CAPITOLO VENTESIMO
CLI.
Nel giorno 6 maggio 1385, di fortunata memoria pei milanesi, il Conte di Virtù aveva lasciato Pavia, come si è detto, e si avvicinava a Milano, col secreto intendimento di farla libera dalla mostruosa signoria di Barnabò, e d'inaugurarvi un governo mite e glorioso.
Rodolfo e Lodovico, i due maggiori figli di Barnabò, si erano spinti qualche miglio fuori di Porta Ticinese, col pretesto di andare incontro al parente, e di fargli onore; in realtà movevano ad esplorare i procedimenti dell'inimico. — Vista da lungi la comitiva, e scoperto dal polverio che doveva essere molto numerosa, avrebbero voluto rivolgere tosto i cavalli verso Milano per annunciarvi l'arrivo di una compagnia, avviata in apparenza a tutt'altro che ad una pratica di devozione. Ma, poichè gli officiali del Conte di Virtù movevano al galoppo incontro ad essi, e li salutavano collo sventolare delle ciarpe, il retrocedere sarebbe stato un atto scortese, quando non sembrasse viltà. Rodolfo e Lodovico, pertanto, affrettarono il passo; e, giunti in faccia al cugino, scambiarono con lui le cortesie d'uso.
I due fratelli, ancora più insospettiti dal rilevar meglio il numero e l'agguerrimento della comitiva del conte, s'accorsero tosto che le convenienze ricevute e scambiate non erano schiette. Cercavano essi di tenersi al largo, e d'aver libera la strada e l'uso delle armi; ma gli officiali del conte, simulando un'amicizia ossequiosa e sollecita, non sapevano spiccarsi dal fianco loro.
Quell'apparato di forze tanto discorde coll'umile invito del conte, l'aria commossa stampata su qualche volto meno abile a nascondere un mistero, una o due parole dette a caso e raccolte, come si suol dire, per aria, l'aspetto guerriero dei più, e sopratutto il piglio nuovo e risoluto di chi li guidava, cangiarono i dubj in certezza. Rodolfo e Lodovico, lontani l'uno dall'altro, tradussero le loro condoglianze in un'occhiata d'intelligenza e in un sospiro. Il conte, avendo indovinato l'angoscia dei cugini, cercava di rassicurarli raddoppiando le cortesie; ma intanto i suoi officiali stringevano sempre più da vicino i nuovi arrivati.
Il corteggio attraversò quella parte di abitato, che chiamasi oggigiorno Borgo di Cittadella, e che allora era infatti un quartiere suburbano fortificato; e piegò a sinistra radendo la fossa e le mura per tutto il tratto che da Porta Ticinese si stende fino al Ponte di S. Vittore, dov'era la pusterla di S. Ambrogio. — Quivi giungeva dall'interno della città il signor Barnabò, seguito da pochi cavalieri e in compagnia di un frate; e, non appena ebbe veduto il corteggio, spronò la mula, e mosse di trotto incontro a chi arrivava. Ma il Conte di Virtù lo prevenne; e, facendosi vicino a lui più sollecitamente, lo salutò con grande riverenza.
Era questo il segnale convenuto. — Jacopo dal Verme, spingendo furiosamente il proprio cavallo in mezzo al seguito del signore di Milano, pose la destra sulla spalla di Barnabò, e gli disse “siete prigioniero„. Allo stesso momento, Ottone da Mandello strappò dalle mani del principe le redini; e, per disarmarlo più presto, gli recise i pendagli della spada. Il marchese Malaspina si fece consegnare le armi da Rodolfo e da Lodovico. Gli altri del sèguito di Barnabò dovettero cederla, o l'offrirono spontaneamente. Al solo frate non fu fatta violenza.
Nessuna ragione, nemmanco l'interesse supremo della patria, giustifica il tradimento. La storia, che pure riconosce nel Conte di Virtù una mitezza ed una sagacia egualmente superiori al suo secolo, sarebbe più pronta a perdonargli quest'atto se avesse adoperato mezzi anche più violenti, ma meno sleali. — Una sola circostanza attenua alcun poco la sua colpa. Se Giangaleazzo avesse ritardato d'un giorno solo la cattura di Barnabò, egli sarebbe stato vittima di un egual tradimento. Perocchè il signor di Milano aveva dentro di sè fermamente risoluto di rendersi tosto padrone di Pavia; al quale scopo non avrebbe esitato davanti a mezzi anche più vili.
La storia non dice se più tardi Giangaleazzo abbia riconosciuto la gravezza del suo procedere. È a credere che in quel dì non giungesse pure a dubitare d'avere male operato: giacchè il popolo milanese accolse la novella con un'esultanza indescrivibile, e coprì di plausi frenetici e di viva il suo liberatore.
Intanto che Barnabò coi figli ed i famigliari veniva rinchiuso e custodito nel castello di Porta Giovia, il Conte di Virtù percorreva Milano trionfalmente.
Per far completa l'ebrezza del popolo, il quale in quel giorno di rivolgimento voleva pure riserbato anche a sè il diritto di commettere qualche violenza, il conte gli concesse per decreto, ciò che la turba s'era già pigliato: il saccheggio, cioè, dei palazzi di Barnabò e de' suoi figli. Nessun volere di principe ebbe più pronta e più completa esecuzione. La plebe, divisa in gruppi, si gittò furibonda sugli edificii designati. I primi e i più fortunati posero la mano sull'oro e sugli oggetti di valore; ma le turbe susseguenti ed i tardi arrivati, proclamando in quel giorno il diritto di eguaglianza, manomettevano le ruberie dei primi. I fardelli dei saccheggiatori erano alla loro volta saccheggiati: oggetti preziosi, giojelli di valore incalcolabile, andavano perduti, calpestati ed infranti: tutti volevano avervi la parte loro. Cresceva la folla, non il numero delle cose atte a sbramarla. Non due braccia ma dieci, ma venti, si allungavano risolute per afferrare lo stesso oggetto. Da ciò dispute e risse; violenze e bestemmie. Infine non era più questione di preda, ma gara di distruggere. Le suppellettili, che non potevano essere tenute o trasportate da due mani, erano pallate ora in un senso ora in un altro, poi manomesse e fatte in bricioli; e, perchè questo non avesse più di quello, venivano lanciate dalle finestre. Dopo due ore di soqquadro, non avanzarono che le nude muraglie; e se queste pure non furono spianate, gli è che anche il distruggere costa fatica, e che i guastatori erano in fine d'ogni loro forza.
La plebe sbrigliata era stanca, ma non sazia del bottino; tanto più che, dopo aver troppo affaticato, scoperse d'aver distrutto fin anco il suo guadagno. Dai palazzi di Barnabò si volse quindi ancora più cupida a quelli dello Stato; e quivi, senz'esservi autorizzata dal decreto del principe, invase le dogane e gli officii delle gabelle, disperse il sale raccolto, compensandosi collo sperpero dell'averlo in addietro pagato troppo caro; e, poichè colà non trovò da far preda di denaro o di roba, raccolse i catasti, i libri e quante carte puzzavano della passata tirannide, e condannò il tutto alle fiamme; pensando di riavere l'abbondanza, quando fossero scomparse quelle memorie della passata miseria.
Ma intanto che il popolo si sfogava sulle reliquie dell'odiato governo, Giangaleazzo poneva al sicuro il tesoro di Barnabò, trovato nella rôcca di Porta Romana, e consistente in tal copia di metallo nobile da caricarne sei carra; valore immenso a quei dì, che si stimò oltrepassare i settecentomila fiorini d'oro.
Esultava il popolo milanese in mezzo a tanta baldoria. Esagerando il valore del tesoro scoperto, credeva di non aver più a sopportare tasse od imposte. Ma in mezzo alla publica festa, la più grande e la più sincera gioja nasceva dal pensiero d'aver cangiato il feroce padrone in un principe mite e generoso. — Era un pezzo che i milanesi invidiavano gli abitanti di Pavia; ora la generosità, con cui il Conte di Virtù aveva trattato il popolo di Milano in quei primi giorni, lo confermava nella stima che s'era concepita di lui. — Ond'è che non poteva apparire in publico, senz'esservi acclamato principe e signore. Dal canto suo il conte, mostrandosi lieto delle accoglienze, dichiarava agli amici, ai magistrati ed a tutti, che non avrebbe assunta la Signoria, se il consiglio generale della città non gliela conferiva nelle forme richieste dalla costituzione del paese.
L'ira del popolo contro tutto ciò che apparteneva all'esecrato governo, non ebbe fine coi saccheggi. Vi erano in città memorie più vive e più palpitanti delle sofferte sventure; v'erano i complici della recente tirannide. E il popolo li andava cercando; e, quando credeva di averne trovato uno, lo voleva acconciare a suo modo.
Le poche famiglie, che erano legate al governo di Barnabò, o che ne godevano i favori, lui caduto, abbandonarono la città, e si ritirarono nelle castella, lasciando che i successivi avvenimenti dichiarassero meglio di chi era la vittoria, e che intanto si raffreddasse il furore del popolo. Molt'altri, credendosi meno in vista, o pensando essere la fuga un partito troppo avventato, se ne stavano rinchiusi, studiando qualche nascondiglio, preparandosi una doppia escita pel caso d'invasione. Altri ancora avevano preso il partito di unirsi agli schiamazzatori, di scendere in piazza, e di gridar con essi viva; badando a gridar forte e fra i primi: e, in mezzo a questi, erano alcuni che pochi dì prima insultavano il publico dolore, fatti arroganti dall'immunità guadagnata a prezzo di adulazioni e di denuncie. — E il popolo anche allora si mostrò pronto a menar buoni questi sùbiti ravvedimenti, e a perdonare, nella maggior parte dei casi, il triste passato.
V'era poi un grande numero di persone, che, come avvien sempre, diceva di aver veduto e predetto il grande avvenimento in mille occasioni. A sentirli, costoro si erano fitti in capo da un pezzo che le cose non potevano andar sempre ad un modo, che alla fine dovevano mutare; che Dio non paga il sabato; e assicuravano, che avrebbero voluto avere tanti ducati in tasca, quante volte avevano susurrato all'orecchio di Tizio e di Sempronio, che messer Barnabò doveva fare mala fine. — Colle chiacchiere sanavano essi qualche antica piaga; e tornavano amici con coloro che poco dianzi solevano guardare obliquamente.
Se un popolo, insultato lungamente in ciò ch'egli ha di più sacro ed inviolabile, avesse il diritto di farsi giustizia da sè e alla spicciolata, dovremmo dire che anche in questa occasione i milanesi furono assai generosi; perocchè, dopo di aver dato sfogo alla naturale passione manomettendo le spoglie dell'inimico, si sentirono l'animo così sazio ed alleggerito, da non chiedere altre vendette. — La publica festa fu accompagnata da dimostrazioni che toccavano al delirio, ma non fu bruttata di sangue. I tristi fautori della mala signoria avevano subito la più grave e la più giusta delle pene, assistendo al trionfo dei loro naturali nemici.
CLII.
La condotta di Giangaleazzo era un frutto precoce di quella politica astuta e temperata, che in lui nasceva da istinto, e che più tardi divenne una scienza a beneficio dei governanti.
Egli era certo di possedere le simpatie dei milanesi; finse nullameno di metterle in dubio onde provocare il voto publico, e farsi forte della sua autorità. Per tal modo, egli cessava d'essere il solo responsabile delle sue azioni, e metteva il nuovo governo sotto l'egida della sovranità popolare. Ma ciò era ancor poco. Il modo violento col quale aveva trattato lo zio, immune da censura finchè durava l'ebrezza della vittoria, coll'andar del tempo, e dietro il naturale illanguidirsi delle memorie, poteva divenire titolo d'accusa contro di lui. Bisognava cercare la via di giustificarlo. Laonde, ordinò che per cura di specchiati cittadini si raccogliessero i fatti che aggravavano la condotta di Barnabò, e si compilasse un regolare processo della sua decadenza.
Non fu d'uopo ricorrerere a calunnie o ad esagerazioni perchè Barnabò apparisse reo di gravissimi delitti e indegno dell'autorità sovrana. Gli atti di ferocia da lui commessi furono registrati e documentati colla maggiore esattezza. La sua prepotenza contro il clero, lo sprezzo delle scomuniche e l'empietà della sua vita, lo qualificavano come un uomo abbandonato da Dio. Il progetto di dividere lo Stato fra i suoi figli, lo accusava di violazione degli statuti patrii. Nel sommovere la feccia vennero a galla molte circostanze prima ignorate. Si potè provare che Barnabò tramava contro la vita e la signoria del nipote. Per ultimo, venne asserito che colle arti diaboliche e coi maleficii aveva rese sterili le nozze del Conte di Virtù; onde, in ogni caso, diventare signore di Pavia per legittima successione.
Queste accuse non avevano bisogno di prove: le prime perchè troppo evidenti, l'ultima perchè assurda. — Eppure, mentre quelle non aggiunsero alcuna importanza al già fatto, questa produsse conseguenze nuove ed inattese. — L'attentato di Barnabò contro la vita del nipote risvegliò lo sgomento, che tien dietro ad un pericolo prossimo e gravissimo superato felicemente, ma del tutto a caso. La taccia di stregoneria aggiunse al ribrezzo di un nome esecrato un prestigio fatale e terribile, che destò nelle menti impaurite il bisogno di premunirsi contro una potenza sovrumana, domata forse, ma non ancor vinta. Gli assassinii e le crudeltà erano fatti completi, da cui non potevano nascere altre conseguenze; queste tenebrose macchinazioni mettevano capo nel vuoto; e le menti inferme, atterrite dal precipizio che si vedevano davanti, si logoravano nel consultarne la profondità ed il pericolo; pareva che il raccapriccio, che ne provavano, contenesse qualcosa di lusinghiero.
Il publico non si curò di quanto già sapeva. Si arrestò di preferenza ad esaminare questa nuova accusa, dimandandone ad alta voce spiegazione, ed aspettando che fosse fatta giustizia. — Siccome Barnabò, come principe, sfuggiva alla pena del suo delitto, la vendetta del popolo volle rifarsi del frodato spettacolo, cercandone più al basso i complici. È raro, che la mente umana non sogni d'aver scoperto il vero, se lo cerca in mezzo all'errore. Quanto più il delirio è grave, altretanto le visioni acquistano forme sode e precise, che le fanno simili alla verità.
Bastò quindi che una sola persona pronunciasse a caso o ad arte il nome di Medicina, perchè altri lo ripetesse, aggiungendovi che quegli era il complice tanto ricercato. Ciò che da prima parve solo possibile, sembrò poi probabile, e finì per essere tenuto come certo. Circolò la notizia per le bocche di tutti; e chi la riceveva come un sospetto, la rimetteva in giro siccome un fatto.
In questo caso, la coscienza publica non aveva bisogno d'armarsi di solide ragioni nè di una dose speciale di credulità, per convincersi che Medicina era uno scelerato. Non era fargli torto il crederlo atto e pronto ad ogni nefanda azione; se il delitto che gli veniva imputato era possibile, egli, il ribaldo per eccellenza, doveva esserne macchiato.
La vita di Medicina era un mistero; ed il mistero s'accomodava facilmente alle ipotesi le più arrischiate. Sapevasi ch'egli era esperto nelle scienze occulte e nella negromanzia, che godeva di una privilegiata domesticità col principe; che infine era ricco, e che ammassava l'oro a palate. — Tutti indizii che nella mente del vulgo lo condannavano senza remissione.
Come la pensassero i giudici, noi sappiamo. — Ma siccome v'era più d'un motivo per procedere contro Medicina, anche senza piegarsi alle superstizioni popolari, così dobbiamo ritenere, che sia stata saggia cosa l'ordinarne l'arresto.
Ma il ciurmatore, preveduta la disgrazia, per sfuggire alle ricerche della giustizia, riparò nel tugurio di Canidia; la quale, quando non era una sibilla, diveniva la più laida bugandaja di Porta Tosa. Due o tre giorni di inutili pratiche per parte della giustizia e de' suoi bracchi, avevano dato tempo al publico di calmarsi alquanto, e l'agio a Medicina di proveder meglio ai casi suoi. — Dolevagli però la vita sfaccendata e neghittosa; e, per quanto si sentisse sicuro della protezione di Canidia, sentiva il bisogno di mutar aria, e d'andarsene lungi da Milano le cento miglia, in luogo sicuro, dove ravviare qualche intrighetto e godersi in pace i frutti della professione. Dopo quattro giorni di ritiro, che gli parvero un secolo, pensando che il furore popolare fosse interamente sbollito, stimò venuto il momento di escire dal suo nascondiglio, e di evadersi inosservato a tutti, e perfino alla sua ospite.
Canidia (sia detto a schiarimento dei fatti che stanno per succedere) vantava dei diritti sulla persona del suo ospite. Ne' suoi tempi, Medicina aveva posto su lei gli occhi disievoli; e v'ebbe fra i due ribaldi qualche nodo d'amore districato col coltello; ma più tardi, accortasi la sibilla che il suo amante avrebbe forse diviso con lei una parte de' suoi guadagni, non mai la gloria dei Medicina, si accontentò di servirlo nelle sue ciurmerie, e di far l'amore non più a lui, ma a' suoi gruzzoli. Con questa vista, lo salvò e lo sottrasse alle ricerche della giustizia; ma, divenuta padrona della sua vita, non ristava dal magnificare il servigio che gli aveva reso, e d'avanzare fuor dei denti una cifra alquanto ardita pel suo riscatto. — Canidia era veramente degna dell'amico suo.
Quella mattina, la sibilla se n'era andata al guado prima del levare del sole. Ne approfittò Medicina per raccogliere il bello e il buono che aveva posto in salvo; lo rinchiuse in una sporta; vestì il sajo ed il mantelletto; si appiccò al mento la solita barba; tracciò alcune rughe sulla fronte e lungo le guancie per aggiungere vent'anni alla sua quarantina; poi, pigliato il bordone e la sporta, s'avviò per escire; pensando di dare un canto in pagamento alla sua creditrice.
Il ciurmatore non era più riconoscibile. All'aria devota, all'andare sghembo ed incerto, voleva sembrare uno che arriva, non uno che va. Era questa l'arte più opportuna per deviare ogni sospetto. Scese le scale, spalancò l'uscio della casa, e sul primo dei tre gradini, che presidiavano la porta, girò l'occhio all'intorno, e fiutò l'aria per sentire se spirava propizia. La strada era completamente deserta: percorse il piccolo chiassuolo delle Tenaglie di Porta Tosa, ove abitava Canidia, piegò a destra verso il brolo di S. Stefano, e di là discese per un'altra stretta verso il giardino dell'arcivescovado, che era a quei dì il mercato degli ortaggi; pensando che quella fosse la via più diretta e sicura per giungere alla pusterla del Butinugo, una delle meno frequentate della città. Per quella egli intendeva di escire, di pigliare le strade di traverso, e di camminar ben bene prima di voltarsi indietro.
Il giardino dell'arcivescovado, convertito a quei tempi in mercato pei commestibili, era una piazzetta di forma irregolare, ingombra di tende e di baracche, che la facevano simile ad un accampamento. Vegliavano alla custodia ed allo spaccio delle civaje e dei pollami certe comari, dalla faccia abbronzata e dall'età inqualificabile, le quali non avevano altre gentili apparenze del loro sesso fuorchè la gonna e la prontezza dello scilinguagnolo. In attesa del sole e dei compratori, chiacchieravano tra loro con un tuono di voce sì vario e sonoro, che pareva il preludio di una rivolta. Ma i visi, benchè improntati di una fierezza maschia, erano calmi; le braccia e le mani, benchè sembrassero latine e pesanti, pendevano inerti, o vezzeggiavano il turgido abdome.
Se Medicina avesse preveduto d'incontrare tanta gente, non sarebbe passato per quei luoghi; ma poichè vi si trovava, vedendo che il suo aspetto non fermava lo sguardo d'alcuno, e che le abitatrici del trivio erano tutte occupate in provare che i migliori tempi avrebbero racconciato l'appetito della gente e il commercio della roba mangiativa, tirò avanti, studiando il passo, e cercando di nascondere la testa ed il volto nel cappuccio.
Sul più buono, dopo d'aver felicemente superato più della metà del cammino pericoloso, quando cominciava a respirare largamente e a credersi quasi in salvo, vide sboccare da una viuzza e scendere nella piazzetta la sciagurata Canidia, che gli veniva incontro. — La riconobbe subito e tremò. Diè d'occhio a destra e a sinistra per scoprire una scappatoja, e passare inosservato. Non trovando altro partito, escì dalla retta che percorreva, e cercò di nascondersi fra le baracche. Ma la strega che aveva scoperto l'uomo e le sue intenzioni, ripiegando dalla stessa parte e circuendo la medesima baracca, gli si presentò di fronte, piantandogli in volto due pupille di fuoco, che volevano dire un mondo di cose, non del tutto cortesi — Medicina avrebbe voluto risponderle con un'aria attonita e indifferente, come se fosse un uomo nuovo; ma l'ideato stupore si dileguò sur un viso sbugiardato dallo spavento. A dispetto d'ogni proposito, il falso viandante apparve più che mai il troppo noto ciurmatore.
“Dove andiamo a quest'ora e in quest'arnese?„, dimandò ella con piglio arrogante.
“Eh... che dite? che volete da me...? io non ho nulla a fare con voi.... non vi conosco, io: lasciatemi andare„, rispondeva Medicina; e intanto cercava di svignarsela con uno sciambietto un po' troppo svelto per chi portava quella barba. La sua voce era assai alterata; ma era la voce di Medicina falsata soltanto dalla paura.
“Si parte dunque, senza neppur dir crepa agli amici? — riprese la furia, incrociando le mani sul petto con una posa virile, che dinotava minaccia e comando — Tutti i giorni se ne impara una....„
“Lasciatemi andare„, interruppe Medicina con una voce divenuta fessa e piagnolosa, che aggiungeva all'espressione dello spavento il tuono accusatore della preghiera.
“Non mi fuggirai, mio bel cecino d'oro, finchè non mi avrai pagato lira e soldo quel che mi è dovuto.„
Medicina, invece di rispondere, tentò strapparsi dal viluppo e fuggire. — Ma Canidia, non meno pronta di lui, slacciò le braccia conserte, e con una mano di ferro lo strinse al pugno, dicendogli senza curarsi di parlar sottovoce:
“Ah traditore! ah viso di fariseo! È questo il bene che tu vuoi alla Canidia tua? è questa la mercede de' miei servigi?... mostro!„
“Ho da dirvelo un'altra volta che io non vi conosco; che sono un povero...?„
“Ed io ti conosco te, ceffo da capestro„ — e in dir ciò stese la mano sul volto di Medicina, e gli strappò la barba posticcia.
Medicina si sentì perduto. La scena era stata troppo viva perchè sfuggisse alla curiosità delle comari. — Il gruppo dei litiganti era protetto dalle pareti di una baracca; ma più di due occhi avevano già sorpreso lo scandalo, e molte lingue si davano grande premura di strombettarlo alla turba.
L'unica speranza, che ancora rimaneva a Medicina, andò fallita. — Intanto che la folla gli si stringeva intorno, egli con voce pietosa, cogli occhi imbambolati, pel merito dell'antico amore e delle comuni ciurmerie, pregò, supplicò Canidia che non lo perdesse. Raddoppiò, triplicò, centuplicò il valore delle cose promesse, se ella era buona a salvarlo. Quando l'avvicinarsi della folla gl'impedì l'uso libero della parola, l'occhio pietoso e la faccia allibita imploravano mercè, con un'eloquenza ancora più efficace.
Ma prima che si chiudesse intorno a loro una cerchia di gente, Canidia approfittò della confusione del ciurmatore, e, parendole di averlo punito abbastanza, pensò a sè stessa. — Medicina, dopo le minaccie e il tentativo di fuggire, si era messo nella posizione di chi dimanda in grazia la vita; e, per essere più naturale e fervoroso, dimenticava alcun poco la sporta. Tanto bastò alla strega, perchè gliela strappasse senza alcuna difficoltà dal braccio, cui pendeva indifesa. Poscia abbandonò il campo, e cercò di porre in salvo sè stessa e la roba.
A quella sorpresa, rinacque in Medicina l'antico istinto. Imbaldanzito dal pensiero d'aver salva la vita, non s'accomodava a riscattarla a sì grave prezzo. Per riprendere la sporta, in cui era racchiuso il meglio delle sue ricchezze, stese le braccia da forsennato, tentò ghermire Canidia, e corse sui passi di lei. — Ma la folla che lo circondava, dopo avere, per una certa predilezione verso il proprio sesso, accordata l'escita alla donna, si era chiusa di bel nuovo intorno a lui, e gli impediva ogni movimento. Medicina, dimentico dei riguardi dovuti alla sua critica situazione, avvampando d'ira, e non obedendo che ad un bisogno prepotente di riavere il suo tesoro, gridava a piena gola, chiamando per nome Canidia, invitandola a ridargli il mal tolto, denunciandola alla folla come ladra.
Questo era operare una efficace diversione: ma Canidia tramava una vendetta assai più crudele. — Postasi a capo di un bivio, che le offriva un doppio scampo, rimbeccò la denuncia, pronunciando il nome di Medicina, e mostrandolo agli occhi di tutti sotto le spoglie del finto viandante.
Una favilla caduta in mezzo alla polvere può dare un'idea esatta della commozione generale che tenne dietro al suono di quella parola.
“Medicina! lui? l'amico del tiranno, l'ammaliatore, l'assassino, l'indemoniato!„ — gridavano alcune di quelle furie, coi capelli irti dallo spavento e l'occhio stralunato, come se vedessero un rettile velenoso.
“O comari, egli è costui, che vuol togliere al nostro sesso l'unico privilegio che madre natura ci ha dato„ — soggiunse un'altra a cui la paura non aveva alterato l'umore burlevole.
“Vi è una taglia vistosa per chi lo ghermisce vivo, o morto? — Sì. — In comune dunque il merito ed il guadagno; non va bene così? — Da buone sorelle: un po' di carità per tutte.„ Soggiungevano una terza ed una quarta comare.
“Conduciamolo al Broletto. — No, al palazzo di giustizia. — Prima alla curia; bisognerà cavargli dal corpo il demonio. — E se andassimo a S. Eustorgio, dagli abati? — Ma che volete che facciamo noi? chiamiamo i nostri uomini. — Gli uomini! domattina sul fresco! ci porterebbero via tutto il merito, poi tutto il proveccio! — Che bisogno abbiam di coloro? sappiamo anche noi menar le mani, e fare star a segno i prepotenti. — Vivano le donne di Milano! — Suvvia, pigliamolo. — Pigliatelo voi altre, che ne avete maggior agio. — Della corda, della corda; bisogna legarlo. — Bisognerà riguardarlo, condurlo sano e salvo in stia. — Perchè? — perchè fra pochi dì ci renda merito del servigio sulla piazza della Vepra.... Che bel falò...! Che atto di giustizia...! — Muojano i paterini e gli scomunicati. — Viva Milano, viva Giangaleazzo!„
Tali erano i detti, o meglio le grida, che escivano da quelle creature, tutt'altro che degne d'appartenere al sesso gentile.
I detti erano fino a questo punto più larghi e decisi che non le azioni. Ma l'attrito di tante e così fervide parole avrebbe fra poco conciliate le volontà dissenzienti, e messe in movimento le braccia fin qui inoperose. Medicina non attese di vedersi soffocato da quelle furie, e tentò un colpo da disperato. Trasse di sotto un coltello; e, facendolo guizzare per l'aria, gridò: “Avanti chi ha coraggio.„ Il tiro parve ottimo: invitare il nemico a farglisi incontro fu precisamente come respingerlo. — Subito gli si aperse intorno un po' di largo; da una parte, la siepe delle persone già gli presentava una breccia accessibile. — Tentò di fuggire per essa; stese il braccio armato, e lo rotò davanti a sè. — Le più vicine indietreggiarono sbigottite; le altre, ritirandosi sui lati, allargavano il varco all'escita del furibondo.
Allora tornò a sperare: pochi passi ancora, un po' di coraggio, ed egli era salvo. — Ebbe tempo di rallegrarsene fra sè e sè; vagheggiò nella mente il pensiero della libertà, e gustò la vita dopo d'aver sentito i tocchi dell'agonia. Quanto alla roba perduta, pazienza: gli avanzavano mente, libertà e coraggio per raggranellare un altro tesoro. — Ma correva egli confidente sullo sgombro, quando ad un tratto si sentì côlto da una dolorosa stretta, che, cagionandogli una specie di vertigine, e soffocandogli il respiro, lo incatenava al suo posto. — Una di quelle femine che teneva fra le mani la corda tanto richiesta, e che l'aveva annodata all'estremità, facendovi un cappio corsojo per legare il prigioniero, al vedere che costui gli fuggiva davanti, tentò di giovarsene per arrestarlo. — Allargò il nodo; lo prese colla mano destra, mentre colla manca teneva il capo opposto; indi lo scagliò in aria con tale giustezza, che il nodo investì la testa di Medicina, e gli scese fino sulle spalle. — Un passo di costui fece scorrere il nodo, e incapestrò il fuggitivo.
Le sue smanie non facevano che stringere più fortemente il laccio: l'infelice non lasciò intentato ogni mezzo per liberarsene. — Le minaccie e le bestemmie, che gli gorgogliavano nella strozza, morivano in un rantolo simile al singhiozzo d'un moribondo; una bava densa e insanguinata gli bolliva sulle labra. Sollevò di nuovo il coltello, e, rivoltolo contro sè, tentò di tagliare la corda; alla peggio, si sarebbe recise le canne della gola piuttosto che arrendersi. — Ma il suo disegno fu prevenuto e mandato a male; una strappata di chi sa quante braccia, ciascun pajo delle quali aveva impiegato una forza doppia della richiesta, lo fece traboccare: nella caduta gli fuggì di mano il coltello. Con una voce strozzata, implorò da quelle furie non la sua libertà, ma la grazia di morire secondo la legge, dopo una sentenza e per mano del carnefice: non ivi, sul lastrico, senza aver dimandato perdono a Dio de' suoi peccati. — Pregò, promise, pianse come un fanciullo. — E il cuore di quelle femine, a cui bastava di potere servire alla legge, e di prepararsi un bel guadagno e lo spettacolo di un rogo, si mostrò pronto ad accondiscendere alla preghiera, purchè si levasse, e non facesse resistenza. — Si alzò difatto; ma era malconcio, pesto, deforme; aveva la faccia livida, gli occhi injettati di sangue, le membra contuse e tremanti.
Percorse un tratto di strada senza offese; non contando le contumelie, che gli venivano lanciate, e che egli più non udiva. — Ma, giunto il corteggio sulla piazza dell'Arengo, incontrò una turba di gente avvinazzata, che, veduto il parapiglia e inteso di che si trattava, volle avere la sua parte in quell'atto di giustizia.
La mente si ritrae con ribrezzo dal pensare a quali eccessi possa giungere la mano dell'uomo, dissenziente lo spirito, o illuso in strana maniera da un falso ossequio alla publica moralità. — La frenesia, che invade l'individuo, e gli toglie il senno e la coscienza, fermenta pure nelle turbe, e ne confonde la ragione. Fuorviate dal delirio, esse smarriscono la consapevolezza dell'opera loro, e si affaticano a raggiungere un effetto perfettamente contrario a quello già vagheggiato dalle intenzioni. — Quasi sempre gli assassinii, perpetrati da una plebe furibonda, sono la somma di tante piccole intemperanze, ciascuna delle quali è per sè stessa una perdonabile violenza. — Il presente fatto ne è una prova. Ad uno ad uno, quei popolani s'aspettavano di vedere un atto di giustizia richiesto e sanzionato dalla legge. Ma in ciascuno v'era un fremito d'odio, che richiedeva uno sfogo; nessuno volle o seppe rinunciare alla sodisfazione di esprimerlo, credendo di porgere una testimonianza d'abborrimento al male, di fare un atto di riverenza alla giustizia. — Non un'arma si drizzò contro Medicina; non si pensò di tentare a' suoi giorni; anzi, tutti lo volevano salvo. Ma intanto ei fu vittima di una generale esazione di piccoli insulti. Egli non giunse al Broletto, ma vi fu trascinato di forza: e nel momento che la turba credette di consegnare alla legge un reo, scoperse che il reo era fatto cadavere. Si cercò invano sul suo corpo una ferita mortale. Nessuno lo aveva ucciso; ma gli urti, gli spintoni, le ceffate, i calci, che lo facevano cadere a terra, e le strappate che ne lo sollevavano brutalmente, erano tal somma di mali, cui non potè reggere forza umana. Nessuno lo aveva ucciso; ma egli era morto. La pena aveva preceduto l'invocato giudizio.
Quest'atto feroce fu indegno di un popolo, che inaugurava l'impero della legge, e voleva fare un passo verso la libertà. Fu lo stravizzo del famelico, che dinanzi ad una copiosa imbandigione dimentica la temperanza, ed obedisce agli istinti.
Quanto a Medicina, una fine tanto orribile era la sola veramente degna della sua scelerata vita.
CLIII.
L'accorto Giangaleazzo gradiva le rumorose acclamazioni del popolo che, rovesciata ogni memoria della mala signoria, consacrava in lui la speranza e il principio di un nuovo ordinamento. In cuor suo, però, preferiva ai vaporosi osanna la muta eloquenza dei suffragi raccolti nell'urna del Consiglio. La riconoscenza dei milanesi era viva e sincera; ma il nobile sentimento, anche negli animi generosi, corre la vicenda d'ogni cosa umana. Il tempo avrebbe manifestato che agli interessi del popolo si legavano quelli del suo liberatore, e che il Conte di Virtù, rialzando gli oppressi, sollevava sè medesimo. Affrettò quindi il giorno del pronunciamento, non per togliersi giù da un'incertezza, ma per avere nelle sue mani un documento della volontà popolare: il chirografo, per così dire, della sua legittima proprietà.
Venne il giorno designato all'adunanza del Consiglio generale. La solennità fu splendida. L'etichetta rigida e simmetrica dei magistrati, dei nobili, dei cortigiani, si contemperò nella gioja semplice, ma cordiale, della folla. Appo i primi, la gelida ragione prevaleva agli affetti; in questa, gli affetti sorvolavano le etichette e la moda. — Ma l'intelligenza ed il cuore in quel dì miravano concordemente ad un solo scopo.
L'adunata si tenne nel Broletto nuovo: quel palazzo colossale ed isolato che surge ancora nella piazza dei Mercanti, e che implora di svestire le goffe forme del seicento per mostrare quelle semplici e maestose del secolo della libertà. Il podestà Liarello da Zeno reggeva il Consiglio. Accanto a lui sedeva l'arcivescovo Antonio da Saluzzo, il quale, intervenendo all'adunanza e mostrando la sua franca adesione al nuovo governo, tranquillava la coscienza dei pochi che, in mezzo al conforto del bene ottenuto, sentivano qualche scrupolo sul mezzo che erasi adoperato.
Assistevano al Consiglio due vicarii del principe, uno dei quali era il greco Demetrio Sidonio, il più illustre oratore dell'epoca. — Fu affidato a lui l'incarico di leggere e di commentare l'atto d'accusa lanciato contro Barnabò Visconti. Non spese molte parole intorno alle sue crudeltà, perchè a tutti note; ma s'arrestò ad esporre per minuto ed a provare come Barnabò attentasse alla vita del signor di Pavia; onde trarne la conseguenza, che la condotta di questo non era che un atto di legittima difesa.
Le comunità, i paratici, i collegii dei dottori erano rappresentati nel Consiglio dai rispettivi eletti. Ciascun ordine di cittadini avrà avuto interessi e speranze sue proprie: ma concorde in tutti era l'odio contro la caduta signoria. Per la qual cosa, il voto di decadenza contro Barnabò Visconti fu pronunciato all'unanimità; ed unanime del pari fu quello che deferì la sovranità di Milano a Giovanni Galeazzo conte di Virtù e signore di Pavia.
Basterà il dire, pel resto, che quello fu un vero giorno di festa per tutti. — Dopo tanti anni di una toleranza muta e inoperosa, quello era il primo dì in cui il popolo milanese faceva sentire la propria voce. La sua parola era sovrana; colui che poco prima stringeva in catene il tiranno, si chinava davanti alla volontà popolare, e, interrogandola, non imponeva nè supplicava. Ma se in quel momento, all'indimani di tante sventure, e col vicino esempio di una città sorella che lodavasi della mitezza del suo principe, l'elezione di Giangaleazzo era e doveva essere una necessità, quest'atto di deferenza, quando fossero mancate sode ragioni all'unanime voto del popolo, vi avrebbe fortemente contribuito.
Come poi si manifestasse la gioja publica non torna a conto di esaminare e di descrivere. Ognuno di noi ha veduto più di quanto è necessario per farsene un'idea precisa. Nel secolo nostro la crudeltà di Barnabò non sarebbe stata cosa possibile: noi abbiamo provato altre sventure, altro genere di servitù e di tirannia. — Quale, tra la recente e la lontana, sia la peggiore è facile il dirlo, quando si pensi che il delirio di un uomo è passaggero; ma che la consacrazione di un principio di servitù incatena le generazioni. La tirannia dello straniero, anche quando fu mite, fondavasi sopra l'assurdo rispetto di un'autorità iniqua, che, per essere più durevole e produttiva, seppe qualche volta imporre a sè stessa una misura nell'esercizio de' suoi odiosi diritti. Ma dicasi ad onore del vero: nulla fu più esiziale alla patria nostra, quanto quella mitezza che ci voleva fare rassegnati alla signoria straniera.
La festa d'allora fu invero l'espressione d'una sola città. È dubio se ne varcasse le mura. Forse, nel novero delle ragioni che determinarono l'unanimità degli elettori, figurò non ultima l'ingenerosa ambizione di un Comune, che per tale atto conquistava il primato su venti città italiane. Il sentimento della gloria e della grandezza municipale prevaleva a quello della ricostituzione di una patria comune. L'Italia era un mito, davanti al quale s'inchinavano gli ignorati studiosi della storia antica, o i chiosatori di Dante. — Ma il riconoscere la patria che Dio ci ha dato, e il volgere ad essa ogni pensiero, ogni affetto, ogni palpito di vita, il sacrificare per essa le tradizioni e i vanti municipali, anzi il fare del sacrificio una gloria, doveva essere lavoro di molti secoli, frutto di lunghe e più gravi sventure.
Quella festa pertanto non fu che un'ombra scolorata di quelle che vediamo oggidì. Gli annalisti parlano di luminarie, di giochi, di corse, decretate dal Comune a solennizzare il fausto avvenimento. Saranno state cose splendide, non v'ha dubio; ma la più modesta espressione di esultanza, con che noi abbiamo celebrato la meno importante delle nostre vittorie, è solennità più augusta; perchè senza misura più sacro è il pensiero che le dà vita.
Ai venticinque dello stesso mese, Barnabò co' suoi figli, colla virtuosa Donnina dei Porri sua moglie, accompagnato dai pochi servi che gli erano rimasti fedeli, fu tolto dal castello di Milano, e tradutto, sotto la scorta di Gasparo Visconti, alla Rocca di Trezzo, che lo stesso prigioniero aveva rabbellita e fortificata pochi anni prima, con ben diverso intendimento. Sotto il peso della sventura il suo animo parve raddolcirsi alquanto. Sopportò la prigionia con una pazienza esemplare, se si ha riguardo al suo carattere rabido ed irrequieto. — Forse, riconoscendo allora tutto il male che aveva fatto, provò che la pena non era grave, e la riguardò come l'espiazione de' suoi tanti delitti. Dopo alcuni mesi di una vita inoperosa e tutta dedita alle opere di pietà, trovò la morte sul desco della famiglia: da chi propinata, gli storici non lo dicono asseverantemente. Sospettarono alcuni, che la signoria di Milano, temendolo ancorchè prigioniero, cercasse modo di sbrigarsene. — L'asserzione è affatto gratuita; il Conte di Virtù possedeva troppi mezzi a comprimere ogni conato di rivolta, senza ricorrere a quest'estremo; e l'intera sua vita ci porge bastanti prove per asserire ch'egli fu estraneo a quest'atto d'inutile vendetta.
CLIV.
A quest'epoca la storia nostra esce da' suoi angusti confini, e si svolge in un campo assai vasto.
L'atto violento, con cui Giangaleazzo rovesciò il trono di suo zio, non era soltanto, come parve a molti, una conquista od una rappresaglia. Con quest'unico intento, nè il proposito di liberare i vicini da un giogo insopportabile, nè il diritto di castigare un finto alleato colle stesse sue armi, avrebbero giustificato l'uso di un mezzo troppo sleale. — Un alto concetto ferveva nella mente del Conte di Virtù, quando pose il piede in Milano. Era il sogno di tutta la sua vita che stava per divenire una realtà; era lo scopo di tutte le sue azioni, ch'egli s'avviava a conseguire.
Giangaleazzo meditava di raccogliere sotto il suo scettro le varie provincie d'Italia, per costituirne un regno a beneficio di un principe italiano. Egli aveva fatto il primo passo all'arditissima impresa.
Dopo la caduta della stirpe longobarda, che, in due secoli di dimora nella penisola, ne aveva meritata la cittadinanza, l'Italia alienò definitivamente la sua corona, permettendo che divenisse retaggio dei principi Franchi e Tedeschi. — Le costituzioni dei comuni, propugnate dalle republichette del medio-evo, risvegliarono e mantennero nel popolo l'amore della libertà e delle armi. Ma quello stesso orgoglio, che consigliava minate violenze tra città e città, e che si nutriva di povere glorie municipali, non permetteva agli italiani di riconoscersi e di stringersi fra loro. Nè mai una somma, per quanto grande, di fortune parziali avrebbe potuto ricomporre la nazione. Alla sua esistenza richiedevasi lo sviluppo di un concetto nuovo, consacrato da una nuova virtù: il sacrificio degli interessi individuali. — Di nazione non avevasi un'idea; non si conosceva tampoco la parola. Era dunque vano lo sperare che le singole membra di questo corpo si associassero spontaneamente per tentare un'impresa colossale. Perocchè se i deboli e i poveri comuni la potevano desiderare, le città più floride e culte che avevano storia, leggi, armi proprie, non si lasciavano indurre a dividere colle minori una superiorità troppo invidiata.
Il mezzo infallibile di promovere la solidarietà fraterna ce l'avevano insegnato in addietro gli invasori stranieri, irrumpendo sulle nostre terre e portandovi la desolazione e la servitù. — Nella sventura i popoli riconoscevano l'unità della stirpe, e si riconciliavano per stringersi alla difesa; ma fatalmente, passato il pericolo, s'intiepidivano gli affetti.
Ora, perchè mai la virtù unificatrice, che era la forza delle armi dei barbari, non poteva svolgersi mercè l'influenza più mite di un principe italiano? — A tale dimanda rispondeva coi fatti il Conte di Virtù, quando, riunite sotto di sè le venti città retaggio della sua casa, si proponeva di aggiungervi quelle dei minori Stati vicini, usando pei popoli gli allettamenti di un governo saggio e temperato, e sguainando la spada contro i tiranni.
Ma, prima di spingersi fuori dello Stato, egli volle rendere stabile il terreno, su cui posava il piede. Fu quindi sua prima cura di provedere con savie leggi all'interno ordinamento. Il popolo milanese aveva abbattuto quanto gli ricordava la mala signoria di Barnabò; il suo successore confermò e proseguì l'opera popolare, abolendo le leggi criminali esorbitanti, richiamando in vigore alcuni statuti passati in dissuetudine, altri aggiungendone dietro proposta o consiglio dei migliori cittadini. — Poscia intervenne fra i vicini coll'autorità del suo nome, e colle pratiche della sua politica. Egli presentiva l'importanza di una influenza morale esercitata senza il concorso della forza; ed inaugurava quel sistema d'alleanze, di mediazioni, di buoni officii, che spesso assicurano la vittoria prima di trarre la spada.
La discordia fra i signori della Scala e Francesco da Carrara, gli porse l'occasione di una vantaggiosa alleanza con quest'ultimo. — Infatti, mentre il Carrarese batteva lo Scaligero dalla parte di Vicenza, il Visconti passava il confine milanese a Brescia, ed occupava Verona. — Appena ei vi pose il piede, i cittadini, malcontenti della signoria degli Scaligeri, salutarono il Visconti come loro principe.
La gloria, che accompagnava le armi del Conte di Virtù e la fama di mitezza, di cui godeva il suo governo, indussero la stessa città di Vicenza a scuotere il giogo di Francesco di Carrara, e ad aprire le porte alle schiere milanesi. Invano il signore di Padova levò la voce contro la violazione dei patti d'alleanza segnati fra lui ed il Visconti. — Questi non curò le proteste; rafforzato dal voto popolare, ed opponendo alle pretensioni del Carrarese le ragioni di sua moglie, figlia ed erede di una Scaligera, conservò Vicenza, e la fece centro d'altro più ardito movimento.
Non andò guari, infatti, che anche Padova venne aggiunta allo Stato di Milano; perocchè Francesco da Carrara fece vana prova delle sue armi. Mal difeso da un popolo ch'egli aveva oppresso, cadde in potere del nemico, che lo trasse prigioniero nel castello di Monza. Per tale avvenimento, il confine dello Stato milanese toccò la spiaggia del mare Adriatico.
Ormai padrone di tutta l'Italia superiore, Giangaleazzo volse lo sguardo alla parte centrale della penisola. — Espugnata Bologna colle armi, riscattò a patti Perugia ed Assisi. Anche i signori di Nocera e di Spoleti, presentendo la necessità di piegarsi alla forza ed alla fortuna di un rivale formidabile, cedevano a denaro la signoria. — Pisa fu venduta al Visconte da Gerardo Appiani, e Siena si arrese spontaneamente alle sue bandiere.
La republica di Firenze, gelosa dell'interne libertà più che della salute della patria, con publico manifesto chiamò fedifrago e tiranno il principe lombardo che agognava a cingere la corona d'Italia; e, con rimedio peggiore del male, invitò il re di Francia a scendere in Italia e ad opporsi alla crescente potenza dei Visconti.
Per buona sorte, Jacopo dal Verme, capitano dei milanesi, raccolto un nerbo di truppe nel forte di Alessandria, potè attendere di pie' fermo le legioni francesi, e contrastar loro il passaggio del Tanaro. — Il conte d'Armagnac assediava la fortezza, e con villane provocazioni invitava i lombardi ad escire dal covo ed a misurarsi con lui. — Quando ne fu il momento, Jacopo dal Verme ripigliò l'offensiva; nella giornata 25 luglio 1391 sorprese il campo nemico, fece prigioniero il conte d'Armagnac, e tolse le armi ai pochi che non avevano perduta la vita nella battaglia.
Con altri mezzi, e con eguale fortuna, Giangaleazzo combatteva, e superava le difficoltà che gli venivano opposte dai Pontefici, i quali non sapevano rassegnarsi alla perdita di Bologna e delle altre città, già spettanti alla santa Sede.
La tiara era a quei dì, e lo fu poi per quarant'anni di sèguito, l'oggetto della contesa fra due emuli. — Urbano VI era papa a Roma: Clemente VII voleva esserlo ad Avignone. Il Visconti non imitò il suo predecessore; ma, cercando di renderseli propizii entrambi, adoperava l'amicizia dell'uno per combattere le pretensioni dell'altro. E intanto che aspettava di riconoscere quale dei due pontefici fosse il legittimo, sottomano estendeva i suoi confini nelle terre della Chiesa, e le amministrava con sodisfazione dei soggetti.
Da ciò, non del tutto fuor di ragione, gli storici ed i cronisti dei tempi trassero argomento di chiamare ingenerosa e sleale la condotta di Giangaleazzo. Ma ai nostri giorni, e davanti alla insuperabile necessità di aver una patria, non dobbiamo trovarvi grande motivo di scandalo. — Quando la suprema dignità della Chiesa era divenuta il trastullo di due individui, e nè l'uno, nè l'altro degli emuli inspirava la certezza della propria legittimità, non era affatto riprovevole colui che finiva per non riconoscere nè questo, nè quello. — V'erano in Giangaleazzo dei sentimenti più forti che non il vano rispetto ad un'autorità, che si era degradata da sè stessa colla discordia.
Francesco Gonzaga, prevedendo di dover provare tra poco la sorte degli Scaligeri e dei Carraresi, tentò la fortuna delle armi, e provocò una guerra, in cui le schiere di Giangaleazzo, capitanate da Jacopo dal Verme, riportarono una nuova vittoria. — Il Po in questa occasione fu il teatro di una battaglia navale. Le vele dei Gonzaga presidiavano le due rive del fiume, congiunte da un ponte di legno, che fu miracolo d'arte in quel secolo. Ma l'accorto dal Verme armò di materie incendiarie un gran numero di chiatte, e le spinse infiammate col favore della corrente contro il ponte, il quale arse d'improviso, e cagionò il disordine e la sconfitta dell'esercito nemico.
Quella stessa moderazione, che insegnava al Conte di Virtù di piegarsi apparentemente alla volontà degli antipapi, lo rendeva ossequioso e riverente dinanzi alla autorità dell'imperatore. — Bisogna dire che pei suoi fini avesse mestieri della protezione cesarea. Gradì infatti il titolo di vicario imperiale, e più tardi sollecitò dall'imperatore Venceslao quello di duca, sottoponendosi ad un'ingente spesa, onde assicurare a sè ed a' suoi successori il retaggio di una corona.
L'atto di liberalità dell'imperatore suscitò infatti gli sdegni dei prìncipi di Germania, che deposero Venceslao e conferirono la porpora imperiale a Roberto di Baviera. Costui l'ebbe a condizione di rivendicare da Giangaleazzo la mal donata dignità ducale; e vi s'accinse imponendo per iscritto al Conte di Virtù, milite milanese, di rendere all'imperatore tutte le città, terre e castella spettanti al romano impero, minacciando in caso di rifiuto di trattarne il possessore come fellone.
Dalla risposta del duca si vedrà com'egli intendesse la sua dipendenza verso l'impero. — Nel ducale rescritto egli si qualifica, in onta alle minaccie, duca e signore di Milano, chiamasi legittimamente investito della ducale autorità dal re dei Romani, e rigetta l'accusa di ribelle su Roberto, che disconosce l'operato del suo predecessore. Chiude infine, giurando di volere difendere colle armi i proprii diritti contro chiunque osasse violarli.
L'imperatore non aggiunse altra parola: scese dalle Alpi, e mosse incontro al duca con poderoso esercito. — Ma le milizie del duca, accampate sulle terre Bresciane, non lasciarono tempo agli imperiali di raccogliersi e di spiegare le proprie forze. Il conte Alberico da Barbiano, condottiero della compagnia militare di s. Giorgio, che aveva per vessillo — L'Italia liberata dagli stranieri — guidò le manovre dei milanesi, e fu l'eroe della giornata. Gli imperiali ebbero la peggio; e l'imperatore Roberto, raccolti i pochi avanzi del suo esercito, per la via di Trento, ritornò in Germania a medicare le sue piaghe.
Può sembrar strano come il Verri ed il Giulini, i benemeriti campioni della storia milanese, onestissimi scrittori e diligenti raccoglitori di notizie patrie, mentre si mostrano rigidi ed inesorabili nel giudicare la condotta politica del primo duca di Milano tacciandola di doppiezza e di slealtà, non abbiano una parola per commendare l'ardimento e la fortuna delle sue imprese militari. Anzi, mentre accusano Barnabò, perchè imperito nella guerra volesse in più circostanze guidare egli stesso l'esercito, non osano confessare che Giangaleazzo ebbe la fortuna o la sapienza di confidare la bandiera della patria ad abilissimi capitani, che la riportarono sempre ornata di qualche nuovo alloro. I due lodati storici scorrono leggermente sui campi di Alessandria e di Brescia, dove l'armi del duca fiaccarono la prepotenza degli eserciti di Francia e di Germania: avvenimenti che, per sè soli, basterebbero a renderlo immortale presso i posteri. — Ma non vogliam male per ciò ai nostri illustri concittadini. Nel tempo in cui essi scrivevano, un docile ossequio verso prìncipi stranieri miti ed illuminati non era un delitto. La condotta del primo duca offendeva quel sentimento di sudditanza verso l'impero, che in allora, pel dominio d'altre idee e pel timore del peggio, era accolto anche dalle anime oneste. Il nostro paese aveva sonnecchiato due secoli nel letargo del dominio spagnolesco. I nuovi padroni sembravano voler essere migliori: e gli Italiani li accoglievano di buon animo pel bene che promettevano, persuasi che la patria loro non potesse altrimenti esistere che come ancella o figlia d'altra nazione. — Non dureremo fatica a persuaderci di ciò; le tanto ripetute discordie italiane furono fino a jeri il pretesto alla prepotenza degli oppressori, e l'argomento più valido alla rassegnazione degli oppressi. I Visconti e gli Sforza, che, nell'ambizioso disegno di legare alla propria stirpe la corona d'Italia, tentavano di ridonare alla patria un principe non straniero, furono fraintesi dagli storici. — Poichè null'altro che una vile cupidità guidava gli imperatori ed i re d'oltremonte a contendersi il possesso della penisola, diveniva provida cosa che si levasse contro gli emuli l'ambizione, se non più nobile, certamente più giusta, di un principe nazionale, che mirasse ad usufruttare per sè le fatali pretensioni dello straniero. — Non devesi accettare ciecamente il bene quando scaturisce da fonte meno buona; ma, se ciò che si ottiene è non solo vantaggioso, ma conforme ai principj eterni della giustizia, è impossibile che i mezzi sieno del tutto iniqui. E se ci sembrano tali, dobbiamo dire, che non di rado una colpa fa trionfare il diritto; a quel modo che il lievito di cosa corrotta sviluppa il germe di nuova ed eletta produzione.
CLV.
Le armi di Giangaleazzo Visconti, dopo la disfatta del re dei Romani, si concentrarono intorno a Firenze, e la strinsero d'assedio. La nobile città, gelosa delle sue franchigie municipali, respinse l'assalto dei milanesi con un valore degno di migliore impresa. Ma la republica fiorentina cessava di essere il rifugio della libertà italiana dacchè era venuta a patti collo straniero. Fallita la speranza di trovare appoggio nel re di Francia, ella confidava la difesa di sè stessa a Giovanni Hawkwood, avventuriero inglese. Battuto anche questo, accarezzava l'amicizia dell'imperatore. — Non era da queste incompatibili e svariate alleanze, che potesse sperare soccorso la libertà. Guardiamoci però da un giudizio troppo severo verso un popolo, la cui colpa fu quella di non aver compreso ciò che in quel secolo era ignorato da tutti. Salendo col pensiero a quei tempi, ed uniformandoci allo spirito municipale che presiedeva alle piccole republiche, la difesa dei Fiorentini è argomento di viva ammirazione. Ma colla storia alla mano, informati delle sventure susseguenti, e pensando che l'ambizione del tiranno milanese avrebbe forse potuto rimoverle, noi deploriamo una resistenza, che si opponeva alla costituzione di un forte regno italiano; perchè esso avrebbe risparmiato alla patria nostra quattro secoli di servitù. Una libertà locale e ristretta è un tesoro nascosto; l'indipendenza completa è il benessere che concede il pieno uso della vita e delle forze.
I Fiorentini difendevano strenuamente le loro mura; ma il coraggio e la costanza non potevano reggere a lungo contro il numero degli assedianti e il genio militare dei più cospicui capitani del secolo. La caduta di Firenze finiva di raccogliere sotto lo scettro di Giangaleazzo tutte le provincie che formavano l'antico dominio dei re Longobardi. Il duca non aspettava che la notizia della resa di quella città per farsi acclamare re d'Italia, e chiudere per sempre i passi delle alpi ai pretendenti stranieri.
Questi fatti correvano sullo scorcio del mese d'agosto, l'anno 1402. Il duca risiedeva nel castello di Marignano, dove, occupato di preferenza dell'ordinamento civile dello stato, non obliava la guerra. — Frequenti notizie gli arrivavano del campo; e tutto gli faceva presentire vicino lo scioglimento della grande questione. Al dire del Corio e di tutti gli storici, la buona novella era così prossima e sicura, che il duca già aveva fatto allestire le insegne reali, di cui si sarebbe ornato l'indimani della caduta di Firenze: quel giorno avventuroso in cui l'Italia avrebbe finalmente avuto un re italiano.
CLVI.
La sera del primo settembre, la corte di Giangaleazzo, solita ad escire a diporto sulla tarda ora nei giardini attigui al castello, per godervi il fresco, fu d'improviso turbata da uno strano avvenimento. Il duca che, dopo aver speso troppe ore nelle cure dello Stato, soleva confondersi co' suoi cortigiani e passare seco loro qualche momento in affabile domestichezza, quel dì, oppresso dalla straordinaria caldura, si trattenne più tardi del consueto nel giardino; anzi, spintosi con alcuni de' suoi officiali nella parte più lontana di un viale assai folto, si pose a sedere sur una panchetta di pietra, favellando delle imprese avviate, e predicendo a' suoi intimi le prossime glorie della sua patria e della sua casa. Il benessere, di cui si era lodato un momento prima respirando le aure temperate del tramonto, era seguito da un senso di freddo, quasi molesto, cui non pose mente in sul sùbito, incalorito, com'egli era, nel discorso. Ad un tratto, lo assalse un brivido più forte; cercò vincerlo, scuotendosi, e le forze non risposero alla volontà. Gli astanti accorsero a lui, e lo persuasero a rientrare tosto nel castello, attribuendo quell'improvisa indisposizione all'umidità della notte. Era infatti una di quelle sere, in cui l'atmosfera, dopo aver stagnato per lunghe ore negli umidi avvallamenti della pianura, beve dalla terra arsa dal sole il veleno della corruzione, e lo trasmette agli incauti, che cedono all'allettamento di un insolito rezzo. — Il duca articolò a stento qualche parola; batteva i denti; aveva il respiro profondo, interrotto, affannoso. Quando fu portato nelle sue stanze, aveva l'aspetto di un cadavere: gli occhi erano spariti nelle orbite segnate da un cerchio livido; le guancie infossate disegnavano l'ossatura delle mascelle; le labra contratte e smorte lasciavano travedere i denti stretti dallo spasimo. — Il medico ducale, che non era più l'Esculapio di cui abbiamo parlato addietro, accorse e prestò all'infermo sollecita cura. Oppose i rimedj più ovvj ai sintomi incalzanti; ma senza indagarne la cagione, senza tentare di paralizzare gli effetti del veleno assorbito. — Richiamò il calore alle membra intirizzite, applicandovi dei fomenti tiepidi: ed, apprestato un alessifarmaco composto di erbe aromatiche stillate nel vino, glielo fece ingojare a sorsi. Un'ora dopo, l'infermo si risvegliava dall'assopimento. Al gelo lapideo delle membra subentrava il calore della vita; a questo l'ardor della febre. — E il duca, i cortigiani e lo stesso medico se ne rallegrarono come di una crisi salutare e decisiva.
Nella notte, anche malgrado un calore anormale, dormì abbastanza tranquillo. La mattina vegnente l'infermo sembrava del tutto risanato. La prostrazione di forze ch'egli accusava, era giudicato l'effetto postumo del parosismo. Del resto, se il povero medico avesse avuto bisogno d'altre prove per credere al trionfo della sua scienza, bastava che interrogasse l'infermo: questi asseriva di trovarsi bene, e d'avere dimenticato ogni cosa. Infatti, in quel dì attese alle cure dello Stato, come nei precedenti; ricevette il solito corriere speditogli dal campo, gradì le buone nuove che gli venivano portate, ed inviò per suo mezzo nuovi comandi. — La terza mattina tutto era al Castello come nei giorni passati. Non si parlava della malattia del duca che per rallegrarsi della sua pronta guarigione.
Ma d'improviso, verso il tramonto, un più grave insulto lo assalì di nuovo. I sintomi, ch'erano precisamente gli stessi d'altra volta, si manifestavano ancora più gagliardi. Ripetutosi l'uso dei farmaci, che avevano operato il prodigio, parve che la natura gradisse quelle scosse, e che le forze ne fossero momentaneamente rialzate; ma, poco dopo, l'infermo ricadeva in un'atonìa ancora più desolante. — Tutta la famiglia costernata guardava con aria pietosa in faccia al medico, quasi volesse impegnare la sua scienza a ripetere il miracolo dell'arte. — Se l'onest'uomo lo desiderasse, non è d'uopo dimostrarlo. Ma, oltrecchè egli non aveva scoperto la vera natura del male, mancava dei mezzi validi a combatterlo. Il nuovo mondo non gli aveva donato il tesoro di quella corteccia che rompe l'incalzante periodo delle febri perniciose.
Appiè del letto i membri della famiglia, storditi e inoperosi, si consultavano ansiosamente cogli sguardi; ciascuno ricercava sul volto altrui quella speranza che nel suo cuore s'era dileguata. Il medico, a cui correvano più frequenti gli occhi degli astanti, stringeva le labra, o ne sprigionava a quando a quando un suono che non era nè parola, nè sospiro. Tastava or questo or quel polso del malato: gli amministrava a brevi intervalli una dose del farmaco, scorreva colla mano tiepida e leggera sulla sua fronte gelata. Ma cogli atti, e colla mestizia del volto, avrebbe voluto dire ai parenti ed ai servi; “raccomandatelo al Signore, perchè l'arte umana non può più far nulla per lui.„ Mezz'ora dopo il duca era in fin di vita. Allora il dabben uomo si ritirò sconfitto, e cedette il campo ad un capuccino; il quale, avvicinatosi al letto dell'infermo, tentò risvegliarne i sensi e richiamarlo un momento alla vita, per dirgli ch'egli era sul punto d'abbandonarla. — Ma come l'infermo non rispondeva alle chiamate, il sacro ministro compì il suo officio con pietoso riserbo; recitò per lui le preci dei moribondi, lo segnò colla croce, lo asperse più volte d'acqua santa; poi, inginocchiatosi a fianco del letto, invocò sul morente l'assistenza dei beati. Gli astanti, con una pietà ravvivata dall'affetto, ripetevano la devota invocazione.
A tre ore di notte, il duca era agonizzante; pochi minuti dopo, egli spirò. — Pel borgo di Marignano corse la notizia della morte del duca, non preparata da quella della sua malattia. I cortigiani ed i vassalli l'accolsero con dolorosa attonitaggine: gli uni e gli altri diedero segni non dubii di profondo e schietto dolore. All'inevitabile e penosa incertezza, destata da un avvenimento che scomponeva d'improviso tutte le fila di una domesticità feconda di grandi vantaggi pei parassiti e pel servidorame, prevaleva un sentimento di vera e profonda mestizia; perocchè questa volta, nel principe potente si era perduto l'uomo mite, affabile, generoso. Se anche il più odiato tiranno suol essere compianto da quelli che condividono i beneficii del despotismo, questo principe, che non aveva mai abusato del suo potere se non per far guerra ai tiranni, e che faceva dell'amore dei soggetti il mezzo più acconcio ad assecondare la sua nobile ambizione, questo principe doveva lasciare un vuoto assai doloroso nell'animo di quanti lo avvicinavano. — I superstiti erano a ragione dubiosi se il suo successore sarebbe stato buono come lui; erano certi intanto che dalla vedova reggente non potevasi sperar bene.
La salma ducale fu trasportata a Milano ed onorata di suntuosissime esequie. Oratori di tutte le città sparsero fiori d'eloquenza sulla sua bara. Convennero in quella occasione nel maggior tempio di Milano tutti i vescovi delle provincie, i rappresentanti dei comuni colle insegne municipali, i consanguinei e gli affini della casa Visconti. — Accompagnavano il feretro dugentoquaranta cavalieri e duemila fanti vestiti a bruno. Magnifico era il corteggio degli araldi e dei cortigiani, che portavano le insegne ducali. Il letto funebre, tapezzato da un drappo di sciamito, lasciava vedere il cadavere ravvolto nei paludamenti ducali e colla spada al fianco. I più cospicui officiali dello Stato portavano la bara; altri la proteggevano con un baldacchino di stoffa d'oro foderato d'ermellini.
Soverchie lodi furono allora prodigate davanti alla spoglia del duca. L'iscrizione apposta al suo sarcofago lo qualifica “il padre della patria, che cacciò dalla loro sede i tiranni gravi ai popoli, che protesse i pusilli, ed umiliò i superbi. Nessun altro ebbe la parola dolce al par di lui, nè vi fu mai in tutta Europa principe di lui più prestante e degno d'imperio.„[79] Intanto gli annalisti si preparavano a giudicarlo con un'altra misura, senza dubio meno equa. — Quel principe che vivo fu chiamato “raggiante per la nobiltà del sangue, specioso per la bellezza del corpo, sereno per la virtù dell'animo[80]„ venne poi dagli storici successivi qualificato sleale, infedele, ipocrita, timido nell'avversità, arrogante nella prospera fortuna. Antonino, arcivescovo di Firenze, lo accusa perfino di vituperevoli lussurie; imputazione non confermata da altro scrittore, nè da alcun documento, anzi, smentita dall'indole stessa della sua vita, quale ci viene narrata concordemente dagli storici e dai cronisti. È degna di rimarco l'osservazione di P. Giovio. “L'arcivescovo di Firenze, scrive egli, con goffo e disonesto modo di dir male, insolentemente si diede a vituperare il nemico della patria sua.„ Ma, poco dopo, lo stesso Giovio cade nella colpa rimproverata agli altri, quando soggiunge “non si vede di lui edificio alcuno, pure un po' magnifico, avendo i suoi maggiori, in casa e fuori, fino alla pazzia suntuosissimamente edificato corti, rôcche e palazzi.„[81] E non ricorda il valentuomo, che Giangaleazzo faceva edificare il Duomo di Milano e la Certosa di Pavia? — Altre accuse, e non lievi, gli vengono mosse dallo stesso Corio, il più discreto e il meno appassionato tra i cronisti de' suoi tempi.
Il criterio storico ne insegna prima di tutto, che alle enfatiche apologie dei panegiristi bisogna fare un vistoso diffalco. È antico destino, che i potenti non abbiano mai ad essere onorati dalla compagnia della verità. Se la lode accanto ad essi divien troppo frondosa, alle spalle il biasimo non è mai meno esagerato. Assai spesso la verità balba e timida al cospetto di un potente, l'insegue troppo ardita e ciarliera quand'egli è passato.
L'opinione del Corio e degli annalisti, che con lui e o dopo di lui accusarono questo principe, hanno una certa autorità; nondimeno la storia, imparziale raccoglitrice dei fatti e giudice competente dell'ordine e della natura di essi, non deve riputarsi inappellabile, fin quando non si saranno raffrontati e contemperati i giudizj emessi in epoche e da persone diverse. L'ardua sentenza intorno ad un uomo è meglio rimessa ai posteri, quanto più lontani tanto più autorevoli. Imperocchè la storia non chiude mai il suo libro; ed ogni uomo di buon senso, colla scorta dei fatti che da essa apprende, può a suo talento ripetere il giudizio intorno ad un personaggio o ad un fatto; e confermare od annullare una vecchia sentenza.
Riassumo brevissimamente alcune notizie.
Anche i più severi giudici del duca Giangaleazzo non attribuirono a lui un solo atto di crudeltà. Egli non applicò mai in veruna circostanza quelle leggi di sangue, che condannavano i colpevoli al martirio prima di subire l'estremo supplicio. In un solo caso publicò un editto, che risentiva la ferocia del secolo; ma vi fu indutto da forte ragione. Trattavasi di un delitto che, ad un grado speciale di perversità, accoppiava il pericolo di conseguenze irreparabili. — Un dispaccio apocrifo, munito della firma ducale falsificata, sfruttò la splendida vittoria di Jacopo dal Verme contro i Gonzaga. Giangaleazzo, memoro altresì di ciò che aveva fatto Medicina in danno d'Agnese, aggravò la pena dei falsarj, e promulgò un bando che li condannava alle fiamme.
Per confessione degli stessi suoi nemici, molte furono le buone leggi con cui provide al civile ordinamento dello Stato. Taluna parve sì nuova ed avanzata pei tempi, che destò forse qualche scandalo per la sua strana precocità. Instituì i consigli di giustizia, e sottopose a norme inviolabili l'interpretazione e l'applicazione degli Statuti, togliendo l'arbitrio ai magistrati, onde spesso le più savie leggi erano fatte inefficaci ed inique. — Creò una magistratura per le entrate, incaricandola di regolare i tributi sulla norma dei bisogni; di porre un freno all'ingordigia degli esattori; d'impedire i balzelli e le concussioni. Ordinò la consegna degli ostaggi e la demolizione delle rôcche, nelle quali i feudatarj esercitavano atti di capricciosa tirannia. Rese produttive varie sorgenti di publica ricchezza, e vi attinse i mezzi a ristorare l'erario: quelle imposizioni, che allora forse recarono qualche scandalo, divennero più tardi una fonte naturale d'entrata per ogni governo. Pose, a cagion d'esempio, un'imposta sugli atti notarili; introdusse il bollo per la validità dei documenti; prescrisse che i viandanti si facessero conoscere per mezzo di carte rilasciate dall'autorità. Compì ed illustrò la raccolta degli Statuti patrii fino all'anno 1396. Frenò le violenze private, limitando il diritto di portare le armi. Ordinò in fine che negli atti publici si sopprimesse l'uso della parola popolo, e le venisse sostituita quella di comune.
La maggior parte degli storici si levano indignati contro questo decreto, e lo chiamano frutto di una politica codarda perfino al cospetto dei fantasmi. Si disse che Giangaleazzo odiò il governo popolare, che cercò di distruggere le franchigie tradizionali, che combattè la libertà, che ne odiò perfino la parola. — Ma ecco quanto osserva intorno a ciò un illustre nostro contemporaneo, che non sarà per certo preso in sospetto di troppa indulgenza coi tiranni. — “L'isolato racconto della soppressione della parola popolo ce lo fa, è vero, odioso, ma quando nei motivi della sua legge lo vediamo esortare la parola comune pel desiderio della concordia della nobiltà col popolo, noi vi applaudiamo.„[82] Difatto egli pensò di spegnere fino la voce e la memoria delle lotte sociali, che laceravano il paese: coll'abolizione di una parola volle abolito il fatale antagonismo fra la plebe e la nobiltà. Nella parola comune, egli raccomandava la solidarietà delle varie classi, la maggior possibile eguaglianza sociale. — I suoi antecessori avevano compresse le fazioni, e quelle tacevano rassegnate a malincuore. Sotto il suo governo elleno andarono mano mano scemando per mancanza di vitalità: ogni classe, ogni città, ogni borgo doveva fare sacrificio delle privilegiate franchigie a pro della patria, affinchè tacitamente si costituisse in nazione. I fatti precedevano il grande concetto.
Dopo la lega lombarda, l'Italia aveva fatto un gran passo verso la libertà; ma il principio di una dipendenza al trono imperiale, come si è già detto, veniva consacrato di bel nuovo nella stessa pace di Costanza. A scuotere completamente il giogo straniero, richiedevasi la presenza di un pericolo costante, che legasse in un fascio le armi delle piccole republiche, e le rendesse immemori delle glorie parziali ed effimere. Allontanato il pericolo, i comuni, i prìncipi ed i pontefici studiavano per lo contrario di guadagnare per sè quell'influenza che avevano tolta alla podestà straniera; anzi, acciecati dall'interesse e dopo breve tempo scordato il patto fraterno, ricorrevano alla tutela dello straniero per far prevalere le loro pretensioni. — Se ad ingentilire un popolo bastasse la vita di un uomo, l'educazione sarebbe stata il più efficace mezzo ad ottenere lo scopo vagheggiato; ma in quel secolo d'ignoranza e di pregiudizj, mentre i tirannelli e le republiche non vedevano altro nella patria che una preda disputata; la speranza di diffondere e di consacrare un concetto tanto nuovo e sublime diveniva follía. — Era necessario che l'idea s'incarnasse nel braccio e nel senno di un uomo; bisognava che il popolo subisse un mutamento dalla mano inesorabile di chi lo reggeva; bisognava che avvenisse di noi quello che avviene dell'infermo, liberato da un malanno ignoto per l'opera violenta del chirurgo.
Grave accusa vien fatta al governo di Giangaleazzo per la sua slealtà verso i principi italiani. — Vero è che le sue alleanze furono, o parvero sempre, dettate da momentanei interessi. Sovente le rappresaglie e la guerra ruppero le giurate amicizie, prima di un avviso, e senza nemmanco un'apparenza di ragioni. — Ma egli non sacrificò a queste fuggevoli associazioni il voto e l'interesse della nazione che risurgeva. Nelle guerre coi signori della Scala e coi Carraresi rispose alla tacita preghiera di due provincie maltrattate dalla più odiosa tirannide. Soltanto Firenze si levò tutta in armi contro lui; e fu infatti davanti alla unanimità di un popolo che le sue forze si mostrarono meno potenti.
Non gli facciamo torto s'egli non apparve un grande capitano. — La guerra per lui non fu il fine, ma il mezzo de' suoi disegni. Un principe, che in quel secolo attendeva tranquillo all'ordinamento civile dello Stato e ne affidava la difesa e l'onore ad abili condottieri, è a considerarsi come un unico esempio tra' suoi pari. Noi dovremo anzi considerarlo come il migliore dei prìncipi guerrieri, badando al fatto, che durante il suo regno le armi italiane furono sempre vittoriose. — Per mezzo di strenui e peritissimi condottieri, quali furono Alberico da Barbiano, Jacopo dal Verme, Ottobono Terzo e Facino Cane, egli procacciò al suo secolo ed al nostro paese la gloria ed i vantaggi di un'arte nuova che raddoppia l'impeto delle schiere colla tattica e la disciplina. D'allora in poi scemò in Italia la fatale influenza dei capitani di ventura d'oltralpe, che, coperti di un'assisa mercenaria, manomettevano crudelmente le povere provincie, contro cui o per cui combattevano.