di molte, non di un pensiero, ma d’infiniti, non di un giorno, ma di secoli; sono nè più nè meno che L’INTELLIGENZA UNIVERSALE DEGLI interessi universali; la quale fu che, chiunque si trovi al regno, a’ ministeri, al governo si promuovono pur sempre i medesimi interessi. Ma questa intelligenza universale, non è poi nè facile, nè frequente. Vi sono nazioni che non l’hanno avuta per secoli e secoli; distratte le une da lor male passioni interne; altre dall’esterne, altre impedite da cattive costituzioni, altre fatte del tutto incapaci dalla servitù. La formazione d’una politica nazionale buona, è un prodotto raro di molte circostanze felici, ma principalmente della possibilità di discussione. Qualunque forma prenda questa, ella serve; più o meno, senza dubbio, secondo che è più pubblica, più libera; ma servono anche le forme meno buone a difetto delle migliori. Che cosa principalmente fece l’Inghilterra riuscire a bene, al proprio pro, al proprio accrescimento, sopra ogni nazione nemica od alleata, nella lunga guerra universale dal 1792 al 1815? l’aver avuta fin dal principio una politica nazionale, già figlia vecchia della discussione; l’averla continuata, migliorata lung’anni per mezzo della pubblica discussione. Perciocchè di questa, Inghilterra aveva allora la privativa; in Francia non n’era, se non or l’abuso, ora l’ombra; altrove, nemmen questa. Inghilterra sola discuteva, e sceglieva la sua politica; e qualunque avesse scelta, anche men buona, la proseguiva ed avanzava poi con costanza, con unanimità o poco meno, con ispirito ed operosità nazionale; questo vantaggio almeno le rimaneva. Le politiche discusse, diventate nazionali, hanno questi tre vantaggi; l’uno probabile d’esser migliori; i due altri certi, di esser più costanti e meglio propugnate. Ed in Inghilterra godete de’ tre vantaggi, se non esclusivamente, ma con pochi, di nuovo dopo il 1815, per più anni. Ora son comuni a molti, e si vanno accomunando ad altri. Dove, come in Prussia, la politica nazionale non si discute finora ne’ Parlamenti, ella si discute almeno ne’ libri, che certo è meno, ma è pure alcun che. E Prussia (dico il governo, il principato stesso di Prussia) sente il desiderio, il bisogno di afforzare questo suo strumento d’azione, questo aiuto ad una gran politica nazionale; non è altra maggior ragione alle voci presenti, a’ fatti che s’apparecchiano colà. Ma fin d’ora, dalla Vistola in qua, l’Italia è la sola nazione che non discuta la propria politica, la sola non incamminata a formarsene una nazionale. Ed ammirate di nuovo la sapienza del volgo, delle lingue, di tutti insieme. Fra mezzo a tutte quelle espressioni che sono in tutte le bocche, di politica inglese, francese, russa, prussiana, austriaca, non s’ode, non si dice, da nessuno, Politica italiana. Famosa (bene o male?) or son pochi secoli, essa non esiste più nemmen nelle lingue. E i principi si lagnano d’aver popoli politicamente mal educati! E i popoli d’aver principi poco politici! Lo credo anch’io. Nè principi, quando fosser Napoleoni, nè popoli, quando fossero pari al popolo romano antico ed all’inglese moderno, non possono farsi nè restar politici senza discussione. Il popolo romano nol restò, toltagli quella; Napoleone nol restò, abolitala. Se i principi voglion popoli educati, che li capiscano e li secondino quando fan bene, che sieno lor grati quando l’han fatto o incominciato, concedan loro l’educarsi, il discutere. Non credono eglino concedere la discussione più efficace, più autorevole, deliberativa? Concedan la consultativa almeno; o la letteraria almeno almeno. E voi, popoli italiani, volete voi principi che pur vi capiscano, vi guidino, operosamente, politicamente? Invece di scostarvi da essi, invece di fremere, parlate loro, a stampa, per iscritto, a voce, e con gli applausi, e i silenzi, in ogni modo, ad ogni ora. — La politica nazionale, difficile a formarsi dappertutto, più difficile dove vi è poca discussione, e difficilissima dove sia una nazione divisa. Tutte queste difficoltà non si posson vincere che a forza di perseveranza, di operosità, di amore; a forza di: I. Formarsi ciascuno la sua politica personale; sincera, spoglia di vili e di amare passioni, spoglia di amareggianti memorie, non intesa che al futuro della patria: II. Studiare questo futuro, sugli esperimenti datici dalla storia sì, ma sopratutto sulle condizioni presenti e crescenti delle nazioni circondanti, su quelle della cristianità tutt’intiera: III. Questa politica, che così concepita e studiata non può non riuscir moderata, procurar di darla ciascuno ai vicini, agli amici, ai piccoli, ma sopratutto ai potenti, più potenti e potentissimi: IV. E per ciò fare, a ciò riuscire, dismettere non che le ostilità, ma i modi ostili, i minaccevoli, i pedanti; assumer modi amorevoli, o meglio amorevolezza, amore: V. Non adular principi, ma non popoli: VI. E questa politica schietta, virtuosa, moderata, scriverla, se si ha facoltà: VII. Pubblicarla, se si ha possibilità: VIII. E dettala, o scrittala, o pubblicatala il meglio che sappia e possa ciascuno, perdonare, dimenticare non solamente i dissenzienti, che è facile, ma i malevoli, gli sprezzatori, i derisori, gli storpiatori delle nostre parole, che è più difficile, ma che è pur necessario a non prolungare o moltiplicar divisioni. — Così facendo non uno o due, ma molti, e ciascuno secondo il poter suo, faremo il più che sia fattibile, adesso, per la patria; faremo a poco a poco una politica nazionale, penetrante nell’opera di que’ governanti, che s’arruolan pure, non possono non arruolarsi ne’ governati. La politica che io sono venuto esponendo lungo tutto il libro mio, e svolgendo ulteriormente qui, non par ella buona? Se ne proponga, se ne svolga un’altra, e un’altra, sinceramente, seriamente, sufficientemente, finchè la patria n’abbia scelta una, abbia incominciato a metterla in opera. Ma una buona politica italiana, così messa in opera, ei è oramai indispensabile ad ogni caso, lieto o tristo, in cui sia avvolta la patria; indispensabile a mantenere ed accrescere la nostra prosperità materiale, le arti, gli apparecchi di pace, finchè dura la pace, i ferri, i legittimi, i pubblici ferri al dì della guerra; indispensabile, cadano i Turchi o non cadano, a qualunque occasione, qualunque vento, qualunque tempo. — Non sapremo noi all’incontro fermarci in una politica nazionale? Allora non ci serviranno memorie, vanti, nobiltà, primati antichi; non l’indestruttibile ingegno italiano; non l’arti di pace promosse, non l’armi stesse apparecchiate, non la stessa libertà quando l’avessimo. Ricordate ciò che fece Polonia d’una libertà non politicamente ordinata, d’una libertà senza politica! Senza questa, senza un’opinione pubblica formata, i principi continueranno a lagnarsi dei popoli, i popoli dei principi, i nobili dei plebei, i plebei de’ nobili, i secolari degli ecclesiastici, gli ecclesiastici de’ secolari, i Toscani, i Romani, i Napoletani, i Lombardi, i Piemontesi gli uni degli altri, gli Italiani di dentro di quei di fuori, quei di fuori di que’ d’addentro, e tutti gli Italiani degli stranieri, e gli stranieri degl’Italiani, a vicenda, alla ventura. Ed alla ventura s’anderà — come s’andò gran tempo — non a perdizione, che è impossibile oramai a niuna nazione cristiana — ma in continuazione di quella mediocrità così vecchia da noi, che sembra esserci diventata normale. — Oh Italiani noi mediocri!

15 Aprile 1845.

FINE


INDICE

Pag.  
5 Dedica prima.
7 Dedica seconda.
19 Occasione di questo scritto.
  1. Il Gioberti. 2. Il libro del Primato morale e civile d’Italia. 3. Primati mal predicati dai piaggiatori. 4. Il Gioberti tutto diverso da costoro. 5. Ciò che sia il mio libro rispetto a quello. 6. Necessità d’intenderci e discutere in Italia.
27 Capo I. L’ordinamento politico presente dell’Italia non è buono.
  1. Non può esser tale, non essendo indipendente. 2. È provato soprabbondantemente anche per li principati italiani. 3. Esempio. 4. Convengono in ciò gli stessi uomini di stato stranieri.
32 Capo II. Di quattro ordinamenti sperati — e prima del regno d’Italia.
  1. Si sospende la discussione del come rimuovere il vizio manifesto. 2. Si procede ad esaminare i sogni fattine, e prima quello di un regno d’Italia. 3. Prove moderne, che fu sogno. 4. Prove storiche. 5. Prove dalla costituzione materiale della penisola. 6. Prova da un fatto speciale.
39 Capo III. Di un regno d’Italia austriaco.
  1. È modificazione del sogno precedente. 2. È sogno neo-ghibellino. 3. I Neo-Guelfi migliori che i Neo-Ghibellini; ma non valgon nulla nè gli uni nè gli altri.
43 Capo IV. Delle repubblichette.
  1. Fu sogno degli utopisti di Botta, ed altri simili. 2. È sogno di restaurazioni antistoriche. 3. E non desiderabili. 4. Ed impossibili ad effettuarsi.
48 Capo V. Della confederazione degli Stati presenti.
  1. Sola buona mutazione è il progredir dalle cose presenti alle future; 2. proposta dal Gioberti primo. 3. La confederazione è l’ordinamento alla natura ed alla storia d’Italia. 4. E fu pur proposta dal Gioberti. 5. Ma due vizi sono nella proposizione di lui. Uno è d’esuberanza. 6. Ed è quello di propor la presidenza del papa. 7. Uno è di deficienza, e si riserba al capo seguente.
58 Capo VI. La confederazione è impossibile finchè una gran parte d’Italia è provincia straniera.
  1. La potenza straniera ficcata in Italia rende impossibile qualunque equilibrio in essa. 2. E qualunque confederazione. 3. Sia che vi si comprenda quella potenza. 4. Sia che no. 5. All’incontro, sarebbe bell’e fatta se non avessimo più lo straniero.
64 Capo VII. Breve storia dell’impresa d’indipendenza, proseguita sempre, non compiuta mai per XIII secoli.
  1. Or si riprende la questione del come rimuovere l’ostacolo straniero. 2. Epperciò si accenna la storia della nostra impresa d’indipendenza. 3. Nell’Italia antica, fino alla caduta dell’Imperio. 4. Fino a Carlomagno. 5. Fino al secolo XI. 6. Lungo questo secolo. 7. Nel gran secolo da Gregorio VII alla pace di Costanza. 8. Da questa a Carlo d’Angiò. 9. Da questo al ritorno de’ papi da Avignone. 10. Da questo a Carlo VIII. 11. Da questo alla pace di Cateau-Cambresis. 12. Nel lungo seicento. 13. Nel secolo XVIII. 14. Dal 1789 al 1814. 15. Condizione presente.
103 Capo VIII. Eventualità future dell’impresa.
  1. Doppia tolleranza domandata a’ leggitori. 2. Il futuro imprevedibile. 3. Il prevedibile. 4. Frasi solite in tali materie. 5. Quattro casi o speranze. 6. Speranza I., dai principi italiani. 7. e 8. Speranza II., da una sollevazione nazionale. 9. Speranza III., da una chiamata di stranieri. 10. Speranza IV., dalle occasioni. 11. Le quali sono tre principali. 12. Di una conflagrazione democratica, che è improbabile. 13. Di un tentativo di monarchia universale, pur improbabile. 14. E di una partizione di Stati, che è probabile.
127 Capo IX. L’eventualità più promettitrice.
  1. Eliminate le speranze che ci paion vane, noi accediamo a quelle che ci paion buone. 2. Certezza dei due fatti, della caduta dell’Imperio ottomano, e delle mutazioni che ne avverranno. 3. Veduti bene da Alessandro imperatore. 4. Obiezioni, scrupoli. 5. Incerti sono il tempo e il modo in che s’adempiranno. 6. Ma certo, non può essere interesse della Cristianità che s’adempiano sotto il protettorato russo. 7. Nè colla creazione d’un nuovo imperio cristiano. 8. È interesse che la maggior parte delle provincie turco-europee passi in qualsiasi forma ad Austria. 9. È interesse d’Austria. 10. E di Germania tutta. 11. E di Francia. 12. E di Inghilterra. 13. E di Russia stessa. 14. Ma naturalmente e sopratutto d’Italia.
182 Capo X. Come vi possano aiutare i principi italiani.
  1. Qui incomincia la parte pratica del libro. 2. Epperciò si tace di ciò che sarebbe a fare al dì troppo lontano; si avverte solamente di non ambir acquisti fuor della penisola. 3. E di non ambirli tutti nemmen dentro. 4. E nessuno a spese del papa. 5. Apparecchi che si posson subito; e prima l’armi de’ principati italiani. 6. E lor marinerie. 7. E lor governi interni. 8. E il conservare e progredir opportuni. 9. E le colture. 10. E gli ordini consultativi. 11. e 12. Ed anche i deliberativi. 13. Ma dell’operabile da’ principi lascinsi giudici i principi.
224 Capo XI. Come vi possano aiutar tutti gli Italiani.
  1. Cooperazione necessaria de’ principi e de’ popoli. 2. Le quattro operosità, o vite italiane, che considereremo. 3. La vita pubblica ne’ principati. 4. E nella provincia straniera. 5. La vita sacerdotale. 6. e 7. La vita letteraria. 8. e 9. La vita privata. 10. Una grave obiezione, e risposta. 11. Le virtù private crescenti in Italia. 12. Obiezioni minori; e sunto del fin qui detto.
273 Capo XII. Breve storia del progresso cristiano.
  1. Questo studio è complemento necessario al libro. 2. Antichità dell’idea del progresso. 3. Come la svolgessero i filosofi del secolo XVIII. 4. Come la intendano i filosofi cristiani. 5. Cenno del regresso (non in coltura, ma forse in civiltà, certo in religione e in virtù) del genere umano prima di G. C. 6. Cenno e prova generale del progresso cristiano. 7. Le quattro età del progresso cristiano. 8. Età I., intermediaria tra il mondo antico e il cristiano (anni 1-476). 9. e 10. Età II., del primato germanico (anni 476-1073). 11. Progresso laterale o dipendente, dell’Islamismo. 12. Età III., o del primato italiano (anni 1073-1494) 13. Età IV., o de’ primati varianti (anni 1494-1814) Questione se la riforma abbia promosso o ritardato il progresso cristiano. 14. Primato iberico. 15. Primato francese. 16. Il tempo presente; non si debbe chiamare Età di transizione, Era umanitaria. 17. E porzione dell’età de’ primati varianti; è tempo del primato britannico.
319 Capo XIII. Il progresso cristiano presente, ed accrescimento che ne viene a tutte le speranze italiane.
  1. Tutti i progressi della cristianità accrescono le speranze italiane. 2. e 3. Progresso di dilatazione. 4. e 5. Progresso di unione. 6. e 7. Progresso di civiltà. 8. e 9. Progresso di coltura. 10. e 11. Progresso di virtù. 12. Conchiusione: la qualità e la quantità delle speranze.
375 Appendice. Se e come sia sperabile una lega doganale in Italia.
  1. Stato presente della questione. 2. Le quattro leghe immaginabili. 3. I. Lega germanico-italica. 4. II. Lega austro-italica. 5. III. Lega italica compiuta. 6. IV. Lega dei soli principati italiani. 7. Recapitolazione. 8. Eppure, qualche cosa è da fare. 9. Ma liberalmente. 10. E prontamente.
405 Nuova appendice. A molte critiche una risposta: fatti nuovi.
  1. La polemica. 2. Quella fattami. 3. Quella che son per fare. 4. I giudizi del tempo. 5., 6., 7., 8., 9., 10. Quattro o cinque fatti nuovi. 11., 12. Conclusione: Guerra, e pace; politica nazionale.