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Giovanni Tolu, vol. 2/2 cover

Giovanni Tolu, vol. 2/2

Chapter 35: Appendice
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About This Book

La narrazione in prima persona ricostruisce la vita di un bandito sardo, alternando ricordi di gioventù e lavoro agricolo, resoconti delle scorrerie e dei compagni caduti, e riflessioni morali su vizi, prudenza e vendetta. L’autore descrive la separazione dalla moglie, relazioni clandestine con giovani contadine durante la mietitura, i pettegolezzi e le nozze che seguono, e il persistere di legami segreti. I capitoli intrecciano episodi di vita rurale con cenni storici sul fenomeno del banditismo nel Logudoro, mostrando come povertà, onore e destino influenzino le scelte individuali.

Appendice

La storia fin qui narrata (meno alcune note) è quella contenuta nel manoscritto da me consegnato all’editore Dessì, verso gli ultimi di maggio. Non immaginavo, certo, di dover aggiungere quest’ultimo capitolo!

Posto termine alla narrazione delle sue avventure, Giovanni Tolu era ritornato alla Nurra. Continuò nonpertanto a recarsi con frequenza a Sassari, per fornirmi gli schiarimenti che mi abbisognavano.

Ero già stato con lui a Monte Fenosu, e col prof. Piras a Florinas, per prendere alcuni schizzi sui luoghi dell’azione. Volendo pur visitare la cascina di Lèccari, informai l’ex bandito del giorno della mia partenza.

La mattina del 21 giugno, col primo treno, mi recai a Portotorres. Come smontai dal vagone, vidi venire al mio incontro un uomo sulla cinquantina, dall’occhio vivo e intelligente, dalla lunga barba brizzolata, e dal grigio cappellone a larghe tese. Era Giovanni Agostino Tolu, il genero dell’ex bandito.

Montati su due ottime cavalle, ci mettemmo in viaggio per Lèccari, dove arrivammo alle nove.

Giovanni Tolu mi presentò alla sua figliuola ed ai nipoti, i quali mi accolsero con un’infinità di cortesie.

Tutta la mattina fu da me impiegata a visitare la vasta cascina ed i dintorni, e a prendere alcuni schizzi[48]. Giovanni Tolu volle che io vedessi tutto, compreso il pollaio, ricco di galline, di tacchini e d’oche; e l’orto, ben assortito di erbaggi d’ogni genere.

Nel centro della palazzina è l’ampia sala da pranzo, a cui si accede dalla porta principale, difesa da una bussola in legno. A destra della sala, verso levante, è la camera dei coniugi Tolu; a sinistra quella dell’ex bandito. In questa ultima vedesi, appiedi del letto, un armadio scavato nel muro, a quattro piani: i due primi destinati alle stoviglie, i due inferiori alla libreria di Tolu; la quale si compone di una quarantina di volumi dai dorsi sgangherati, dai cartoni logori, e dai fogli colle punte accartocciate. La biblioteca di Giovanni Tolu non ha che un pregio: quello di esser letta e riletta! Presi in mano alcuni libri per leggerne i titoli: — Ufficio della Beata Vergine; Bibbia di Diodati; I Reali di Francia; Bertoldo e Bertoldino; Guerrino il meschino; Ettore Fieramosca; Carlo Magno; Vita dei Santi; l’Inquisizione di Spagna.

La famiglia di Agostino si compone di cinque figli, fra i quali una ragazza da marito e un giovanotto ventenne.

A mezzogiorno si andò tutti a pranzo — e ricorderò sempre la cordialità affettuosa di quella buona famiglia.

A tavola l’ex bandito tirò in campo la pubblicazione imminente della storia veridica da lui narratami, che doveva far dimenticare l’altra fantastica, messa in giro dal popolo[49].

Notai che fra padre e figlia non correva armonia d’intendimenti. Maria Antonia, sempre seria e riflessiva, pareva soffrisse, non condividendo l’entusiasmo paterno. Rispondendo ad una frase del vecchio, che alludeva ai torti della propria moglie, ella disse a me rivolta:

— Il torto fu di entrambi. Con qualche buona persona per lo mezzo si sarebbero potuti evitare molti malumori e molti guai. La mia mamma era troppo giovane, e fu lasciata sola; il mio babbo fu troppo puntiglioso e troppo aspro. Non so, d’altronde, chi sia dei due il più disgraziato. Non credo un’invidiabile celebrità quella cui aspira un bandito, dopo aver ucciso, a torto od a ragione, il proprio simile. Spetta a Dio, non agli uomini, togliere la vita ad altri!

Erano sante parole, che il vecchio certo non afferrò intieramente, perchè un po’ sordo.

Si parlò in seguito della disgrazia di Giovannino, morto annegato; e Maria Antonia, colle lagrime agli occhi, esclamò vivamente:

— La colpa fu tutta del poco spirito degli uomini presenti alla disgrazia. Se ci fossi stata io, lo avrei di certo salvato!

Verso le 5, io ed Agostino montammo a cavallo. Il bandito, la figliuola e i nipoti vennero tutti sul piazzale per salutarmi. Promisi loro una seconda visita in settembre.

Giovanni Tolu era di buon umore, e mi colmava di cortesie. Voleva essere scrupoloso nel fare gli onori di casa. Egli mi disse:

— Noi ci rivedremo fra pochi giorni!

Dopo un’ora di cavalcata arrivammo a Portotorres. Agostino volle accompagnarmi alla stazione, ed io fui di ritorno a Sassari col treno della sera.

***

Erano appena trascorsi tredici giorni dalla mia gita a Lèccari, quando il 4 luglio 1896 l’editore Dessì ricevette da Portotorres la seguente cartolina:

«Oggi, alle ore 13, morì qui di carbonchio Giovanni Tolu. Partecipi la notizia al Cav. Enrico Costa.

Gio. Agostino Tolu.»

Il disgraziato bandito, che ogni due o tre settimane veniva a Sassari, smanioso di veder pubblicata la sua storia, non fu appagato nel suo desiderio.

Era stata una vera fatalità! Per trent’anni Giovanni Tolu aveva taciuto le sue avventure; e finalmente si era deciso a raccontarle... quasi alla vigilia della sua morte. Vi ha di più: da soli due mesi l’editore Dessì lo aveva indotto a farsi fare il ritratto, riprodotto in questo libro.

Or ditemi: non vi par tutto questo il romanzo d’una storia, o la storia di un romanzo?[50]

***

Abboccatomi nella prima metà di luglio colla figlia e coi parenti dell’ex bandito, appresi i particolari della sua morte.

Il giorno 28 giugno Giovanni Tolu aveva deciso di recarsi a Portotorres, per assistere l’indomani alla festa di San Pietro. Siccome dovevano pur recarvisi alcuni servi, la mattina del 29 egli si affrettò ad aiutarli, per chiudere il bestiame grosso nel recinto a ciò destinato. Egli si era dato a spingere i tori e le vacche, percuotendoli colla palma della mano; e, dopo aver molto faticato, sì era messo in viaggio per Portotorres.

Tornato il martedì (30) a Lèccari, si lamentò di un piccolo foruncolo ad una mano, che lo tormentava alquanto. Entrata l’indomani la figliuola nella sua camera, avvertì la gonfiezza della mano; ma Tolu, burbero com’era, le rispose:

— Cose da nulla; non dartene pensiero!

Il giorno seguente crebbe l’enfiagione; e quantunque il vecchio persistesse nell’assicurare che non era nulla, la figliuola gli bruciò alla meglio la ferita col nitrato di argento.

Di ciò non ancor contenta, Maria Antonia costrinse il vecchio a montare a cavallo; gli sedette in groppa, e si avviarono a Portotorres per consultare il medico.

Il giorno 2 il medico avvertì il carbonchio, fece il taglio, cauterizzò la ferita, e fece stare a letto l’ex bandito, in casa del nipote (figlio di Giomaria).

Non tardò il male ad aggravarsi. Giovanni Tolu cadde in un torpore, che lo rendeva ignaro della gravità del male.

Fu supposto che il vecchio, aprendo il cancello, avesse riportato qualche leggera scalfitura; nella quale, o si era comunicato il carbonchio per le percosse date alle vacche, oppure per qualche mosca (come comunemente avviene) che avesse deposto il veleno sulla ferita.

Poche ore prima di morire furono consigliati al vecchio bandito i conforti religiosi. Egli assentì col capo, senza pronunciar parola.

A un’ora dopo mezzogiorno, del sabbato, egli spirava.

***

Quasi tutti i giornali italiani annunziarono la scomparsa di Giovanni Tolu sotto la rubrica: la morte di un celebre brigante[51].

Niente di più erroneo. Il bandito sardo non è il brigante; e, per convincersene, basta riandare le gesta dei famosi capi squadriglia, che, in tempi civili (1860-1896) infestarono le due Sicilie, la Romagna, ed altre regioni d’Italia: — gesta, che hanno destato il terrore per la ferocia dei misfatti, per il sangue freddo con cui vennero preparati, e per il cinismo degli assassini dopo averli commessi. Dal complesso dei fatti fin qui narrati, il lettore avrà rilevato quanto diverse siano le cause che hanno spinto alla delinquenza i disgraziati banditi.

Giovanni Tolu non era Ninco Nanco, non era Caruso, non era Cipriano La Gala, non Torrigiani, non Mistretta, non Domenichino Tiburzi. Molta differenza corre fra l’uno e gli altri. Il brigante si dà alla macchia per formare una banda di malfattori; il bandito rifugge dai compagni per meglio meditare nella solitudine; il primo non pensa che al furto e all’assassinio, il secondo non sogna che la vendetta[52].

***

Da pochi giorni era morto Giovanni Tolu, quando la sua figliuola ricevette una lettera da un avvocato di Cagliari. Costui, per incarico di Maria Francesca Meloni, domiciliata a San Gavino Monreale, chiedeva informazioni sul patrimonio lasciato dall’estinto, non volendo la vedova rinunciare alla quarta uxoria, che le spettava per disposizione dell’art. 753 del Codice civile.

La domanda di quella vecchia, pervenuta a Lèccari in un giorno di dolore, era stata una spina al cuore di Maria Antonia. La povera figliuola rispose di proprio pugno alla madre, e venne a me per leggermi la brutta copia della lettera inviata.

Lo scritto di Maria Antonia era forse assai povero di grammatica, ma il concetto era grande, nobile, generoso, e rivelava un profondo sentimento di amor figliale.

Riassumo fedelmente i pensieri contenuti in quel foglio.

«Carissima madre,

«Sono più di trent’anni che mi avete dimenticata, ed io ignoravo persino la vostra esistenza. Oggi solamente vi siete ricordata di me, per chiedermi conto, in nome della legge, dei beni lasciati dal disgraziato padre mio. Mi meraviglio come non abbiate riflettuto, che un bandito non può aver patrimonio. Il poco che oggi possediamo è frutto del mio sagrifizio e del lavoro di mio marito. Nostro padre non ha lasciato che un pezzo di terra in Uccareddu, che ci darà molti fastidi, per una lite pendente, a causa di delimitazioni.

«Io non ho accuse da farvi, nè vi rinfaccio alcuna colpa, poichè una figlia non può avere il diritto di giudicare la propria madre. Ho il dovere di rispettarvi; ed oggi vi dico, anche a nome di mio marito: — Qui a Lèccari abitiamo una casa vasta e molto comoda; vi crescono i nostri figliuoli, e non vi mancano i servi. Venite pure: mi aiuterete nel disbrigo delle faccende domestiche, se lo desiderate — oppure non lavorerete, se così vi piace. Vostra figlia apre a voi la sua casa, affinchè in essa possiate passar tranquilli gli ultimi anni della vecchiaia.

«Altro non abbiamo a dirvi.

Maria Antonia Tolu.»

Questa lettera, fino ad oggi, è rimasta senza risposta. La madre tacque, forse perchè pentita dell’imprudenza commessa, non prevedendo la generosità della figliuola.

Chi lo sa? forse nella mente della povera vecchia sarà passata, come in una visione, tutta la storia del suo primo amore e della sua prima colpa. Forse erale mancato il coraggio di dire, che non poteva accettare l’ospitalità generosa di una figliuola, senza distaccarsi da altri figli... che Maria Antonia non avrebbe potuto chiamare fratelli!

Il destino ha scritto la parola fine sul triste libro di Giovanni Tolu. A noi non è lecito leggere più oltre.

Il vecchio bandito dorme l’ultimo sonno nel camposanto di Portotorres; e la vecchia peccatrice, ferita al cuore dalla generosità figliale, espia forse l’ultima colpa alle falde del castello di Monreale.

Irrisione dell’umano destino! — Giovanni Tolu, il ministro di morte e di pace; il superbo bandito che riuscì a sfuggire alle palle di cento fucili; che nessun nato di donna giunse mai ad atterrare, morì anch’esso di morte violenta, avvelenato da un insetto. — Gli uomini lo temettero, ed una mosca l’uccise.

FINE


INDICE DEL SECONDO VOLUME

PARTE SECONDA
IL BANDITO DI FLORINAS.
(Continuazione)
 
Cap.    
XXI. Spigolatrice e spigolatore Pag. 5
XXII. Gita notturna 15
 
PARTE TERZA
IL BANDITO DELLA NURRA.
 
I. Alla Nurra 33
II. I nuovi pirati 42
III. Antonio Careddu 53
IV. Gli amori del bandito 65
V. Occupazioni e passatempi 77
VI. Tra carabinieri e spie 86
VII. Strumento d’odio altrui 97
VIII. La bambina nell’aia 106
IX. A San Paolo di Monti 119
X. La scolara insegna il maestro 124
XI. Vita nuova 133
XII. Il giudice di pace 140
XIII. A Monte Rasu 154
XIV. Lo scandalo d’una tresca 165
XV. I ladri di buoi 173
XVI. Bue per bue! 182
XVII. Fra giudici e avvocati 192
XVIII. Fra ladri di bestiame 202
XIX. Salvacondotti 213
XX. Fidanzamento e sponsali 222
XXI. Arma bianca e bestia nera 232
XXII. In difesa del debole 238
XXIII. Nel mondo dei curiosi 246
XXIV. Vita e azienda a Lèccari 253
XXV. L’arresto 262
 
PARTE QUARTA.
DOPO L’ARRESTO.
 
I. In carcere 275
II. A Frosinone 282
III. Il bandito in libertà 289
IV. Il mistero 302
 
APPENDICE
 
Morte di Giovanni Tolu 313