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I primi due secoli della storia di Firenze, v. 1 cover

I primi due secoli della storia di Firenze, v. 1

Chapter 58: VI
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La raccolta ricostruisce le origini e i primi due secoli dell'organizzazione politica fiorentina, esaminando le istituzioni comunali, le trasformazioni determinate dalle rivolte interne e le diverse forme della repubblica. Analizza statuti, corporazioni d'arti e mestieri, norme civili e penali, e aspetti economici e amministrativi attraverso indagini documentarie e lezioni rielaborate in vari anni. L'autore cerca di individuare cause e periodizzazioni delle trasformazioni politiche, confronta documenti e studi recenti e solleva l'esigenza di un coordinamento erudito più ampio per comporre una storia civile completa.

Capitolo VI IL COMMERCIO E LA POLITICA DELLE ARTI MAGGIORI IN FIRENZE[337]

I

La fine del secolo XIII segna il principio d'un'era nuova nella storia dell'Italia e dell'Europa. Da Carlo Magno in poi v'era stato nell'Europa settentrionale un periodo di disordine politico, ma d'una cultura letteraria, che, poco studiata in passato, è stata oggi messa in grandissima luce dagli eruditi. La letteratura provenzale e cavalleresca; quei poemi che si dividono nei cicli di Carlo Magno e d'Arturo; i Nibelungen; le mille canzoni; le splendide cattedrali, che si trovano da un lato e l'altro del Reno, e costituiscono un'arte mille volte imitata, non mai superata; tutto ciò fu l'effetto d'una prima e grande cultura nel Medio Evo, alla quale l'Italia, per molto tempo, non partecipò. Nel settentrione d'Europa i vinti ed i vincitori s'erano piú facilmente mescolati fra di loro, e cosí vi poteron sorgere piú presto una letteratura ed un'arte nazionale. In Italia, invece, i vinti furono oppressi, ma non si confusero mai del tutto coi vincitori. Essi anzi, a poco a poco, cominciarono a risorgere ed a resistere. La prima storia dei Comuni è la conseguenza di questa lotta; laonde, nel tempo in cui la Francia cantava le sue canzoni ed i suoi poemi cavallereschi, l'Italia pensava solo a gettar le basi delle sue istituzioni politiche e della sua libertà.

Col principio del secolo XIV la scena si muta totalmente. Quelle letterature sono come colpite da subita decadenza, la fantasia e l'immaginazione settentrionale sembrano a un tratto inaridirsi. Comincia anche colà un lungo, lento e penoso lavoro per ordinarsi politicamente. Ed in questo momento, invece, essendo già costituiti i municipî italiani, sorge fra noi la letteratura nazionale, che, colla sua splendida luce, fa scomparire dall'orizzonte, e per molti secoli rende invisibili e dimenticate le altre letterature, che l'avevano preceduta. Ed è questo appunto il tempo in cui Firenze, che diviene il centro e la sede principale della nuova cultura italiana, trovasi governata dalle Arti Maggiori. L'Impero sembra abbandonare le sue pretensioni sull'Italia; il Papato, combattuto e indebolito, non osa piú comandare la società laica col medesimo ardire d'una volta; le lotte fra i vincitori ed i vinti son cessate, perché ogni differenza tra sangue germanico e sangue latino è del tutto scomparsa, ed in Italia non vi sono ora che Italiani.

Nel seno del Comune fiorentino, la lunga lotta della democrazia contro l'aristocrazia feudale, è vicina a cessare col trionfo della prima, e la Repubblica si può già chiamare una repubblica di mercanti, la quale in poco tempo, col suo commercio, accumula tesori che sembrano favolosi. Tutto parrebbe annunziare un'era novella di pace, di concordia e di prosperità. Ma invece, se noi gettiamo uno sguardo all'avvenire, vediamo che le discordie civili continuano ancora fieramente a lacerar la Repubblica; vediamo che, fra lo splendore delle Arti e d'un commercio fiorente, le istituzioni politiche decadono, e si cammina quasi fatalmente alla perdita della libertà. Per qual ragione, adunque, un municipio che, sorto nel principio del secolo XII, in mezzo a tante difficoltà, ha saputo continuamente progredire, comincia ora, fra tanta prosperità, a decadere? Per qual ragione le guerre civili durano ancora, quando sembra cessato ogni pretesto di discordia, con la vittoria del partito popolare, che ora ha in mano il governo? Noi troveremo la soluzione di questo problema, esaminando un poco piú da vicino le nuove condizioni della società fiorentina, specialmente le Arti maggiori e minori, che ne formano il nucleo e la forza principale.

Le Arti, costituite in associazioni, dopo avere piú volte variato di numero, furono in Firenze ventuna, sette maggiori e quattordici minori, sebbene spesso le dividessero ancora in dodici maggiori e nove minori. In ogni modo le prime ed assai piú importanti erano le seguenti:

  • 1. dei Giudici e Notai,
  • 2. di Calimala o dei panni forestieri,
  • 3. della Lana,
  • 4. della Seta o di porta S. Maria,
  • 5. dei Cambiatori,
  • 6. dei Medici e Speziali,
  • 7. dei Pellicciai e Vaiai.

La prima di esse, come ognun vede, è propriamente fuori dell'industria e del commercio, avvicinandosi assai piú alle professioni liberali. Pure è bene osservare, che i giudici ed i notai contribuivano allora moltissimo al progresso delle Arti, nelle quali venivano continuamente adoperati. Erano essi che, insieme coi Consoli, sedevano nella Corte o tribunale di ciascuna delle Arti, e decidevano tutte le liti commerciali che si presentavano; componevano i dissensi; pronunziavano o proponevano le pene. I notai poi erano piú specialmente destinati all'importante ufficio d'apparecchiare i nuovi Statuti ed a riformarli di continuo; essi ne sorvegliavano la esecuzione, stendevano i contratti, e nei maggiori e minori Consigli delle Arti, pigliavano spesso la parola in nome dei Consoli. I buoni giudici e buoni notai erano molto ricercati in Italia, e riccamente pagati, come un mezzo necessario di prosperità. Essi quindi divennero un'Arte delle piú autorevoli in Firenze, i cui notai avevano reputazione d'essere i piú abili nel mondo. Goro Dati, nella sua Storia di Firenze, dice di quest'Arte, che essa «ha un Proconsolo sopra i suoi Consoli, e reggesi con grande autorità, e puossi dire essere il ceppo di tutta la notaria, che si esercita per tutta la Cristianità, e, indi sono stati i gran maestri, autori e componitori di essa. La fonte dei dottori delle leggi è Bologna, e la fonte dei dottori della notaria è Firenze».[338] Nelle pubbliche funzioni il Proconsolo andava innanzi a tutti i Consoli, e veniva subito dopo il supremo magistrato della Repubblica. Capo dei giudici e notai, egli aveva come un'autorità giuridica su tutte le Arti.

Le quattro altre che seguono, cioè di Calimala, della Lana, della Seta e del Cambio, son quelle che avevano in mano la piú gran parte dell'industria e del commercio fiorentino. Esse erano molto antiche. L'Ammirato osserva che dei Consoli delle Arti è fatta menzione in un diploma del 1204, ma ne parlano anche documenti assai anteriori. Le Arti però, sebbene antichissime, ebbero un lungo periodo di lenta formazione, e vennero in fiore molto piú tardi, ciascuna in tempo diverso. Piú antiche e prime a progredire furon quelle di Calimala e della Lana, che si potrebbero quasi ritenere come un'industria sola, perché ambedue lavoravano panni di lana, e ne facevano largo commercio. Questo traffico però era fatto in modo affatto speciale da ciascuna di esse, ed acquistarono perciò tale e tanta importanza propria, che restarono sempre divise in due Arti separate.

Sino dai primi tempi del Medio Evo, gl'Italiani avevano avuto costumi e vivere piú delicato, e civile dei barbari, industrie assai piú avanzate. Un cronista citato dal Muratori, racconta che Carlo Magno, venuto in Italia, volle un giorno andare a caccia, e mandò a chiamare improvvisamente i suoi cortigiani, che si trovavano a Pavia. Ivi già i Veneti avevano cominciato a portare i preziosi prodotti dell'Oriente, e però i cortigiani poterono presentarsi all'Imperatore vestiti in grandissima gala. Andati a caccia, le penne e le stoffe preziose dei cortigiani furono dalla pioggia e dalle spine interamente sciupate; ma l'abito dell'Imperatore, ch'era d'una semplice pelle di capretto, rimase intatto. Laonde egli, rivolto ai suoi cortigiani, quasi deridendoli, disse: a quale scopo gettate voi cosí inutilmente il danaro, quando avete le pelli, che sono l'abito piú conveniente, piú resistente e meno costoso?[339] Si può certamente dubitare dell'autenticità storica di questo fatto; ma la narrazione del cronista proverebbe in ogni modo due cose: che nel secolo IX, cioè, l'uso di vestir pelli di capretto o agnello era cosí generale, che si poteva supporre non le sdegnasse un imperatore; e che, sebbene le industrie italiane fossero allora assai povere, pure già stoffe di lusso venivano dall'Oriente, per mezzo dei Veneti.

II

L'industria dei piú rozzi tessuti di lana però è cosí semplice, che non dovette tardare a risorgere in Italia, anzi non si può credere che andasse mai perduta del tutto. Sembra che i primi progressi si facessero imitando i piú semplici tessuti, che venivano dall'Impero d'Oriente, dove la cultura e l'industria si mantennero assai piú lungamente. Infatti, a questa origine accennano i nomi di quasi tutti i primi tessuti italiani, come Velum holosericum, Fundathum alithinum, Vela tiria, bizantina, Crysoclava, ecc.[340] Sebbene però l'arte di lavorare la lana abbia un'origine assai antica, e sia nota perfino ai popoli pastori, essa trovava in Italia gravi difficoltà al suo progresso. E la difficoltà principale stava nella cattiva qualità della nostra lana. Per migliorarla bisognava migliorare gli armenti, quindi la pastorizia e l'agricoltura. Ma i municipî italiani promossero con ogni piú gran cura l'industria; disprezzarono e spesso anche oppressero l'agricoltura. Gli artigiani formavano la repubblica, e la governavano; essi vinsero l'aristocrazia feudale e salirono ai piú alti onori; ma l'agricoltore, sebbene fosse in Toscana trattato assai meglio che altrove, rimase pur lungamente attaccato alla gleba, e non ebbe mai i diritti di cittadinanza. Da questo solo fatto si può immaginare il resto. Tutte le leggi, tutti i provvedimenti che risguardano l'industria sono pieni di senno e di preveggenza; tutti quelli che risguardano l'agricoltura sembrano dettati dal pregiudizio o dalla gelosia. In Toscana s'aggiungeva poi, per ciò che s'attiene alla pastorizia e quindi all'industria della lana, un paese montuoso, in cui allignano la vite e l'ulivo, vi si produce buonissimo grano, ma difettano i prati naturali o artificiali. Migliorare la qualità della lana, e crescerne la produzione, era dunque una impresa difficile assai. Onde è che i Fiorentini arrivarono subito a fare quei tessuti di lana, che chiamavano pignolati, schiavini, villaneschi; ma con questi panni, i cui nomi indicano abbastanza la loro qualità, non potevano fare che un commercio assai ristretto, nel contado o poco lungi dai confini della Repubblica. E quando volevano migliorarli, allora incominciavano le gravi difficoltà. Provarsi a lavorare tessuti fini con lana grossa, era un'impresa che non poteva metter conto per nessun verso; far venire lana forestiera da lontani paesi, non era facile nei tempi in cui l'industria ed il commercio erano ancora in sul nascere: la spesa del trasporto avrebbe mangiato il guadagno. Eppure fu nel superare tutte queste gravi difficoltà, che i Fiorentini cominciarono a dar le prime prove del loro genio industriale.

Nella Fiandra, nell'Olanda e nel Brabante la lana era d'assai migliore qualità, e l'arte di tesserla v'è cosí antica, che la sua origine, come quella dei tessuti di lino nella Germania settentrionale, si perde quasi nei tempi che si possono chiamare anti-storici. Se non che, nonostante la buona qualità della materia prima, questi panni erano assai grossolani, e venivano in commercio intonsi, non raffinati, tinti con colori di pessimo gusto e poco duraturi. Pensarono allora i mercanti fiorentini di portarli a Firenze, per raffinarli e tingerli. Cosí nacque l'arte di Calimala o Calimara.[341] Dalla Fiandra, dall'Olanda e dal Brabante cominciarono a partire le balle, che chiamavano torselli, di panni franceschi o oltramontani, e venivano a Firenze, dove erano cardati, cimati, affettati, tagliati. Con queste prime operazioni si levava destramente quella peluria, che li rendeva grossolani, e si ritrovava un tessuto di lana piú fina assai che l'italiana, e cosí facilmente si poteva dare un colore finissimo, nel quale i Fiorentini cominciarono subito a dimostrare un gusto che superava tutti. Stirati, cilindrati e ripiegati, questi panni ritornavano nel commercio, con ben altra forma e di ben altro valore. Dapprima molto ricercati in Italia, andarono poi in Oriente, dove erano cambiati con droghe, colori ed altri prodotti dell'Asia. E finalmente, perfezionandosi sempre, arrivarono in Francia, in Inghilterra, negli stessi mercati, donde erano la prima volta partiti, e dove si mutavano con altri panni da raffinare. In questo modo, non solamente si sopperiva alla mancanza della materia prima, ma il lavoro straniero contribuiva al guadagno fiorentino. Con un numero di braccia non molto grande, si faceva un commercio estesissimo, ed occupando la popolazione in questi lavori di ultimo raffinamento, si spingeva innanzi l'Arte di Calimala, la quale doveva poi, nel suo cammino, tirarsi dietro inevitabilmente anche quella della lana.[342]

Questa infatti, spinta dall'esempio e dall'amor del guadagno, faceva ogni opera per migliorare. Ed al suo maggiore progresso contribuirono del pari gli sforzi dei privati e gli accorti provvedimenti della Repubblica. V'era allora in Italia un Ordine religioso detto degli Umiliati, la cui prima origine si dovette ad alcuni esuli lombardi, che, nel 1014, confinati da Arrigo I nella Germania settentrionale, v'avevano appreso l'arte quivi antichissima del tessere la lana. Costituitisi poi in devota società, s'erano dati a vivere col lavoro delle proprie mani, e dopo cinque anni tornarono in patria associati ed industriosi. E cosí, mantenendosi laici, durarono sino all'anno 1140, quando pensarono di formare un Ordine religioso, che venne piú tardi approvato da papa Innocenzo III. I sacerdoti allora non lavorarono piú colle proprie mani; ma amministrarono e diressero l'industria, che venne continuata dai laici, sotto la direzione del mercatore, e andò sempre perfezionandosi. Era naturale che uomini culti, i quali avevano il loro Ordine sparso in varie province, datisi a diriger una industria, la sapessero far progredire. Essi infatti s'andarono acquistando tale e tanta reputazione d'abili amministratori, che noi li troviamo impiegati a Firenze ed altrove come camarlinghi dei Comuni, come fornitori degli eserciti in tempo di guerra. Ovunque si trasferiva una casa del loro Ordine, ivi subito si vedeva nel paese progredire l'arte della lana. Ed è perciò che la repubblica fiorentina, provvida sempre quando si trattava del suo commercio e della sua industria, invitò i frati Umiliati a portar presso Firenze una delle loro case, le quali essa riteneva come grandi scuole industriali.

Gli Umiliati vennero adunque nel 1239, e si fermarono a poca distanza dalla Città, nella chiesa di S. Donato a Torri, che fu loro concessa. E gli effetti furono quali s'erano preveduti. In poco tempo essi divennero uno dei centri principali dell'industria fiorentina, in modo che le maestranze si dolevano della loro lontananza, e li sollecitarono a venire ancora piú presso alle mura. Nel 1250 ottennero case e terre nel popolo di S. Lucia sul Prato, con esenzione dalle gravezze sui loro beni, il che i Fiorentini solevano concedere a chiunque sapeva portare nella Città una nuova industria. Nel 1256 fondarono la chiesa e convento di S. Caterina in Borgo Ognissanti, ove posero la loro insegna, che era una balla di lana, legata con funi a forma di croce. E da questo momento l'Arte della lana fece in Firenze grandissimo progresso; i panni fiorentini cominciarono a vincere gli altri in tutti i mercati d'Europa. Si cercò di migliorare la materia prima, se ne raffinò moltissimo la lavorazione, e si fecero venire le lane piú fini di Tunisi, Barberia, Spagna, Portogallo, Fiandra, e finalmente anche dell'Inghilterra. Cosí s'apri un commercio vastissimo, e s'accumularono tali ricchezze, che l'Arte della lana emulò e vinse perfino quella di Calimala. Esse divennero come due grandi potenze commerciali in Europa, e ciò che avevano una volta deliberato in Firenze, la Repubblica non osava contrastarlo.[343]

Giovanni Villani, nella preziosa statistica, che ci ha lasciato di Firenze nell'anno 1338, dice che le botteghe della lana erano duecento o piú, e facevano da 70 ad 80 mila panni del valore d'un milione e duecento mila fiorini, di cui «bene il terzo rimaneva nella terra per ovraggio, senza il guadagno de' lanaiuoli del detto ovraggio, e viveanne piú di trentamila persone». L'incremento dell'industria s'era ottenuto assai piú col perfezionare la mano d'opera; che coll'aumentare la quantità della produzione. Lo stesso Villani osserva che, trenta anni prima, cioè nel 1308, il numero delle botteghe era maggiore, arrivando esse fino a 300, che facevano 100,000 panni: «ma erano piú grossi e della metà valuta, perocché allora non ci entrava e non sapevano lavorare lana d'Inghilterra, come hanno fatto poi».[344] Cosí è chiaro, che il primo progresso dell'arte, cominciato nel secolo XIII per opera degli Umiliati, si compié nel XIV per l'introduzione delle lane inglesi.

Nello stesso anno 1338 l'Arte di Calimala aveva in Firenze venti fondachi, «che facevano venire per anno piú di dieci mila panni, di valuta di trecento migliaia di fiorini, che tutti si vendevano in Firenze, senza quelli che si mandavano fuori di Firenze».[345] La perizia raggiunta da quest'Arte nel raffinare e colorire era grandissima, massime nel dare la tinta ai panni rosati, de' quali si faceva in Firenze larghissimo uso, perché di esso soleva formarsi il lucco fiorentino, che doveva esser portato da chiunque entrava nel Palazzo, a sedere nei magistrati o nei Consigli della Repubblica. Queste due Arti s'erano poi diviso il lavoro per modo, che l'una non invadesse il dominio dell'altra. Gli Statuti vietavano assolutamente all'Arte di Calimala di tingere altro che panni forestieri; l'Arte della lana aveva i suoi propri tintori, che formavano come un'altra associazione sottoposta ad essa. E questi tintori sodavano, cioè davano garanzia all'Arte della lana per 300 fiorini, somma da cui si cavavano le penali, ogni volta che si scopriva una macchia o si trovava un colore falso. Su di ciò gli officiali delle Arti erano d'una severità senza pari. Tutto, come già vedemmo, veniva minutamente esaminato, e la piú piccola magagna, sia nel colore, sia nella qualità e nella misura della stoffa, era soggetta a pene gravissime. Queste grandi Arti fiorentine costituivano assai spesso piú che un'industria sola, un insieme numeroso di mestieri diversi, e ciò può dirsi specialmente di quella della lana, che andava dal cardare la materia prima fino al tingere e raffinare i piú costosi tessuti. E cosí, quando l'Arte poteva essa stessa compiere ogni lavoro di cui aveva bisogno, e i mestieri destinati ad uno scopo comune erano fra loro collegati, essi non si potevano osteggiare col crescere i prezzi l'uno a danno dell'altro. L'Arte della lana aveva per insegna un agnello con una bandiera (Agnus Dei), e quella di Calimala, un'aquila rossa sopra un torsello bianco, legato a piú giri.

Per tutto il secolo XIV e per buona parte del XV, queste due Arti andarono migliorando, e mantennero il loro primato nei mercati d'Europa. Ma si trovavano pur sempre in una condizione difficile, non essendo mai riuscite a produrre in Italia tutta quanta la materia prima di cui abbisognavano, né avendo le braccia necessarie a compiere tutto il lavoro che occorreva al loro commercio. Diffondere l'industria nei vicini paesi, nelle sottoposte città, era cosa che le idee economiche e politiche del Medio Evo non consentivano. L'industria era allora la maggior forza e potenza sociale dei Comuni, e quindi ognuno di essi voleva mantenerla tutta a proprio vantaggio, e gli Statuti avevano mille prescrizioni dettate da questa cieca gelosia. Per tali ragioni i Fiorentini, seguendo il sistema di fare essi i lavori piú fini e lucrosi, avevano aperto fabbriche pei lavori piú grossolani e di preparazione, là dove si trovavano le migliori lane, in Olanda, cioè, nel Brabante, nella Francia e nell'Inghilterra. Ed anche in queste fabbriche avevano cura, che la parte piú intelligente e lucrosa del lavoro fosse condotta sempre da braccia fiorentine. Nelle loro cronache troviamo, che essi tenevano allora sugli stranieri quel linguaggio medesimo, che gli stranieri tengono oggi su di noi: deridevano l'inerzia e la dappocaggine dei settentrionali, che in propria casa si lasciavano strappar di mano il guadagno. Ma un tale stato di cose non poteva durare a lungo. Fino da tempi assai antichi i Fiamminghi s'erano dimostrati sempre uomini industriosi; i Francesi e gl'Inglesi, ben presto non furon da meno. A poco a poco essi aprirono gli occhi, ed i Fiorentini videro sorgere all'estero, accanto alle loro, nuove fabbriche, che cominciavano ad emularli, e si dovettero accorgere, che, contro ogni loro desiderio, avevano diffusa fra gli stranieri l'arte di cui volevano far monopolio. Né ciò era tutto. Una volta scaltriti, gli stranieri cercarono d'impedire l'estrazione delle loro lane, dei loro panni intonsi, o sia non ancora raffinati; e cosí, sin dalla fine del XV secolo, cominciò a fare Arrigo VII d'Inghilterra. Allora fu inevitabile la decadenza delle Arti della Lana e di Calimala in Firenze. Fortunatamente però, prima che ciò avvenisse, già l'industria della seta aveva preso nel commercio fiorentino quella importanza che le altre due andavano perdendo.

Ognuno conosce come il lavoro della seta, antichissimo in Oriente, sia cominciato assai tardi in Occidente. I Romani ricevevano dalla Persia, dall'India e dalla China alcuni drappi di seta, che pagavano a carissimo prezzo; conoscevano alcuni bruchi, col bozzolo de' quali facevano tessuti molto pregiati; ma il baco da seta restò ignoto in Italia fino al Medio Evo assai inoltrato, e la storia della sua introduzione in Occidente, non è sicuramente nota in tutti quanti i suoi particolari. Si racconta che, nel sesto secolo dell'era volgare, due monaci persiani riuscirono ad introdurre il seme dei bachi da seta nell'interno dei loro bastoni, e, viaggiando, poterono, cosí custodito, portarlo infino a Costantinopoli, dove insegnarono l'arte d'allevare i bachi. In tal modo sarebbe cominciato, la prima volta, a diffondersi nelle province dell'Impero bizantino l'industria della seta, che gli Arabi, i Musulmani diffusero poi nella Grecia ed in Sicilia. Quando Ruggiero II, conte di Sicilia, conquistò le isole dell'Arcipelago, e, tornando a Palermo, vi portò numerosi prigionieri (1147-48), questi fecero assai progredire quell'industria nell'isola. Di là passò facilmente in Lombardia ed in Toscana; ma prima si fermò e perfezionò a Lucca, essendo i Fiorentini tutti ancora dediti ai ricchi guadagni della lana. I Consoli dell'Arte della seta o di Por S. Maria, come la chiamavano a Firenze dal luogo ove risiedeva, trovansi insieme cogli altri menzionati nei trattati; ma se anche quest'arte è molto antica, certo è che cominciò a fiorire assai piú tardi. È notevole che Giovanni Villani, il quale, all'anno 1338, ci dà un ragguaglio minutissimo dell'industria e del commercio fiorentino, non accenni punto all'Arte della seta, il che farebbe credere, che in quel tempo non avesse ancora molto progredito.[346]

Noi sappiamo che, quando Uguccione della Faggiola assediò e prese Lucca (1314), i profughi di questa città diffusero in Lombardia, nel Veneto, in Toscana i perfezionamenti della seta, ed a Firenze la trovarono cosí poco avanzata, che da parecchi cronisti i Lucchesi furono tenuti come quelli che primi ve la introdussero. Tuttavia per molti anni ancora l'industria si continuò ad esercitare, facendo venire dall'Oriente la materia prima. Ma quando l'Arte della lana cominciò inevitabilmente a decadere, allora tutto l'ardore di Firenze si rivolse alla seta, e i progressi furono rapidissimi. Nei primi anni del secolo XV, Gino Capponi, quel medesimo che era commissario all'assedio di Pisa, insegnò ai Fiorentini l'arte di filar l'oro, che essi avevano sino a quel tempo fatto venire da Colonia o Cipro, per tesserlo colla seta. E cosí cominciarono quei finissimi broccati d'oro e d'argento, nei quali, gareggiando l'industria col genio artistico, i Fiorentini furon subito senza rivali. I mercati, donde erano cacciati i pannilani, vennero subito riconquistati dai drappi di seta e dai broccati. Nella seconda metà del secolo XV troviamo, infatti, che Benedetto Dei, mercante della compagnia dei Bardi, scriveva ai Veneziani una lettera, nella quale, lodando le glorie e la grandezza del commercio fiorentino, diceva: «Noi abbiamo due Arti piú degne e piú magne, che non ha la vostra città di Vinegia, per ognun quattro». E continuava presso a poco cosí: «I nostri panni di lana vanno a Roma, a Napoli, in Sicilia, in Morea, Costantinopoli, Bursia, Pera, Gallipoli, Scio, Rodi, Salonicco. Dappoi di seta e broccati d'oro ne facciamo piú che Vinegia, Genova e Lucca insieme, e lo vedete a Lione, Brugia, Londra, Anversa, Avignone, Provenza, Ginevra, Marsiglia, dove sono case, banchi e fondachi».[347] Da questa lunga enumerazione di città si vede chiarissimo, come, al tempo del Dei, i panni di lana, padroni ancora dell'Oriente, erano stati cacciati dai mercati principali dell'Occidente, dove era già entrata la seta; e cosí le due Arti si dividevano fra loro il commercio, una nell'Oriente, l'altra nell'Occidente. V'erano allora in Firenze, secondo il medesimo Dei, 83 botteghe che facevano i drappi di seta, oro e argento, che chiamavano damaschini, velluti, rasi, taffetà, maremmati, ed erano tessuti con seta, la quale in gran parte continuava ancora a venire dall'Oriente, sopra le galee fiorentine.[348] Questa industria è una di quelle che piú lungamente si mantennero vive in Firenze ed in Italia, dove anche oggi la seta rappresenta uno dei nostri piú ricchi prodotti. Se non che, allora il guadagno maggiore veniva dal lavoro, ed oggi invece assai spesso mandiamo fuori la materia prima, per ripagarla a mille doppi, quando torna lavorata dalla mano straniera. Allora ci venivano di fuori la lana e la seta, e si mandavano panni e broccati italiani; oggi mandiamo invece non piccola parte della nostra seta a Lione, per riceverne le stoffe. E cosí altre non poche delle nostre materie prime, che potremmo e dovremmo noi stessi lavorare, vanno nelle officine straniere.

III

Ma v'era un'altra industria, che si può dire quasi tutta opera dell'ingegno e dell'attività umana, e nella quale i Fiorentini furono davvero i primi nel mondo. Dal cominciare del secolo XIII a tutto il XV, l'Arte del cambio fu per eccellenza un'arte fiorentina. Avendo, colle loro industrie, esteso le proprie relazioni in tutti quanti i mercati d'Oriente e d'Occidente, vi facevano naturalmente girare moltissimo oro. Era quindi naturale, che se un mercante d'Anversa o di Bruges voleva mandar denaro in Italia a Costantinopoli, non trovasse modo piú semplice e sicuro, che rivolgersi ad uno dei mercanti fiorentini, che si trovavano nel suo proprio paese. Essi comperavano colà la lana o i panni intonsi, che, raffinati a Firenze, tornavano novamente nel settentrione d'Europa, o andavano a Costantinopoli, a Caffa, alla Tana, dove si cambiavano con seta, colori, spezierie. Il mandar quindi una somma qualunque da un paese all'altro del mondo allora conosciuto, costava loro poco piú che una semplice lettera, e guadagnavano per ogni verso. Ricevevano un aggio sul denaro, e, trasmettendolo in mercanzia, vi facevano un secondo guadagno. Se, invece, un Fiorentino voleva mandare a Londra la somma di 100 fiorini, egli trovava subito a pochi passi il mercante di Calimala o di Por S. Maria, che, scrivendo ai suoi corrispondenti in Lombard Street, la faceva pagare. E queste che si chiamarono lettere di cambio, furono una delle invenzioni piú utili ai progressi del commercio moderno. Si è molto discusso per sapere chi fu primo a fare una tale scoperta. Alcuni r attribuiscono agli Ebrei, raminghi e perseguitati in Francia ed Inghilterra; altri ne danno il merito, assai piú tardi, agli esuli guelfi di Firenze nel secolo XIII. Ma è molto difficile indovinare il primo autore di questa che non può veramente dirsi scoperta, perché si presenta all'uomo cosí naturalmente, che esempî se ne possono trovare anche in un'assai remota antichità. Ciò che costituisce la vera importanza della lettera di cambio, non è già la sua prima invenzione, ma il suo carattere legalmente stabilito, la sua diffusione, i mille usi diversi che se ne possono fare, per trasmettere con rapidità, ed accrescere il capitale. In ciò nessuno precedette e nessuno superò mai i Fiorentini di quel tempo, che in tali operazioni furono maestri inarrivabili.

Gli esuli guelfi, andando nel secolo XIII, raminghi pel mondo, riannodarono le già vaste relazioni commerciali di Firenze, fondarono molte banche per tutto, dettero un grandissimo impulso all'Arte, e furono quindi creduti inventori della lettera di cambio, cui avevano dato larga diffusione e nuova importanza. Non v'è sottile ed ingegnoso trovato, per moltiplicare il danaro col danaro, facendolo girare d'un mercato all'altro, là dove la scarsità n'era maggiore, e però maggiore l'aggio e l'interesse che si pagava; non v'è quasi operazione complicata e difficile dei nostri banchieri moderni, che i Fiorentini non avessero già trovata. Quando la Repubblica doveva fare un debito, essa iniziava coi banchieri fiorentini tutte quelle medesime pratiche, e nel medesimo modo, che si usan oggi, perché ad essi non era ignota nessuna delle vie di guadagno. E quando da questi debiti riuniti si fece il Monte Comune, che, consolidando il capitale, pagava la rendita, allora i luoghi di Monte, che oggi si direbbero le azioni del debito pubblico, si negoziavano come ora per l'appunto. Noi troviamo i mercanti fiorentini, sotto le Logge di Mercato Nuovo, scommettere sull'alzare e ribassare della rendita, come ai nostri giorni si fa alla Borsa delle grandi città.[349] E tutti questi guadagni divenivano anche maggiori in un tempo nel quale l'interesse legale andava dal 10 al 20 per cento, né molti si facevano scrupolo di portarlo, con contratti fittizi, fino al 40. Fissavano l'interesse legale ad una scadenza, alla quale sapevano di non potere essere pagati, e passata questa, pigliavano, sotto pretesto di pena e di risarcimento convenuto, il 40.

Importa notare, che tutte queste operazioni dei banchieri fiorentini venivano molto aiutate dalla buona qualità della loro moneta, nel coniare la quale la Repubblica ebbe sempre di mira il vantaggio maggiore del commercio. A questo fine, l'anno 1252 fu battuto il fiorino d'oro di ventiquattro carati, con l'immagine di S. Giovanni da un lato, il giglio di Firenze dall'altro; e per la bontà della lega e della sua coniazione, ebbe subito corso in tutti quanti i mercati, non solo d'Europa, ma anche d'Oriente. Otto di essi pesavano un'oncia, ed ognuno valeva circa 12 delle nostre lire. Ma i Fiorentini solevano fare i loro conti in lire soldi e danari. La lira d'argento, moneta allora di convenzione, era divisa in 20 soldi, il soldo in 12 danari. Il fiorino variò assai poco, ma la lira, sia per la maggiore mutabilità nel valore dell'argento, sia per altre ragioni, variò di continuo, e cosí la troviamo in proporzione sempre diversa col fiorino. Nel 1252 questo era eguale alla lira, e com'essa diviso perciò in 20 soldi; nell'82 era già di 32 soldi; nel 1331 di 60 soldi o sieno tre lire, e sempre mutando, giunse nel 1464 a valere lire quattro e soldi 8.

I Fiorentini avevano esperimentato di che grande vantaggio fosse al proprio commercio, avere una moneta universalmente ricercata in tutti quanti i mercati, in cui mandavano i loro prodotti. Ma quando, nel principio del secolo xv, i loro traffici s'estesero assai piú nell'Oriente, essi vi trovarono i Veneti, il cui ducato d'oro, alquanto piú largo e di maggior peso del fiorino, era già in corso per tutto. Fu per questa ragione, che nel 1422 deliberarono la coniazione del loro secondo fiorino, uguale di peso, grossezza e valore al ducato veneziano, per poterlo facilmente barattare con esso. E perché esso era destinato ad andar sulle galee in Oriente, ed era anche piú largo, lo chiamarono fiorino largo o di galea, distinguendolo cosí dal piú antico, che chiamarono di suggello. Nel 1471, i due fiorini si riunirono di nuovo in uno, tornando all'antico, che durò fino al 1530, quando valeva sette lire, e allora venne temporaneamente abolito.[350] Noi abbiamo, adunque, per qualche tempo, due fiorini diversi; il valore della lira, che muta d'anno in anno; e se a questo aggiungiamo, che fra il valore dell'argento e dell'oro ai nostri tempi ed in quelli della Repubblica, passa una differenza non piccola, sulla quale gli economisti non poterono mai venire d'accordo, comprenderemo tutta la difficoltà di far calcoli sicuri, che, determinando con precisione il prezzo delle cose, abbiano un significato per noi chiaramente intelligibile. Vi sono scrittori, i quali pretendono che una medesima quantità di oro non valesse allora piú del doppio di quel che vale oggi; altri arrivarono, esagerando, a farla valere fino a 40 volte di piú. Il Sismondi crede che, nei secoli XIV e XV, l'oro valesse quattro volte piú di quello che vale oggi. In ogni modo il fiorino o zecchino, come lo chiamarono piú tardi, vale circa 12 delle nostre lire. Resta però sempre incertissima la differenza nel valore dell'oro. Quando poi gli scrittori antichi ci parlano di lire, è necessario ricordarsi che esse mutavano sempre, e che non si può fare un calcolo neppure approssimativo, se non sappiamo di quale anno si discorre.

Ma tornando ora all'Arte del cambio, dobbiamo ricordare ciò che piú volte dicemmo, e cioè che, oltre le estese relazioni commerciali, gli accorti provvedimenti della Repubblica e l'attività singolare dei cittadini, v'era un'altra condizione che contribuí moltissimo al rapido incremento dei banchieri fiorentini, e questa fu la loro vicinanza a Roma. Le rendite della Santa Sede e de' suoi prelati, sparse per tutta la Cristianità, da ogni dove affluivano nella Città Eterna. Ivi erano i grandi prelati, vescovi e cardinali, i cui ricchi benefizi si trovavano in Oriente ed in Occidente; ivi da ogni parte della terra conosciuta arrivavano l'obolo di S. Pietro e le offerte dei credenti, ricchissime in un tempo di fede e di fanatismo religioso. I Fiorentini col loro grande acume, s'avvidero subito, che il divenire banchieri del Papa era un grosso affare: la piú gran quantità di capitali circolanti nel mondo, sarebbe passata per loro mani. Ed a questo scopo rivolsero, fin dal principio, tutta quanta la loro tenace volontà. Se noi li vediamo in condizioni, in tempi diversissimi, restar sempre guelfi, e ritener questo nome ancora quando aveva perduto il suo significato, dobbiamo non solo alle ragioni politiche, ma anche alle ragioni commerciali dare non piccolo peso. Trovandosi nel centro d'Italia, vicini a Roma, essi dovevano lottare principalmente con i Senesi ancora piú vicini alla Eterna Città. Perciò li vediamo subito in guerra e gelosia con questi, che furono poi vinti dalle armi e dalle relazioni molto piú estese del commercio fiorentino. Dalle lettere di Gregorio IX si vede, che sin dal 1233 i Toscani rimettevano al Papa danari da piú parti del mondo; e a poco a poco il monopolio di questi affari s'andò restringendo sempre piú nelle mani dei Fiorentini. Quando la Sede pontificia si trasferí da Roma ad Avignone (1305), per ritornare piú tardi novamente a Roma, vi fu, per ben due volte, un grandissimo spostamento d'interessi, un gran movimento di capitali, grandi rimesse di danaro, e fu quello secondo i piú autorevoli scrittori, il tempo e l'occasione in cui i Fiorentini da appaltatori delle rendite papali, divennero anche i principali banchieri di Roma. Da quel momento la loro fortuna fu fatta, i piú grossi affari bancari d'Europa vennero nelle loro mani, ed essi acquistarono tanta reputazione, che in faccende di denaro tutti ricorrevano al loro aiuto ed ai loro consigli.

Noi li vediamo chiamati a dirigere le zecche, ad ordinare i pesi e le misure in vari Stati d'Europa. Nel 1278 una convenzione tra il re di Francia e le Universitates dei Lombardi e dei Toscani, chiama gli uni e gli altri a trovar danari per quel governo. Nel 1306 un decreto del popolo modenese, per la medesima ragione, si rivolgeva ai notai e banchieri fiorentini. E quando nel 1302 il re di Francia, non avendo denari per fare la guerra, si decise ad alterare piú volte la moneta, quel funesto consiglio non si seppe attribuire ad altri, che a due Fiorentini, Bicci e Musciatto Franzesi, che furono perciò severamente biasimati dai loro concittadini, molti dei quali vennero nel proprio commercio rovinati da quella falsificazione. Ogni volta che i re di Francia si decidevano ad una grossa guerra, eran come costretti ad assicurarsi prima il concorso di qualche noto banchiere fiorentino, per sostenerne le spese. Alcuni di questi erano allora quel che sono oggi i Rotschild in Europa, e le fortune che accumulavano, sembrano anche a noi favolose. Nel 1260 i Salimbeni prestarono ai Senesi 20 mila fiorini. I Bardi ed i Peruzzi li troviamo nel 1338 creditori del re Edoardo III d'Inghilterra per un milione e trecentosessantacinquemila fiorini, il che, senza tener conto d'alcuna differenza nel valore dell'oro, risponderebbe a circa sedici milioni delle nostre lire; e tenendo conto di questa differenza, secondo i computi del Sismondi, s'arriverebbe a 64 milioni. Il Pagnini aggiunge una nota di molti altri prestiti, che ammontano ad un totale davvero straordinario. Nel 1321 i Peruzzi avevano col solo Ordine dei Gerolosomitani un credito di 191,000, ed i Bardi ne avevano un altro di 133,000 fiorini. La casa di Tommaso di Carroccio degli Alberti e suoi parenti aveva nel 1348 banchi in Avignone, Brusselle, Parigi, Siena, Perugia, Roma, Napoli, Barletta, Costantinopoli, Venezia.[351] E Filippo di Commines, nella fine del secolo XV, affermava che Edoardo IV d'Inghilterra dovette il suo trono all'aiuto dei banchieri fiorentini.

L'Arte del Cambio era assai antica in Firenze, i suoi Consoli si trovano al pari degli altri nominati nei documenti; abbiamo una copia de' suoi Statuti del 1299 (1300 s. n.), i quali si riferiscono ad un'altra redazione del 1280, che neppur essa era la piú antica. Quest'arte fiorí e decadde insieme col commercio fiorentino; si esercitava in Mercato Nuovo, dove erano le sue botteghe con banco o tavolello, la borsa del danaro ed il libro. Tutti gli affari dovevano essere conclusi nella bottega, notati a libro, sotto gravi pene per ogni infrazione; né si poteva esercitare l'arte, senza essere scritti nella matricola, il che si otteneva solamente dopo aver dato in essa prove di capacità e di onestà, e dopo averne giurato gli Statuti. Nel 1338 questi banchi di cambiatori erano circa 80, e si battevano in Firenze da 350 a 400 mila fiorini d'oro.[352] Nel 1422 erano invece 72 e si calcolava, che in Firenze vi fosse un capitale circolante di 2 milioni di fiorini, senza mettere in conto alcuno il valore delle mercanzie.[353] Nel 1472, parte perché incominciavano i primi segni della decadenza del commercio, e parte perché esso s'era andato accumulando in un numero sempre minore di case, i banchi erano già ridotti a 33,[354] e tuttavia il cronista Benedetto Dei ancora scriveva con orgoglio, che questi banchieri facevano affari per Levante e per Ponente, «et i Venetiani e Gienovesi lo sanno benissimo, e cosí lo sa la Corte di Roma».[355] Essi erano conosciuti per tutto col nome di cambiatori, prestatori, usurai. Toscani, Lombardi, e insieme cogli altri Italiani, occupavano una intera strada a Parigi ed a Londra.

IV

Per compiere la serie delle Arti Maggiori, dobbiamo ora accennare a quelle dei medici e speziali, dei pellicciai e vaiai, specialmente alla prima. Sebbene di minore importanza commerciale di quelle finora ricordate, pure esse contribuirono assai ad aprire alla Repubblica il commercio dell'Oriente, donde venivano quasi tutte le droghe e spezierie, e non meno di 22 qualità diverse di pelli, molte delle quali, d'animali assai rari, erano fra i piú costosi oggetti di lusso. E sotto tale aspetto acquistarono anche queste Arti grande importanza, giacché il commercio dell'Oriente è stato sempre per tutti, ma per l'Italia specialmente, la principale sorgente di ricchezze. Esso alimentò la gran fortuna dei Veneti; esso aveva arricchito Amalfitani, Genovesi, Pisani; e però ad esso avevano sempre mirato i Fiorentini, che arrivarono all'auge della loro ricchezza solo quando poterono mandar galee nel Mar Nero, ed ebbero franchigie al pari dei Veneti, in Egitto, a Costantinopoli, in Crimea. Ma questo che, per molto tempo, fu il loro scopo principale, non venne cosí presto raggiunto: dovettero lottare per quasi tutto il secolo XIV.

E le lotte che i Fiorentini sostennero per diffondere sempre di piú il loro commercio, hanno molta importanza in tutta quanta la storia della Repubblica, perché ci fanno conoscere non solo i progressi della loro ricchezza, ma anche i moventi principali della loro politica. Infatti, dopo vinte le prime battaglie contro i baroni del contado, che per ogni dove li circondavano, essi mirarono subito ad assicurarsi il commercio colla Lombardia. Uno dei loro primi trattati fu cogli Ubaldini signori di Mugello, per aprire questa via alle loro mercanzie; e subito dopo fecero trattato coi Bolognesi (1203). Ma coll'andare del tempo questi ultimi, profittando della loro posizione, aggravarono le imposte sul passaggio, divenuto continuo, delle mercanzie dei Fiorentini, i quali allora, senza perdersi d'animo, fecero trattato con Modena, aprendo altra via al loro commercio, il che obbligò i Bolognesi a tornare agli antichi patti. Nel 1282, in occasione della guerra contro Pisa, fecero trattati che assicuravano il passaggio libero alle loro mercanzie per Lucca, Prato, Pistoia, Volterra, e cosí cominciarono a dominare il commercio di Toscana. Quasi tutte le loro guerre muovono da ragioni commerciali, e finiscono con trattati commerciali. Essi trattano nel 1390 con Faenza, Ravenna, e a poco a poco, con la piú parte delle città d'Italia.[356]

Questo continuo crescere del commercio dei Fiorentini sul continente, rendeva sempre maggiore e piú insistente il bisogno d'avere uno sbocco libero al mare. Ma sia che mirassero a Porto Pisano, sia che mirassero a Livorno, i due soli porti agevoli al loro commercio, dovevano sempre passare per Pisa, repubblica vicina, potente e rivale. Se essi s'erano fatti padroni di quasi tutto il commercio toscano per terra, i Pisani erano invece padroni del mare, e non volevano quindi lasciare opportunità d'impadronirsene ad un popolo cosí energico ed industrioso, come erano i loro vicini e rivali. Per raggiungere il loro scopo, ai Pisani bastava mettere forti tasse sul passaggio delle merci dei Fiorentini, ai quali, in questo caso, non restava altro rimedio che la forza delle armi. Quindi l'occasione a guerre continue, l'eterna rivalità delle due repubbliche. Nel 1254, dopo la presa di Volterra, colle minacce di un esercito vittorioso, i Fiorentini obbligarono i Pisani a concedere libero passaggio alle loro merci, e cosí nel '73, '93, nel 1317, e '29 li obbligarono a confermare i medesimi patti, il che questi fecero sempre di mala voglia, e solo per evitare la guerra, o dopo una battaglia perduta.

Intanto i Fiorentini continuavano a spingere sempre piú oltre le loro mercanzie in Oriente, dove facevano nuovi trattati. Il che da un lato cresceva in essi il bisogno d'aver libero il mare, e dall'altro ridestava sempre piú la gelosia dei Pisani. Il Pagnini, nella sua opera sulla Decima, ha pubblicato la Pratica della mercatura, composta, nella prima metà del secolo XIV, da Balducci Pegolotti, agente della compagnia dei Bardi. Quest'opera che, dopo il Milione di Marco Polo, è una delle piú importanti a farci conoscere i viaggi ed il commercio degl'Italiani in Oriente, ci dà minutissimi ragguagli specialmente sul traffico de' Fiorentini. Da ciò che il Pegolotti dice di sé stesso, noi possiamo argomentare che cosa facevano tutti i suoi concittadini. Per essi, egli riusciva nel 1315 ad ottenere in Anversa e nel Brabante franchigie simili a quelle che già godevano i Genovesi, i Tedeschi e gl'Inglesi. Andò poi in Oriente, dove vide che a Cipro solo i Bardi ed i Peruzzi pagavano sulle mercanzie il 2 per cento d'entrata e uscita, al pari di tutti i Pisani; gli altri Fiorentini dovevano pagare il 4 per cento, o adoperarsi a passar per Pisani, e questi allora, con mille angherie, li trattavano peggio che schiavi o giudei. Sdegnato il Pegolotti per tali fatti, sebbene fosse della compagnia dei Bardi, pure s'adoperò molto, e riuscí a fare estendere le medesime franchigie a tutti i Fiorentini (1324). Cosí essi, aiutandosi a vicenda, coll'attività dei privati non meno che del governo, continuavano sempre i loro progressi in Oriente, ed i Pisani sempre piú se ne ingelosivano. Nel 1343 questi vollero infatti limitar la franchigia concessa alle merci fiorentine, decidendo che solo fino al valore di 200,000 fiorini potessero passar libere per la loro città; il resto doveva pagare due soldi per lira, cioè il 10 per cento. Ai Fiorentini non restava allora che o far la guerra, o abbandonare la via di Pisa, se trovavano il modo. E per mostrare che il loro commercio non era poi davvero dipendente dai Pisani, prescelsero il secondo partito. Fecero quindi un trattato coi Senesi, col quale ebbero da essi Porto Talamone, dove con grandissima spesa, e superando molte difficoltà, riuscirono finalmente a fare un grande emporio delle loro mercanzie. La via per giungervi era assai lunga e scomoda; ma i Pisani dovettero subito accorgersi, che ad essi ne seguiva un danno maggiore di quella che recavano ai Fiorentini; e che se potevano dar loro noia, non era in alcun modo sperabile di distruggerne il commercio: s'indussero perciò nuovamente a lasciar libero il passo alle mercanzie. E cosí i Fiorentini pigliavano animo sempre maggiore a proseguire il loro cammino in Oriente.[357]

La via piú facile e diretta di questo commercio era quella dell'Egitto; ma ivi i Sultani ed i Califfi chiudevano il passo ai cristiani. Soltanto i Veneti, i quali si diceva che concludessero trattati, «nel nome santo di Dio e di Maometto», v'aveano fatto qualche progresso, e con molta gelosia ne tenevano lontani gli altri Italiani, che perciò pigliavano generalmente la via di Costantinopoli e del Mar Nero, dove, massime i Genovesi, avevano fondato città popolose e fiorenti. Piú oltre, nel mar d'Azoff, a pochi chilometri dall'imboccatura del fiume Don, eravi la Tana (Azov), grande emporio di mercanti russi, arabi, persiani, armeni, del Mogol, della China meridionale; e vi si faceva il piú grande scambio di prodotti orientali ed occidentali. Gl'Italiani portavano tessuti di lana o di seta, olio, vino, pece, catrame e metalli bassi, che mutavano con perle, pietre preziose, oro, droghe, zuccheri, stoffe orientali di lana o di seta, cotone, seta greggia, pelli di capra, legni per tingere, schiavi e schiave orientali, che si trovano fra noi sino a tutto il secolo xv.[358] Tutto questo commercio, iniziato una volta da Amalfi e da altre repubbliche meridionali, era poi venuto in mano dei Veneti, Genovesi e Pisani. Le loro navi solcarono in ogni direzione l'Arcipelago, il Bosforo ed il Mar Nero. L'italiano era parlato in tutti gli scali d'Oriente, dove non vi erano solo banchi, officine, opifici italiani; ma si ritrovava l'architettura di Genova e di Venezia in città fondate ed abitate da soli Italiani, come l'architettura italiana, massime la veneta, si modificava, pigliando ispirazione dalla orientale. Grandissimo era il numero dei Genovesi che si trovava colà. E per dare un'idea della forza che i Veneti avevano sul mare, basti ricordare che nella Crociata del 1202, essi avevano apparecchiato un naviglio capace di condurre 4,500 cavalieri, 9,000 scudieri, 30,000 fanti, e viveri per nove mesi. Le loro galee, non mai piú corte di 80 piedi, arrivavano a 110 di lunghezza e 70 di larghezza, ed erano 45 nel sec. XV, con 11,000 marinai. Avevano inoltre nello stesso tempo 3,000 legni fra le 10 e le cento botti, con 17,000 marinai, e 300 navi grosse con altri 8,000 marinai. In tutto 3,345 legni, con 36,000 marinai,[359] potenza che passa i limiti dell'immaginazione, quando si pensa, che la Serenissima Repubblica veneta era una città fondata sugli scogli della laguna; che tutto l'indirizzo della sua politica e del suo commercio era nelle mani di coloro solamente che erano nati nei confini della medesima laguna. S'immagini, che cosa dovesse poi essere la potenza riunita di tutte queste repubbliche di mare, e che animo dovessero avere i Fiorentini, quando gareggiavano cosí ostinatamente con esse per il commercio dell'Oriente.

Prima d'avere una sola galea sul mare, essi avevano già molte case e banchi per ogni dove, ed in tutti gli scali principali d'Oriente avevano fatto penetrare le loro mercanzie. Non solamente li troviamo operosi ed intraprendenti alla Tana, ove facevano grandissimo traffico; ma di là si spinsero assai oltre, ed il Pegolotti ci descrive per filo e per segno la via che tenevano, il tempo che impiegavano, ed il loro modo di viaggiare. Andavano, egli dice, per Astracan (Gittarchan), poi Saracanco (Sarai) presso il Volga, di là per Organci nel Zagataio,[360] non molto lungi dal Caspio, e traversando l'Asia, per molti altri luoghi, i cui nomi non sono riconoscibili, perché non rispondono piú a quelli di oggi, arrivavano fino a Gambaluc o Gamalecco, la città mastra della China, cioè Pechino. Impiegavano otto o dieci mesi, per andar dalla Tana a Pechino. Cosí computando andata, ritorno e dimora, ci volevano poco meno di due anni; e se poi s'aggiungono l'andata ed il ritorno da Porto Pisano o Livorno alla Tana, si vedrà che il Fiorentino il quale si partiva di sua casa per Pechino, di rado tornava prima che fossero scorsi tre anni.[361]

A misura che questi traffici nell'Oriente, condotti con tanta e cosí tenace perseveranza, crescevano fra mille difficoltà, i Fiorentini miravano sempre al mare, senza mai perder di vista l'assoluta necessità di avere un porto. E quando finalmente, colla presa di Pisa nel 1406, lo scopo dei lunghi desideri fu raggiunto, incominciò un'era novella pel loro commercio. Tutti gli affari aumentarono rapidissimamente, e la prima metà del secolo XV fu quella appunto, in cui essi accumularono le maggiori ricchezze. Nel 1421 crearono i Consoli di mare, dando loro ordine di costruire subito due grosse galee di mercato e sei sottili, continuando a costruirne un'altra grossa ed una sottile ogni sei mesi, per il che assegnarono la somma di 100 fiorini al mese, da prelevarsi sulle rendite dello Studio pisano. Cosí in poco tempo ebbero una marineria mercantile di 11 galee grosse e 15 sottili, che facevano continuamente, per ordine della Repubblica, il viaggio d'Oriente. Ad ognuna di esse era determinata la via che doveva tenere, i porti che doveva toccare, le mercanzie che poteva caricare. L'annunzio della partenza e del ritorno veniva affisso sotto le logge di Mercato Nuovo; i privati noleggiavano le navi, ed il governo teneva cosí aperte a tutti le vie dell'Oriente senza sua spesa. Nel 1422, quando, come abbiamo già notato, fu battuto il fiorino di galea, i Fiorentini accettando il consiglio di Taddeo Cenni, che aveva lungamente esercitato la mercatura a Venezia, mandarono in Egitto due oratori, per poter aver chiesa, fondachi, propri facchini o portatori in Alessandria. Ottenuto il loro intento, dettero nel 1423 ordine ai Consoli di mare, di creare altri consoli ovunque potevano essere utili al commercio fiorentino. Già ve n'erano, da piú o meno tempo, a Costantinopoli, a Pera (1339), a Londra (1402); ma da questo momento li troviamo in Alessandria, Maiorca, Napoli, per ogni dove. Avevano cancelleria, ufficiali propri, interpreti, uomini d'arme, chiesa, e pagavano tutto ciò colla tassa che riscuotevano sulle mercanzie, dalla quale dovevano trarre anche il proprio stipendio.[362]

Ma se vogliamo comprendere davvero, come e quanto i Fiorentini sapessero profittare delle nuove condizioni in cui li poneva la conquista di Pisa, ci è forza osservare che questo fatto segna non solo il tempo d'una maggiore prosperità nel loro commercio, ed il principio della loro marineria militare e mercantile; ma anche il tempo in cui essi cominciarono a darsi agli studî nautici ed astronomici. Ed è un'altra prova della grande intelligenza e della instancabile loro attività, il vedere come, datisi una volta a tali studî, affatto nuovi per essi, riuscissero ad iniziar quella splendida êra della scienza, che s'aprí con Paolo Toscanelli, il primo ispiratore di Colombo, continuò con Amerigo Vespucci, si chiuse con Galileo Galilei e la sua scuola immortale.

V

Le sette Arti, che noi abbiamo sino ad ora esaminate, si chiamavano maggiori, appunto perché erano le piú importanti, ed avevano in mano la ricchezza ed il commercio principale della Repubblica. Non poche di esse potevano, come vedemmo, dirsi piú una riunione di mestieri diversi, che un'industria sola; occupavano moltissime braccia, raccoglievano e adoperavano ingenti capitali. Tuttavia c'erano in Firenze parecchie altre Arti, che si chiamavano minori, ed arrivavano a quattordici:

Linaioli e Rigattieri — Calzolai — Fabbri — Pizzicagnoli — Beccai e Macellai — Vinattieri — Albergatori — Correggiai — Cuoiai — Corazzai — Chiavaiuoli — Muratori — Legnaiuoli — Fornai.[363]

Anche alcune delle minori industrie fiorentine avevano molta reputazione in Italia, come, per esempio quella degl'intagliatori in legno o in pietra, che erano stimati fra i primi nel mondo. Ogni volta che all'opera dell'artigiano s'univa, poco o molto, l'arte del disegno, i Toscani non avevano piú rivali. Cosí pure i lavoratori fiorentini d'immagini in cera (lo nota anche il cronista Dei), erano tenuti inarrivabili per la loro perizia. Gli uni e gli altri non s'erano però costituiti in associazione, e si potrebbero dire piú artisti che operai. Comunque sia di ciò, le Arti minori, sebbene numerose ed operose, non poterono mai acquistare una grande importanza. Esse differivano dalle Maggiori, principalmente perché provvedevano solo al commercio interno della Repubblica, e quindi restavano chiuse in una cerchia assai angusta d'affari e d'interessi, a differenza delle altre, che, facendo il commercio dell'Oriente e dell'Occidente, poterono salire ad una grande importanza, anche politica, ed impadronirsi addirittura del governo.

Se ci riconduciamo per poco a quel tempo, in cui le Arti Maggiori arrivarono al potere, noi le vedremo, in una medesima ora, aver nelle mani il commercio, la ricchezza ed il governo della Repubblica fiorentina. E ci sarà facile capire con quanta energia esse dovessero adoperarsi per far servire la politica all'aumento della ricchezza, che nelle nuove condizioni d'Italia, era divenuta la forza maggiore dei nostri Comuni. I mercanti fiorentini, i quali da lungo tempo avevano compreso, che l'avvenire apparteneva ad essi, furono sempre i piú tenaci sostenitori del partito guelfo contro il ghibellinismo imperiale dei nobili, cui avevano giurato un odio eterno. Noi possiamo ora immaginarci Firenze come una grossa casa di commercio, la quale posta nel centro della Toscana, era circondata da altre, che tutte le facevano concorrenza. Il Medio Evo non conosceva le leggi e l'equità del diritto internazionale; quindi nulla era piú naturale ad uno Stato geloso del suo vicino, che chiudergli il passaggio sul proprio territorio, ponendo sui prodotti dell'emulo temuto, dazi incomportabili. E cosí Firenze, che pel continuo aumento del suo commercio destava ogni giorno gelosie maggiori, e per la mancanza del mare si sentiva come mancar l'aria da respirare, sarebbe stata subito ridotta all'impotenza, se non avesse ricorso alla forza delle armi contro i suoi vicini. La necessità di difendere la propria esistenza, la condusse perciò ad una serie non interrotta di guerre, che si concludevano sempre con vantaggiosi trattati di commercio, nei quali essa dette prova della sua non mai smentita accortezza.

Noi l'abbiam vista, sin dal principio, combattere i vicini baroni, per assicurare il suo nascente commercio; aprirsi poi, pel Mugello, la via ai maggiori traffici con la Romagna e la Lombardia. Piú tardi la vedemmo combattere fieramente e, dopo varia fortuna, vincere quasi tutte le città ghibelline della Toscana, come Volterra, Siena, Arezzo. E quando chiedemmo, perché Firenze, con tanta ostinazione d'animo, restasse sempre guelfa, anche se minacciata dal Papa, e ripetemmo la domanda medesima, che il ghibellino Farinata faceva a Dante:

Dimmi, perché quel popolo è sí empio

Incontro a' miei in ciascuna sua legge?[364]

la risposta fu sempre che, oltre le ragioni politiche di un ordine piú generale, bisognava ricordarsi che quest'aristocrazia del danaro, salita al potere, s'era cominciata ad arricchire facendo con Roma i suoi piú grossi affari. Siena, Arezzo, Volterra, che si trovavano sulla via di Roma, e ad essa piú vicine, venute una volta in gara con Firenze, dovettero inevitabilmente soccombere. Sicura che fu la Repubblica degli affari di Roma e del commercio di Lombardia, noi vedemmo il bisogno d'arrivare al mare divenuto irresistibile, e una guerra di sterminio con Pisa, inevitabile. Supporre che la lunga, eterna, sanguinosa guerra pisana nascesse solo da un odio cieco ed istintivo, quando vi sono altre cagioni manifeste e gravissime, sarebbe un voler rinnegare l'evidenza dei fatti. Era un vero e violento conflitto d'interessi. I Pisani sapevano bene che il concedere libero il passo a chi faceva già il principale commercio nell'interno d'Italia; a chi, senza avere ancora una sola galea sul mare, era già penetrato in tutti gli scali d'Oriente; a chi, con tanto ardore, mirava all'assoluto primato in Toscana, era un volersi mettere per sempre alla sua dipendenza. Quindi essi resisterono con tutte le loro forze. Queste forze veramente eran tali, e cosí grande era il numero di coloro i quali mal tolleravano il predominio dei Fiorentini, che questi non avrebbero mai potuto sottomettere i Pisani, se, oltre alle arti della guerra, non avessero saputo costantemente adoperare tutta la loro accortezza. Niuna cosa, infatti, dimostra tanto il genio politico dei Fiorentini, quanto il modo che tennero in questa guerra, e le vie che presero per raggiungere uno scopo, che, in tutta la loro storia, ebbero costantemente in mira. Noi li vediamo sempre amici di Lucca, sempre pronti a soccorrerla con ogni sacrifizio, perché Lucca non fu mai amica dei Pisani, e perché la sua alleanza poteva essere d'una grandissima utilità in una guerra contro di questi. Noi li vediamo sempre amici di Genova, fuggire ogni occasione di mal umore con essa, che era la rivale naturale di Pisa sul mare. E questa rivalità i Fiorentini cercarono, con ogni arte, di tener sempre viva, giacché fino a quando non trovavano chi avesse per loro distrutta la potenza dei Pisani sul mare, non sarebbe mai stato ad essi possibile domarli. E il giorno venne, in cui i Pisani furono disfatti alla Meloria dai Genovesi (6 agosto 1284). D'allora in poi la vittoria dei Fiorentini su Pisa, sebbene ancor lungamente contrastata, era pur certa, e da quel momento la loro amicizia pei Genovesi cominciò ad intiepidirsi. Volevano essere aiutati a domar Pisa; ma non volevano accrescere la preponderanza d'un'altra repubblica, ghibellina e già potentissima sul mare. Quindi li vediamo, dopo che hanno con tanto ardore assalito ed indebolito Pisa, aiutarla a reggersi in piedi contro i Genovesi, fino a che questi, avendo abbandonato il pensiero di conquistarla, poterono provarsi a conquistarla essi per proprio conto, e vi riuscirono.

La stessa via, con uguale accorgimento, tennero negli anni in cui si videro minacciati dalla potenza dei duchi di Milano, i quali volevano impadronirsi di tutta Italia, ed in quelli in cui ebbero a mezzogiorno nemico il re Ladislao di Napoli. E quando le armi non bastavano, allora appare straordinario davvero l'accorgimento politico, col quale seppero salvarsi da avversarî che avevano forze assai maggiori. L'arte di rivolgere i loro nemici gli uni contro gli altri, di sostenere i deboli contro i piú orgogliosi vicini, di trovar sempre modo di raccoglier mezza Italia contro chi saliva a tanta potenza da minacciar la Repubblica, fu costantemente quella con cui l'indipendenza e la libertà fiorentina poterono esser salvate in mezzo a Stati che da ogni lato le andavano perdendo, in mezzo a nemici molteplici e potenti, che da ogni lato la circondavano. E tutto ciò fu l'opera delle Arti maggiori o sia dei popolani grassi.

Questa aristocrazia mercantile governò la Repubblica con tanta energia e con tanto ardore, perché essa accresceva nello stesso tempo la potenza fiorentina e la propria ricchezza, il proprio commercio. Cosí fu che una città, la quale di rado superò i 100 mila abitanti, e molte volte ne ebbe assai meno, con un territorio ristretto e circondato da tanti nemici, poté divenire uno Stato minaccioso in Italia e rispettato in Europa. Questi mercanti erano cosí gelosi della loro libertà, che non conoscevano limiti ai sacrifizî necessarî a sostenerla, né si lasciavano illudere o spaventare da pericoli di sorta, neppure quando si minacciava il loro proprio commercio. Noi li vediamo, infatti, sebben guelfi tenacissimi, con tante relazioni ed interessi commerciali in Roma, pronti a combattere anche il Papa, quando esso combatteva la loro libertà, e chiamare Otto Santi quei magistrati che dovevano condurre la guerra contro Gregorio XI (1376). E li vediamo del pari sostenere contro i Visconti di Milano una guerra, che costava ogni anno milioni e milioni di fiorini, senza che le forze della Repubblica si esaurissero mai, senza che l'animo de' suoi reggitori si stancasse mai.

VI

Ma chi supponesse, che questo dominio delle Arti maggiori fosse, almeno nell'interno della Città, sicuro e non contrastato, anderebbe assai lungi dal vero. Il giorno in cui, nella corte di Calimala, si concepí la prima volta il disegno di farle salire al governo, esse dovettero subito riconoscere che ciò era possibile solamente perché, con l'aiuto delle Minori, avevano combattuto e vinto i nobili. E quindi da un lato avevano ora gli avanzi di questa aristocrazia feudale, la quale doveva nutrire contro di esse un odio inestinguibile, e da un altro avevano le Arti minori, che chiedevano di partecipare a quel governo, che col loro aiuto s'era potuto costituire. Cosí nella Repubblica si trovarono tre ordini di cittadini e tre partiti diversi. Certo le Arti maggiori costituivano di gran lunga il partito piú forte; ma gli altri due, riunendosi, potevano divenire un nemico assai minaccioso. E questa riunione non era impossibile.

Le Arti maggiori e minori, infatti, non differivano solo per essere piú o meno ricche, piú o meno potenti; ma perché avevano interessi diversi, che le spingevano ad una diversa politica. Il mercante della lana o della seta era sempre pronto a sacrificare il suo ultimo fiorino, purché Livorno e Porto Pisano cadessero in potere della Repubblica. Egli teneva perciò sempre l'occhio aperto a vegliare sulla politica dei Lucchesi e dei Genovesi, perché non s'avvicinassero ai Pisani. Il banchiere fiorentino voleva, che la Repubblica tenesse sempre accorti ambasciatori e Consoli, che ragguagliassero costantemente di tutto ciò che si faceva a Roma, ad Anversa, a Caffa; che non lasciassero colà pigliar troppo vantaggio ai Senesi, ai Genovesi, ai Veneti, ai Lombardi. Quando uno di questi interessi era in pericolo, essi si trovavano sempre pronti a promuovere anche una guerra lunga, costosa e pericolosa, sottoponendo sé medesimi e la Repubblica ad ogni sacrifizio. Ma tutto ciò importava assai poco al fabbro ferraio, al muratore, al legnaiuolo, ad un membro qualunque delle 14 Arti minori, le quali pure costituivano una grandissima parte della popolazione fiorentina. Ad esse importava molto piú che in Firenze vi fossero ricchi e splendidi signori; che s'innalzassero sontuosi palazzi, ville e chiese monumentali; che il lusso e l'agiato vivere di quella ricca e nobile cittadinanza, sulla quale essi vivevano, andasse sempre crescendo. Le guerre, invece, lo frenavano; e le Arti Maggiori, a cagione appunto dei bisogni delle guerre, che di continuo promovevano, facevano sempre nuove leggi contro il lusso. Il popolo minuto perciò odiava questi popolani grassi, che da esso erano stati aiutati ad impadronirsi del governo, dal quale poi lo avevano insieme coi nobili, escluso; che accumulavano milioni e milioni, per vivere assai spesso in Città con una parsimonia spartana; che ogni giorno facevano nuove leggi contro il lusso delle donne; che vietavano gli ornamenti d'oro e d'argento; che nelle feste e nei conviti per nozze, proibivano ogni lauta spesa; che presumevano di limitare perfino il numero e la varietà delle vivande, e non volevano nei conviti vasellame d'oro o argento; ma erano poi prontissimi a gettar milioni per fare la guerra ai Pisani, al re di Napoli, ai Visconti di Milano, o anche per avere una chiesa, un Console di piú a Caffa o a Pera. Questa diversità di umori generava odio di parte. Né è da tacersi, che fra coloro che piú aspramente si lamentavano delle Arti maggiori, v'erano le donne fiorentine, come suole avvenire, nemiche della guerra ed amiche del lusso, il quale esse non volevano ristretto da leggi, che trovavano vessatorie, ma che sapevano eludere con indicibile scaltrezza.[365]

È ben facile intendere l'opportunità che si presentava ai Grandi di soffiare in queste passioni, per trovar favore nel popolo minuto. Essi non esercitavano alcuna industria, vivevano colle loro entrate, ma facevano tutte le maggiori e piú laute spese in Firenze. Ogni volta quindi che volevano fare un nuovo tentativo, per impadronirsi del governo, o non perdere affatto la parte che ancora v'avevano, s'alleavano con quel popolo minuto, che viveva, o almeno credeva di vivere, solo alle loro spalle, e sollevavano le sue passioni contro i popolani grassi, facendogli notare che tutte le Arti esercitavano del pari l'industria ed il commercio, ma che una parte non piccola di esse trovavasi esclusa da quel governo, di cui le altre facevano monopolio a loro esclusivo profitto. Con questi mezzi i Grandi non riuscirono certo a salvarsi, molto meno a ripigliare il potere, perché lo spirito democratico era troppo vivo in Firenze; affrettarono invece quelle leggi draconiane, che a piú riprese furon fatte contro di loro; ma riuscirono a stimolare nel popolo minuto un desiderio ardente, irresistibile di partecipare al potere, ed a destare nell'infima plebe passioni rivoluzionarie. Cosí, nel momento stesso in cui dovettero rinunziar per sempre a comandar nella Città, si vendicarono lasciando dietro di loro una lunga eredità di odi, che tennero la Repubblica divisa e ne affrettarono la rovina.

Le Arti minori, infatti, arrivarono pure un giorno ad aver parte nel governo, ed allora non andarono mai d'accordo colle Maggiori. Si osteggiarono continuamente nei Consigli, nei magistrati, in piazza; e qualche volta ricorsero al pericoloso partito d'infiammare le passioni piú sfrenate dell'infima plebe, che, come sempre, si dimostrò docile strumento delle mire degli ambiziosi. Si scatenarono cosí quelle passioni anarchiche, che ora portarono al tumulto dei Ciompi, ora alla necessità di cercare un protettore alla Repubblica, e finalmente al dominio de' Medici. Ma prima di giungere a questi estremi, corsero due secoli di lotte, in mezzo alle quali la politica fiorentina fu quasi costantemente diretta dai popolani grassi. Il potere piú volte parve sfuggire dalle loro mani; ma essi sapevano ritener sempre tanta autorità da restar costantemente padroni delle elezioni dei magistrati. Cosí la loro volontà trionfava di nuovo, e s'impadronivano da capo del governo. Quando invece le passioni anarchiche trionfavano per modo, che era necessario ricorrere ad un protettore, e questi, chiamato a difender la Repubblica, appoggiandosi agli scontenti, cercava farsi tiranno, allora i popolani grassi sapevano riunire tutti i partiti, in nome della libertà, e restaurar la Repubblica, che cosí poté rimanere lungamente in vita. Non è credibile l'accortezza, l'ardire e la costanza, con la quale essi seppero lottare, in mezzo a mille pericoli interni ed esterni. Costretti a combattere di continuo con coloro che volevano la pace, e chiedevano sempre maggiori libertà; circondati da nemici esterni potentissimi, che ora volevano distruggere il loro commercio, ora la Repubblica stessa, l'attività ed il patriottismo loro non ebbero mai posa, non si stancarono mai. Era una lotta, una febbre, una violenza continua, in cui la libertà sempre in pericolo di perdersi, fu per due secoli salvata sempre, in mezzo a Municipi che l'andavano perdendo. E come questi popolani grassi avevano saputo creare mille istituzioni di credito, per aumentare l'industria e moltiplicare la ricchezza, cosí fu inesauribile del pari il loro ingegno, nell'immaginare sempre nuovi trovati e nuove istituzioni, che prolungarono la vita della Repubblica.

Nella politica estera i diplomatici fiorentini s'acquistarono tale e tanta reputazione d'accortezza e di prontezza, che in alcune parti superarono perfino quella grandissima dei Veneti ambasciatori. Questi, infatti, con una lunga tradizione di sapienza politica, seguivano le norme costanti d'un governo forte, tranquillo, sicuro di sé. La loro forza veniva dalla forza e dal senno d'una repubblica rispettata e temuta, che sembrava parlare essa stessa per la bocca de' suoi ambasciatori. Il Fiorentino aveva, invece, un'azione individuale e diretta, che veniva dall'acume del suo ingegno, dalla conoscenza straordinaria che aveva degli uomini, da un'attitudine maravigliosa di tutto comprendere e tutto far comprendere. La Repubblica operava certo in lui e per suo mezzo; ma non tanto perché parlasse per la sua bocca, quanto perché aveva invece saputo ridestare ed affinare in lui tutte quante le facoltà dello spirito umano, formare la sua intelligente, indipendente personalità. Il mercante, il notaio, l'amministratore, il diplomatico fiorentino erano cercati per tutto, ed in ogni angolo della terra pareva che fossero a casa loro. Quindi è che si narra come Bonifazio VIII, vedendo un giorno arrivare a lui da ogni parte del mondo, ambasciatori che eran tutti fiorentini, egli, senza esserne punto maravigliato, dicesse loro: — I Fiorentini sono il quinto elemento nel mondo. —

Ed in mezzo a queste lotte politiche, a questo moto di tutte le facoltà dello spirito umano, apparve quello splendore di arti e di lettere, per cui il mondo si vide come illuminato dalla luce che sorgeva dalle città italiane, ma che in nessuna rifulse cosí viva come a Firenze. L'attività della sua industria, del suo commercio si trovava quasi per tutto; ma anche là dove essa non arrivava, pareva che fosse pur sempre presente il suo genio letterario ed artistico, che iniziava in Europa la cultura dei popoli moderni.

VII

Ma tutto ciò non seguiva senza continui e sempre nuovi pericoli, che minacciavano l'esistenza stessa della Repubblica, e per difendersi dai quali occorrevano qualche volta forze piú che umane. Quando si ricorre col pensiero all'antica Firenze col suo Consiglio, coi suoi Consoli, che usciva ogni anno, unita e concorde alla guerra, per abbattere i baroni, ed assicurare le vie del suo commercio; che, sottomessi uno alla volta questi baroni, li obbligava a vivere dentro lo due mura, sotto l'uguaglianza delle leggi repubblicane; che per vincere i piú potenti vicini, dovette accrescere le sue forze, liberando i servi della gleba, concedendo i diritti politici a quei mercanti che ancora non li avevano; quando il pensiero ricorre a quei tempi, ritrova subito in essi i germi della futura grandezza del Comune, che con una guerra continua riuscí ad accrescere da ogni lato le proprie forze. Ma le cose andarono poi sostanzialmente mutando, per molte ragioni, specialmente per quella rivoluzione nell'arte della guerra, alla quale abbiamo già accennato, e che dobbiamo ora piú particolarmente ricordare.

Fino al secolo XIV gli eserciti repubblicani erano composti di pedoni leggermente armati d'uno scudo, un elmo ed una daga, con qualche piastra di ferro che difendeva il petto o le gambe. La cavalleria era poca, e non decideva mai la sorte delle battaglie. Cosí avevano combattuto, presso a poco, tutti i barbari, meno gli Unni e gli Arabi, che andavano quasi sempre a cavallo, ed i Bizantini, che colla cavalleria piú volte vinsero i Goti. Con la fanteria aveva principalmente combattuto in Italia Federico Barbarossa, e con essa gli avevano resistito i nostri Comuni, che, da un giorno all'altro, potevano allora mutare in soldati tutti quanti i cittadini abili a portare le armi. Ma le guerre di Federico II, di Manfredi e di Carlo d'Angiò avevano di Francia e di Germania portato in Italia una nuova maniera di combattere. I Fiorentini se n'erano dovuti avvedere sin dalla battaglia di Montaperti, quando il loro numeroso esercito fu disfatto dall'urto di pochi cavalieri tedeschi. E d'allora in poi la cavalleria pesante o degli uomini d'arme fu quella che cominciò a decidere la sorte delle battaglie in Italia. Il cavaliere, sebbene non fosse ancora, come alla fine del secolo XV, chiuso, esso ed il suo cavallo, in un'armatura cosí pesante che, caduti una volta a terra, non potevano rialzarsi senza aiuto; pure già era coperto di ferro da capo a piedi. Colla sua lunghissima lancia, egli atterrava il fantaccino, prima che questi potesse raggiungerlo colla corta sua spada, la quale, in ogni caso, non riusciva mai a forare l'armatura del cavaliere o del cavallo. Né gli strali tirati dagli archi riuscivano a far danno maggiore. Bastava quindi, che poche centinaia d'uomini d'arme si spingessero, come una fortezza mobile ed impenetrabile, nel mezzo d'un esercito di fanti, per disfarlo in poco tempo. Un tale stato di cose durò sino alla invenzione della polvere e del fucile, e portò un radicale mutamento nelle condizioni dei Comuni italiani. Infatti, per formare questi cavalieri, ci voleva un lungo tirocinio ed una grande spesa. Bisognava non solo aver grandi fabbriche d'armi, non solo formare una nuova razza di cavalli, ed addestrarli; ma il cavaliere stesso doveva essere in continuo esercizio, dedicare la sua vita intera alle armi, tener continuamente occupati ed addestrati due o tre scudieri. Questi portavano tutti gli arnesi da guerra, e menavano il cavallo armigero del cavaliere, che se ne serviva solo nel giorno della battaglia, e solamente allora s'armava di tutto punto, perché altrimenti si sarebbero l'uno e l'altro trovati esausti di forze nell'ora del pericolo. Ma ciò doveva riuscire impossibile nelle nostre repubbliche, perché i loro cittadini vivendo tutti col commercio e coll'industria, non potevano abbandonare i traffici per darsi alle arti della guerra. Queste divennero allora un vero e proprio mestiere, e coloro che vi dedicavano la vita, cominciarono ben presto a mettere a prezzo la loro spada. Cosí è che sin dagli ultimi anni del secolo XIII, noi cominciamo a sentir parlare negli eserciti repubblicani di soldati catalani, borgognoni, tedeschi ed altri cavalieri oltramontani, che vanno ogni giorno crescendo di numero.

A poco a poco i mercanti dovettero persuadersi, che essi non potevano piú avere alcuna personale efficacia nella guerra. E però, quando le repubbliche erano minacciate, esse non s'arrischiavano piú a combattere, senza assoldare qualche capitano, che venisse col suo manipolo di cavalieri stranieri. Il nome del valore italiano cominciò rapidamente a decadere per tutto, e si formarono quelle compagnie di ventura, che furono una delle nostre maggiori calamità. È ben vero che, quando poi Alberico da Barbiano, Attendolo Sforza, Braccio da Montone ed altri si dettero a questa vita, essi raggiunsero e superarono anche gli stranieri, che piú volte dovettero retrocedere nuovamente dinanzi al valore italiano. Molti anzi vennero allora di fuori ad imparar la nuova arte della guerra, sotto il comando dei nostri capitani, per opera dei quali essa cominciò la prima volta a divenire anche una scienza. Ma eran sempre pochi coloro che nelle libere città potevano darsi a questa vita. I nobili, gli sfaccendati, gli esuli, coloro che non avevano un altro mestiere, i sudditi dei piccoli tiranni eran quelli che andavano a far parte delle compagnie di ventura. E poche molte, italiane o straniere, esse affrettarono sempre la rovina di tutti i nostri Comuni, massime di Firenze.

Le continue guerre, che essa ora deve fare, non riescono piú a mantener vivo il suo spirito militare, l'energia del suo popolo. Costretta a servirsi sempre di gente straniera e venduta, cominciò ben presto a perdere la coscienza delle proprie forze, che di fatto andarono rapidamente decadendo. La guerra si ridusse ad una operazione di banca o di nuove imposte, per trovare il danaro necessario ad assoldare uno di quei capi di compagnie, i quali si davano sempre al maggiore offerente. Quando era trovato il danaro, bastava spesso mandarlo al piú potente e sicuro alleato, che pensava al resto, cioè al contratto da fare con un capitano, che assoldasse il maggior numero di gente. Bisognava sapersi procurare amici, saper provocare avversari al nemico, ed in ciò i Fiorentini fecero sempre prova di grande accortezza. Ma queste non erano di certo virtú militari. I personaggi piú importanti, che essi inviavano al campo, erano i loro commissari che vegliavano all'andamento generale delle cose, all'amministrazione dell'esercito, all'indirizzo politico della guerra; e sebbene, piú d'una volta, noi troviamo che questi commissari d'improvviso si trasformavano in Capitani, pigliando il comando delle armi, e con singolare ardimento decidendo le sorti d'una battaglia, pure il loro ufficio rimaneva sempre piú civile e diplomatico che militare.

Quali conseguenze tutto ciò dovesse avere per l'avvenire della Repubblica, e sul carattere morale de' suoi abitanti, è facile immaginarlo. I popolani grassi erano nel governo occupata in un continuo lavoro di furberia e di sottigliezza. Bisognava essere accorti nei Consigli; osteggiare i Grandi; trovarsi sempre desti per non lasciare divenir troppo forte il popolo minuto, e pure indurlo a pagare il denaro per fare le guerre, che erano necessarie alla prosperità ed alla sicurezza del commercio esterno. Bisognava essere ancora piú accorti nei maneggi diplomatici, per non trovarsi isolati, e saper sempre mantenere l'equilibrio degli Stati italiani a vantaggio della Repubblica. La guerra stessa, risolvendosi, come abbiam visto, in un'operazione di banca, era del pari una nuova prova d'accortezza. Non si vedeva piú alcuno di quei grandi sacrifizî di sangue cittadino e di uomini, coi quali un popolo si rigenera continuamente; niun atto di forza generosa ed aperta. E quando questi popolani grassi non erano immersi nella politica, allora, insieme con tutta la cittadinanza, si davano anima e corpo al commercio, occupando le ore di ozio nel leggere Tacito, Virgilio od Omero, che tenevano perciò sotto il banco. Ma era sempre e solo la loro intelligenza, che si trovava in una continua attività; le altre piú nobili facoltà dello spirito restavano come soffocate, atrofizzate in questo esercizio costante di sottigliezza e di furberia. Ciò doveva prima o poi portare una decadenza inevitabile nella vita morale e politica della Repubblica, nella piú alta cultura dello spirito. E se le guerre riuscivano funeste pel modo in cui bisognava apparecchiarle e condurle, non riuscivano meno funeste per le conseguenze che portavano dopo la vittoria. Gli eserciti di ventura, appena che cessavano le paghe di guerra, da amici divenivano nemici, e cercavano subito un altro padrone che li pagasse. Quando non lo trovavano, e restavano perciò senza paga, si scioglievano in bande armate, che mettevano a soqquadro le campagne e le città, con una specie di brigantaggio militare. Il piú delle volte era forza venire con esse a patti, e dar danari per tenerle tranquille.

Ma quello che piú di tutto importa qui notare si è, che anche la conquista di nuovi territori, divenuta pur tanto necessaria alla Repubblica, cominciava ad essere un pericolo grave, una sorgente di future calamità. Il Comune italiano era stato nel Medio Evo causa feconda di progresso; ma quando il suo contado si cominciò ad ingrandire, esso si dimostrò affatto impotente, se non mutava radicalmente la sua costituzione, a trasformar la libera città in quello che noi oggi chiamiamo lo Stato. Infatti anche a Firenze, che fu il piú democratico dei nostri Comuni, la cittadinanza era tutta dentro la cerchia delle mura. Si fecero leggi per abolire la servitú nel contado, per migliorarne le condizioni; ma non si pensò mai a concedere i diritti politici agli abitanti di esso. Il nome di cittadino restò sempre come un privilegio concesso solamente ad una minoranza, e la plebe non l'ottenne mai neppur dentro le mura. Ogni volta che una nuova città veniva conquistata e sottomessa alla Repubblica, essa era governata con maggiore o minore durezza; le lasciavano piú o meno franchigie locali; potevano anche concederle che continuasse a ritenere una forma repubblicana, sotto gli ordini di un Podestà, d'un Capitano o d'un Commissario, pagando le gravezze che volevano imporle; ma i suoi abitanti non erano mai ammessi ai diritti della cittadinanza fiorentina, né i loro rappresentanti entravano mai nei Consigli o negli uffici politici in Firenze. Quindi, a misura che le conquiste crescevano, quel nucleo di cittadini che teneva in mano il governo, e che era già una minoranza, si trovava in una proporzione sempre minore verso le popolazioni, ogni giorno piú numerose, che doveva governare. Nelle idee dei Fiorentini come di tutti quanti i repubblicani del Medio Evo, non entrò mai il pensiero d'uno Stato governato nell'interesse di tutti. L'interesse e la grandezza di Firenze erano, invece, la sola norma costante, lo scopo a cui ogni cosa doveva essere sottomessa. Né quel popolo minuto e quella plebe, che per sé chiedevano sempre maggiori libertà, avevano in tutto ciò principi piú larghi o diversi. Anzi le loro idee, aggirandosi in una cerchia piú angusta, si dimostravano anche piú pregiudicate, e le loro passioni piú cieche. In conseguenza di ciò, era per una repubblica tenuta allora maggiore sventura venir conquistata da un'altra repubblica, che da una monarchia; giacché i principi, nella comune oppressione, trattavano tutti alla pari, e quindi, politicamente almeno, la grande maggioranza dei vinti soffriva danni minori. Invece, quando Firenze poté raggiungere il suo lungo desiderio della conquista di Pisa, essa fu padrona del mare, e vide subito il proprio commercio crescere assai rapidamente; ma l'essersi aggregata una repubblica grande e potente, piena di vita e di forza, ricca di tanti traffici, non le portò nessuno di quei vantaggi che una piú libera unione ed una partecipazione comune ai diritti politici le avrebbero recati. I piú notevoli cittadini, le piú ricche famiglie pisane emigrarono, preferendo vivere in Francia, a Milano, o in Sicilia sotto gli Aragonesi, che almeno concedevano loro una civile uguaglianza, piuttosto che nella propria città, sotto il duro, tirannico governo dei popolani grassi di Firenze. Il commercio, l'industria, la marineria militare e mercantile di Pisa scomparvero con la sua indipendenza; il suo Studio, antica gloria italiana, fu disfatto, per essere piú tardi ricostituito dai Medici; ed essa in breve tempo presentò l'aspetto della miseria e dello squallore. Lo stesso seguiva in tutte le città vinte; esse venivano con tanta maggior durezza trattate, quanto piú grandi e potenti erano state nei giorni della loro libertà.[366] È facile da ciò il comprendere come ogni volta che Firenze si trovava in pericolo, tutte quelle città sottomesse, nelle quali la vita non era stata anche spenta del tutto, cercavano sollevarsi per rivendicare la loro indipendenza, ed in ogni caso preferivano un tiranno domestico o anche straniero alla loro forzata sottomissione ad una repubblica, la quale non imparò mai dalla esperienza a mutare consiglio. E non poteva, giacché per farlo avrebbe dovuto mutare sostanzialmente tutta la sua costituzione, il suo proprio essere.

In questo modo, accumulando ricchezza e potenza, essa moltiplicava le cagioni della sua futura e inevitabile decadenza. Il Comune appariva sempre piú impotente a fare scaturire dal suo seno lo Stato moderno, e però quando il commercio su cui esso si reggeva, cominciò a decadere, la forza dei popolani grassi fu sgominata, e la forma monarchica fu subito giudicata come un sollievo dalla moltitudine degli oppressi, che erano di gran lunga i piú numerosi. Cosí fu che i Medici poterono salire al potere in nome della libertà, appoggiandosi al popolo minuto ed alla plebe. E cosí fu che, ora con la violenza, ora con l'astuzia, ora con l'una e con l'altra insieme, il Comune italiano venne da per tutto sottomesso al principato, e là dove, per condizioni eccezionali, la forma repubblicana poté piú lungamente salvarsi, ivi essa sembrò solo sopravvivere a sé stessa, non portando piú alcuno dei benefizî, pei quali era nata. Bisognava che il principato rendesse, sotto un medesimo scettro, uguali in faccia al dispotismo quelle popolazioni che non s'erano sapute rendere uguali dinanzi alla libertà. Le Signorie furono il necessario passaggio dal Comune medioevale allo Stato moderno. Queste Signorie indicarono la via alla formazione ed alla retta amministrazione delle grandi monarchie, che s'andavano ora costituendo nel continente d'Europa, e si mantennero anch'esse assolute e dispotiche fino a che la Rivoluzione Francese non venne a compiere nelle campagne, nelle città e per ogni ordine di cittadini, quel lavoro di emancipazione sociale, che i Municipî italiani avevano mirabilmente iniziato, ma che non avevano saputo mai estendere fuori la cerchia delle proprie mura. Firenze resisté ancora lungamente, ma dovette pur correre la sorte comune.

FINE DEL VOLUME PRIMO