X.
INDUSTRIE E COMMERCI
Giacimenti minerarî.
Giacimenti minerarî. Scarso in ogni tempo fu lo sviluppo industriale della nostra regione, eccentrica rispetto al resto della Provincia e del Regno, mancante di grossi centri abitati, infine estremamente povera di giacimenti minerali. Da documenti del 1454, 1486 e 1488 risulta bensì che il ferro era in quegli anni lavorato a Venzone, ma nessun altro cenno ne viene fatto posteriormente[202]. Nel 1497 il cividalese Virgilio Formentini scopriva la miniera, poscia diventata celebre, di mercurio ad Idria, nel territorio di Tolmino, allora sotto la giurisdizione di Cividale e ne ottenne insieme ad altri due cividalesi l'esercizio, che riuscì a mettere in commercio una rilevante quantità di siffatto minerale così da farne decrescere il prezzo[203]: senonchè in seguito al trattato di Noyon e alla pace di Wormazia la miniera passò per sempre in proprietà degli austriaci[204].
È ben vero che nel 1845 sui Ronchi di S. Giuseppe in quel di Spessa e nel 1854 sui colli di S. Anna (S. Pietro di Poloneto) a sud-est di Gagliano vennero trovate tracce di mercurio nativo, illustrate queste ultime dal Pirona[205] e dal Hauer[206]: ma si trattava di giacimenti affatto sporadici. Così, nessuna importanza industriale ebbero alcuni altri piccoli giacimenti pure di mercurio rinvenuti sul Matajur nei dintorni di Montemaggiore[207] e nei pressi di Cisgne in comune di S. Leonardo[208], i quali ultimi forse sono quelli stessi cui accenna un documento del 1517[209].
Nè dei vari minerali ferriferi che furono segnalati in qua e in là (pirite sopra Gemona, presso Lusevera, sul colle di Buia, fra Magnano ed Artegna, presso S. Guardo, sui colli di Rosazzo, sul Matajur sopra Montemaggiore, presso Caporetto) può alcuno vantarsi di avere oggi la benchè minima importanza industriale. E lo stesso dicasi delle numerose tracce di scisti bituminosi, alcuni dei quali abbastanza ricchi di materie volatili, formanti banchi non indifferenti rinvenuti, come fu già avvertito in un precedente capitolo[210], così nella Dolomia Principale, come nella zona eocenica.
Per quanto riguarda le ligniti mioceniche, noteremo che difficile e poco proficua riuscì la lavorazione dei depositi nel colle di S. Rocco presso Osoppo e che per i giacimenti fra Ragogna e il castello di Susans si tentò senza vantaggio lo scavo nel 1854, nel 1867 e nel 1876, ottenendone combustibili per le cave di fornaci e laterizi ch'erano sui luoghi[211].
Assai maggiore importanza delle ligniti ebbero in mezzo a noi i depositi di torba di cui la regione è copiosamente provvista e della quale da ben oltre un secolo fu introdotta in Friuli l'escavazione e l'uso a merito di A. Zanon[212]; e del cav. Fabio Asquini, che si fece banditore della recente scoperta[213] e primo pose mano alla lavorazione di una torbiera presso Fagagna, la sola allora conosciuta, che venne perciò detta Nuova Olanda. In seguito, a poco a poco, gli scavi si estesero a tutto l'anfiteatro morenico e l'uso della torba si fece sempre più largo seguendo lo sviluppo di alcune industrie locali. Oggi il più importante bacino torbifero è quello di Collalto-Bueris-Zegliacco, appartenente, sotto il rispetto amministrativo ai quattro comuni di Magnano in Riviera, Treppo Grande, Cassacco e Segnacco[214] e già producente 30,000 m. c. di torba all'anno: altri bacini più ristretti sono quelli di Nasor e Precariapo (Buia), di Casasola e San Salvatore (Maiano) e infine di Farla (S. Daniele)[215].
Materiali da costruzione. Cave. Fornaci.
Materiali da costruzione. Cave. Fornaci. Ma se la nostra regione difetta di filoni metalliferi e di giacimenti carboniferi importanti, è però abbondantemente provvista di materiali da costruzione, tra i quali posto principale occupano i numerosi, estesi e assai potenti depositi di argilla in moltissimi luoghi esistenti, come più volte fu accennato. Mancano è vero da noi il caolino e le argille refrattarie, ma parecchie invece sono le varietà di argille comuni a composizione assai varia e perciò di vario valore industriale. Il Marinoni nel 1881 indicava come preferibili i depositi di Molinis presso Tarcento, estesi verso occidente fino a Collalto e a Bueris in relazione colle formazioni torbifere, di Faedis e Cerneglons sul talus di deiezione del torrente Malina, riconoscendole di una plasticità e omogeneità affatto speciali; faceva quindi seguire quelle dei territori di Buia, Qualso, Fagagna che si potrebbero definire del tipo delle argille calcari; mentre altre sarebbero di tipo ancor più scadente e vengono lavorate per non esservene di migliore qualità[216].
Il miglioramento dei processi tecnici di lavorazione, l'applicazione dei forni a fuoco continuo e dei motori elettrici diedero un notevole impulso a questa industria negli ultimi anni. La produzione tuttavia — mattoni pieni e forati, quadrelle, tegole curve e marsigliesi, comuni e verniciate, tavelloni — è assorbita quasi interamente dai sempre crescenti bisogni dell'edilizia locale: solo le maggiori fabbriche fanno alquanta esportazione in Austria per le vie della Pontebba, del Pulfero e di Cormons. Notevole per la eccezionale bontà dei suoi prodotti è la fabbrica di Zegliacco fondata nel 1870; per copia dei medesimi, le fornaci di Rubignacco (Cividale), Torreano, Tarcento, Artegna, S. Daniele, Manzano, Cerneglons[217]; altre fabbriche sono a S. Leonardo (Cemur), S. Pietro al Natisone (Clenia), Cassacco, Rive d'Arcano, Fagagna. A Buia si fabbricano inoltre terre cotte ornamentali; a Corno di Rosazzo da molti anni durano attive due piccole fabbriche di stoviglie comuni.
La straordinaria, più volte accennata, ricchezza di marne, con vario tenore di argilla e di calce in tutta la regione dell'eocene costituisce una sorgente preziosa e inesauribile di materia opportuna alla fabbrica di calci e cementi idraulici. Il Taramelli già nel 1868 richiamava su tale fatto l'attenzione dei friulani e otteneva si facessero esperimenti pratici in proposito. Però l'industria vera non sorse se non in questi ultimi anni quando venne finalmente imposta dal sempre maggiore consumo di cementi che si dovevano importare. E così ebbero origine le due grandi fabbriche di Udine con tre motori elettrici e 163 cavalli di forza e di Cividale con 150 cavalli effettivi e una potenzialità di 150.000 qt. l'anno di Portland a tipo unico. Delle due fabbriche la prima lavora specialmente per le imprese friulane, la seconda anche per l'esportazione, l'una e l'altra ricevendo alimento di materia prima esclusivamente dai distretti di S. Pietro e Cividale, le cui strade perciò vengono continuamente percorse da innumerevoli pesanti carri. Anche a Buia esiste una piccola e più antica fabbrica di cementi a media presa, dove inoltre, come pure a Gemona e Manzano, si fanno col cemento lavori svariati, pietre artificiali, decorazioni in gesso, ecc.
Senonchè il sempre maggiore impiego dei cementi nella costruzione di edifizi privati e pubblici, prestandosi i medesimi a facili, meno costose e nello stesso tempo più eleganti ornamentazioni, ha diminuito sensibilmente l'importanza già grandissima delle cave di pietra da taglio, un tempo numerose specialmente nei distretti di Cividale (22) e S. Pietro (9), i cui prodotti erano venduti, oltrechè in provincia, anche a Gorizia, Zagabria, Sissek[218]. Oggi la maggior parte di tali cave sono abbandonate e il mestiere dello scalpellino, già bene retribuito, attraversa un gravissimo periodo di crisi, tanto che i più sono costretti o ad emigrare o a dedicarsi ad altre occupazioni. Sono tuttora attive alcune cave di pietra piacentina, nome che si dà volgarmente alla brecciola calcare eocenica, nei comuni di Torreano (in numero di 8), ove esiste ancora un abbastanza forte nucleo di scalpellini; di S. Pietro al Natisone (3 ad Azzida, 1 a Clenia), di Faedis (2), Cividale (1 a Sanguarzo), Nimis (1): e ve n'è una di pietra vernadia — nome volgare delle arenarie — a Faedis, e un'altra di conglomerato (friul. tôf) ad Osoppo[219]. Nessuna cava di pietre ornamentali, sebbene sia stata segnalata la presenza di marmi saccaroidi in Vallemontana (Nimis); di marmi comuni compatti rossi o rosei a Bordano e Pioverno sopra Venzone, alla sella di S. Agnese (Gemona); di marmi bianchi a Bordano, Pioverno, Purgessimo (Cividale) e nel colle di Medea (Cormons).
Anche le fornaci di calce comune, per cui abbonda la materia prima non solo nella zona montana ma anche nella piana, fornendola i ciottoli calcarei del letto dei torrenti e delle campagne stesse ove sono maggiormente ghiaiose, nonostante il progrediente sviluppo della industria dei cementi e delle calci idrauliche, sono abbastanza numerose e ve n'è di importanti a Cividale, S. Daniele, Tarcento, Cerneglons.
Industria della seta.
Industria della seta. Che l'abbondanza di materie prime sia stata quasi unica causa fino ad oggi del sorgere di ogni industria in mezzo a noi, dove mancavano in passato condizioni naturali speciali atte a favorire la lavorazione di materie importate, ce n'offrono un'altra prova le industrie tessili. Allorchè nel secolo XVI si diffuse sempre più la coltivazione del gelso e l'allevamento del filugello[220], ebbe principio in Friuli quella trattura e filatura della seta cui nel secolo XVII diede forte impulso G. B. Zamparo, e nella prima metà del XVIII Antonio Zanon, il quale coi suoi scritti di Agricoltura, Arti e Commercio[221], precorse i tempi odierni e, propugnatore di ogni altro interesse economico del Friuli, molto contribuì pure all'incremento della nostra gelsicoltura e bachicoltura. Da una serie di provvedimenti presi dal Municipio e dal governo veneto in Cividale negli anni 1620, 1655, 1681 e 1695 relativamente al commercio e ai dazi sulle galette, si ricava che già in allora forte doveva essere la quantità del prezioso prodotto in quel territorio[222], tanto che nel 1703 lo Zamparo sopra ricordato vi teneva aperta una filanda in borgo S. Pietro. Oggi, favorite dalla mano d'opera abile e a buon mercato esistono filande, oltrechè a Cividale, a Buttrio, Gemona, Tarcento, Segnacco, Colloredo di Montalbano, Venzone, Dignano. Vi sono adibiti 1200 operai — la maggior parte donne — e 588 bacinelle con riscaldamento e movimento a vapore. Inoltre a Bulfons (Tarcento) e ad Artegna da parecchi anni sono attivi due grandi stabilimenti fondati ed esercitati da una Società con sede a Milano, per la filatura dei cascami di seta, in cui sono impiegati oltre 1200 operai.
I prodotti ne vengono smerciati a Milano, Vienna, Lione, Basilea, Zurigo, Crefeld e nell'America settentrionale. Questa industria della seta, rifiorita dopo un breve periodo di decadenza a cui l'aveva ridotta la malattia del filugello (atrofia parassitaria o pebrina), rimane ancora la principale del Friuli come quella che è alimentata da abbondanza di materia prima (oltre 3 milioni di kg. di bozzoli l'anno) e impiega il maggior numero di operai, avendo insieme adottato i macchinari più perfezionati e redditivi. Purtroppo però ora di bel nuovo è seriissimamente minacciata dalla finora invincibile diaspis pentagona che, specialmente nella zona pedemontana, va guadagnando spaventosamente terreno ed ha già ridotto di molto la forza produttiva dei gelsi.
Industria della lana. Tessitura. Cotonifici.
Industria della lana. Tessitura. Cotonifici. L'allevamento delle pecore, che tanta importanza già ebbe da noi[223], fin dal 1410 fece sorgere in Cividale un lanificio al cui uso erano adibite le acque della Roggia di S. Pietro. Nel terzo decennio dello stesso secolo si cercò dare maggiore incremento all'arte della lana con vietare l'esportazione di quella greggia; e nel 1459 si composero gli statuti per l'arte stessa e nuovi provvedimenti in favore della medesima vennero presi successivamente. Senonchè nel secolo XVI, come tutta l'economia pubblica, anche questa industria decadde in Cividale, nè dopo risorse più, poichè frattanto l'allevamento delle pecore venne riducendosi progressivamente. A. Zanon già al suo tempo scriveva che, data la gelosa cura che in Friuli si aveva ormai della vite, bisognava sempre più impedirne la moltiplicazione[224].
Nel 1748 un carnico, il Foramiti, che la città riconoscente più tardi si aggregò alla nobiltà, fondava in Cividale un impianto per la tessitura con telai a mano. Tale industria in poco tempo prese sviluppo così grande che l'intiera contrada di S. Domenico vi si applicava, tanto da venire chiamata borg dei Çhargnei. Oggi però le grandi fabbriche con telai meccanici, sorte a Pordenone, Udine e nella stessa nostra zona a Gemona, l'hanno uccisa quasi totalmente e viene ancora debolmente esercitata in qua e in là come industria famigliare. Nel 1890 vi erano ancora 115 telai a mano in distretto di Cividale, 249 in quel di Gemona (la maggior parte nel comune di Buia, 135), 150 in quel di Tarcento, 85 a S. Daniele e 32 a S. Pietro[225]: attualmente sono ridotti complessivamente a circa 150[226]. Centro dell'industria cotoniera nella nostra zona oggi è diventata Gemona ove esistono tre opifici meccanici di cui uno impiega da 400 a 500 operai nella filatura del cotone, un altro circa 300 nella tessitura e torcitura dello stesso, un terzo, minore, 70[227]. Questa industria è quasi l'unica che venga alimentata da materia prima importata e deve il suo fiorire alle stesse cause per cui ha preso sviluppo quasi in ogni altra parte del mondo. Connessa colle tessili è l'industria delle tintorie, di cui esistono parecchie, sparse un po' dappertutto, come a S. Daniele, Majano, Coseano, Tarcento, Osoppo, Tricesimo, Remanzacco e, più che altrove, fiorenti a Cividale e Gemona.
Industrie varie.
Industrie varie. Le industrie derivanti dal legname non hanno importanza nella nostra regione dove scarseggiano i boschi a fustaie[228]. Tuttavia funzionano alcune segherie principali — poca cosa in confronto delle molte che sono attive in Carnia e nel Canale del Ferro, ricchi di conifere — a S. Pietro al Natisone (Periovizza), Cividale, Povoletto, Tricesimo, Venzone, Manzano, S. Giovanni di Manzano, Corno di Rosazzo. In questi ultimi tre comuni esistono ben 40 fabbriche di sedie di cui si fa larga esportazione anche all'estero. Tale industria è sorta primamente a Cormons — i cui prodotti sono noti perfino in Egitto — e di là si è propagata ai comuni limitrofi sulla destra del Judrio. A Gemona vi è qualche laboratorio di mobili artistici; a Buttrio, Faedis e Nimis si fabbricano vasi vinari; infine parecchie industrie famigliari, di cui diremo più sotto, si appoggiano alla lavorazione del legname.
In diretta dipendenza dell'agricoltura sono le distillerie, di cui ve n'è in tutti i principali centri vinicoli: a Faedis, Cividale, Nimis, Tarcento, Gemona, Ciseriis, Buttrio, Corno di Rosazzo, Tarcetta (Biacis); i numerosi molini esistenti in ogni comune, di cui parecchi a cilindri, e fra essi due, a Treppo Grande e S. Daniele, mossi da forza elettrica, due, a Tricesimo e S. Daniele, a gas povero; gli altri a forza idraulica. Ai più importanti, quasi tutti nel piano, vanno unite numerose trebbiatrici, alcune delle quali sono anche autonome, che mancano affatto in montagna dove scarsa è la produzione del frumento e dove rare, del resto, sono le macchine agrarie d'ogni specie. La produzione della paglia ha fatto pure sorgere l'unica cartiera esistente nella nostra regione: quella di Cividale che produce unicamente carta gialla da imballaggio. Nessuna fabbrica di carta bianca a mano, da scrivere: eppure già nel 1293 a Cividale in borgo S. Silvestro si erano stabiliti Prosperino e Giacomo cartari di Bologna, fratelli; e nel 1366 è fatto cenno di un altro cartaro, Nicolò di Ser Guglielmo; infine dal 1394 al 1401 vi fabbricò carta un certo Masolino, cartaro, figlio del fu Mattiusso di Sammardenchia. Anche in Venzone, come altri documenti comprovano, si lavorò carta tra il 1349 e il 1414[229].
Dall'allevamento del bestiame ha origine l'industria delle latterie sociali, turnarie o cooperative, e ve n'è 18 in distretto di Tarcento, 17 in quel di Gemona, 16 a S. Daniele, 9 a Cividale, 1 a S. Pietro, oltre quelle primitive di prestanza del latte e i caseifici privati; inoltre l'industria della conceria delle pelli un tempo assai florida in tutta la provincia quando i prodotti ne andavano non solo sui mercati del Veneto, ma altresì, e in gran parte, all'estero: ora, dopo un periodo di decadenza, nuovamente in progresso. Nella nostra regione esistono concerie a Cividale e Fagagna[230].
Quanto alle industrie alimentari più dirette, i prosciutti di S. Daniele godono di una rinomanza che si spinge assai oltre i confini della Provincia; e le gubane cividalesi sono una ghiottoneria di cui non mancano di fare la conoscenza quanti si recano in pellegrinaggio alla storica città di Gisulfo.
Naturalmente solo nei centri maggiori e più culti possono vivere l'industria dell'arte fotografica, rappresentata da un rinomato stabilimento a Cividale, e da qualche altro a Tarcento, S. Daniele, Tricesimo; e l'arte tipografica, con officine a Cividale, S. Daniele e Gemona. E qui non va sottaciuto che il più antico libro stampato nella nostra provincia vide la luce in Cividale il 24 ottobre 1480, giorno memorando negli annali della bibliografia friulana, per opera di un Gerardo di Fiandra quivi stabilitosi nel 1476[231].
Utilizzazione delle acque.
Utilizzazione delle acque. Le nostre industrie che finora si valsero di legname da ardere, di torba, di gas povero, di vapore acqueo, di forza motrice delle acque, di carboni importati, solo da pochi anni a questa parte hanno cominciato a chiedere aiuto all'energia elettrica che, come nel resto del Regno, anche qui viene gradatamente sostituendo la mancanza di combustibili fossili, già principale ostacolo allo sviluppo industriale d'Italia. Purtroppo però le Prealpi Giulie sotto questo riguardo si trovano in condizioni d'inferiorità rispetto alla rimanente regione friulana, poichè solo il Tagliamento, che tocca per breve tratto la nostra regione, lambendone il confine occidentale, e il Torre sono corsi d'acqua veramente notevoli. Ciò nonostante esiste già un buon numero d'impianti elettrici a scopo commerciale che dànno illuminazione pubblica e privata e movono importanti opifici a Gemona, Treppo Grande, S. Daniele, Tarcento, Cividale, Buia, Osoppo, Reana: il più cospicuo tuttavia è quello di Vedronza (Lusevera) che usufruisce delle acque dell'alto Torre e dispone di ben 1650 cavalli di forza che vengono trasportati a Udine, ove sono distribuiti a scopo d'illuminazione privata e di forza motrice: senza dire di numerosi altri impianti elettrici a scopo industriale.
Piccole industrie.
Piccole industrie. E qui va aggiunto un breve cenno intorno alle industrie piccole o famigliari, o casalinghe[232] che un tempo fiorirono, più o meno, dovunque, in mezzo a noi, come in genere in tutti i paesi agricoli; oggi vanno perdendo terreno davanti al sempre maggiore sviluppo delle grandi industrie che le opprimono colla schiacciante concorrenza dei prezzi. Più che importanza economica hanno ormai importanza quasi esclusivamente folklorica, quali documenti delle occupazioni a cui un tempo si dedicavano in maggior misura le semplici popolazioni delle campagne. Della più sviluppata fra esse, cioè della tessitura con telai a mano, dicemmo già. Non meno notevole è un'altra industria domestica che venne promossa dall'Associazione Agraria Friulana: la lavorazione dei vimini coi quali si fabbricano panieri, cestelli, canestri, cestoni per stufatura dei bozzoli, culle, ecc. Essa ha la sua sede principale in Osoppo, vicino ai folti giuncheti che crescono spontanei in riva al Tagliamento, e dove si intrecciano ogni anno circa 16000 ceste bianche per la esportazione delle frutta. Questa industria viene esercitata durante la stagione invernale anche nei comuni di Cividale, Corno di Rosazzo, Gemona (succursale del Manicomio provinciale), Grimacco, Prepotto, S. Giovanni di Manzano, San Leonardo, Tarcento, Trasaghis, Treppo Grande, Torreano. Pure durante la stagione invernale dagli adulti nelle stalle, durante l'estiva dai fanciulli ai pascoli nei paesi di montagna, specialmente nei comuni di Cividale, Prepotto, Tarcento, S. Leonardo. Torreano, Treppo Grande, si lavorano utensili di legno per uso domestico: spine per botti, scodelle, cucchiai, cucchiaini, rocchetti, bussoli, mortai, portaovi, spremi-limoni, manichi da lima e da cazzeruola, ecc. Nei comuni di Rodda, Savogna, Corno di Rosazzo si fabbricano rastrelli; in molti comuni di montagna gerle con striscie di faggio; in quelli di Cividale e Rodda palle da gioco (bocce); graticci a Treppo Grande; sporte a Moimacco, Rive d'Arcano, S. Daniele (Manicomio), Reana; scope a Gemona; sedie ordinarie di basso prezzo che si vendono sui mercati della regione, a Corno di Rosazzo, Fagagna, Rodda, S. Giovanni di Manzano, Tarcento, Treppo Grande; manichi da frusta a S. Giovanni di Manzano (10 laboratorî): zoccoli di legno quasi dappertutto.
Attrezzi per agricoltura (vomeri, zappe, badili, tridenti) si lavorano a Buia, Buttrio, Cividale, Dignano, Fagagna, Ipplis, Manzano, Remanzacco, Rive d'Arcano, S. Daniele, Tarcento, Torreano, Tricesimo; attrezzi per cantina (vasi vinari, botti e tini, mastelle e imbuti di legno, spine e cerchi per botti) nei comuni di Attimis, Buttrio, Buia, Cividale, Colloredo di Montalbano, Gemona (Manicomio), Corno di Rosazzo, Magnano in Riviera, Ragogna, Rodda, S. Daniele, Tarcento, Treppo Grande, Tricesimo, Venzone; carri, carrette, carriuole e gioghi nella maggior parte dei comuni pedemontani e pianigiani; a Cividale e Tarcento chiodi; succhielli a Tarcento.
Industria non spontanea, ma importata, è quella dei merletti a fusello, sorta nel 1892 per opera della contessa Cora di Brazzà, che ne fondò una scuola a Fagagna, e sul tipo di essa altre minori a Moruzzo e Martignacco: vi sono addette molte giovani che lavorano vestitini da battesimo, cuscini, ventagli, tovaglie, salviettine, merletti, tramezzi, e vengono venduti alla Società Nazionale per l'industria dei merletti la quale ne fa esportazione a Berlino, Londra e in America.
Finalmente a Cividale, Tarcento, Tricesimo e Corno di Rosazzo si lavorano maglierie; e in questo ultimo comune giocattoli di terra cotta; quasi dappertutto poi scarpe di panno che i contadini calzano nei giorni feriali durante i mesi estivi.
Condizioni generali delle industrie.
Condizioni generali delle industrie. Come da questo quadro risulta, le Prealpi Giulie non sono una regione industriale nel vero senso della parola, importanza senza confronto maggiore avendovi l'agricoltura di cui vive la grandissima maggioranza degli abitanti. Le non molte industrie vi si possono considerare come un prodotto in gran parte spontaneo, sorte naturalmente, imposte dai bisogni e dalle condizioni dei luoghi, più che create dalla speculazione capitalistica, che non ha avuto finora un ragguardevole slancio in mezzo a noi. Gli è perciò che il paese non vive di vita artificiale, ma, per quanto entro modesti limiti, si presenta economicamente solido. Notevole è la distribuzione topografica delle industrie stesse che hanno sviluppo specialmente lungo la linea di falda dei monti e dei colli, cui appartengono i maggiori centri di popolazione, e nel complesso aumentano d'intensità da S-E a N-O a misura che la regione aumenta di altitudine e l'ambiente diventa meno atto all'agricoltura; a misura ci si avvicina ai due più considerevoli corsi d'acqua della zona: al Torre cioè, e al Tagliamento, presso i quali sorgono Tarcento e Gemona, i due principali centri industriali delle Prealpi.
Il Commercio.
Il Commercio. Quanto al commercio, ci mancano dati numerici positivi per venire a conclusioni concrete; solo possiamo affermare che dalla regione si fa larga esportazione di filati di seta, di bestiame bovino, di uova e pollame, di frutta e castagne, di fieno e paglia, di sedie, di laterizi, di tessuti di cotone, di prosciutti: mentre s'importano coloniali, vini, agrumi, farine e grani, formaggi fini, suini giovani, cavalli, concimi chimici, macchine agrarie, cotoni grezzi, medicinali, stoffe di lana. Già nel secolo XII si ebbero le prime manifestazioni della vita commerciale delle nostre principali piazze e nei due seguenti raggiunsero grande importanza come sedi doganali e nei riguardi del transito Venzone, capolinea delle due strade Pontebbana e di Montecroce; Gemona, luogo di scarico delle mercanzie; Cividale sulla linea Pulfero-Predil. Un regolamento pubblicato nel 1380 dal Parlamento della Patria sull'importazione ed esportazione delle derrate alimentari, permettendone lo smercio solo in determinate piazze, mette in evidenza come tra i più attivi centri commerciali del Friuli fin d'allora fossero Venzone, Gemona, S. Daniele e Cividale[233], quelli stessi cioè che, insieme a Tarcento, il cui sviluppo è recente, lo sono ancora oggigiorno. In Gemona il primo mercato venne istituito nel 1184 per opera del governo patriarcale e a incremento di esso fu proibito ogni altro commercio a monte fino ai confini di Pontebba e Montecroce e a valle per un miglio in giro[234]: Venzone ne ottenne uno settimanale nel 1261 dal conte Glizoio[235]. Cividale ebbe fiere e mercati franchi che risalgono al 1133 e alla sua ancor oggi rinomata fiera di S. Martino (11 novembre) già nel 1337 il patriarca Bertrando concedeva l'esenzione da qualsiasi gravezza, mentre quella pur essa importante di S. Michele (29 settembre) venne istituita con deliberazione consigliare del 1493[236]. Anche la principal fiera di S. Daniele che ricorre nella seconda domenica di ottobre, ha origini remote poichè dai documenti ricaviamo che già nel 1392 il patriarca Giovanni V di Moravia concedeva a quegli abitanti un mercato franco per due giorni innanzi e dopo la festa di S. Luca evangelista: mercato che in seguito ebbe a cessare per l'incuria degli abitanti stessi, ma Lodovico II nel 1414 ripristinava nella seconda domenica di ottobre e continua ancor oggi col nome di merçhat des bueris[237].