INTRODUZIONE[1]
I
La storia delle libertà italiane, dal Medio Evo fino alle nuove invasioni straniere, che incominciarono con Carlo VIII nel 1494, si riduce principalmente alla storia dei nostri Comuni. Questa storia non è anche scritta, e quel che è peggio non potrà scriversi fino a che non saran messi in luce, ordinati, illustrati i materiali su cui lo storico deve lavorare. Quali erano i piú antichi Statuti politici, e quelli delle associazioni d'Arti e mestieri, quali le leggi penali e civili, lo stato delle persone, le entrate e le uscite, il commercio, l'industria di quelle repubbliche, sono tutte domande alle quali noi possiamo assai imperfettamente rispondere, e qualche volta non possiamo rispondere punto. E senza rispondervi, la storia civile dei nostri Comuni rimane oscura.
L'Italia, col Machiavelli e col Giannone, dette al mondo i primi esempi della storia civile, e coi lavori giganteschi del Muratori iniziò quella grande scuola di erudizione storica, che è l'unica base sicura della storia moderna, massime della storia civile. Ma noi ci lasciammo ben presto strappar di mano lo scettro, che avevamo conquistato. Non ci sono, è vero, mancati mai grandi eruditi e scrittori di storie; ma a compiere la storia nazionale d'un popolo, non basta il lavoro d'uno o di pochi; essa deve, in qualche modo, essere l'opera della nazione stessa. Solo il lavoro coordinato di piú dotti e di piú generazioni può riuscire a mettere insieme e studiare l'infinita massa di materiali, che è necessaria a ritrovare nella storia di tanti municipii, che sono cosí diversi ed in continua guerra fra loro, la storia del popolo italiano. Fra noi da lungo tempo si lavora ognuno per conto proprio; mancano quell'accordo e quella corrispondenza tanto necessari a fare, col lavoro degl'individui, progredire di pari passo quello di tutta la nazione.
Io certo non dimenticherò qui di citare l'esempio delle Deputazioni e Società di storia patria, sussidiate dal Governo, delle quali fanno parte uomini benemeriti e dottissimi. Ma esse ancora non lavorano secondo un disegno generale e comune; anzi nel seno delle stesse Deputazioni si vedono qualche volta i vari membri attendere a lavori importanti, se si vuole, ma che pure non hanno fra loro alcuna relazione. Cosí si dovrà aspettare un gran tempo, prima che qualche periodo della nostra storia venga da tanti dotti compiutamente illustrato. Eppure noi non avremmo bisogno d'andar fuori di casa a cercar le norme da seguire, perché queste norme noi fummo i primi a trovarle, né le abbiamo dimenticate. Né solamente le Deputazioni e Società pubblicarono raccolte importantissime di documenti. Chi non ricorda le fatiche indefesse del benemerito Vieusseux e de' suoi amici, nel dirigere l'Archivio Storico Italiano? A mostrare quanto possa giovare la pubblicazione d'una sola serie di documenti, basterebbe citare le Relazioni degli ambasciatori veneti, date alla luce per opera dell'Albèri, con tanto profitto della storia non solamente d'Italia, ma d'Europa. Che progresso non si farebbe, se il lavoro di tutti gli eruditi italiani si potesse, per consenso unanime, coordinare ad uno scopo comune? Si guardi che cosa ha potuto fare a Berlino il Pertz, sussidiato dalla Confederazione, e aiutato da tutti i dotti tedeschi. I suoi Monumenta sono davvero un monumento immortale alla storia nazionale della patria tedesca, intorno al quale s'è potuto fondare una nuova scuola di eruditi e di storici.
Ora che l'Italia s'è unita, e di tanti Stati ha fatto uno Stato solo, è necessario che essa sappia nella storia de' suoi Comuni ritrovare la storia del suo popolo. Oltre di che bisogna considerare, che il Comune è la istituzione con la quale dal Medio Evo esce la società moderna. Sorto in mezzo ad una moltitudine di schiavi, di vassalli, di baroni, di duchi e marchesi, seppe creare quel terzo stato e quel popolo, che distrusse il feudalismo in Italia, e con la rivoluzione francese, lo distrusse poi in tutta Europa. Cosí si formò, osserva anche Agostino Thierry, quella immensa riunione di uomini liberi, che nel 1789 intraprese, per la Francia intera, ciò che avevano compiuto nei municipi i suoi antenati del Medio Evo.[2] Ora, siccome l'Italia appunto è stata il centro e la sede delle libertà comunali, cosí si tratta, con questi studi, non solo di conoscere la nostra storia civile, ma di porre in evidenza la parte che noi avemmo nel ritrovare i principii della società e della civiltà moderna. Chi studia attentamente la storia del diritto romano nel Medio Evo, può osservare che i nostri glossatori, mentre che facevano rinascere la vecchia giurisprudenza, inconsapevolmente la modificavano, adattandola ai nuovi tempi. E Francesco Forti affermava, che chi studia i nostri Statuti s'accorge che molte di quelle norme, le quali si trovano nel Codice Napoleone, e che si credono opera della rivoluzione francese, erano già nelle antiche legislazioni italiane. Io credo che la nostra storia dovrà in ogni parte della vita civile degl'Italiani, confermare osservazioni simili, perché in essa sono le prime origini delle libertà moderne. Ma questo lavoro aspetta ancora chi sarà capace d'intraprenderlo, e non basterà, come dissi, un uomo solo. Noi vogliamo occuparci ora d'un soggetto assai piú modesto. Il nostro scopo è di far vedere, con un rapido sguardo alla storia d'un Comune solo, quante nuove ricerche ancora ci restano a fare, e quante quistioni restano ancora insolute.
Le vicende della repubblica fiorentina trovano qualche riscontro solamente nei tempi piú floridi della libertà ateniese. Invano cercheremmo in tutta la storia moderna un'altra città piena, ad un tempo, di tanto tumulto e di tanta ricchezza, dove, versandosi tanto sangue civile, potessero le arti, le lettere, il commercio, l'industria fiorire del pari. Lo storico quasi non crede a sé stesso, quando egli deve descrivere un pugno di uomini che, raccolti sopra un palmo di terra, stendono i loro traffici in Oriente ed in Occidente; aprono le loro banche in tutta Europa; accumulano tesori cosí vasti, che le private fortune bastano qualche volta a sostenere sovrani vacillanti sui loro troni. Egli deve dire ancora, che questi ricchi mercanti fondarono con Dante la poesia moderna, e con Giotto la pittura; con Arnolfo, con Brunellesco, con Michelangiolo, che fu poeta, pittore, scultore e architetto ad un tempo, innalzarono quelle stupende moli che il mondo continuerà sempre ad ammirare. I primi e piú accorti diplomatici d'Europa erano fiorentini, la scienza politica e la storia civile nacquero in Firenze col Machiavelli. In sul finire del Medio Evo quell'augusto municipio somiglia ad un piccolo punto di luce che illumina il mondo.
Parrebbe che a conoscere la storia di questo Comune, le difficoltà dovessero essere già tutte superate, perché di esso i piú grandi scrittori italiani, i piú grandi storici moderni si occuparono da lungo tempo e lungamente. Quale altra città può, infatti, vantare i suoi annali descritti da uomini come il Villani, il Compagni, il Machiavelli, il Guicciardini, il Nardi, il Varchi? Ed alle storie o cronache bisogna aggiungere una serie infinita di Diari, Prioristi, Ricordi, senza parlare per ora dei moderni scrittori. Era tra i Fiorentini comunissimo l'uso di registrare, di giorno in giorno, i fatti che seguivano; e cosí si andò sempre piú aumentando la loro ricca e splendida letteratura storica. Eppure, con tutto ciò, non v'è storia che presenti tante difficoltà, e che sia come questa, piena di tante, che sono o paiono insolubili contraddizioni. Gli avvenimenti passano dinanzi ai nostri occhi, descritti, dipinti con splendidi colori; si succedono con rapida e non mai interrotta vicenda; ma sembra che, senza tregua e senza legge, obbediscano solo al caso. Odii personali, gelosie e private vendette sono cagione di rivoluzioni politiche, le quali contaminano la Città di sangue civile; durano dei mesi e qualche volta degli anni, per finire in leggi arbitrarie, che si tenta di violare o disfare appena che sono sanzionate dai magistrati. E cosí spesso vien fatto di chiedere: questa è dunque l'opera degli accorti diplomatici, dei grandi politici? O sono bugiarde le lodi di senno e di accortezza politica, prodigate ad uomini che non seppero mai dar sicure leggi e ferme istituzioni alla patria, e nelle piú gravi faccende di Stato si lasciarono dominar solo dagli odii e dalle passioni personali; o sono bugiarde le lodi che da secoli noi diamo a questi storici, i quali coi piú splendidi colori ci descrivono fatti impossibili. È egli possibile, in vero, che da tanto senno nasca tanto disordine? E come poi, in mezzo a tanto disordine, su questa nave della Repubblica, abbandonata all'arbitrio di ogni vento, poterono tanto splendidamente fiorire le arti, le lettere e le scienze?
Certo la storia, quale la vogliamo oggi, era ignota agli antichi. Noi cerchiamo le cagioni di fatti, che gli antichi descrivevano solamente. Noi vogliamo conoscere le leggi, i costumi, le idee, i pregiudizi degli uomini, e gli antichi s'occupavano esclusivamente delle azioni e delle passioni umane. La scienza politica del secolo XV era principalmente uno studio dell'uomo, e la nostra è principalmente uno studio delle istituzioni. La storia moderna cerca di essere uno studio dell'uomo e della società, in tutte le sue forme, sotto tutti gli aspetti. Per queste ragioni ci è stato necessario rifar tante volte il lavoro, che pure cosí splendidamente avevano fatto gli antichi.
Lasciando da parte quei raccoglitori di favole e leggende sulle origini di Firenze, le quali si ripetono anche negli scritti posteriori, noi possiamo dividere gli storici fiorentini in due grandi scuole. Primi sono gli autori di Cronache o Diari, i quali fiorirono, piú che altro, nel Trecento, sebbene continuassero per lungo tempo di poi. Lo scrittore registra, giorno per giorno, i fatti di cui fu spettatore, e spesso anche attore; animato dalle medesime passioni che descrive, egli diviene non di rado eloquente, e la sua eloquenza passionata gl'impedisce di fermarsi a fare considerazioni astratte. Egli suppone sempre nei suoi lettori la piena conoscenza di quelle istituzioni politiche, nelle quali era nato e vissuto, che a noi sono ignote, e che piú di tutto vorremmo conoscere. Nondimeno il cronista del Trecento, come spesso avviene a Giovanni Villani, osservatore impareggiabile, si ferma a descrivere cosí minutamente i fatti, raccoglie tante notizie, che, senza quasi avvedercene, noi ci troviamo trasportati in mezzo alla società dei suoi tempi. E nello scendere a questi particolari, egli qualche volta si scusa col lettore d'averlo fermato su cose di sí piccolo momento, tanto era lontano dal supporre quanto preziose piú tardi sarebbero state per noi appunto quelle notizie sul commercio, sulla pubblica istruzione, sulle entrate e sulle uscite della Repubblica, e quante altre dovevamo desiderarne invano. Appena però che questi scrittori s'allontanano dai loro tempi e dai fatti che hanno veduti, essi o debbono copiare letteralmente da altri cronisti, o la loro narrazione perde ogni pregio ed ogni autorità, ogni calore ed ogni colore. Noi passiamo, a un tratto, dalla piú vera e vivace descrizione alle favole piú strane, al piú grande disordine, perché essi, anche nel copiare letteralmente dagli altri, lo fanno senza il piú piccolo discernimento. Ne sono un esempio i loro puerili racconti sulle origini di Firenze. La critica storica allora non era neppure in culla.
Colla erudizione del secolo XV incominciò la lettura e l'imitazione di Sallustio, di Livio, e gli scrittori italiani non si contentarono piú di registrare i fatti alla giornata, senza nesso, senza ordine. Molti scrissero in latino, altri in italiano; ma tutti volevano comporre una narrazione storica piú artistica o piú artificiale. Facevano esordi e considerazioni generali, descrivevano a lungo e con molto aiuto della fantasia guerre che non avevano visto, e di cui poco o punto sapevano; ponevano in bocca ai loro personaggi discorsi immaginari, qualche volta perfino scrivevano in forma di dialogo la loro narrazione,[3] pur di allontanarsi dai loro padri del Trecento. Fu un tempo di esercizi retorici e d'imitazione servile dei classici, nel quale la storia e la letteratura italiana decaddero, apparecchiandosi però a risorgere nel secolo seguente. Ed infatti nel Cinquecento noi troviamo un'arte storica assai progredita. Il Machiavelli, che se ne potrebbe dire il piú illustre fondatore, comincia appunto col fare un rimprovero agli storici precedenti, perché «delle civili discordie e delle intrinseche inimicizie e degli effetti che da quelle sono nati, avevano una parte al tutto taciuta, e quell'altra in modo brievemente descritta, che ai leggenti non puote arecare utile o piacere alcuno». Queste parole ci danno indirettamente il ritratto fedele del suo libro, col quale ha lasciato un monumento immortale alla propria fama. Egli cerca le cagioni dei fatti, l'origine dei partiti e delle rivoluzioni seguite nella Repubblica: cosí un nuovo metodo è trovato, una nuova via è aperta. Egli abbraccia in una mirabile unità tutta la storia della Repubblica; lascia da un lato, con profondo disprezzo, tutte quelle favole che i cronisti avevano accumulate sulla fondazione di Firenze, e getta uno sguardo di aquila sul gioco dei partiti, dalla loro origine fino ai suoi tempi. Fu il primo a intraprendere questa ricerca, e dopo di lui, dopo tante nuove indagini, il suo concetto fondamentale rimane fermo.
Ma delle istituzioni il Machiavelli s'occupò assai poco, delle leggi, dei costumi, quasi punto. E quello che è piú, egli era cosí fattamente in balìa del suo genio divinatore, che curò assai poco anche la esattezza storica dei fatti particolari. A persuadersi del numero infinito d'inesattezze e di errori, che per noi sarebbero imperdonabili, e che pure si trovano nel suo libro, bisogna paragonare la sua narrazione con le narrazioni contemporanee degli antichi cronisti, alcuni dei quali egli conosceva. Non solo le date sono spesso sbagliate, ma ancora il nome, il numero dei magistrati, la forma delle istituzioni. Sembra che nel tempo medesimo in cui divinava lo spirito dei fatti, raffazzonasse a suo capriccio i fatti stessi. Qualche volta egli prende pagine e pagine intere dalle storie del Cavalcanti, copiando perfino i discorsi immaginari che questi poneva in bocca dei personaggi storici, e con pochi tocchi infonde vita nuova nella pesante narrazione che gli sta dinanzi, senza punto occuparsi di far nuove ricerche. Cosí il suo libro divenne una guida preziosa e pericolosa nello stesso tempo. Egli qualche volta non si asteneva dal porre un fatto vero là dove meglio tornava al suo ragionamento, riempiendo cosí, senza troppo scrupolo, le lacune che trovava. Suo scopo, come egli stesso ci dice, era d'indagar le cagioni dei partiti e delle rivoluzioni. Quello che alcuni chiamano oggi il colorito locale, il colorito storico dei fatti, scomparisce del tutto nella sua narrazione, massime dei primi avvenimenti della Repubblica. Gli uomini appartengono a diversi partiti, commettono azioni ora tristi ora generose, ma in tutti i tempi sono per lui sempre i medesimi. E quanto ciò debba nuocere ad una chiara conoscenza dei fatti è facile immaginarlo. A misura poi che il Machiavelli s'avvicina ai suoi tempi, vede la costituzione della Repubblica alterarsi e corrompersi, la libertà allontanarsi, e mille passioni personali sorgere ad affrettare la rovina delle istituzioni che decadono. La conoscenza dei piú minuti particolari sarebbe allora tanto piú necessaria a farci intendere la trasformazione della società; ma egli, che pure restò sempre un Fiorentino del secolo XV, aveva dinanzi a sé l'esempio di Tito Livio e degli altri scrittori romani, i quali, a lui come a tutti gli eruditi di quel secolo, ispiravano un grande disprezzo dei troppo minuti particolari, che fanno perdere l'epica unità della storica narrazione. E quando piú tardi s'avvicina la prevalenza inevitabile dei Medici, sotto i quali anch'egli visse, rivolge allora, con mal celato disgusto, il suo occhio dai fatti interni della Repubblica, per occuparsi solo dei fatti esterni. Ci parla allora di guerre e di quella politica italiana, che fu la passione di tutta la sua vita. In mezzo agl'intrighi delle Corti, alla prevalenza contrastata degli uni o degli altri, noi ci accorgiamo che esso va cercando il modo con cui un principe nuovo avrebbe potuto riunire le sparse membra della patria italiana, lacerata, calpestata, e questo nobile pensiero gli fa spesso dimenticar la storia di Firenze.
Quando noi leggiamo le antiche cronache contemporanee, vediamo sorgere dinanzi a noi vive e parlanti le immagini di Giano della Bella, Farinata degli Uberti, Corso Donati, Michele di Lando. Le loro passioni, i loro amori e i loro odii ci sono noti, quasi familiari; ma noi siamo in mezzo al tumulto irrequieto e irrefrenabile delle passioni, senza sapere donde spiri il vento che agita e confonde in un solo turbine uomini e cose, senza dar mai tregua. Appena che usciamo dal raggio visuale dello scrittore, le immagini si confondono, e la nostra vista insieme colla sua si oscura. Anche nei momenti della piú eloquente descrizione, udiamo il nome d'istituzioni e di magistrati, che non possiamo comprendere, e che vediamo ora alterarsi, ora scomparire, ora riapparire di nuovo, senza saperne il perché. Ma dall'altro lato, quando, invece, per lo studio e l'imitazione degli antichi scrittori, l'arte di abbracciare una piú vasta cerchia di fatti incomincia, e si cercano le cagioni e le relazioni di questi fatti, per raccoglierli in una visibile unità, manca ancora quella critica storica che accerta i fatti stessi, ricerca, definisce le istituzioni e le leggi, colorisce e quasi ridesta il passato nella sua varia, mutabile fisonomia. Lo storico manda col suo genio come dei lampi di luce, che, di tratto in tratto, illuminano le età trascorse; ma esse restano pur sempre incerte e confuse nella nostra mente. Noi abbiamo bisogno di conoscere gli uomini, le istituzioni, i partiti e le leggi quali veramente furono; né ciò basta, perché bisogna comprendere ancora come tutto ciò si costituí in una sola unità, e da quegli uomini, da quei tempi nacquero quelle istituzioni e quelle leggi.
Questo è ciò che gli scrittori moderni avrebbero dovuto fare, ma che non hanno fatto per molte ragioni. E prima di tutto, il fiorire delle lettere e delle arti nei tempi in cui la libertà s'allontanava da Firenze, e la loro grande efficacia su tutta quanta la cultura moderna, richiamarono l'attenzione degli scrittori principalmente su questa parte della storia fiorentina, che aveva una importanza assai generale, ed era piú intelligibile a tutti. Cosí fu che la piú parte dei moderni, massime gli stranieri, non studiarono, non conobbero quei tempi nei quali s'erano pure formate tutte le qualità piú nobili del carattere fiorentino, e s'erano svolte, educate quelle forze intellettuali, che piú tardi divennero visibili nelle lettere e nelle arti, tanto universalmente ammirate. E molti stranieri sembrarono persuadersi non solamente che le arti e le lettere italiane fossero fiorite quando i costumi erano piú corrotti, ma quasi risultassero da essi, fossero immedesimate con quella corruzione, la quale invece corruppe le arti stesse, che furono figlie della libertà e della moralità, e poterono ad esse solo per qualche tempo sopravvivere.
Vi è inoltre da osservare, che finora non s'è visto nessun libro di grande scrittore moderno, il quale tratti di proposito la storia politica e costituzionale di Firenze.[4] Qualche cosa, bisogna riconoscerlo, anche piú dei moderni fecero i due Ammirato, i quali nel secolo XVII avevano già cominciato a ricercare gli archivi, e composero un lavoro, per quei tempi, veramente nuovo e notevole. Se non che, né essi s'erano proposto di scrivere una storia della costituzione fiorentina, né la loro critica storica era sufficiente a raggiungere un tale scopo, quando pure se lo fossero proposto. Accanto a notizie nuove e preziose sui fatti ed anche sulle istituzioni, ci danno spesso una congerie di particolari inutili, che fanno smarrire l'unità generale della narrazione.
È inutile poi aggiungere che gli scrittori moderni, i quali parlarono di Firenze solo nelle storie generali di tutta Italia, dovettero, di necessità, trattare fuggevolmente ciò che era secondario nei loro lavori. Spesso s'affidarono troppo ciecamente all'autorità ed al gran nome degli antichi, senza neppur distinguere abbastanza nelle opere di essi, quelle parti il cui valore è certo incontrastabile, da quelle in cui copiano narrazioni lette altrove, o ripetono solo tradizioni favolose. Basta paragonare il Villani col Malespini, per vedere come uno dei due ha certamente copiato dall'altro molti e molti capitoli.[5] E non è il solo esempio. Il Machiavelli, come dicemmo, copiò capitoli interi dal Cavalcanti;[6] il Guicciardini tradusse piú volte Galeazzo Capra, piú noto col nome di Capella;[7] il Nardi riprodusse di sana pianta il Buonaccorsi. Senza dunque una critica degli scrittori ed un giusto giudizio del valore relativo che hanno, della fede che meritano le varie parti delle loro opere, nulla è piú facile che lasciarsi trarre in inganno. Per questa e per non poche altre ragioni, molte sono le sorgenti d'errori nei moderni storici dell'Italia, quando parlano delle cose fiorentine. Noi li vediamo, di tratto in tratto, fermarsi, dietro la scorta dei piú reputati cronisti, a definirci che cosa era il Capitano del popolo o il Podestà o il Consiglio del Comune, e poi durare una gran fatica, per mettere d'accordo queste definizioni colla realtà dei fatti, ogni volta che quei nomi ricompariscono nella storia. In tutto ciò v'è quasi sempre una doppia sorgente di errori. Le definizioni che gli antichi ci dànno dei magistrati, sono appena accennate, quando essi parlano dei loro tempi, e sono spesso inesatte quando se ne allontanano. I moderni poi cercano generalmente una definizione precisa e determinata di istituzioni, che incominciarono a mutare il giorno stesso in cui nacquero, e che d'immutabile non ebbero altro che il nome. Questo nome non solo resta inalterato quando l'istituzione è divenuta affatto diversa da ciò che era stata in origine, ma spesso per lungo tempo sopravvive alla istituzione stessa. Ed è singolare allora veder le ingegnose ipotesi che si fanno, per dar corpo e realtà a questi nomi, che son divenuti ombre d'un passato che s'è dileguato. Per uscire da un simile laberinto non v'è altro mezzo, che provarsi a ricostruire la serie dei mutamenti principali, che ciascuna di siffatte istituzioni ebbe, e non perder mai di vista le relazioni che esse serban fra loro nelle continue vicende cui vanno soggette. Solo cercando la legge che regola e domina questi mutamenti, è possibile ritrovare il concetto generale della Repubblica, determinare il valore delle sue istituzioni.
Ma come fare, se molti degli elementi piú necessari a compiere un tale lavoro ci mancano? L'erudito ancora non ha ordinata, studiata, illustrata la serie infinita delle Provvisioni, degli Statuti, delle Consulte e Pratiche, delle Relazioni degli ambasciatori, in una parola degli atti ufficiali della Repubblica, molti dei quali non furono neppure cercati o trovati. Noi tuttavia crediamo che, senza volere ora scrivere una vera e propria storia di Firenze, resti pure a fare un lavoro non del tutto inutile. Possiamo di certo prendere a guida gli antichi storici e cronisti, in quelle parti solamente nelle quali parlano come testimonii oculari, cercando dove è necessario, di temperare il loro spirito partigiano, col metter loro a riscontro gli scrittori d'avverso partito. La serie dei documenti pubblicati alla spicciolata, e di erudite dissertazioni, è pure vastissima, sebbene non ancora compiuta; nelle difficoltà e lacune principali si può agevolmente ricorrere all'Archivio fiorentino. E dopo siffatte indagini a noi è sembrato, che sia agevole dimostrar chiaramente come tutta quanta la storia di Firenze possa rischiararsi d'una nuova luce, e il suo apparente disordine possa scomparire. Le rivoluzioni politiche di Firenze, infatti, per poco che uno le esamini attentamente, cercandone le cagioni vere e reali, al di sotto delle apparenti, che spesso ingannano, si succedono con un ordine logico maraviglioso. Al piú strano disordine, sembra allora che venga rapidamente a sostituirsi una successione e connessione matematica di cause e di effetti. Gli odii e le gelosie personali non sono cagioni, ma occasioni che accelerano il rapido e febbrile avvicendarsi di quelle riforme, per le quali il Comune fiorentino, percorrendo tutte le costituzioni politiche allora possibili, arrivò, di grado in grado, alle piú larghe libertà di cui il Medio Evo era capace. Ed è questo scopo cosí nobile, questa libertà cosí larga, ciò che ridesta tutte quante le forze intellettuali e morali nel seno della Repubblica, che produce un maraviglioso acume politico, ed in mezzo ad un apparente disordine, fa fiorire cosí splendidamente le lettere, le arti e le scienze. Quando poi gli odii e le passioni esclusivamente personali prevalgono, allora il disordine comincia davvero, la costituzione si corrompe, e la libertà precipita al suo fine.
Con questo scritto non si presume altro, che dare un breve saggio della storia di Firenze nei tempi in cui furono fondate le sue libertà. Il soggetto è di tale importanza, che lo storico Thiers se ne è lungamente occupato, e sentiamo che un illustre Italiano vi abbia già dedicato molti anni d'assidue ricerche.[8] Se queste pagine potessero servire d'annunzio o d'incitamento alla pronta pubblicazione d'un'opera che dovrà certo onorare le nostre lettere, esse non sarebbero certo inutili.
II
La storia di tutte le repubbliche italiane può dividersi in due grandi periodi: l'origine del Comune, lo svolgimento della sua costituzione e delle sue libertà. Nel primo periodo, in cui una società vecchia si decompone e ne sorge una nuova, male si può la storia d'un Comune dividere da quella degli altri, perché si tratta di Goti, di Longobardi, di Greci e di Franchi, che dominano, volta a volta, gran parte d'Italia, ponendola, quasi per tutto, nelle medesime condizioni. Lo stato dei vincitori e dei vinti è lo stesso, mutando solo col variare dei dominatori. In mezzo alla oscurità dei tempi ed alla scarsità delle notizie, le differenze che passano fra una città e l'altra d'Italia sono allora assai poco visibili. Esse però si determinano assai piú chiaramente, e divengono sempre maggiori dopo il primo sorgere delle libertà. Di tutte queste origini le piú oscure, quantunque non le piú antiche, son forse quelle di Firenze, la quale assai tardi incomincia ad acquistare la sua grande importanza. Siccome qui è nostro proposito illustrar solo la storia della costituzione fiorentina, cosí diremo poche e brevi parole sul primo dei due periodi accennati, cioè sull'origine dei Comuni italiani in generale.
È una quistione su cui si agitò un tempo lunga, erudita e vivissima disputa, specialmente fra scrittori italiani e tedeschi. Ma il rigore scientifico di queste ricerche, nelle quali i dotti italiani molto si fecero onore, venne spesso diminuito dal patriottismo e dai pregiudizii nazionali. Si vedeva che nelle origini del Comune erano anche le origini delle libertà e della società moderna, e quindi il problema si trasformava tacitamente in quest'altro: sono gl'Italiani oppure i Tedeschi gli autori di queste libertà, di questa società? È facile capire in che modo le passioni politiche venissero allora a prender parte nella disputa, togliendole la necessaria serenità.
Sul finire del secolo scorso la quistione era stata molte volte discussa fra noi da uomini dottissimi, con diversi intendimenti (Giannone, Maffei, Sigonio, Pagnoncelli, ecc.). Il Muratori, senza avere un sistema prestabilito, gettò dei lampi di luce maravigliosa sul soggetto, sollevandolo, colla sua portentosa erudizione, ad una grande altezza. Non cominciò tuttavia la disputa a divenire ardente, fino a che il Savigny non venne a trattar l'argomento nella sua immortale Storia del diritto romano nel Medio Evo. Volendo egli dimostrare la non mai interrotta continuità di quel diritto, siccome tutto nella storia si collega, dovette di necessità sostenere che gl'Italiani sotto i barbari, anche sotto i Longobardi, non avevano perduto ogni libertà personale, ogni antico diritto, e che il municipio romano non era mai stato compiutamente distrutto. Il risorgimento perciò delle nostre repubbliche e del diritto romano, altro non era che un rinnovamento di antiche istituzioni, di antiche leggi non mai affatto scomparse. In Germania furon subito comprese le conseguenze ultime, cui menavano le idee del grande storico, ed allora l'Eichorn, il Leo, il Bethmann Hollweg, Carlo Hegel ed altri si levarono a combattere l'opinione d'una origine romana del Comune italiano. Essi sostennero, invece, che i barbari, massime i Longobardi, la cui signoria era stata infatti piú lunga e dura di tutte le altre, ci avevano tolto ogni libertà, avevano distrutto ogni traccia d'istituzioni romane, in modo che i nuovi Comuni e i loro Statuti furono una creazione nuova, la cui prima origine si doveva solo ai popoli germanici.
Queste opinioni avrebbero, secondo ogni apparenza, dovuto trovare nel patriottismo degl'Italiani un'ardente opposizione, e quelle del Savigny ottenere un favore universale. Eppure non fu cosí. Non mancarono fra noi molti e dotti seguaci né dell'una né dell'altra scuola. Allora si ridestava lo spirito nazionale, si desiderava, si voleva già un'Italia unita, a prezzo di qualunque sacrifizio, e si odiava ogni cosa che a questa unità fosse sembrata avversa. Ebbene i Longobardi erano stati sul punto di dominar tutta Italia, e solo il Papato aveva potuto, col chiamare i Franchi, fermare le loro conquiste. Se ciò non avesse fatto, l'Italia, fin dal nono o decimo secolo, avrebbe potuto essere una nazione unita come la Francia. Era allora già risorta fra noi quella scuola che, sin dai tempi del Machiavelli, aveva veduto nel Papato la cagione funesta delle divisioni d'Italia. E, come era naturale, questi Ghibellini del secolo XIX, confutando le opinioni del Savigny, esaltarono i Longobardi, si provarono a lodarne la bontà e l'umanità, maledissero il Papa, che aveva impedito il loro universale e permanente dominio in Italia. Ma v'era un'altra scuola politica, che invece sperava il risorgimento d'Italia dal Papa, e questa, che prevalse poi nella rivoluzione del 1848, prese a sostenere l'opposta sentenza, e trovò i suoi due piú illustri rappresentanti nel Manzoni ed in Carlo Troya. Ad essi non fu difficile provare che, in fin dei conti, i barbari erano poi stati barbari davvero; che avevano ucciso, distrutto, calpestato ogni cosa, e che il Papa, col chiamare i Franchi, qualunque fine avesse avuto, era pure stato di qualche aiuto alle moltitudini duramente oppresse. I Franchi, infatti, sollevarono alquanto le popolazioni latine, permisero l'uso della legge romana, dettero nuovo potere ai Papi ed ai vescovi, che contribuirono di certo al risorgimento dei Comuni. Cosí, con opposti intendimenti, le medesime opinioni venivano sostenute al di qua e al di là delle Alpi. In questa disputa, senza che gli scrittori stessi ne fossero sempre consapevoli, l'erudizione era sottoposta a fini politici; la serenità e la verità storica ne soffrivano non poco. Il Balbo, il Capponi ed il Capei, inclinando chi piú da un lato, chi piú dall'altro, vennero poi a sostenere opinioni assai temperate, e con la loro dottrina portarono sulla questione moltissima luce.
In vero la difficoltà principale nasce tutta dal perché pochi si vogliono persuadere, che nel Medio Evo, come in tutta quanta la storia moderna, si trova sempre l'azione vicendevole, continua di due popoli, latini e germanici, e che delle piú grandi rivoluzioni politiche, sociali, letterarie, non è mai possibile dar tutto il merito ad uno di essi solamente. Anzi là dove sembra piú evidente che si tratti dell'assoluta prevalenza d'uno di essi, bisogna andare tanto piú guardinghi, e cercar la parte che spetta all'azione dell'altro. A pesare poi e misurare equamente i vicendevoli diritti, che essi hanno nella storia, meglio assai d'un sistema ispirato da idee politiche, riuscirebbe una descrizione imparziale. Quando, in vero, i fatti sono bene accertati, il sistema non è piú necessario, perché le idee generali risultano naturalmente da essi. Se qui fosse permesso portare il paragone di tempi molto diversi, si potrebbe osservare, che nel secolo XVIII la letteratura francese invase la Germania, fu generalmente imitata, e ne derivò, per conseguenza inaspettata, un rinnovamento della letteratura nazionale tedesca. Sarebbe egli necessario, per esaltare il carattere nazionale di questa letteratura, sostenere che quella grande diffusione dei libri francesi fu sognata dagli storici? Piú tardi la bandiera francese entrò in quasi tutte le città della Germania, ed il popolo tedesco fu umiliato, calpestato. Da quel momento noi vediamo lo spirito nazionale tedesco rinnovarsi e ridestarsi vigorosamente. Dovremo dire che questo ridestarsi fu opera dei Francesi? Non val meglio descrivere gli eventi come seguirono, lasciando da un lato le teorie prestabilite? Comprendo bene l'abisso che sépara questi fatti recenti dagli antichi; ma pure mi sembra che avesse ragione il Balbo, quando osservava, che l'essersi potuto disputare sull'origine dei Comuni con tanto ardore e con tanta dottrina, cosí lungamente dalle due scuole opposte, dimostrava che la verità non era né tutta da un lato, né tutta dall'altro. Noi accenneremo dunque rapidissimamente le conclusioni che ci paiono piú ragionevoli.
Ognuno sa che, dopo le prime incursioni dei barbari, i quali devastarono l'Impero e piú volte saccheggiarono anche Roma, vi furono in Italia cinque vere e prorie invasioni. Odoacre con una banda di ventura, composta di gente raccolta in paesi diversi, alla quale si dette generalmente il nome di Eruli, fu colui che vibrò il colpo di grazia nell'anno 476, e divenne padrone d'Italia per piú di dieci anni, senza quasi governarla, solo pigliando il terzo delle terre. Ma dalle sponde del Danubio s'era mossa una gente nuova, che portava il nome di Goti, divisi in Visigoti ed Ostrogoti. I primi, sotto il comando d'Alarico, avevano già prima assediato e saccheggiato Roma; i secondi vennero nel 489, comandati da Teodorico, e furono ben presto padroni di tutta Italia. Il regno di Teodorico fu molto lodato. I capi di questi primi barbari avevano spesso passato parte della loro vita servendo nelle legioni romane, e avevano qualche volta ricevuto educazione romana; sentivano perciò anch'essi una grande ammirazione per la maestà dell'Impero, che nell'ebbrezza delle loro vittorie venivano ora a distruggere. Teodorico ordinò il governo; prese, secondo il costume barbarico, un terzo delle terre pei suoi; lasciò ai Romani le loro leggi, i loro magistrati. In ogni provincia fu un conte che ne ebbe il governo, e giudicò gli Ostrogoti; i Romani s'amministrarono colle proprie leggi, e con esse erano giudicati da un tribunale misto delle due genti. Ma a poco a poco il governo di Teodorico divenne sempre piú duro e meno tollerabile ai Romani, che dopo la sua morte si sollevarono contro i suoi successori, e chiamarono in aiuto i Greci dell'impero d'Oriente. Una tal sollevazione peggiorò assai le loro condizioni, giacché i Goti, per sostenersi, cominciarono ad uccidere i Romani, a togliere la libertà e le istituzioni che avevano ad essi lasciate, ordinando un governo militare e assoluto. Questo governo trovarono Belisario e Narsete, quando vennero da Costantinopoli a liberare e riconquistare gl'Italiani; questo governo imitarono coi loro duchi o duci. Gli Ostrogoti avevano dominato l'Italia per cinquantanove anni (493-552), e i Greci la tennero ben altri sedici (552-568). Fu anch'esso un governo tutto militare, sotto il generalissimo Narsete; i duci, i tribuni, i giudici minori erano nominati in nome dell'Impero. I nuovi venuti presero al solito una parte delle terre, che ora andò probabilmente al fisco. La loro tirannia fu diversa, perché non di barbari, ma di uomini corrotti e quindi anche piú dura.
I Greci avevano cacciato i Goti, ed i Longobardi vennero a cacciare i Greci. A poco a poco essi progredirono nelle loro conquiste, ed in quindici anni furono padroni di tre quarti d'Italia, lasciando solo alcuni lembi di terra, piú specialmente verso il mare, ai Greci, che non poterono mai cacciare del tutto. Misero profonde radici nel suolo italiano, dove restarono per piú di due secoli (568-773), dominando con assai dura tirannia. Presero il terzo delle terre, tennero quasi come servi gl'Italiani, non rispettarono né le leggi, né le istituzioni romane. Sotto di essi parve distrutta l'antica civiltà, e s'apparecchiarono i germi della nuova, i cui primi passi restano ancora in una grande oscurità. Tutte le dispute intorno alle origini dei nostri Comuni cominciarono appunto dall'esame delle condizioni in cui erano gl'Italiani sotto i Longobardi. Se l'antica tradizione fu spezzata, e ne cominciò un'altra del tutto nuova, ciò fu sotto il dominio longobardo. Se essa, invece, fu solo profondamente alterata, per poi rinvigorirsi e rinnovarsi, ciò dovette seguire nel medesimo tempo.
Se non che, là dove il dominio greco era restato, una piú incerta e debole signoria lasciava le popolazioni meno oppresse; laonde sin dal settimo e ottavo secolo si videro sorgere a nuova vita alcune città. Il Comune incominciò presto a formarsi anche in Roma, dove era assai cresciuta la potenza del Papa, nemico dei Longobardi, i quali, venuti fra noi di religione ariana, cominciarono col non rispettare i vescovi cattolici, né il clero minore, nessuna cosa sacra o profana, e piú tardi minacciarono la stessa Città eterna. Cosí, per salvarsi da un nemico esoso e vicino, il Papa invitava i Franchi a liberare la Chiesa e l'Italia dalla oppressione, ed essi vennero fra noi, condotti prima da Pipino, poi da Carlo Magno, che cacciò i Longobardi, rafforzò con donativi di terre il Papa, il quale poté sin d'allora apparecchiare il suo dominio temporale. In compenso di ciò, Carlo fu coronato imperatore, e venne cosí restaurato l'antico impero d'Occidente col nuovo impero dei Franchi, cui successe poi il sacro Impero romano-germanico.
Ed allora il disfacimento delle istituzioni barbariche, che già era cominciato in Italia, divenne assai piú rapido. Si vide nella società italiana un fermento, che annunziava il principio d'un'èra novella. Si trovavano accanto, e mescolate insieme, istituzioni, consuetudini, leggi, tradizioni longobarde, greche, franche, ecclesiastiche e romane. Segue un lungo e violento tumulto d'uomini e di cose, in cui il nome italiano appena si ode. Tutte le vecchie e le nuove istituzioni sembrano lottare fra loro, ed invano cercano impadronirsi della società, quando a un tratto sorge il Comune, che risolve il problema, e l'èra delle libertà incomincia. Come dunque è sorto il Comune? Ecco la stessa domanda, che continuamente ricomparisce.
Noi non vogliamo qui seguire quei dotti, che dalla frase incerta d'un antico codice, dalla dubbia espressione d'un cronista hanno voluto cavare ingegnose e complicate teorie. È certo che l'Impero romano era un aggregato di municipî, i quali s'amministravano da sé stessi. La città era la molecola primitiva, la cellula, se cosí può dirsi, della grande società romana, che incominciò a sfasciarsi, quando nella capitale venne a mancare la forza di attrazione necessaria a tenere unito un cosí gran numero di città, separate da vastissime campagne, deserte o popolate solo da schiavi che le coltivavano. I barbari, invece, non conoscevano il vivere cittadino, ed il Gau o Comitatus (onde la parola contado), in cui erano appena embrioni di città o piuttosto villaggi, che qualche volta venivano bruciati, nel trasferirsi delle genti da un luogo ad un altro, era come l'unità primitiva della società germanica. Il conte coi suoi giudici comandava e giudicava nel comitato; i capi delle schiere erano a lui sottoposti, e divennero poi baroni. Piú comitati uniti formarono i Ducati o Marchesati, in cui l'Italia fu allora divisa, e tutto il popolo invasore era comandato da un re eletto dal popolo.
Quando adunque i popoli germanici si sovrapposero ai latini, il Gau si sovrappose alla città, che anzi divenne parte di esso. E i conti, come capi militari, comandarono la terra conquistata, della quale i vincitori presero un terzo. Cosí fecero i Goti; cosí fecero i Greci, ponendo i loro duci là dove avevano trovato un conte; cosí fecero i Longobardi. Se non che, la signoria di questi ultimi fu, massime nei primi tempi, assai piú dura, e la loro storia è molto oscura. Essi cominciarono coll'uccidere i piú ricchi e potenti Romani; presero, a quanto pare, il terzo non delle terre, ma della rendita, lasciando cosí i popoli oppressi senza proprietà libera, e quindi in una condizione anche peggiore. I Goti avevano lasciato i Romani vivere a lor modo, ma i Longobardi non rispettarono nessuna legge, nessun diritto, nessuna istituzione dei vinti. In tutti gli ufficî regi, in tutti gli atti pubblici, osserva a questo proposito il Manzoni, non si trova mai un personaggio italiano, nemmeno immaginario.[9] Ma da un'assoluta tirannia, da una vera e propria soggezione, alla distruzione totale d'ogni legge, d'ogni diritto, d'ogni istituzione romana ci corre un gran tratto. Perché i Longobardi, che qualcuno fa ascendere a circa 130,000 uomini, avessero potuto davvero estinguere la vita romana per tutto, bisognerebbe supporre un'azione governativa cosí ordinata, disciplinata, costante, permanente, che sarebbe irreconciliabile con lo stato barbarico di quella gente. Come potevano essi, incapaci di comprendere la vita romana, inseguirla per tutto, ed estinguerla? Ammesso pure, quistione del resto anch'essa disputata, che ai Romani non fosse lasciata nessuna proprietà libera; ammesso che il diritto romano non fosse stato legalmente riconosciuto mai, né rispettato da' Longobardi, non ne viene per conseguenza, che quel diritto, che ogni avanzo di civiltà romana fosse allora distrutto. Piú giusta assai e piú credibile sembra l'opinione di coloro i quali sostennero, che i Longobardi, venendo in Italia, pensassero molto piú a sé che agl'Italiani, pei quali non provvedessero legalmente nulla, contentandosi di tenerli sottoposti al loro arbitrio.[10] Cosí i vinti, nelle loro relazioni private, e dovunque l'azione del governo barbarico non arrivava, poterono continuare a vivere col diritto romano, con le loro secolari consuetudini. I Romani ed i Longobardi restano, in vero, sulla terra italiana come due popoli fra loro estranei; la fusione tra vinti e vincitori, altrove cosí facile, dopo due secoli si dimostra in Italia sempre difficile. La tenacia e la persistenza della stirpe latina fra di noi è tale, che i vinti possono piú facilmente essere ridotti in ischiavitú o uccisi, che perdere la personalità loro. Infatti, appena che la necessità delle cose e il lungo convivere avvicinano i vincitori ai vinti, diviene inevitabile ai barbari far larghe concessioni alla civiltà dei Latini, che par sempre estinta e sempre si ritrova in vita. Come comprendere altrimenti quel piegarsi, a poco a poco, del diritto longobardo sotto la forza maggiore del diritto romano; come spiegare quella specie di nuovo diritto che sorge col tempo, e che il Capponi chiama quasi edifizio romano su germaniche fondamenta?
A misura che i Longobardi si fermano stabilmente in Italia, essi cominciano a vivere nelle città, che non poterono mai distruggere del tutto; cominciano a desiderare una proprietà stabile, e però, al tempo del re Autari, invece del terzo dei frutti, presero una parte anche maggiore delle terre. Il che, se da un lato aggravò la condizione dei vinti, dall'altro, lasciando ad essi una libera proprietà, la migliorò grandemente.[11] E se, come osserva il Manzoni, noi non troviamo alcun regio ufficiale, né grande né piccolo, di sangue romano, è certo del pari che i Longobardi avevano pure bisogno di amministratori, di costruttori, di artefici, e dovettero perciò ricorrere ai Romani, in ciò tanto piú abili di loro. Il che fece che le antiche Scholae o associazioni di Arti si mantennero in vita per tutto il Medio Evo, come sappiamo anche dei maestri comacini, alla cui opera spesso ricorsero i vincitori. Per quanto rozza e scomposta fosse la forma, in cui queste associazioni poterono resistere all'urto barbarico, pure erano un elemento dell'antica civiltà, di cui in qualche modo mantennero il filo non interrotto. Intorno ad esse rimanevano pure, come abbarbicati, altri avanzi e tradizioni della stessa civiltà, e quando ogni altra forma di governo, ed ogni protezione mancò agli abitanti delle città, quelle associazioni poterono pigliar qualche cura del pubblico bene. Lo stesso antico municipio, che si trovò in sul principio abbandonato alle proprie forze, non chiuse qualche volta le porte della città ai barbari, difendendosi, quasi governo indipendente? Non riuscí qualche volta a respingerli? Vinto, domato, calpestato, si può supporre che fosse per tutto ugualmente distrutto, scomparso per fino dalla memoria dei Latini, in modo da doverlo supporre, quando torniamo a vederlo, risorto per opera dei popoli germanici, o sia di popoli che non avevano conosciuto le città prima di venire fra noi? Non cominciarono le città greche del mezzogiorno d'Italia a risorgere fin dal VII e VIII secolo, al tempo cioè dei Longobardi, e certamente non per opera di tradizioni germaniche? Non sorse nello stesso tempo il Comune romano? E se gli antichi municipî, caduti sotto i Longobardi, e quindi piú crudelmente oppressi, aspettarono ancora quasi quattro secoli, non seguirono allora anch'essi l'esempio delle città sorelle? Che significa la tradizione tanto diffusa, che solo nella greca Amalfi, esempio d'indipendenza e libertà alle altre repubbliche, Pisa poté trovare e prendere colla forza il volume delle Pandette romane, che conservò come il suo piú prezioso tesoro? Tutta la storia posteriore del Comune non è forse una lotta continua della risorta gente latina contro gli eredi della gente germanica? Che se la civiltà latina era stata totalmente distrutta, strano davvero sarebbe che i morti si levassero poi a combattere ed a battere i vivi. A noi dunque par chiaro che i Longobardi nulla lasciarono per legge ai vinti, ma che pur non poterono realmente toglier loro ogni cosa; molto tollerarono o non videro, e la tradizione, la consuetudine, la persistenza della razza mantennero vivi gli avanzi della civiltà latina. Cosí solo si riesce a spiegar come, dopo una lunga e dura oppressione, la quale sembrava avere distrutto ogni cosa, non appena che incominciò a seguire qualche strappo in quella forte catena di barbari, che stringeva cosí crudelmente le popolazioni italiane, subito risorsero le istituzioni latine, e riguadagnarono il terreno perduto.
La società barbarica aveva non solo una forma, ma anche un'indole essenzialmente diversa dalla latina. Quello che s'è chiamato individualismo germanico, a differenza della sociabilità latina, era il suo carattere predominante. Si osserva una tendenza costante a dividersi in gruppi separati e indipendenti. Era un corpo il quale, quando perdeva quella forza d'unione e di coesione, che gli veniva dal moto e dall'impeto della conquista, subito si sminuzzava, si sgretolava. Dalla vita nomade e selvaggia, dal sangue stesso pareva che i barbari avessero ereditato una personalità e indipendenza eccessiva, che rendeva loro difficile il sottomettersi lungamente ad una comune autorità. Cosí colla pace cominciavano subito a manifestarsi i germi d'una divisione che li indeboliva. In fatti, quando i Longobardi s'ebbero assicurata la conquista di quasi tutta Italia, la divisero in trentasei Ducati, governati da duchi indipendenti e signori assoluti in ciascuno di essi. Sotto i duchi erano qualche volta i conti, che abitavano le città secondarie, e comandavano nei Comitati; nelle città ancora piú piccole si trovano spesso gli sculdasci. Duchi, e sculdasci giudicavano, secondo il diritto longobardo, in compagnia dei giudici assessori, che sotto i Franchi si maturano negli scabini. I capi delle schiere, poco a poco, si resero padroni di castelli e ne divennero poi signori quasi indipendenti. V'erano i gasindi uffiziali regi, anch'essi potentissimi. E come i duchi finirono col dichiararsi indipendenti dal re, cosí il conte e gli sculdasci desideravano indipendenza dal duca, sebbene ancora non vi riuscissero. Pei vinti non v'era, nel primo secolo della conquista, diritto né protezione riconosciuta, e neppure l'autorità del clero e dei vescovi veniva rispettata. L'oppressione fu cosí dura, che nella storia del dominio longobardo, sembra che il popolo oppresso non esista, ed in nessuna piú favorevole occasione si vede mai un serio e vero tentativo di rivolta. Non bastò a muoverlo neppure l'esempio delle città libere del mezzogiorno.
Se non che, come già abbiamo accennato, era cresciuta di molto la potenza della Chiesa, la quale non sapeva tollerare la superbia ed oltracotanza di questi barbari, che per essa avevano assai poco rispetto. Quindi il Papa pensò di cacciare uno straniero con un altro, ed invitò i Franchi a venire in Italia. Carlo Magno, primo fondatore del nuovo Impero non poteva avere pei Latini, dei quali s'era pur molto vantaggiata la rinascente civiltà de' suoi Stati, quel barbarico disprezzo rimasto inestinguibile nei Longobardi. Egli voleva estendere le sue conquiste, il suo potere; voleva rafforzare il Papa, per esser da esso consacrato e moralmente aiutato. Venne quindi in Italia, e la già disgregata famiglia dei Longobardi mal poté resistere alla forte unità franca, ringagliardita dalle sue vittorie. Invano i Longobardi s'erano già eletto un re e gli prestavano obbedienza, invano s'apparecchiarono alla difesa; dopo 205 anni di dominio sicuro e quasi non contrastato, il loro regno cadde per sempre. Nel 774 Carlo Magno era padrone della terra italiana, e l'anno 800 venne in Roma coronato dal Papa imperatore. L'Impero occidentale era cosí ricostituito e consacrato sotto nuova forma, separato affatto e indipendente da quello d'Oriente. I Franchi tolsero ai Longobardi tutto il loro dominio, meno il ducato di Benevento nell'Italia meridionale. Il Papa, coll'assumersi il diritto di consacrare l'Imperatore, da cui ricevette grandi donativi e promesse di terre, ne crebbe assai di potenza. Roma però si reggeva a libero municipio; anche Venezia, come le città greche del mezzogiorno, era già sorta a libertà. Tale era lo stato d'Italia dopo l'ultima invasione di barbari, quella cioè dei Franchi.
Questi nuovi padroni, al solito, presero il terzo delle terre; ma la condizione degl'Italiani fu allora assai migliorata. La legge romana venne riconosciuta come legge dei vinti, il che è segno evidente che nei due secoli di dominazione longobarda essa non era poi morta davvero. Carlo Magno sollevò di molto lo stato dei Latini, che innalzò qualche volta sino agli onori, ossia ufficî di nomina regia. Ma ciò che dette carattere proprio al suo regno in Italia, fu il nuovo ordinamento che vi fondò. Distrusse la potenza dei duchi, minacciosi troppo all'unità dell'Impero; sollevò in lor vece i conti. Neppure nelle Marche, o sia province limitrofe, nelle quali piú Comitati restavano uniti, egli volle un duca; ma vi pose invece i marchesi (Mark-grafen, Praefecti limitum). In questo modo l'antica unità del comitato o Gau ritornava ad esser la base della nuova società barbarica. Ma Carlo Magno andò piú oltre ancora; cominciò a dare ufficî, terre, possessi in beneficio, cioè a dire in feudo, e quindi sotto condizione d'un servizio militare obbligatorio. Questo fu il principio d'una rivoluzione sociale, cominciata forse prima di lui, ma portata ora a compimento col nome di feudalismo. Né solo l'Imperatore, ma i re, i conti, i marchesi, per avere buon numero di vassalli, dettero terre, rendite, uffici in feudo. Cosí si creò un numero infinito di nuovi potenti, vassalli, valvassori, e valvassini, che erano i minimi. A poco a poco la forma di tutta la società del Medio Evo divenne feudale: la terra, con gli uomini che la coltivavano, fu concessa con l'obbligo di prestare insieme con essi un servizio militare. I medesimi privilegi, i medesimi obblighi accompagnavano ogni concessione di dominî o ufficî, ed anche a questi era quasi sempre unita la concessione di terre o di rendite. Cosí quella tendenza della stirpe germanica a dividersi e suddividersi in piccoli gruppi, veniva soddisfatta, ed in pari tempo l'Impero, le città, la Chiesa stessa rivestivano forma feudale. I vescovi ben presto divennero anch'essi possessori di benefizî, e di grado in grado salirono a sempre maggiore potenza, fino a che li troviamo come altrettanti conti o baroni. Essi ricevono per sé e pei loro sottoposti la immunità dai tribunali e dalle leggi ordinarie, altro vantaggio inestimabile, che doveva contribuire a farli piú indipendenti, a creare grandi nuclei di popolazioni a loro sottoposte. Il feudalismo adunque è un nuovo ordinamento, una nuova aristocrazia affatto germanica, e nello stesso tempo è il principio d'una profonda rivoluzione nella società barbarica, rivoluzione che dovrà continuare, estendersi in mezzo a molte vicende. A poco a poco la Corona comincerà ad esentare i benefizî o feudi dei vassalli dall'autorità del conte, per dichiararli ereditarî, con una serie di leggi, che tendevano tutte a sollevare i minori potenti contro i maggiori, a dare sempre piú forza all'autorità regia, ma che riuscirono invece ad aprire la via del riscatto al popolo oppresso. Tutto ciò, per altro, non era anche visibile sotto Carlo Magno; egli ordinò il feudalismo, tenne unito e fiorente l'Impero, che poco dopo la sua morte (814) si sciolse in varî regni.
In Italia il dominio dei Franchi durò sino alla morte di Carlo il Grosso, seguita nell'888. E durante questo dominio di 115 anni, la rivoluzione da noi accennata seguí costantemente il suo cammino. Crescevano per tutto i benefizî o feudi, e crescevano del pari, d'anno in anno, le esenzioni. Si concedevano ai vescovi piú che agli altri, perché i benefizî dati ai laici, si trasmettevano agli eredi, e cosí li rendevano troppo potenti. Di tutto ciò, insieme coi vescovi, profittavano le città in cui essi abitavano. Dapprima vi dominava solo il conte, meno che nella parte di patrimonio regio, la quale era detta gastaldiale, perché vi comandava il gastaldo; poi aumentò la potenza del vescovo, ed allora un'altra parte fu esentata, e divenne vescovile. A poco a poco questa parte s'estese a quasi tutta la città: molte di esse si trovano infatti comandate dal solo vescovo. Cosí s'indeboliva la fibra, e, quasi direi, si smagliava la società barbarica, con un metodo utile a tenerla soggetta all'autorità suprema del re, se non vi fosse stato un popolo, che si credeva morto, ma che pure era vivo e vicino a sollevarsi contro i nobili, i re, gl'imperatori, contro i vescovi e contro i papi.
Due rivoluzioni, adunque, hanno luogo successivamente in favore della libertà, cominciate ambedue sotto i Carolingi, e continuate sotto i loro successori. La prima indebolisce e snerva la società barbarica, che in Italia trova un terreno poco adatto a fecondarla; la seconda apparecchia il sorgere dei Comuni. Colla morte di Carlo il Grosso cessa il regno dei Franchi e cessano finalmente le invasioni dei barbari. I popoli germanici s'erano fermati sulla terra italiana, e cominciavano ad incivilirsi. L'Italia però doveva ancora traversare una serie di rivoluzioni e d'anni tristissimi. Nello sciogliersi dell'Impero franco, s'erano visti conti e soprattutto i marchesi, i quali ultimi, riunendo piú comitati, erano come tanti duchi, sorgere a strane pretese, tentando di formare addirittura Stati indipendenti, e spesso finire col riuscirvi. Infatti, anche oggi, molte delle famiglie regnanti sono discendenti di conti e di marchesi franchi. Invano s'erano dati benefizî ed immunità per indebolirli affatto: la loro potenza non si poteva cosí presto estinguere. Ed in vero nella stessa Italia, dove la diversità del paese, l'indole tenace d'un'antica civiltà non mai scomparsa del tutto, che anzi cominciava adesso a rifiorire; dove il Papato ed i Greci bizantini avevano impedito l'assoluto trionfo della società germanica; nella stessa Italia sorgono pure conti e marchesi feudali a disputarsi la corona reale. Seguirono lunghi anni di nuove desolazioni e di lotte, che si chiusero col lasciare finalmente l'ambita corona in mano di re e d'imperatori tedeschi. Disputarono e combatterono dapprima Berengario del Friuli e Guido di Spoleto, con altri conti e marchesi italiani o stranieri, un re di Germania, due di Borgogna, e finalmente Ottone re di Germania, che restò vincitore. Furono piú di settanta anni di guerre continue, durante le quali, per la prima volta, regnarono in Italia re italiani, con dominio però sempre incerto e contrastato. S'ebbero poi circa quarant'anni di pace (961-1002), nei quali governarono Ottone I, II e III, e di nuovo un italiano, il marchese Arduino d'Ivrea, contese ai re tedeschi la corona d'Italia. Ma egli fu vinto nel 1014 da Arrigo di Germania, soprannominato il Santo, a cui successe Corrado della casa di Franconia o Salica.
Questi due sovrani tedeschi compierono la rivoluzione feudale da noi accennata, che i Carolingi avevano cominciata, gli Ottoni proseguita, e che pure non era bastata ad assicurare l'alto dominio dei re ed imperatori in Italia. In ogni modo, siccome gli Ottoni avevano moltiplicato a piú potere le esenzioni dei minori vassalli dall'autorità dei conti e dei marchesi, e moltissime città italiane avevano date ai vescovi, e siccome da tali e tante esenzioni venne assai agevolato il risorgimento dei Comuni, cosí è che nacque l'opinione di coloro i quali vorrebbero di questo risorgimento attribuire agli Ottoni il merito principale. Ma lo scopo degl'imperatori era stato ben altro, e non lo avevano raggiunto. Essi volevano diminuire la forza di quelli che potevano contrastar loro la corona, come di fatto fu minacciato nella sollevazione del marchese d'Ivrea. Per questa ragione Arrigo il Santo andò oltre nel sollevare i maggiori feudatarî a danno dei possessori di onori, che erano appunto i conti ed i marchesi, i quali ultimi furon da lui quasi annullati. Corrado il Salico portò quest'opera a maggior compimento, favorendo anche i minori feudatarî, e dichiarando ereditarî i benefizî. Da quel momento la vittoria dei re ed imperatori tedeschi sull'aristocrazia feudale fu assicurata, perché i vassalli, una volta padroni dei loro feudi, venivano sotto la dipendenza diretta della Corona, e cosí l'orgoglio dei grandi signori era fiaccato per sempre. Ma non era fiaccato il nuovo orgoglio popolare, divenuto tanto piú potente, quanto meno era stato avvertito.
È certo adunque che, per una moltitudine di fatti, le condizioni della gente romana erano andate continuamente migliorando; che la società feudale, per opera degli stessi sovrani, si sfasciava e sfibrava di giorno in giorno sempre piú; che la civiltà latina, per forza naturale delle cose, risorgendo, alterava, assimilava e smaltiva i principî della società germanica. Prima che le due stirpi si combattessero, le tradizioni dei vinti avevano piú volte combattuto e superato quelle dei vincitori, dai quali era stato già accettato in molte parti il diritto romano, quando i vinti d'una volta chiesero la sanzione dei loro municipali Statuti.
Gl'Italiani si trovavano in uno stato di fermento e trasformazione profonda, quando si videro i primi segni del risorgimento dei Comuni. Il dominio barbarico e l'Impero non s'erano potuti mai nella Penisola impadronire davvero di tutta la società, e quando, ordinato il feudalismo, questo pareva che dovesse diffondersi per tutto, ed assicurare agl'Imperatori tranquilla signoria fra noi, sorgevano invece a un tratto nuove cagioni di pericolo e di lotta. Il Papato ed il clero salirono a sempre maggiore e piú pericolosa potenza; le immunità, per tema dei laici, date sempre piú largamente ai vescovi, li resero come signori temporali dipendenti dagl'Imperatori, e dal Papa invece dipendevano come dignitarî spirituali: ebbero in fatti doppia investitura. Da ciò un disordine grande, una corruzione scandalosa nella Chiesa, essendosi i vescovi mutati in altrettanti conti feudali, che comandavano nelle città, guerreggiavano fuori, tenevano corte bandita, si davano a tutti i piaceri. I Papi volevano rimettere la disciplina, reggere con assoluto imperio i vescovi, nominarli senza trovare ostacolo di sorta; ma a ciò si opponeva l'Imperatore, perché il temporale dominio dei vescovi li metteva logicamente anche sotto la sua autorità. Cosí cominciò la tanto romorosa lotta per le investiture, tra il Papato e l'Impero, lotta in cui la vittoria fu lungamente contrastata. E intanto né la Chiesa, né l'Impero, né il feudalismo potevano impadronirsi esclusivamente dell'indirizzo sociale, e le continue dispute crescevano il disordine. In tale stato di cose l'autorità dei vescovi s'andò indebolendo anch'essa, ed i Comuni che, nel tempo delle sedi vacanti, imparavano di necessità a reggersi da sé, che vedevano le repubbliche del mezzogiorno assai fiorenti, che sentivano d'avere forze sempre maggiori pel cresciuto commercio e pel disordine feudale, capirono finalmente che era sonata per essi l'ora del riscatto. Né in quelle città dove restavano a comandare i conti laici, le cose andarono diversamente, giacché il parteggiare per l'Impero o per la Chiesa suscitava sempre un gran numero di nemici ai potenti, e mille aiuti ai deboli.
Nell'undecimo secolo, adunque, dall'un capo all'altro d'Italia sorgevano i Comuni, e una volta gustata la dolcezza del vivere libero, non fu piú possibile rimetterli in vassallaggio dei vescovi, né dei conti, né dell'Impero. Sorgendo, essi si trovarono ovunque circondati da un numero infinito di conti e duchi e baroni, piccoli e grossi, giacché la società feudale era ancora potentissima e padrona di tutte le campagne. Eredi del sangue germanico, esercitati alle armi, questi nobili combattevano, in nome dell'Impero, pe' suoi diritti, nel proprio interesse, contro la nuova società comunale, che ad un tratto si levava potente e minacciosa. Essi scendevano dai loro castelli a chiuder le vie al commercio dei Comuni; imponevano taglie; facevano minacce; volevano trattar da vassalli i liberi cittadini, che perciò, sdegnati, uscivano di tratto in tratto a far vendetta, e non di rado finivano con lo spianare i superbi castelli. Quei nobili invece che erano restati nelle città, stanchi adesso di vivere in mezzo ad uomini che non facevano piú distinzione alcuna di sangue o di casta, spesso emigravano per raggiungere i loro compagni. L'emigrazione fu tale che piú volte i cittadini, risentendone gravi danni, fecero leggi per impedirla. Il Papa incoraggiava i Comuni, perché a lui non doleva la scemata potenza temporale dei vescovi, e gli era necessario l'abbassamento dell'Impero. Cosí la lotta degli artigiani contro il feudalismo finalmente cominciava, e con essa la vera storia dei nostri Comuni.
Non bisogna però credere che il Comune sorgesse in nome dei diritti dell'uomo o delle libertà nazionali. Nulla di ciò. L'Impero era riconosciuto sempre come la fonte unica, universale del diritto. In fatti fino quasi a tutto il secolo XV, le città guelfe o ghibelline, nemiche o amiche dell'Impero, continuarono a scrivere in suo nome i pubblici atti.[12] Le risorgenti repubbliche accettavano sempre l'alto suo dominio, e la loro dipendenza da esso, quasi direi che, chiedendo una nuova e piú generale esenzione, volevano solo essere come duchi o conti di sé stesse. Combattevano i nobili e combattevano l'Impero; ma dopo la vittoria, riconoscevano l'autorità dell'Imperatore, ed a lui chiedevano la sanzione delle conquistate libertà. Né i Papi desiderarono mai la distruzione dell'Impero, della cui protezione avevano spesso bisogno, che riconoscevano anch'essi erede legittimo dell'antica Roma, e quindi sorgente unica del diritto politico e civile: volevano bensí sottomettere il potere temporale allo spirituale. La teocrazia ed il feudalismo, il Papato e l'Impero sussistevano adunque e combattevano sempre, quando il Comune sorgeva. Esso dové lungamente ancora lottare contro ostacoli d'ogni sorta; ma era destinato a trionfare, a creare il terzo stato ed il popolo, che soli potevano dal caos del Medio Evo far nascere la società moderna. In ciò sta la sua principale importanza storica.