NB. Il buon senso del lettore correggerà di leggieri i pochi errori di stampa, sfuggiti al proto in questo libro; come, per esempio, nel Volume I, sollecirare per sollecitare (pag. 108) — ammicarseli per amicarseli (314) — parecchie volte Assisie per Assise; e nel Volume II, identicità per identità (p. 29) — arruffatta per arruffata (p. 74) — volla per volta (93) — appettito per appetito (115) — lavorare per lavare (174) — stringendogli strette per stringendogli (280); ed altri insignificanti, che facilmente verranno avvertiti.
INDICE DELLE VIGNETTE
VOLUME SECONDO
| Uccisione di Salvatore Moro | Pag. 27 |
| Testata allegorica sui personaggi della storia | 33 275 |
| Il bandito e la sua bambina | 126 |
| I carabinieri a Monte Rasu | 157 |
| La cascina di Lèccari | 260 |
| I funerali del nipote di Tolu | 298 |
| Lettera iniziale allegorica al banditismo | 313 |
NOTE:
1. Veramente, Tolu fu poco cavalleresco e molto rusticano!
2. Ricordo per l’ultima volta al lettore, che io non aggiungo una sillaba alla narrazione del bandito.
3. Omicidio commesso il 10 dicembre 1856. Vi fu sospetto, forse per la dichiarazione delle moglie dell’ucciso; ma fu dichiarato non farsi luogo a procedere con ordinanza del 5 gennaio 1862. Il Tolu, però, confessa schiettamente l’omicidio; e ciò prova la veridicità della sua confessione.
4. Pare incredibile! E si era nel 1854!
5. — Che cosa vuol dir Basto? — chiesi a Tolu.
— È il nome di una città! — fece il bandito, come sorpreso ch’io non lo sapessi. — Scriva così!
6. Nè alcuno potrà spiegarlo, quantunque consimili casi siano stati da altri avvertiti.
7. Giovanni Tolu conosceva il codice della pirateria!
In tempi amichi, e fino al primo ventennio del secolo spirante, molti pirati si gettavano sulle spiaggie della Nurra e dell’Asinara. A quest’isoletta approdò, il 19 settembre 1812, uno sciabecco turco, che fece schiavi 20 individui, fra uomini, donne e fanciulli. Un turco fu ucciso da un pastore.
8. Traduco sempre le parole di Giovanni Tolu, che invitavo a parlare in sardo per meglio capirlo. Lascio intatta la sua narrazione, sebbene in qualche punto non ci accordi colla storia di quei tempi.
9. I sicari erano scrupolosi nell’adempimento del loro dovere. L’ho detto altra volta: fare il sicario era ritenuto a quel tempi un mestiere come un altro! — Questi fatti accadevano nel 1851.
10. Questo caso di Sant’Agostino mi fu citato parecchie volte dall’ex bandito. Non poteva tollerarlo!
11. Tolu non volle dirmi neppure il nome di battesimo di questa donna, mentre mi confidò quello delle altre donne, con preghiera di non pubblicarlo.
12. Durante il tempo che avvicinai Giovanni Tolu, mi divertivo ogni tanto e farmi dir l’ora. Non si sbagliò mal di oltre una quindicina di minuti; e quando lo correggevo esclamava: — È il suo orologio che va male! Quella di Roma è un’ora falsa per noi.
13. L’agguato era per Tolu, come mi risulta da un processo. I carabinieri Virdis e Nuvoli, nella loro relazione scritta, dichiararono ch’era loro intenzione di far fuoco su Tolu, senza neppure intimargli il ferma!
14. A quest’ambasciata prese pur parte il Dott. Antonio Francesco Satta, il quale lodò Tolu per il disdegnoso rifiuto a intingere in un tradimento. I florinesi erano gelosi della propria dignità, e preferivano un feroce bandito ad un vil traditore.
15. Abbiamo veduto come le Autorità, più tardi, cercarono di aver nelle meni Tolu per mezzo di Derudas, che si trovava in carcere. Pare che il sistema del governo assoluto perdurasse anche in quello costituzionale.
16. Stirare il cavallo: esercitarlo alla corsa alcuni giorni prima della festa. Espressione sarda.
17. Corre nel popolo insistente la voce, che il bandito avesse in precedenza fatto un segno alla bambina per riconoscerla più tardi. Tolu la smentisce, e con ragione. Quando poteva farle il segno, se non l’aveva mai veduta? Il primo suo dubbio, comunicato ad altri, diede forse appiglio alla diceria.
18. A costo di annoiare il lettore, ho voluto riportare le minuzie di queste scene puerili, che Giovanni Tolu mi narrava con tanto trasporto.
19. Trascrivo fedelmente la lettera, dettatami in italiano da Tolu.
20. Ho già detto che su Tolu caddero i sospetti di questo colpo, ma in seguito fu dichiarato non farsi luogo a procedere. Ora l’ex bandito si dichiara colpevole, volendo confessare tutti i suoi delitti.
21. Io credo che Antonio fosse sempre risentito per essere stato accusato dai fratelli; e lo desumo dalla sua deposizione alle Assise per il fatto di Monte Rasu. Egli rivelò alcune confidenze fattegli da Tolu, a proposito dell’odio che nutriva verso il brigadiere Piettone.
22. Noti il lettore la paura che si aveva dagli sconosciuti negli ovili della Nurra.
23. Il fatto avvenne la mattina del 21 maggio 1859.
Darò il sunto della relazione dei carabinieri e di altri testimoni, che tolgo dagli atti del processo.
Il brigadiere Antonio Piettone, il vice brigadiere Giuseppe Delrio, e i due carabinieri Antonio Catte e Raimondo Argiolas erano usciti dalla stazione di Portotorres, fin dal 19 maggio, in perlustrazione. Nella mattina del 21 si presentarono all’ovile della vedova di Paolo Sechi per abbeverare i cavalli.
Il vice brigadiere Delrio precedeva i compagni, avendo il cavallo indomito. Giunto alla porta della capanna che guarda levante, mentre un mastino abbaiava, gli fu fatto fuoco da dentro, e cadde.
Piettone e Argiolas spinsero allora i cavalli in avanti, mentre Catte si dirigeva alla porta opposta, volendo impedire l’uscita all’ignoto assassino. Uscito il bandito, e veduto a 30 metri il carabiniere, lo sparò scaricando l’altra canna.
Il bandito prese la fuga verso tramontana, e Piettone e Argiolas si diedero ad inseguirlo per 10 minuti, tirandogli dietro tre fucilate. Quantunque sicuri di averlo ferito, tonarono indietro per andare in cerca di carri per trasportare i feriti. I due carri furono somministrati da L. Gianichedda, da D. Atzoni e da Gio. Sechi.
Il vice brigadiere Delrio e Catte furono trasportati a Portotorres, indi all’ospedale militare di Sassari, dove morirono: il Catte l’indomani, e Delrio il 1º luglio, 40 giorni dopo.
Nell’ovile erano due sole donne: la vedova Sechi, e Maria Rita, la moglie del servo pastore. Quest’ultima preparava alcuni laticini per i bambini, nell’ovile; la Sechi era nella capanna.
Dice quest’ultima, che per Tolu fu tutt’uno: udire il cane, vedere il vice brigadiere, spararlo, fuggire, e far fuoco su Catte.
Gio. Sechi dice, che Tolu fece gli spari per mera vendetta.
Antonio Sechi afferma, che avendo più tardi rimproverato Tolu per la catastrofe, questi gli disse che non aveva potuto farne a meno, poichè in tali casi l’unico mezzo di scampo è sempre il far fuoco sull’arma. Più dice, avergli Tolu confidato, che uccise Delrio credendolo il brigadiere, di cui andava sempre in traccia perchè lo perseguitava.
Il Tolu niega tutto, e dice che i carabinieri andarono ad arrestarlo, perchè a Boturru vi fu chi volle informarli del suo ritiro nell’ovile di Paolo Sechi.
24. Risulta che questa voce si sparse a Florinas verso il 1863.
25. Assennate considerazioni, che mi sorpresero in un rozzo bandito.
26. Ecco i nomi di tutti i banditi, ch’ebbe a compagni Giovanni Tolu, durante il primo decennio di latitanza:
1. Antonio Rassu d’Ittiri — 2. Leonardo Piga — 3. Giomaria Puzzone — 4. Antonio Maria Derudas — 5. Pietro Cambilargiu — 6. Pietro Deligios, d’Osilo — 7. Sebastiano Branca, d’Ossi — 8. Gio. Andrea Ilde, di Nurra — 9. Antonio Careddu — 10. Giomaria Cossu, di Nulvi — 11. (ed ultimo) Giomaria Ibba.
Quasi tutti vennero arrestati od uccisi da carabinieri o da nemici. Tranne Derudas, col quale Tolu visse due anni, gli altri non gli furono compagni che per pochi mesi, o parecchie settimane.
Di questi banditi il Tolu narrò le brutte azioni, tacendo le buone, che pur non sono ignote. In ciò non fu scrupoloso; e mi accorsi ch’ei tacque per un sentimento di gelosia. Questo lo noto per la verità, volendo scrivere una storia, non un romanzo.
27. Quantunque da un quarto di secolo siano avvenuti i fatti che qui si narrano, ho creduto conveniente tacere, cambiare, o alterare diversi nomi di persone, che l’ex bandito mi declinò scrupolosamente per avvalorare la sua narrazione.
28. Per cavallo dei morti s’intende un tumulo, formato da un’alta panca ricoperta da un manto nero, sul quale si collocano alcuni ceri, due teschi e un crocifisso.
29. Screpolarsi la pianta dei piedi, è bestemmia sarda che allude al cadavere.
30. Giovanni Tolu era molto inasprito per l’uccisione de’ suoi buoi, e forse non tutte le sue induzioni saranno state fondate, a proposito della complicità di compare Maurizio nello scannamento.
31. Il lettore avrà notato la facilità e la fretta con cui nella Nurra si riportavano le parole pronunziate da questo e da quello. Queste parole (gonfiate ed alterate ad arte) forse eccitavano gli odî e provocavano le vendette di sangue. La maggior parte dei misfatti dei latitanti dell’isola hanno per origine la leggerezza dei referendari. Qui, per esempio, vediamo Tolu avvertito da quel Tignosu, che altrove ci venne indicato come il fiduciario dei carabinieri nell’assalto di Monte Rasu. E fidatevi di queste prove, che ciascuno crede avere sulla reità dell’avversario!
Le passioni, che in quel tempo agitavano gli animi degli abitanti della Nurra e di quasi tutti i paesi del Logudoro, erano fomite di dicerie, di denunzie e di sospetti, non di rado privi di fondamento. Anche certi giudizi di Tolu, o per antipatie, o per false referenze, saranno stati erronei. Quanto ho asserito per i buoi, valga per altre asserzioni di Tolu, da me riportate; come, per esempio, i sospetti su Francesco Serra (pag. 160, I.) — il giudizio per l’assassinio di Bazzone (pag. 162, I.) — la vendita dell’oliveto di Giacinto (pag. 59, II.) — la complicità di Manunta e di Deroma nell’assassinio di Antonio Careddu (pag, 63, II.) e così altri. Rimando il lettore alla mia nota, a pag. 159, vol. I.
32. Trovasi presentemente a Milano, colonnello giubilato.
33. La sentenza contumaciale ha la data del 14 luglio 1869.
34. Vento buono e vento cattivo: espressione dei pastori e contadini sardi, per dire che il vento è favorevole o contrario all’olfato o all’udito degli animali, l’uomo compreso.
35. Se è vero che questa curiosità entusiastica eccitava il bandito a perseverare nelle azioni generose, è pur vero che in altri tempi essa dovette incoraggiarlo a cimentarsi in imprese, non sempre nobili, nè degne di plauso.
36. Pare che il bandito sperasse in un maggior compenso, credendo sul serio che la strada l’avesse fatta lui! Gli Inglesi certamente avevano inventato un pretesto per avvicinare il famoso bandito.
37. Pare che Tolu desse un senso troppo largo all’art. 137 del Codice penate, dimenticando la sentenza del 14 luglio 1869, che lo condannava a morte.
38. Ecco un brano del verbale di arresto, eseguito il 22 settembre 1880, firmato dal maresciallo Guangani; dal brigadiere Badino, dal vice brigadiere Cicotti, e dai carabinieri Morelli, Gallu, Zunchelli, Mirra, Battiston, Spada, Vagnone, Banalli, Concu, Agostini e Dalpozzo:
«Non appena Tolu si avvide del gruppo dei carabinieri, tentò sottrarsi colla fuga, uscendo dalla porta laterale e dirigendosi verso il suo nascondiglio; ma non appena ebbe percorso circa 80 metri, si trovò di fronte a noi. Gli intimammo il ferma e di arrendersi. Egli si fermò, continuando sempre a tenere il fucile impugnato con ambe le mani, a braccia distese; ma vistosi attorniato in modo da aver preclusa ogni via di scampo, sia colla fuga, come col far fuoco, e in seguito pure alle continue minaccie di arrendersi, con un certo malincuore gettava il fucile a terra, le pistole cariche, e pugnale, e ventriera con entro 35 palle, e capsule, e fiaschetta di polvere.»
39. Riporto fedelmente alcune frasi, per dimostrare il buon senso e lo spirito di Tolu, che faceva entrare dappertutto la storia di Bertoldo, la Storia Sacra e quella dei Reali di Francia.
40. Fra le deposizioni scritte, trovo nel processo quella di Don Antonio Pitzolo; il quale asserisce, che Giovanni Tolu s’impietosì quando un giorno vide nella Nurra i figli del drudo di sua moglie, ch’erano laceri, scalzi e in uno stato miserando. Egli disse loro: — Assicurate vostro padre, che da me non avrà mai male!
Questo fatto mi venne taciuto dall’ex bandito, non so se per dimenticanza, o per altro scopo.
41. I certificati sono delle Giunte comunali e Sindaci di Ploaghe, Florinas, Cargeghe, Banari, Portotorres, Ossi, Alghero a Sassari; più del capitano dei barracelli e del parroco di Florinas.
La Giunta di Florinas (7 Agosto 1869) certifica, come il prete Pittui inveleniva i dissidî fra Tolu e la moglie, anzichè consigliar loro la pace e la concordia. Accenna a vari documenti ufficiali, fra cui alla nota in data 21 agosto 1850, rilasciata dall’Intendente Generale, nella quale si biasima la condotta del prete e si dà incarico al Sindaco di Florinas di chiamare Maria Francesca, invitandola a far la pace col marito, con minaccia, in caso contrario, di ricorrere alla forza.
Il parroco di Florinas (nel luglio del 1869) certifica, che Tolu adempì alle pratiche religiose e frequentò i sacramenti. Dice, che nell’ultimo triennio, conosciuta l’infedeltà della moglie, invece di pensare alla vendetta, egli si contenne da buon cristiano, e perdonò, in modo da lasciare ai suoi conterranei un esempio splendido da imitare.
Questi documenti (da me consultati dopo la morte di Tolu) attestano la scrupolosa narrazione del bandito.
42. L’egregio Antonio Pezzini scrisse testè nel pregievole suo opuscolo Sulle condizioni d’Italia, e sue riforme, queste dure parole:
«Nella bizantina e inconseguente Italia, noi consideriamo il delinquente in generale come un perseguitato ingiustamente dalle leggi, tanto che molti ascrivono a merito di nasconderlo, e possibilmente anche di salvarlo.»
Ho parlato nelle pagine storiche di un bandito raccomandato al re dal cardinale Alboni nel 1733. Il detto Pezzini parla dei briganti Crocco e La Gala, che sotto la bandiera francese, verso il 1860, ricevettero dal Papato onori, benedizioni, sicurezza, e mezzi.
43. La disgrazia avvenne il 14 luglio del 1883.
44. D’ordinario i carri funebri si fermavano al Ponte romano. Di là veniva dato avviso al prete, che vi si recava per accompagnare il cadavere al cimitero. Da una diecina d’anni a questa parte, i morti della Nurra vengono seppelliti nel cimitero di Sassari o dell’Istintino.
45. L’uscita ha luogo ai tre, ai cinque, o ai sette giorni dopo i funerali. Se venisse fatta in giorni non dispari sarebbe per il popolo un malaugurio!
46. Ed infatti fu scrupoloso e disse la verità. Tacque molti atti di beneficenza che risultano dal processo; e si accusò di molte colpe, ignorate o dubbie — come, per esempio, la morte di Salvatore Rassu nel 1854, ed i delitti per cui fu dichiarato non farsi luogo a procedimento, come lo sparo a Piana nel 1851 — la ferita al brigadiere Andorno nel 1852 — e l’omicidio di Salvatore Moro nel 1856.
47. Era già in corso di stampa il presente libro, quando una novella prova venne ad avvalorare la misteriosa relazione fra il prete Pittui e la moglie di Giovanni Tolu.
Fatti da me consultare i libri della parrocchia di Florinas, non vi si rinvenne l’atto di nascita di Maria Francesca, mentre nessuno vi mancava degli altri figli di Salvatore Meloni Ru. Sospettai subito, che la moglie di Tolu non fosse che una figlia adottiva, affidata alle cure dei coniugi Meloni da qualche ragguardevole e misterioso peccatore.
Recatomi nel passato febbraio (1897) a Florinas, in compagnia dell’amico Giuseppe Dessì, andammo a visitare Peppe, il gemello di Giovanni Tolu. Egli ci dichiarò francamente, di aver sempre ritenuto Masala Pittui come padre, non come amante di Maria Francesca, da lui ritirata in casa fin da bambina. Peppe Tolu non si mostrò meravigliato dell’omissione dell’atto di nascita nei libri della parrocchia, perocchè il caso si era verificato altre volte a Florinas. Egli, per esempio, volle citarci il proprio fratello Giomaria, il cui nome non figura nei registri di quella parrocchia.
Il fratello di Tolu volle consultare in proposito, alla nostra presenza, una vecchia più che ottantenne, la quale ci dichiarò che per la gravidanza di Caterina Merella (madre di Maria Francesca) nacquero malumori e scompigli in casa di Salvatore Meloni — tanto che i due coniugi vissero separati per oltre tre mesi. Dietro questi trambusti, fu omesso, (forse per trascuranza, forse per diffidenza di Salvatore, o per altre ragioni occulte) di registrare l’atto di nascita della bambina.
Sulla grave e inaspettata rivelazione dalla vecchia, potrebbero farsi non pochi commenti, che io lascio tutti al lettore. Misteri dell’amore o del capriccio, comuni in ogni luogo, in ogni tempo, e in ogni classe sociale!
Il gemello Peppe rassomiglia perfettamente a Giovanni Tolu nella sembianza, nella voce e nelle movenze — non nelle forme, assai più delicate. È un vecchio pieno di spirito e di buon senso, ed ha un ingegno acuto, forse superiore a quello di Giovanni. Nel narrarci diversi episodi (che combinano con quelli narrati dal fratello) egli non dimenticò, come antico sagrestano, d’infiorarli con qualche citazione in latino.
48. Vedi la vignetta della cascina a pagina 260.
49. Sono non poche le inesattezze e gli episodi fantastici, che corrono sulla vita di Giovanni Tolu. Basti, fra gli altri, la storiella del marito, che ha ucciso il prete per vendicare il proprio onore oltraggiato. In una recente conferenza, letta a Roma, si osò asserire, che Tolu fosse un laureato (!), e che uccise il prete sull’altare, al momento dell’elevazione (!!).
Questo valga per dimostrare, come la fantasia del popolo riesca a creare le leggende, anche su personaggi contemporanei. Che diremo di certi fatti, a noi trasmessi dai secoli più remoti? Povera Storia, se mancassero i documenti o la buona fede!
Meno fantastici, in generale, sono gli scrittori stranieri, nel parlare di Giovanni Tolu. Ecco quanto scrive il valente pittore e poeta francese Gustavo Vuillet, nel pregievole suo libro illustrato: Le isole dimenticate. (Parigi, 1893).
«Certains BANDITI, tels que Giovanni Tolu, ont rendu de grands services au pays. Tolu purgea toute une région de malfaiteurs à ses risques et pèrils au milieu de continuels dangers. Il se rendit aussi dans la Nurra, ou les habitants ètaint en armes: il éteignit les haines, réconcilia les familles, et delivra le pays de brigands (?) qui l’infestaient; souvent il protegea les volés contre le voleurs, et, gràce à lui, plus d’un brave paysan vit revenir à l’étable, ou à l’ècurie, les bêtes dont des mècréants l’avaient soulagè. On racontait bien que Tolu avait tuè quelques carabiniers, mais en cas de lègitime défense, et tout le monde lui donnait raison.»
Il quadro, sebbene a tinte color di rosa, ha un fondo di vero.
50. Giovanni Tolu, di statura media, era robusto, tarchiato, diritto della persona, sebbene contasse 74 anni. Aveva grave il portamento, fiero lo sguardo, folta e bianca la barba.
Serio, compassato, sentenzioso, di poche parole, egli rideva di rado, ma aveva sempre pronta la barzelletta e il motto di spirito, per lo più sarcastico. Di carattere piuttosto burbero, tenace delle proprie idee, difficilmente cedeva all’altrui consiglio. Menava vanto, assai spesso, della propria forza e della propria perspicacia, forse perchè troppo magnificate dal volgo.
Era diventato un po’ sordo, e inforcava gli occhiali quando voleva leggere o scrivere. Sobrio e frugale, non beveva mai vino fuor di pranzo.
Da una trentina d’anni indossava una giacca di fustagno o di velluto, pantaloni lunghi, berretto alla sarda, e cappottone con cappuccio nell’inverno. Usava da qualche tempo fasciare il collo con una larga pezzuola di lana bianca, come lo si vede nel ritratto, eseguito a Sassari dal fotografo Lori.
51. Diversi giornali aggiunsero: «l’uccisore di diciasette carabinieri (!?)».
52. A proposito di quanto asserisco, si legga la storia di Domenico Tiburzi (ucciso nell’ottobre del 1896) di recente pubblicata dal Conte Alvise da Santafior, nel Corriere Agricolo Commerciale di Milano, (in 20 puntate).
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni indicate nella Nota a fine indice sono state riportate nel testo.
Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.