VII
Dalla fine dell'anno 1260, in cui seguiva la battaglia di Montaperti, al 1266, in cui cessava il dominio del conte Guido e di Manfredi, la storia di Firenze non presenta alcun fatto notevole. La sua libertà è distrutta, le sue guerre sono piccole e ingloriose scaramucce di partito, le nuove istituzioni, se pur meritano questo nome, non hanno valore nello svolgimento storico della sua costituzione. Chi vuol conoscere il logico legame, che unisce le varie sue forme, nella storia della Repubblica, non deve por mente a queste soste che la libertà subisce, a questi interregni, nei quali la tirannide spezza il corso regolare degli eventi e delle istituzioni, che poi ripigliano il loro naturale cammino, quando la libertà torna a rivivere. Il Podestà che governava in nome di Manfredi, lasciò sussistere i due Consigli (nei quali prevalsero come era naturale i Grandi ed i Ghibellini), il Generale cioè di 300, lo Speciale di 90. Ma del Capitano del popolo e de' suoi Consigli non sentiamo piú parlare, come non sentiamo parlare degli Anziani e del loro Consiglio. Troviamo però, invece di essi, Ventiquattro cittadini, quattro per Sesto, che siedono nei Consigli del Podestà.[280] Dell'antica costituzione non sono rimasti che frammenti ed anche questi di antico non sembrano avere altro che il nome. In sostanza si è, coll'aiuto di Manfredi e per opera dei Ghibellini, costituito un dispotismo aristocratico, che fa singolare contrasto con la costituzione che lo precedette, e con quella che lo seguirà, le quali invece si trovan fra di loro in perfetta armonia e connessione. Intanto, a continuare la guerra contro i Guelfi, non solo si demolivano le loro case, confiscavano i loro beni, ma si ponevano ancora taglie sopra taglie, che oppressavano duramente il popolo, cui s'era tolta ogni parte al governo. Nel 1264 però moriva Farinata degli Uberti, nel 1265 nasceva Dante Alighieri, e l'Italia cominciava ad essere agitata da nuovi eventi, che dovevano ripercuotersi anche in Firenze.
Era veramente un pezzo, che la politica italiana accennava a volersi sostanzialmente mutare. Federico II dispotico e crudele assai spesso, aveva pure saputo raccogliere intorno a sé gli uomini piú culti della Penisola, fra i quali aveva incontrato grandissimo favore. Manfredi, che gli successe, fu un principe avventuroso ed infelice, d'animo grande, che doveva quindi trovare e trovò molti ammiratori. I Papi, è vero, avevano combattuto l'uno e l'altro come Ghibellini; ma la loro politica cominciava lentamente ad essere avversa del pari ai Ghibellini ed alle libertà comunali, perché l'ambizione loro cresceva ogni giorno, e volevano rafforzare il dominio temporale a danno dei Comuni. Firenze si manteneva ancor sempre guelfa; ma i tempi mutati cominciavano in tutta Italia a mutare, se non il nome, il carattere e il valore dei partiti, laonde spesso si passava dall'uno all'altro, senza troppo esitare, né era sempre facile dire se il mutamento seguiva piú nell'animo di chi abbandonava il proprio partito, o nel partito stesso, che perciò veniva abbandonato. E questo disordine cresceva grandemente ora che i Papi, sempre inquieti, sempre paurosi di perdere il loro predominio in Italia, si decidevano a chiamare nuovi stranieri, e quindi facevano su di essa cader nuove miserie.
Intimoriti nel vedere il gran potere e il gran favore acquistato dagli Svevi, cercarono mettervi riparo, seguendo quella politica cosí bene descritta dal Machiavelli, quando dice che i Papi, «ora per carità della religione, ora per loro propria ambizione, non cessavano mai di chiamare in Italia umori nuovi, e suscitare nuove guerre. E poiché eglino avevano fatto potente un principe, se ne pentivano, e cercavano la sua rovina, né permettevano che quella provincia, la quale, per loro debolezza, non potevano possedere, altri la possedesse».[281] Cosí, dopo molte ed ostinate pratiche, riuscirono finalmente a far venire gli Angioini contro Manfredi, alla conquista del regno di Napoli. Carlo d'Angiò, benedetto ed aiutato da papa Clemente IV, seguito non solo dai suoi Francesi, ma anche da molti Italiani, tra cui gli esuli guelfi di Firenze, che si dimostrarono fra i piú valorosi,[282] s'avanzò verso la frontiera napoletana, ed il 26 febbraio 1266 venne, presso Benevento, a battaglia con Manfredi, il quale, abbandonato e tradito da' suoi, pugnò da valoroso, morí da eroe. Il suo cadavere, invano cercato per tre giorni in mezzo ai morti, venne poi trovato e trasportato sopra un asino. Non volle re Carlo concedergli sepoltura in terra consacrata, perché era stato scomunicato dal Papa, e fu quindi messo in una fossa, presso il ponte di Benevento, dove i soldati francesi, gettando, ognuno, sopra il cadavere una pietra, elevarono un monte, che poteva dirsi monumento condegno al valore ed alla sventura del soldato morto combattendo. Ma papa Clemente gl'invidiò anche questo umile riposo, e per suo ordine l'arcivescovo di Cosenza persuase il re angioino a far disotterrare il cadavere, e gettarlo fuori del Regno, presso il fiume Verde.[283] Tutti questi fatti diedero il crollo al partito ghibellino in Italia. La sede imperiale era vacante, gli Svevi abbattuti, ed in Napoli succedeva ad essi un'altra dinastia straniera, venuta per opera del Papa. Se la morte di Federico II aveva fatto decadere in Firenze i Ghibellini, ben si può immaginare che cosa dovesse succedere ora che il loro mal governo aveva accumulato contro di essi odî sempre maggiori, e che con Manfredi non era morto solamente un principe amico, ma s'estingueva in Italia il dominio d'una casa imperiale e reale, che era stata il piú valido sostegno del partito.
Ed infatti, all'annunzio di questi eventi, tutto il popolo di Firenze si commosse, e cominciò a pigliare animo contro i Grandi che dominavano ancora. Quando poi si seppe che buona parte di quei Guelfi fiorentini, i quali avevano con gran valore combattuto nell'esercito di Carlo d'Angiò, tornavano con la sua bandiera a Firenze, la moltitudine si mostrò cosí pronta a sollevarsi, che al conte Guido ed ai suoi mancò l'animo. E però i Ghibellini, dice il Machiavelli, «giudicarono che fosse bene guadagnarsi con qualche beneficio quel popolo, che prima avevano con ogni ingiuria aggravato, e quelli rimedî che, avendoli fatti prima che «la necessità venisse, sarebbero giovati, facendoli di poi, senza grado, non solamente non giovarono, ma affrettarono la rovina loro».[284] Volevano infatti il conte Guido ed il partito ghibellino concedere qualche libertà, per acquetare il popolo, ma non sapevano da che parte rifarsi. Gli antichi ordini erano distrutti, ed eglino s'erano talmente allontanati dal popolo, governando ad arbitrio e taglieggiando, che ora il cominciare a ceder qualche cosa, li avrebbe ben presto costretti a ceder tutto. Il popolo dall'altro lato, escluso dal governo, s'era dato all'industria ed al commercio, portandovi quell'attività ed energia, che gli era vietato di esercitar direttamente nella politica. Le industrie perciò, maravigliosamente cresciute, s'ordinarono sempre piú fortemente in associazioni politico-industriali, chiamate Arti maggiori ed Arti minori, le quali, cominciate nei primordî del Medio Evo, andarono assumendo anche una grande forza ed autorità politica, ed acquistarono un grandissimo predominio nella Città. Cosí s'erano formate adesso molte famiglie di nuovi potenti, quasi una nuova aristocrazia del danaro e del lavoro, o, come incominciavano già a chiamarla, di popolani grassi, divenuti di fatto i veri padroni della cittadinanza fiorentina.[285] I Ghibellini quindi, a poco a poco, si trovarono al governo, come una casta separata, e si dovettero sempre piú reggere con la sola amicizia di Manfredi, e con l'aiuto de' suoi Tedeschi. Quasi gente accampata in terra straniera, erano andati perdendo di giorno in giorno ogni ascendente morale e politico, ogni civile autorità sopra i popolani, i quali colle loro industrie ed il loro commercio, s'erano come formato un mondo a parte, costituendosi in una società divisa, e, fra certi limiti, indipendente da chi li governava. Rivolgersi dunque ai piú autorevoli fra costoro, era difficile e pericoloso, perché essi, capi del popolo guelfo, non potevano chiedere altro che la sua partecipazione al governo, il che sarebbe stato ben presto la rovina dei Grandi e dei Ghibellini. Dare, di loro propria iniziativa, parziali riforme neppure era facile ai Grandi, perché non si sapeva quali, né come darle, ora che il popolo si sentiva già in forza da dominar la Città. Si pensò quindi a chiamar da Bologna due cavalieri del nuovo Ordine detto dei Frati Gaudenti, il cui ufficio era di soccorrere vedove e pupilli, metter pace fra i partiti avversi. E perché apparisse un qualche segno piú visibile d'imparzialità, si volle che fossero guelfo l'uno, ghibellino l'altro. E tutto ciò fu fatto col consenso, anzi quasi per consiglio di papa Clemente IV, il quale, provenzale e grande sostenitore di Carlo d'Angiò, scriveva continuamente lettere imperiose[286] ai Fiorentini, come se per la vacanza dell'Impero, ne potesse egli assumere l'autorità, e come se, per la vittoria di Carlo, fosse divenuto il loro padrone.
Questi frati gaudenti però, il cui Ordine durò poco, erano, secondo il Villani, uomini dati piú ai loro piaceri, che capaci di trattar seriamente l'impresa loro affidata di far come da podestà in Firenze, proponendo anche le nuove riforme. E tanto ciò era evidente, che essi stessi videro subito la necessità di consigliarsi e intendersi con le Arti. Laonde, arrivati in Città, alloggiarono nel Palazzo del Comune, e convocarono un Consiglio di 36 mercatanti guelfi e ghibellini, i quali cominciarono subito a radunarsi ogni giorno, per discutere, nella Corte dell'Arte di Calimala, o sia de' panni forestieri che si raffinavano in Firenze, dove questa industria era assai progredita e formava già l'Arte piú potente. Furono subito tutti d'accordo, che si dovesse proporre la costituzione industriale e politica delle sette Arti maggiori, con insegne proprie, armi e capi intorno a cui raccogliersi, e cominciarono ad ordinarle, dando un gonfalone a ciascuna di esse cioè: Giudici e Notai, di Calimala o dei panni forestieri, della Lana, dei Cambiatori, de' Medici e Speziali, della Seta, dei Pellicciai. Ma i Ghibellini s'avvidero che per questa via s'andava rapidamente a costituir di nuovo, sotto altra forma, il Primo Popolo. E però gli Uberti, i Lamberti, i Fifanti, gli Scolari si dimostrarono decisamente avversi a tali novità, e fecero sentire al conte Guido il bisogno di mettervi immediato riparo, se non si voleva lasciarsi fuggire di mano il governo. Ed il conte Guido, che altro non cercava, mandò subito a chiedere aiuti dalle città ghibelline. Da Arezzo, da Siena, Pisa, Pistoia, Colle, S. Gimignano vennero parecchi cavalieri, che uniti ai Tedeschi, furono in tutto circa 1,500. Ma se essi erano agli ordini del conte Guido, erano anche alle sue spese: i Tedeschi già gridavano che volevano le paghe, e a lui mancavano affatto i danari. E però, continuando tuttavia le pratiche d'accordo col popolo, pensò di mettere una nuova imposta del dieci per cento sulle entrate dei cittadini. Ma questa, dopo tante altre gravezze, riusciva ora incomportabile alle piccole fortune, tanto che il popolo, già stanco del mal governo, irritato ancora dal vedere che il Conte aveva spogliato dell'armi il Palazzo del Comune, per arricchirne il suo castello di Poppi, imbaldanzito dalla prospera fortuna, e sempre piú eccitato contro i Ghibellini, protestò energicamente, dando chiari segni di voler correre alle armi. I Trentasei cercarono allora di calmarlo, e, postisi di mezzo, proposero di riscuotere essi la nuova tassa, distribuendola in modo da farla il piú possibile cadere sopra i ricchi e potenti.
Ma questo fu invece il momento in cui i Grandi, divenuti audaci pei nuovi soccorsi avuti, scelsero per farla finita, e levarono addirittura il rumore nella Città. Primi a muoversi furono i Lamberti, che, scesi in Piazza armati, andavano gridando: ove sono questi ladroni dei Trentasei, che noi vogliamo farli in pezzi? E i Trentasei, che erano allora a consiglio, si sciolsero; le botteghe si chiusero; il popolo, levato a rumore, si pose sotto gli ordini di essi, dei Consoli delle Arti, e soprattutto di Giovanni Soldanieri, nobile che, per ambizione, si era nel tumulto messo alla testa dei popolani. Fecero capo a S. Trinita, dove ben presto sopraggiunse colla sua cavalleria il conte Guido, che si teneva sicuro della vittoria. Ma trovò, invece, che la moltitudine, asserragliata, resisteva gagliardamente, e dalle finestre, dalle terrazze venne giú una tal pioggia di sassi e di frecce, che i suoi cavalieri cominciarono a perdersi d'animo, ed egli si sbigottí per modo, che, fatte subito voltar le insegne, se ne tornò alla piazza S. Giovanni; di là, andato poi al Palazzo del Comune, dove erano i due Gaudenti, chiese le chiavi della Città, per partirsene. Né le preghiere de' suoi amici, né lo sdegno de' suoi seguaci bastarono a persuaderlo, che non v'era nessun grave pericolo, e che poteva restare. Egli si sentiva cosí smarrito che, avute le chiavi, volle essere accompagnato da tre dei Trentasei, temendo altrimenti d'essere ferito dalle finestre. E, per la porta detta dei Buoi, se ne andò colle sue genti a Prato, il giorno di S. Martino, 11 novembre 1266.
Il dí seguente, passata la paura, s'avvide dell'errore commesso, e persuaso dai Ghibellini di Firenze, che lo avevano accompagnato, si provò, dice il Machiavelli, «a ripigliare quella città per forza, che aveva per viltà abbandonata».[287] E venne co' suoi ordinato a battaglia, fin sotto la porta del Ponte alla Carraia, là dove è ora Borgo Ognissanti. Ma il popolo, che difficilmente lo avrebbe potuto cacciare prima, se egli non avesse avuto cosí gran paura, facilmente poteva respingerlo adesso. Ed alle domande, tra minacciose ed umili del Conte, perché aprissero, fu risposto colle armi, saettando dalle mura. Dové quindi retrocedere co' suoi, e si sentivano tutti cosí umiliati e adirati, che per via tentarono di pigliare un castello vicino, pur di aver l'aria di fare qualche atto di vigore. Ma respinti anche in questo piccolo assalto, ritornarono a Prato piú avviliti che mai, in gran dissenso tra loro. Il Conte, persuaso ormai d'aver perduto lo Stato, se ne andò in Casentino, ed i Ghibellini di Firenze se ne andarono nei castelli o ville del contado.
VIII
I Guelfi, rimasti ora padroni della Città, posero mano alle riforme necessarie a riordinarla popolarmente, consigliati sempre con lettere imperiose dal Papa, cui però si dava retta solo quanto era necessario per non irritarlo. Prima di tutto furono licenziati i due frati Gaudenti, che non avevano fatto buona prova; poi si mandò ad Orvieto a chiedere un Capitano del popolo ed un Podestà, con qualche aiuto di cavalieri a guardia del Comune. E vennero 100 cavalieri, con messer Ormanno Monaldeschi podestà, ed un messer Bernardini capitano. Per amor di pace rimisero in Firenze i Ghibellini, concludendo tra essi ed i Guelfi paci e matrimonî, sperando cosí accomunare il popolo, e smorzare gli odî: ma in verità si riuscí solo ad eccitare piú vivi rancori, perché gli animi erano ancora troppo esaltati.
Firenze adesso sembrava non aver piú l'antica fiducia nelle proprie forze, tanto che in mezzo alle gravi complicazioni della politica italiana, anche i Guelfi sentivano il bisogno d'avere un protettore straniero. Era un uso funesto, introdotto la prima volta dai Ghibellini, che, per ossequio all'Impero, avevano chiesto un vicario imperiale in Città, ed ora che il popolo aveva vinto, perché nel regno di Napoli, agli Svevi erano successi gli Angioini, parve quasi inevitabile ricorrere allo stesso pericoloso procedimento. Il Papa, facendola da Imperatore, aveva nominato Carlo d'Angiò, prima Paciaro, poi addirittura vicario imperiale per dieci anni in Toscana. E i Fiorentini, credettero di dovere accettare questo nuovo stato di cose, anzi fare ad esso buon viso, e quindi offrirono addirittura a Carlo la signoria della loro Città per sei anni, che furon poi dieci. Ma sia che a ciò ponessero condizioni le quali al Re angioino piacevano poco, sia che egli volesse farsi pregare, certo è che parve dapprima esitar molto. Poco dopo mandò Filippo di Monforte, il quale con 800 cavalieri entrò in Firenze, il giorno di Pasqua del 1267, anniversario, come fu allora notato, della morte del Buondelmonti. Piú tardi vi mandò qual suo vicario Guido di Monforte;[288] poi venne anch'esso a condurre in persona la guerra contro i Ghibellini in Toscana.
Ed ora, cacciati i Ghibellini, accettata la supremazia di Carlo come inevitabile, era pur necessario dare a Firenze un assetto definitivo, studiandosi, in mezzo a condizioni cosí nuove, cosí difficili, di garantirne la libertà, e si venne a quella che fu la quarta costituzione della Repubblica. Le condizioni della società fiorentina erano assai mutate, e con esse doveva mutare anche il carattere della nuova costituzione. Il partito ghibellino o aristocratico s'era ristretto in un piccolo numero di Grandi, che esercitavano l'arte della guerra e volevano spadroneggiare. Coi nobili che, mutando nome e abbandonando i titoli, s'univano ai popolani, e con coloro che, pei rapidi guadagni della mercatura, entravano in una nuova condizione di viver civile, s'era formata, come abbiam visto, quasi una nuova aristocrazia, un popolo grasso divenuto padrone della Città.[289] E v'era poi anche questo di notabile, che andavano, tanto il popolo grasso, quanto il minuto, perdendo ogni giorno piú l'antica educazione militare, non solamente perché ora nelle guerre prevalevano gli uomini d'arme, e cominciavano a valer poco gli eserciti popolari, ma anche perché il commercio aveva preso tali proporzioni, che non potevano i mercanti, sempre affaccendati a bottega, o in giro pel mondo, passare ogni anno, come pel passato, due o tre mesi al campo. Il commercio era divenuto la principalissima occupazione, quasi la vita stessa del popolo fiorentino, che ora poteva dirsi davvero un popolo di banchieri e di mercanti. Ed a tutto questo s'aggiungeva, che in Firenze v'era adesso un'autorità straniera con soldati stranieri. Carlo d'Angiò direttamente, o per mezzo di suoi vicari, o di persone in altro modo da lui nominate, teneva l'ufficio del Podestà, e spesso sceglieva anche il Capitano. I Fiorentini perciò, sempre accortissimi, ristabilirono i Dodici Anziani, due per Sesto, col nome Dodici Buoni Uomini, coi quali il Podestà doveva consigliarsi. E con essi ancora, invece di 36, un Consiglio di 100 Buoni Uomini di popolo, «senza la diliberazione dei quali nessuna grande cosa, né spesa si poteva fare». Con questo Consiglio, unito al Parlamento, che, di diritto almeno, a Firenze non mancò mai, noi abbiamo la ricostituzione di un governo centrale e popolare, che toglieva importanza al Podestà angioino. Può quasi dirsi un ritorno all'antica costituzione consolare, da cui erano già usciti il Podestà ed il Capitano, che si cercava ora sottomettere ad essa. Ma ciò non era tutto. Furono ripristinati i due Consigli, speciale e generale, del Podestà e del Capitano. Se non che, il Capitano del popolo che, nella costituzione del 1250, teneva il secondo posto, e sotto il dominio ghibellino sembrava quasi scomparso, adesso non solo ricomparisce, ma si cerca dargli prevalenza sul Podestà.
Infatti, quando una legge era stata dai Dodici proposta ai Cento ed approvata, passava ai due Consigli del Capitano, e prima a quello speciale e delle Capitudini, detto anche la Credenza, che rimaneva come in antico, composto di 80 membri. Approvata la legge in questa assemblea, veniva proposta al Consiglio generale, speciale e delle Capitudini, che era di 300. Le tre votazioni si facevano di regola in un giorno solo. Nel successivo la legge veniva portata dinanzi ai due Consigli del Podestà, e prima al Consiglio speciale di 90, poi al Consiglio generale di 300, ai quali spesso si univano quelli dello speciale, ed erano allora 390. Poco sappiamo del modo con cui s'eleggevano questi Consigli, che solevano durar sei mesi. Però, essendo molto numerosi, e trovandosi dall'altro lato assai ristretto il numero dei cittadini, noi riteniamo che tutti gli abili a sedere, o sia gli eleggibili, che erano appunto i veri e proprî cittadini, v'entrassero a turno. Ma qui è da notare che non sempre, né tutte le deliberazioni passavano per ognuno di questi varî Consigli. Le leggi e le consuetudini lasciavano non di rado ai magistrati la libertà di consultarne alcuni solamente, come lasciavano loro il diritto di radunar prima un piú ristretto Consiglio di Richiesti, invitandovi solo quegli ufficiali o cittadini, che potevano giovare colla loro esperienza a preparare le deliberazioni. Altre volte s'invitavano nei Consigli anche alcuni estranei. Cosí, per esempio, discutendosi le faccende della guerra, vi si trovano chiamati coloro che avevano l'incarico di provvedervi. Gli Statuti non erano né molto precisi, né molto rigorosi a questo proposito. E pareva che si studiassero singolarmente di frenare la libertà della discussione, forse per impedire che la moltitudine di tanti Consigli mandasse le cose troppo per le lunghe. La proposta d'un provvedimento qualunque, era sempre riservata ai soli magistrati, che la facevano sostenere dal notaio o da altri in loro nome. I Consiglieri, meno i casi di molta gravità, dicevano solo poche parole prima di votare. Il numero degli oppositori era sempre assai piccolo, e ciò anche perché quando una provvisione veniva portata ai Consigli, era stata già prima vagliata molte volte. Piú tardi, lasciando sempre liberissimo il votare contro le proposte dei magistrati, si giunse perfino a proibire il parlare altrimenti che in favore. Laonde con tanti Consigli non si vide nascere in Italia la vera eloquenza politica, della quale infatti la nostra letteratura è assai povera. E qui v'è ancora un'ultima considerazione. Il Consiglio dei 100 era tutto di popolani, e cosí quelli del Capitano; i Consigli del Podestà eran composti invece di popolani e di Grandi. Le Capitudini come abbiam visto, erano sempre presenti nei Consigli del Capitano, ed assai spesso anche in quelli del Podestà. Da tutto ciò risulta chiarissimo che il partito democratico e le Arti maggiori, le quali ne formavano il nucleo principale, avevano grandissima prevalenza.[290] Ed in questo modo re Carlo ottenne la signoria della Città, ma fu vincolato in modo che il potere effettivo rimase nelle mani del popolo, soprattutto del popolo grasso.
Le nuove leggi da noi esaminate, parlano ora assai poco di Guelfi e di Ghibellini, assai piú di Grandi e di Popolani, perché la lotta dei partiti comincia a mettersi ne' suoi veri termini, e si vede chiaro che, in sostanza, trattasi di aristocrazia e democrazia. Ma ciò nondimeno, il partito ghibellino esisteva sempre, anzi era esso veramente il partito aristocratico. Il popolo ne voleva quindi la totale rovina, ed a ciò mirava un'altra parte della nuova costituzione. Si pose mano a fare un elenco di tutti coloro che dal 1260 al 1266 erano stati perseguitati dai Ghibellini, e dei beni loro confiscati. Si trovò che grandissimo era stato il numero dei condannati, e che i danni ascendevano alla somma allora assai ingente di lire 132,160.8.4.[291] Si cercò allora di fare lo stesso contro i Ghibellini, e negli anni 1268 e 69 vi furono tremila circa fra confinati e ribelli, con le rispettive confische, le quali continuarono poi lungamente.[292] Dei beni via via confiscati si cominciò, come dicevasi, a far Monte, cioè a raccoglierli insieme; poi vennero divisi in tre parti, una delle quali doveva andare al Comune; una ai Guelfi, per risarcirli dei danni sofferti; una finalmente alla Parte guelfa, per darle sempre maggior forza, a scapito dei Ghibellini. Coll'andare del tempo però, quasi tutti questi beni si concessero solo alla Parte, e ad amministrarli furono creati sei governatori, tre Grandi e tre popolani, chiamati prima Consoli dei cavalieri, poi Capitani della Parte guelfa, seguendosi in tutto ciò i funesti consigli di papa Clemente IV e di Carlo d'Angiò. E siccome allora ogni magistratura importante soleva essere circondata da due Consigli, cosí anche i Capitani di Parte ebbero un Consiglio segreto o speciale di 14 membri, ed uno generale di 60.[293] Duravano i Capitani due mesi in ufficio, e si radunavano nella chiesa di S. Maria sopra Porta. Piú tardi ebbero un proprio palazzo, e vennero loro concessi altri incarichi, come la cura delle pubbliche fabbriche, la direzione degli ufficiali di torre, e simili. Ma la loro principal cura fu sempre di proteggere la Parte, perseguitare i Ghibellini. E questo ufficio essi adempierono con tanto ardore, e tante furono le persecuzioni, che, coll'andar del tempo, si giunse a tale che chi era padrone dei Capitani di Parte, si poteva dire padrone di Firenze. Esclusione dai pubblici ufficî per mezzo delle ammonizioni, esilî, confische saranno le opere con cui fra qualche tempo li vedremo funestar la Repubblica, e rendersi sempre piú potenti.
Se ora gettiamo finalmente uno sguardo generale alla nuova costituzione, in mezzo alla intricata moltitudine de' suoi Consigli e de' suoi magistrati, essa ci parrà abbandonata al disordine ed all'arbitrio. Ma se guardiamo piú attentamente allo scopo cui essa era destinata, noi la vedremo singolarmente adatta a raggiungerlo. La guerra civile non è finita di certo, deve anzi ancora per lungo tempo continuare; la democrazia s'avanza, per giungere al suo pieno trionfo, e distruggere totalmente l'aristocrazia. Né si contenterà di toglierle il dominio della Repubblica, ma vorrà toglierle l'esistenza stessa, il che non potrà fare senza versar molto sangue, senza molte rivoluzioni. Nel nuovo ordinamento politico, il potere centrale, mutabile ben presto ogni due mesi, è sempre debolissimo di fronte alla grande importanza, alla durata ed alla forza che hanno assunta il Podestà ed il Capitano. Messi alla testa del Comune e del Popolo, circondati ognuno da due Consigli, essi restan sempre come capi di due repubbliche armate e nemiche. Ma in quella del Popolo, che finora era stata la piú debole, niuno dei nobili può entrare; in quella del Comune, invece, il popolo ha preso accanto ai nobili un posto assai importante, e nelle sue mani è perciò legalmente venuta la decisione principale di tutti gli affari, non ostante la supremazia che di fatto Carlo d'Angiò esercitava nei piú gravi momenti. Che odî nasceranno da un tale stato di cose è facile immaginarselo. Se poi osserviamo che, in siffatta repubblica, quasi preordinata alla guerra civile, v'era una magistratura importante, quale i Capitani di Parte, che sembrava creata solo a tener viva la discordia, come una macchina di guerra, che agitava continuamente queste forze incomposte, senza dar mai posa, come uno strumento di sanguinosi disordini e di distruzione, allora noi possiamo prevedere dove ci condurrà il seguito della narrazione. Dobbiamo aspettarci continue lotte, un mutare irrequieto di magistrati e di leggi, il non veder mai giungere a mezzo novembre quello che si fila d'ottobre. Ma tutto era anche singolarmente preordinato al fine costante cui la Repubblica, fin dalla sua prima origine, mirava.
IX
Noi siamo però ancora assai lontani dall'aver dato un concetto adeguato e chiaro della Costituzione e della società fiorentina, nella seconda metà del secolo XIII. Ancora non abbiamo parlato abbastanza della parte piú importante delle nuove riforme, l'ordinamento cioè delle Arti. Le proposte che a tal fine i Trentasei, radunati nella Corte di Calimala, avevano fatte sin dal principio, quelle contro cui i Grandi piú s'eran sollevati, furono subito accettate dal popolo, e divennero d'ora in poi la base principale degli Statuti fiorentini. Le associazioni d'arti e mestieri erano antichissime in tutta Italia, ed a Firenze avevano ben presto fatto maggiore progresso che negli altri Comuni. In esse s'era, come vedemmo, concentrata tutta la vita del popolo, quando la tirannia dei Ghibellini, protetti da Manfredi, lo aveva escluso da ogni partecipazione al governo. Ed ora non si fece altro, che dar forma piú ordinata e legale a ciò che naturalmente era sorto e progredito. Le Arti maggiori, le sole che furono nel '60 sollevate a vera e grande importanza politica, eran sette; le altre solamente piú tardi poterono, al pari delle prime, ricostituirsi. Che cosa dunque divennero adesso le sette Arti maggiori? Pigliamone ad esaminare minutamente una sola, quella che prima e piú di tutte divenne importante; essa ci servirà di guida e modello a comprendere le altre.
Nel tempo di cui noi ragioniamo, insieme con le industrie, fiorivano in Italia le arti belle, e questo non solo giovava alla cultura nazionale, ma cominciava già a portare alle nostre manifatture il vantaggio di dar la legge del gusto in Europa. La moda partiva allora da Firenze, da Milano[294] e Venezia, come oggi viene da Parigi. Ed al buon gusto italiano l'arte di Calimala[295] dovette in parte la sua origine ed il suo rapido incremento. Essa consisteva nel raffinare e tingere, con colori di cui i Fiorentini soli possedevano il segreto, panni forestieri, che venivano di Fiandra, di Francia o d'Inghilterra, per poi, cosí perfezionati, tornare in tutti i mercati d'Europa, col bollo dell'Arte. E questo bollo aveva una riputazione grandissima, giacché assicurava della buona qualità, e che nessuna contraffazione vi era, che la misura delle pezze era scrupolosamente esatta e verificata in Firenze. Egli è facile comprendere come i mercanti di Calimala si trovassero in molteplici relazioni con tutta l'Europa, e come i loro interessi s'estendessero ovunque era qualche progresso di civiltà e di agiato vivere. Nacque quindi, sin da antico, il bisogno di scegliere capi dell'Arte, fare Statuti, avere Consoli non solo in Città, ma anche fuori, per tutelare questi interessi. Ma ora, per le nuove riforme, essa, al pari d'ogni altra delle Arti maggiori, fu costituita addirittura come una piccola repubblica.[296]
Ogni sei mesi, adunque, in giugno cioè e dicembre, si radunavano i capi di fondachi o botteghe, e questa Unione dell'Arte, che, in qualche modo, potrebbe paragonarsi a ciò che nella Repubblica era il Parlamento, sceglieva gli elettori, cui era commesso di nominare i magistrati. Primi erano i 4 Consoli, che rendevano giustizia secondo gli Statuti; rappresentavano l'Arte, e la governavano con l'aiuto di due Consigli, uno speciale, non minore di 12 membri, e l'altro generale, che andò spesso variando di numero, e si restrinse anche fino a 18. Con l'approvazione di questi Consigli, potevano i Consoli anche riformare gli Statuti. Essi portavano la bandiera dell'Arte, e sotto i loro ordini si radunavano, all'occorrenza, gli artigiani armati. V'era poi il Camarlingo che durava in officio un anno, ed amministrava le uscite e le entrate dell'associazione. E come la Repubblica aveva un magistrato forestiero nel Podestà, cosí l'ebbe anche l'Arte nel suo Notaio, il quale durava anch'esso in ufficio un anno; era eletto dal Consiglio generale, e doveva arringare nei Consigli, a nome dei Consoli; spesso andava nelle ambascerie per l'Arte, e soprattutto vegliava continuamente alla scrupolosa osservanza degli Statuti, con la facoltà di punir severamente chiunque li violasse, non esclusi i Consoli stessi. Tutti questi magistrati dovevano essere fedeli a Parte guelfa. Il salario del Notaio era fissato d'anno in anno. I Consoli, che non potevano ricusare l'ufficio, ed avevano poi per un anno divieto d'essere rieletti, ricevevano un salario che fu prima di 10 lire, e qualche multa a loro favore riscossa; ma si ridusse piú tardi ad alcune libbre di pepe e zafferano, ad alcune paniere e scodelle di legno. Non molto diversamente, ed anche meno, era pagato il Camarlingo o Camerario. Ogni anno venivano eletti tre ragionieri, per sindacare l'operato dei Consoli, del Camerario e degli altri magistrati usciti d'ufficio. E cosí pure s'eleggevano dodici mercanti statutarî, con arbitrio di correggere e migliorar lo Statuto; ma le loro riforme dovevano essere approvate prima dai due Consigli, poi dal Capitano del Popolo. I Consoli che, col nome di Capitudini, pigliavan parte ai Consigli del Capitano e del Podestà, dovevano in essi curare gl'interessi dell'Arte, e promuovere leggi in suo favore.
Ma che cosa volevano, nell'interesse proprio dell'Arte, questi Statuti alla cui osservanza tanti magistrati vegliavano? Essi stabilivano tutte le regole e i modi con cui l'Arte doveva essere esercitata. Le contraffazioni o la cattiva qualità della mercanzia erano severissimamente punite. Una macchia, uno strappo non rivelato sulla scritta che ogni pezza doveva portare, venivano del pari puniti. Piú di tutto poi si era severissimi sulla esattezza della misura. Gli ufficiali dell'Arte spesso andavano ad esaminare le pezze, ed ogni due mesi riscontravano, in ogni bottega, le canne e passetti con cui si misurava, e ne dovevano tener modelli esposti al pubblico, in alcuni punti della Città. Né ciò era tutto. I Consoli mandavano in ogni fondaco a visitare se i libri e le scritture dei mercanti erano in regola, e punivano coloro che deviavano dalle norme stabilite. Componevano fra i mercanti dell'Arte loro, o fra di essi e quelli di un'altra, tutte le liti che nascevano per ragione dell'Arte stessa, ed era severamente punito chi, in queste liti commerciali, avesse voluto ricorrere ai tribunali ordinarî. Ma in qual modo si rendevano efficaci le condanne dei Consoli? Quasi tutte le pene erano in danaro, e chi non le pagava, dopo essere stato piú volte ammonito e piú gravemente tassato, era, se non si sottoponeva alla condanna, escluso dall'Arte, il che voleva dir la rovina totale del suo commercio. Non solamente la sua mercanzia non aveva piú il bollo, e quindi perdeva la guarentigia dell'Arte; ma egli perdeva ancora molti altri grandissimi vantaggi, e finiva col non potere piú esercitar la sua industria in Firenze, spesso anche neppure fuori. Infatti, i Consoli eletti in Firenze vegliavano, come vedemmo, sull'interesse dell'Arte anche fuori della Repubblica, eleggendo a ciò Consoli in diverse parti d'Italia e d'Europa, i quali crebbero di numero a misura che il commercio si estese. Due specialmente di maggiore importanza, ne eleggevano in Francia. E tutti questi s'occupavano perfino degli alberghi destinati ad accogliere i mercatanti dell'Arte. Quando poi, secondo l'uso di quei tempi, uno Stato concedeva rappresaglie su i beni di essi, dovevano i Consoli aiutarli e difenderli. Cosí, in qualunque modo e dovunque un mercante veniva ingiuriato o danneggiato, trovava subito valida protezione. L'Arte era gelosa custode di tutti gl'interessi de' suoi membri, ed a difenderli in paese straniero, e far rendere giustizia contro le ingiurie o i danni ricevuti, mandava spesso suoi ambasciatori ai rispettivi governi.[297] Questo era un aiuto incalcolabile, quando gli stranieri non avevano alcuna efficace protezione per diritto internazionale, e continue erano le rappresaglie. Ad un mercante conveniva perciò sottomettersi a qualunque pena, piuttosto che essere cancellato dall'Arte; né vi era bisogno d'altra minaccia per costringerlo a rispettare gli Statuti. E come veniva governata l'arte di Calimala, cosí erano anche le altre sei. I loro Consoli riuniti formavano le Capitudini, le quali ebbero piú tardi alla loro testa un Proconsolo, che fu un magistrato tenuto in grandissimo onore.
Se ora mettiamo da un lato gl'immensi vantaggi industriali e commerciali, che nel secolo XIII doveva portare alla Repubblica un tale ordinamento delle Arti, e le esaminiamo solo dal lato politico, vedremo vantaggi non punto minori. Tutti questi mercanti, che costituivano la grandissima maggioranza dei cittadini fiorentini, si trovavano continuamente ad amministrare grandi interessi, a giudicar liti commerciali, a discutere leggi e Statuti; avevano relazioni in tutte le parti del mondo conosciuto, e vi andavano in ambascerie, per difendere i comuni interessi. Si vede una continua, febbrile partecipazione di tutti alla vita politica, giacché ognuna di queste Arti era una istituzione autonoma, che si reggeva da sé, con magistrati, leggi, Statuti e Consigli suoi proprî, ed ognuna di esse diveniva un centro di vita intellettuale, politica, industriale. Cosí le forze del popolo fiorentino, liberamente circolando, si moltiplicavano con raddoppiato vigore, e tutte le facoltà dello spirito umano, tutta l'energia morale e politica di cui l'uomo è capace, sorsero d'un tratto in Firenze, ad una prodigiosa altezza. Bastava quasi mettere alla ventura la mano fra quei mercanti, e il primo che si toccava, riusciva capace di governare la Repubblica; gli si poteva affidare la piú gelosa missione diplomatica, ché egli avrebbe saputo cavarsene con onore, farsi ricevere con decoro da papi, re o imperatori, senza lasciarsi aggirare, senza mancare neppure alle forme convenzionali delle Corti. La sottigliezza dell'ingegno dei Fiorentini poté cosí acquistare quella grande reputazione, che li rese celebri in tutta Europa, ed in mezzo a quella straordinaria attività industriale e politica si andarono formando anche l'arte, la letteratura italiana, e la piccola repubblica di mercanti divenne ben presto come un punto di luce che illuminava il mondo.
Un altro vantaggio ancora portarono a Firenze le Arti maggiori. Nel tempo in cui l'ordinamento politico teneva come divisa in due la Città; quando i partiti dovevano di nuovo fieramente combattersi, e i Capitani di Parte eccitavano le passioni, mantenendo sempre accesa la discordia, ed il supremo magistrato dei Dodici, mutando di continuo portava cittadini sempre diversi e sempre passionati a reggere la cosa pubblica; in tempi siffatti riusciva d'un benefizio incalcolabile l'avere dicentrato il governo in un numero infinito di piccole associazioni. Se il popolo o i nobili si ribellavano contro i reggitori per mutare i Dodici o il Podestà o il Capitano o anche lo Statuto, la sospensione degli affari che doveva necessariamente seguirne, produceva un disordine assai piú apparente che reale. La Repubblica, divisa in tante piccole associazioni, poteva restare anche piú mesi senza governo, perché le Arti armate, disciplinate e costituite cosí fortemente, bastavano, assai meglio che nel passato, a reggerla, ed impedivano quei danni, che altrimenti sarebbero stati inevitabili in una città abbandonata a sé stessa. Cosí la costituzione delle Arti, quale fu formata nel 1266, ci spiega nello stesso tempo come la poesia, la pittura, la scultura, l'architettura, potessero sorgere in mezzo a un popolo di mercanti; come, in mezzo a tanto apparente disordine, fosse possibile tanto progresso, e come la democrazia riuscisse in Firenze a distruggere del tutto ogni avanzo di feudalismo, arrivando ad una assoluta eguaglianza, a tutte quante le libertà di cui il Medio Evo era capace. Il Comune di Firenze fu il centro di una cosí grande cultura, perché fu la sede delle maggiori libertà che erano allora possibili. Il piú bello e splendido fiore di quella cultura si deve alla democrazia, che lasciò la sua impronta, dette il proprio carattere alle chiese e ai palazzi di Arnolfo, ai quadri di Cimabue e di Giotto, alla poesia di Dante. Nella letteratura provenzale, francese, tedesca, inglese del Medio Evo, non pochi furono i nobili signori che acquistarono fama, anzi la piú parte di quei poeti furono nobili. Le arti e le lettere fiorentine, che costituirono il germe piú fecondo delle arti e delle lettere italiane, furono essenzialmente repubblicane; molti degli scrittori, moltissimi degli artisti furono figli di mercanti o di semplici artigiani.