NOTE:
1. M.r Guizot has, in one of his admirable pamphlets, happily and justly described M.r Lainé, as «an honest and liberal man discouraged by the revolution.» This description at the time when M.r Dumont’s Memoirs were written (an. 1799), would have applied to almost every honest and liberal man in Europe; and would beyond all doubt have applied to M.r Dumont himself (Macaulay’s Essays. Paris, Baudry, 1843, p. 183).
2. It is a fine and true saying of Bacon: that reading makes a full man, talking a ready man, and writing an exact man (Macaulay’s Essays. Paris, Baudry, 1843, p. 378).
3. Num. XIV, 21, 32.
4. Num. XX, 12.
5. Il fecondo Gioberti ha pocanzi pubblicato un nuovo volume del Buono. E in esso parlando del Primato, egli lo dice «un’opera indirizzata a nudar le piaghe della mia infelice patria e a proporre i rimedi». Pag. LXXXV.
6. Alcuni moti, alcune voci sorte da pochi mesi che scrissi ciò paiono ad alcuni dar maggior importanza ai sogni neo-ghibellini. Io, deplorando tali novità, non so dare loro tale importanza; epperciò non muto nè allargo ciò che mi venne detto dapprima.
Nota della prima edizione.
A malgrado quanto precede contro alla resurrezione delle due parti neo-ghibellina e neo-guelfa, uno scrittore della Revue des deux mondes, 15 mai 1844, pagine 678, 679, mi fa esclamare a proposito di una confederazione italiana che comprendesse il principe straniero: «Ce serait renouveler le saint Empire en Italie; ce serait de la folie. S’il y a des neo-gibelins, je serai néo-guelfe»; tutto ciò, sic, virgolato, quasi fossero parole mie riferite testualmente. Eppure, io ricercai invano nel testo mio; e concedendo che la prima frase è implicata in altre mie (principalmente CAPO VI, § 3), io nego aver detto mai, voler esser neo-guelfo in niun caso. Anzi quant’è sopra esprime disapprovazione, respinta, disprezzo delle due parti, o piuttosto dei due nomi vani di neo-ghibellini e neo-guelfi; anche di questi, per li quali dico che combatterei come meno cattivi e se facesser parte; ma i quali dunque io dichiaro cattive e non facenti parte. Quindi se quello scrittore degni attendere un po’ seriamente al libro mio, o almeno a un capitolo, o almeno alle frasi da cui egli trae la sua citazione virgolata, ei troverà naturale ch’io respinga la ridicola qualità di le plus noble et le plus chevaleresque des Guelfes; — come poi la supposizione ch’io abbia scritto au point de vue di qualsiasi corte. Io avrei creduto che la dedica e la prefazione, nelle quali narrai l’origine del mio scritto, e parecchi, anzi molti passi di esso, e il nome mio apertamente postovi, ed anzi l’intiero libro, scritto se non altro con ispontaneità d’opinioni e di stile, farebbon chiara a chicchessia la spontaneità, anzi l’indipendenza del mio point de vue. Il punto di vista in che mi posi e tenni non è quello di nessuna corte, anzi nemmeno di nessun principato particolare italiano, ma di tutti; perchè lo credo il solo punto di vista italiano contro al punto di vista straniero. — Del resto continuin altri Italiani a dare agli stranieri il non bello spettacolo delle supposizioni ingenerose contro a chiunque fa o scrive qualche cosa in Italia. Io non iscenderò mai, se Dio mi sorregga, nel campo, facile, delle recriminazioni. — E nemmeno in quello del suddividere e moltiplicare le parti in Italia. Io non veggo con quello scrittore quattro parti: liberali, assolutisti, ghibellini e guelfi; nè altrettali con altri. Più guardo e studio, più veggo due sole parti essere grandi ed importanti in Italia (come sono due soli grandi punti di vista, due soli grandi interessi nella sua politica; come due sole specie di territori nella sua geografia, territori italiani e territori stranieri, principati indipendenti e provincia dipendente); dico che sono due soli grandi parti, la nazionale e la straniera; quella di coloro che disperano dell’indipendenza e s’adattano alla dipendenza; e quella di coloro che sperano e promuovono la liberazione. E chiamo poi, secondo natura ed etimologia, liberale chiunque si vuol liberare in qualunque modo; non veggo nei modi diversi, se non diversità interne della gran parte consenziente nel gran principio; e tutto il libro mio (prima e seconda edizione) non è se non discussione di famiglia tra tali consenzienti. Tutti gli altri sono per me profanum vulgus, et arceo.
Nota della seconda edizione.
7. Vedi il sogno particolare di lui, un governo tribunizio, in fine della Storia dal 1789 al 1814. Al quale, quantunque di tanto scrittore, non volli fermarmi, siccome quello che non passò, ch’io sappia, da sogno privato a pubblico, di molti, e nemmen di parecchi.
8. Ultimamente, mentre io scriveva così d’Arnaldo, uno dei primi ingegni d’Italia pubblicava una tragedia con documenti, nella quale ei tentava ridestar interesse per quel capo-popolo romano. Forse l’interesse sarebbe riuscito più poetico, se si fosse fatto il protagonista vittima solamente dell’accordo tra un principe italiano e lo straniero; senza rifarlo eretico nella tragedia, dopo averlo difeso dall’eresia nella vita preposta. Ma questo stesso interesse poetico sarebbe egli stato storico? Certo i documenti allegati (e notissimi) confermano che Arnaldo fu sollevator de’popolani romani contra il papa, al momento che popolo e papa avrebber dovuto riunirsi co’ Lombardi alla difesa dell’indipendenza; che Arnaldo fu causa o almen occasione (non iscusa) al papa di riunirsi all’imperatore; che fu dunque disturbator di quella difesa, e ritardatore di quanto fu fatto pochi anni appresso da’ Lombardi con un altro papa. Senza Arnaldo la immortal confederazione di Pontida sarebbesi forse fatta, la vittoria ultima di Legnano sarebbesi conseguita parecchi anni prima e meglio; la gloriosissima guerra lombarda sarebbe stata più grossa e più corta, più gloriosa, più italiana, più efficace. Non basta recar documenti, bisogna interpretarli; i documenti non sono storia per sè; la storia, come ogni scienza, è interpretazione de’ fatti. — La quale poi pur troppo si può fare, con sincerità ed eguale amor patrio, diversamente; ondechè parmi a lasciare quell’accusa di moda straniera, d’imitazione da’ Francesi e Tedeschi, che l’autore fa a noi, dissenzienti da lui. Noi potremmo ribatter l’accusa, e dire che, se noi seguiamo la moda straniera del secolo presente, egli segue la moda straniera ed invecchiata del secolo scorso; che un Manzoni, un Pellico, un Rosmini, un Cantù, un Gioberti, ed altri forse hanno fatta italiana la moda nostra da un vent’anni, cioè prima che fosse straniera; che gli scritti di tutti questi (e spero anche questo mio) palesano almeno un lungo e indigeno studio delle cose patrie; e che del resto straniera più d’ogni altra, e straniera volgare, è la moda d’accusarsi di stranierume tra dissenzienti sulle cose patrie. Gli alti ingegni in tutti i tempi, di tutti i paesi, e gl’Italiani principalmente, fecero proprio sempre quanto trovaron buono fuori di patria; e gl’ingegni buoni dissenzienti van pur gridando: «pace, pace, pace». E noi teniamo fra’ più degni d’accettare e ribatter tal grido l’illustre autore dell’Arnaldo.
9. Ho introdotta qui nel testo una giusta correzione fattami dal mio traduttore in francese (Paris, Didot, 1844). E da una statistica del 1839 da lui recata (ivi, p. 92), e da altri dati più recenti partecipatimi gentilmente da uno scrittore italiano di queste cose, traggo poi il seguente specchio approssimativo della popolazione di varii stati italiani, nel quale trascuro (come mi par si debba) le cinque ultime cifre, e così le poche migliaia d’abitanti di Monaco e San Marino; ed ometto le popolazioni italiane della Corsica, della Svizzera, del Tirolo, delle provincie Illiriche, e delle Isole Jonie.
| Principati italiani. | |
| Regno delle Due Sicilie | 8,000,000 |
| Regno di Casa Savoia | 5,000,000 |
| Stati del papa | 2,700,000 |
| Toscana, compresa Lucca | 1,700,000 |
| Parma | 500,000 |
| Modena | 400,000 |
| Totale | 18,300,000 |
| Provincia straniera. | |
| Regno Lombardo Veneto | 4,700,000 |
| Totale generale | 23,000,000 |
Nota della seconda edizione.
10. Del Primato, ec., t. II, p. 337.
11. Vedasi la storia scritta dal cardinal Pallavicini, e recentemente pubblicata, di papa Alessandro VII.
12. Io mi sono udito e veduto criticar qui e altrove per non aver parlato degli errori particolari di questo o quello o di tutti i principi italiani. Ed io mi sono pur udito generosamente difendere coll’osservazione sommaria: che ad ogni modo da trenta o quarant’anni in qua nessuno scrisse così liberamente ed apertamente in Italia. Ed io ringrazio di vero cuore questi generosi di tale osservazione, e me ne vanto. Ma non posso in coscienza usurparla qui in iscusa; perchè in coscienza sento o almeno spero che, quand’anche avessi scritto fuori, e fuoruscito od esule o fatto straniero, io avrei scritto al medesimo modo, senza entrare più di quello che ho fatto in quegli errori o colpe: e
I. Perchè ciò non entrava nell’assunto, nel cerchio, nel titolo del libro mio, che è delle Speranze, e non dei timori o dei malanni d’Italia; che non è storia o raccolta di fatti presenti, ma congetture di fatti avvenire.
II. Perchè quanto più liberamente io scrissi, tanto meno volli cedere a quel vizio o prurito d’uscir dal proposito, e ficcar critiche fuor del proposito, che mi par solamente perdonabile ai libri scritti a dispetto delle censure.
III. Perchè questi errori o colpe, quali che sieno, possono bensì mutare l’epoca d’adempimento, ma non le conchiusioni generali dalle speranze da me presentate; non fanno per esempio che questo nostro secolo XIX somigli o tenda a un nuovo Seicento; non fanno che non siasi ripreso il progresso del secolo XVIII; non fanno che non bisogni dunque spignere, pressar questo, ed aiutarvi i principi nostri.
IV. Perchè, se avessi scelto fra quegli errori o colpe, e avessi rammentate quelle d’un principe tralasciando quelle d’un altro, ciò non sarebbemi paruto nè bello nè giusto.
V. Perchè, se le avessi messe tutte, ei mi si sarebbe potuto rispondere troppo facilmente coll’osservazione, che queste colpe de’ governanti procedono talora da altre de’ governati, e che questi vi ebbero sovente l’iniziativa.
VI. E perchè dunque, ed insomma, e principalmente questo modo di scrivere o dentro o fuori, o dove che sia, m’avrebbe fatto servire a quelle recriminazioni, a quell’ire reciproche, a quelle divisioni le quali fu, e sarà scopo mio tor di mezzo, o almeno scemare, a tutta possa mia, finch’io scriva o parli. — Io volli andar avanti, o almeno mutar modi; n’ebbi, n’ho la pretensione, il confesso; questi rifrugamenti di torti reciproci m’avrebbon ricacciato nel modo retrogrado, o almeno vecchio. Io non mi vi lasciai trarre; ne ringrazio Iddio. Non mi vi lascerò, ne lo prego. Ognuno a modo suo. Facciano altri ciò che non voglio far io.
Nota della seconda edizione.
13. Tal fu il caso della sollevazione degli Spagnuoli contra Napoleone nel 1808; l’invasione perfida e nuova sollevò gli animi di tutti. Ma sarebbe stoltezza sperare che un’invasione antichissimamente adempiuta, e lungamente tollerata, producesse a un tratto il medesimo scandalo, le medesime ire, il medesimo accordo.
Nota della seconda edizione.
14. Vedi la recente e bellissima Storia de’ Vespri Siciliani dell’Amari; benchè questi abbia forse passato il segno, non in propugnare meglio che i predecessori l’importanza della sollevazione, ma in iscemare i fatti della quasi inutile sì, ma certa e grande o almen larga congiura. Ed io lo noto, perchè quanto più larga fu questa, tanto più urgente rimane l’insegnamento della inutilità di lei. — Su quella poi della Svizzera io accennerei a’ leggitori non tanto Müller, Zschokke o niun altro storico, come Schiller nell’immortale Guglielmo Tell. Questa sì che è poesia, storia, politica, filosofia, tutto insieme.
15. Non paia semplice vanto se noterò qua e là alcune conferme date dai fatti alle opinioni mie, ne’ pochi mesi dacchè le scrissi e le stampai. — La destituzione di lord Ellemborough pronunciata con esempio raro (od unico?) dalla Corte dei direttori della compagnia delle Indie, senza partecipazione dell’ufficio di Controllo, in seguito delle conquiste, giudicate inutili del Sind e di Gwalior, è splendido commento a quanto sopra.
Nota della seconda edizione.
16. Il traduttor mio (Paris, Didot, 1844) mi permetta di protestar qui contro alla interpretazione data da lui alla frase qui sopra. Egli traduce la classe démocratique, classe distincte, haineuse, usurpatrice, incendiaire; e così aggiungendo, e massime ripetendo la parola classe, egli estende al tutto, ciò che io intesi dite, e mi pare aver detto evidentemente, della parte cattiva della democrazia. Chi facesse tale aggiunta in qualunque frase simile, chi per esempio traducesse gli Angeli ribelli, con la classe degli Angeli, classe ribelle rovescierebbe, come si vede, ogni senso. — E quindi cade da sè la postilla fattami. Io ammetto come democrazie, così aristocrazie distinte, odianti, usurpanti, conflagranti. Ma io parlava qui della sola conflagrazione democratica, perchè sola temuta o sperata ai nostri dì; ed io credeva del resto essermi fatto conoscere abbastanza, anche in questo libretto, per non cader nel sospetto d’aver voluto stoltamente ingiuriare niuna classe intiera della società. — Ad ogni modo la frase non è ella abbastanza chiara? Si muti così: quella democrazia, propriamente detta, che vuol rimaner distinta, odiante, ec.
Nota della seconda edizione.
17. Così mi avvenne; la mia speranza sull’eventualità più promettitrice mi fu rimproverata come sogno dagli uni non senza amarezza, e li lascio; da altri non senza sale e lepidezza, e ne fo partecipi i leggitori. Anche in materia grave può aver luogo la celia. Ecco dunque un
Epigramma.
Italia mia, non è, s’io scorgo il vero,
Di chi t’offende il difensor men fero,
Grida il Gioberti, che tu se’ una rapa
Se tutta non ti dai in braccio al papa.
E il Baldo grida: dai Tedeschi lurchi
Liberar non ti possono che i Turchi.
Forse il Gioberti ed io potremmo dire di non aver detto precisamente così. Ma per celia non mi par cattiva; e chi si mettesse a rispondere alle interpretazioni stirate anche sul serio, non la finirebbe mai più. Sappiam donare hanc veniam, senza domandarla a vicenda per noi.
Nota della seconda edizione.
18. Vedi G. B. Marocchetti, Indépendance de l’Italie. Paris, 1830, — che è ristampa ed ampliazione d’un altro scritto pubblicato fin dal 1826. L’autore mi par cadere nel solito vizio de’ particolari troppo minuti: ma, tolti questi e parecchie differenze di opinioni generali, io ho la fortuna d’incontrarmi sovente con questo scritto, che non conoscevo quando scrissi io.
19. Qui più che altrove, poche settimane corse dacchè lo scriveva, recarono mutazioni importanti. — E vorrebbesi pure supporre che non si mutasse più! — Qual è utopia? il supporre una subitanea immobilità in mezzo a un moto continuante fin ora; o il prevedere e discuter il moto probabile?
Nota della prima edizione.
E pochi altri mesi corsi recarono mutazioni anche più importanti. L’essere passata definitivamente Grecia a un governo deliberativo, nazionale e pubblico, è fatto fecondo di conseguenze; non solamente perchè ridurrà forse il protettorato da triplice a duplice, ma perchè ad ogni modo la libertà e la pubblicità son pessime vicine ad ogni dominazione straniera.
Nota della seconda edizione.
20. Citiamo un’altra autorità, un politico meno puro, ma non meno previdente che il principe Eugenio. Quando Napoleone dopo Ulma ed Austerlitz ebbe in mano i destini dell’Austria, Talleyrand, ancora ministro degli affari esteri e consigliero principale di lui, gli consigliò di spogliarla sì delle province italiane ed anche di altre occidentali; ma «après avoir dépouillé l’Autriche sur un point, il l’agrandissait sur un autre, et lui donnait des compensations territoriales proportionnées à ses pertes.... Où étaient placées ces compensations? Dans la valée même du Danube, qui est le grand fleuve autrichien. Elles consistaient dans la Valachie, la Moldavie, la Bessarabie, et la partie la plus septentrionale de la Bulgarie. — Par là, disait-il, les Allemands seront pour toujours exclus de l’Italie, et les guerres que leurs prétentions sur ce beau pays avaient entretenues pendant tant de siècles, se trouveraient à jamais éteintes; l’Autriche possédant tout le cours du Danube, et une partie des côtes de la mer Noire, serait voisine de la Russie et dès lors sa rivale, serait éloignée de la France et dès lors son alliée,.... les Russes, comprimés dans leurs déserts, porteraient leur inquiétude et leurs efforts vers le midi de l’Asie». (Notices et Mémoires historiques par M.r Mignet. Paris, 1843, tome I, pag. 129, 130). — E l’idea di Talleyrand fu in parte l’idea di Napoleone senza dubbio: è provato dall’occupazione militare, e senza riunione a niuno Stato, delle provincie Illiriche, che egli destinava ultimamente ed evidentemente all’Austria. Quali ostacoli impedirono allora l’eseguimento? I due medesimi che l’impediscono ora, e l’impediranno forse alcun tempo, ma non sempre. Il fatto che le provincie danubiane non erano nè sono disponibili; che erano e sono in mano del Turco, e ne’ desiderii del Russo. Ma l’interesse universale della Cristianità rimuoverà il primo ostacolo per forza, e il secondo per persuasione o per forza, come che sia, quando che sia. «Le grand mérite de M. de Talleyrand fut de prévoir un peu plutôt ce que tout le monde devait vouloir un peu plus tard». (Ibid., pag. 159). — «Il y a quelqu’un, diceva egli, qui a plus d’esprit que Voltaire, plus d’esprit que Bonaparte, plus d’esprit que chacun des Directeurs, que chacun des ministres passés, présents et à venir: c’est tout le monde». (Ibidem, pag. 135).
Nota della seconda edizione.
21. Mentre io scrivea così dell’Austria sono uscite alla luce due opere importanti, e che confermano in molte parti le mie opinioni; benchè nè l’una nè l’altra non entrino nella questione orientale, che è pur la più essenziale a quella potenza. — Des finances et du crédit public de l’Autriche, de sa dette, de ses ressources financières, et de son système d’impositions avec quelques rapprochements entre ce pays, la Prusse et la France, par M. L. Tegoborski, conseiller privé au service de S. M. l’empereur de Russie, auteur de l’ouvrage sur l’instruction publique en Autriche. Paris, 1843, 2 vol. in 8. — Oesterreich und ihre Zukunft. Amburg, 1843; breve libretto, già tradotto in francese, e che è importante, anche per provare la spinta che viene ad Austria da Germania.
22. Veggansi gli altri passi dove parlo dell’Irlanda per non interpretare con taluno ch’io desideri o creda nemmen desiderata dagli Irlandesi, la separazione di lei.
Nota della seconda edizione.
23. Io aveva incominciata qui un’appendice sul futuro della nazione slava, su quello che ne’ discorsi politici presenti si suol chiamare il mondo, il movimento slavo. Ed a quest’aggiunta fui provocato pure dal mio traduttore. Ma che? accintomi all’opera, nemmeno qui tal provocazione non mi parve opportuna. E, in chi prende a trattare un argomento, un primo pensiero, una misura, un tutto, che si suol di rado oltrepassare o rompere convenientemente. — Quando parlo di cose italiane, io ho, confesserollo, se non qualche autorità presso ai miei compatrioti, ma almen qualche fiducia in me stesso, e l’appoggio a venti anni di studi solitari e sinceri sulla storia di Italia. Studi non interrotti se non una volta per forza, e da cui sorsero, a cui si riferirono, cui confermarono quanti altri feci di altre storie. Ma nè autorità nè fiducia io mi sentirei parlando di cose altrui; parlando a, e di una nazione la quale ha scrittori come il Mickiewicz ed altri, liberi, generosi e numerosi. — Io veggo per vero dire, dall’autocrate russo fino agli aristocrati boemi ed ai democrati polacchi, tutti prevedere, annunciare, sperare o temere il movimento slavo; e credo perciò che qualche tal movimento si farà; ma credo che complicandosi con quello di tutta l’Europa occidentale e della nazione tedesca in particolare verso l’Oriente, ne sorgano per la nazione slava in generale, e per la polacca in particolare, probabilità tutte diverse dall’italiane: credo insomma che le probabilità slave sieno che s’unirà una gran parte di quella nazione colla tedesca, mentre le nostre sono che ce ne separeremo. Queste probabilità slave sono elle men belle? l’indipendenza che ne risulterebbe sarebb’ella men compiuta che l’italiana? sarebbe immeritato da quella nobile, generosa, operosa nazione. E tuttavia, se fossero veramente probabilità, sopra esse dovrebbero fondarsi le speranze slave; perciocchè chi dice speranze, dice desiderii di probabile adempimento. — Ma di nuovo come osar uno straniero discutere tali interessi, proporre tali speranze diminuite a stranieri stimatissimi? Ingrato e forse inutile ufficio, io lo provo, è scemar le speranze, anche a compatrioti, anche ad una parte de’ compatrioti; ma più ingrato e più inutile sarebbe rivolgendosi a stranieri. — Teniamci dunque stretti al nostro assunto italiano, e facciam solamente aggiunta di questa osservazione: che in qualunque modo si prosegua, si adempia e si complichi coll’inorientarsi d’Europa il movimento slavo, ei sarà all’Italia occasione nuova, od accrescerà l’occasione della caduta turca; ch’egli accresce dunque le nostre speranze.
Nota della seconda edizione.
24. Qui il mio traduttore, postillandomi, dice: nous ne voyons véritablement pas sur quels témoignages l’auteur pourrait appuyer l’assertion d’une si forte inimitié entre les deux pays. — Ed io rispondo, che non ho parlato di niuna tale inimicizia tra i due paesi; che quanto a Francia io non credo che ella pur vi pensi, ond’io neppur pensai a parlarne; e quanto a Italia io parlai di pregiudizi e non di nimicizie nazionali. E non so se altrui, ma a me par grande la differenza delle due parole, non credendo che la nazione italiana sia tutta composta di uomini pregiudicati. — Che esista poi, pur troppo, tal pregiudicio antifrancese in Italia, ei mi è non solamente testimoniato, ma provato: 1. dal mio postillatore, il quale narra che un nostro grande scrittore suole esclamare in mezzo alla penisola. La haine pour la France! pour cette France illustrée par tant de génie et par tant de vertus! d’où sont sorties tant de vérités et tant d’exemples! pour cette France que l’on ne peut voir sans éprouver cette affection qui ressemble à l’amour de la patrie, et que l’on ne peut quitter sans qu’au souvenir de l’avoir habitée il ne se mêle quelque chose de mélancolique et de profond, qui tient des impressions de l’exil! Certo tutto ciò prova almeno che l’illustre italiano qui citato vede, com’io, i pregiudizi di molti nostri compatrioti, e com’io pure, li combatte. 2. da non pochi squarci molto diversi, se non opposti, di un altro nostro scrittore (altronde grande anch’esso), il Gioberti. 3. e da innumerevoli squarci di molti piccoli e piccolissimi, dei quali è più bello tacere. — I pregiudizi vi sono pur troppo; e non bisogna negarli, ma combatterli: giova più agli Italiani, e ciò è l’essenziale; e credo che piaccia anche più ai Francesi, i quali han troppo ingegno per non vederli, e non prevedere che cesseranno alla prima occasione vera.
Nota della seconda edizione.
25. Qui fu tradotto inesattamente odiata con odieuse.
Nota della seconda edizione.
26. Continuo a notare i fatti nuovi avvenuti in pochi mesi da che scrissi. S’è inasprita in Francia la disputa tra una parte del clero e l’università. Ma, già sono surti non pochi cenni che fanno sperare una soda soluzione di quelle gravi difficoltà. A’ paurosi un venticello par tempesta.
27. Qui pure ho ad accennare un’opera pubblicata mentre scrivo, La Russie en 1839, par le marquis de Custine. Paris, 1843; quattro volumi in 8.
28. Nuovo commento a tutto ciò: ultimamente i giornali francesi minacciano una gran confederazione russo-asiatica. E i giornali inglesi ne tacciono o sorridono. Come di cosa non vera, o non importante? — In ogni caso, Russia e Inghilterra s’accozzerebbero nel mar Nero, prima che nelle gole del Kiber o sulle sponde dell’Indo, certamente. E ne sarebbero molto appressate quelle occasioni che paiono così lontane ad alcuni Italiani.
Nota della seconda edizione.
29. Si può vedere nel libro testè citato, quanto fattizia e probabilmente temporaria capitale sia Pietroburgo. Mosca crebbe e cresce d’importanza dal 1812 in poi. Odessa è surta in questo secolo. Ma quando Russia si rivolgesse a’ suoi destini orientali, è probabile che ella stanzierebbe il nerbo di sua potenza in quel triangolo tra Mosca, Astrakan e Asof (la Tana del medio evo), onde ella dominerebbe i veri mari, i veri fiumi, i veri commerci moscoviti.
30. Il Gioberti ha dichiarato accostarsi all’opinione mia (ma non mi sembra intieramente) in una sua lettera alla Revue des deux Mondes. — Bruxelles, 19 mai 1844.
Nota della seconda edizione.
31. Conferma recentissima: Francia è tratta a nuova guerra, nuovi negoziati, nuove relazioni con Marocco.
Nota della seconda edizione.
32. Questo paragrafo di non fondar niuna speranza italiana sulla diminuzione degli stati del papa, fu, s’io non m’inganno, il più criticato direttamente o indirettamente di tutto il libro mio. Ma più lo ripiglio ad esaminare, men trovo a scemarne, più ad aggiungervi. Potrei chiamar l’attenzione de’ miei leggitori su quell’opinione cristiana e cattolica che si ridesta in tutta la civiltà presente; — sulla probabilità quindi che qualunque cosa si facesse contro al capo del Cattolicismo, urterebbe, solleverebbe contro a sè quell’opinione universale della Cristianità; di che abbiam tanto bisogno in qualunque impresa d’indipendenza italiana; — sulla probabilità di urtare, di sollevar pur così contra questa, forse la massima, probabilmente almeno una gran parte, e certo poi una parte qualunque dell’opinioni, delle cooperazioni italiane; — sulla utilità, sulla necessità di non guastare un’impresa santa con nulla che sia o paia men santo, un’impresa legittima con nulla d’illegittimo, un’impresa nazionale con una provinciale; — sulla probabilità, sulla certezza che i principi e i popoli italiani, i papi e i papalini come gli altri, liberati che fossero dallo straniero, converrebbero più facilmente, più pacificamente, più opportunamente ne’ propri interessi reciproci od anzi comuni, od anzi identici; — e intanto ad ogni modo sull’opportunità, sulla necessità, sul dovere che incombe a ciascuna provincia, a ciascuna popolazione italiana di sacrificarsi, se sia il caso, se sia d’uopo al ben di tutti, al bene sommo per tutti, all’indipendenza. — E mi si conceda ripetere il grido antico italiano, con un’aggiunta: pace, pace, pace, tra noi.
Nota della seconda edizione.
33. I derisori e disperanti non han forse badato a ciò: che questi due eserciti italiani sommano ad oltre 200,000 uomini: e che 200,000 uomini sono pure una bella somma d’esercito in tutti i paesi in tutti i tempi; e che fra essi, i 100,000 che si troverebbero naturalmente in prima linea in qualunque guerra d’indipendenza, sono appunto di quelli del cui valore non dubitò la storia mai, nè dubita l’opinione presente; che la seconda linea sarebbe di quelli dei quali (parliamo schietto) si dubitò per vero dire, ma i quali appunto perciò sono forse i più ardenti; e che dopo queste due prime linee, ne sarebber pure una terza ed una quarta de’ principati minori, e de’ provinciali dello straniero.
Nota della seconda edizione.
34. All’autorità del vecchio ammiraglio inglese, si può aggiunger ora quella recentissima d’un giovane contrammiraglio francese, il duca di Joinville, nella memoria Sur les forces navales de la France.
Nota della seconda edizione.
35. Vedi l’appendice in calce all’opera.
36. Dell’idee di libertà qui esposte io ebbi a soffrire due critiche, secondo al solito contrarie, dalle due parti opposte. — Dall’una fui biasimato d’aver presentate tali idee, quasi elle sieno pericolose a que’ principi italiani ch’io pur desidero aiutare, quasi ridestanti que’ turbamenti ch’io pur desidero tor di mezzo, quasi almeno riscaldanti (per servirmi d’una frase udita) i giovani e gli inesperti. Ma io rispondo in poche parole, che i giovani e gl’inesperti trovano ed assorbiscono tali idee, a malgrado tutte le censure e le proibizioni, in ben altri libri che il mio; e ve le trovano ben altrimenti promosse ed esagerate; onde tanto è, od anzi è bene, che le trovino pur una volta moderate dalle due riserve da me fatte, del sottoporre ogni speranza di libertà a quella d’indipendenza, e perciò di lasciar gli adempimenti di libertà a giudicio de’ principi. — Ed appunto di queste due riserve io fui biasimato dall’altra parte. Ma quanto alla prima sarebbe vano volerla difendere ulteriormente qui: perciocchè ella è principio, corpo e fine di tutto il libro mio, e proposta fin dal titolo nell’epigrafe; e da chi non l’ammetta io m’era già separato implicitamente fin dal primo paragrafo del primo capitolo della prima edizione, e mi separai in questa poi anche più chiaramente nella nota al § 3, capo 3; e mi separo soprabbondantemente e per sempre qui. — Resta dunque ch’io difenda ulteriormente la sola riserva seconda, contro a coloro che, posponendo meco la libertà all’indipendenza, pensano pur meco che la libertà può condurre all’indipendenza; ma diversamente da me pensano, che ella dovrebbesi o potrebbesi procacciare anche a malgrado de’ principi. Ed a questi consenzienti meco nel gran principio, a questi non più divisi nello scopo, ma solamente sui mezzi delle buone speranze italiane, io mi rivolgo, non senza fiducia, per supplicarli di ben considerare: 1.º Che la libertà così acquistata servirebbe male all’impresa d’indipendenza; perchè lascerebbe semi, anzi frutti di divisione tra principi e popoli; lascerebbe quelle gravi e lunghe diffidenze reciproche, quelle contese che sono consuete in ogni libertà nuova ed acquistata per forza; lascerebbe preoccupazioni di cose presenti, immediate, appassionanti, le quali farebbero posporre o dimenticare l’impresa d’indipendenza, e ne scemerebber l’impeto e la forza, se pur si facesse; — 2.º poi e principalmente, che ora, qui, non si tratta di libertà acquistate, ma tutt’al più acquistabili; non di divisioni che rimarrebbero dopo l’acquisto fatto per forza, ma di quelle molto maggiori che sorgerebbero immanchevolmente e per natura stessa di tal acquisto per forza. Perciocchè qui sta il punto, tutto il punto di difficoltà: i cospiratori, le società segrete, considerano sempre i lor disegni come «cosa fatta che capo ha»; non considerano che prima d’esser cosa fatta e d’aver capo o realità, ei s’ha a passare per tutti i pericoli, non dico i personali, ma della patria, a cui non è forse lecito a nessuno, non è certamente a chi non vi ha ufficio, esporre la patria, quando ella ha per le mani il gran dovere a compiere dell’indipendenza. — Insomma io ridico ai principi: Deh pensate e provvedete voi a quella libertà che, data, sarebbe forse strumento massimo; io dico ai popoli: Non isprecate pensieri, e meno fatti, in quella libertà che, presa, e peggio nel prendersi da voi, sarebbe impedimento massimo all’indipendenza. Ed io rigrido pace, pace, pace, tra noi.
Nota della seconda edizione.
37. Anche di questa letteratura esterna, che è specialità italiana già antica, ma più che mai splendida a’ nostri dì, io intendevo fare un’appendice. Ma è materia così ricca, che non ho tempo a colorire il mio disegno nella presente edizione. Suppliscano pochi cenni. — Più largo e magnifico assunto sarebbe una Storia degl’Italiani fuor d’Italia. Oltre ai crociati e ai missionari, che abbiam comuni coll’altre nazioni, niuna diede agli stranieri un così grande scopritore di terre incognite come Colombo; niuna poi tanti capitani e ministri quanti furono gl’Italiani. Ma quest’assunto così allargato servirebbe più alla gloria passata, che all’utilità presente della patria nostra. Non c’inganniamo: lo spirito di nazionalità s’è destato e ingelosito presso a tutte le nazioni, e più nelle più libere, in tal modo che sono e saranno ogni dì più rari gli esempi de’ grandi capitani o grandi uomini di stato stranieri in qualunque nazione. Io vorrei che fossero molti Italiani così giunti a potenza presso agli stranieri; perchè io non dubito che essi volgerebbero sempre quella potenza a pro della patria, e che al gran dì imiterebbero l’esempio di quel Capo-d’Istria, il quale non solamente la rivolse così, ma l’abbandonò poi per andar a combattere sulla breccia aperta nel suo paese. Ma il ripeto, i tempi son mutati e si mutano; e queste imitazioni si fanno impossibili. — E tutto all’incontro è poi delle colture. Queste tendono ad accomunarsi in tutta la cristianità; ondechè di qualunque paese sia un grande scrittore di scienze o lettere, od un grande artista, egli è facilmente adottato dovunque; ed entrando nella coltura straniera, non esce dalla nazionale sua, e potendo fuori, continua a potere in patria. Quindi (anche lasciando l’arti, e restringendo il tema alle lettere ed alle scienze, che si posson comprendere sotto il nome di Letteratura) un trattato storico e pratico della Letteratura italiana esterna sarebbe tema ricco non solamente di esempi antichi, ma di applicazioni presenti e future. — Potrebbe la parte storica incominciare fin dal primo risorger delle lettere, da Carlomagno; e con quel Paolo Diacono, Longobardo prigione in corte di lui, il quale scrisse forse colà quella storia che è unico monumento di fatti di sua nazione. E s’interrompe od oscura per vero dire la letteratura italiana esterna, come l’interna, come tutte l’altre, verso il fine del secolo IX e lungo tutto il X. Ma risorge di nuovo colla letteratura italiana interna e coll’universale verso la metà del secolo XI; e, come queste, così quella non cessa più di allora in poi. Nell’ultima metà del secolo XI e nel XII, studiarono, od insegnarono, o scrissero, o in somma fiorirono più o meno, fuor d’Italia, Gregorio VII, Lanfranco, Pier Lombardo, S. Anselmo d’Aosta. Nel secolo XIII S. Tommaso e S. Bonaventura. Nel secolo XIV Dante e Boccaccio per poco tempo, Petrarca per quasi tutta la vita sua. Nel XV Cristina del Pisano, il Poggio e parecchi minori. Nel XVI Amerigo, Davila, Alciato. Nel XVII Montecuccoli, Marino, e quelli che furono per vero dire oscuri a’ tempi loro, e si risuscitano ora a troppo onore, ma che insomma furono scrittori italiani esterni, i Socini, Diodati, Telesio, Radicati, Olimpio Morata, Celio Secondo Curione ed altri tali. Ma sorge a vero splendore la letteratura italiana esterna nel secolo XVIII, e vi si potrebbe noverare forse Alfieri, e si debbono certamente Lagrangia, Denina, Baretti, l’ab. Guasco, Algarotti, Metastasio, Galliani, Goldoni, per non iscendere a Casanova e Cagliostro. E continua poi incontrastabilmente e s’accresce quello splendore nel secolo nostro per opera di Botta, Foscolo e Pecchio, e de’ viventi Amari, Arrivabene, Berchet, Calleri, Collegno, Ferraris, Gioberti, Gorresio, Libri, Mamiani, Rossetti, Rossi, Ugoni, e d’alcuni altri, a cui si potrebbero aggiugner coloro che come Colletta, scrissero addentro, ma furono pubblicati fuori. E certo di tali scrittori e loro opere consta una letteratura sui generis, qual non è posseduta da niuna altra nazione antica e moderna. — E quindi, lasciando la storia e i vanti, e venendo all’utile presente e futuro, quindi sorge una speranza, e se non si guasti, io direi una delle maggiori speranze nostre. Che non potranno tutti questi Italiani scriventi di fuori, se sapientemente e virtuosamente studiando quegli esempi antichi, sappiano ben discernere quelli da imitare e quelli da fuggire; se, smentendo ciò che ne disse Machiavello, vogliano o sappiano, quantunque di fuori, conoscere lor paese qual è, qual mutossi dopo ch’essi lo lasciarono; se, ricordando gli amori, dimenticando gli odii lasciati in patria, uniti essi tra sè, uniti co’ fratelli rimasti addentro, si faccian centro d’una opinione italiana libera e moderata, forte e costante? E non pochi sono de’ nominati e non nominati che adempiono, a lor possa, siffatti uffici verso la patria. Ma non sarebber forse possibili più unioni, più aiuti, più tolleranze reciproche? E quindi più operosità comune, più efficacia? E ciò che poterono altri nobili fuorusciti, i Polacchi sopratutti, convenire in pubblicazioni periodiche, alzar cattedre di lettere e storie nazionali, non sarebbe egli possibile a quella famiglia di fuorusciti italiani la cui nobiltà supera in antichità e gloria tutte l’altre simili senza dubbio? — Ma io mi fermo per forza. E lasciando e pregando si lascin sospetti, io rivolgo verso colà pure, e per quanto io possa valere, il grido mio, il grido antico: pace, pace, pace, tra noi.
Nota della seconda edizione.
38. Io non m’ingannai prevedendo l’accusa e rispondendovi preventivamente. In un articolo della Revue des deux mondes 1.r juillet 1844, p. 133, dopo aver lodata tutta la parte del libro mio che annulla speranze, lo scrittore prosegue: Jusque là tout va bien, et M.r Balbo a raison; mais lorsque, après avoir fait table rase des idées des autres, il produit les siennes, le publiciste sensé cède sa place à l’utopiste. L’A. des Esp. d’It. base TOUS ses plans sur UNE éventualité (lo scrittore s’inganna qui su quanto dissi in parecchi luoghi); il prévoit la chûte de l’empire Ottoman, il le DÉPÈCE à sa guise (s’inganna di nuovo), et donnant le Danube à l’Autriche, il lui enlève le Pô avec le CONSENTEMENT (s’inganna più che mai) de toutes les puissances Européennes. Cela fait, M.r B. prend la Lombardie dans sa main; il l’offre à la Savoie, et voilà un royaume Lombardo-Ligurien (concedo, ricusando solamente il merito d’invenzione, la quale è antica). Mais quand les Russes seront-ils à Costantinople? (Questa è grossa! È l’opposto di tutte le mie speranze italiane, cristiane, universali. Lo scrittore sembra non aver letto il mio libro). C’est le secret de l’avenir. M.r B. ne le connoit pas; il conseille seulement aux Italiens de se tenir prêts à tout événement (e n’indico a mia possa i modi); quoiqu’il soit possible que l’heure attendue ne sonne que pour les générations futures. Cela n’est guère encourageant (la realità non è tale pur troppo per noi; ma è molto meno, lodar i capitoli che tolgono speranze, e pronunciar utopia tutti quelli che ne accennano, senza accennarne niun’altra poi; onde verrebbe la conchiusione che non v’è speranza): et en conscience, le livre da M.r B. au lieu de s’appeller Des Espérances, devrait s’appeller De la résignation de l’Italie. — In coscienza la rassegnazion del «progredir alacri a tutto ciò che si può e si deve virtuosamente mutare», è rassegnazione che chicchessia può confessar senza vergogna, ed io la confesso.
Del resto vedi nel medesimo fascicolo ciò che è molto ben detto di quella ch’io chiamai solamente l’eventualità più promettitrice. Si l’Espagne avait conservé quelque chose de son génie primitif, si l’anarchie qui la dévore n’avait arrêté chez elle ce mouvement d’expansion qui fit sa gloire en d’autres temps, elle aurait à remplir au Maroc une oeuvre analogue à celle que nous exécutons si laborieusement en Algérie. Dans cette dissolution universelle du monde musulman, qui frappe aujourd’hui tous les yeux, sa part et sa mission sont indiquées et la force des choses l’amenera à s’y devouer, lorsqu’elle sera rentrée au nombre des nations régulièrement constituées, et dès qu’elle aura pris possession de son avenir (ibi, p. 146). Questo è quasi verbatim ciò che io dissi dell’avenir d’Italia; è la miglior risposta ch’io possa fare all’accusa di utopia. — Ma come si fa egli che quella Revue così ben informata e grave sulle cose di Spagna (vedi varii articoli dei signori Lavergne e Durieu), sia poi così sovente diversa sulle cose d’Italia?
Nota della seconda edizione.
39. Vedi per l’antichità dell’ago calamitato risalente a 2,000 anni avanti G. C., l’ultima opera dell’Humboldt sull’Asia; e per la chimica la storia di quella scienza del Dumas; e per le matematiche quella del Libri.
40. Vedi la vita dell’ultimo nella raccolta del Lardner.
41. Una nuova opera è uscita alla luce sulle Indie Inglesi, la quale come in lingua francese sarà probabilmente letta in Italia molto più che non le numerosissime inglesi sul medesimo assunto: L’Inde Anglaise par le C. Edouard de Warren. Paris, 1844, 2 vol. in-8. Ed a difetto di quelle, io conforterei i miei compatrioti a leggere questa; io vorrei portar in qualunque modo la loro attenzione all’Oriente. Ma mi si conceda notare: che quanto è cristiano, liberale, generoso in quest’opera francese, fu già più o men bene detto da parecchi Inglesi, principalmente dai Whigs della Edimburg Review; e che il progetto militare di conquista russa, il quale termina l’opera, mi pare uno de’ più strani e più incredibili frutti di quel pregiudizio anti-inglese risorto pur troppo e non cessato in Francia dal 1840 in qua. Del resto i leggitori vi troverebbono numerose conferme di fatti da me allegati: la assoluta incapacità delle missioni protestanti; la capacità piccola ora, ma che crescerebbe se non fosse compressa, delle missioni cattoliche; la diminuzione forse inevitabile delle schiatte native, etc., etc.
Nota della seconda edizione.
42. Io trovo a questo mio calcolo storico una così notevole conferma in uno scrittore protestante, che non so trattenermi dal notarla. In fifty years from the day in which Luther publicly renounced communion with the Church of Rome, and burned the bull of Leo before the gates of Witemberg, Protestantism attained its highest ascendancy — an ascendancy, which soon lost, and which it never regained. — Macaulay’s Essays Paris, Baudry, 1845, p. 405. — E vedi poi, pp. 415 e 250, la conferma delle molte speranze cattoliche, delle nulle protestanti.
43. Mi par notevole questo fatto: non vi fu forse fra’ protestanti niun grande storico zelante protestante; all’incontro, parecchi storici protestanti si fecero cattolici: W. Schlegel, Stolberg, ed ultimamente Hurter, etc.
44. Vedasi Situation politique et littéraire de l’Espagne nella Revue des deux Mondes, 15 juin 1844; ed un articolo di poco anteriore sulla poesia spagnuola moderna.
45. Io stesso, in non so quale degli scritti miei, caddi in questa prima proposizione; la quale, ripensando, or dichiaro erronea ed antistorica.
46. Vedi Letture popolari. Torino, 12 dicembre 1840. — La Nourrais et Bères: L’association des Douanes Allemandes, son passé, son avenir. Paris, 1841. — Petitti: Considerazioni sulla Lega Doganale Germanica, nel Giornale Agrario Toscano, n.º 61, A. II.º, Unione Italiana. — Petitti: Delle associazioni Doganali fra varii stati; letto all’Accademia de’ Georgofili in dicembre 1841. Firenze, 1842, § II.º, Unione Italica. — Allgemeine Zeitung, 23 april, 2 junius 1842. — Annali universali di statistica; marzo e novembre 1843, articoli di L. Serristori; settembre e ottobre 1843, articoli di L. Serristori; settembre e ottobre 1843, articoli di Gaetano Recolci. — Portula, Dizionario di diritto e di economia commerciale.
47. Desidero andar incontro alle false applicazioni che si facessero de’ principii, ch’io son costretto a porre troppo brevemente talora. Non vorrei, s’applicasse quant’è sopra, contro alle strade di ferro. Queste sono agevolamenti di comunicazione come le leghe doganali; ma non portan seco (quando anche si facciano tra i principati italiani e la provincia straniera) i due pericoli di quelle; non l’economico, nè il politico. — Non l’economico, perchè non ci farebbero entrare nelle strettezze del sistema austriaco; non il politico, perchè non le darebbero preponderanze, ci lascerebbero nella condizione relativa presente; o se mai, darebbero preponderanza a noi, complesso di principati, preponderanti in territorio e popolazione. Le comunicazioni agevolate che non portan seco danno speciale, anderanno sempre a pro della nazionalità italiana. — E così abbiansi i nostri voti e la nostra gratitudine quanti principi e ministri e capitalisti promovano o promoveranno queste imprese veramente nazionali. Così veggiamo la penisola solcata in lungo ed in largo da quante linee sieno o si faccian possibili nello stato presente o futuro della scienza; così prima d’ogni altre noi veggiamo riunite Genova e Torino, e quella diventar porto di questa, e questa quasi avanzarsi di tanto nella penisola; e pur riunite Torino, Milano e Venezia, e Torino, Parma, Modena e la Romagna! E così Firenze e Livorno; Firenze, Roma, Napoli e al di là; e riuniti se sia possibile in uno o più luoghi i due mari italiani! Tutte e qualunque di queste riunioni materiali, aiuterebbero a quelle intellettuali e morali; le quali ne riprodurrebbero a vicenda altre nuove materiali. — Ma mi si conceda aggiugnere, non è forse paese in Europa, dove il commercio presente possa meno supplire esso solo a tali opere; dove queste abbiano più necessità dell’intervenzioni de’ principi; e dove questi poi sieno per trarne più profitto diretto ed indiretto. Negli altri paesi le strade ferrate sono strumenti necessari alle prosperità commerciali esistenti; in Italia elle sono strumenti necessari a far risorgere tal prosperità, e sarebbero di soprapiù strumenti politici a tutte le buone riunioni. Non può rimaner dubbio a chi v’attenda: parecchi principati italiani sono, a cui l’uno od anche il due o il tre per cento perduto in apparenza, sarebbero cento ed anche dugento o mille riguadagnati od in contanti, od in potenza.
Nota della seconda edizione.
48. Io non conosco se non un’operetta stampata a Livorno su quest’assunto, pur così importante, degli interessi italiani nel commercio orientale. Tanto più ragione di lodarla; e confortare l’autore a migliorarla ed estenderla.
Nota della seconda edizione.
49.
Torino, 19 febbraio 1845.
Signore,
Nella corrispondenza estera della vostra Rivista (gennaio 1845, p. 526) io trovo sul mio libro Delle Speranze d’Italia le seguenti parole: «La prima circostanza da osservare rispetto alla pubblicazione del libro del signor Balbo è che esso non è proibito nei dominii del re di Sardegna.» — Lo scrittore fu mal informato. Il libro Delle Speranze fu e rimane proibito qui fino a questo punto, che non si vende pubblicamente, non s’annunzia, non si dà se non a chi ne fa richiesta per iscritto, o come si dice qui sotto cautela. In una parola, il mio libro si tollera qui, come i fatti stessi recati dal vostro corrispondente provano che è o fu tollerato in Toscana; come fu ivi tollerato il libro del Niccolini. E come questi colà, così io pure son lasciato vivere tranquillo qui.
Tutti coloro che conoscono la mia posizione sociale, ed, oso dire, il mio carattere personale, sanno ch’io non son guari uomo a cui si comandi od ispiri un libro. E tuttavia se un principe italiano avesse comandato un tal libro com’è il mio, io l’avrei scritto molto volentieri; ma avrei professato di così scriverlo; e parecchi milioni d’italiani si sarebbero, credo, rallegrati che un principe italiano avesse così professato egli stesso, voler preparare il giorno dell’indipendenza, e nel modo da me accennato, camminando nelle vie del progresso universale, e camminandovi sempre all’innanzi dello straniero, e non temendo camminarvi fino alla politica libertà. Ma pur troppo non fu così; il mio libro non fu nè comandato nè ispirato, ma solamente tollerato. — Bensì, il mio è il primo libro di politica seria e presente che dal 1814 in qua siasi scritto sul suolo d’Italia, da uno scrittore continuante a vivervi. Ed io non so se ciò torni a qualche lode per lo scrittore tollerato, ma certo torna a quella del principe tolleratore.
Del resto nel mio libro io non proposi all’Italia nè quello nè nessun altro principe a «Capitano delle Speranze di Lei». Nè, io o niuno scrittore per quanto maggiore di me, avremmo tale autorità. Sola l’opinione universale potrebbe far tal proposizione o dichiarazione; e le farà, io non ne dubito, a gloria immortale di qualsivoglia de’ nostri principi s’avanzi mai primo ed arditamente sulle vie ch’io accennai, ma che tutti veggono. — Ma io anderò qui più in là che nel mio libro; io confesso desiderare, che tal sia, tal s’avanzi oltre agli altri il mio principe; e perchè egli è principe mio, e perchè egli è meglio collocato a ciò che nessun altro. Ed a compiere tal desiderio, io verserei volentieri, non che le mie povere e talor male interpretate parole, ma tutto il sangue mio, ma tutto quello de’ sei figliuoli miei.
Signore, il mio libro, di cui a mal grado le difficoltà di su e di giù, sono sparsi ormai presso a 3000 esemplari in Italia, non potè essere nè criticato nè menzionato ne’ giornali italiani. Al di fuori, parecchi miei compatrioti colà viventi mi assalirono vivamente, men per ciò che io dissi, che per ciò che io non dissi, ed anche per ciò ch’io dissi tutt’all’opposto. Io ringrazio delle prime critiche; la franca e leal discussione è utile alla patria nostra; e fu uno de’ miei scopi eccitarla. Alle altre avrei forse risposto già, per farne apparir le inesattezze, ne’ medesimi giornali; se non fosse che alcuni di questi non ne valevan la pena, ed altri hanno il mal uso di non accettar discussione sugli articoli da essi inseriti. Ma la vostra rivista è grave ed importante in tutta Europa; e gli usi e l’onor britannico mi fanno sperare che non vorrete ricusare questa mia risposta, la quale non può trovare luogo in nessuna pubblicazione della mia patria.
E con tal fiducia ho l’onore di protestarmi
Vostro obbligatissimo servitore
C.e Cesare Balbo.
La presente risposta fu inserita nel fascicolo immediato (aprile 1845) di Quarterly Review.
50. Del resto: «On a beau dérober les principes que j’ai établis, en ayant l’air de les combattre: tous les faux semblants ne servent de rien; suivre des règles posées par un autre, jusqu’à les compromettre par une application outrée, ce n’est point les inventer» (Cousin, Des Pensées de Pascal. Paris, 1844, p. 11).
51. S’ingannerebbe chi applicasse a’ tempi nostri il detto vecchio, che le proibizioni aiutano lo spaccio d’un libro. Anche ciò è mutato. Quando le pubblicazioni non si facevano se non ponendo in vendita un libro nella botteguccia d’un solo libraio, o talor muricciolaio, senza annunzi o con pochi, l’allettamento innegabile delle proibizioni poteva agguagliare o superar quello vegnente da tale ristretta offerta. Ma ora che s’è perfezionato di tanto l’artifizio di queste offerte, cogli annunzi ne’ giornali, ne’ cataloghi, sulle coperte de’ libri, e sui cartelli e cartelloni d’ogni sorta, gli allettamenti così procacciati superano di gran lunga quello delle proibizioni. Vedansi sull’importanza degli annunzi, le liti mosse in Francia dagli autori agli editori, per isforzarli ad usare, secondo i patti o il costume, questo gran mezzo di spaccio. E quindi io stimo (e sarà poi detta vanità mia in causa propria) che lo spaccio d’un libro proibito, ma non annunciato, possa essere così le cinque o sei volte minore di ciò che sarebbe stato se si fossero usati que’ mezzi. — Ma non si ingannino quindi troppo candidamente le censure sulla propria efficacia. Possono colle proibizioni di diminuir lo spaccio d’un dato libro; ma prima non ne diminuiscon guari la cognizione; perchè in tal caso ogni compratore impresta il suo esemplare a quattro o cinque altre persone per l’appunto. E poi le censure accrescono così e sovente esagerano l’importanza, l’autorità del libro proibito. Ed impediscono che capiti alle mani di molti buoni; i quali se il libro è buono, son pur quelli che ne approfitterebber più, perchè i troppo dissenzienti da un libro non ne approfittan mai; e se il libro è cattivo, son quelli che gli risponderebbon meglio per iscritto od a voce. E poi a voler giudicar l’effetto delle proibizioni non su un libro determinato, ma su tutti insieme, ei bisogna tener conto di quell’assioma economico, che, in fatto di merci proibite, sempre il contrabbando fa entrare le qualità più fine; perchè a far entrar queste il pericolo è uguale, mentre il profitto è molto maggiore. E in fatto di libri proibiti, ognun sa che cosa sieno le qualità più fine. — Del resto, dicesi che parecchi alti e gravi sudditi austriaci abbian fatti ricorsi al loro governo per ottener rimessioni dalla severità delle censure. Speriamo sieno ascoltati benignamente. — Ma, ho io detto, speriamo? E non debb’egli anzi dirsi timore, quello che ci venga anche questo miglioramento o addolcimento dal signore straniero? E non gli sarà tolta, chiaramente, incontrastabilmente tolta, tal precedenza almeno da alcuno de’ nostri principi?
52. Noterò una sola di queste alterazioni delle mie parole; per l’importanza che ha forse una osservazione ivi aggiunta — Io dissi al Capo IV, § 1, «che il sogno delle repubblichette fu od apparve sogno de’ sollevati Romagnoli del 1830, de’ congiurati con essi, e di quelli che chiamaronsi Giovine Italia». Ora uno scrittore (Revue Indépendante, juin, 1844, p. 567), dice: «M. Balbo affirme que ce rêve fut celui des insurgés de la Romagne en 1830, et de ceux qui ont fait partie de la Jeune Italie». — Come ognun vede, l’alterazione è un po’ forte; dir fu od apparve è tutt’altro che affermare. Ma andiamo avanti. Lo scrittore prende a dire: «Ce qu’elle (la Giovine Italia) voulait alors, ce qu’elle veut aujourd’hui c’est l’indépendance et l’unité italienne reposant sur la liberté et l’égalité pour tous. Son rêve, puisque M. Balbo l’appelle ainsi, serait de voir l’Italie non fédérée, mais une, n’ayant ni barrières ni États distincts; étant enfin ce que sont aujourd’hui la France, l’Espagne, et la Belgique». — È egli così? in tal caso non fo che rimandare questi miei infelici, e pur troppo sempre sognanti compatrioti miei dal Capo IV al Capo II, dalle osservazioni sulle repubblichette, a quelle sul regno unico; pur riconfortandoli a lasciar questi o quegli altri sogni del paro, ed a volgere essi pure la loro migliorata operosità allo scopo effettivo (arrivabile a parer mio) del progresso universale e della indipendenza d’Italia.
53. Nell’Appendice I.ª, su queste leghe, io toccai a un punto d’economia ed agronomia italiana, che mi pare importante; alla opportunità di estendere la coltura de’ pascoli, anche a diminuzione di quella delle biade. Tal proposizione scandalezzò alcuni teorici ed alcuni pratici. E di essa pure è uscita o almeno annunziata una notevole conferma. Vedi ne’ rendiconti dell’Accademia delle Scienze di Parigi le ricerche storiche e pratiche del signor Dezeimeris. Sarebbe desiderabile una pronta traduzione di tale opera appena pubblicata.
54. Dicesi che quasi altrettanti forestieri sieno talora in Roma sola per la settimana santa. È vero che gran parte di questi sono nazionali, forestieri, e non istranieri. Ma, ponendo il medesimo numero per l’Italia intiera, parmi (a difetto di più esatte notizie) vi abbia ad essere più che compenso.
55. Il Say (Écon. polit., liv. I, ch. XX (4. Éd.), T. I, p. 315) sembra d’opinione contraria. Ma si legga attentamente e non servilmente, e si vedrà da quella disquisizione stessa: 1. che dal totale del capitale innegabilmente portato e speso in un paese qualunque dagli stranieri, è a dedurre solamente il consumo fatto da essi; 2. che in questo stesso consumo non è da contare il consumo del lavoro nazionale pagato da essi, il quale non si sarebbe prodotto senza essi (massime in Italia); 3. che non v’è a contare nemmeno il consumo di parecchi prodotti materiali rozzi, i quali parimenti non si sarebbero prodotti senza gli stranieri; 4. che quindi il consumo a dedursi dal capitale portato e speso, si riduce a consumo di poche e rozze tra le materie che paiono e si soglion dir consumate; 5. e che insomma è calcolarlo alto, il porlo in media a un 8 o 10 milioni in tutto. — I quali poi io non deduco dal calcolo mio totale perchè li credo più che compensati dall’altre cifre, tenute tutte basse. Ma chi li voglia dedurre, riduca i 72 milioni a 60; e rimarranno grandi tuttavia i risultati. — Del resto sarebbe un trattato intiero e speciale a far su ciò. E dal Davanzati e Botero o forse dal Pandolfini fino al recentissimo Scialoja, l’Italia fu ed è pur patria dell’Economia politica bene e liberalmente scritta. Così vogliano gli scrittori di essa prendere ad esaminare, ed applicare la questione qui accennata, importantissima certamente per la patria comune.
56. Due capitali innegabili e pur non ammessi (almeno il primo) da parecchi economisti. Anche fuor d’Italia, a Hières, all’isola di Whigt, a quella di Madera, ec., l’aria sana e dolce trae stranieri o forestieri, che producon guadagni. L’aria buona può dunque essere, è un capitale; morto in molti luoghi sì, ma produttivo in parecchi.
57. Che è, se non m’inganno, all’incirca il totale del Commercio estero francese, l’esportazione ed importazione insieme, nell’anno 1844.
58. Io mi scosto così del tutto da una serie di articoli inseriti nella Revue des deux mondes sul risorgimento del così detto mondo slavo. Io l’avverto per gli ammiratori di quella riputatissima raccolta; affinchè forse non mi rispondano con mandarmi ad essa. Bene o male, io rispondo qui già agli argomenti là usati.
59. Mentre rivedevo la presente appendice, un nuovo fatto avvenne, che, quantunque letterario, non è pur senza importanza per noi; la pubblicazione della Storia del Consolato e dell’Imperio. La quale, per bello e gran libro che sia, non è nel resto d’Europa e in Francia stessa se non un libro di più, fra moltissimi: ma in Italia, tra la povertà di libri nostrali, e la varietà degli stranieri, da cui risulta tanto vagar delle nostre opinioni, l’apparizione d’un libro così impazientemente aspettato, così universalmente già letto, e, parlando in generale, così sodo e moderato, non può avere una vera ed utile importanza. — La storia precedente del medesimo scrittore ne ebbe già una contraria, in Italia come in Francia e dappertutto. Quella indifferenza ai grandi delitti politici, quella maniera dì presentarli come necessari, epperciò o più o meno scusabili o non delitti, spingeva a imitazioni, peggiori in Italia, che in qualunque altro luogo. Ora l’autore ha felicemente mutato modo; è tornato a quello di tutti i grandi storici antichi o nuovi, a quel modo che usa la storia non solamente ad narrandum, ma anche ad probandum, al modo di giudicare narrando. Qui l’autore giudica il suo eroe continuamente. Non sempre bene, a parer mio, ma il giudica; e il giudicio di lui esercita il giudicio politico de’ leggitori, che è un gran bene, dappertutto, ma principalmente in Italia, dove sono così poche occasioni a tal esercizio. L’autore (fin da’ tre volumi or pubblicati) giudicò bene e in parecchi luoghi l’errore di Napoleone di non aver tenuto bastante conto dell’opinione, della libertà del popolo conquistatore o francese. Ma ciò non basta; sarebbesi dovuto notare anche l’error secondo (e che diventò poi forse sommo per le conseguenze) di non aver tenuto bastante conto de’ popoli conquistati; errore incominciato a farsi verso l’Italia fino dalla Consulta di Lione, e da quelle male ripartizioni delle provincie italiane, che dividevano peggio che mai, non formavano nè educavano un popolo italiano; errore ripetuto poi ed aggravato verso Germania, e Spagna, e Polonia. E al dì delle sventure, Napoleone ebbe Spagna e Germania contro a lui, Polonia incapace di nulla per lui, Italia incapace insieme e indifferente a lui. E questa indifferenza non si suol notare tra le cause della caduta di Napoleone; non si suol notare Italia mai per nulla nelle grandi mutazioni d’Europa. Eppure, se l’opinione d’Italia fosse stata per Napoleone, nè Murat avrebbe immaginato di rivolgergliesi contro, nè Beaurharnais avrebbe fatto sì incerta quantunque sì nobil difesa; e la guerra vivamente nodrita in Italia avrebbe forse impedita o trattenuta la invasione in Francia; e ad ogni modo, uno Stato di più, un secondo regno sarebbe probabilmente rimasto a’ Napoleonidi in Italia, e due tali regni rimastivi sarebbero probabilmente stati durevoli. — Tutto ciò, veduto senza dubbio da ogni Italiano, sarà, se continua al medesimo modo, rimproverabile da essi alla Storia del Consolato e dell’Imperio. Ma qual libro moderno tien conto sufficiente di noi? E a chi la colpa? E ad ogni modo, lasciata la parte italiana, o forse altre straniere, resta sempre un grand’utile a trarre dagli esempi di operosità di quell’uomo e quel tempo; e dalla sodezza, dalla moderazione, dalla dottrina, dalle particolarità delle narrazioni e delle discussioni dell’autore.