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Il 1859 da Plombières a Villafranca

Chapter 18: NOTE:
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About This Book

Ricostruzione degli avvenimenti politici e militari che vanno dall'accordo segreto di Plombières fino all'armistizio di Villafranca, con profili dei principali protagonisti, ricostruzione delle trattative e analisi dell'opinione pubblica. L'autore espone le alternative fra pace e guerra, illustra le scelte strategiche e le campagne militari che scossero la scena, e indaga le motivazioni che spinsero una potenza straniera a intervenire. Il racconto culmina nelle battaglie decisive e nelle conseguenze immediate dell'intesa, offrendo un quadro critico delle decisioni e del loro impatto sul processo di riscatto politico della penisola.

NOTE:

1. Si accoglie il motto nella sua forza e significazione tradizionale.

2. Colletta, Storia del Reame di Napoli. Libro V, cap. XVII.

3. Tricoteuses.

4. Nato a Torino il 1810, morto a Torino il 1861: secondogenito o cadetto del marchese Michele e della contessa Adele Susanna Sellon d'Allaman, ginevrina, di famiglia oriunda francese. Fu tenuto a battesimo dal principe Camillo Borghese e dalla principessa Paolina Borghese Bonaparte. Prese nome dal padrino.

5. Hübner, Neuf ans de souvenirs d'un ambassadeur d'Autriche à Paris. I, pag. 423. Paris, Plon, 1904.

6. Vedi Chiala, Lettere di Camillo di Cavour. Vol. III: «Gli uomini di Stato di ogni paese sono troppo routiniers per adottare un piano ardito che esca dalla carraia della diplomazia.»

7. Quem dii diligunt adolescens moritur.

8. Catullo.

9. Storia del Parlamento Subalpino, I, pag. 146. È vero che il Brofferio fa seguire queste parole: «anche di questi pronostici una buona parte andò fallita»: e prima dice: «nessuno certamente per quanto fosse dotato di perspicace sguardo, avrebbe allora potuto indovinare nel conte di Cavour il sorprendente uomo di Stato a cui l'Italia doveva sciogliere tanti inni di riconoscenza, distribuire tante civiche corone, innalzare tanti monumenti», (?) ma questi emendamenti confermano, non distruggono la malevolenza.

10. Hübner, I, pag. 423.

11. Chiala, IV, pag. 116.

12. De La Rive, Le Comte de Cavour, récits et souvenirs. Parigi, Hetzel, 1862.

13. Chiala, IV, pag. 111.

14. Lettera al La Marmora. Chiala, III, pag. 81.

15. Chiala, IV, pag. 35 (Lettera al Farini). Vedi di questo grande veramente, la breve Vita scritta da G. C. Abba (Roux e Viarengo).

16. Chiala, IV. pag. 197 (Lettera al Pantaleoni).

17. Ibidem, IV. pag. 184 (Lettera al Vimercati).

18. Ibidem, IV, pagg. 47, 49.

19. Chiala, I, pag. 12 (Lettera al De La Rive).

20. Ibidem, IV, pag. 125 (Lettera al La Farina).

21. Ibidem, IV, pag. 109 (Lettera a Carlo Matteucci).

22. Ibidem, II, CIII.

23. De La Rive, XIV.

24. Chiala, IV, pag. 35 (Lettera al La Farina).

25. Ibidem, IV, pag. 61.

26. Chiala, IV, pag. 72.

27. Ibidem, IV, pagg. 91, 92.

28. Chiala, I, CIII.

29. Ibidem, IV, pag. 130.

30. Chiala, IV, pag. 60.

31. Vedi il bello studio del Guerrini: Come ci avviammo a Lissa.

32. Chiala, IV, pag. 56.

33. Chiala, I, CXXXVI.

34. Chiala, I, pag. 49.

35. Cattaneo, L'insurrezione di Milano nel 1848, pag. 11.

36. Durante la monarchia di luglio ed il Secondo Impero questa dama tenne aperto in Parigi uno dei più ragguardevoli salons. Avvinta da relazioni con la famiglia del Cavour, conobbe il giovine Camillo in quella sua dimora in Parigi nel 1835. I legami di amicizia con quella spirituale gentildonna russa non furono spezzati che dalla morte. Vedi Madame de Circourt, son salon, ses correspondances, par Hüber-Saladin. Parigi, A. Quentin, 1881.

37. Chiala, I, pagg. 13, 14.

38. Ibidem, I, pag. 15. «Adoratori del fatto, voi non potete assumere veste di sacerdoti di moralità.... La vostra scienza vive sul fenomeno, sull'incidente dell'oggi; non avete ideale.» — Mazzini, Al conte di Cavour, 1858. Vol. X degli Scritti, pag. 56.

39. Chiala, I, lett. V e XCIII.

40. Queste ultime parole sono assai posteriori e qui l'anacronismo è per comodo di narrazione: le riferisce il De La Rive. Secondo il Bonghi (Biografia di Camillo Benso di Cavour) avrebbe detto: «Gli parve di essersi tolto il basto». Basto o livrea si equivalgono.

41. È del 1832 questa lettera del Cavour ad un amico inglese. «Stretti da un lato dalle baionette austriache e dall'altro dalle scomuniche papali, la nostra condizione è veramente deplorabile. Ogni libero esercizio del pensiero, ogni generoso sentimento è soffocato come un sacrilegio o un delitto contro lo Stato, nè possiamo sperare di conseguire da noi alcun sollievo alle nostre grandi sventure....» Chiala, III, pag. 3.

42. Chiala, I, XXI.

43. La licenza di abbandonare il servizio militare gli fu concessa dal Governo sardo ai 12 novembre 1831.

44. Manzoni, I Promessi Sposi, XXII.

45. Chiala, IV, pag. 24. Lettera al deputato Salvagnoli dell'ottobre 1860.

46. Vedi fra gli altri documenti, Bonfadini, Vita di Francesco Arese.

47. Chiala, I, pagg. 167, 168.

48. Chiala, IV, pag. 159.

49. Ib., IX, CV.

50. De La Rive (Chiala, I, CVIII).

51. Massari, Il conte di Cavour, pag. 288.

52. Bonfadini, Vita di Francesco Arese, pag. 182.

53. Bonfadini, Vita di Francesco Arese, pag. 297.

54. Mazzini, Scritti, Vol. X, pag. 59.

55. La guerra! La guerra immediata, senza indugio! Vedi L'ora suprema della Monarchia Sabauda, e per questo senza indugi, confronta il Cattaneo, Dell'insurrezione di Milano nel 1848 e della successiva guerra.

56. L'Europa è così avvezza a ostentare incredulità quando gli Italiani parlano d'unione, di concordia, che vale meglio non fare l'annessione che subordinarla a patti deditizi. Chiala, IV, VI, pag. 56 (Lettera al Carini). — Vedi anche la ben terribile lettera del Cavour (Chiala, IV, pagg. 2, 4), in cui dice di essere disposto a tutto, pur di non lasciarsi sottrarre la conquista garibaldina di Napoli. Vedi Il Risorgimento Italiano, N. 1, genn. 1908.

57. Chiala. IV, pag. 32. «Cavour concepì il disegno di annullare con un colpo improvviso l'esercito della ristorazione di Lamoricière, poi di effettuare l'unione del Mezzogiorno, e così salvare, con l'unità d'Italia, anche l'autorità della Corona. Egli stesso considerò più tardi questo suo ardito pensiero come il migliore titolo della sua gloria: la Monarchia era perduta se noi non eravamo presto al Volturno. Il 28 agosto 1860 Farini e Cialdini furono ricevuti dall'Imperatore Napoleone a Chambéry; essi gli rappresentarono che l'esercito leggittimista della Curia minacciava il suo trono stesso; che Garibaldi voleva chiamare a sè Chasras l'antico avversario di Napoleone, che la spedizione del Veneto diventava una necessità, appena Garibaldi movesse sopra Roma. E allora che cosa accadrebbe di ogni ordine civile, se la Monarchia non istrappava il pugnale dalle mani del partito d'azione? Così stretto e messo al muro, Napoleone non osò opporsi, ma il famoso faites, mais faites vite, che gli fu posto in bocca, non lo ha detto.» — Enrico de Treitschke, Il conte di Cavour, traduzione di A. Guerrieri-Gonzaga, Barbera. 1893. «In quell'occasione, scrive il De Cesare (II, pag. 58), l'Imperatore si lasciò penetrare forse anche troppo, e il genio politico di Cavour intuì di potere osare.»

58. Chiala, IV, pag. 37.

59. Chiala, IV, pag. 72.

60. Pio IX, quando avvenne l'annessione delle Legazioni e dei Ducati alla monarchia costituzionale del Re Vittorio Emanuele, colpì con l'arma «addirittura medievale», cioè con la scomunica maggiore, pubblicata il 26 aprile 1860, invasori, usurpatori e complici. Vedine il testo per esteso nell'opera del De Cesare, Roma e lo Stato del Papa, II, pagg. 8-13.

61. Ripeto a voi ciò che stampiamo da ormai due anni. Non si tratta più di Republica o di Monarchia; si tratta di Unità nazionale — d'essere o non essere — di rimanere smembrati e schiavi della volontà d'un despota straniero, francese o austriaco non monta, o d'esser noi, d'essere uomini, d'essere liberi, d'essere tenuti siccome tali, e non siccome fanciulli tentennanti, inesperti da tutta Europa. Se l'Italia vuole essere monarchica sotto Casa Savoja, sia pure. Se dopo vuole acclamare liberatore e non so che altro il Re e Cavour, sia pure. Ciò che tutti or vogliamo è che l'Italia si faccia: e se deve farsi, deve farsi per ispirazione e coscienza propria, non dando carta bianca, pei modi, a Cavour ed al Re, e rimanersi inerti ad aspettare.

62. Giambi ed Epodi, in Confessioni e Battaglie.

63. Il D'Azeglio, con geniale intuito, aveva compreso come fosse fatale procedere oltre. Ciò non era però nelle sue convinzioni filosofiche, politiche, storiche. Federalista e credente convinto, anche per altre ragioni psicologiche e morali, esitava davanti ad una non maturata unità nazionale. Del '53 non di malincuore lasciò il posto di ministro al Cavour. «Vado ruminando come si potrebbe fare per rendere a Cavour utile questo viaggio, nel senso di domare il poledro e renderlo sensibile all'uso del tiro per il carro dello Stato»: e altrove: «Vorrei che per il '53 Cavour fosse diventato capace e possibile e venisse l'ultima scena, nella quale si vedesse me precipitato negli abissi ed il Pansciotel elevarsi fra le nubi e i fuochi di Bengala: dopo di che si calerebbe finalmente il sipario e potrei andare in camerino e spogliarmi».

64. Stéfane-Pol, La jeunesse de Napoléon III. Correspondance inédite de son précepteur Philippe Le Bas, pagg. 6 e 7.

65. È noto anche ai non dotti di storia, che la paternità del re d'Olanda fu messa in dubbio, anzi più che in dubbio, fu esclusa. Già dalla nascita di questo secondogenito la regina Ortensia, figlia di Giuseppina Beauharnais, ed il re d'Olanda vivevano in dissidio, nè più si riconciliarono. Vari padri furono dati a Napoleone III. Ricordiamoli: l'ammiraglio olandese Verhuel, e fu quegli che si ritenne più certo, anche perchè un riflesso etnico apparirebbe nell'indole flemmatica di Napoleone III; poi Flahaut, che fu padre del duca di Morny, suo fratellastro, l'esecutore tecnico, per così dire, del colpo di stato; poi il conte di Rylan, ed altri. Ciò in verità fa troppo triste onore alla galanteria della regina Ortensia: il vero è che nulla si può dire di certo e la tomba di quella appassionata donna è ben muta. Il Lebey, tuttavia, nel suo recente e rigoroso studio Les trois coups d'état de Louis Napoléon Bonaparte, con accurata e lunga analisi assolutamente obbiettiva, esclude in via assoluta il Flahaut, e questo è molto interessante, cioè che Luigi Bonaparte non sia stato generato da chi generò quell'ignobile figura del duca di Morny: esclude pure gli altri, propende per l'ipotesi più morale, cioè che egli sia realmente figlio del re d'Olanda, Luigi Bonaparte. Grave obbiezione a questa onesta ipotesi è che la maschera fisica dei napoleonidi, così caratteristica, così indistruttibile, difetti in Napoleone III: qui la questione spetta ai fisiologi. Vero è d'altronde che dai rapporti tra padre e figlio, devoti e buoni specialmente da parte di quest'ultimo, sembrerebbe non essere in essi dubbio alcuno che il loro reciproco essere legale corrispondesse a quello fisiologico. Più notevole è il fatto che Napoleone I non avrebbe tanto prediletto questo suo nepote, se in lui fossero sorti dubbi sull'esistenza di sangue napoleonico nelle vene del piccolo. Anche l'Hübner (I, pag. 78), disposto a bene accogliere ciò che può essere disdoro di Napoleone III, non dubita della paternità del Re d'Olanda, «di cui Luigi Napoleone è figlio, checchè se ne dica in contrario, secondo l'opinione unanime di quelli che vissero nell'intimità della Regina Ortensia».

66. Carlo Luigi Napoleone Bonaparte, secondogenito di Luigi Bonaparte, re d'Olanda, e di Ortensia di Beauharnais, nacque alle Tuileries il 20 aprile 1808. Il Monitore dell'Impero, ne annunciava la nascita il 21 aprile. Fu tenuto al fonte battesimale a Fontainebleau dallo stesso Imperatore.

67. Nel 1817 la regina Ortensia, che assunse nell'esilio il nome di contessa di Saint-Leu, comperò in Isvizzera, presso il lago di Costanza, una villa che nei nostri libri, seguendo la letterale enfatica espressione francese, è detta castello, il castello di Arenenberg. Ma castello non è: è una casa a tre piani, molto modesta, col tetto acuminato al modo svizzero. Fu pagata 30 000 fiorini. Questa solitaria villa fu la consueta dimora estiva di Ortensia e dei figli. Quivi ella morì. Nei mesi d'inverno la famiglia soleva trasferirsi a Roma (villa Paolina), nella quale città sopraviveva l'ava Letizia, mater regum, come fu detta; ed a Firenze.

68. Stéfane-Pol, La jeunesse de Napoléon III. Correspondance inédite de son précepteur, Philippe Le Bas (de l'Institut).

69. La riconoscenza, spinta sino alla morbosità, non soltanto col denaro generosamente prodigato, che può ritenersi arte di tiranno; ma con la memoria e l'affetto, in quel tempo appunto in cui gli uomini di solito dimenticano quasi interamente il passato e affidano alla sinistra l'ufficio di stringere la mano (se pur questo fanno!), cioè nel tempo della fortuna e degli onori.

70. Hübner, Neuf ans de souvenirs d'un Ambassadeur d'Autriche à Paris sous le Second Empire, I. pag. 14 et passim.

71. Pierre de Lano, La Cour de Napoléon III, pag. 255.

72. Mazzini, Scritti, X. 18.

73. Stéfane-Pol, pag. 9.

74. Stéfane-Pol, pag. 6.

75. In amore egli fu piuttosto un primitivo che un raffinato. È il caso di riferire in francese ciò che scrive in proposito Pierre de Lano (L'Empereur, pag. 28): Napoléon (retiré de l'Impératrice par ce que, dans sa froideur charnelle, elle ne repondait point à son désir) n'était pas, en amour, ce qu'on nomme un raffinè, un savant. Très bourgeois sous ce rapport, il était assez comparable à un gros mangeur qui saurait se contenter d'un plat unique, simplement accommodé à son dîner, mais qui le dévorerait, sans souci des sauces recherchées, consciencieusement. Fra le ragioni delle infelici e impari nozze con Eugenia di Montijo, non deve essere stata la meno forte questa, che per rendere sensibile la veemente passione, la giovane spagnuola non concesse altra via che quella della chiesa, come ella stessa dichiarò con una pudicizia non eccessivamente casta. Vedi Pierre de Lano, L'Impératrice, e vedi Je sais tout, 15 decembre 1908.

76. Tra i progetti di matrimonio, v'era anche quello con una principessa della casa prussiana degli Hohenzollern! Bizzarrie della storia. Vedi la rivista Je sais tout, del 15 dicembre 1908.

77. Hübner, I, pag. 109.

78. A lei ed al Morny; a lei, per fanatismo cattolico e desiderio di compensare l'Austria dei danni patiti per la campagna d'Italia; al Morny, che vi giocò una fra le più turpi speculazioni del Secondo Impero, va attribuita in gran parte l'impresa del Messico. Napoleone vi sognò un grande impero latino come argine alla bene intravvista preponderanza yankee.

79. Più tardi egli chiamò quelle nozze ma sottise; ma non risulta che mai ne facesse rimprovero alla donna, così stranamente amata. Era Eugenia di Montijo di ammirabile bellezza e di non comune intelligenza. Vero è che tale donna intelligente e bellissima difficilmente poteva contribuire alla felicità del marito, perchè l'intelligenza di lei, più che meditante in profondo, era perspicace dei fatti vicini; nè ella d'altronde poteva sottrarre sè stessa al fascino ed alle leggi della sua bellezza. Era inoltre, l'Imperatrice Eugenia, ardita, orgogliosa, impulsiva e bigotta spagnolescamente ed oltre a ciò gelosa ed avara. Dopo ciò è lecito crederla buona, amorosa, fedele, come si legge in molti scritti. La madre di lei e la losca, esosa figura della cameriera Pepa, dànno al retroscena della vita delle Tuileries un carattere tale che sarebbe necessario conoscere per chi volesse formarsi delle cose un'idea non discosta dal vero. Vedi i citati libri del De Lano.

80. Dopo il tentativo di abbattere, nel '35, a Strasburgo, la monarchia di Luigi Filippo, Luigi Napoleone fu deportato, come è noto, in America, dove lo precedette l'Arese per amore e consiglio d'Ortensia onde lenire l'esiglio al figliuolo. Questo atto insigne di pietà e di amicizia sarà poi come un talismano per l'Arese verso l'Imperatore. Ma non importerà farne mostra!

È del 3 aprile '37 una pietosa lettera (Vedi Bonfadini, 109, 110) della Regina Ortensia da Arenenberg, al figlio lontano: «Mi si deve fare un'operazione assolutamente necessaria: se essa non riesce, io ti invio con questa lettera la mia benedizione». Nessun accenno a dolori sofferti per lui. Gli dà convegno nel mondo delle ombre; e lui solo rimpiange, il suo affetto, la sua tenerezza filiale, unico conforto fra tante sventure. «Tu penserai al mio affetto per te e tu avrai coraggio!» Gli infonde la fede nel mondo di là, dove si rivedranno; benedice anche «quel buon Arese come un altro suo figlio». Giunse Luigi Bonaparte poi a tempo di raccogliere col bacio ultimo l'anima materna. Visse nella deserta casa dove era morta la madre. Prepara l'altro tentativo, quello di Strasburgo del 1840, che gli aprirà le porte del carcere di Ham, ove rimase sei anni e da cui fuggì poi travestito da operaio. Di questi «vari colpi di stato» vedi il libro citato del Lebey, Les trois coups d'état, etc.

81. «Madama Letizia trascorreva a Roma i suoi giorni col cardinale Fesch. Ella non passava mai la soglia del suo palazzo se non in vettura chiusa. Tutti i giorni dal tocco alle tre, si faceva condurre nella campagna romana e là nella solitudine, dove tutto è morto, eccetto che la memoria del passato, camminava sola a piedi. Ella incontrava talvolta la carrozza di Pio VII. Il papa si fermava, salutava la madre di colui che aveva agitato i destini del mondo cristiano e con quella bonomia italiana che si sposa spesso a dei sentimenti di vera grandezza, le domandava novelle del povero imperatoreMémoires et correspondances du roi Jérôme et de la reine Cathérine. Dentu, 1861, vol. VII.

82. Stéfane-Pol, pag. 5.

83. Vedi Archivio di Stato di Bologna: passo riportato nelle pagine seguenti.

84. Cantù, Cronistoria, II, pag. 1157.

85. Ib., Cronistoria, II, pag. 1156.

86. Hübner, I, pag. 57.

87. V. Hugo, Napoleone il Piccolo.

88. Ib., Châtiments, in fine.

89. L'Hübner, più conforme a verità e più acuto del servo encomio o del codardo oltraggio, così lo delinea per conto suo: «Egli non vuole, egli non sa discutere: il suo sguardo spento, che tuttavia lancia talvolta baleni, i tratti immobili del volto formano alla lor volta una maschera ed una corazza impenetrabili; e lo si lascia sempre con l'impressione di non essere stati compresi da questo spirito, in apparenza ottuso, in realtà perspicace, che non comprende perchè non vuole comprendere o perchè non vuole che ci accorgiamo che egli ha compreso». (I, pag. 82.) Che questa taciturnità naturale fosse poi da lui sfruttata come maschera, lo sospetta l'Hübner, dicendo: «L'Imperatore Napoleone che sa essere incantevole quando vuol esserlo, e molto buon parlatore quando gli garba uscire dalla sua taciturnità abituale, ci raccontò qualche avventura della sua vita di esule.» (I, pag. 115.)

90. Vedi R. De Cesare, Roma e lo Stato del Papa, II, pag. 42.

91. Ib..

92. Ib., pag. 433.

93. Ib., pag. 428. Di questo sentimentalismo cavalleresco vedi le probabili cause più avanti.

94. Il 3 agosto telegrafava da Metz al Duca di Grammont: «Nonostante ciò che porta Vimercati e malgrado gli sforzi del Principe Girolamo, io non cedo per Roma». E il Vimercati portava in nome di Vittorio Emanuele il progetto d'alleanza fra l'Austria e l'Italia per la neutralità armata e comune azione diplomatica. Vedi R. De Cesare, pag. 430.

95. Mazzini, Scritti, X, pag. 27.

96. «Fosco figlio d'Ortensia», nota perifrasi del Carducci.

97. Stéfane-Pol, pag. 323.

98. Egli fu, come è noto, il principale anello di congiunzione tra il Piemonte e Napoleone, sino dal '49 quando si recò a Parigi a chiedere l'aiuto di Francia contro l'Austria; poi fu la leva di cui, con impareggiabile arte, si valse il Cavour per smuovere Napoleone e col suo aiuto battere in breccia la diplomazia austriaca; poi fu il «parafulmine» ed il «cuscino» paziente tra la sorgente Italia dopo il '59 e le necessità della politica di Francia. Il senatore Bonfadini con l'aiuto dell'archivio di casa Arese, publicò nel 1894 quella sua Vita di Francesco Arese, che molta luce porterebbe alla storia, se noi fossimo in grado di uscire dal solco che il dottrinarismo retorico ha tracciato. Dal libro del Bonfadini il conte Giuseppe Grabinski dedusse un più facile volume ad uso dei francesi: Un ami de Napoléon III, che, edito nel 1896 nel Correspondant, fu poi in volume publicato in Parigi l'anno seguente. Ambedue muovono da principî strettamente conservatori, ma non è questa buona ragione perchè i fatti che essi riportano, debbano essere negletti.

99. Colonnello barone Alessandro Zanoli, autore di una pregevole Storia delle milizie cisalpine.

100. Vedi lettera di Luigi Napoleone all'Arese. (Bonfadini, Vita di Francesco Arese, pag. 64.)

101. Aderendo alla carboneria i due giovani non derogavano, ma continuavano la tradizione della famiglia di Napoleone; nè si dimentichi che la carboneria sorse in Italia per opera del Murat in Napoli. Vedi per tutta questa questione il Lebey.

102. Hübner, II, pag. 93.

103. Hübner, I, pag. 108.

104. Ib., I, pag. 111.

105. Ancona fu, come è noto, l'ultimo rifugio dei Carbonari del 1831.

106. «Il 6 agosto 1840 sbarca a Boulogne, abbigliato col petit chapeau (il famoso cappello napoleonico), con un'aquila dorata in cima a una bandiera, un'aquila viva in una gabbia; sessanta valletti, cucinieri, palafrenieri, travestiti da soldati napoleonici. Butta dell'oro passando per le vie di Boulogne; mette il suo cappello su la punta della spada, grida lui stesso: Viva l'Imperatore: tira contro un ufficiale un colpo di pistola. È preso. I Pari lo condannano alla prigionia perpetua. È chiuso ad Ham.» Napoleone il Piccolo.

107. Questa lettera all'Arese del dottor Conneau, l'anima mite e devota sino all'idolatria a Luigi Napoleone, è sommamente interessante, appunto per l'intima conoscenza che egli aveva dei sentimenti del Principe. Ciò avvertiamo senza aver l'intenzione di lenire il senso di sdegno e di dolore che ogni italiano deve provare pensando a tanti nobili petti infranti sotto Roma, dal piombo francese: «Ho tardato a scriverti, perchè invero avea il cuore oppresso. L'Italia e Roma sopratutto, mi teneva in continue angosce. Quell'assedio fatto dai Francesi, benchè ne comprendessi lo scopo, pure, perchè metteva in conflitto due popoli tanto fatti per amarsi e difendersi, mi tormentava oltremodo. Più vedo le cose da vicino e più sono disgustato, più gli uomini mi vengono in antipatia. Chi vi attacca come chi vi difende sono uomini di vil tempra. Forse i socialisti sono da considerarsi come il partito il più da temersi per le orribili dottrine che professano e per il terribile avvenire che preparavano alla Francia e all'Europa se avessero riuscito; ma, dall'altra parte, vedo così poca virtù nei cosidetti moderati, vedo cotanto egoismo, cotanta esagerazione nel voler far predominare il loro partito ed i loro interessi, che niuna fiducia ho in essi. Fra tutto questo sciame di uomini corrotti, egoisti, non vedo che un solo uomo che stimo ed amo, ed è il nostro Principe. Oh, se ei potesse quanto diversa sarebbe la Francia e l'Italia nostra! Ma bisogna che trascini dietro di sè una caterva di gentaccia, così encroûtée nelle sue vecchie abitudini e negli antiquati modi e pratiche che tutto ciò che di buono ei propone, trova un insormontabile ostacolo negli agenti, o viene annullato dall'addizione di un monte di dettagli e di misure le più contraddittorie. Mio buon amico, quanto io era più felice in prigione che alla presidenza! Allora stimava gli uomini buoni e disinteressati ed ora li vedo quali sono, vili, egoisti e codardi! Tutti gli amici del Principe si risentono più o meno del sozzo contatto delle persone che gli avvicinano. Sento sovente emettere da certe bocche tali principî e tali idee che fanno ribrezzo. Se non fosse per il Principe, avrei preso il partito d'abbandonar Parigi e ritirarmi in un luogo remoto dove non avessi potuto sentir parlare nè di politica nè di niuna cosa consimile». 4 giugno 1849. Vedi Bonfadini, pag. 104.

108. Il principe Girolamo Napoleone (Plon-plon), allora fanciullo di dieci anni.

109. Giuseppe Grabinski, Un ami de Napoléon III. Paris, 1897, pagg. 34 e 35.

110. Vedi Bonfadini, op. cit.

111. Carte dell'Archivio di Stato in Bologna.

112. Essi, come il generale Zucchi, erano vecchi soldati dell'Impero, seguiti dai due giovani nepoti di Napoleone.

113. Giuseppe Calletti, Cronaca, Vol. II, Ms. 103, pag. 769 e segg. Biblioteca A. Saffi di Forlì. Questa cronaca è assai pregevole, e di farla di publica ragione intenderebbero il discendente signor colonnello G. Calletti e il prof. B. Pergoli, direttore di quella biblioteca comunale.

114. Luigi Napoleone infermò poi dello stesso male ad Ancona, come è accennato. La madre finse che egli fosse partito per mare, come partirono i più compromessi di quella rivoluzione, e diretto a Corfù. Potè quindi ottenere dal generale austriaco un passaporto in bianco che fu come un talismano nella fuga da Ancona per Loreto, Umbria, Massa, Genova, Cannes. Il principe era travestito da lacchè, nella carrozza che trasportava la Regina Ortensia.

115. Persone di perchè, vuol dire gente di alta condizione, qualificata.

116. Perniciosi a quelli, ed erano molti, a cui il solo nome di Rivoluzione faceva venire i brividi: utili ai carbonari, benchè sia qui da avvertire che a molti di essi il concorso dei due fratelli Bonaparte pareva dannoso, temendo di alienarsi così l'animo del nuovo Re di Francia, nel cui divieto all'Austria di intervenire, era fondata la troppa e consueta speranza degli insorti italiani. È noto infatti che il Metternich denunciò astutamente a Luigi Filippo la rivoluzione di Bologna e delle terre soggette al Papa, come un moto ed una congiura bonapartista. Del glorioso fatto d'armi del 25 marzo, condottiero il Grabinski, alle Celle, le più minute e interessanti notizie si trovano nella Storia di Rimini di Carlo Tonini. Libro VII, cap. V.

117. Baccarini, Cronaca, Vol. II, pag. 1329 e segg. Ms. 177 della Biblioteca A. Saffi di Forlì.

Giuseppe Mazzatini, in un suo scritto: I moti del 1831 a Forlì, aggiunge queste interessanti notizie, che comprovano quanto dicemmo, cioè come il sentimento della gratitudine e della memoria fosse vivace nell'animo di Luigi Napoleone: dopo un anno, quando nel '32 era nella Svizzera, così scrisse il 18 luglio al Baratti: «La lettera che avete scritta, mi ha fatto gran piacere, giacchè mi rincresceva di essere privo da lungo tempo delle vostre notizie. Vi avrei prevenuto molto avanti se non avessi temuto che un semplice atto d'amicizia male interpretato vi arrecasse dispiaceri, mentre sentiva il bisogno di esprimervi la mia riconoscenza per la testimonianza d'affetto che mi avete dimostrato in circostanze per me sì luttuose. Credete che non dimenticherò mai le vostre premure per alleviare il mio dolore. Dopo molti penosi viaggi a traverso la Francia e dopo il soggiorno di alcuni mesi in Inghilterra, siamo alfin giunti in Svizzera dove passiamo una vita tranquilla da un anno a questa parte. Mia madre m'incarica di farvi i suoi complimenti e la sua salute è adesso soddisfacente. Adesso io godo buona salute, benchè abbia sofferto lungo tempo di diverse malattie. Addio, caro signor Baratti; credete alla mia amicizia. — Louis N.» Curiosissima fra l'altre, è la lettera (io ne ho vista la minuta) che, testimonianza della loro amichevole relazione, il Baratti scrisse il 29 dicembre del '49 a Napoleone: dopo molti complimenti, gli diceva: «L'Italia esulta che la Francia si sia scelto spontaneamente per capo chi ha più degli altri ereditato dal grande Uomo l'istinto alla grandezza e alla gloria. L'Italia vi ha conosciuto e confida». A Forlì si va tuttora ripetendo che il principe Napoleone morì di veleno: il figlio del Baratti, che ricorda benissimo i due fratelli a Forlì, nega ogni valore a questa voce; e i cronisti, indiscutibilmente veridici, come il Calletti e il Baccarini, sono d'accordo nel dichiarare la natura della malattia. A Forlì vive il figlio di G. B. Baratti che conobbe i due fratelli nel '31 ai Bagni di San Piero in Bagno e fu amatissimo dalla vedova e da Napoleone III: questi, anzi, mortogli il fratello, fu ospitato da lui che abitava presso all'albergo. Il signor Baratti conserva il bicchiere che aveva seco il principe Napoleone Luigi: è di cristallo di Boemia ed ha nel centro, entro a una targa di cristallo, il ritratto di Napoleone I coronato d'alloro. Oltre una tabacchiera di tartaruga, con tre piccole medaglie di bronzo sul coperchio, rappresentatevi Ortensia, Giuseppina ed Eugenia, possiede un medaglione d'oro che racchiude entro a un cerchio di capelli una N pur fatta di capelli: fu dono della vedova, e i capelli sono del principe. Del quale, fra il carteggio che il Baratti ebbe colla famiglia Bonaparte, ho ritrovato solo questo biglietto, senza data ma del '31, ed a lui diretto: «Sono dispiacentissimo di non aver trovato in Forlì la mia conoscenza di San Piero in Bagno. Il conte Saffi sta benissimo e si è fatto onore molto in uno riscontro che abbiamo avuto con dei briganti in Sabina a 18 mille (sic) di Terni. Napoléon L.»

118. André Lebev, Les trois coups d'état de Louis Napoléon, pag. 30. Da un ms. della Regina Ortensia, ora presso l'Imperatrice Eugenia.

119. Pierre De Lano, L'Empereur, pag. 44 e seguenti.

120. Memorie, Vol. II, pag. 203. Vedi del Guizot l'acuto giudizio che dà l'Hübner, II, pag. 85.

121. Le parole di prelazione all'opera Storia di Giulio Cesare, apparsa in due volumi magnifici nel '65, furono scritte da Napoleone III nel 1862, dopo la guerra di Crimea, dopo che la campagna d'Italia collocava l'Impero arbitro d'Europa; nè di quella campagna apparivano le conseguenze funeste all'Impero, come apparvero poco dopo; di che vedasi il vol. IV del De La Gorge, Histoire du Second Empire. Questa prefazione ha l'aria di essere una smentita a V. Hugo e potè considerarsi come un'astuzia politica, per nascondere che