VIII
Mal si potrebbe dire, se in questi anni sia stata maggiore l'energia eroica dei Pisani nella sventura, o l'odio insaziabile dei loro nemici. Subito dopo la terribile rotta della Meloria, i Fiorentini ed i Lucchesi offerirono a Genova d'allearsi, per compiere insieme lo sterminio della comune rivale. L'alleanza doveva durare sino a 25 anni dopo finita la guerra. Le ostilità sarebbero cominciate fra 15 giorni, con l'obbligo a Genova di mettere in mare 50 galere, ai Fiorentini e Lucchesi di mettere insieme un esercito. Questi assalirebbero dalla parte di terra, quelli dalla parte di mare. Ogni anno, almeno per quaranta giorni, si sarebbe combattuto. Pisa capí che ormai si voleva la sua ultima rovina, e tale fu allora il suo odio contro Lucca, soprattutto contro Firenze, che, per non cedere ad esse, si dichiarò pronta a sottomettersi piuttosto ai patti che Genova avesse voluto imporle. Ma invano. Il 13 di ottobre l'alleanza fu conclusa nella casa della Badia in Firenze, presenti i sindachi di Genova e di Lucca, insieme con quelli di Firenze, fra i quali ultimi si trovava Brunetto Latini; e si lasciò luogo alle altre città toscane d'entrare nella Lega. Ma, quello che è piú notevole, in essa potevano essere ammessi ancora i piú autorevoli prigionieri pisani, che avessero dato sicurtà di venire a muover guerra alla patria loro. Potevano, alle medesime condizioni, essere ammessi anche il conte Ugolino, i suoi figli ed il Giudice di Gallura, se divenivano cittadini genovesi, e riconoscevano le proprie terre in feudo da Genova. Tutti questi dovevano però essere accolti di comune consenso degli alleati, e non oltrepassare il numero di 20. Si conferma da ciò chiaramente che fra i Pisani v'erano parecchi, che avevano tradito o erano disposti a tradire. Firenze non dimenticò neppure ora quello che del resto non dimenticava mai, cioè, di stipulare, insieme con le alleanze politiche, vantaggiosi patti commerciali.[323]
Ben presto parecchie altre città di Toscana entrarono nella Lega, e cominciarono gli apparecchi di guerra. Pisa allora si vide subito da ogni lato circondata. I Fiorentini entrarono in Val d'Era, i Lucchesi pigliarono alcuni castelli, lo Spinola con le navi genovesi assalí e danneggiò molto Porto Pisano. Ma ad un tratto i Fiorentini si dimostrarono assai freddi nell'impresa, con grandissimo scontento dei Lucchesi e dei Genovesi. Essi volevano sopra tutto avvantaggiare il proprio commercio, e quindi era loro necessario fiaccare l'orgoglio di Pisa, e sottometterla, come avevano fatto delle altre città di Toscana; ma non volevano che ciò seguisse per opera principalmente dei Genovesi, molto meno poi a loro unico profitto, come sarebbe di certo ora avvenuto per la preponderanza che avevano sul mare. Ed in vero, se Genova si fosse resa padrona di Pisa, sarebbe stata padrona anche del Mediterraneo, e la sua potenza, di molto accresciuta, sarebbe divenuta addirittura formidabile ai Fiorentini. Quindi è che essi, dopo avere addensata cosí gran tempesta contro Pisa, pensavano ora, secondo la dubbia fede di quei tempi, in cui poco o punto si rispettavano i trattati, a volgere ogni cosa a loro esclusivo vantaggio. E i Pisani videro subito l'occasione opportuna, e cercarono profittarne; ma lo fecero poi in modo, che tutto tornò invece a loro rovina. Avendo, come vedemmo, invano cercato un accordo con Genova; non potendo, dopo tante calamità, sostenere una guerra del pari formidabile per terra e per mare, cercarono d'intendersi almeno con Firenze. Ed a questo fine nominarono loro Podestà il conte Ugolino, dandogli piú tardi anche il comando della guerra, non ostante le accuse ben note di tradimento alla Meloria. Ma essi lo sapevano guelfo e segreto amico dei Fiorentini, quindi lo ritenevano adatto allo scopo ora che li volevano allontanare da Genova. Il Conte, è vero, sembrava non avere che un solo pensiero, quello di dominare in Pisa; ed era perciò pronto ad intendersi, occorrendo, coi nemici della patria, capace di lasciarsi trasportare ad ogni atto nefando, pur di soddisfare la sua sfrenata ambizione. Una volta però che questa era soddisfatta, credevano i Pisani che egli, coraggioso, accortissimo, con molte amicizie tra i Guelfi, avrebbe saputo trovar modo di venire ad un accordo. E cosí fu, ma con resultato ben diverso da quello che s'aspettavano.
Narrano i cronisti, che egli inviasse ai rettori di Firenze un dono di fiaschi con vino di vernaccia, in fondo ai quali aveva messo fiorini d'oro per corromperli.[324] Questa tradizione prova solamente, che egli era tenuto capace di ricorrere ad ogni mezzo pur di raggiungere i suoi fini. Ma ben duri furono i sacrifizî, che dovette imporre a Pisa, per indurre i Fiorentini a sospendere la guerra contro di essa. Bisognò cedere terre e castelli importanti, come S. Maria a Monte, Fucecchio, S. Croce, Monte Calvoli, e mandare in esilio i Ghibellini, riducendo la città a parte guelfa, il che per una repubblica stata sempre ghibellina, era un'umiliazione grandissima. Pisa doveva ormai piegarsi a tutto, perché trattavasi di salvare la propria esistenza. Quando però i Genovesi e i Lucchesi s'accorsero che erano abbandonati da Firenze, la quale sosteneva i Pisani contro Lucca, i lamenti furono cosí grandi contro la violata fede, che il conte Ugolino, per far tacere almeno i Lucchesi, cedette loro Bientina, Ripafratta e Viareggio. In questo modo l'orgogliosa repubblica pisana restringeva il suo territorio fin quasi alle mura, privandosi d'ogni difesa dalla parte di terra, quando le sue navi erano su tutti i mari inseguite e predate dai Genovesi. Solo il conte Ugolino trionfava in mezzo a tante rovine ed umiliazioni, perché comandava in città, ed era tutto quel che voleva. Ma nel suo ambíto dominio egli era essai meno sicuro di quel che pensava, perché i fieri spiriti pisani non erano del tutto domati, e già i piú tolleravano assai male una tirannia interna, che non riusciva a salvare dalle umiliazioni esterne. Ogni piú piccola occasione faceva ora veder segni manifesti, che le passioni cittadine potevano da un momento all'altro prorompere.
Un'altra causa di mali umori continuavano ad essere le trattative per riavere da Genova i prigionieri, che formavano parte non piccola della migliore gioventú pisana. Tutti desideravano riaverli in ogni modo; ma il Conte frapponeva ogni giorno nuovi ostacoli, perché li sapeva ghibellini e però a lui avversi. Faceva sempre proposte inaccettabili dai Pisani, per mandare le cose in lungo. Cosí nulla si concludeva, ed era quel che voleva. Ma la sua alterigia finí col portare la divisione nel seno dello stesso partito guelfo. Nino Visconti, giudice di Gallura, suo nipote e capo naturale dei Guelfi, cominciò ad accostarsi ai Ghibellini per far guerra allo zio. Il quale allora, senza esitare, mandò in esilio molti altri Ghibellini, e fece abbattere dieci dei loro piú ricchi palazzi. Lo sdegno cominciò a divampare. Nino si uní strettamente ai Gualandi, ai Sismondi, e cercarono di sollecitare il ritorno dei prigionieri, cosa che il Conte ritardava con nuovi pretesti, mantenendo vive le cagioni di guerra con Genova. Pensarono allora di sollevare il popolo contro di lui, ma non vi riuscirono; ricorsero perciò alle vie legali, per vedere se cosí potevano porre un freno alla sua autorità eccessiva. Egli era stato nominato Capitano generale del popolo, ma aveva illegalmente assunto anche l'ufficio di Podestà, e senza diritto s'era alloggiato nel Palazzo della Signoria. Nino e i suoi amici protestarono presso gli Anziani, e l'obbligarono ad abbandonare il Palazzo, riducendosi nei termini della legge. Il che egli fece, ma per poco tempo, e ripigliò ben presto con la forza la sua prima autorità. Intanto l'odio delle parti cresceva, studiandosi il Conte di mantener viva la discordia con Genova, i suoi nemici cercando invece di concludere la pace e riavere i prigionieri, perché anche questo era un mezzo per abbatterlo.
Finalmente, accortosi del grave pericolo in cui versava, il Conte voleva in qualche modo uscirne. Visto che alcuni dei Guelfi, uniti ai Ghibellini, gli erano divenuti del pari avversi e gli facevano guerra, pensò d'avvicinarsi a questi, per separarli da quei Guelfi che lo avevano abbandonato, e che perciò voleva abbattere, sperando di potere piú tardi compiere la medesima opera contro i Ghibellini, dopo averli isolati. Ma, sebbene non gli mancasse di certo l'astuzia, finí coll'aver contro di sé gli uni e gli altri, ed alla testa de' suoi nemici cosí riuniti, si pose l'arcivescovo Ruggieri, ghibellino autorevolissimo. La guerra civile infiammò la città intera, ed il Palazzo del popolo si trovò in mano ora dell'Arcivescovo, ora del Conte, il quale, accecato dal furor della vendetta, non tollerava avvertenze o consigli neppure da' suoi piú intimi. Un giorno in cui lo scontento del popolo era al colmo pel caro dei viveri, e niuno osava parlargli, uno de' suoi nipoti si presentò a lui, per rivelargli lo stato delle cose, consigliandogli di sospender le gabelle, acciò diminuisse il prezzo dei viveri. Ed il Conte si lasciò talmente trasportare dall'ira, che gli tirò un colpo di pugnale, ferendolo nel braccio. Un nipote dell'arcivescovo, amico del giovane, trovandosi presente, non seppe resistere, e gli fece scudo della sua persona. Il Conte, fuori di sé pel furore, pose mano ad un'ascia, che era vicino a lui, e con un colpo alla testa lo stese morto a' suoi piedi.
L'arcivescovo Ruggieri dissimulò un pezzo, aspettando l'occasione, che finalmente venne. Il 1.º luglio 1288 il Consiglio della repubblica era radunato nella chiesa di S. Sebastiano, per deliberare sulla pace coi Genovesi. I Ghibellini ed il popolo la volevano in ogni modo, ma il Conte frapponeva nuovi ostacoli, sperando sempre aiuto dagli amici. Quando uscirono dall'adunanza, l'Arcivescovo capí che l'ora era giunta, che non v'era piú tempo da perdere. I Gualandi, i Sismondi, i Lanfranchi ed altri ancora s'unirono con lui, e andarono ad assalire il Conte, che con due figli, due nipoti, ed alcuni altri a lui piú fidi, si difese valorosamente. Dopo il primo scontro, nel quale vide morire un suo figlio naturale, si ritirò nel Palazzo del popolo, e continuò a difendersi da mezzogiorno alla sera, quando gli assedianti si decisero a mettervi fuoco. Penetrando poi attraverso le fiamme, fecero prigioniero il Conte con i suoi due figli piú giovani, Gaddo e Uguccione, e due nipoti, Nino detto il Brigata e Anselmuccio. Furono chiusi nella torre dei Gualandi, sulla piazza degli Anziani, dove l'arcivescovo Ruggieri li tenne alcuni mesi in assai dura prigionia.[325] Finalmente la chiave della torre fu gettata in Arno, e morirono tutti di fame, tra quelle angosce che l'Alighieri rese immortali.[326]
IX
Questi fatti però, sebbene indebolissero sempre piú la misera città di Pisa, abbatterono anche il partito guelfo, dettero luogo a nuovi esilî, ed aiutarono le speranze dei Ghibellini, che adesso sembravano risorgere in Toscana. Firenze dovette perciò ripigliare di nuovo le armi. Carlo I d'Angiò era morto, e papa Onorio, che si dimostrava favorevole al partito ghibellino, aveva spinto il suo parente Prenzivalle del Fiesco a venire in Toscana come Vicario imperiale. Ma le città della Lega lo accolsero assai male, ed egli se ne andò ad Arezzo, donde invano pronunziò condanne contro i Guelfi, giacché ai vicarî dell'Impero pareva che ormai nessuno desse piú ascolto. Se ne ripartí quindi per la Germania, lasciando Arezzo in preda a tumulti, nei quali la vittoria fu dei Ghibellini, che ebbero aiuto da molti esuli fiorentini. I Guelfi si ritirarono nei castelli del contado, dove ricevettero invece soccorsi dal governo di Firenze. Cosí la guerra diveniva inevitabile anche nel Valdarno di sopra, e bisognava da due lati combattere i Ghibellini, ritornati potenti sotto la guida del vescovo d'Arezzo e dell'arcivescovo di Pisa. Difatti come in Pisa l'arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini, cosí in Arezzo comandava il vescovo ghibellino, Guglielmo degli Ubertini. Questi, dedito anch'esso piú alle armi che alla religione, signore di molte castella, e di assai dubbia fede, si provò dapprima a tradire la città ai Fiorentini, mediante accordi coi quali voleva salvare i suoi possessi. Ma gli Aretini seppero costringerlo a restar fermo nel proprio partito. Il 1.º di giugno 1288 l'esercito della Lega guelfa si mise in moto. Erano nobili, popolani d'ogni parte di Toscana, insieme con gente assoldata, formando in tutto 2,600 cavalieri e 12,000 pedoni. Restarono ventidue giorni in campo, assediando e disfacendo tra grandi e piccoli, piú di 40 castelli degli Aretini; ma poi sopravvenne una tempesta che pose il campo in tanto disordine da costringerli a ritirarsi. Avevano, in segno di disprezzo, corso un pallio sotto le mura d'Arezzo, nominandovi 12 cavalieri di corredo; ma poi, levato il campo, se ne tornarono a Firenze, senza avere abbattuto né scemato l'ardire del nemico. Ed infatti, quando i Senesi si separarono per tornarsene a casa, furono presi in un agguato, e rotti pienamente.
Nell'agosto i Fiorentini, insieme con Nino di Gallura, esule guelfo di Pisa, fecero scorrerie nel contado pisano, pigliando il castello d'Asciano, e nel settembre corsero contro gli Aretini, che avevano messo insieme un esercito di 700 cavalli e 8,000 pedoni. Ma non vi fu battaglia, perché i nemici si ritirarono, lasciando che i Fiorentini guastassero le loro campagne, andando poi essi in principio del 1289 a guastare il contado fiorentino, ed arrivando fin presso a S. Donato. Erano piú o meno grosse scaramucce, che facevano prevedere una guerra maggiore.
Da ogni lato s'armava adesso in Toscana. I Pisani eleggevano a loro capitano il conte Guido da Montefeltro, che aveva acquistato grandissima reputazione nello scontro vittorioso avuto a Forlí contro i Francesi di Carlo d'Angiò. Egli era veramente uno dei piú valorosi soldati del tempo, e giunto che fu a Pisa, riordinò subito le milizie, creò una nuova fanteria leggiera di tre mila balestrieri, che poté resistere con onore a quella cavalleria pesante, tenuta allora la forza principale degli eserciti. Da un altro lato anche gli Aretini s'armarono sempre di piú, in modo che, quando Carlo II d'Angiò passò da Firenze, per andare ad incoronarsi in Napoli, i Fiorentini, dovettero accompagnarlo con i loro migliori fanti e cavalieri, perché le genti aretine minacciavano d'assalirlo. Gli chiesero allora un buon capitano, per poter proseguir con vigore la guerra, e ne ebbero Amerigo di Narbona, che, in compagnia del bali Guglielmo di Durfort, venne con 100 uomini d'arme.
Il 2 di giugno 1289, il nuovo capitano Amerigo di Narbona usciva in campagna alla testa d'un esercito di 1,600 cavalieri e 10,000 fanti della Lega. V'era il fiore della nobiltà e delle genti fiorentine, fra cui seicento cavalieri dei meglio armati, che uscissero mai della Città. Prato, Pistoia, Siena e tutti gli alleati, anche i Guelfi di Romagna avevano mandato il loro contingente. Gli Aretini avevano dall'altro lato raccolto tutti i Ghibellini delle vicine città, e vennero a Bibbiena con 800 cavalieri e 8,000 pedoni, sotto il comando dei loro capitani, fra cui primeggiava il fiero arcivescovo Guglielmo degli Ubertini. Dopo essersi persuaso che l'accordo con Firenze, per salvare i suoi propri castelli, lo avrebbe esposto al furore degli Aretini, esso s'era gettato con giovanile ardore nella guerra. Procedeva altiero e pieno di baldanza, perché fidava nel proprio coraggio ed in quello de' suoi soldati; aveva poca stima de' Fiorentini, i quali, esso diceva, si lisciavano come donne.
Sul piano di Poppi, il giorno 11 di giugno, i due eserciti si trovarono di fronte, presso Campaldino, dove ebbe luogo, e donde prese nome quella battaglia che fu resa piú celebre, per esservisi trovato a combattere Dante Alighieri, allora giovane ancora ed ignoto. I Fiorentini avevano in prima linea una schiera mista di pedoni, balestrieri e scudieri, ed alle loro ali avevano messo 150 feritori di cavalleria leggiera, scelti fra i piú arditi. V'era fra questi Vieri dei Cerchi, che, avendo avuto il carico di fare la scelta degli uomini del suo Sesto, volle, sebbene malato, trovarsi alla battaglia insieme col figliuolo e coi nipoti. Dietro la prima schiera, ne veniva un'altra piú grossa di pedoni e cavalleria pesante, in ultimo erano le salmerie. Corso Donati comandava un drappello di circa 250 tra pedoni e cavalieri lucchesi, pistoiesi e forestieri. Egli era allora Podestà di Pistoia e doveva, con la sua piccola riserva, accorrere all'uopo, secondo il comando del generale. Si vedeva un'emulazione grandissima, perché da un lato e dall'altro v'era lo sforzo dei Guelfi e dei Ghibellini, e s'erano, per soddisfare anche l'ambizione dei potenti, creati nuovi cavalieri in quel giorno stesso, acciò dessero maggior prova di valore. L'ordine dato ai Fiorentini fu d'aspettare l'impeto del nemico, e messer Simone dei Mangiadori da San Miniato, disse ai suoi uomini: — Signori, le guerre di Toscana si vincevano per bene assalire, ed ora si vincono per istare ben fermi. — Gli Aretini invece, fidando nel proprio valore e nell'abilità dei capitani, assalirono al grido di Viva S. Donato, con tale impeto, che l'esercito fiorentino mal sostenne il primo urto, e dovette cedere. I feritori furono quasi tutti scavalcati, la schiera grossa indietreggiò; ma i pedoni che erano alle ali della seconda schiera, s'avanzarono al grido di Narbona cavaliere, e minacciando di circondare il nemico, l'arrestarono, dando cosí tempo ai compagni di riordinarsi. Il conte Guido Novello, che aveva 150 cavalieri degli Aretini, per ferire di lato, mancò d'animo nel momento appunto in cui doveva assalire il nemico disordinato, e fu grandissimo danno. Ma gli seguiva sempre cosí, e poco di poi, fervendo ancora la mischia, si dette alla fuga. Corso Donati, invece, che aveva ordine di star fermo colle sue genti, e non muoversi senza comando espresso, nel vedere i Fiorentini cedere a quel primo urto, non poté piú stare alle mosse, e disse ai suoi: — Se perdiamo, io voglio morire coi miei concittadini; se vinciamo, aspetterò che chi vuole, venga in Pistoia a punirci della nostra disobbedienza; — e ordinò subito d'investir di fianco i nemici. Cosí gli Aretini da assalitori si trovarono assaliti. Resistettero con mirabile valore, e non avendo sufficiente numero di cavalieri, i loro pedoni si spinsero carponi fra la cavalleria nemica, e con le coltella sventravano i cavalli, ferendoli nella pancia, dove non avevano difesa. Ma erano prodigi di valor personale, che non potevano decidere la battaglia. La mischia fu aspra e lunga, i Fiorentini pugnarono con gran coraggio, e gli Aretini perderono quasi tutti i loro capi. L'arcivescovo Ubertini morí combattendo; cosí pure il suo nipote Guglielmino dei Pazzi, tenuto allora fra i piú valorosi capitani d'Italia, e Buonconte figlio del conte di Montefeltro. Perirono ancora molti esuli fiorentini, fra cui tre Uberti e uno degli Abbati. Solo il conte Guido Novello salvò la vita con la fuga. La rotta degli Aretini fu grandissima, e, secondo il Villani, lasciarono sul campo 1,700 morti e 2,000 prigionieri. Di questi però ne entrarono in Firenze solo 740, gli altri essendo stati trafugati o riscattati per denaro. Né ciò deve far gran meraviglia, se si pensa che in queste guerre di Guelfi e Ghibellini combattevan fra loro uomini della medesima città, e spesso antichi amici o parenti; per il che la pietà era piú naturale che l'odio, sebbene questo fosse pur troppo frequente e feroce. I Fiorentini ebbero poche perdite, e nessuna d'importanza. Corso Donati che, col suo ardire, contribuí assai a decidere la battaglia, e Vieri de' Cerchi si coprirono di gloria. Molti, poco stimati in passato, acquistarono quel giorno grande reputazione, e molti invece che già prima l'avevano, la perdettero allora. In ogni modo tutti i principali cittadini e capitani tornarono salvi a Firenze, dove l'allegrezza fu perciò universale.[327]
I Fiorentini s'erano tenuti sin da principio sicurissimi della vittoria. Si narra infatti che quando, nel giorno stesso della battaglia, i Priori, stanchi delle vigilie durate, si addormentarono, furono desti, come da una voce, che ad un tratto pareva dicesse loro: levatevi su, che gli Aretini sono sconfitti. E nello stesso tempo tutti i cittadini si trovavano per le vie, aspettando impazienti la notizia che ancora non veniva. Finalmente arrivò il desiderato messo, e la gioia, le feste furono grandissime. Dispiacque piú tardi sentire che l'esercito non aveva saputo profittare della vittoria, inseguendo il nemico fin dentro le mura della città, della quale allora sarebbe stato facile impadronirsi. Invece presero Bibbiena, terra del vescovo; saccheggiarono varî castelli, e guastarono il contado per venti giorni. Corsero il pallio intorno alle mura d'Arezzo, a forza di mangani gettandovi dentro, per dileggio, asini con le mitrie in capo. Ma in sostanza non fecero altra impresa di momento, sebbene la Repubblica, quando furono eletti i nuovi Priori, ne mandasse due al campo, perché sollecitassero in persona la guerra, e tentassero subito di prendere la nemica città. Ma omai era tardi, e gli Aretini riuscirono anche a fare qualche sortita, nella quale misero fuoco alle macchine d'assedio. Per il che i Fiorentini, lasciati ben guardati i castelli già presi e le opere cominciate, tornarono a casa il 23 di luglio; e ciò dispiacque tanto alla Città, che si disse esser corso nel campo oro nemico. In ogni modo la vittoria era stata grande, e grandissima fu l'accoglienza che ebbero i reduci. Tutto il popolo, con le insegne e i gonfaloni di ciascuna Arte, tutto il clero uscí in processione per andare incontro al vittorioso esercito. Il capitano Amerigo di Narbona ed il podestà Ugolino de' Rossi fecero la loro entrata solenne, sotto ricchissimi baldacchini di drappi d'oro, portati dai piú nobili cavalieri di Firenze. E tutta la spesa di questa guerra si fece con una imposta di lire sei e soldi sei per cento sui beni nella Città e nel contado, il che portò subito trentasei mila fiorini d'oro, essendo allora l'estimo, l'amministrazione e le rendite del Comune mirabilmente ordinate, come osserva il Villani (VII, 132).
La repubblica fiorentina, dopo la umiliazione delle due nemiche città d'Arezzo e di Pisa, aveva in tutta Toscana abbattuto il partito ghibellino, fatto trionfare il guelfo; s'era assicurato in essa un predominio politico e commerciale quasi senza limiti; e la sua ricchezza andò d'ora in poi rapidamente crescendo. Vi furono grandi feste, cene, desinari in tutte quante le piú ricche case, radunandosi i cittadini nelle corti dei loro palazzi, le quali venivano ricoperte di zendado, ornate di ricchissimi drappi. Le donne, in segno d'allegrezza, andavano per la Città, inghirlandate di fiori. Eppure si voleva ancora proseguire la guerra, perché pareva che si desiderasse addirittura veder la fine delle due piú potenti città ghibelline. Ma ciò non poteva riuscir facilmente.
Nel 1289 seguirono nuove scaramucce tra Guelfi e Ghibellini, ma furono cose di poco momento. I Fiorentini tentarono piú volte, però sempre invano, di pigliare Arezzo per forza o per inganno. Nel novembre erano riusciti a fare un accordo segreto, col quale pareva dovessero proprio entrare nella nemica città, per sorpresa. Improvvisamente fu dato ordine a tutti gli uomini atti alle armi di trovarsi riuniti fuori delle mura, prima che una candela accesa innanzi ad una delle porte, fosse consumata. E l'esercito cosí tumultuariamente raccolto, corse a furia verso Arezzo; ma l'accordo era stato già scoperto, almeno si disse, da uno che morendo l'aveva rivelato al confessore. Certo è che bisognò ritirarsi senza aver nulla concluso. I Fiorentini tornarono nel giugno del seguente anno, con un esercito di 1,500 cavalieri e 6,000 pedoni della Lega; circondarono Arezzo, e per sei miglia intorno ne guastarono il contado, durante 29 giorni, ma anche ora non conclusero altro. Le città erano a quei tempi tutte fortificate, e le opere d'assedio, prima dell'invenzione della polvere, riuscivano affatto inutili, ogni volta che v'era una resistenza decisa e senza tradimenti. Al che s'aggiungeva adesso, che i Fiorentini volevano combattere nello stesso tempo Arezzo e Pisa. Infatti, lasciati a guardia dei vicini castelli 300 cavalieri e molti pedoni, andarono col resto dell'esercito dal Valdarno di sopra a quello di sotto, per far guerra a Pisa.
Nello scorso anno erano stati i Lucchesi che, con l'aiuto di Firenze e della Lega, avevano raccolto e guidato un esercito di 400 cavalieri e 2,000 pedoni, per tener viva la guerra contro Pisa, mentre che Firenze era occupata con Arezzo. Arrivarono fino alle porte, e, secondo il solito costume, vi corsero il pallio; per 25 giorni guastarono il contado, pigliando il castello di Caprona, assalendo piú volte Vico Pisano, ma senza altro risultato. Nel 1290 si ripigliava dai Fiorentini la medesima guerra, con le forze assai maggiori di tutta la Lega. E nel tempo stesso che questa, col suo esercito, faceva dalla parte di terra un assalto generale, i Genovesi assalivano dalla parte di mare, con un'armata la quale recò danni infiniti. Livorno e Porto Pisano furono presi, rovesciate in mare le quattro torri a guardia del porto, e il fanale detto della Meloria fu del pari abbattuto, insieme cogli uomini che v'erano dentro. Prima di ritirarsi i Genovesi affondarono alla bocca del porto quattro navi cariche di pietre, distrussero i palazzi ed i magazzini. Ma dalla parte di terra non vi furono che guasti nel contado e rovine di piccoli castelli. Intanto i Pisani resistevano a tutti con animo fermo. Il loro capitano Guido di Montefeltro, alla testa della nuova fanteria leggiera da lui istituita, combatteva con molta efficacia contro i fanti toscani della Lega, contro la cavalleria pesante da essa assoldata. E piú volte riuscí a fare sortite, con le quali vendicò sanguinosamente le perdite sofferte. Nel dicembre del '91, i Pisani assalirono il castello di Pontedera, e trovandolo mal difeso, se ne impadronirono; fecero poi ribellare contro S. Miniato il castello di Vignale. I Fiorentini volevano subito correre a nuova battaglia; ma il loro esercito partí tardi, e quando fu in via, caddero pioggie torrenziali, le quali inondarono per modo la campagna, che bisognò retrocedere.
Le cose della guerra procedettero ora sempre piú debolmente, perché cominciavano in Città mali umori, che facevano presentire discordie assai gravi. Laonde, sebbene il giudice di Gallura spingesse a ripigliare le armi, nelle quali egli s'era mostrato operoso e valoroso, pure era divenuto cosí grande nei Fiorentini il bisogno della pace, che finalmente la conclusero a Fucecchio il 12 giugno '93. I patti furono: restituzione dei prigionieri; esenzione da ogni gabella, tanto per gli abitanti dei Comuni della Lega, che passavano per Pisa, quanto pei Pisani, che passavano per detti Comuni. L'ufficio del Podestà o Capitano di Pisa doveva darsi ad uomini della Lega, venendo espressamente vietato il darlo a ribelli o nemici di essa, o ad alcuno dei conti di Montefeltro. Ed il conte Guido, il valoroso soldato, che con tanta energia e coraggio aveva difeso la repubblica pisana, dovette essere licenziato con tutti i Ghibellini forestieri, in fede di che bisognò dare in ostaggio 25 cittadini delle migliori famiglie. Cosí furono pagati la fede e l'eroismo del vecchio capitano, che, riscosso il suo soldo, entrò nel Consiglio, e rimproverata dignitosamente ai Pisani la loro ingratitudine, se ne partí senza mostrare alcun desiderio di vendetta. E avrebbe potuto farla, se avesse voluto operare secondo il costume di quei tempi, trovandosi egli tuttavia a capo d'un esercito agguerrito, che in lui fidava pienamente. Fu ancora pei patti di questa pace stabilito, che i discendenti del conte Ugolino ed il giudice di Gallura venissero liberati da ogni bando, e rimessi nei loro beni.[328]
X
Da questo momento i Fiorentini cominciarono a pensare sopra tutto alle cose interne della Città, che neppure durante le ultime guerre avevano abbandonate. Infatti l'amministrazione della Repubblica s'era andata migliorando sempre, ed in molte parti si poteva dire esemplare; il commercio, l'industria, la ricchezza erano assai aumentati. E nello stesso tempo si erano compiute molte opere pubbliche, lavorando allora il celebre architetto Arnolfo di Cambio, autore di parecchi de' piú bei monumenti di Firenze. Col suo disegno si pose mano nel 1285 ai primi lavori per allargare la Città, costruendo piú tardi il terzo cerchio delle mura, alle quali sorvegliò anche il celebre cronista Giovanni Villani; e per opera dello stesso architetto fu nel medesimo anno costruita e lastricata tutt'intorno la Loggia d'Or S. Michele, sotto la quale allora vendevasi il grano; e cosí pure fu lastricata la Piazza dei Signori, e venne abbellita e restaurata la Badia. Folco Portinari, padre della Beatrice di Dante, fondava a sue spese la chiesa e l'ospedale di S. M. Nuova. Si lavorò alla Piazza di S. M. Novella; e s'iniziarono molte altre opere di simil natura.[329]
Intanto continuavano come sempre le riforme politiche, fra cui ricorderemo quella che nel 1290 ridusse da un anno a sei mesi l'ufficio del Podestà,[330] che fu dato allora a Rosso Gabrielli da Gubbio, città dalla quale vennero in Firenze e per tutta Italia molti Podestà e molti Capitani del popolo. Le Marche, la Romagna e l'Umbria pareva ne fossero allora il vivaio, perché gli abitanti di quelle province dediti alle armi, come è provato dal gran numero di capitani e soldati di ventura che ne uscirono, erano anche assai pratici della giurisprudenza, a cagione della vicina Università di Bologna. Questa riduzione dell'ufficio del Podestà a soli sei mesi, non durò molto; ma si deliberò per le ragioni stesse che fecero restringere a due la durata della Signoria. L'ufficio di un magistrato, che doveva amministrar la giustizia, comandare l'esercito, e menava seco un certo numero di gente armata e per proprio conto assoldata, poteva riuscire pericoloso, perché assai facile a trasformarsi in tirannide, come era seguito già in parecchi Comuni italiani. Quindi è che a Firenze si cercava ripararvi con una rapida mutazione, la quale non desse modo di maturare disegni funesti alla libertà, né di trovare favori ed amici su cui a lungo contare.
Ma ben altri e piú gravi mutamenti politici e sociali avevano luogo nel seno della cittadinanza fiorentina. I segni d'una nuova e profonda trasformazione divenivano ogni giorno piú visibili; era perciò sempre piú necessario apparecchiarsi con la pace a sostenere l'urto inevitabile e vicino delle future rivoluzioni. Gli Angioini, colla loro presenza, coll'esempio dei loro baroni, col creare sempre nuovi cavalieri in Firenze, avevano fatto crescere a dismisura l'orgoglio dei potenti guelfi, cui ora si dava nome di Grandi. Costoro, imitando i nobili francesi, assumevano modi poco repubblicani, e volevano soverchiare in tutto e su tutti. Nel 1287 vi fu grave tumulto, perché uno di questi prepotenti, a nome Totto Mazzinghi, venne, per omicidio e per altri delitti, condannato a morte dal Podestà; e quando lo menavano al supplizio, messer Corso Donati, uno dei maggiori cavalieri in Firenze, si provò coi suoi a liberarlo colla forza. Il Podestà, non volendo tollerare una cosí manifesta violazione delle leggi, fece sonar la campana a martello, ed il popolo, levatosi a rumore, corse armato, a piedi ed a cavallo, gridando: giustizia, giustizia dopo di che la giustizia venne fatta, ed anche assai severa. Il Mazzinghi, condannato nel capo, fu prima strascinato per via e poi impiccato; gli autori della ribellione contro il magistrato, furono condannati in danaro, e la Città ritornò tranquilla. Ma questi non eran che segni di mali maggiori, e gli uomini politici in Firenze se ne impensierivano assai. I popolani guelfi, per mettere un argine all'alterigia dei Grandi, e per impedire la loro unione col popolo minuto, cominciarono ad allargare sempre piú le libertà politiche, nel tempo stesso che vincolavano l'azione dei potenti. Questi erano già stati costretti, come abbiam visto, a dare mallevadori responsabili delle loro azioni, a giurare di non far vendette, di non sopraffare la plebe, e simili. Destinata ad abbattere in Città e fuori la potenza dei Grandi, ad accrescere quella del popolo, disfacendo gli ultimi residui del sistema feudale, ancora esistenti, fu la legge assai memorabile del 6 agosto 1289. Con essa fu interamente distrutta la servitú nel contado, dichiarando con parole le quali suonano come una proclamazione dei diritti dell'uomo, che la libertà è un diritto imprescrittibile di natura; che essa non può dipendere dall'arbitrio altrui; che la Repubblica voleva in tutto il suo territorio, non solo mantenerla, ma anche accrescerla.[331] E veniva cosí abolita ogni specie di servitú, temporanea o a vita, ogni contratto, accordo o patto contrario alla libertà personale.
Parve ad alcuni che già sin dal 1256 il Comune di Bologna avesse compiuta questa riforma importantissima, la quale i Fiorentini avrebbero solo 33 anni piú tardi imitata. Ma è un errore nato dal supporre che l'abolizione della servitú si compiesse nei Comuni italiani a un tratto, quando invece procedette lentamente e per diversi gradi. Nel contado v'erano non solo i nobiles ed i loro servi, ma anche i fideles, i quali avevano già una personalità giuridica, ma dipendevano ancora dai nobiles, cui prestavano servigî e pagavano dazî. Piú tardi questa condizione dei fideles migliorò ancora, ed essi ottennero terre, in feudo o a livello, dai signori, ai quali rimanevano però legati da patti personali, che li obbligavano a restare in perpetuo sul fondo. E per questa ragione, i signori si credevano sempre, o almeno fingevano credersi, in diritto di vendere il fondo insieme coi fideles, anche quando ciò era divenuto contrario allo spirito della legislazione. Nel 1256 i Bolognesi abolirono la servitú, lasciando i contadini sempre dipendenti dal padrone, cioè nella condizione piú o meno di fideles, condizione che nell'83 migliorarono ancora, ma non abrogarono del tutto. Invece già prima del 1289 nel contado fiorentino non v'erano piú servi, e i fideles erano giuridicamente da piú tempo divenuti quasi indipendenti dai padroni, sebbene questi, abusando di patti puramente personali, li obbligassero spesso a risiedere sul fondo, e presumessero di poterlo vendere, anzi lo vendessero non di rado insieme con essi. Questi sono gli abusi che i Fiorentini condannarono e soppressero nel 1289, come contrarî alla libertà, la qual è «di diritto naturale», e perciò inalienabile. La nuova legge dichiarava inoltre che, in conseguenza di ciò, tutte queste vendite erano abusive e però di nessun valore nei loro effetti: sciogliendo ed annullando ogni patto illegale, garantiva finalmente al contadino la sua piena ed intera libertà. Aggiungeva anzi, che d'ora in poi esso poteva (ancora senza che la vendita del fondo avesse luogo) sciogliersi, mediante denaro, dai patti personali con cui s'era legato al padrone. Cosí è che la legge del 1289 non aboliva la servitú già da un pezzo abolita dai Fiorentini, ma per la prima volta rendeva pienamente liberi i lavoratori della terra. E ciò seguiva ancora con grande vantaggio economico del Comune, perché essi divenivano cosí tutti suoi contribuenti diretti, e con non minore vantaggio della democrazia, perché si spezzavano gli ultimi legami del sistema feudale, e si fiaccava la potenza dei signori del contado.[332]
In questo e nel seguente anno furono prese altre non poche deliberazioni intese a rafforzare il popolo nella Città, le quali dimostrano che Firenze procedeva sempre piú oltre nelle sue trasformazioni politiche e sociali. Prima di tutto s'accrebbe il numero delle Arti legalmente costituite, aggiungendone alle 7 maggiori altre cinque, portandole a 12, con proprie insegne, ordini, armi ed importanza politica.[333] Infatti noi ora troviamo, che gli atti ufficiali della Repubblica parlano di 12 Arti maggiori, mentre che per lo innanzi parlavano solo di sette. Ben presto, è vero, esse tornarono a sette; ma le cinque che restavano, vennero allora unite ad altre, e portate cosí a quattordici, col nome di Arti minori, formando in tutto 21 Arti, che fa il numero definitivo. Si fece nel 1290 un'altra legge, chiamata del divieto, la quale ordinò che chiunque fosse stato una volta Priore, non potesse per tre anni di poi tornare in ufficio. Piú tardi questo divieto fu in parte esteso anche ai parenti.[334] Erano sempre provvedimenti intesi a mettere un argine contro ogni possibilità di futura tirannide, un freno alla crescente alterigia dei Grandi.
A questo medesimo fine miravano ancora altre leggi. Troviamo infatti due provvisioni deliberate alla quasi unanimità il 30 giugno ed il 3 luglio 1290.[335] Con esse si proibiva severamente a tutti coloro che erano a capo delle Arti di far monopolio, accordi, leghe, posture e simili, con cui si cercasse, in qualunque modo, imporre prezzi arbitrariamente fissati, senza osservare le norme prescritte dagli Statuti. E la pena ricadeva severamente non solo sugli autori di questi arbitri, che dovevano pagare l'ammenda di 100 lire, ma anche sull'Arte cui essi appartenevano, la quale era condannata in 500 lire, per non aver provveduto all'osservanza delle leggi, e sui Rettori e Consoli di essa, che erano condannati in 200 lire.
Di assai maggiore importanza fu un'altra legge deliberata il 2 gennaio 1291, la quale diceva chiaro di voler frenare con la forza la rapacità felina dei Grandi (volentes lupinas carnes salsamentis caninis involvi).[336] Essa proibiva severamente di ricorrere a tribunali o magistrati, che non fossero quelli per legge costituiti, cioè i Priori, il Capitano, il Podestà e i giudici ordinarî del Comune. Coloro che dal Papa, dall'Imperatore, dal re Carlo o dai loro Vicarî avessero ottenuto esenzione di qualunque sorta, o arbitrio di ricorrere ad altri magistrati, e pretendessero di poterlo fare; coloro che, con questo medesimo intento, vantassero pretese di antichi diritti feudali, erano avvertiti di non valersene sotto minaccia di pene gravissime. La nuova legge discorreva per minuto le varie forme di tali pretese esenzioni, e determinava le pene. Ma quello che è piú singolare, essa puniva non solamente coloro che vantavano questi diritti e li volevano esercitare, i notai che trascrivevano gli atti, e gli avvocati che ne sostenevano la validità; ma quando i veri autori fossero riusciti a sfuggire la pena, chiamava responsabili i loro parenti o anche lontani congiunti, i loro coloni e perfino i loro inquilini. Il popolo minuto, il popolo grasso e i Grandi formavano a quel tempo come tre ordini di cittadini, anzi tre società distinte, che nelle offese e nelle difese, negli odî, nelle vendette e nei diritti politici, agivano come se ognuno fosse, volesse e dovesse essere responsabile pe' suoi colleghi. La legge veniva quindi spinta, riconoscendo questo stato di cose, a provvedimenti che, se erano opportuni o anche necessarî in aiuto della democrazia e dei deboli contro i potenti, non cessavano perciò di essere arbitrarî. Tuttavia ogni giorno si vedeva piú chiara la necessità di ricorrere a rimedî estremi. I Grandi, pei favori del Papa e degli Angioini, erano divenuti troppo orgogliosi. E i prosperi successi ottenuti recentemente a Campaldino, dove il valore di Corso Donati e di Vieri de' Cerchi aveva deciso la battaglia, li inorgogliva per modo, che si vantavano di non temer piú le leggi, le quali di fatto ogni giorno violavano. E cosí fu apparecchiata quella rivoluzione che, scoppiata nel 1293, costituí il secondo popolo, e condusse i potenti alla loro ultima rovina.
Nota A.
«In Dei nomine amen. Anno sue salutifere incarnationis millesimo ducetesimo octuagesimo nono, indictione secunda, die sexto intrante mense augusti. Cum libertas, qua cuiusque voluntas, non ex alieno, sed ex proprio dependet arbitrio, iure naturali multipliciter decoretur, qua etiam civitates et populi ab oppressionibus defenduntur, et ipsorum iura tuentur et augentur in melius; volentes ipsam et eius species non solum manutenere, sed etiam augmentare, per dominos Priores Artium civitatis Florentie, et alios Sapientes et bonos viros ad hoc habitos, et in domo Ghani Foresii et Consortum, in qua ipsi Priores pro Comuni morantur, occasione providendi super infrascriptis unanimiter congregatos, ex licentia, bailia et auctoritate in eos collata, et eisdem eshibita et concessa in Consiliis et per Consilia domini Defensoris et Capitanei et etiam Comunis Florentie, provisum, ordinatum extitit salubriter et firmatum: Quod nullus, undecumque sit et cuiuscumque condictioni dignitatis vel status existat, possit audeat vel presumat per se vel per alium tacite vel espresse emere, vel alio aliquo titulo, iure, modo vel causa adquirere in perpetuum vel ad tempus aliquos Fideles, Colonos perpetuos vel conditionales, Adscriptitios vel Censitos vel aliquos alios cuiuscumque conditionis existant, vel aliqua alia iura scilicet angharia vel perangharia, vel quevis alia contra libertatem et condictionem persone alicuius, in civitate vel comitatu vel districtu Florentie; et quod nullus, undecumque sit, et cuiusque condictionis, dignitatis vel status existat, possit, audeat vel presumat predicta vel aliquid predictorum vendere, vel quovis alio titulo alienare, iure, modo vel causa concedere in perpetuum vel ad tempus alicui persone, undecumque sit, vel cuiusque condictionis dignitatis vel status, in Civitate vel comitatu vel districtu Florentie, decernentes irritum et inane et ipso iure non tenere, si quid in contrarium fieret in aliquo casu predictorum. Et tales contractus et alienationes quatenus procederent, de facto cassantes, ita quod nec emptoribus vel acquisitoribus ius aliquod acquiratur, nec etiam ad alienantes vel concedentes ius redeat, vel quomodolibet penes eos remaneat: sed sint tales Fideles, vel alterius conditionis astricti, et eorum bona, et filii et descendentes libere condictionis et status. Et nihilominus tales alienantes, vel quomodolibet in alios transferentes, in perpetuum vel ad tempus, per se vel per alium et quilibet eorum, et ipsorum et cuiusque eorum sindici, procuratores et nuntii, et tales emptores, vel alio quovis titulo, modo, causa vel iure acquirentes, per se vel per alium in perpetuum modo vel ad tempus, et eorum procuratores, sindici et nuntii et iudices et notarii et testes, qui predictis interfuerint vel ea scripserint, et quilibet eorum, condempnentur in libris mille f. p., que effectualiter exigantur, non obstantibus aliquibus pactis vel conventionibus, etiam iuramento vel pena vallatis, iam factis vel in posterum ineundis, super predictis vel aliquo predictorum vendendis, permutandis vel alio quovis modo vel titulo transferendis. Quos contractus supradicti domini Priores et Sapientes nullius valoris et roboris fore decreverunt, et quatenus de facto processissent vel procederent, totaliter cassaverunt et cassant. Decernentes etiam quod si aliquis non subiectus iurisdictioni Comunis Florentie, et qui non respondeat in civilibus et criminalibus regimini fiorentino, vel non solvat libras et factiones Comunis Florentie, undecunque sit, per se vel per alium, predictos contractus vel aliquem predictorum iniret aliquo modo iure vel causa, quod pater et fratres et alii propinquiores ipsius, si patrem vel fratrem non haberet, et quilibet eorum condempnentur in libris mille f. p., que pena effectualiter exigatur; reservantes etiam sibi et populo fiorentino potestatem super predictis et quolibet predictorum acrius providendi contra tales concedentes vel concessiones recipientes per se vel per alium in aliquibus casibus de predictis. Et quod in predictis omnibus et singulis et circa predicta domini Potestas et Defensor et Capitaneus presentes et futuri et quilibet eorum plenum, merum et liberum arbitrium habeant et exercere debeant contra illos, qui in predictis vel circa predicta committerent in personis et rebus, ita et taliter quod predicta omnia et singula effectualiter observentur et executioni mandentur. Salvo tamen quod Comuni Florentie quilibet possit licite vendere et in ipsum Comune predicta iura transferre; et etiam ipsi Fideles et alii supradicti se ipsos et eorum filios et descendentes et bona licite possint redimere sine pena; et illi tales qui talia iura haberent, possint ipsa iura ipsis fidelibus volentibus se redimere vendere et eos liberare a tali iure licite et impune. Et hec omnia et singula locum habeant ad futura et etiam ad preterita, a kallendis ianuarii proxime presentis citra, currentibus annis Domini millesimo ccº lxxxviijº indictione secunda». — Questa legge fu letta e approvata nel Consiglio generale e speciale del Capitano e delle Capitudini, secondo il consueto, ma non in quello del Podestà. Essa è stata pubblicata piú volte, bensí non senza errori e lacune: dall'avv. Migliorotto Maccioni in una sua scrittura a favore dei Conti della Gherardesca (tomo II, p. 74); da C. F. von Rumohr, Ursprung der Besitzlosigkeit des Colonen in neuren Toscana (Hamburg, 1830), pag. 100-103; e nell'Osservatore Fiorentino, vol. IV, pag. 179 (Firenze, Ricci, 1821). — Noi la riproduciamo secondo il testo originale che si conserva nel R. Arch. di Stato di Firenze, Provvisioni, Registro 2, a c. 24t-25.
Nota B.
Il Difensore degli artefici e delle Arti, Capitano e Conservatore della città e del Comune di Firenze, fece la proposta nel Consiglio speciale e generale, il 30 giugno 1290, presentibus et volentibus Dominis Prioribus Artium, e la provvisione, vinta alla quasi unanimità (placuit quasi omnibus), diceva: «Quia per quamplures homines civitatis Florentie fide dignos, relatum est coram officio dominorum Priorum Artium, quod multi sunt artifices et comunitates seu universitates Artium et earum Rectores, qui certum modum et formam indecentem, et certum precium incongruum imponunt in eorum mercantiis et rebus eorum Artium vendendis contra iustitiam et Rempublicam». ec. Si concludeva poi, vietando severamente ogni specie di monopolio, ogni obbligo di vendere in un modo contrario all'uso ed alle leggi, «et quod dogana aliqua vel compositio non fiat contra honorem et iurisdictionem Comunis Florentie, per quam vel quas prohibitum sit a Rectoribus vel Consulibus ipsorum Artis, quod aliqui vel aliquis ad certum modum et certam formam et certum precium vendant, vel vendere debeant mercantias» ec. Al che Guidotto Canigiani aggiunse, che i Signori potessero in avvenire formolare altri articoli, non per derogare alla detta provvisione, ma solo per sempre piú rafforzarla nell'interesse delle Arti. E la sua aggiunta fu, insieme colla provvisione stessa, approvata (R. Archivio di Stato in Firenze. Provvisioni, Registro IV, c. 29). Ed il 3 luglio, in forza della precedente riformagione, i Priori delle Arti, con altri Savi da loro chiamati, provvidero: «Quod nulli Consules vel Rectores alicuius Artis, aut aliquis alius, vice et nomine alicuius Artis, vel aliqua singularis persona alicuius Artis, utatur aliquo ordinamento scripto vel non scripto, extra Constitutum Artis approbatum per Comune Florentie, vel aliter vel ultra quam contineatur in statuto talis Artis, ec.... Et siqua facta essent in contrarium vel fierent in futuro tacite vel expresse, non valeant nec teneant ullo modo vel iure, sed sint cassa et irrita ipso iure ec. Et quod nullus notarius vel alius scriptor scribere debeat aliquid de predictis vel contra predicta, et nullus nuntius vel alius precipiat aliquid aliquibus artificibus contra predicta: sub pena Rectori et Consuli contrafacienti auferenda librarum cc. pro quolibet et qualibet vice; et Arti, librarum quingentarum; et sub pena librarum centum pro quolibet, qui observaret talia ordinamenta vel precepta prohibita; et sub pena libr. centum cuilibet qui de predictis ordinamentis prohibitis faceret precepta Arti seu artificibus alicuius Artis». Questa provvisione doveva essere ogni mese letta nel Consiglio del Capitano, e bandita per la Città (Provvisioni, Reg. cit., a carte 30-31).