Capitolo I[13] LE ORIGINI DI FIRENZE
I
Le origini di Firenze sono assai oscure, né valgono a rischiararle i cronisti, i quali o ne tacquero o le avvolsero nelle leggende. Su di essi, sul valore e la credibilità diversa di ciò che dissero, si è recentemente scritto assai. Ma, per volerne saper troppo e per troppo sottilizzare, si è qualche volta finito col disputare lungamente e dottamente anche su cose che forse resteranno sempre ignote, né importava poi molto conoscere, e si è lasciato da parte ciò che piú era facile scoprire e piú necessario sapere. A questo modo si corre il rischio di formare intorno a tali scrittori una specie di scienza occulta pei soli iniziati, quando tutto quello che di veramente certo ne sappiamo, può esprimersi in poche parole.
Il Comune di Firenze sorse piú tardi di molti altri, e quindi piú tardi ebbe i suoi storici e cronisti, perché la storia del Comune si comincia a scrivere quando esso ha già acquistato coscienza della sua personalità. Cosí fu che nel secolo XII si cominciarono a raccogliere notizie annalistiche, le quali registravano alcuni fatti principalissimi seguiti in Firenze, con le date, i nomi di luoghi e persone, e nello stesso tempo si principiarono a formare elenchi dei Consoli, che erano il primo magistrato del Comune, ai quali s'aggiunsero poi i nomi dei Podestà, che successero ai Consoli. Questi magistrati mutavano d'anno in anno; quindi i loro nomi servirono anche di guida cronologica, e sotto di essi si registrarono ben presto i fatti principali della Città.
Di tali raccolte annalistiche c'è rimasto un frammento assai antico, che trovasi nella Vaticana, ed è scritto a tergo d'un foglio, il quale fa parte d'un codice di leggi longobarde.[14] Sono in tutto diciotto notizie, che vanno dal 1110 al 1173, scritte da diverse mani, tutte però del secolo XII, non senza errori, e neppure in ordine cronologico. Esse sono nondimeno molto importanti, perché le piú antiche che abbiamo. Un'altra simile raccolta di notizie, piú lunga, ma assai posteriore, che va dal 1107 al 1247, si trova nella Biblioteca Nazionale di Firenze, in un manoscritto del secolo XIII.[15]
Ambedue furono recentemente ripubblicate ed illustrate dal dottor Hartwig, che le intitolò Annales florentini I, ed Annales florentini II.[16] Il codice in cui si trovano i secondi Annali, contiene anche il piú antico elenco di Consoli e di Podestà che ci sia rimasto, il quale va dal 1196 al 1267, e poté con nuove ricerche essere reso piú compiuto.[17] Altri non pochi elenchi di notizie fiorentine dovettero certamente esservi, prima in latino, poi in italiano, i quali, girando di famiglia in famiglia, di mano in mano, s'andarono estendendo, correggendo, alterando, secondo i gusti, e qualche volta anche secondo la fantasia di chi li copiava. Ma da tutto quello che ci resta di siffatti elenchi, da ciò che ne troviamo ripetuto nei cronisti, si può quasi con certezza indurre che poco o nulla dicevano sulle origini del Comune. E ciò deve farci credere, che esso non nacque da un conflitto violento, da una vera e propria rivoluzione, che gli annalisti avrebbero certo ricordata, ma s'andò invece lentamente formando e svolgendo in mezzo a lotte di secondaria importanza.
Se noi oggi desideriamo conoscere le origini del Comune fiorentino, questo desiderio, come è naturale, dovettero averlo piú vivo ancora gli antichi. Essi non avevano però quell'arte e quel metodo critico, che fa cercare e spesso scoprire la storia piú remota ed oscura nei documenti, i quali allora dovevano essere di certo molto piú numerosi che non sono oggi. Si abbandonarono quindi piú facilmente alla propria fantasia, e cosí ne nacque una leggenda sull'origine della Città, che ben presto si diffuse assai largamente.
Il primo nucleo, da cui questa leggenda s'andò poi sempre piú svolgendo ed accrescendo, dovette formarsi nel secolo XII, perché essa è già nota al cronista Sanzanome, che la ricorda, ed egli scrisse ai primi del secolo XIII. Molto piú antica non si può supporre che sia, perché i fatti cui accenna, e le date cui allude, per quanto indeterminate e vaghe, la portano, come vedremo, a dopo del mille. Di questa leggenda si trovano ancora parecchie copie inedite nelle biblioteche fiorentine,[18] e tre diverse compilazioni ne furono pubblicate per le stampe. La piú antica di esse, in latino, l'abbiamo in un codice della fine del secolo XIII, o dei primi del XIV.[19] La seconda, che è in italiano, trovasi in un manoscritto lucchese, compilato fra il 1290 e il 1342;[20] essa ricorda in un punto l'anno 1264,[21] nel quale assai probabilmente fu compilata. Un'ultima e piú recente, conosciuta col titolo di Libro fiesolano, trovasi nella Marucelliana di Firenze, in un codice italiano, che ha la data del 1382, e fu scoperta dal signor Gargani, il quale la pubblicò sin dal 1854.[22] L'Hartwig scoprí la seconda di queste compilazioni, che differisce dalla prima solo nella lingua, e le pubblicò tutte e tre col titolo di Chronica de Origine Civitatis,[23] titolo che le dà il codice lucchese; altri codici la chiamano, invece, Memoria del nascimento di Firenze.
Tale è il genere di materiali, che sull'origine di Firenze trovarono, e di cui dovettero servirsi i piú antichi cronisti. Il primo di essi che ci sia rimasto, è il giudice e notaio Sanzanome, il quale, come già dicemmo, scrisse i suoi Gesta Florentinorum in sul principio del secolo XIII. Il suo nome s'incontra piú d'una volta nei documenti fiorentini dal 1188 al 1245.[24] E se non si può affermare che questo nome si riferisca sempre ad una sola e medesima persona, è pur certo che lo stesso cronista ricorda d'essersi trovato presente alla guerra di Semifonte nel 1202, ed a quella di Montalto nel 1207. La sua opera trovasi del resto in un codice fiorentino del secolo XIII, non autografo, ma sincrono o quasi.[25] Questo primo saggio di storia fiorentina, scritto in latino da un giudice e notaio, venuto in Firenze da qualche vicino castello, come suppongono il Milanesi e l'Hartwig, è di un genere a sé, diverso assai da tutti gli altri lavori dei cronisti fiorentini che vennero dopo. Dell'origine del Comune e della sua interna costituzione il Sanzanome non dice neppure una parola. Dopo avere sommariamente, vagamente accennato alla leggenda,[26] incomincia colla guerra e distruzione di Fiesole nel 1125, cum eius occasione Florentia sumpsisset originem. Cosí egli ci mostra, sin dal principio, già costituito il Comune, co' suoi Consoli e capitani, e continua narrando le sue guerre co' vicini, in una forma gonfia e retorica, con date spesso incerte, qualche volta errate, con discorsi nei quali pretende imitare gli antichi storici romani. E per tutto ciò il suo lavoro fu da alcuni scrittori giudicato senza alcuna importanza storica. Ma critici piú imparziali e ponderati, come l'Hartwig, l'Hegel ed il Paoli, riconobbero invece che l'opera di questo notaio, quasi precursore degli umanisti del secolo XV, è un fenomeno letterario, nella sua solitaria apparizione, assai notevole, perché ci dà prova dell'antica cultura de' Fiorentini, e perché al di sotto della retorica c'è pur da ritrovare in essa non poche notizie e cognizioni assai utili sull'antica storia di Firenze.
Il problema quindi che allora si presentò a tutti gli altri cronisti, rimaneva sempre questo: come si poteva scrivere sui primi tempi di Firenze, una storia o anche una cronica, con le scarse e slegate notizie che si avevano? Il notaio Sanzanome se n'era uscito tacendo affatto delle origini, e poi gonfiando, a forza di retorica, la narrazione, con discorsi immaginarî, con descrizioni di battaglie, in cui la fantasia e l'imitazione classica avevano gran parte. Ma un tal metodo non poteva piacere, né poteva riescire a quegli uomini piú semplici, che, dopo di lui, volevano scrivere nella loro lingua parlata, e avevano una cultura minore o almeno assai diversa dalla sua. Rimanevano quindi con una leggenda e con pochi frammenti di notizie, il che non doveva certo soddisfare il loro patriottico orgoglio.
Fortunatamente per essi, allora appunto, cioè verso la metà del secolo XIII, avvenne un fatto che ebbe molta importanza letteraria, e che valse ad aprire ai cronisti fiorentini una strada nuova. Un frate domenicano, Martino di Troppau in Boemia, chiamato perciò anche Oppaviensis, e volgarmente noto col nome di Martin Polono, cappellano e penitenziario apostolico, piú tardi arcivescovo, scrisse un libro di storia, che, sebbene non avesse alcun notevole valore, ebbe pure una straordinaria e rapida fortuna. Era una specie di Manuale di storia universale, cronologicamente distribuita sotto i nomi dei varî Imperatori e Papi, sino al 1268. Piú tardi l'autore stesso la continuò per alcuni anni ancora, e vi premise una introduzione sulla storia anteriore all'Impero romano.[27] Questo libro, meccanicamente ordinato, era pieno di aneddoti, di errori, di favole; ma l'aveva scritto un prelato eminente, animato da spirito guelfo. L'aver poi l'autore diviso i fatti del Medio Evo sotto i nomi dei Papi e degl'Imperatori, dava come una guida, un filo conduttore nel vasto laberinto. Certo è che il libro si diffuse subito in tutta Europa, ma specialmente in Italia, e piú che altrove in Firenze. «Un Fiorentino primo lo tradusse, e un Fiorentino, Brunetto Latini, primo lo adoperò», dice il prof. Scheffer Boichorst. Le biblioteche fiorentine ne conservano infatti un grandissimo numero di copie, in codici latini del secolo XIV, ed in altri dello stesso secolo hanno una traduzione italiana, che, secondo le ricerche degli studiosi,[28] dovrebbe essere stata fatta a Firenze circa il 1279.[29] Questo solo fatto basterebbe a provar luminosamente la rapida popolarità e diffusione dell'opera. In alcuni di coloro che a Firenze copiavano, e copiando rifacevano, come allora usava, questa traduzione, dovette facilmente nascere il pensiero d'introdurvi, qua e là, le piú importanti almeno fra le poche notizie che s'avevano sull'antica storia della Città. Ma siccome, verso la fine del secolo XIII, l'opera di Martin Polono si fermava, e le notizie fiorentine invece crescevano molto di numero e di estensione, cosí ne avveniva che, senza quasi pensarvi, tutti questi rifacimenti smettevano allora la storia universale, e continuavano con la fiorentina, a cui la prima veniva in tal modo a servire d'introduzione, con non piccola soddisfazione dell'amor proprio municipale.
Uno dei primi lavori che ci presenti Martin Polono tradotto, abbreviato, rifatto, con l'innesto d'alcune notizie fiorentine, è quello che ha per titolo: Le Vite dei Pontefici et Imperatori romani, che fu attribuito al Petrarca, e trovasi in parecchi codici fiorentini del secolo XIV. In esso però la storia di Firenze ha ancora un'importanza molto secondaria, tanto è vero che, essendo stato piú tardi raffazzonato e continuato fino al 1478, quando fu la prima volta pubblicato,[30] si seguí sempre il metodo primitivo del Polono, dando cioè, via via, in compendio, le Vite degli altri Papi ed Imperatori. Ma non mancarono ben presto nuovi tentativi, nei quali si dette a Firenze una parte assai maggiore. Un manoscritto del secolo XIV, nella Biblioteca Nazionale di Napoli, esaminato la prima volta dal Pertz, ci presenta, in fatti, molto abbreviate le notizie di Martin Polono, dando assai piú larga estensione a quelle su Firenze, le quali arrivano sino al 1309.[31] Qui si comincia a veder chiaro che le seconde son per l'autore lo scopo principale del lavoro, tanto che all'Hartwig poté sembrare opportuno estrarle dal codice, e stamparle a parte, come una delle fonti di cui assai probabilmente si valse il Villani.[32] Lo stesso concetto apparisce molto piú chiaro in una Cronica attribuita a Brunetto Latini. Alcune delle notizie fiorentine che in essa si trovano, furono da lungo tempo e piú volte estratte, stampate, adoperate, specialmente la nota dei Consoli e dei Podestà, di cui anche l'Ammirato si valse, e una narrazione del fatto del Buondelmonti (1215), diversa assai da quella dataci dal Villani. Si poté subito affermare che l'autore scriveva nel 1293, perché in quell'anno appunto ricorda un fatto cui dice essersi trovato presente.[33] Piú tardi la Cronica fu attribuita a Brunetto Latini, sebbene la narrazione arrivi fino ad un tempo in cui il maestro di Dante era certamente morto.[34] Nelle sue dotte ricerche il dottor Hartwig scoprí in Firenze quello che, secondo ogni apparenza, dovrebbe essere l'autografo.[35] Quantunque il codice sia mutilo, cominciando solo dal 1181, pure è doppiamente prezioso, perché ci pone dinanzi chiarissimamente il metodo con cui questo lavoro, al pari certo di molti altri simili, fu compilato. Una colonna nel mezzo contiene il solito rifacimento di Martin Polono;[36] nei margini, fra le rubriche, qualche volta anche negl'interlinei, sono aggiunte notizie di storia generale, cavate da altre fonti, ma sopra tutto notizie di storia fiorentina.
E cosí s'arriva al 1249, dove c'è una lacuna che va sino al 1285, quando l'autore ripiglia la sua narrazione, per arrivare al 1303.[37] In questa seconda parte però il suo lavoro muta affatto carattere. Egli non ha piú dinanzi a sé la guida di Martin Polono, e ne abbandona anche il metodo. Le notizie dell'Impero e della Chiesa diminuiscono sempre piú, e crescono invece quelle di Firenze, le quali non sono ora staccate ed introdotte capricciosamente nella narrazione, ma riunite e fuse insieme. Cosí, a poco a poco, noi abbiamo dinanzi una vera cronica di Firenze, che acquista un suo proprio valore indipendente. Il dott. Hartwig, che l'aveva scoperta, la credette in principio autografa, ma finí poi col dubitarne. La gran confusione del manoscritto; l'essere mutilo in sul principio; la lacuna di trentasei anni nel mezzo; la mancanza d'alcune notizie, che si trovavano negli estratti di essa, riportati da antichi scrittori; il vedere che molti di questi citavano un altro codice della Cronica, appartenuto alla Biblioteca Gaddi; tutto ciò gli fece a buon diritto affermare, che per risolvere definitivamente il problema occorreva prima trovare il codice gaddiano, da lui invano sino allora cercato. Il prof. Santini invece sostenne, in una sua tesi di laurea, che il codice gaddiano doveva essere la copia di quello scoperto dall'Hartwig, che egli giudicava essere l'originale mutilo. Non molto dopo la questione fu definitivamente risoluta da un altro alunno del nostro Istituto Superiore, il sig. Alvisi, il quale scoprí nella Laurenziana il codice gaddiano, che è in fatti una copia del secolo XV.[38] In esso i varî brani, che nell'originale erano stati scritti in colonne separate, sono fusi cogli altri, ma in modo spesso arbitrario. Anche qui c'è la lacuna 1249-85, ma la Cronica, invece di cominciare dal 1181, comincia, come la prima compilazione di Martin Polono, da Gesú Cristo, primo e sommo Pontefice, e da Ottaviano imperatore. Cosí noi possiamo ora affermare, che nel codice della Biblioteca Nazionale di Firenze, abbiamo una vera fotografia del metodo seguíto nelle prime compilazioni di storiografia fiorentina. Con esso vediamo l'autore lavorar quasi sotto i nostri occhi.
Un altro esempio, ma assai piú imperfetto, di questi lavori, lo abbiamo nel codice lucchese qui sopra citato. L'autore ci dice esso stesso di averlo composto fra gli anni 1290 e 1342. Egli trascrive tutta la leggenda sull'origine di Firenze; prosegue quindi col rifacimento italiano di Martin Polono, incominciando da Ottaviano imperatore. Di tempo in tempo v'introduce però «molte cose, le quali pertengono ai fatti di Toscana e specialmente di Firenze... la maior parte si trovano in diversi libri di Toscana, e qual na piú, qual na meno». Arrivato cosí all'anno 1309, continua la sua narrazione, valendosi del Villani, che nel 1341 aveva già pubblicato alcuni libri della sua storia, e con questo aiuto va fino al 1342. Continua, riproducendo una descrizione latina di Firenze, scritta nel 1339, e poi, anche in latino, la introduzione che Martin Polono aggiunse alla sua storia. Il compilatore riconosce che l'ordine da lui seguíto non è né logico né cronologico; ma si scusa col lettore, dicendo che ha voluto porre insieme prima le parti italiane e poi le latine di questa sua opera, con l'intendimento però di meglio ordinarle piú tardi, e fonderle insieme, scrivendole tutte in latino, al che pare gli mancasse poi il tempo. Anche da questo codice furono estratte e stampate le notizie attinenti a Firenze.[39] Il metodo seguíto dal compilatore, come si vede, è sempre lo stesso, quantunque piú meccanico e materiale del solito, perché non v'è alcuna intrinseca unione fra le parti diverse. Quello però che v'ha di nuovo, si è l'avere trascritta, nella sua integrità, la leggenda, per farla servire da introduzione alla storia di Firenze, esempio che fu poi, come vedremo, imitato anche da altri.
Per quanto però questo sistema di fondere la storia del Comune nella storia universale, potesse piacere all'amor proprio fiorentino, era tuttavia chiaro che la prima ne rimaneva come soffocata. Non mancarono quindi nel secolo XIV tentativi di esporla separatamente. Paolino Pieri incomincia la sua Cronica dal 1080, anno in cui anche gli altri cronisti dànno la prima notizia storica di Firenze, e continua, accennando poco dei Papi e meno degl'Imperatori, sino al 1305, raccogliendo le scarse notizie fiorentine «di piú cronache, di piú libri trovate, et di nuovo per me Paolino di Piero vedute et ad memoriam scripte». Simone della Tosa, che morí nel 1380, comincia invece i suoi Annali con l'elenco dei Consoli e Podestà (1196-1278), e poi va subito dalla morte della contessa Matilde (1115) fino al 1346, aggiungendo, verso la fine, alle magre notizie su Firenze, anche quelle della sua famiglia. Ma tali modestissimi sunti di poche pagine, meno che mai potevano contentare nel secolo XIV una città, che era già fra le prime d'Italia, che nel suo crescente orgoglio si poneva alla pari di Roma, e voleva nella sua storia veder qualche cosa di simile a quella dell'antica capitale del mondo.
Questo fu l'ambizioso problema che si propose di risolvere Giovanni Villani, come egli stesso ci narra. Mi trovavo, egli dice, a Roma pel Giubileo, l'anno 1300, ammirando le grandi memorie di quella città, leggendone le gloriose imprese, narrate «da Virgilio, Sallustio, Lucano, Tito Livio, Paolo Orosio e altri maestri d'istorie, che scrissero non solo i fatti di Roma, ma eziandio degli strani dell'universo mondo; presi lo stile e forma da loro».[40] Ripensando che «per gli nostri antichi Fiorentini poche e non ordinate memorie ai trovino di fatti passati della nostra città di Firenze»,[41] e che essa «figliuola e fattura di Roma era nel suo montare e a seguire grandi cose, siccome Roma nel suo calare», deliberai «di recare in questo volume e nuova cronica tutti i fatti e cominciamenti della città di Firenze,... e seguire per innanzi stesamente i fatti de' Fiorentini, e dell'altre notabili cose dell'universo in brieve».[42] Connettere quindi la storia di Firenze con quella del mondo, come già altri avevano fatto; ma in modo che non vi si perdesse, avesse anzi la parte principale, ecco quale doveva essere la via da tenere, secondo il Villani. Egli quindi non fa piú un lavoro meccanico e di mosaico; coordina, divide la sua storia in libri e capitoli, al modo degli antichi. Noi non conosciamo quali sono tutte le sue fonti, perché su questo argomento non si è fatto ancora uno studio compiuto. Sappiamo però con certezza che sono molte. Per la storia generale, Martin Polono resta sempre la fonte principale; ma vi si aggiungono i Gesta Imperatorum et Pontificum di Thomas Tuscus; la Vita di San Giovanni Gualberto;[43] le Cronache di San Dionigi, la cui traduzione italiana fu stampata (1476) prima dell'originale; il Libro del Conquisto d'Oltremare, che è una storia delle crociate, tradotta nel Medio Evo dal francese in quasi tutte le lingue.[44]
Quale sia il gran valore del Villani per la storia fiorentina, a cominciare dalla fine del secolo XIII, tutti lo sanno e non è questo il luogo da parlarne. Quanto alle origini, le notizie veramente storiche che egli ci dà, sono assai poche. Incominciano al solito dal 1030, e vi si trova piú o meno tutto quello che è disseminato negli altri, non di rado coi medesimi errori, spesso anche colle stesse parole. Questa singolare somiglianza, che fu poi notata, pei primi tempi, fra tanti cronisti fiorentini, si spiegava facilmente quando si poteva supporre che gli uni avessero copiato dagli altri. Ma quando, il che seguiva piú volte, si poteva invece dimostrare che essa esisteva anche fra scrittori l'uno dall'altro affatto indipendenti, la soluzione del problema non era ugualmente facile. Fu questa la ragione per la quale il prof. Scheffer Boichorst, con giuste ed acute indagini, notando il fatto, mise innanzi l'ipotesi, che i varî cronisti avessero attinto ad una fonte comune, ora perduta. E siccome Tolomeo da Lucca, il quale aveva già finito i suoi Annali prima che il Villani cominciasse a colorire il proprio disegno, cita piú volte i Gesta e gli Acta Florentinorum, i Gesta e gli Acta Lucensium, cosí il critico tedesco dette il nome di Gesta Florentinorum a quella che sarebbe stata, secondo lui, la fonte comune dei cronisti fiorentini fino ai primi del secolo XIV. Una tale ipotesi, che in modo assai probabile, spiegava un fatto certo, il quale altrimenti rimarrebbe del tutto inesplicabile, venne generalmente ammessa. Quando però si vollero un po' troppo determinare la natura e i confini dei Gesta, la lingua non solo e l'anno in cui cominciarono, quello in cui finirono, ma anche lo stile ed il carattere preciso dell'opera e dell'autore, fu forza allora restare spesso sopra un terreno assai disputabile. Io perciò lascio da parte siffatte discussioni, estranee ad una sommaria esposizione. Ritengo bensí col prof. C. Paoli,[45] che i Gesta non furono un lavoro veramente personale, ma piuttosto una raccolta di notizie fiorentine, assai magra in sul principio, la quale s'andò poi via via accrescendo di nuove notizie annalistiche e di nuove aggiunte, secondo che passava di mano in mano. Una di tali compilazioni, piú autorevole e piú nota (ora sfortunatamente perduta), dovette venire nelle mani di alcuni cronisti, che l'adoperarono, senza che l'uno sapesse dell'altro. Da questi copiarono poi parecchi di coloro che vennero piú tardi.
Il Villani incomincia dalla Torre di Babele e dalla confusione delle lingue, per darci subito la leggenda sulle origini di Firenze, che egli divide in capitoli, ed espone come se fosse una vera storia, portandovi però alcune alterazioni, di cui parleremo piú oltre. Segue poi la storia generale del Medio Evo, in cui, a cominciare dal 1080, l'autore introduce tutte quelle notizie che poté raccogliere su Firenze, e queste sono anch'esse piú o meno alterate da altre leggende assai diffuse allora nel popolo, da considerazioni spesso fantastiche, che egli vi aggiunge di suo. Che cosa di certo possiamo noi cavare da tutto ciò? In sostanza abbiamo solo una leggenda, ed un piccolo numero di notizie storiche di non dubbio valore, ma non senza errori, che galleggiano qui, come altrove, in un mare di notizie affatto estranee a Firenze, con brani di tradizioni o leggende mal sicure, con spiegazioni o considerazioni affatto arbitrarie. La prima questione da risolvere è perciò questa: quale è l'origine della leggenda, che valore ha essa? Se ne può direttamente o indirettamente cavare nulla di storico? La seconda è: si può con sicurezza determinare quale sia quel nucleo primitivo di notizie autentiche, che si dovevano trovare nei Gesta Florentinorum? La seconda almeno di tali questioni non presenta gravi difficoltà, perché, quando noi paragoniamo i varî cronisti, massime quelli che sono tra loro indipendenti, e ne caviamo tutto ciò che hanno di comune, spesso anche con identiche parole, su Firenze, lo scopo è in gran parte raggiunto. Ma dopo di ciò, e dopo che s'è cercato di cavar qualche costrutto (assai scarso, come vedremo) dalla leggenda, quello che rimane di certo è ben poco. E però bisogna assolutamente aiutarsi con tutti quanti i documenti pubblici o privati, che possono trovarsi negli archivi, colle indagini dei dotti moderni sulla storia medioevale in genere, e su quella di Firenze in particolare. Queste ultime, incominciate già dall'Ammirato, furono con ardore proseguite nel passato secolo dal Borghini, dal Lami, da molti e molti altri eruditi fino ai nostri giorni. I resultati definitivi però di sí lunghe indagini e di sí vasta dottrina, rimasero sempre scarsissimi. La prova ne è, che l'illustre Gino Capponi, dopo alcune poche pagine d'introduzione alla sua storia di Firenze, è costretto, come gli antichi, a fare un salto sino alla morte della Contessa Matilde, ed incomincia, si può dire, a parlar del Comune, quando esso era già da un pezzo formato. Seguono dodici pagine, in cui si fa la storia di quasi due secoli, sino al 1215 circa, e solo dal secolo XIII in poi il racconto procede davvero ampiamente.
Ma ai nostri giorni la critica dei documenti medievali ha fatto, massime in Germania, uno straordinario progresso, e la questione è stata perciò ripresa in esame. Il primo che, con un metodo scientifico e con molta dottrina, si accinse all'opera, fu il D.r O. Hartwig. Egli studiò non solo tutto quello che s'era pubblicato, ma fece nuove indagini nelle biblioteche ed archivi italiani; ebbe dal D. Wüstenfeld appunti preziosi di nuovi diplomi, da questo scoperti in Toscana. Cosí poté nell'opera, che abbiamo già piú volte citata, darci una raccolta di preziosi documenti e di dotte dissertazioni, le quali servirono e serviranno di base alle future ricerche, e sarebbero anche meglio note e pregiate, se fossero state scritte in una forma piú popolare. Molto ha cercato, moltissimo ha letto il prof. Perrens, che dedicò la sua vita alla storia di Firenze, scrivendo un'opera di cui sono già usciti otto volumi. Il primo dei quali, di 550 pagine, arriva solo alla metà del XIII secolo, e tratta quindi lungamente, dottamente delle origini. Di ciò gl'Italiani tutti debbono essergli grati; ma è pur forza riconoscere che allo zelo indefesso, alla vasta dottrina, ad una lettura veramente prodigiosa, non rispondono sempre la precisione delle notizie e la sicurezza del metodo. Trattandosi d'un tempo, pel quale bisogna tutto ricostruire sopra un assai scarso numero di fatti conosciuti, se questi non sono bene accertati, le conseguenze possono essere disastrose davvero. Quando, per esempio, egli cerca le prime origini dei Consoli, si fonda ancora sopra quel documento di Pogna con la data del 4 marzo 1101, in cui essi sono nominati, e non osserva che il Capponi, il quale pure è da lui continuamente citato, aveva dimostrato che quella data sí lungamente creduta esatta, era sbagliata, e bisognava mutarla in 4 marzo 1181, stile fiorentino, il che vuol dire 1182, stile moderno. Cosí egli vede i Consoli prima assai che nascessero.[46] Altrove entra nella disputa molto intricata della giurisdizione, che i Fiorentini del XII secolo avevano sul proprio contado. Ripete cogli antichi cronisti che nel 1186 Federico I lo tolse loro del tutto, sino alle mura; ma che essi lo riebbero nel 1188. E aggiunge che, morto poi l'imperatore Federico nel 1190, il suo successore Enrico VI, «comme don de joyeux avénement, multiplie les privilèges». Né riflette, che il diploma citato a sostegno di quest'ultima asserzione, ha la data, da lui stesso riportata in nota, del 1187.[47] Come può il lettore piú dipanare l'arruffata matassa? E, per addurre un altro esempio, diremo che l'autore ci dà come storia, la narrazione leggendaria sull'origine della festa della colombina, il sabato santo. I Fiorentini sono spinti alla crociata dall'Arcivescovo Ranieri nel 1099, cioè alcuni secoli prima che a Firenze vi fosse un arcivescovo. Pazzino dei Pazzi, pel valore dimostrato nella presa di Gerusalemme, ottiene la corona murale da Goffredo Buglione, il quale gli concede anche il privilegio di mutare la propria arme, adottando le croci e i delfini, cosa che i Pazzi fecero solo qualche secolo piú tardi.[48] Egli torna in Firenze come un conquistatore, sopra un carro, di cui ci è data la descrizione; è accolto come un trionfatore romano dal popolo, dal clero e dai magistrati, in un tempo in cui il Comune non era ancora formato.[49] Porta seco tre pietre cavate dal sepolcro di Cristo, le quali sono pietre focaie, da cui anche oggi si cava la scintilla, per accendere il carro della colombina. E tutto ciò è fondato sulla Storia genealogica del Gamurrini, che non ha valore alcuno.[50] Al lettore parrà stranamente odioso l'essermi io qui fermato a notare alcuni errori d'un'opera, di cui sono primo a riconoscere i pregi, e della quale piú volte ho profittato. Ma dovevo spiegar la ragione, perché, pure lodandola, cosí di rado la cito. È un'opera che contiene di certo un vasto materiale storico, scritta con brio e chiarezza, che ha osservazioni spesso acute, e fa onore al suo autore, cui gl'Italiani debbono riconoscenza; ma se per tutto ciò è necessario studiarla, non è possibile valersene, senza un continuo riscontro delle fonti che cita.
E qui dobbiamo ricordare un altro lavoro assai piú modesto, del quale però ci siamo potuti piú francamente giovare. Il prof. Santini, che in alcuni suoi brevi scritti, pubblicati nell'Archivio storico italiano, aveva dato saggio di molto acume nelle indagini sulla storia primitiva di Firenze, adesso ha avuto il felice pensiero di raccogliere tutti quanti i documenti editi o inediti, che intorno al medesimo soggetto si trovano negli archivi fiorentini. Dopo averli copiati e riscontrati sugli originali, li ha già stampati in un grosso volume, che vedrà presto la luce. Sarebbe assai desiderabile che egli o altri potesse fare lo stesso per tutte almeno le città toscane, che tante relazioni hanno fra loro. Ma intanto il suo libro sarà una nuova e solida base alle indagini storiche fiorentine. E noi dobbiamo essergli doppiamente grati, perché ci ha consentito di studiarlo sulle bozze di stampa. Cosí ce ne siamo potuti valere prima che sia pubblicato, e lo citeremo assai spesso. Di altri lavori non parliamo qui, ma il lettore li troverà ricordati nelle note.
II
Lasciando per ora da parte i documenti e gli autori, veniamo a parlare della leggenda, la quale, come dicemmo, presenta un primo problema da risolvere o almeno da discutere. Essa si diffuse di certo assai largamente nel popolo. Anche la Divina Commedia (Par. XV, 125), ci descrive la donna fiorentina che, filando,
Favoleggiava con la sua famiglia
De' Troiani, di Fiesole e di Roma.
Ciò non ostante, la sua origine apparisce piú letteraria che veramente popolare. Non è infatti che uno strano amalgama di tradizioni classiche e medievali, la piú parte cavate da libri, e piú o meno arbitrariamente alterate, sull'assedio di Troia, la fuga di Enea, le origini di Roma, con le quali l'orgoglio municipale voleva connettere quelle di Firenze, raccogliendo cosí le poche ed incerte cognizioni o piuttosto tradizioni, che su di ciò si avevano. La leggenda comincia con Adamo, e subito lo abbandona, arrivando rapidamente alla fondazione di Fiesole, per opera di Atalante e di sua moglie, col consiglio di Apollonio astrologo. Fiesole fu la prima città, costruita nel luogo piú sano d'Europa, e di qui il suo nome: Fie sola. I loro figli si sparsero sulla terra, che andarono popolando. Il primo si chiamò Italo, e diede il suo nome all'Italia; il terzo si chiamò Sicano, e dette il suo nome alla Sicilia, che conquistò. Il secondo, Dardano, andò piú lontano a fondare la città di Troia.[51] Qui la leggenda corre di nuovo rapida fino alla guerra di Troia, alla fuga d'Enea, alla fondazione di Roma, di cui Firenze è la figlia prediletta. Si procede quindi assai piú lentamente a parlare di Catilina, e su di esso (tanti sono i particolari che di lui si narrano) deve esserci stata una speciale leggenda, la quale o venne piú tardi a congiungersi con le altre, che formarono la cosí detta Chronica de origine Civitatis, o piú probabilmente si svolse prima da questa, e vi fu poi ricongiunta nelle compilazioni posteriori.
Dopo aver cospirato contro Roma, egli venne a Fiesole, dove i Romani lo inseguirono e lo combatterono, sotto il comando dei consoli Metello e Fiorino, il secondo dei quali morí in battaglia, ed il loro esercito fu pienamente disfatto presso l'Arno. A vendicarli però venne Giulio Cesare, il quale pose l'assedio a Fiesole, la distrusse, e poi sul luogo stesso dove era stato ucciso Fiorino, fu edificata una città nuova, che da lui prese il nome di Fiorenza. Catilina fuggí verso l'Appennino pistoiese; colà fu inseguito e disfatto. La mortalità fu tale e tanta, che ne scoppiò una peste, da cui venne il nome a Pistoia.[52] Il nome delle città toscane è dalla leggenda spiegato sempre collo stesso metodo, Pisa viene da pesare. Ivi i Romani riscuotevano i loro tributi, i quali erano tanti che essi dovevano pesarli in due luoghi diversi; e questa è la ragione per la quale usarono il nome di questa città al plurale: Pisae Pisarum. Lucca viene da lucere, perché essa fu la prima città, che si converti alla luce del Cristianesimo. Dello stesso genere è l'origine del nome di Siena. Quando i Franchi[53] vennero a combattere i Longobardi nel mezzogiorno, si fermarono in un luogo dell'Italia centrale, dove lasciarono tutti i loro vecchi. Cosí alla città che ivi poi sorse, fu dato il nome, usato anch'esso in plurale, di Senae Senarum. Firenze, invece, ebbe, secondo la leggenda, il suo nome da Fiorino, sebbene altri piú tardi lo facessero derivare da Fluentia, perché posta sul corso del fiume Arno; altri, dai molti fiori che crescono sul suo terreno. Essa fu costruita a similitudine di Roma, col Campidoglio, il Foro, il Teatro, le Terme, e fu perciò chiamata la piccola Roma. Suoi amici sono sempre gli amici di Roma, e nemici dell'una son sempre quelli dell'altra.
Dopo cinquecento anni, cosí continua la leggenda, Totila flagellum Dei venne a distruggerla, ricostruendo subito Fiesole, la città rivale. Qui è chiaro che si voleva dire Attila, perché questi ebbe il titolo di flagellum Dei, e fu nel Medio Evo il tipo vero del devastatore e distruttore di città. Ma esso non era venuto a Firenze, e perciò fu mutato in Totila, che v'era stato, ma che non aveva avuto lo stesso appellativo. A questo scambio dei due nomi, contribui anche la loro somiglianza, né è il solo esempio che quella età ci presenti di confondere Attila con Totila. Dante nella Divina Commedia, (Inf. XIII, 148-9) attribuisce ad Attila la distruzione di Firenze, là dove ricorda
Quei cittadin che poi la rifondarno
Sovra il cener che d'Attila rimase.
E s'allontana doppiamente dalla leggenda, perché secondo essa furono i Romani, che vennero a ricostruirla, e questa volta naturalmente a similitudine di Roma cristiana, con le chiese di S. Piero, S. Giovanni, S. Lorenzo ecc., come nella Città eterna.
Passarono cosí tranquilli piú di altri 500 anni,[54] quando finalmente Firenze volle vendicarsi della sua eterna rivale, ed improvvisamente assalí e distrusse Fiesole. Ora noi possiamo qui osservare, che se Firenze fu la prima volta fondata ai tempi di Cesare; se piú tardi fu ornata di monumenti romani; se, trascorsi 500 anni, fu distrutta da Totila,[55] e dopo piú di altri 500 anni essa distrusse Fiesole, è chiaro che la cronologia stessa della leggenda ci porta per lo meno al secolo XI. Se poi aggiungiamo che l'assalto e la parziale distruzione di Fiesole avvennero storicamente nel 1125, ne segue che la leggenda non può essersi formata prima del secolo XII, come già dicemmo.
Qui essa sarebbe finita, e dovrebbe aver principio la storia. Il Sanzanome infatti, che è il cronista piú antico, incomincia appunto dalla distruzione di Fiesole. Il Libro fiesolano però, che qualche volta inverte a capriccio l'orditura della leggenda, vi fa infine una giunta, che merita d'essere ricordata, perché dimostra quanto era l'arbitrio con cui questi strani racconti s'andavano formando. La giunta si riferisce agli Uberti, potenti cittadini di Firenze, stati sempre avversi al governo popolare della loro Città. Secondo la tradizione essi erano venuti di Germania cogli Ottoni. Questo però evidentemente non piaceva al compilatore del Libro fiesolano, che forse era amico degli Uberti, e però afferma, con un certo sdegno, che gli Uberti erano invece discesi dal sangue di Catilina, «nobilissimo re di Roma», il quale discese dai Troiani. Questi ebbe un figlio chiamato Uberto Cesare, a cui una moglie fiesolana diè 16 figliuoli, dopo di che fu da Augusto mandato a riconquistare la Sassonia, la quale s'era ribellata. Colà suo figlio Uberto Catilina sposò una gran dama tedesca, da cui nacque «il lignaggio del buon Ceto (Ottone) di Sansognia». Cosí è falso che gli Uberti siano «nati dallo Imperatore della Magna, ma la veritade è questa, che lo Imperatore è nato di loro».[56] Con tale giunta, posteriore al resto della leggenda, si vede che l'autore vuol glorificare gli Uberti; ma, ricordandosi che essi furon sempre nemici del governo della Città, li fa discendere da Catilina e da una Fiesolana. Non potendo però neppure disconoscere affatto il loro carattere ghibellino, la loro origine germanica, se non sa decidersi a farli discendere dagli Ottoni, li muta in loro progenitori. Cosí sono soddisfatte la tradizione e l'ambizione o piuttosto l'adulazione del compilatore.
Uno studio delle fonti di questa leggenda, che non ha certo una vera importanza storica, ci condurrebbe fuori del nostro tema, perché non getterebbe nessuna nuova luce sulle origini di Firenze. Diremo solo che, oltre a Darete, De excidio Troiae, ed al comento di Servio a Virgilio, essa attinge alla Storia di Orosio, alla Storia Romana di Paolo Diacono ed alle altre parti della Historia Miscella, ecc.[57] Ma, lasciando ora siffatto argomento, noteremo invece che, incominciando con essa le loro storie, il Villani ed il Malespini, non solo ricorrono a due diverse compilazioni, ma se ne valgono in modo affatto diverso.[58] Ciò serve anche a provare che, se il Malespini deriva dal Villani, non ne è però sempre ed in tutto una copia. Egli si vale del Libro fiesolano, aggiungendovi di suo due interi capitoli,[59] i quali contengono una vera e propria novella, che probabilmente deriva da qualche episodio della leggenda di Catilina. Piena di stranissimi anacronismi, essa è però scritta in una forma piú corretta e assai piú vivace di tutto il resto.
Fiorino, che qui diviene un re di Roma, aveva in moglie la piú bella donna mai vista, chiamata perciò Belisea. Dopo la disfatta e morte di suo marito, ella restò prigioniera d'un pessimo cavaliere, chiamato Pravus, che Catilina fece uccidere, pigliando seco Belisea, di cui s'era perdutamente innamorato. Ma essa trovavasi in preda al piú disperato dolore, perché non sapeva che cosa fosse mai avvenuto della sua bellissima figlia Teverina, che stava chiusa nella casa di Centurione, il quale l'aveva presa prigioniera e se n'era poi invaghito. Baciandone le bellissime trecce, egli esclamava: «Queste sono quelle che mi hanno incatenato, che io non vidi mai le somiglianti trecce di bellezza». Il giorno della Pentecoste, la madre andò a sentire la messa nella Canonica di Fiesole, dove a calde lacrime piangeva la figlia perduta. Colà fu sentita da una fantesca, che conosceva dov'era la giovinetta, e lo rivelò alla madre. Saputolo Catilina, assalí subito Centurione nel proprio palazzo, e dopo fiera battaglia lo prese prigioniero. Questi dovette allora la vita alle intercessioni di Belisea, la quale, avuta la figlia, volle salvarlo; ne curò le ferite, e lo indusse a partire, perché non fosse preda dello sdegno di Catilina. Persuaso a partire, e già salito a cavallo, Centurione chiese di rivedere Teverina, per darle l'ultimo addio. Ma quando l'ebbe vista, distese a lei la mano, la tirò sull'arcione, e se ne fuggí subito con le sue genti, menandola seco a galoppo. La madre tramortí per dolore, e Catilina «con tutta la sua baronía», con mille cavalieri e due mila pedoni, inseguí il traditore, che raggiunse a dieci miglia di distanza, nel castello di Nalde, dove pose l'assedio. Ma in quel momento gli giunse novella che i Romani correvano verso Fiesole, e fu costretto a ripartire subito, per arrivare colà prima che vi ponessero l'assedio. E cosí finisce questo singolare episodio, aggiunto alla leggenda, quando essa, perduto il suo primitivo carattere, pretendeva di essere una storia, e diveniva una novella.
Il Villani segue invece una piú antica compilazione, e non accoglie la novella di Belisea; conosce anche il Libro Fiesolano, e se ne vale, ma lo respinge come poco autorevole, appunto là dove abbiam visto che il Malespini lo segue. Ricordando infatti la pretesa discendenza degli Uberti da Catilina, egli aggiunge: «questo non troviamo per alcuna autentica storia, che per noi si provi».[60] Oltre di ciò, volendo dare alla leggenda, per quanto gli è possibile, una forma piú autorevole e storica, vi porta piú d'una volta alterazioni, che cava ora dalle fonti medesime da cui essa ha attinto, ora da poeti e storici romani che cita, come Ovidio, Lucano, Tito Livio, e specialmente Sallustio, del quale si giova per aggiungere particolari storici ai racconti leggendari su Catilina. Resterà pur sempre un fatto psicologico eternamente istruttivo quello che ci presentano gli uomini di questo tempo, massime il Villani, il quale, contemporaneo di Dante, pratico degli affari, culto, intelligente, acuto osservatore, poteva a tanta intelligenza, cultura e buon senso, unire tanta e cosí puerile credulità.
Ma che cosa, in sostanza, si può cavare di certo dalla Chronica de origine Civitatis? Oltre all'ambizione, che avevano quasi tutte le città italiane, di ricondurre le loro origini ai Romani ed ai Troiani, essa vuol farci sapere che Fiesole, etrusca, fu l'eterna rivale di Firenze, romana, la quale non poté prosperare fino a che non l'ebbe distrutta. E però Catilina, nemico di Roma, è il difensore di Fiesole; Cesare, Augusto, gl'Imperatori sono i fondatori, difensori, restauratori di Firenze, fatta sempre a similitudine di Roma, chiamata piccola Roma, Augusta, Cesarea, ecc.; Totila o Attila, cioè i barbari che sovvertirono l'Impero, sono quelli che la disfecero. Piú tardi un'altra leggenda la fa ricostruire da Carlo Magno, il restauratore dell'Impero. Cosí almeno è narrato dal Villani e dal Malespini; ma non ve n'è traccia nel De Origine, e neppure nel Libro fiesolano, che, imbevuti di tradizioni romane, non conoscono ancora leggende cavalleresche. Infatti, nel darci questo racconto, il Villani dice: «Troviamo per le Croniche di Francia».
Le prime origini di Firenze furono attribuite alla etrusca Fiesole. E Dante stesso dice de' Fiorentini nel suo Inferno (xv-61-3):
Ma quell'ingrato popolo maligno
Che discese da Fiesole ab antico
E tiene ancor del monte e del macigno.
Niccolò Machiavelli nelle sue Storie, lasciando da parte (come aveva già fatto Leonardo Bruni) tutte le leggende medioevali, diceva che i mercanti fiesolani cercarono, fin da tempi remotissimi, di avere un emporio sull'Arno. Cosí a poco a poco s'andarono costruendo capanne, che poi divennero case, le quali formarono una città. Ma ciò sarebbe avvenuto per opera dei Romani, dopo le guerre cartaginesi. Altri suppose che ciò potesse essere avvenuto quando, secondo Livio (187 a. C.), Flaminio viam a Bononia perduxit Arretium.[61] Ma questo primo periodo della storia di Firenze è oscurissimo. Strabone non la nomina neppure; la ricordano Tacito e Plinio, il primo dei quali racconta che insieme con altre città, essa mandò una deputazione a Tiberio, per impedire che la Chiana venisse immessa nell'Arno, dal che temevano una inondazione. Quaranta anni dopo, Floro la ricorda fra i municipia splendidissima, che piú soffrirono ai tempi di Silla, il quale la mise all'asta.[62] Un'antica iscrizione in cui si leggeva: Jul[ia] Aug[usta] Flor[entia] fece ritenere che Firenze fosse colonia romana fondata da Augusto. Ma recentemente il Mommsen sostenne che questa iscrizione si deve riferire non a Firenze, bensí a Vienna nella Gallia[63] Il Liber coloniarum (213.6) la pone tra le colonie dedotte dai Triumviri (colonia deducta a triumviris, adsignata lege Julia). E però qualche scrittore, riferendosi al primo triumvirato la dice fondata da Cesare (59 a. C.), gli altri, riferendosi al secondo, la ritengono fondata da Ottaviano Augusto (43. a. C.). Pure, non ostante il Liber coloniarum, non ostante la citata iscrizione e le parole di Floro, altri scrittori propendono a credere che Firenze sia colonia sillana, opinione cui sembra inclinare anche il Mommsen.[64] Gli scavi recentemente fatti proverebbero, secondo il prof. Milani, direttore del Museo Archeologico di Firenze, che ai tempi di Silla la città aveva già non poca importanza.[65] In conclusione però se si disputa sul primo fondatore della colonia, la esistenza di Firenze colonia romana, non solo è certa, ma gli avanzi dei monumenti ai nostri giorni scoperti ce la fanno sempre meglio conoscere. Le mura romane erano visibili ancora nel Medio Evo, ed alcuni avanzi se ne sono pure trovati ai nostri giorni.
Prima però di questa Firenze colonia romana, ve n'era stata di certo un'altra piú antica, quella cui si dovrebbero riferire le parole di Floro, quando la chiama Municipium splendidissimum. Ma di essa non si sa nulla di veramente certo, e finora si hanno delle ipotesi piú o meno fondate, ma solo ipotesi. Possiamo aggiungere che gli scavi piú recenti han messo in luce alcune tombe italiche assai antiche, ed alcuni frammenti architettonici che, come già dicemmo, si possono, secondo il prof. Milani, ritenere anteriori anche ai tempi di Silla.
Comunque sia di ciò, la Firenze colonia romana aveva la forma dell'antico castrum, un quadrato, traversato da due grandi strade perfettamente orientate, le quali s'incrociavano ad angolo retto nel centro di essa, e la dividevano in quartieri. Il Campidoglio era nel mezzo, là dove piú tardi fu la chiesa di S. Maria in Campidoglio; ivi era anche il Foro, nel luogo stesso dove fu poi il Mercato Vecchio ora demolito. V'erano inoltre nella Città un anfiteatro, che nel Medio Evo fu chiamato il Parlascio, del quale si vedono ancora le tracce presso il Borgo dei Greci; un teatro in via dei Grondi; un tempio d'Iside, dove ora è S. Firenze; le Terme nella strada che ora ne porta il nome.[66] Non è quindi da maravigliarsi se questa città, che del resto era allora assai piccola, e tutta al di qua d'Arno, pretendesse chiamarsi piccola Roma, e cercasse le proprie origini nella tradizione romana. Tutto infatti ne' suoi monumenti parlava di Roma, e ciò trovava naturalmente eco nelle menti e nella fantasia fiorentina donde scaturí poi la leggenda. Anche oggi noi troviamo sempre nuovi avanzi di monumenti romani, esempi di architettura bizantina, nulla di veramente gotico o longobardo, appena qualche traccia di etrusco.
Come è naturale la Città s'andò col tempo allargando, e si formarono dei borghi fuori della mura, il piú grosso dei quali, al di là del fiume, congiunto ad essa per mezzo del Ponte Vecchio. Nella seconda metà del secolo XI, e propriamente nel 1078, se è esatta l'affermazione del Villani (IV, 8), alle palizzate che circondavano questi borghi furono sostituite le nuove mura. Si può credere che di ciò egli avesse notizia sicura, giacché, come sappiamo, sorvegliò alla costruzione del terzo ed ultimo cerchio delle mura incominciate nel 1299 (VIII, 2 e 31), e distrutte in gran parte ai nostri giorni, non restandone ora che alcuni brani.
A cominciare dalle invasioni barbariche una profonda oscurità circonda per lungo tempo la storia di Firenze, e le poche notizie che ne abbiamo, o sono di nuovo leggendarie affatto, o dalla leggenda alterate. Nel 405 Radagasio con un'orda di Goti, cui s'erano uniti altri barbari, si fermò in Toscana, ed assediò Firenze, le cui mura poterono resistere fino all'arrivo di Stilicone generale romano, il quale disfece quelle orde, ponendo a morte il loro capo. La resistenza fatta allora venne assai magnificata, e la vittoria di Stilicone fu attribuita a miracolo. La tradizione aggiunse, che il fatto seguí il di 8 ottobre, giorno di S. Reparata, e che perciò i Fiorentini iniziarono in esso le corse del pallio, e fondarono la chiesa di S. Reparata, cose tutte che sono invece di tempi posteriori. Questa leggenda perciò vale solo a provare, come durasse lungamente in Firenze la memoria dello scampato pericolo.
Segue un secolo d'assoluto silenzio, e poi la Chronica de Origine Civitatis, ci dà la notizia ripetuta qui anche dal Villani, che Totila, flagellum Dei, distrusse Firenze e fece riedificare Fiesole.[67] Al che il cronista aggiunge l'altra leggenda, secondo la quale, dopo essere restata la Città cosí guasta e disfatta per 350 anni, Carlo Magno, imperatore, invitò i Romani a volerla insieme con lui riedificare, a similitudine di Roma, e cosí essa sorse con le chiese di S. Pietro, S. Lorenzo, S. Maria Maggiore ecc. come sono a Roma, e le fu dato anche un territorio di tre miglia intorno alle mura.[68] Si vede qui che la ricostruzione di Firenze fatta, secondo il De Origine, subito dopo la pretesa distruzione operata da Totila, e da lui già ricordata piú sopra, gli sembra prematura, perché Firenze restò lungo tempo ancora in grandissimo abbandono; e quindi, senza troppo confondersi, registra anche la leggenda posteriore, che la fa costruire invece da Carlo Magno, il restauratore dell'Impero.
Ma che cosa possiamo noi trovare di vero in tutto ciò? Nel 542 Totila venne veramente in Toscana, e mandò parte de' suoi ad assediare Firenze. Giustino, che ivi comandava la guarnigione imperiale, chiese allora aiuto a Ravenna, ed all'avvicinarsi del soccorso verso la Città, Totila richiamò i suoi, ritirandosi nel Senese. Inseguito dagl'Imperiali, li disfece; ma non tornò poi contro Firenze, andando invece verso il mezzogiorno d'Italia. Tale almeno è il racconto di Procopio, seguito anche dai moderni.[69] I Goti tornarono, è vero, piú tardi, e furono senza difficoltà padroni della Toscana e di Firenze, dove commisero molte crudeltà; ma non la distrussero. Questi sono i fatti, tutto il resto è aggiunto della leggenda, la quale, col suo linguaggio fantastico, voleva dire, che seguí un lungo periodo di oscurità e di oppressione, da cui i Fiorentini cominciarono a sollevarsi alquanto solo a tempo dei Franchi.
I Longobardi infatti occuparono la Toscana verso il 570, ed abbiamo due secoli di tenebre fitte. Troviamo ricordato un Dux civitatis Florentinorum, Gudibrandus, che essi vi posero; ma altro non sappiamo. In mezzo a molte calamità d'invasioni di guerre, di dura oppressione, non solo quel commercio, che aveva dato origine a Firenze, fu interamente distrutto; ma molte famiglie, per maggior sicurezza, dal piano si rifugiarono ai monti, e non pochi cercarono perciò ricovero in Fiesole, alla quale, allora come sempre, tornarono a vantaggio i danni di Firenze. E si arrivò a tal punto, che nella seconda metà dell'ottavo secolo, i documenti parlano di Firenze come se fosse divenuta un borgo di Fiesole.[70] Ben presto però, sotto Carlo Magno, cominciarono tempi di maggiore ordine e tranquillità. Dai monti si discese allora di nuovo al piano; Firenze cominciò a prosperare a danno di Fiesole. E siccome i Franchi ai duchi longobardi sostituirono i conti, cosí anche Firenze ebbe un conte, la cui giudiciaria si estendeva per tutto il territorio della diocesi vescovile, che s'era formata sull'antica divisione romana. Questo era ciò che chiamavasi il contado fiorentino, il quale da un lato arrivava sino quasi a Prato, a un luogo detto i Confini, e di là verso il Poggio a Caiano si stendeva, girando dalla parte di Empoli, e confinando col Lucchese, col Volterrano, col contado fiesolano.[71] Carlo Magno si fermò a Firenze e vi celebrò il Natale del 786; esso difese anche i beni della chiesa fiorentina contro le aggressioni dei Longobardi. Tutto ciò dette origine alla leggenda della riedificazione della Città per opera sua. Il Villani, con manifesto anacronismo, non solo vi aggiunge la concessione di molti privilegi immaginarî, ma fa in questo momento nascere il Comune, che invece tardò parecchi secoli ancora. «Carlo», esso dice, «fece assai cavalieri e privilegiò la Città, facendo franco e libero il Comune e i cittadini, e tutto il contado co' suoi abitanti tre miglia intorno, e tutti quelli che si trovavano ad abitare, anche i forestieri. Per la qual cosa molti vi tornarono, ed ordinarono che la detta Città si governasse a modo di Roma, cioè per due Consoli e per lo Consiglio di Cento Senatori».[72] Ma questa non è che una giunta del cronista, piú arbitraria della leggenda stessa.
E non basta. Come Carlo Magno, cosí Ottone I, il restauratore dell'Impero in Germania, doveva essere fautore di Firenze, «perché», prosegue il cronista, «essa era stata sempre de' Romani e fedele all'Imperio».[73] In Firenze l'Imperatore s'era fermato l'anno 955, nell'andare a Roma per la coronazione, cosí continua il cronista, facendo anche da lui concedere alla Città un contado di sei miglia, doppio cioè, ma non meno immaginario di quello che le aveva fatto concedere da Carlo Magno. Ottone, sempre secondo il Villani, mise pace in Italia, abbatté i tiranni, e molti de' suoi baroni rimasero in Lombardia ed in Toscana, tra i quali ricorda i conti Guidi e gli Uberti. Né riflette che alcune di queste famiglie toscane avevano un'origine piú antica assai, e che anche al suo tempo i nobili principali del contado avevano nome di Cattani lombardi, in memoria della loro origine longobarda. E dimentica di nuovo che Firenze non era allora una città libera, cui l'Imperatore potesse concedere un territorio, il quale, come vedemmo, faceva già parte della sua giudiciaria, e non poteva, verso Fiesole almeno, estendersi a sei miglia.[74]
Un altro racconto favoloso è quello, narrato pure dal Villani, della distruzione di Fiesole nel 1010. Il giorno della festa di S. Romolo, i Fiorentini, deliberati a vendicarsi, sarebbero, colle armi celate sotto le vesti, entrati all'improvviso nella città rivale, dove, cavatele fuori a un tratto, e chiamati i compagni nascosti in agguato, avrebbero corso le vie, facendo man bassa su tutto, distruggendo le case, gli edifizî, eccetto il vescovado, la cattedrale, alcune altre chiese e la rocca, che non s'arrese. Fu dopo ciò promessa salva la vita a tutti coloro che volessero venire ad abitare in Firenze, di che molti profittarono. Cosí di due popoli se ne fece uno, e si riunirono anche le loro bandiere. Quella dei Fiorentini era rossa col giglio bianco, quella de' Fiesolani era bianca con una mezza luna celeste, e con esse si formò la bandiera rossa e bianca del Comune.[75]
Questa unione di due popoli in uno fu, secondo il Villani, la causa principale delle continue guerre civili, da cui Firenze fu tanto travagliata, al che s'aggiunse anche l'essere la Città stata costruita «sotto la signoria e influenza della pianeta di Marte, che sempre conforta a guerra e divisioni». E di nuovo, quasi dimenticando d'averlo già detto ai tempi di Carlo Magno, con poco minore anacronismo, ripete che i Fiorentini allora «feciono leggi e statuti comuni, vivendo ad una signoria di due Consoli, e col Consiglio del Senato, ciò era di cento uomini, i migliori della Città, com'era l'usanza data da' Romani ai Fiorentini».[76] È chiaro che egli non conosce le origini del Comune, è convinto solamente che venivano da Roma, e però di tanto in tanto le ricorda, là dove gli torna piú opportuno o gli pare meno improbabile che cominciassero. Di dove poi cavasse questa guerra e distruzione di Fiesole nel 1010, sapendo pure che il fatto era avvenuto invece nel 1125, come egli stesso racconta a suo luogo, non è facile dirlo. Il piú probabile è che, avendo nella leggenda trovato la guerra e distruzione di Fiesole piú di 500 anni dopo la distruzione di Firenze, per opera di Totila, il quale venne 500 anni dopo la fondazione della Città, il cronista ripeté due volte il fatto della distruzione, cioè nel 1010 e nel 1125, soddisfacendo cosí prima alla leggenda, che, in un modo del resto assai vago, lo aveva rimandato indietro, e poi alla storia, che ai suoi tempi era assai nota. Quanto poi alle ragioni della guerra civile, cercate nella forzata unione di due popoli avversi, si può osservare che per molto c'entrava davvero la diversità del sangue germanico dei nobili dal sangue latino del popolo, cosa che il cronista forse sentiva e non capiva.
Certo è che, dai Franchi in poi, Firenze continuò sempre a prosperare, sebbene assai lentamente. Il suo territorio, è vero, fu, come scrive il Villani, tutto incastellato da baroni feudali di origine germanica, ad essa avversi, molti de' quali trovavano sicuro ricovero anche in Fiesole, di dove cercarono danneggiarla. Ma, ciò non ostante, il vantaggio d'una posizione geografica sulla via di Roma, assai favorevole al commercio, si faceva sempre piú sentire. Sin dall'825 l'imperatore Lotario, nelle sue Costitutiones olonenses, la destinava, con altre sette città italiane, ad essere sede d'una scuola pubblica, il che già ne dimostrava l'importanza. Oltre di ciò, gl'Imperatori tedeschi vi si fermavano quasi sempre, ogni volta che andavano a coronarsi in Roma. Piú spesso e piú lungamente vi si fermavano i Papi, quando, il che succedeva di frequente, i tumulti popolari li cacciavano da Roma. Vittore II morí a Firenze nel 1057, dopo avervi due anni prima tenuto un Concilio; nel 1058 vi morí Stefano IX; tre anni dopo Niccolò II e i cardinali vi restarono sino alla elezione di Alessandro II. Piena di tradizioni e di monumenti romani, in continue relazioni con la Città eterna, essa ne sentí fin dai primi tempi l'influenza, manifestando quel carattere religioso e guelfo, che apparisce sempre piú chiaro in tutta quanta la sua storia. Molte sono le chiese che dentro o vicino alla Città sorsero in sul finir del secolo X. La costruzione poi di un edifizio come quello di S. Miniato al Monte, in su i primi del secolo XI, massime se si aggiungono le chiese che sorsero poco prima o poco dopo, è prova manifesta di cominciata prosperità e di zelo religioso. Ed in vero Firenze divenne allora uno dei centri piú importanti di quel movimento della riforma dei chiostri, che, incominciato da Cluny, si diffuse poi largamente nel mondo. S. Giovanni Gualberto di famiglia fiorentina, morto nel 1073, fu l'iniziatore della riforma benedettina, che prese il nome da Vallombrosa, dove egli fondò un eremo assai celebrato, sottoponendo alla stessa regola altri non pochi conventi vicini a Firenze.
Questo zelo religioso e monastico si accese ben presto cosí vivamente nella Città, che l'accusa di simonia lanciata contro il suo vescovo Pietro da Pavia, sollevò tutto il popolo. I monaci affermavano che esso aveva avuto il suo alto ufficio per favore dell'Imperatore, del duca Goffredo e di sua moglie Beatrice, favore che sarebbe stato ottenuto pagando grossa somma di danaro. La moltitudine seguiva i monaci, e la contesa durò cinque anni (1063-68), non senza spargimento di sangue, tanto s'erano infiammate le passioni. Il vescovo adirato da queste accuse, imbaldanzito dalla protezione che aveva dal Duca, fece, armata mano, assalire i monaci nel convento di S. Salvi, presso Firenze. S. Giovanni Gualberto, il promotore primo dell'agitazione, n'era per sua fortuna partito; ma i sacri altari vennero manomessi, e parecchi dei monaci ivi presenti furono feriti. Tutto ciò doveva naturalmente portare esca al fuoco, e S. Giovanni Gualberto, che già predicando nelle vie della Città, aveva infiammato gli animi, ruppe adesso ogni freno, ed arrivò sino a dire che i preti consacrati dal vescovo simoniaco non erano veri preti. L'esaltamento giunse a tale, che si afferma (cosa certo singolare, ma pur credibile in tempi di viva fede religiosa), che circa mille persone preferirono morire senza i sacramenti, piuttosto che riceverli da preti ordinati dal vescovo simoniaco.[77] Invano papa Alessandro II cercò calmare gli animi; invano mandò a tal fine il pio, dotto ed eloquente S. Pier Damiano. Questi venne o portar parole di pace, che poi ripeté nelle sue lettere indirizzate: Dilectis in Christo civibus florentinis. Biasimava la simonia, ma biasimava anche il prestar troppo facile orecchio alle accuse. — Mandassero, egli diceva, piuttosto i loro rappresentanti al sinodo in Roma, il quale avrebbe autorevolmente deciso la lite; intanto usassero calma, non si abbandonassero alla riprovevole e cieca illusione, che aveva fatto morir tante persone senza i sacramenti, con grave danno delle loro anime. Guai a coloro che vogliono essere piú giusti dei giusti, piú sapienti dei sapienti. Essi finiscono, per troppo zelo, con l'unirsi ai nemici della Chiesa. Gracchiando come rane (velut ranae in paludibus) confondono ogni cosa, e possono paragonarsi davvero alle locuste che desolarono l'Egitto, perché portano uguale devastazione nella Chiesa.[78]
Questo moto somiglia assai a quello promosso quasi nello stesso tempo in Milano dai Patarini contro la simonia dell'arcivescovo. Anche qui, come a Firenze, S. Pier Damiano fece la parte di paciere, ed anche qui molti preferirono morire senza sacramenti, piuttosto che riceverli da preti simoniaci.[79] Se però le due insurrezioni si rassomigliarono, il resultato finale fu diverso, per le diverse condizioni delle due città, e per l'attitudine assai diversa che di fronte ad esse prese la Corte di Roma. Ma comunque sia di ciò, le esortazioni di S. Pier Damiano non valsero a nulla in Firenze. I monaci vallombrosani mandarono a Roma i loro rappresentanti solo per dichiarare dinanzi al Concilio allora radunato, che essi erano pronti a risolvere la questione, ricorrendo al giudizio di Dio. La loro proposta non fu accolta né dal Papa, né dal Concilio; anzi essi ne furono severamente biasimati, sebbene l'arcidiacono Ildebrando, che si trovava presente, e che già era salito a grande autorità nella Chiesa, cercasse difenderli, come avevano difeso la Pataria a Milano. Il Concilio impose loro di ritirarsi nei proprî conventi, e restare tranquilli, senza piú osar di agitare gli animi già troppo esaltati. S. Giovanni Gualberto voleva ora obbedire, ma era tardi; esso non poteva piú fermare la tempesta che aveva sollevata. Il popolo, saputo ciò che i monaci avevano proposto in Roma, chiedeva in ogni modo l'esperimento del fuoco. Il campione, a questo fine eletto, già pronto ed impaziente di presentarsi alla prova, era un tal frate Pietro, vallombrosano, conosciuto poi col nome di Pietro Igneo, stato, secondo alcuni scrittori, guardiano di vacche e giumenti nel monastero, sebbene altri lo dicano della nobile famiglia dei conti Aldobrandeschi di Sovana. Guglielmo dei conti di Borgonuovo, soprannominato il Bulgaro, offrí ai monaci il campo franco, presso la Badia di S. Salvatore a Settimo, di suo patronato, a cinque miglia da Firenze.[80] Il vescovo però non solo respinse sdegnosamente la sfida, ma ottenne un ordine, che chiunque, laico o secolare, non avesse riconosciuto la sua autorità, sarebbe stato legato, e non condotto, ma trascinato dinanzi al Preside della città.[81] I beni poi di coloro che si fossero per paura dati alla fuga, sarebbero stati confiscati dalla Potestà, cioè a dire dal duca Goffredo che favoriva il vescovo. Alcuni ecclesiastici ribelli, che s'erano rifugiati in un oratorio, ne furono intanto colla forza cacciati.[82] E tutto questo, come è naturale, non fece che accendere sempre piú gli animi. Pietro Igneo si dichiarò pronto a passare anche solo attraverso il fuoco. Il 13 febbraio 1068, una folla enorme di uomini, donne, fra cui alcune incinte, vecchi e bambini, s'avviarono, cantando salmi e preghiere, alla Badia di Settimo. Ivi tra due cataste di legna (cosí almeno racconta chi dice d'essere stato testimone oculare), quando già le fiamme salivano in alto, il frate passò miracolosamente illeso. L'entusiasmo fu allora indescrivibile, le grida di gioia arrivavano al cielo, e vi mancò poco che Pietro Igneo, il quale dalle fiamme era stato rispettato, non rimanesse schiacciato dalla moltitudine, che s'affollava intorno a lui per baciarne le vestimenta. Fra molte difficoltà, a forza di mani e di braccia, poterono salvarlo alcuni ecclesiastici. La notizia corse come fulmine a Roma, e poi ogni cosa fu minutamente descritta al Papa, che dinanzi al miracolo dové arrendersi. Il vescovo di Firenze si ritirò in un convento; Pietro Igneo venne nominato cardinale, vescovo d'Albano, e fu dopo morte adorato come santo.
Questo ci ricorda l'altro esperimento del fuoco, die doveva farsi a Firenze nel 1498, e che invece provocò il martirio del Savonarola, poco prima della caduta della Repubblica, la quale cosí sarebbe stata, nel nascere e nel morire, preceduta da due simili fatti. Per quanto la narrazione di tutto ciò possa essere stata esagerata dalla passione e dalla superstizione, per quanto i nomi di Preside e di Podestà, che troviamo nell'antica narrazione, indichino solo, in termini generali, chi comandava, noi siamo adesso entrati in una società nuova. Troviamo un Duca di Toscana, un Preside armato, che sembra rappresentarlo in Città, e quello che è piú, un popolo che, sebbene apparisca solo come una moltitudine fanatizzata, pure comincia a sentir finalmente la propria personalità, combatte il Vescovo, resiste al Duca ed al Papa, finisce coll'ottener quello che vuole. Indirizzandosi al Papa, assume il nome di populus florentinus, e ad esso si rivolge S. Pier Damiano, con le parole cives florentini. Non sono, è vero, altro che forme imitate dall'antico; ma hanno, come vedremo, la loro importanza.