279.  Su queste demolizioni dà molte notizie il Del Lungo, nel suo scritto: Una vendetta in Firenze, nell'Arch. Stor. It. Serie IV, vol. 18 pag. 355 e segg.

280.  P. Ildefonso, Delizie, ecc., Vol. IX, pag. 19 e segg.

281.  Machiavelli, Storie, Lib. I, pag. 37.

282.  Si dice che Manfredi, nel vederli combattere, ammirasse il loro ardire, esclamando: di chiunque sarà la vittoria, quei Guelfi non perderanno.

283.  Dante (Purgatorio, III, 121-32) pose Manfredi nel Purgatorio, sebbene, al pari di Federico, di Farinata e di molti altri Ghibellini fosse allora tenuto eretico.

Orribil furon li peccati miei,

Ma la bontà infinita ha sí gran braccia

Che prende ciò che si rivolve a lei.

Se il pastor di Cosenza, che alla caccia

Di me fu messo per Clemente, allora

Avesse in Dio ben letta questa faccia,

L'ossa del corpo mio sarieno ancora

In co' del ponte presso a Benevento,

Sotto la guardia della grave mora.

Or le bagna la pioggia e move il vento,

Di fuor del Regno, quasi lungo il Verde,

Ove le trasmutò a lume spento.

284.  Machiavelli, Storie, Lib. II, pag. 73.

285.  Questo è un fatto cominciato assai prima, che si ripete costantemente in tutta quanta la storia fiorentina, ed ora apparisce piú visibile che mai. Il Malespini, nella sua Cronica, cap. 104, prima della incoronazione di Federico II, già parla di alcune famiglie che, «cominciavano a essere grandi, che prima di poco tempo non se ne faceva menzione.... I Mozzi, i Bardi, i Iacopi detti Rossi, i Frescobaldi, tutti questi erano venuti in piccolo tempo, perocché ancora erano mercatanti e di piccolo cominciamento: poi i Tornaquinci e i Cavalcanti di piccolo cominciamento, ed erano mercatanti, e 'l simile i Cerchi, e molto cominciarono questi sopra detti in piccolo tempo a sormontare».

286.  La piú parte di queste lettere si trovano pubblicate nel Martène, altre ne dà il Del Giudice nel suo Codice diplomatico di Carlo I e Carlo II d'Angiò.

287.  Machiavelli, Storie, Lib. II, pag. 75.

288.  Il Codice diplomatico di Carlo I e II d'Angiò, pubblicato dal Del Giudice a Napoli, vale qui a correggere molti errori dei cronisti.

289.  «Quasi spenta del tutto o almeno invecchiata quell'antica cittadinanza, s'incominciava a veder sorgere, quasi in una nuova città, un'altra propagine di genti». Ammirato, Storie.

290.  Ecco in che modo s'esprime il Villani (Lib. VII, cap. 16): «Fatti Dodici buoni uomini, a modo che anticamente faceano gli Anziani, che reggeano la Repubblica, si riformarono il Consiglio di Cento Buoni Uomini di popolo, sanza la deliberazione de' quali, nulla grande cosa né spesa si potea fare; e poiché per quello Consiglio si vincesse, andava a partito, a pallottole, al Consiglio delle Capitudini dell'Arti maggiori e a quello della Credenza, ch'erano ottanta. Questi Consiglieri, che col Generale erano trecento, erano tutti popolani e guelfi. Poi vinti ai detti Consigli, convenía il dí seguente le medesime proposte rimettere al Consiglio della Podestà, ch'era il primo di 90 uomini grandi e popolani, e con loro ancora le Capitudini dell'Arti, e poi il Consiglio Generale, ch'erano 300 uomini d'ogni condizione. E questi si chiamavano i Consigli opportuni, ecc.». Queste notizie, come ognuno vede, sono assai oscure; ma gli altri cronisti sono ancora piú confusi, e non se ne trovano due che fra loro vadano precisamente d'accordo. Il Malespini dice assai meno e piú oscuramente del Villani, che esso copia, e Marchionne di Coppo Stefani (Lib. II, rub. 140) dice, che, vinto il partito fra i 12 Buoni Uomini, «si ragunavano le Capitudini delle sette maggiori Arti, ed eravi un officio de' Consiglieri, che si chiamavano quegli della Credenza Ottanta, e trenta Buoni Uomini per Sesto, tutti erano guelfi o popolani; sicché in numero erano trecento, e quello era il Consiglio Generale chiamato. E vinto in questo Consiglio, s'avea a vincere in quel del Podestà un altro dí seguente, nel qual Consiglio, erano popolani e Grandi mescolati, cioè dieci per Sesto popolani e dieci Grandi, ed ancora le Capitudini». E il Machiavelli dice che crearono «un Consiglio di ottanta cittadini, il quale chiamavano la Credenza; dopo questo erano i popolani, trenta per Sesto, i quali con la Credenza e i dodici Buoni Uomini, si chiamavano il Consiglio di 120 cittadini popolani e nobili, per il quale si dava perfezione a tutte le cose negli altri Consigli deliberate, e con quello distribuivano gli uffici della Repubblica». (Storie, Lib. II). E cosí, per quanti se ne possano riscontrare, si troveranno tutti fra loro discordi, il che nasce, in parte dall'essere stati quei Consigli sottoposti a varie mutazioni, e però ognuno li descriveva, piú o meno, come erano ai suoi tempi; in parte dalla poca cura che gli antichi cronisti ponevano nel raccogliere questi particolari.

Volendo però venire ad una qualche certa conclusione, noi prendemmo per punto di partenza il Villani, come quello che fra i piú antichi ha maggior riputazione e piú s'avvicina al tempo che descrive. E considerando bene le sue parole, si vedrà, che i Consigli debbono distinguersi in quelli propri dei Dodici, del Capitano e del Podestà. Se poi riscontriamo nell'Archivio di Stato le Consulte o il primo volume delle Provvisioni, che incominciano alcuni anni dopo la riforma di cui discorriamo, troveremo che ora si raduna il Consiglio dei 100; ora il Consiglio speciale del Capitano, ed il Consiglio generale e speciale dello stesso; ora il Consiglio speciale chiamato anche Consiglio dei 90 del Podestà, ed il Consiglio speciale e generale di 390 (300 + 90). E di questi quattro ultimi Consigli si trova che generalmente facevano parte le sette Capitudini delle Arti maggiori, le quali coll'andar del tempo crebbero di numero, e qualche volta venivano radunate ancora come un Consiglio separato. Guardando poi al numero dei voti nelle deliberazioni dei Consigli, si trovano abbastanza chiaramente confermate le notizie che dà il Villani. La votazione nei Consigli speciali facevasi colle palle bianche e nere, notandosene il numero; nei generali facevasi allora solo per alzata e seduta, e non si soleva scrivere il numero de' voti. In tutte queste cose regnava però un certo arbitrio, spesso dandosi ai magistrati facoltà di deliberare con quelli Consigli che credono.

Nelle faccende di maggiore importanza, e nelle discussioni fatte rigorosamente secondo le leggi, le proposte dovevano, come abbiam detto, essere approvate prima dai Dodici Buoni Uomini, che potevano consultarsi anche con persone di loro fiducia, piú tardi chiamate i Richiesti. Poi s'andava ai 100, poi ai due Consigli del Capitano, poi ai due del Podestà. Tutto ciò si cava anche dai documenti in Archivio, e per citare un esempio piú facile a riscontrarsi, sebbene sia posteriore al tempo di cui qui si ragiona, ecco in qual modo comincia lo Statuto dell'Esecutore di Giustizia, pubblicato nell'Appendice alla Storia de' Municipi italiani del Giudici, pag. 402, 1ª ediz. «Al nome di Dio, Amen. Nell'anno della sua salutevole incarnazione, 1306 ecc., in prima nello Consiglio de' Cento uomini e susseguentemente nello Consiglio e per lo Consiglio speziale di messere lo Capitano e le Capitudini delle 12 maggiori arti (erano allora già cresciute di numero).... e poscia, incontanente senza mezzo, nel Consiglio e per lo Consiglio generale e speziale di messere lo Capitano e del popolo di Firenze e delle Capitudini dell'Arti... fatto, rivolto e vinto il partito a sedere e a levare, secondo la forma dei detti Statuti.... Ancora dopo queste cose, in quelli anno, indizione e die, nel Consiglio e per lo Consiglio generale di 300 e speciale di 90 uomini del Comune di Firenze e delle Capitudini dell'Arti predette, per comandamento del nobile uomo, mess. conte Gabrielli d'Agobbio, della detta cittade e comune di Firenze, Podestà, ecc.». Qui per altro è da notare che, sebbene i Consigli del Podestà siano stati radunati nello stesso giorno che quelli del Capitano, pure la legge e l'uso volevano che si radunassero il giorno dopo o anche piú tardi.

291.  V. Delizie degli eruditi Toscani del P. Ildefonso Vol. VII, pag. 203-286.

292.  Del Lungo, Una vendetta in Firenze, Arch. Stor. It., Ser. IV, Vol. 18, pag. 354 e seg.

293.  Il Bonaini pubblicò nel Giornale Storico degli Archivi toscani, anno I, disp. I, lo Statuto di Parte guelfa, del 1335, cui aggiunse, nei fascicoli successivi, un dotto comentario. Il Villani (VII, 17) dice: «Feciono, per mandato del Papa e del Re, i detti Guelfi tre cavalieri rettori di parte». Ma deve essere un errore, invece di tre cavalieri e tre popolani, come dice lo Statuto della Parte. Un documento del 12 dic. 1268, pubblicato dal Del Lungo, Una vendetta ecc., dice: Unus de sex Capitaneis Partis Guelforum. Nello stesso capitolo il Villani confonde papa Clemente con Urbano, morto nel 1264. Lo Statuto del 1335, ai due Consigli ne aggiunge un terzo, di Cento, che sta forse a rappresentare quello che nella Repubblica era il Parlamento.

294.  Modista, in inglese, si disse allora e si dice ora millener, da Milano.

295.  Pare che il nome derivasse dalla via dove era posta l'Arte, via che conduceva ad un postribolo, e però Calis malus, quasi Via mala.

296.  Uno Statuto dell'arte di Calimala, del 1332, fu pubblicato dal Giudici nell'Appendice alla sua Storia dei municipi italiani. Il D.r Filippi ne pubblicò ed illustrò uno del 1301-2, Il piú antico Statuto dell'Arte di Calimala: Torino, Bocca, 1889. Gli statuti formulavano quello che già da un pezzo, secondo leggi speciali, esisteva.

297.  Tutto ciò che diciamo sull'Arte di Calimala trovasi negli Statuti piú sopra citati. Noi ci siamo attenuti al piú antico.

298.  Politecnico di Milano, Novembre e Dicembre 1867.

299.  Ammirato, (ediz. Firenze, Batelli, 1846), I, 248.

300.  I cronisti dicono, Guido di Monforte, che però venne solo nel 1269. Vedi Del Giudice, Cod. dipl. II, 23.

301.  Villani, VII. 19. Il numero di ottocento cavalieri si ripete ora tante volte dai cronisti, che fa dubitare della loro esattezza, alla quale del resto non si può mai credere molto, quando si tratta del numero dei soldati. Ottocento cavalieri formavano probabilmente una specie d'unità di misura, uno squadrone degli uomini d'arme francesi.

302.  Villani, VII, 19; Marchionne Stefani, rubr. 138. Ammirato, lib. III, pag. 248.

303.  Gregorovius, Vol. V, cap. 8; Cherrier, Storia della lotta dei Papi e degl'Imperatori di casa Sveva, libro X.

304.  Ammirato, I, 262; Delizie degli Eruditi, IX, pag. 41.

305.  Machiavelli, Storie, Vol. I, pag. 77: Italia, 1813.

306.  «Ipsas petitiones benigne accessimus et audivimus cum effectu, primo de conservando iure et honore Comunis Florentie; contra Pisanos et Senenses invasores et Gibellinos et exiticios terre vestre et infideles Podiibonizi proditores nostros proponimus, cum Dei auxilio atque vestro, facere vivam guerram, donec peniteant de commissis, et vos de factis vestris habeatis comodum et honorem.... Vicarium ytalicum virum providum discretum et fidelem, cuius devotionem, fidem et probitatem in magnis factis nostris cognovimus, firmiter et ab experto vobis concessimus, secundum quod vestra postulatio continebat, et volumus quod sit contentus salario et expensis et emendis, prout in ipsius civitatis statutis continetur, nec ultra aliquid exigat». Del Giudice. Codice Diplomatico, II, 116-7. D'ora in poi parecchi sono i Podestà italiani, nominati da Carlo in Firenze.

307.  Villani, VII, 54.

308.  Raynaldi, Ann. 1278; Sismondi, Vol. II, cap. VII.

309.  Villani, VII, 56.

310.  Ammirato, Vol. I, p. 274.

311.  Il primo che di questa pace dette un minuto ed esatto ragguaglio, cavato dai documenti, fu l'Ammirato il giovane, nelle sue aggiunte alla storia d'Ammirato il vecchio. (Anni 1279 e 1280). Parecchi documenti si trovano nelle Delizie degli Eruditi toscani del P. Ildefonso, Vol. IX, pag. 63 e seg. Un ragguaglio ancora piú ampio ne dette il Bonaini (Della Parte guelfa in Firenze), nel Giornale Storico degli Archivi toscani, Vol. III, pag. 167 e seg. V. anche Le Consulte della Repubblica Fiorentina, nuova e importantissima pubblicazione fatta da A. Gherardi: Firenze, Sansoni. — L'atto originale della Pace (mutilo) si conserva nell'Archivio di Stato di Firenze.

312.  Consulte, I, 28.

313.  Questi Quattordici, che compariscono insieme coi Dodici anche nella pace del Cardinale, continuano un pezzo nelle Consulte a comparire insieme con essi, come seguiva sempre a Firenze quando s'istituivano nuovi magistrati. Poi restano soli, e i Dodici scompaiono del tutto.

314.  Villani, VII, 56; Ammirato, (ediz. fiorentina del 1846) lib. III, pag. 275 ecc.

315.  Tutto ciò era stato accennato dagli antichi cronisti, ma venne poi esposto minutamente, con la scorta dei documenti, dall'Ammirato il giovane, nelle sue aggiunte alle Storie d'Ammirato il vecchio.

316.  L'Hartwig, che fu primo ad osservarlo, notò ancora che l'ufficio del Defensor è nominato la prima volta nelle Consulte, il nov. del 1282, e che il primo Difensore, di cui si dia in esse il nome, è Bernardino della Porta. Consulte pag. 116, 132, 133, 140, dal 6 nov. 1282 al 6 febbr. 1283.

317.  L'Hartwig notò pure che nelle Consulte i Priori sono nominati la prima volta il 20 giugno 1282, insieme coi Quattordici, anzi dopo di essi; il 24 aprile 1283 pigliano il primo posto; dal dicembre in poi appariscono soli senza i Quattordici.

318.  Lib. I, pag. 25 e seg. (ediz. Del Lungo).

319.  Villani, VII, 79; Ammirato, III, p. 288-90.

320.  Questa Corte, dice il Villani, (VII, 89) «fu la piú nobile e nominata, che mai fosse nella città di Firenze».

321.  Consulte, I, p. 169-70.

322.  Hartwig, Ein menschenalter florentinische Geschichte (1250-93): Freiburgi. B., 1889-91, p. 111.

323.  Di questo trattato parla a lungo l'Ammirato; ne dà poi un sunto cavato dall'originale il Canale, nella sua Nuova Istoria della Repubblica di Genova (ed. Le Monnier), Vol. III, pag. 34.

324.  Villani, VII, 98; Malespini, CCXLIII.

325.  Alcuni cronisti suppongono, che scopo dell'arcivescovo Ruggieri fu di cavar prima da quei miseri grossa somma di danaro.

326.  Per questi fatti relativi alla guerra di Pisa con Genova e Firenze, vedi Storie e Cronache pisane, pubblicate dal Bonaini ed altri nel volume VI (parte I e II) dell'Archivio Storico Italiano; Canale, Nuova istoria della repubblica di Genova; Villani; Flaminio dal Borgo; Muratori Script. Tomo XV; Sismondi, Hist. des Rep. It., T. II, ch. 8.

327.   G. Villani, Dino Compagni e gli altri cronisti fiorentini.

328.  Villani, Compagni, Ammirato e gli storici pisani citati piú sopra.

329.  Villani, VII, 99; Vasari, Vita di Arnolfo; Ammirato (Firenze, Batelli e C. 1846), vol. I, pp. 310-11.

330.  Ammirato, I, p. 337.

331.  Ved. la nota A in fine di questo capitolo.

332.  Il prof. P. Santini ha trattato questa questione nell'Arch. Stor. It. (Serie IV, vol. XVII, pag. 178 e seg.), in un articolo col titolo: Condizione personale degli abitanti del contado, nel secolo XIII. E giustamente afferma che il confronto fatto fra la legge bolognese del 1256 e la fiorentina del 1289 non ha alcun fondamento, perché esse risguardano individui in istato differente, e si riferiscono a due diversi periodi del movimento attuatosi in ogni Comune, per migliorare le condizioni degli uomini del contado (pag. 188 e segg.).

333.  Villani, VII, 132.

334.  Ammirato, libro III, ad annum.

335.  Vedi, in fine di questo capitolo, la nota B.

336.  Vedi la nota C.

337.  Politecnico di Milano, giugno e luglio 1867.

338.  Vedi l'ediz. fiorentina del 1735, pag. 133.

339.  Il fatto è narrato dal monaco di S. Gallo, De rebus bellicis Caroli Magni. Vedi la Dissertazione XXV del Muratori.

340.  Muratori, Dissertazione XXV. Ved. anche Pignotti, Storia della Toscana, vol. IV, saggio III, Firenze, 1824.

341.  Abbiamo piú sopra accennato la origine probabile di questo nome.

342.  V. Pagnini, Della Decima, Vol. II, sezione 4 e 5.

343.  Pagnini, Della Decima, Ibidem.

344.  Villani, Lib. XI, cap. 94.

345.  Ibidem.

346.  Sembra che in sul principio l'Arte di Por S. Maria facesse commercio di drappi fiorentini di lana, e che i mercanti della seta formassero un ramo secondario e distinto di quell'Arte. A poco a poco si confusero con essa (ai primi del sec. XIII), ne divennero poi la parte principale, e finalmente l'Arte della seta e quelle di Por S. Maria furono una sola e medesima cosa.

347.  Vedi la Cronaca (1470-92) del Dei, che si trova fra i cod. Magliabechiani, e della quale molti brani importanti furono pubblicati in appendice al secondo volume della Decima del Pagnini.

348.  Vedi la citata Cronaca del Dei.

349.  «Ancora si fece legge (1371), conciossiaché molti incantavano del Monte, e dicevano: lo Monte vale trenta per centinaio; questo di io voglio fare teco una cosa; io voglio poterti dare, oggi a un anno, ovvero tu dare a me, quanto? a trentuno per cento? Che vuoi ti doni, e fa questo? E cadeano in patto, e poi stava in sé. Se rinvigliavano, li comperava, e se rincaravano, li vendeva, e ne promutava qua e là il patto venti volte l'anno. Di che vi si pose la gabella fiorini due per cento a ogni promutatore». Marchionne di Coppo Stefani, vol. VIII, pag. 97, nelle Delizie degli Eruditi Toscani, vol. XIV.

350.  Vettori, Il Fiorino d'oro; Orsini, Storia delle monete: Firenze, 1760.

351.  Pagnini, Della Decima, Vol. II, Sez. III, cap. 1-4. Altre notizie danno l'Ammirato, il Dei ed il Villani, (XI, 88 e XII, 55) che è la fonte principale.

352.  G. Villani, XI, 54.

353.  Ammirato, lib. 18, ad annum.

354.  Cronaca del Dei, nel Pagnini.

355.  Cronaca del Dei, nel Pagnini, vol. II, p. 275.

356.  Pagnini, vol. II, Sez. I; Ammirato, ad annum.

357.  Ammirato, ad annum; Pagnini, loc. cit.

358.  Il che fece credere a qualcuno che la schiavitú continuasse in Italia molti secoli dopo che era scomparsa. Su di ciò il sig. Salvatore Bongi pubblicò un pregevole articolo nella Nuova Antologia, Anno I, fasc. 6.

359.  Vedi il discorso di Tommaso Mocenigo, tante volte stampato dai cronisti e dagli storici; Pagnini, Della Decima, vol. II, pag. 7, e seg.; Romanin, Storia documentata di Venezia, vol. II, pag. 156-7.

360.  Urghanj, la principale città del Khwarezm, paese che porta ora il nome di Khyva. La nuova Urghanj, ora capitale commerciale di Khyva, è a sessanta miglia dall'antica.

361.  Balducci Pegolotti nel Pagnini. Un lavoro importantissimo fu pubblicato dal sig. H. Yule, colonnello del genio inglese in India; esso ha per titolo: Cathay and the way thither, being a collection of medieval notices of China (London, printed for the Hakluyt Society, 1866), e contiene una serie di documenti tradotti dall'autore, che lungamente viaggiò e dimorò in Oriente, preceduti da una sua dotta dissertazione.

362.  Pagnini, Vol. II, Sez. I. — K. Sieveking, Geschichte von Florenz. Brevissimo, ma pregevole lavoro, pubblicato senza nome d'autore in Amburgo, 1844. Di esso mi sono spesso giovato in questo capitolo.

363.  Le prime cinque furono piú volte unite alle Maggiori, che allora divenivano dodici.

364.  Inf. Canto X.

365.  Franco Sacchetti racconta, come nel tempo in cui egli era al governo della Repubblica, i magistrati non riuscivano mai a far rispettar le leggi contro il lusso. Uno di essi, che venne di ciò aspramente rimproverato, e fu per essere dimesso d'ufficio, ecco in che modo descriveva le arti, con cui le donne fiorentine eludevano le leggi:

«Signori miei, io ho tutto il tempo della vita mia studiato per apparar ragione; e ora, quando io credea sapere qualche cosa, trovo che so nulla; perocché cercando degli ornamenti divietati alle vostre donne, per gli ordini che m'avete dati, sifatti argomenti non trovai mai in alcuna legge, come sono quelli che elle fanno; e fra gli altri ve ne voglio citare alcuni. E' si truova una donna col becchetto frastagliato, avvolto sopra il cappuccio; il notaio dice: — Ditemi il nome vostro, perocché avete il becchetto intagliato. — La buona donna piglia questo becchetto, che è applicato al cappuccio con uno spillo, e recaselo in mano, e dice ch'egli è una ghirlanda. Ora va piú oltre; truovo molti bottoni portar dinanzi. Dicesi a quella che è trovata: — Questi bottoni, voi non potete portare; — e quella risponde: — Messer sí, posso, che questi non sono bottoni, ma sono coppelle; e se non mi credete, guardate, e' non hanno picciuolo, e ancora non c'è niuno occhiello. — Va il notaio all'altra che porta gli ermellini, e dice: Che potrà apporre costei? — Voi portate gli ermellini. — E la vuole scrivere. La donna dice: — Non iscrivete no, che questi non sono ermellini, anzi sono lattizzi. — Dice il notaio: — Che cosa è questo lattizzo? — E la donna risponde: — È una bestia Dice uno de' Signori: Noi abbiamo tolto a contendere col muro. Dice un altro: Me' faremo attendere ai fatti che importano piú». (Novella 137).

366.  Il Guicciardini, nelle sue Considerazioni sui Discorsi del Machiavelli (Opere inedite, vol. I, Firenze, Barbèra), conferma chiaramente quello che diciamo qui sopra. Discorrendo intorno al Cap. 12, Lib. I, del Machiavelli, ove questi dice che i Papi avevano impedito l'unità d'Italia, esso, pure approvando, soggiunge: «Ma non so già se il non venire in una monarchia sia stata felicità o infelicità di questa provincia, perché se sotto una repubblica questo poteva essere glorioso al nome d'Italia e felicità a quella città che dominassi, era all'altre tutte calamità, perché oppresse dall'ombra di quella, non avevano facultà di pervenire a grandezza alcuna, essendo il costume delle repubbliche non partecipare e frutti della sua libertà e imperio a altri che a' suoi cittadini proprî.... Questa ragione non milita in uno regno, il quale è piú comune a tutti i sudditi, e però veggiamo la Francia e molte altre province viversi felici sotto uno re».