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Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 3 cover

Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 3

Chapter 28: I
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About This Book

A careful, line-by-line commentary unpacks a canto of the Divine Comedy and related writings through literal and interpretive analysis. The commentator subdivides the canto into five parts and explains the pilgrim’s emotional responses and Virgil’s gestures, describes the sight and cries of the three Furies and the looming threat of the Gorgon with measures taken to avert petrification, recounts the angelic intervention that opens the gates of Dis, and narrates the entry into the city where heresy is punished in sealed, burning tombs. Marginal notes address linguistic choices, classical references, variant readings, and interpretive consequences.

NOTA

I

Vita di Dante

Il testo è riveduto sul cod. 104. 6 della Biblioteca capitolare di Toledo, il quale da tempo vien giudicato molto autorevolmente di mano del Boccaccio (cfr. M. Barbi, Vita Nuova di Dante, 1907, p. LIV sg. per la descrizione del cod., e p. CLXXI sg. per la dimostrazione dell’autografia). Chi paragoni la presente edizione col testo critico di Fr. Macrí-Leone, vedrá quante lezioni risultino piú chiare e piú persuasive, in grazia appunto del codice toledano.

Un’accurata revisione della punteggiatura, favorita anch’essa dal manoscritto, ha pure aiutato in piú punti a raggiungere una piú esatta interpetrazione del pensiero dell’autore.

Si è mantenuto all’operetta il titolo tradizionale di Vita di Dante. Il codice toledano offrirebbe però questo titolo piú analitico: «De origine vita studiis et moribus clarissimi viri Dantis Aligerii Florentini poëtae illustris et de operibus compositis ab eodem»; e un’espressione del Comento (presente ediz., I, 118) condurrebbe a intitolare l’operetta Trattatello in laude di Dante.

La suddivisione dei paragrafi è generalmente quella assegnata dal citato codice.

Dei sottotitoli quelli che corrispondono alle partizioni adottate nelle precedenti edizioni, sono riportati da queste o modificati; gli altri son nuovi. Il Boccaccio non usò sottotitoli.

La grafia del ms. è stata rispettata fin quanto consentivano le norme di questa collezione[1].


II

Redazioni compendiose della Vita di Dante

Il testo del cosí detto Secondo compendio è riveduto sul cod. L. V. 176 della Biblioteca Chigiana, giudicato di mano del Boccaccio, come quello toledano, e piú recente. A piè di pagina ho riportato dalla eccellente edizione di E. Rostagno (La Vita di Dante, testo del cosí detto Compendio attribuito a G. B., Bologna, Zanichelli, 1899) quei tratti che il cosí detto Primo compendio ha in piú o di lezione diversa. Son trascurate soltanto leggerissime differenze formali; sicché il lettore trova in questa edizione le due redazioni, si può dire, integralmente. Ho curato, dov’era possibile, che i capiversi agevolino i riscontri tra queste redazioni e la Vita.

Ho stampato queste Redazioni compendiose dopo la Vita, perché, come si comprende dal titolo stesso che do loro, io preferisco all’ipotesi, che fa di esse uno schema o traccia o primo getto della Vita, l’altra che tende a dimostrarle stesura piú tarda, come piú tardo sarebbe l’autografo chigiano, che contiene il Secondo compendio, rispetto al toledano, che contiene la Vita[2].

Le differenze di contenuto, in quanto a sostanza biografica, dati, giudizi e apprezzamenti sui casi e sull’opera di Dante, e le novitá di distribuzione e di ordinamento della materia, non sono trascurabili; ma non bastano a dare una fisonomia diversa al lavoro, la quale si delinea assai nettamente per la omissione di esclamazioni, interrogazioni, apostrofi, ripetizioni e simili luoghi tipici di rettorica scolastica, che infiorano le pagine della Vita. Per via di tale sfrondamento, che al Boccaccio non dovette costare alcuna fatica, mentre lo stile lussureggiante della Vita ci richiama ai romanzi giovanili, quello dei Compendi si riavvicina al Comento, ch’è opera degli ultimi anni di lui.

III

Comento alla «Divina Commedia»

Il testo è riveduto sui quattro codici fiorentini Magliabechiani II. IV. 58 (M1), II. I. 51 (M2)[3], VII. 1050 (S)[4] e Riccardiano 1053 (R)[5], tutti del principio del secolo decimoquinto. Non si è tenuto conto del Magliab. VII. 805, che è una copia tratta da R dall’erudito settecentesco Anton Maria Biscioni.

È materialmente sicuro che nessuno dei quattro codici è copia dell’altro, perché le molte omissioni, che tutti presentano (e che si spiegano quasi sempre pel ritorno della stessa parola a poche righe di distanza nella stessa colonna), non hanno riscontro a volta a volta negli altri tre.

M1 e R presentano una maggiore conformitá esteriore, perché recano chiose a margine e numeri progressivi delle lezioni, che mancano in M2 e S; ma l’insieme dell’analisi porta a credere che sian tutti e quattro apografi di quel medesimo «originale», dal quale M1 esplicitamente si afferma copiato a p. 71, e al quale si riferisce M2 a c. 27 r, col. 2a, allo stesso proposito del precedente, cioè per giustificare come la digressione sulla «fama» (pres. ediz., I, 215-217) non fosse stata copiata a suo posto[6].

Altre prove piú o meno esplicite[7] dan modo di constatare che l’«originale» presentava frequenti aggiunte in calce o a margine o forse in intere pagine intercalate, le quali aggiunte non sempre conformemente i vari codici hanno inserito a loro posto, e talun d’essi ha talvolta trascurato.

Son tutti maravigliosamente scorretti, nei nomi, nelle date, nelle citazioni latine, che l’amanuense di M2, che sapeva poco di grammatica, sopprime addirittura, o taglia, o riduce male in italiano. La morfologia verbale e la fonetica son trattate individualmente a capriccio. Eppure, nonostante ciò, l’assiduo, paziente e accorto confronto dei quattro codici consente di ricostruire il testo dell’«originale» con abbastanza genuinitá e fedeltá.

Senonché io mi sono dovuto persuadere che di tale «originale» i «24 quaderni» e i «14 quadernetti», ne’ quali il B. lasciò, morendo, la contrastata ereditá delle sue lezioni di Santo Stefano di Badia, rappresentano una parte soltanto. Tutto il resto, che estensivamente può sommare a poco meno che altrettanto, è sviluppo di rimandi al proprio scritto biografico su Dante, che il B. lasciò segnati sull’autografo, e di altri consimili e piú numerosi rimandi alle proprie opere di erudizione, interpetrati con larghezza eccedente il proposito e con intelligenza inadeguata; è svolgimento di appunti e compimento di ragionamenti avviati; sono chiose teologiche e di dottrina chiesastica, per le quali non pare che il B. avesse né competenza né gusto; son tratti cavati da Eusebio, da Giustino, dal lessico di Papia e da altri volumi in uso nelle scuole; sono (e qui segnatamente è caduta in inganno la critica di questo testo nostra e straniera) pagine ricavate da altri commentatori di Dante, posteriori al Boccaccio.

Una somma di prove e di indizi giustifica ed avvalora questa concezione: chiose duplicate e contrastanti; brani che si inseriscono senza alcun legame, tolti i quali il filo del ragionamento ripiglia; errori di traduzione letteralmente meccanica attraverso le cattive e spesso farraginose riduzioni dal De genealogiis, De casibus virorum illustrium, De claris mulieribus, De montibus, silvis, fontibus; altri volgari errori di traduzione e fraintendimento di testi quali l’Epistola a Can Grande, articoli dell’Elementarium di Papia, ecc.; guasti dell’armonia della forma e alterazioni, scomposizione e disorganizzazione del pensiero nelle pagine desunte dallo scritto biografico su Dante[8]. Nel caso delle interferenze con altri commentatori (che son poi il Buti, Filippo Villani e l’Anonimo fiorentino), un’analisi stilistica non superlativamente difficile, né, io credo, leggermente opinabile, porta a constatare che vi mancano i modi e le forme del Boccaccio e vi si ritrovano invece i modi e le forme di quegli altri scrittori, piú o meno alterate, piú o meno peggiorate. Esempio tipico è quello del bravo e onesto Da Buti, che nella pagina che cita dal Boccaccia sul nome di Commedia (la qual pagina nel testo del proemio del Boccaccio, quale ora è, non s’innesta grammaticalmente, ma emerge per forma, per dottrina e per organismo di pensiero), rimane, come doveva rimanere, inferiore al modello, mentre ragiona meglio e in piú bei periodi nelle altre pagine che confrontano e che non sono citate come desunte dal Boccaccio[9]. Filippo Villani trasse dal De Genealogiis, com’egli attesta citandolo, molte pagine e le ridusse ad uso di proemio al commento del primo canto dell’Inferno; e queste, con altre sue pagine, si ritrovano nel Comento, ch’egli non cita, e ch’è legittimo sospettare che non abbia conosciuto mai direttamente, perché niente ne imparò. Le lezioni errate dell’Epistola a Can Grande, che sono nel suo scritto[10], si ritrovan pure nel Comento, con altri errori di versione che, se dovessero essere imputati al Boccaccio, porterebbero a questa conclusione: ch’egli, traducendo in italiano, non s’accorgeva di dire spropositatamente pensieri consacrati in chiara dizione latina nella sua maggior opera di cultura. Le pagine che raffrontano tra il proemio dell’Anonimo (ch’è, si noti, uno scritto «composito» nettamente diviso in due parti) e quello del Boccaccio, sono, direi, senza stile, le une e le altre; potrá cercarsi se quelle raffazzonature (come la storia di «guelfo e ghibellino» a pp. 51-53 del III vol.) derivino da una fonte comune ad entrambi i testi.—Esaminando sui codici quei tratti che per un motivo o per l’altro dánno piú grave ragione di sospetto, si trova che le aggiunte materialmente comprovate e riconosciute per dichiarazioni esplicite (vedi sopra) O per via di confronti (omissioni e spostamenti) vi corrispondono tutte: e ciò vorrá dire che nell’originale quei tratti non s’inserivano nel testo; e dove manchi la prova materiale dell’aggiunta, si trova d’ordinario che quei tratti son piú scorretti, con varianti piú frequenti, con una fonetica e una morfologia piú del consueto irriducibili: la qual cosa stará a significare o un’altra mano di scrittura nell’originale o per lo meno una scrittura che riusciva per qualsivoglia cagione (perché piú minuta, o piú trascurata, o interposta) meno nitida.

Sulla scorta di tal somma di prove e di indizii, scartate altre ipotesi, io mi son formata la convinzione che allo stato presente del testo del Comento si sia arrivati attraverso due momenti costitutivi ben distinti:

1o Autografo del Boccaccio, tal quale è presumibile che fosse nella sua prima stesura, con le inevitabili correzioni, sostituzioni ed aggiunte interlineari o a margine o in calce di uno scritto di primo getto; e inoltre con molti rimandi ad altri scritti, specialmente propri, con pensieri e ragionamenti svolti soltanto parzialmente o accennati per tracce e sommari, dato che lo scopo era di preparazione a pubbliche lezioni;

2o Integrazione del materiale di detto autografo (che s’è poi risoluta in rimaneggiamento di molte parti, con grande accrescimento di mole), eseguita con le qualitá di un ecclesiastico maestro di scuola, non privo di cultura, ma scarso d’ingegno: un letterato mediocre. Potrá o no dimostrarsi che costui fosse quello stesso frate, di cui è fatto il nome nella rubrica iniziale di R: «Esposizioni sopra a Dante per lo egregio dottore maestro Grazia dell’ordine di santo Francesco»[11]. Potrá discutersi se le sue intenzioni siano state oneste (e pur non commendabili!), quali io le credo, giudicando il suo lavoro un esercizio letterario svolto con assiduitá, con ritorni, forse in relazione con la sua professione d’insegnante. Difatti, quant’è alle sue intenzioni, se nel testo del Comento, qual è venuto a risultare dopo il rifacimento, si ritrovano noti ricordi personali del certaldese, che non è ammissibile che questi sia tornato a redigere in quella forma (avendoli altrove espressi nello stile suo proprio); ci son pure altri ricordi personali che non possono essere del Boccaccio, né a lui da un falsario, che non fosse del tutto sciocco o dimentico, attribuiti. A p. 78 del vol. II di questa edizione si legge: «E se io ho il vero inteso, percioché in que’ tempi io non era, io odo che in questa cittá avvenne a molti nell’anno pestifero del milletrecentoquarantotto che, essendo soprapresi gli uomini dalla peste e vicini alla morte, ne furon piú e piú, li quali de’ loro amici, chi uno e chi due e chi piú ne chiamò, dicendo:—Vienne, tale e tale—de’ quali chiamati e nominati, assai, secondo l’ordine tenuto dal chiamatore, s’eran morti e andatine appresso al chiamatore». Or qui scelga pure il lettore tra la lezione «non era» e quella «non c’era», ammesse entrambi dai codici[12]; spieghi come vuole lo strano errore, per cui, invece di 1348, vi si legge 1340: in definitiva dovrá pur consentire che un falsario consapevole non poteva far dire al Boccaccio di non essere ancor nato l’anno della peste, ovvero di non essersi trovato in Firenze, in contrasto con la replicata affermazione del Decameron di aver visto «con i suoi occhi» quel che vi avvenne in quell’anno[13]. Tal prova par che basti a scagionare maestro Grazia, o chi altri sia, dall’accusa di aver falsato il Boccaccio per trarre in inganno il lettore[14]. Costui, anche se nato dopo l’anno della peste[15], poteva essere un uomo maturo sulla fine del ’300 e i primi del ’400, cioè subito dopo Filippo Villani e l’Anonimo, quando è presumibile che al manoscritto del Boccaccio toccasse la non lieta sorte di un revisore e rifacitore.

Il manoscritto, ch’egli lasciò, sarebbe da ravvisare in quello che Lorenzo Ubaldini[16] dice che «era giá in potere di Lorenzo Guidetti mentovato nel suo poema dall’Ariosto», e ch’egli qualifica per l’originale del Boccaccio. Giacché, se il Riccardiano 1053, che porta lo stemma dei Gherardi, è parte della copia del ms. Guidetti, che l’Ubaldini stesso dice posseduta da un altro fiorentino, Lottieri Gherardi, e questa copia dá il testo integrato, se ne deve concludere che il ms. Guidetti, insieme con l’autografo del Boccaccio, conteneva l’autografo di maestro Grazia, e cioè che tutto il lavorio dell’integratore venne fatto direttamente sull’originale boccaccesco. In tal caso il codice riccardiano, come gli altri tre codici fiorentini, sarebbero tutti apografi dell’originale boccaccesco e del suo rifacitore allo stesso tempo.

L’esame ch’io ne ho fatto non esclude questa conclusione,

salvo la difficoltá materiale di frapporre e sovrapporre tanta scrittura a pagine scritte, senza pensare a fogli qua e lá intercalati. Sia chiaro tuttavia che anche se l’«originale» dei codici fiorentini non conteneva l’autografo del Boccaccio, ma una trascrizione, e anche se questa trascrizione fosse giá adattata alle esigenze del rifacimento e conglobata con esso, i criteri da seguire per la condotta di un’edizione del Comento permarrebbero in sostanza gli stessi.

Tornando dunque alla presente edizione, essa, prima di ogni altra cosa, riproduce il testo qual è nei detti codici fiorentini, cioè il testo integrato. L’ultima edizione, quella del Milanesi (Le Monnier, 1863), sebbene sia molto migliore delle due precedenti (Napoli, Ciccarelli, 1724, con la falsa data di Firenze, e Moutier, 1831-2), e sia condotta sugli stessi codici, sui quali è condotta la presente, non è degna di un’opera che porta il nome del Boccaccio, come gli studiosi non ignorano. Vi si trovano pagine infedelmente trascritte, con omissioni, con parole fraintese, finanche con periodi che dánno un senso opposto a quello che devono avere. Altre e piú numerose pagine appaiono appena trascritte anziché interpetrate. L’interpunzione è quanto mai disordinata. Il lettore, che vorrá esaminare parallelamente l’ediz. Milanesi e la presente, di fronte a moltissimi tratti, si domanderá se non siano cosa nuova.

Il Milanesi divise il Comento in 60 lezioni; le edizioni precedenti dividevano invece il testo in capitoli, secondo la successione dei canti, e la piú parte dei capitoli in due parti, del senso letterale e del senso allegorico.

Non vi può essere dubbio che l’intenzione dell’autore, come la vera fisonomia del suo lavoro, è meglio rispettata dalle edizioni del Ciccarelli e del Moutier, sulla fede dei codici. Difatti M1, S e R segnano in modo evidente la divisione e suddivisione per capitoli, lasciando spazi in bianco e venendo a capo pagina, interponendo rubriche o segnandole o ripetendole a margine e dando rilievo alle iniziali. M2 si contenta del capoverso e delle rubriche, che però sono omesse talvolta[17].

Invece le note a margine, che segnano il numero progressivo delle lezioni, sono riferite soltanto da M1 e R; ma talune mancano, altre non si corrispondono tra i due codici. In M1 mancano i numeri 2, 7, 12, è ripetuto il 23 in luogo del 24, mancano 44, 45, 51, 52; in R, per la parte del testo ch’esso contiene, mancano 23, 24, 26, 27, 29, 33-35, 45, 51, 53, 60; non si corrispondono i numeri 25 e 30. Dunque il Milanesi, dividendo in lezioni il Comento del Boccaccio, fece cosa arbitraria, in quanto i codici non offrono gli elementi necessari e sufficienti. Peggio ancora, diversi dei suoi inizi non corrispondono con quelli segnati dai codici: p. es. l’inizio della lezione 43 dovrebbe esser segnato in corrispondenza al verso «La frode ond’ogni coscienza è morsa», sulla fede di ambedue i codici; e l’inizio della lezione 44 dove comincia la 43, sulla fede di R. D’altra parte, se si riflette che la materia del commento è organicamente distribuita tra la lettera e l’allegoria dei vari canti, la divisione in lezioni, anche nell’ipotesi che l’abbia segnata il Boccaccio, sarebbe da giudicare occasionale e secondaria; rammenterebbe quanta materia riuscí a svolgere il B. di giorno in giorno, non giá rappresenterebbe il piano dell’opera; anzi proverebbe che la stesura in iscritto riuscí piú volte diversa dalla lezione parlata, dovendosi giustificare la sproporzione ch’è tra lezioni di poche pagine ed altre che non finiscon mai. E sarebbe, per giunta, piú d’una volta assai poco felice.

Insieme con l’edizione del testo del Comento, quale è dato dai codici, io ho voluto tentare di ricuperare il testo vero del Boccaccio, liberandolo dalle sovrapposizioni subite; e ciò col distinguere per mezzo di semplici[18] quei tratti che, alla prova dei codici, dei raffronti e dello stile, non giudico genuini. Parlo di tentativo, perché, all’atto pratico, questo lavoro di eliminazione, ovvio in alcuni casi, riesce in molti altri estremamente difficile e non dá (né, con gli elementi di cui disponiamo, potrebbe darla)

la piena soddisfazione della certezza. Tra le altre difficoltá c’è questa: che, quando le aggiunte non sono semplicemente giustaposte, ma conglobate, ne restano mal sicuri i limiti, o sfuggono addirittura all’attenzione, o possono soltanto ingenerare dubbi irresolubili. E nel caso di riduzioni e rifacimenti da altre opere sue, in che guisa fissare il punto dove la penna e la foga e il tempo e la disposizione di spirito han tratto il Boccaccio a segnare un «et caetera»? Niente esclude che ci siano nel Comento pagine rifatte o tradotte direttamente dal Boccaccio, accanto a pagine né tradotte né rifatte da lui stesso. E si deve pure ammettere che brani che conservano la fisonomia di aggiunte, tali fossero realmente nell’autografo del Boccaccia e di suo pugno. Delle numerose biografie, quelle intorno a nomi mitologici, che sono le piú frequenti e le piú sviluppate, provengono per la maggior parte dal De Genealogiis; le bibliche è raro che presentino garanzie di stile, e forse ho errato per eccesso di prudenza espungendone dal gruppo che se ne legge nel IV Canto (Adamo, Abel, Noé, Moisé ecc.) solamente la prima, sulla base dei raffronti col De claris mulieribusDe Eva); e cosí pure le altre biografie, di letterati, di principi, di grandi peccatori, ecc. lasciano spesso molti dubbi o nell’insieme o nelle parti. I miei dubbi irresoluti si estendono oltre: p. es., le chiose svolgenti l’idea che Dante mostri compassione dei dannati quando lo rimorde coscienza di essere incorso negli stessi falli, trovo che sono tutte rescindibili: e, messe insieme, dánno una fisonomia morale dell’Alighieri ben diversa da quella ch’è delineata nella Vita.

Tra le conclusioni piú certe, che dall’eseguito processo di eliminazione si possono trarre, c’è questa: che il Boccaccio non dettò un proemio al suo Comento. Sicuramente sue sono soltanto le pagine sul nome di Comedia; forse è suo anche il primo periodo, 1’«esordio». Il rimanente è accozzato da altri commenti e da altre opere boccaccesche. La mancanza del proemio si spiega pensando che il Boccaccio abbia desunto le prime lezioni dal proprio scritto biografico su Dante, e che, se volle discorrere della concezione pagana dell’inferno e offrirne il quadro mitologico e poetico, si servisse del De Genealogiis. Se tracciò appunti per riordinare e disporre a modo di lezioni siffatta materia, ch’egli possedeva da gran signore, tali appunti non paiono ormai ricuperabili attraverso il proemio composito di maestro Grazia[19].

Cosí il testo del Boccaccio, sgombro del proemio non suo e liberato da ìntromissioni e sovrapposizioni, ripiglia parte del decoro che dovette avere, dettato da tanto maestro; molti ragionamenti riannodano le fila spezzate; l’eloquenza fluisce con meno sbalzi ed intoppi; il pensiero e la cultura dell’opera si risollevano all’altezza del nome ch’essa porta.

IV

Gli Argomenti in terza rima alla «Divina Commedia» di Dante Alighieri

I tre capitoli o ternari «ne’ quali il Boccaccio in forma poco o punto poetica, ma sempre chiara e fedele al soggetto, e qua e lá efficacemente sintetica, riassunse, o piuttosto stipò, la contenenza delle tre cantiche dantesche»[20] si leggono autografi nel giá ricordato codice Toledano, nel Chigiano L. VI. 213 e nel Riccardiano 1035, che sono stati tenuti presenti nella revisione del testo per questa edizione.

Nel primo degli anzidetti codici la intitolazione è latina: Argumentum super tota prima parte Comediae Dantis Aligherii Florentini, cui titulus est Infernus, ecc.; negli altri due è volgare: Brieve raccoglimento di ciò che in sé superficialmente contiene la lettera de la prima parte de la Cantica overo Comedia di Dante Alighieri di Firenze di Giovanni Boccaccio, ecc.[21].

V

Le Rubriche in prosa alla «Divina Commedia» di Dante Alighieri

Si leggono autografe nel codice Chigiano L. VI. 213, dove sono distribuite in testa ai singoli canti, copiati dal Boccaccio con grande accuratezza. Nel cod. giá Barberiniano 2191 ed ora Vaticano Barber. lat. 4071, della fine del sec. XIV, si leggono tutte di séguito, con la soscrizione «Iohannes Boccacci de Certaldo Florentinus opus fecit»; e di séguito si leggevano in quel ms. del Cinquecento, donde furono pubblicate, molto scorrette, nel 1843 a Venezia per la prima volta[22].

Queste rubriche dovettero godere assai per tempo buona riputazione, se si pensò di trascriverle riunite come in un’operetta a sé, staccandole dai canti ai quali dovevano andar congiunte. Esse «potranno parere a chi non ne conosce altre delle antiche, una povera cosa, e certo non sono, né possono essere, capilavori d’arte; ma a chiunque abbia presenti quelle che di

solito si leggono negli antichi codici della Commedia parranno di tanto superiori ad esse, di quanto, poniamo, la struttura dell’ottava boccaccesca supera quella dell’ottava dei cantastorie popolari. È manifesto l’intendimento, e notevole l’abilitá, di compendiare e condensare con esattezza e chiarezza il contenuto sostanziale di ogni canto; e, d’altra parte, la espressione rivela assai spesso un particolare studio dell’eleganza; tutti pregi che mancano alle altre rubriche dantesche di quei tempi, poco degne davvero di Dante e del suo poema[23]».

Con la Vita e le Redazioni compendiose, col Comento, gli Argomenti in terza rima e le Rubriche in prosa vengono a raccogliersi per la prima volta in un sol corpo tutti gli scritti che il Boccaccio compose intorno alle vicende e alle opere del suo grande concittadino. Tale raccolta non sarebbe stata possibile senza gli studi precedenti del Rostagno, del Barbi e del Vandelli, giá additati in questa Nota: qui ripeto i nomi di quegli insigni studiosi, perché vada ad essi il merito che loro compete. In particolare esprimo la mia riconoscenza a Giuseppe Vandelli per la cordiale larghezza con cui egli ha messo a profitto di questa edizione la sua competenza e la sua singolare preparazione sui testi boccacceschi intorno a Dante, de’ quali sono stati riconosciuti gli autografi. Pel testo del Comento, che questa edizione presenta in modo affatto nuovo e insospettato finora (con la necessaria conseguenza che la critica spesa attorno a quest’opera debba essere in parte rivista), mi è giovato «ad ora ad ora» manifestare le mie idee a Pio Rajna, a Francesco Torraca, ad Ernesto Giacomo Parodi, a Francesco Flamini, ad Achille Pellizzari, a Benedetto Croce, Cl. Paolo Savj-Lopez e ad altri maestri ed amici; ma ciò sia detto senza preoccupare o prevenire il loro giudizio, che, al pari di quello di ogni altro studioso, potrá esser definitivo soltanto sull’esame del lavoro compiuto. Fausto Nicolini, tra gli altri carichi, si è assunto quello di rivedere e rettificare la grafia e l’interpunzione; e la fatica della correzione delle bozze l’ha divisa molte volte con me, come cura familiare, Bianca Guerri Marcolongo, che ha pure collaborato alla compilazione dell’Indice dei nomi, nel quale, in servigio degli studiosi, ho voluto riportare le citazioni degli autori, numerosissime nel testo del Comento (ma desunte per lo piú, in ispecie quelle dei classici, dal De Genealogiis e dalle altre opere boccaccesche di erudizione), sulla guida fidata di Paget Toymbee[24].

Devo aggiungere che questo lavoro, per il quale non ho risparmiato fatiche, è stato eseguito in condizioni assai sfavorevoli. Troncato allo scoppio della guerra, fu ripreso durante una lunga convalescenza, e condotto a termine tra il campo e la caserma, spesso senza alcun sussidio di libri, senza i miei appunti. E in questo tempo perdetti te, o Madre, che mi chiamavi al tuo capezzale nel giorno stesso in cui io, spezzato il braccio e passato il petto da parte a parte tra i reticolati sopra Polazzo, parvi dovere, secondo la legge di natura, soccombere, e pur prolungasti le tue dure sofferenze sino a che non giunsi a raccogliere l’ultimo bacio sulle tue labbra benedicenti. E perdetti anche te, o Pietro, su cui l’agra morte sorvolò tante volte al San Marco di Gorizia, per abbatterti contro le onde dell’Egeo, rigide d’inverno, dal Minas infausto; te, o Fratello, di cui quattro bimbi aspettano ancora le conosciute carezze. Nella memoria vostra, o Madre, o Fratello, do termine a queste pagine, di cui nessuna s’è chiusa senza un pensiero per Voi.


INDICE DEI NOMI VOLUME III

Abate di San Zeno, 246, 265.

Abati (degli) Bocca, 59, 241, 262.

Accorso (Accursio) (d’) Francesco, 203.

Acheronte, 175, 186, 259.

Acquacheta, fiume, 225.

Adamo, 254, 270.

—(maestro), 240, 262.

Adimari, vedi Aldobrandi.

Adrasto, 169.

Adriana (Arianna), 90.

Adriano V, papa (del Fiesco), 246, 265.

(Epistola di san Girolamo a sant’Agostino)

194 (De civitate Dei, XVI. 2);

Alberico (frate), 241, 263.

Aldobrandeschi Umberto, 244, 264.

Aldobrandi Tegghiaio degli Adimari, 216, 238.

Alessandro di Macedonia, 102, 165.

Aletto, 10.

Anastasio, papa, 68.

Anna, sommo sacerdote, 239.

Antenora, 241, 262.

Apocalissi, 185.

Appennino, 225 sg.

Apuleio di Madaura, 17 (Cosmographia).

Arbia, 58.

Argenti Filippo de’ Cavicciuli, 237, 260.

Aristotile, 13;

Ethica, 79 bis;

Fisica, 82.

Arli (Arles), cittá di Provenza, 20.

Arnaldo, vedi Daniello.

Arpie, 132.

Arrigo VII di Lussemburgo, imperatore, 255, 270.

—d’Inghilterra, 111.

Atti degli Apostoli, vedi Apostoli.

Attila, 113 sg., 152 sg.

Beatrice, 65, 201, 235, 248, 251 sg., 267 sg.

Beisangue Guido, detto Guido vecchio, 215.

Belacqua, 243, 263.

Beltram di Altaforte (dal Bornio), 240, 262.

Bernardo (san), 255, 270.

Berti Bellincione, de’ Ravignani, 215.

Bocca, vedi Abati.

Bonaventura (san) da Bagnorea, 252, 268.

—Bondelmonte, 53.

—famiglia de’, 53.

Bonconte di Montefeltro, 243.

Borsiere Guglielmo, 222.

Brancadoria, 241.

Brenta, fiume, 191.

brigata spendereccia senese, 148.

Bruggia (Bruges), 190.

Bruto Marco Giunio, 241.

Cacciaguida, 253, 268.

Caco, 262.

Caina, 240, 262.

Calvoli (da) Rinieri, 245, 265.

Caorsa, 74 sg.

Capaneo, 169 sg., 238, 261.

Capocchio, 240, 262.

Carlo IV, imperatore, 52.

Caronte, 235, 259.

Casella, 243, 263.

Cassio, 241.

Catone uticense, 156, 161 sg., 243, 263.

Cavalcanti Guido, 56.

—Cavalcante (de’), 55 sg.

Cecina, fiume, 130 sg.

Cefas, vedi Pietro (san).

Celeno, vedi arpie.

Celestino V, vedi Morrone (Piero del).

centauri, 123 sg.

Chiarentana, 191.

Ciacco, 236, 260.

Ciampolo navarrese, 261.

Ciappetta (Capeto) Ugo, 246, 265.

Cicerone, vedi Tullio.

Claudiano, 31 (De laudibus Stiliconis).

Clemente V, papa, 270.

Cocito, 176, 187, 240.

Comedia, 228 sg.

Coppo di Borghese Domenichi, 215.

Cornelio Nepote, vedi Nepote Cornelio.

Corneto, 130 sg.

Corneto (da) Rinieri, 119.

Costanza, imperatrice, 268.

Creta, 172, 179 sg.

Cureti, 173.

Curzio Quinto, 165.

Damiani Piero (san), 253, 270.

Damocle, 106.

Daniello Arnaldo, 248, 266.

Daniello, profeta, 182.

Democrito, 94.

Didone, II, 119 sg.

Dionisio il vecchio, 104 sg.

Dionisio il giovane, 107 sg.

Dite, 27 sg., 237, 260.

Donati, Forese, 247, 266.

—Piccarda, 251, 268.

Duca (del) Guido, 245, 265.

Elsa, fiume, 171.

Empoli, 60.

Ennio, 207.

Epicuro, 45.

Erine (Erinni), 10, 29 sg., 237, 260.

Eritone, 6 sg.

Eschilo, 207.

Este (da) Opizzo, 110.

Eteocle, 169.

Eunoè, 249, 266.

Euripide, 207.

Europa, regione, 179 sg.

Eusebio (Liber temporum), 7.

Evemero (Istoria sacra), 172, 173.

Ferecide, 156.

Fiesole, 197 sg.

Flegetonte, 175 sg., 187, 237, 260.

Flegias, 237, 260.

Flegra, 167.

Folco da Marsiglia, 252, 268.

Folo, centauro, 99.

Forlí, 226.

Fotino, 68.

Francesca da Rimini, 236, 259.

Fucci Vanni, 240, 262.

Fulgenzio, 17 (Myth.), 33, 37.

Furie, vedi Erinni.

Gaetani Benedetto, vedi Bonifacio VIII.

Genesi, 74 (XIX. 1-25), 83, 183.

Gerione, 239, 261.

Geronimo, vedi Girolamo.

Gherardesca (della) Ugolino, 241, 263.

Ghibellino, 52.

Giacomo da Sant’Andrea di Padova, 149.

Gianfigliazzi Luigi, 52.

Giasone, 239.

Gibilterra, 163.

Giordano, conte, 59.

Giovanni (san) evangelista, 254, 270. Vedi Apocalissi e Evangelio.

Giovenale, 172 (Sat., VI. 1-2).

Girolamo (san), 217 (Adversus Iovinianum).

Giuda Scariotto, 241, 263.

Giudecca, 241, 263.

Giulia, figliuola di Giulio Cesare,

Giunone, 123 sg.

Giustiniano, 252, 268.

Giustino, 21 (XXXII, 3),

102-4 (IX. 6. 7; XI. 6. 7. 8. 11; XII. 9. 10. 13. 14). 104 (XXXI. 1),

105 (XX, 1, 2, 3, 5),

107 (XXI, 1-5),

116, (XVII, 3),

117 (XXV, 3, 5).

Gorgone, 10 sg., 35 sg., 204 (Omelie).

Gualdrada, 215.

Guelfo, 52.

Guerra Guido, 216, 238.

Guglielmo d’Inghilterra, 165.

Guglielmo d’Oringa, 22.

Guinizzelli Guido, 248, 266.

Guzzante, cittá (Wissand), 190.

Iacopo (san), 254 (barone di Galizia).

Ida, monte di Creta, 173.

India, 165.

Innocenzo papa, 54.

Interminelli Alessio, lucchese, 239, 261.

Iosafá, 45.

Issione, 123 sg.

Istoria sacra, vedi Evemero.

Italia, 21.

Lamberti (de’) Mosca, 240.

Lano di Siena, 148.

Latino Brunetto, 192 sg.

(Tesoretto, Tesoro), 205, 238, 261.

Lattanzio, 99.

Leon tessalo, vedi Pilato.

Letè, 175 sg., 248, 266.

Lia, 248.

Lino, 207.

Livio Tito, 103 (IX. 16. 17. 18),

191 (I, 1).

Lucano, 6 (VI. 507-9),

30 (VI, 732-4),

36 (IX, 624-6).

maestro delle sentenze, vedi Pietro Lombardo.

Maiolica (Maiorca), 198.

—Paolo, 236, 259.

Malespina Currado, 264.

Manfredi, 54, 58 sg., 243, 263.

Maometto, 240.

Marco lombardo, 245, 265.

Maria, 255, 270.

Marte, 150 sg.

Martello Carlo, 252, 268.

Mascheron (de’) Sassol, 240.

Matelda, 249, 267.

Matilde, contessa di Toscana, 52 sg.

Mausolo, re di Caria, 24.

Medusa, vedi Gorgone.

Megera, 10.

Mela Pomponio, 20 (II. 5. §§ 79. 80),

35 (III, 9, § 99), 163 (I, 6, § 32).

Minos,236, 259.

Minotauro, 89 sg.; 122 sg.

Monforte (di) Guido, 111.

Monte Aperti, 54, 59.

Montefeltro (da) Guido, 240, 262.

—Bonconte, 243, 264.

Montone, vedi Acquacheta.

Morruello, vedi Malespina.

Mozzi (de’) Andrea, 204.

—Tommaso, 204.

Musatto padovano (Ecerinis), 109.

Nesso, 97 sg., 260.

Nevio, 207.

Nicola papa, 239, 261.

Oderisi da Gobbio, 244, 264.

Omero,207.

Orazio, 17, vv. 7-8);

207.

Orbicciani Bonagiunta, 247, 266.

Orfeo, 207.

Otto IV, imperatore, 215.

Ovidio, 17, (Metam., XV. 807-14),

30 (Metam. VI. 430),

31 (Metam. IV. 484-5, attribuiti nel testo a Virgilio),

139 (Metam. II. 761-4. 768-72. 775-82).

Padova, 191.

Paolo (san), 113-5 (Hist. Rom. XIV. §§ 1-13).

Paradiso (cantica), 16, 51, 145,

Pasife, 90, 120.

Pazzi (de’) Rinieri, 119.

—Camiscion, 240, 262.

—Iacopo del Vacca, 59.

Persio, 66, 69-70).

Petrarca Francesco, 208.

Pietro (san), 254, 270.

Piettola, 208.

Pirro, figlio di Achille, 115.

Pirro, re dell’Epiro, 116.

Platone, 156.

Plauto, 207.

Plinio, 21 (Hist. nat., 5),

24-25 (Hist. nat. XXXVI. 4; non citato nel testo).

Pola, 21.

Polinice, 169.

Prisciano, 203,16.

Proserpina, 10.

Proverbi, vedi Salomone.

Ptolomea, 241, 263.

Purgatorio (cantica), 52, 162.

Quarnaro, 21.

Rea, 173.

Ridolfo, imperatore, 264.

Rifeo, 253, 269.

Rodano, 20.

206 sg.; 182 sg.

Romano (da) Azzolino, 109.

—Cunizza, 252, 268.

Romeo, 252, 268.

Rusticucci Iacopo, 216, 238.

Salmista, 39 (Ps., CXVIII, 37).

Salomone, 39 (Eccles., I, 2).

Samuele, 7.

San Benedetto (monastero di) dell’Alpe, 224 sg.

Sapia, 245, 265.

Sarno, fiume, 171.

Schicchi Gianni, 240.

Seneca, 16 (Oedipus, II. 178), 70.

Sereno, 36.

Servio, 36-37 (Sup. Aen., VI. 289, non citato nel testo),

99 (Sup. Georg., 93),

126 (Sup. Georg., 115).

Sesto Pompeo, 117 sg.

Siena, 58 sg.

Silvani Provenzano, 244.

Simonide poeta, 207.

Sinone, 240, 262.

Sofocle, 207.

Sogdoma, 79 sg.

Soldanieri Gianni, 241.

Sordello, 244, 264.

Stazio, 31 (Theb., I. 106-9),

169 (Theb., I, X),

246 sg., 266.

Stige, 176, 186, 236, 260.

Strofade, isole, 132.

Tamigi, 110.

Teodonzio, 16, 18, 29, 31, 35, 37, 98.

Teofrasto (De nuptiis), 217, 220.

Teognide, antichissimo istoriografo, 36.

Terenzio, 207.

Teseo, 10 sg.

Tesifone, 10.

Titani, 168.

Tommaso d’Aquino, 252 sg., 268.

Toppo (Pieve al), 148.

Toscana, 47 sg.

Traiano, imperatore, 253, 269.

Trento, 88.

Tullio Cicerone, 16 (De nat, deor. 17),

18 (De nat. deor. 17),

61 (Div., I. 23),

104 sg. (Tusc., V, 20),

157 (Somnium Scipionis).

Ubaldini (degli) Ottaviano, cardinale, 64.

—Ruggieri, arcivescovo, 241.

Uberti Farinata, 49 sg., 237, 260.

Ulisse, 240, 262.

Umberto, vedi Aldobrandeschi.

Valerio Massimo, 106 (I. 1 ext. 3),

156 (II, 6, § 7).

Venedico, 239.

Vigne (dalle) Piero, 136 sg., 238, 260.

Villani Giovanni, 54, 59, 60 (Cron., VI. 77. 78. 81. non cit.),

109 (Cron., VI, 72),

111 (Cron., VII, 39, non cit.),

114 (Cron., II, 1, non cit.),

151 (Cron., I, 42),

153 (Cron., II, 1),

154 (Cron., 1),

197 (Cron., I, 31 sg., non cit.),

198 (Cron., IV, 31, non cit.).

Virgilio, 191, 207 sg., 236.

Eneide, I, 112 (II,689-91),

120 (VI, 106),

123 (VI, 237-42),

124 (VI, 126),

125 (VI, 577-8, 269, 273, 671),

131 (VII, 810-11),

151 (I, 544-5),

154 (XI, 539 sg.),

156 (XII, 930 sg.),

184 (III, 56-7),

197 (I, 1, 8),

204-5 (VI,1 sg.),

208 (VI, 127-31; 756-7),

215 (VI, 174, 234, I, 52),

239 (VI, 261),

251 (VI, 298-9),

253;

29 (XII, 845-7),

30 (XII, 849-52; VII, 346-8; XII, 869-70, 875-6),

31 (VII, 325-9, 335-8),

93 (IV, 106),

116 (III, 294-7),

145 (I, 278-9),

168 (VIII, 425).

Georgica, I, 139;

145 (II, 495-6, 498).

Egloghe, II, 10 (IV, 7).

Culice, II, 33.

Visconti Nino (Gallo di Gallura), 244, 264.

Vita nova, 56.

Viterbo, 110 sg.