— Che cosa vieni a far qui, bambino? e perchè piangi?
— Perchè la governante mi ha detto — rispose il bimbo quando i singulti gli permisero di proferire parola — che tu parti per la guerra. Oh, non partire, non partire!
— E perchè vuoi che non parta? — disse l'Imperatore, attirandolo a sè e lambendogli i capelli — non è la prima volta che io vado alla guerra. Non piangere, dunque; tornerò presto.
— Oh, zio mio, — riprese il fanciullo, rinnovando il pianto, — quei cattivi alleati ti vogliono ammazzare. Lasciami, zio, lasciami venire con te.
L'Imperatore, commosso, si strinse al cuore il bambino, lo baciò, poi chiamò:
— Ortensia, conducete via mio nipote, e rimproverate severamente la governante che con parole sciocche esalta la sensibilità di questo piccino.[64]
L'Imperatore era Napoleone Bonaparte, alla vigilia di partire per la campagna di Waterloo; il piccino era Luigi, figlio della regina Ortensia e del re d'Olanda, fratello dell'Imperatore.[65]
Questo ed altri simili aneddoti, di tipo sentimentale e di mal certo valore storico, si raccontano a significare la suggestione imperiale napoleonica nell'animo ancora infantile di colui che poi così disperatamente corse dietro al gran sogno dell'impero, e fu per vent'anni ultimo signore di Francia.
Bene è certo che egli, nato nel fulgor dell'Impero,[66] quando il mondo era tutto di lui, l'Imperatore, fu da lui molto amato. Poi i suoi occhi infantili lo videro vinto, detronizzato, abbandonato, piangente. Vide le ultime aquile ai vessilli; vide lui, l'aquila, abbattuta. Poi fu l'esilio, poi il bando dalla Francia per sempre, poi la vita errante dietro alla madre ed al fratello maggiore per le terre di Svizzera e d'Italia.
Filippo Le Bas, figlio del convenzionale Le Bas, fu per circa dieci anni il maestro del principe, seguendolo con la madre in quel suo vagabondo esilio.[67] Era il Le Bas giovane di molti studi, specialmente classici; e le sue lettere ai parenti, edite di recente[68] e non destinate certo alla stampa, ce lo rivelano uomo di indole austera, semplice, chiuso nei suoi studi e nelle sue convinzioni republicane. Le notizie che in queste lettere ai parenti, qua e là traspaiono sul giovanetto affidato alle sue cure, sono di grande interesse appunto perchè sono di un'attendibilità su cui non può cadere dubbio.
Commovente è la cura con cui egli sorveglia l'anima e l'intelligenza del discepolo: qualcosa di paterno; anzi egli dice di volere essere come un fratello maggiore e fa suo il nobile precetto educativo di Terenzio:
Pudore et liberalitate liberos
Retinere, satius esse credo, quam metu.
Però sembra sorgere nel Le Bas come un presentimento triste accanto a quel giovanetto che taciturno si fissa in un pensiero, lontano, in un luogo lontano dove è una tomba; e si studia come di prevenire il fato, e, con gli esempi della storia, gli pone innanzi il quadro doloroso dei grandi imperi caduti, della vanità del potere supremo.
«Voi sareste ben stupito — scrive al Le Bas l'abate Bertrand, che fu primo precettore del principe — se un qualche giorno la storia mettesse il vostro nome accanto al suo, come quello di Socrate accanto ad Alcibiade. Chi lo sa? Ma, povero ragazzo, che la fortuna non gli giuochi un simile tiro, perchè essa se li fa pagar cari. Che sia un galantuomo anzi tutto!»
Luigi Bonaparte diventò poi Alcibiade; ma il republicano Le Bas si allontanò da lui e da quel trono, e per sempre.
L'intelligenza del giovanetto, come si rileva dalle lettere del Le Bas, non va oltre il normale, anzi il suo sviluppo è lento; scarseggia l'energia volitiva, abbonda l'ostinatezza (mon doux entêté, lo chiamava la madre). È melanconico, esitante. Se non che a poco a poco questa intelligenza si svolge, l'amore agli studi s'accresce — non per le matematiche, però, — e il Le Bas se ne compiace come di una rivoluzione operata da lui. Sta tuttavia in pensiero per la sua salute cagionevole, per il temperamento nervoso di cui triste segno sono i frequenti terrori notturni. Un'altra cosa nota il Le Bas, una cosa che non può non sorprendere chi ha di Napoleone III l'opinione che si ha comunemente, una cosa per la quale non mi riuscì trovare smentita o diniego; ma testimonianze concordi e molte di conferma, fra cui una di Bismarck, ed è la completa bontà del cuore e il sentimento pieno, ridondante della riconoscenza.[69] Notre petit oui-oui, lo chiamava la madre. E un'altra cosa del pari importante aveva notato il Le Bas, cioè la disposizione della mente a fantasticare. Attraverso la maschera con cui quell'uomo coprì poi la sua anima, questa tendenza al sogno fu intravveduta da quelli che più avevano interesse a scoprire l'intima essenza del suo spirito.
La avvertì l'Hübner: «C'est un rêveur,[70] uno spirito esitante»; la avvertì presto il Bismarck: «Egli sogna, egli va, io non so dove, insieme col fumo della sua sigaretta»;[71] «uomo non bene desto», lo dice Vittor Hugo, in quel crudele e magnifico libello che è «Napoleone il piccolo»; «pallida ombra, furtivamente emersa dalla tomba di Sant'Elena»,[72] lo dice il Mazzini. È intenzione di atroce ingiuria, ma quell'ingiuria non si sarebbe vestita di quelle parole, se un certo che sfuggente ai colpi dei disperati oltraggi, non fosse stato in quell'uomo singolare.
V'è un ritratto di Luigi Napoleone a sei anni[73] che dà appunto l'impressione di questo rêve e di questi terrori. Un delicato ovale di volto infantile, scarno, sorge da un nembo di trine. La capellatura è sconvolta come dal soffio di una tempesta invisibile: gli occhi, aperti, guardano avanti, verso quella tempesta, atterriti. Stringe, difende sul cuore, con la manina, un gran mazzo di fiori. Impressione dolorosa!
Vengono a mente molte cose: viene a mente la domanda di Ortensia:
— «Se tu fossi povero, come faresti a vivere?»
— «Io? Venderei i mazzolini di viole come quel povero bimbo alla porta delle Tuileries».[74]
Della madre più tardi si appalesò ed il riflesso fisico ed il temperamento erotico[75] e romanzesco; vivace contrasto con quell'aspetto apata e freddo.
Le nozze con la bellissima spagnuola Eugenia di Montijo, celebrate un anno dopo la proclamazione dell'impero, quando appunto era necessario consolidare l'usurpazione con un matrimonio regale,[76] appaiono come documento ben eloquente di questi varii sentimenti. È noto con quanta pertinacia e contro tutti Napoleone III volle queste nozze. «Ma se era per questo era inutile che tu facessi il colpo di Stato», gli disse il Morny. Ma il padre di Eugenia era stato valoroso colonnello dell'Impero; ma ella nei giorni del colpo di Stato, gli aveva offerto gioielli e ogni suo avere se ne avesse avuto bisogno; ma sposando lei faceva come Napoleone che sposò la bella creola, Giuseppina; e dichiarava in cospetto alla Francia: «Io preferisco una donna che amo e rispetto, ad una sconosciuta, la cui alleanza avrebbe arrecato dei vantaggi e insieme dei sacrifici».
L'Hübner ricordando l'Imperatore dopo queste nozze, «ebbro d'amore e di felicità», osserva: «io non lo avrei creduto capace alla sua età e con la sua esperienza, di innamorarsi così ingenuamente e sul serio».[77]
La Francia è stata sempre una nazione cavalleresca e non poteva restare indifferente a questa audacia da ballata romantica; ma la Francia è anche una nazione piena di spirito, onde fu detto: L'Imperatore fa concorrenza a De Musset e il suo regno non sarà che il canto di una notte.
Fu più cavaliere ancora quando acconsentì a fare ufficialmente questa sua donna partecipe dei consigli dell'Impero, e lo fu anche troppo![78]
Per tradizione mi fu riferito che, al tempo della sua giovanezza, un vecchio fiorentino vide un dì Luigi Napoleone tutto pensoso e raccolto, presso Santa Trinita, e gli chiese: «Che cosa avete, principe?» «Penso — rispose — al modo di reintegrare la mia famiglia».
Come la reintegrò, infatti![79]
Il ricordato volume delle lettere del Le Bas contiene alcuni disegni, dati come originali del giovanetto. Essi sono pieni di sentimento e di finezza e non privi d'arte. Ne ricordo tre, manifestamente significativi. Una sentinella rigida, con cappotto, colbacco enorme. Sta all'erta; stringe e sembra presentare l'arma. Presso è il bivacco; intorno un tetro paesaggio nevoso. Altro disegno col titolo «l'aquila fedele». Un'aquila sta librata sopra una lastra sepolcrale. Intorno è un paesaggio aspro. Sulla tomba è scritto N; e sotto, 1821. Ancora: un bel brigante in pieno assetto: cioce ai piedi, mantello cadente, cappello a pan di zucchero coi nastri e la croce sul petto: il bandito italiano.
*
L'ardente amore della regina Ortensia pe' suoi figliuoli, le cure per la loro educazione, i dolori sofferti, le ansie mortali per la loro sorte e le loro vicende, la redensero. Anch'ella, come la còrsa Niobe, attese su la soglia della casetta d'Arenenberg il figlio.[80]
Che se il Le Bas insegnò la vanità degli imperi, ella, la idolatra di Napoleone, insegnò il culto di quel suo Prometeo che fu incatenato su la rupe di Sant'Elena. Non lo avrebbero veduto più; ma l'ava Letizia,[81] a Roma, può ancora parlare di lui: «Parlez nous de lui, grande mère!» ed una fede cieca ella inspirò nel loro destino. Non era predetto? «Se noi troveremo nel prato, o amica, un trifoglio di quattro foglie, vorrà dire che presto potremo ritornare in Francia, o che domani avrò lettere dal figlio mio».[82]
*
Il colpo di Stato del 2 decembre 1851, sta su Luigi Bonaparte come una sanguinante tonaca, ed un nome pauroso e tenebroso gli è rimasto che pare quello di un carnefice, il quale per nome proprio non può essere ricordato. Converrà di questo dire qualche cosa, ed intanto diciamo che se questo nome è disonorevole, v'è anche una cosa che non fa onore all'umanità; ed è la seguente: che soltanto dopo il delitto, Luigi Bonaparte è preso in seria considerazione.
Prima, no. Prima egli è, secondo le varie opinioni, un avventuriero, un allucinato, anche un idiota, e per la polizia papale «il nominato soggetto»,[83] e per i ben pensanti, un bisognoso di clemenza. Anche il padre, in tale senso, lo raccomanda alla clemenza del Re di Francia: «Mio figlio è caduto in un orrendo lacciuolo, essendo impossibile che un uomo non sprovvisto d'ingegno e di buon senso, si sia gettato allegramente in un tale precipizio».[84] «Quel matto di mio cugino», ricorda Cesare Cantù di avere udito dal principe di Canino.[85] Dopo, no: è l'Imperatore. «Questo disgraziato Luigi Bonaparte fu giudicato, condannato et exécuté nel modo più bello. Non c'è che una sola voce: la sua incapacità»: questa nota è dell'Hübner, 25 novembre: dopo il 2 decembre, l'incapace è divenuto certamente capace; e l'ambasciatore austriaco dovrà col suo sbarbato volto volpino spiare, spiare, spiare per otto anni che cosa dice, che tempo segna il volto dell'Imperatore.
Questa contraddizione non poteva sfuggire all'Hübner, tuttavia: «Prima del colpo di Stato i capi del parlamento lo accusavano di inettitudine, d'ignoranza, di stupidità. Quando parlava, o piuttosto balbettava le prime volte, Montalembert esclamò: Ma è un discorso da svizzero, codesto! Oggi è salito di grado. Non lo si chiama più imbecille, lo si chiama sfinge».[86]
Anche Vittor Hugo lo dichiara, atrocemente, ma lo dichiara: «Non è vero: non è un idiota: ci siamo ingannati. Luigi Bonaparte ha un'idea fissa: ora un'idea fissa non è idiotismo. Sa quello che vuole, e va. Attraverso la giustizia, attraverso la legge, attraverso la ragione, attraverso l'onestà, attraverso l'umanità, sia pure, ma va!»[87] È qualche cosa!
*
Vittor Hugo, il 17 luglio 1851, dalla tribuna parlamentare ha proferito parole degne di grande poeta e di grande filosofo: ha detto: «Come? Perchè dieci secoli or sono Carlo Magno, dopo quaranta anni di gloria, ha lasciato cadere sul mondo la sua spada e il suo scettro, così immensi che per mille anni nessuno ha osato toccarli; perchè dopo mille anni, giacchè non occorrono meno di mille anni a gestare tali uomini, è sorto un genio che ha fatto della storia gigantesca, che incatenò la rivoluzione in Francia e la scatenò in Europa, che ha dato al suo nome per sinonimi Rivoli, Jena, Essling, etc.; perchè anche lui, dopo dieci anni ha lasciato cadere questo scettro e questa spada, voi venite, voi volete, come lui dopo Carlo Magno, prendere nelle vostre piccole mani quella spada di giganti? Per che fare? Dopo Augusto, Augustolo? dopo Napoleone il Grande, Napoleone il Piccolo?»[88]
Ma le comuni anime degli uomini non possono comprendere così altamente e alatamente: finchè le anime umane non si muteranno, per esse un gran delitto, riuscito a giuoco di fortuna, sarà sempre una gran forza. E così non fu creduto il Mazzini, che disse all'Imperatore: «Voi siete una pallida ombra». Ombra? finchè durò quella forza, fu realtà, non ombra. Quando quella forza fu vinta, tutti dissero come il Mazzini: «Tornate nel sepolcro, signore!»
*
E qui ci appare un fatto strano, minimo e grandissimo. Luigi Napoleone aveva avuto dalla natura un volto impassibile, atono: flemmatico era; non amava troppo discutere; era, come dicemmo, taciturno. Non si adirava; tutt'al più diceva: c'est absurde! Naso aquilino, occhio ceruleo, come quello materno, ma senza sguardo, come il sole del freddo mattino d'inverno: soltanto qualche raro bagliore talvolta. Degli scatti napoleonici, nulla: qualcosa di nordico.
È Vittor Hugo che lo tratteggia: «Luigi Bonaparte è uomo di media statura, freddo, pallido, lento, che ha l'aria di non essere del tutto sveglio. La sua parola si trascina con lieve accento tedesco. Ha i baffi folti che nascondono il sorriso, come il duca d'Alba, l'occhio spento come Carlo IX». I paragoni sono, oltre a questi, Cesare Borgia, Filippo II, Alessandro VI, Ezzelino da Romano: cioè i più truci tiranni del medio evo.
Alla lor volta i panegiristi ufficiali dissero: «È la vita sotto il marmo; il fuoco sotto la cenere; l'audacia sotto il velame della timidezza; l'inflessibilità redenta dalla bontà. Egli è il grande Augusto, egli è il buon Tito sotto l'aspetto di Werther, questo prototipo della fantasticheria germanica».
E allora, per conciliare quell'orrido e quel sublime, fu scritto questo indovinello: egli è temerario e calcolatore, modesto e fastoso, pronto e tardo, mobile e tenace, affabile ed altero, voluttuoso ed insensibile, lo si annega e galleggia, lo si domina e domina.[89]
Anche i preti, acuti osservatori, rinunciarono alla spiegazione e dissero «sfinge!», parola senza senso; ma che fu accettata come si accettano tante opinioni, perchè risparmiano la fatica di pensare. E perchè il padre era mal certo, Pio IX disse: «figlio del diavolo».[90] In Vaticano anzi si riteneva che Napoleone III «consultasse frequentemente il diavolo per la sua politica».[91] In fatti tre volte egli difese Roma papale. La freddura atroce: «Napoleone III a Sedan ha perduto ses dents», è attribuita allo stesso pontefice, che era uomo buono ed argutissimo;[92] e il mondo della Curia parve gioire della caduta di colui che quella Curia difendeva con le armi, e «si sentiva avvinto verso Pio IX da un sentimentalismo, così cavalleresco»,[93] che, fino presso a Sedan, rifiutò di cedere per Roma.[94]
Ebbene, quella maschera di sfinge fu per molto tempo una forza di Napoleone III. In essa si affissò non solamente l'Hübner, e gli altri diplomatici; ma a lungo, molto a lungo, il Bismarck.
Venne pur troppo il giorno in cui questi acuti osservatori esclusero la impenetrabilità di quel volto, e dissero: È un errore! Non vi sono profondità impenetrabili. V'è soltanto una superficie mutevole. Peggio: v'è un affetto. Ora la vera politica procede senza affetti: sine ira et studio: difende i suoi interessi nei limiti del diritto.
Il giorno che quegli uomini dall'occhio di falco, ebbero certezza di questa cosa, l'Imperatore fu veramente exécuté. L'essere duca d'Alba, Cesare Borgia, avere il «marchio di Caino»,[95] non giovò: astuzie, infingimenti, la squadra dei pretoriani còrsi, la corruzione, la menzogna, etc., ed altre arti di governo non giovarono: questi istrumenti terribili così comunemente usati, del resto, al contatto di quell'affetto e di quell'idealità, perdettero la loro consistenza molecolare.
Questo difetto del «fosco»[96] Imperatore cominciò ad essere avvertito al tempo della guerra d'Italia.
*
V'è una pagina nella vita di Luigi Napoleone che si desidererebbe più nota almeno dagli Italiani: è una pagina tragica ed eroica, di morte e di sangue. Quelli che hanno notizie di storia, la riassumono in poche placide parole: Napoleone III, da giovane, prese parte ai moti del '31 in Italia. Altri vanno più in là e dicono: e perciò commise doppio delitto quando spense la republica romana del '49; e perciò del '59, se fece qualche cosa, non fece che un atto di riparazione.
È troppa o troppo poca sapienza!
Vediamone qualche cosa, sia pure in breve. A Roma del '26, sotto la guida del Le Bas, studia, un'ora o due il giorno, Tacito: «è sempre buono ed amabile; il suo spirito si sviluppa, le sue idee ingrandiscono»:[97] a Roma impara la scherma da un Giovanni Gennaro, dalmata, luogotenente sotto l'Impero, decorato della legione d'onore: a Roma, del '27, stringe con Francesco Arese, di tre anni più anziano di lui, quell'amicizia che solo la morte disciolse.
Nobile figura umana è questo dovizioso patrizio lombardo, il quale molto patriziato lombardo riscatta; nobile per l'ombra austera in cui si sta nella storia del nostro risorgimento politico, pur avendovi avuto così grande parte;[98] nobilissima per la fede serbata a Luigi Napoleone in ogni suo tempo e fortuna. Carbonaro (e mazziniano di poi), egli era venuto a Roma, fuggendo le persecuzioni dell'Austria, con la madre, quella Antonietta Fagnani-Arese a cui i facili amori e la ammirabile seduzione concessero una specie di immortalità per la ode del Foscolo, «Qual dagli antri marini». Amiche erano state le madri alla corte vicereale di Eugenio Beauharnais; amici divennero i giovani, cui stringeva comunanza di età e di affetti. L'Arese verosimilmente confidò al Principe i ricordi della sua vita: gli Austriaci entrati a Milano nell'aprile del '14 sul cadavere lacerato del Prina; uno zio paterno soldato dell'Impero,[99] e un amico della sua famiglia, Federico Confalonieri, vittime tragiche di un'inane cospirazione; la grazia due volte chiesta per lo zio all'Imperatore d'Austria, da lui, personalmente, sino a Vienna richiesta; e il rigido rifiuto e la straniera violenza; e per converso le glorie, le vittorie, la libertà d'Italia sotto Napoleone.
Alla sua volta il Principe, che a quel tempo non doveva essere così taciturno come fu poi, deve aver confidato all'amico le tristezze della sua anima e del suo esiglio, la speranza della sua giovinezza. Era morto Napoleone, ma la sua anima riviveva, un'anima foggiata secondo il suo sogno: risuscitare la Grecia, la Polonia, l'Italia, eccitare i popoli dal torpore della servitù, distruggere i trattati della Santa Alleanza. Fantasie giovanili! Ma queste fantasie gli furono pur sempre care: sogni, ma dolci sogni! Di riparlarne ancora desidera molti anni più tardi, e riabbracciare l'amico, e riandare ancora con lui «i passati tempi». Quando? Nel 1841. Dove? Nel castello d'Ham, dove era prigioniero. E quei passati tempi sono ricordati in lingua italiana nella sua lettera.[100]
Si inscrisse in quel tempo Luigi Bonaparte in qualche vendita dei carbonari? La cosa a molti pare probabile, benchè non sia confortata da documenti. L'Arese ci indurrebbe in tale supposizione, quando dice che egli era carbonaro nell'anima;[101] e certo quel rito tenebroso e solenne doveva esercitare un fascino grande su di un temperamento romantico e in quella età; nè si dimentichi che l'arma della setta e delle congiure si presentava allora come l'unica forma di lotta possibile contro quell'altra congiura di re, che fu la Santa Alleanza. Noi oggi sorridiamo di quei monacali e tragici riti; ci paiono assurde le speranze concepite dai carbonari del '21 e del '31 o, avendo in mente soltanto quale è oggi la massoneria, ce ne sdegniamo: ma a torto. Non ne rideva, certo, l'Austria!
E se fu carbonaro, nei rapporti che ebbero allora i due principi coi patriotti italiani (fra gli altri con Ciro Menotti), giurò Luigi Bonaparte su di un teschio e un pugnale di liberare l'Italia? Questa leggenda corse con un certo valore in Francia e da noi. Difficile, come nel primo caso, è l'affermare od il negare; ad ogni modo è assurdo credere che l'odio e l'attentato di Felice Orsini significasse la condanna settaria per la mancata promessa; quasi un terribile: «Ricordati!» al potente, assiso sul trono imperiale. L'attentato dell'Orsini ha altra origine. Ma ammettiamo pure un simile giuramento: quale valore gli si poteva dare? Aveva poco più di vent'anni allora, Luigi Bonaparte: un ragazzo!
La sola cosa interessante davvero è il terrore che questi tenebrosi vincoli settari incutevano all'Austria, come per bocca del suo ambasciatore Hübner, è dichiarato: «L'Imperatore, la sera dell'attentato di via Le Peletier, pareva completamente démoralisé. Si deve dedurre che mancasse di coraggio fisico? Non ci penso nè meno. È che l'Imperatore, posto al sommo vertice della grandezza umana, accolto come un uguale dai capi delle antiche dinastie, aveva dimenticato gli impegni presi nella sua giovinezza con coloro che dispongono delle potenze sotterranee e sconosciute. Le bombe dell'Orsini sono venute a ricordarglieli. Un lampo di luce rischiarò d'improvviso la sua mente».[102]
Se qui va errato il giudizio dell'Hübner, non erra però quando all'orgoglioso e fiero Buol dichiara che egli non è «un poltrone», consigliandolo, sin dal '53, a farsi incontro all'usurpatore dell'Impero, a riconoscerlo di buona grazia come Napoleone III, perchè la «Francia è la Francia»; e bisogna evitare di offendere l'indole di lui «vendicativa, essenzialmente còrsa, che lo porterà a creare all'Austria delle difficoltà in Italia, aiutando segretamente il Piemonte, e forse il partito demagogico in tutta la penisola».[103] Non erra quando avverte il Buol di un oscuro presentimento che quell'uomo, assunto al potere da un sogno e da una violenza, minaccia qualcosa che non è la semplice conquista: «Se noi lo spingiamo sulla cattiva strada, metterà fuoco ai quattro canti d'Europa; e dureremo molta fatica a spegnere quell'incendio».[104]
Ciò che è vero e si attrista il cuore pensando — come dicevo prima — all'oblio indegno che copre quei fatti, è il disperato agitarsi dei due figli di Ortensia in quella fine del '30 e in sul principio del '31, quando la Francia insorse e dopo Francia, l'Italia e la Polonia in un mirabile singulto di libertà; quando su quella giovanezza di santa ribellione l'Austria della Santa lega diffuse e impose il peso inesorabile delle sue armi. Due volte la tempesta della guerra, della congiura, della fuga, aggirò il giovanetto per la patria nostra da Roma a Bologna e Forlì, e poi ancora a Spoleto ed Ancona; e in quale condizione tragica dell'animo! col fratello, morto fra le sue braccia in un albergo di città ignota, con la madre accorrente per salvare i figli (giacchè sa che se l'Austria li prende, sono perduti) con gli Austriaci alle calcagna, che vogliono impadronirsi di lui, come si sono impadroniti dell'erede, morente a Schönbrunn; come la morte si è impadronita dell'altro, a Forlì: e poi la malattia sopravvenuta che impedisce la fuga per mare da Ancona,[105] e il pietoso inganno materno al generale austriaco Geppert, indi il travestimento e lo scampo per tappe di posta sino in terra di Francia. Per breve tempo in terra di Francia; perchè anche la patria gli sarà chiusa, perchè — cosa ripetuta sovente e non imparata mai — la libertà è stata sempre sottomessa ad innumerevoli necessità politiche; in nome di una delle quali sarà vietato a Luigi Napoleone di rimanere in patria.
Allora egli odierà Luigi Filippo, allora egli, solo con il sussidio di un nome meraviglioso, tenterà due volte, a Boulogne e a Strasburgo, di abbattere quel Re che venne meno al principio per cui sorse, tenterà con la sua spada e con le sue cospirazioni di aprirsi la via della patria. Sognerà l'Impero, sia pure; ma a lui solo spetta il diritto oramai (morti sono gli altri giovanetti eredi) di onorare il tradito Imperatore, e lo onorerà imitandolo sino al Calvario.
Noi deridiamo le due congiure di Boulogne e di Strasburgo, perchè tentate con mezzi inferiori al fine; ma e le nostre congiure del '21, del '31, e quelle mazziniane di poi erano pari al fine proposto? Noi le deridiamo perchè fallirono miseramente, perchè Vittor Hugo ci sparse sopra un'onda e una fiamma di grottesco e di odio inestinguibile,[106] perchè dicendo Napoleone III, noi diciamo Oudinot[107] e Aspromonte e Mentana.
Noi deridiamo la pazzesca congiura di Roma, quando nel decembre del '30, egli uscì congiurato per le vie di Roma con alcuni vecchi soldati napoleonici e con alcuni giovani, gli eterni giovani, e un tricolore in pugno ed il grido Italia e Libertà; e vuole catturare i cardinali in Conclave, ed è catturato, e con lui un «minuscolo prigioniero».[108] Il popolo di Roma guardava e sorrideva.
Noi sorridiamo quando da Civita-Castellana egli manda al novello papa Gregorio XVI l'ordine di abbandonare il potere temporale e lo conforta che, divenendo soltanto ministro di Gesù Cristo, tutti «anche i più esaltati, lo adoreranno e lo sosterranno»; ma se ridessimo meno e pensassimo di più, come saremmo più giusti e buoni nel giudicare uomini e cose!
Noi qui non possiamo rifare la storia di quelle vicende; esse chiederebbero un volume a parte e molte ricerche non facili; tuttavia per il nostro racconto è necessario ricordare alcune cose di quelle vicende, le quali pur costringendoci a dilungare un poco, saranno, credo, bene accette, come quelle che sono confortate da documenti non noti. L'una è quando, dopo la morte del fratello, corse con la banda del Sercognani a Spoleto, dove era vescovo il conte Mastai Ferretti, che poi fu pontefice col nome di Pio IX. A Spoleto il giovane si apprestava alla difesa, fabbricando bombe e proiettili, quand'ecco sopravvenire gli Austriaci.
«Il loro arrivo — tolgo dal Grabinski[109] — rendeva molto critica la situazione di Luigi Napoleone e degli altri capi del movimento. Essi si rivolsero a monsignor Mastai, il quale loro diede del denaro e delle guide per facilitare la fuga. L'arcivescovo sborsò circa 30 000 franchi. Fu così, col denaro del futuro Papa, che Luigi Napoleone sfuggì agli Austriaci. Per questo fatto l'arcivescovo di Spoleto cadde in disgrazia; e fu soltanto nel 1840 che Gregorio XVI gli perdonò. Il governo pontificio gli rese allora i 30 000 franchi che aveva dato a Luigi Napoleone ed ai suoi amici, e Pio IX amava dire, durante il regno di Napoleone III, che egli aveva reso all'Imperatore un bel servizio, quando nel 1831 era stato sul punto di diventare prigioniero degli Austriaci».
Oltre alle ragioni politiche, oltre al famoso jamais della Francia, questo sentimento di riconoscenza può avere influito nel rendere Napoleone III così «sentimentalmente cavalleresco» verso Pio IX, come dice il De Cesare? È lecito supporlo, tanto più se si consideri, come appare manifesto dalle lettere all'Arese,[110] che l'Imperatore pone non tanto la questione su Roma (dopo il '59 appariva già manifesto che il movimento era unitario, e l'unità portava a Roma), quanto su la persona del Pontefice: abbiate pazienza, ripete, aspettate almeno che quel povero vecchio muoia.
In relazione a queste congiure del '30 e del '31, è il carteggio segreto della polizia papalina del 1846, quando il principe, dopo sei anni di detenzione, evase dal castello di Ham.
È noto come dopo questa fuga Luigi Bonaparte riparò in Inghilterra: ma il governo papale, da più parti essendo stato annunciato che «il summentovato soggetto abbia potuto ottenere un passaporto inglese sotto il nome di colonnello Crowford...., non omette di porgere all'Eminentissimo Legato di Bologna questa partecipazione per quelle ulteriori misure di vigilanza che Sua Eminenza Reverendissima crederà di prendere in proposito».
In conformità di quest'ordine, il 16 giugno, il direttore della polizia di Bologna dirama una circolare ai governatori della provincia, in cui è detto: «Si annuncia anche dai publici fogli la fuga del principe Luigi Napoleone Bonaparte dal castello di Ham, ov'era detenuto, e si pretende che tenti penetrare occultamente nello Stato pontificio per adoperarsi a promuovere dei disordini. Ne do pertanto avviso alla S. V., affinchè faccia invigilare accuratissimamente in codesta sua giurisdizione per arrestare il soggetto medesimo ove ardisca di penetrarvi, trattenendolo sotto sicura custodia sino a nuova disposizione. E così specialmente dove è diretto adito per giungere nascostamente dalla Toscana, occorre che mediante le forze dei carabinieri, sia di notte che di giorno, sia portata attenta osservazione nei punti più facili a dar sospetto del transito di persone. Avvi pure sospetto possa il medesimo dirigersi in questa provincia, dove col favore dei bonapartisti più speranzosi ed arditi, ottenga sicuro asilo in qualche casino di campagna o nei palazzi di città appartenenti a persone della stessa famiglia napoleonica, quali sono quelli della casa Pepoli, della casa Bacciocchi».
In conformità di questi ordini, Alessandro Zuffi, governatore della Porretta, con lettera del 25 giugno, avverte il cardinal Legato di Bologna «di avere attivato tostamente nel confine più pericoloso, un'accurata perlustrazione diurna e notturna di quattro o cinque carabinieri, affinchè niun sconosciuto senza regolare passaporto intendesse a penetrare in questo Stato. Tale perlustrazione continua tuttavia e continuerà finchè io ne avrò ordini in contrario».
Se non che «la direzione della polizia di Bologna è venuta a sapere che, nella notte del 21 corrente, arrivò a Porretta un giovane forastiero, carico di armi e di denari»; non poteva essere che lui, e se lo lasciò sfuggire.
Ma il governatore, pure confessando la sua pochezza poliziesca, si permette di osservare che «le premure della circolare versavano sul fuggitivo Napoleone Luigi»; ora quel forastiero non poteva essere lui, perchè era un giovane, mentre il mentovato soggetto per cui sono tante premure, «se le cronache anche ufficiali non ingannano, deve contare per lo meno quarantadue anni, avvegnachè sia nato nel 1804».[111]
Inutile riferire i particolari di questo errore della polizia papale: interessante è conoscere in quale condizione e reputazione fosse nel 1846 colui che fu dopo Napoleone III, arbitro d'Europa.
Pietosa è la fine del fratello maggiore Carlo, a Forlì, in quel marzo 1831. Ne parlano due semplici cronisti; e poichè il loro racconto è inedito, mi pare bene riportarlo per intero.
Il 6 marzo (1831) i due fratelli con altri insorti mossero a cavallo da Bologna per Forlì e vi giunsero il dì 9. Due giorni prima del loro arrivo il Grabinski e l'Armandi[112] annunciavano come l'Austria aveva rotta la «non intervenzione»: chiamavano alla difesa della patria chiunque fosse armato «di fucile, di qualsiasi calibro, anche da caccia, di spada, di falce, chè ogni arma è atta quando viene impugnata da una destra che desidera e vuole essere libera». «Io sono polacco — stampava nei suoi proclami il Grabinski — , ma da lungo tempo sono italiano. L'Italia e la Polonia si assomigliano nella sventura e nel valore. Il grido di guerra italiano è questo: O libertà o morte! Viva l'Italia, viva la libertà!» Fra tali grida, fra tale tumulto, in mezzo a quel disperato e vano correre all'armi, in quella morta e vetusta città di Romagna venivano i due eredi del nome di Napoleone.
Scrive l'uno dei cronisti:[113] «Al proclama del generale (Grabinski) si aggiunse un ordine del giorno del comando militare della Guardia Nazionale, il quale avvertiva che per notizie avute da Bologna i Tedeschi non movevano per ora da Ferrara. Questo avviso scacciò il malumore dall'animo di molti e li richiamò all'allegria. Andavansi intanto concentrando in Forlì soldati di ogni arma. Giunsero quindi nel dì 9, distaccamenti di carabinieri, dragoni e soldati di linea già pontifici, che avevano preso servizio sotto i vessilli nazionali. Giunsero pure nello stesso giorno, provenienti dallo Stato toscano, li fratelli Napoleone e Luciano Bonaparte, figli di Luigi Bonaparte ex-re d'Olanda e nipoti del fu Napoleone imperatore de' Francesi e re d'Italia. Questi giovani nel recarsi in coteste provincie rivoluzionate non avevano avuta altra mira che di cooperare colla loro vita e facoltà alla rigenerazione d'Italia e non già d'inalzarsi alla grandezza del trono, come taluno si permise di dire. Tutti quelli che gli avevano praticati, ed erano stati molti, attesa la soavità delle loro maniere, facevano fede che il loro unico scopo era quello di meritarsi la nobiltà con azioni virtuose e libere, e di far uso delle ricchezze pel bene della società, al qual per arrivare, avevano già chiesto di essere semplici soldati della nazione, ben conoscendo non potersi conseguire l'onore de' gradi che col dar prova di senno e di valore e non già per gl'illustri natali e per la copia delle facoltà. Ma questi loro desiderii non poterono mandarli ad effetto, atteso che il primogenito Napoleone, assalito in questa città da flogosi acuta ai polmoni congiunta alla rosolia, dovette soccombere al ferale colpo di morte nel giorno 17 anzidetto marzo ad un'ora e mezza pomeridiana.[114] Non aveva egli che cinque lustri, era di forme leggiadre, di ardire magnanimo, d'ingegno sublime. Ogni cittadino fu tocco di vera doglianza, per l'immatura morte di questo giovane virtuoso. Venne trasportato in Duomo con funebre accompagnamento, ma non con quegli onori militari che si convenivano alla nobiltà del suo animo. Accorsero peraltro moltissime persone nel tempio ad offrire all'onorata sua spoglia tributi di lagrime e di sospiri. Terminata la funerea funzione, venne trasportato nella sacrestia della canonica ed ivi imbalsamato. Richiesto dai suoi parenti domiciliati in Firenze, venne posto in una cassa e colà trasportato. Non rimaneva dunque in Forlì nessuna pietra che segnasse l'epoca della morte di questo giovane principe, nessuna carta che ne tramandasse ai posteri la memoria. Il nostro concittadino, il dottor Zauli Sajani, dedicò alla memoria del principe una sua tragedia, la «Pia», con queste parole: «Fu il giorno 17 marzo che tu negli anni della speranza fosti rapito all'Italia ed in questa mia patria spirasti allorchè spirò, appena nata, la Libertà. Giorni di pianto! Tu preso d'affetto caldissimo per lei, correndo fra noi combattevi soldato tra le file dei soldati: tu sentivi le imprese dello Zio guerriero; ed alto acquisto di fortuna reputavi aver perduto le grandezze di regno. Un pensiero di dolore è rimasto di te, che fa ripetere sospirando: Quanto di grande poteva egli fare! E qui non è vestigio della tua perdita, non un marmo che al pio acceso di patria carità raccomandi la memoria delle tue care virtù. Vaglia a riparare l'oltraggio questo mio pubblico tributo, che nell'eroe della tragedia, nel giovane Alardo, può presentare al mondo qualche immagine della libera anima tua. Goditi in Dio la pace del giusto; a lui ragiona della sventura di questa infelice Italia, e fa che d'un sovrumano aiuto la soccorra, l'allegri».
Non pietra non parola!
L'altro cronista, in istile bislacco, su la falsariga del dialetto, ripete il fatto così: «Qui non dobbiamo esimerci dall'esporre ai nostri benigni lettori, che arrivando da tutte le parti gioventù, ed anche persone di perchè,[115] due ne comparsero fra noi, e furono questi i figli di Luigi Bonaparte ex-re d'Olanda, ora conte di San Leu, uno per nome Napoleone Luigi, primogenito, e l'altro Luigi Napoleone, figli e fratelli germani della principessa Ortensia Boarnois (sic) sorella del fu vicerè d'Italia creduta amasia dell'Imperatore Napoleone. Questi due giovani, i quali erano creduti perniciosi od utili[116] vennero immediatamente circondati da novelli progettisti, ma nel tempo in cui qualche cosa doveva operarsi, il maggiore di questi cadde malato e miseramente terminò i suoi giorni nel 17 marzo ad un'ora e mezza pomeridiana nella Locanda del Cappello posta nel Borgo Gottogni (ora Corso Vittorio Emanuele), ove aveva scelto il suo alloggio; e dispiacenti i cittadini di non potergli rendere quei funebri onori militari che si sarebbero convenuti alla nobiltà del suo animo, atteso lo stato di rivoluzione che per anco bambina si facea ombra di tutto, venne deciso che buon numero degli ufficiali di stato maggiore della Guardia Nazionale per altro senz'armi ed altrettanti giovani in abito di costume con torcie accese accompagnassero il feretro fino alla chiesa cattedrale, ove venne in luogo apposito depositata la spoglia mortale, quale poi a richiesta della di lui famiglia venne trasportata a Firenze a cura del nostro concive Giambattista Baratti, accompagnata dal sostituto di cancelleria vescovile Serafino Fornatari e don Pietro Severi in qualità di capellano e colà venne nella chiesa parrocchiale di Santa Trinità ridepositata a disposizione della sua propria famiglia».[117]
Qui noi vogliamo confrontare le parole del cronista Calletti con questo giudizio che Ortensia dà dei suoi figli: «Le sventure senza numero della sua famiglia (parla del figlio maggiore) erano state la migliore delle lezioni. Così senza pregiudizi, senza rimpianti dei beni che egli doveva alla sua nascita, collocando soltanto il suo onore nell'essere utile all'umanità, egli era republicano per carattere. Mio figlio Luigi aveva assolutamente gli stessi sentimenti e gli stessi caratteri».[118] Ora credere come il Metternich ne insinuò l'opinione in Luigi Filippo, che i figli di Ortensia nella ingenuità dei vent'anni combattessero sul serio per una restaurazione napoleonica, è troppo difforme dal vero; nè essi, come bene osserva il Lebey, erano allora avversi al nuovo re di Francia Luigi Filippo, ma speravano in lui, assunto al trono dalla rivoluzione, come vi speravano gli Italiani; ed il suo passato — non aveva esso, duca di Chartres, combattuto a Valmy? — ne dava affidamento.
Certo più tardi ammaestrato dall'esperienza e dallo stesso governo di Luigi Filippo di quante restrizioni sia suscettibile in politica il nome di libertà, formerà altro giudizio e concepirà altre speranze.
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Vittor Hugo, nel libro VI del suo «Napoléon le Petit», rifà la storia dei 7 500 000 voti, su otto milioni di votanti, con cui il 2 decembre '52 la Francia «assolse» il «delitto» dell'anno prima. È una pagina di grande persuasione; e il giorno in cui non vi saranno più compratori di voti e di coscienze venali, oltre a persuadere, moverà a grandissimo sdegno.
Anche questa atroce litania profana di coloro che davano il loro voto al Principe-presidente incamminato all'impero, contiene moltissima verità: «Mio Dio, fatemi alzare le mie azioni di Lione! Gesù dolce signore, fatemi guadagnare il venticinque per cento sulle azioni Napoli-Rothschild! Santi apostoli, vendetemi il mio vino! Beati martiri, raddoppiate i miei affitti, etc.».
Ma anche è vero che quando il deriso eroe di Strasburgo e di Boulogne, ebbe per la rivoluzione del '48 aperte, se non spalancate, al fine le porte della Francia, non aveva nè partigiani nè denaro.
La stessa aristocrazia, creata dallo zio suo, Napoleone, fingeva di ignorarlo. Dell'aristocrazia dei gigli d'oro non si parli: essa gli fu allora e sempre nemica. Il suo Comitato elettorale si componeva di tre sarti, un carbonaio, un barbiere, un tappezziere.[119] Questa povera gente raggranellò, a destra e a manca, i pochi soldi necessari perchè il nome del Principe fosse affisso sulle cantonate di Parigi. Vissuto sempre nell'esiglio, fuori di patria, egli era conosciuto soltanto pel nome, ma questo nome era tale da combattere e vincere da solo una meravigliosa battaglia. «La forza del nome di Napoleone — osserva il Guizot[120] — era in un solo tempo una gloria nazionale, una garanzia rivoluzionaria e un principio di autorità. Ce n'è da sopravvivere ai più grandi disastri».
Ed ecco apparire l'anima meravigliosa del popolo: donne del popolo, figli del popolo, parlanti il linguaggio del popolo, ricordano Napoleone, ricordano l'ombra invendicata del figlio, la gloria di Francia. La vigilia del voto si rideva ancora della candidatura di Luigi Bonaparte. Aperte le urne, con stupore grande, apparve eletto, lui, l'Erede. Il popolo, l'esercito, ecco la forza; ed allora il sogno della sua vita gli parve divenire realtà: essa era di contro a lui, bastava stendere la mano per afferrarla. Allora l'«io» imperatorio e la libertà dei popoli col loro diritto oltraggiato, gli si sovrapposero come un'unica imagine. V'era una spada caduta — quella così mirabilmente ricordata da Vittor Hugo — ed egli la raccolse a difesa di quel diritto e di quella libertà; v'era una missione da compiere, segnata in fronte di chi fosse stato l'erede, ed egli credette a questa eredità o a questa missione. Nella fede di questa missione egli visse, e in questo sogno la nobile Francia lo seguì. Quando aprì gli occhi, «non bene desti»,[121] tempo era per lui di morire; mutilata era la Francia. Vegliava nell'inverno dell'anno terribile la sentinella prussiana.
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A questo punto la vita di Luigi Napoleone sembra scindersi in due: il suo passato evapora nell'oblio, ed è un passato di più che quarant'anni! Ecco l'avvenire! Contro all'avvenire egli muove con l'ansia di colui a cui pare esser tardo; e strana cosa, gli uomini di lui non ricordano bene che quest'avvenire e le sue impronte sanguinose. Fra le lettere del Le Bas v'è questo passo, in cui cotale scissione della vita è intravveduta con una tristezza profonda: «Arenenberg, il delizioso Arenenberg non è che un tempio deserto, da cui la divinità è scomparsa. L'ammirabile donna che ci aveva affidati i suoi figli, non è più. Il suo figlio maggiore la precedette nella tomba, il secondo è portato dal turbine delle avventure e dei perigli di un pretendente al trono!»[122]
Il colpo di Stato, cioè la republica spenta da colui che dalla republica aveva avuto infine il ritorno in patria, e aveva giurato di difenderla, è opera di Luigi Napoleone: nè egli ne rifiutò la paternità, nè mosse recriminazione o publiche accuse ai complici. È di due settimane dopo il 2 decembre questa lettera all'Arese: «Fa ciò che devi, avvenga quel che vuole avvenire.... Il «successo» non mi farà mai dimenticare l'amico del tempo della sventura che attraversava il mare per recarmi un conforto».[123]
In quali proporzioni poi vi abbiano contribuito l'ambizione dell'uomo, le condizioni di quella democrazia, i catilinari che si assieparono intorno al pallido erede, non è questo il luogo di esaminare: certo il Cavour presentì il fatto sino dal '48, e si preparò a ricavarne il maggior utile. Tuttavia non è da omettersi che l'esecuzione tecnica di quella congiura, lo strazio del coltello operatorio, non solo nelle parti reputate cancerose, ma nelle carni sane di Francia, il freddo eccidio dei pacifici e degli innocenti, che venivano quasi incontro all'impero, eccidio compiuto a documentazione, è opera del Morny, suo fratellastro, che si accorse allora soltanto di quel molto utile consanguineo, il duca di Morny, un malfattore, come lo chiama Vittor Hugo, dall'eleganza irreprensibile; «la testa più assennata dell'Eliseo», come lo chiama l'Hübner.[124] Egli, poichè Luigi Napoleone esitava davanti all'effusione del sangue, avrebbe parlato così: «Monsignore, in materia di guerra civile non è proibito ai capi di andare alla battaglia coi guanti; ma non bisogna che i guanti impediscano al sangue di arrossare le mani e di entrare un pochino sotto le unghie», ed è lui, il Morny, che scrive in una nota del 3 decembre al Magnan: «Bisogna far la cerna di ciascun quartiere della città, prenderlo per fame o invaderlo col terrore».[125]
Questo stato dell'animo di Napoleone ci risulta anche per la testimonianza dell'ambasciatore austriaco, Hübner, osservatore, ahi, troppo acuto. Quella sera, 2 decembre, Luigi Napoleone era atteso a pranzo dal signor di Turgot. Ma invano lo si attese: «Luigi Napoleone, soffrendo di emicrania (e c'era di che soffrirne), s'era messo a letto ed aveva dimenticato di far le sue scuse»; e in una nota, evidentemente molto posteriore, aggiunge: «Più tardi si seppe che era completamente démoralisé, che Morny, Persigny, atterriti da questa défaillance, lo avevano persuaso a coricarsi».[126]
È per tale processo che questo uomo buono acquistò il terribile aspetto di malfattore coronato, si acquistò la reputazione di un'astuzia meravigliosamente crudele, di una «cupa energia»[127] nel male. Grande è il suo ingegno, ma è «l'ingegno dello spirito del male, condannato a ignorare gli istinti sublimi del bene che fremono nel cuore degli individui e delle Nazioni; egli è il maestro nella conoscenza d'ogni triste tendenza; egli è il tentatore che fiuta la colpa»; egli è l'inauguratore di «una nuova Santa Alleanza tra le potenze che rappresentano il dispotismo in Europa».[128] Egli tace, egli sale all'altissimo Olimpo del potere imperiale. Qualche volta, tuttavia egli parla; oh, ma «allora egli non parla, mente. Quest'uomo mente come gli altri uomini respirano. Annuncia un'intenzione onesta? State in guardia. Afferma? Diffidate. Fa un giuramento? Tremate».[129]
Quando mai d'un uomo fu diffusa più orribile reputazione fra gli uomini? Orribile; mai anche terribile! Non c'era da approfittarne? E se allora un uomo generoso invece di scrivere, colpì, in odio a quelli che scrivevano soltanto, quale meraviglia?
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Ma l'Hübner è più sottile, meno fragoroso, più semplice; forse perchè scrisse per sè e non per il publico. Il colpo di Stato con la strage dei pacifici borghesi, è disgustante anche per lui, però la congiura è stata architettata da maestro. Bella!
«Ieri, lunedì sera, all'Eliseo, come al solito, ricevimento: non uno sguardo, non un gesto ha tradito l'emozione dei cospiratori».[130] E al mattino seguente la città, svegliandosi, si è trovata sotto il pugno militare! Che cosa ne uscirà? L'Impero?
«Sopra le rovine del parlamentarismo — scrive pochi giorni dopo il 2 decembre il conte von Hübner con il suo inchiostro più ironico — si vede in Francia una sedia curule, occupata da un deus ex machina, un Publicola, qualcosa di simile ad un Imperatore: ma i suoi amici lo chiamano Augusto,[131] per distinguerlo dallo zio, che è Cesare».[132] E che razza d'Impero sarà? Un Impero conservatore, senza dubbio. Già intanto, ammirabile osservazione, «ogni uomo che arriva al potere, non è sprovvisto di istinti conservatori; e un primo passo l'ha già fatto Luigi Bonaparte in questo senso, mostrandosi favorevole alla Chiesa». Initium sapientiae timor Domini! «Bisogna, mi sembra, incoraggiarlo a continuare su questa via. Un regno pacifico con ogni sorte di godimenti, deve, credo io, ben sorridere a lui e agli altri! E allora dovrà seguire una politica conservatrice, fatta appunto per rassicurare gli antichi sovrani e disporre il loro animo alla benevolenza di accogliere il nuovo venuto come un loro pari».[133] «Odia il parlamentarismo, e questo va bene»; ha frenato i partiti rivoluzionari, e va anche meglio; ma ahimè, osservandolo bene, comincia a dubitare. Parla poco l'Imperatore, ma quel poco basta a lui per capire: gli ha parlato di una cosa fantastica: della «ricostruzione»[134] della Francia. C'è di peggio ancora: «è uno spirito torbido, sognatore, fantastico».[135] È un astuto, conosce l'arte del cospirare ma è esitante; ma la vera saggezza politica, l'attitudine delle profonde combinazioni, etc., etc., sono qualità a lui affatto estranee.[136] E c'è di peggio: «come Bonaparte e come carbonaro, egli è doppiamente figlio della Rivoluzione. Venuto fuori da una cospirazione militare, non potrà gettar le basi d'una monarchia conservatrice. Lo si potrà tenere a freno per qualche tempo»,[137] ma poi andrà a rompersi le corna anche lui!
Ma il maître si fa sempre più silenzioso, più cesareo, più impenetrabile, quanto più monta la fortuna dell'Impero. Lo stesso Hübner ne è turbato. Che abbia sbagliato nelle sue previsioni? Ora par che tremi anche lui. Le Tuileries quanto a magnificenza ed etichetta non hanno confronto e l'Hübner se ne conforta col pensiero che v'è qualcosa di teatrale, di offembachiano, in quella messa in scena imperiale: pensa con soddisfazione che la mancanza di un passato nega ogni garanzia per l'avvenire.[138]
E sulle Tuileries, dopo i catilinari, piombano «tutti coloro che alcuna cosa di straordinario di ottenere desideravano»,[139] tutti gli avoltoi umani. «Con noi movesti alla conquista, con noi devi marciare, buon figlio di Ortensia!»
«Ma non fu questa la mia meta. Il bene è la mia meta. Questi malvagi alleati mi vogliono uccidere; e con me la Francia e la libertà!» Abbiamo più volte ricordato Vittor Hugo. Egli ha un suo grande romanzo, «L'uomo che ride», in cui il personaggio principale ha nome Gwynplaine. Esso è un povero fanciullo che fu rapito dagli zingari. Con due orrende fenditure ai lati della bocca ne fecero una maschera ridente. Il miserabile è diventato pari e lord.
«Che c'è da ridere?»
«Io non rido».
«Dunque tu sei terribile!»[140]
Così si può dire di Luigi Bonaparte: «Voi mentite!»
«Io non ho mentito».
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Quando l'Impero crollò, e fu un attimo, colei che era stata tanta parte e tanto inconscia parte di quella ruina, pronunciò una parola tragica, che sembra come la sintesi di quell'Impero: Rêve creux![141]