Io credo che, se le erbe selvatiche di uno scopeto fossero dotate della parola, non se ne varrebbero per lodare un albero frondoso e fruttifero, che per caso surgesse loro nel mezzo. V'ha un genere di miseria, che non riconosce sè stessa, e che si mostra quasi superba della propria nullità. Vi sono degli invidiosi che tentano di consolarsi, negando agli invidiati quel merito che da loro appresero a desiderare. — Questa è una delle ragioni per cui gli storici dei secoli passati, ed i potenti che gl'inspirarono, non riconobbero nel nostro eroe una fortunata eccezione dei tempi. — Le successive sventure guidarono i posteri a più equo giudizio; il male fece apprezzare il rimedio, quando l'opportunità di applicarlo era passata.
Ma la storia dei fatti, che ne mostra lo scopo a cui mirava quel principe, è ben diversa dalla storia dell'uomo e delle cause delle sue azioni. — La prima scende a cercare le conseguenze, l'altra risale a scoprire l'origine degli avvenimenti.
Non è sempre vero che le grandi imprese sieno il risultato di virtù egualmente grandi. Come v'ha talvolta il figlio degenere dal padre, così vi sono delle piccole cagioni che partoriscono grandiosi effetti. Questo avviene tanto più facilmente se il caso si compiace di accumulare varie piccole circostanze, e di farle concorrere ad uno scopo unico e determinato. — L'albero, che ombreggia il campo sterile, non è debitore della sua prosperità soltanto all'ottima natura del seme; è probabile che il concorso di molti incidenti, parzialmente inefficaci, abbiano contribuito a sollevarlo dalla miseria che lo circonda.
Vediamo brevemente se la vita di Giangaleazzo può dirsi determinata dalla fortuita associazione di circostanze atte a favorire in lui lo sviluppo di tendenze speciali: e, in caso affermativo, quali esse sieno state.
Per certo non gli poteva bastare l'aver sortito dalla natura un ingegno sagace, una volontà ferma, una costanza di proposito privilegiata. Altri prima di lui possedevano queste doti; nessuno vide meglio e vagheggiò più da vicino la meta. — Era egli forse guidato dall'ambizione? Questo sentimento, fonte ordinaria delle più ardite imprese, è per solito insofferente degli indugi ed indisciplinato nell'uso dei mezzi. Non è a credersi ch'egli avrebbe saputo sacrificare a questo idolo la sua gioventù, nè che avrebbe aspirato a meritarsi la gloria e l'immortalità, sopportando la dimenticanza e lo sprezzo pei migliori anni della sua vita. L'ambizioso non cede la certa gloria dell'oggi, per la incerta del dimani; non aspira alla potenza, battendo la via delle umiliazioni. Egli obedisce alla propria passione; non la domina, nè la contiene, molto meno la dirige a nobile scopo. — Colui che sa mettere d'accordo i suoi individuali interessi con quelli di un popolo, che fa della gloria del suo paese la gloria sua, fosse anche stimolato dal meno nobile amore di sè, non deve essere accusato di colpevole ambizione.
Tutti gli atti, che inspirarono il governo del primo duca, rivelano in lui una mitezza di carattere nuova pei tempi; egli fu dunque ambizioso d'apparire giusto, clemente, umano. Vide che i tirannelli moltiplicavano in Italia i punti di contatto tra le terre nostre e lo straniero; egli ebbe l'ambizione di sostituire al secolare despotismo dei feudatarj dell'impero una sovranità forte, assoluta, ma unica e nazionale. Divenuta la guerra un bisogno, egli ambì di avere a' suoi stipendii i migliori capitani, e rialzò la fatale necessità delle armi al grado di gloria italiana. Infine, mentre i suoi capitani vincevano per lui, egli ambiva di associare il suo nome allo splendore dei monumenti e alla saggezza delle civili instituzioni.
Una gran parte di tutto ciò, era merito del suo animo. Però, com'egli vinceva i nemici col braccio de' suoi soldati, così superava le interne lotte dell'animo ajutato dagli affetti delle persone care. — L'idea di Maffiolo Mantegazza era divenuta sua; l'amore di Agnese non era il premio, ma piuttosto il motore delle sue azioni.
Noi abbiamo lasciata l'infelice madre a Pavia, sfuggita per prodigio da una perfida insidia, tramata dalla gelosia della principessa Caterina. Costei scordò le sue vendette, quando lo sposo, lanciandosi nelle ardite imprese, le fece travedere lo splendore di una grandezza inaspettata. Cessò di volgere l'occhio sinistro alla supposta rivale, dacchè riconobbe che ella sola poteva spingere il duca sulla via della gloria. Tre anni dopo la cattura di Barnabò, Caterina divenne madre. Questo fatto, che distruggeva le supposizioni del malefico prestigio della rivale, cancellò ogni avanzo di rancore, e risvegliò in lei a pro d'Agnese tutta quella benevolenza, di che il suo cuore era capace.
Agnese, non più l'amante di Giangaleazzo, era il genio delle sue vittorie. — La severa presenza di questa donna aveva finalmente costretto al silenzio le malediche lingue degli scioperati. V'ha nella virtù un'impronta così solenne ed autorevole, che comanda rispetto perfino ai malvagi.
Il pensiero di Maffiolo, reso sacro dalla sua morte e riscaldato dall'amore ardentissimo per la figlia di lui, diveniva pel duca un destino, una necessità, un voto che non si poteva infrangere. — Agnese glielo ricordava col suo aspetto, colla pratica costante delle sue virtù, colle prove sviscerate del suo amore materno, la cui dolcezza, malgrado ogni riserbo, risaliva fino a lui. — Tra il duca ed Agnese esisteva il piccolo Gabriello. — Non era dunque necessario che l'uno rammentasse all'altro le gioje trascorse e le mutue promesse; queste e quelle erano quotidianamente resuscitate dalla presenza di un pegno d'amore, sul quale s'incontravano e s'abbracciavano in silenzio due esistenze allontanate, ma non divise.
Grande è la potenza di un affetto. A quei tempi, sotto la cotta d'armi, non di rado palpitavano cuori sì morbosamente sensibili che, tenendo in niun cale la vita, l'esponevano ad aspri cimenti per meritare il sorriso di una donna. Ma gli effetti di questi improvisi incendj erano passaggieri, come il premio a cui aspiravano. L'impero d'Agnese sull'animo del duca non fu mai nè artificioso, nè violento. Non aveva ella bisogno di porre in rilievo le sue doti; e molto meno di soggiogare colla forza delle armi feminili un animo già troppo a lei vincolato. — Il duca era stretto ad Agnese da un legame assai più nobile. L'affetto di costei era il tacito moderatore delle sue impazienze, il discreto consigliero delle sue incertezze, il fido alleato, sempre pronto a dividere con lui la buona come la mala fortuna.
Asserirono gli storici che Giangaleazzo, al principio del suo governo, fosse timido ed inetto a grandi cose. — Lo fu difatto: ma cessò di esserlo quel giorno in cui scoperse d'avere al fianco il genio della patria incarnato nella erede di Maffiolo. — Ecco l'unica e fortuita circostanza, che trasse dal nulla l'uomo, e lo avvicinò agli eroi. Senza l'amore di questa donna, senza il vivo ed efficace impulso delle sue sollecitudini, egli avrebbe lasciato languire il suo disegno, disperando forse di vederlo compiuto.
Un legame sì nuovo e sì straordinario non si allentò mai; perocchè Agnese, esperta del passato, lo aveva posto sotto la salvaguardia della virtù. — L'amante poteva essere tradita una seconda volta; l'amica diveniva inviolabile. — Perciò nei ritrovi privati ella ebbe cura d'aver sempre vicino a sè il piccolo Gabriello: la sua presenza era un ricordo ed un avviso. Temperante nella parola, non abusò mai del potere che ella aveva sul cuore del duca. Interrogata (e lo era spesso) traduceva nell'affettuoso linguaggio dell'amicizia la rigida sapienza di suo padre. Qualche volta ella si trovò discorde dall'opinione di chi l'interrogava; e quasi sempre la restía volontà del principe dovette piegarsi all'ingenuo buon senso di una debole creatura.
Mentre il duca con una fortuna prodigiosa abbatteva i piccoli tirannelli, Agnese, felicitandolo della vittoria, soleva ripetergli — “riàlzati quanto più puoi da costoro che hai prostrato nella polvere, solleva il tuo trono colle savie leggi„.
Quando il duca cadde infermo a Marignano, fu grande il dolore de' suoi famigliari. La stessa Caterina escì dalla sua naturale immobilità; si mostrò commossa, ed ebbe gli occhi pieni di lacrime. — Ma in mezzo a quelle molteplici espressioni di un dolore sincero, la più viva e la più solenne testimonianza d'affetto gli fu data da Agnese. Ella non piangeva, e non pregava colla parola; le sue membra erano immobili, ma le sue pupille, con un'ansietà febrile ed un'angoscia indescrivibile, cercavano il lume ormai spento negli sguardi del moribondo, come una donna vana cerca nella polvere lo smarrito giojello.
Quando il duca ebbe esalato l'ultimo respiro, Caterina inventò pianti, singhiozzi, stridi adeguati alla circostanza. Le dame si studiavano d'imitarla. Agnese soltanto taceva; ma il suo silenzio, la prostrazione delle forze, il pallore mortale delle sue gote, furono un elogio funebre assai più eloquente, che non le smanie venderecce dei cortigiani e le ampollose declamazioni degli oratori.
Agnese pensò che il voto solenne di suo padre non era sciolto. Ella previde, che Dio protraeva ad altro secolo la sacra impresa di far libera la patria.
Compiuto il rito funebre, Agnese stabilì di abbandonare Milano e di ritirarsi a Pisa che, per testamento del duca, era concessa in feudo a Gabriello Visconti. Partirono con lei il figlio già diciottenne e Canziana; la quale, benchè vecchia ed infermiccia, aveva colle lacrime agli occhi implorata la grazia di morire vicino a' suoi padroni.
In quella città credette Agnese di trovar rimedio al suo dolore. Si propose di vivere nel passato, di raccomandare l'avvenire di suo figlio all'amore del popolo, di spargere in mezzo ad esso il salutare esempio della virtù e della carità verso la patria. Sperò l'infelice di potere ivi promovere e coltivare i reconditi disegni di suo padre e del duca. E poichè non era suonata l'ora del riscatto d'Italia, ella aveva risoluto di affidare ad un popolo generoso e guerriero il sacro deposito della grande idea, certa che, ove fosse compresa, sarebbe in breve divenuta feconda dei più luminosi risultamenti. — Ella s'ingannò.
Morto il duca di Milano, i capitani, che guidavano le sue armi, non poterono accomodarsi ad una reggenza gretta, ingenerosa, sorda ad ogni consiglio. — Disfatto l'esercito italiano, Firenze riacquistò la sua libertà municipale. Il suo vessillo escì come in trionfo dalle mura sguernite, e portò nel territorio vicino, col rancore del subíto oltraggio, il desiderio della vendetta. Pisa fu la prima città, che udì l'invito, e si sollevò contro il biscione. Le gravezze, inseparabili da qualunque governo, sembrarono esorbitanti ai Pisani, i quali troppo a malincuore s'accomodavano all'obedienza verso una sovranità lontana, che essi chiamavano straniera ed intrusa. — Alcuni cittadini aprirono secrete pratiche con Firenze per liberarsi dal dominio dei Visconti. La congiura fu scoperta; e Gabriello, intimorito dalle minaccie del popolo e de' suoi vicini, credette spegnere la ribellione dannando a morte Francesco Agliato, capo e promotore di essa. Il castigo produsse l'effetto di una provocazione: i Pisani aggiunsero al malinteso dovere di liberare la patria il non ignobile proposito di vendicare la morte di un concittadino. Ruppero allora in aperta rivolta; ed, ajutati dalle milizie fiorentine, piombarono sulle schiere dei Visconti, e per poco non le dispersero.
I soldati di Gabriello, educati alla nobile scuola dei condottieri di suo padre, si difesero una prima volta, e respinsero gloriosamente l'assalto. Ma poco dopo il giovine Visconti, che non aveva fiducia nelle proprie forze, osò, inconsulta la madre, soscrivere con Bocicaldo Le Meingre, governatore di Genova in nome del re di Francia, un trattato di alleanza, in virtù del quale egli cedeva al re il porto di Livorno, a patto che le armi francesi lo proteggessero dalle insidie dei Fiorentini.
Gabriello accolse con giubilo i primi frutti di questa sciaguratissima alleanza. Agnese, che serbava scritte nel cuore le saggie parole di suo padre, vi si rassegnò, sospirando, e pregando Iddio che disperdesse i suoi funesti presentimenti.
I buoni officii del governatore francese ottennero a pro di Gabriello una tregua d'armi; intanto che i Fiorentini proponevano di riscattar Pisa a denaro. L'offerta, male accetta al Visconti, tornò opportuna al suo alleato, che in quel punto desiderava l'amicizia di Firenze, ed agognava a mettere mano sul prezzo, per sottrarre da esso una pingue senseria. — I Pisani, informati delle trattative avviate, lieti di far sorte comune con Firenze, non pensarono che il mediatore dell'intrigo era tal uomo, che non avrebbe mai posposti i suoi interessi a quelli di una povera città italiana. La speranza del promesso riscatto li fece sordi e ciechi ad ogni savia rimostranza. Il popolo pisano convalidò la proposta, ripigliando le armi contro il Visconti. — Il giorno 20 luglio 1405 Pisa era divenuta un campo di battaglia. Alla frantesa convinzione, che in quel dì si combattesse per la salute della patria, tutto il popolo si levò furibondo, ed attaccò con eroico coraggio le schiere del Visconti. Queste si difesero con pari valore; respinsero una, due volte l'attacco; ma alla fine dovettero cedere al numero e all'impeto dei rivoltosi. — Gabriello ed Agnese, seguiti dalla vecchia compagna, ebbero scampo nella rôcca, presidiata da soli duecento cavalieri e da pochi fanti.
Intanto che la rôcca veniva apparecchiata all'estrema difesa, la madre chiamò a sè Gabriello; ed, abbracciatolo con una tenerezza ancora più viva del solito, ed invocata sul capo di lui la benedizione del cielo, potè rinovargli una salutare lezione. — Gli rammentò anzitutto il suo grave fallo; e gliene fece toccare con mano le terribili conseguenze. La prima e la più grave tra quelle era la necessità di volgere le armi contro i suoi cittadini; dacchè questi, insurgendo, prestavano involontario soccorso alle cupide pretensioni di un avventuriero. — L'unico rimedio al suo errore era la vittoria; l'unica emenda il ridonare a' suoi cittadini quella libertà che bramavano, affinchè per l'avvenire non la chiedessero ai nemici comuni. Vincitore, o vinto, doveva Gabriello rompere il funesto patto che lo faceva servo ad interessi estranei. Gli disse, essere mille volte meglio morire, che non ottenere in grazia la vita, e pagarla col sacrificio della propria dignità. — “Guai, conchiuse ella, a quell'uomo ed a quel popolò che spera di ottenere libertà dalla tirannide altrui. Non può essere lecita alleanza quella che ti costringe a combattere al fianco dei nemici della tua patria. Le promesse dell'avventuriero, anche quando fossero generose, tornerebbero sempre a danno di chi le sollecita e le accoglie. Figliuol mio, che tu sia o no signore di Pisa è troppo piccolo interesse, perchè tu scorda d'essere, ad ogni modo e a dispetto d'ogni fortuna, un Visconti e un duce italiano.„ Dopo ciò, scioltasi dagli amplessi del figlio, e rinvigorita dal coraggio che le inspiravano l'amore di madre e la carità ardentissima verso la patria, vestì armi e corazza. — Sorella primogenita di Caterina Riario, s'apprestava a combattere l'ultima battaglia al fianco di suo figlio, ed alla testa dei pochi che gli erano rimasti fedeli.[84]
La nostra eroina sotto quelle spoglie era ancora meravigliosamente bella. — Noi, che abbiamo spesa qualche parola nel dipingerne l'avvenenza florida e giovanile d'altri tempi, dovremo aggiungere che gli anni e le sventure avevano modificata, non deteriorata, la sua bellezza. La severità del volto ingentilita dagli affetti, la regolarità dei lineamenti ravvivata dalla espressione alterna ed incalzante della passione, la vigoría delle forme congiunta alla prontezza dei movimenti facevano di lei il tipo vivo delle sognate amazzoni. Ma, mentre il braccio era fermo e la fronte imperturbata, il cuore parlava dall'occhio un ben diverso linguaggio; era ancora e sempre il cuore della madre e della donna. — La poveretta indovinò che i suoi dolori avrebbero fine; ma presentì ad un tempo che altro a lei carissimo doveva sopravivere e soffrire. — Prima di vestire l'armatura e di confondersi coi soldati, s'inginocchiò; e, rivolta la mente a Dio, non gli chiese la vittoria, ma invocò la grazia di vivere con suo figlio, poichè ella prevedeva ch'egli dovrebbe provare le acerbità della fortuna.
I momenti erano preziosi. La folla dei nemici, ingrossata intorno alla rôcca, colpiva le mura colle pietre e i difensori colle balestre. Il cielo mesceva le sue ire a quelle dei combattenti. Un denso velo di nubi copriva tutto l'orizzonte, e s'avanzava a poco a poco spargendo di tenebre il campo: quell'eroismo fratricida era ingrato a Dio. Frequenti lampi vincevano il balenare delle armi; il tuono rumoreggiava prima cupo e lontano, poi interrotto da clamorosi scoppii, che facevano tremare la terra, e si prolungavano in un muggito assordante. Pareva che la natura volesse divenire sorda e cieca alle bestemmie ed alle violenze che si scambiavano gli assalitori e gli assaliti.
Le baliste e le petriere lanciavano enormi macigni. Ripetendo incessantemente le percosse nella parte più debole della rôcca, la coprivano di fessure, sfondavano i mattoni, spezzavano gli archi morti, facevano piovere nella fossa sottoposta lo sfasciume della ruina, riempiendo l'aria di scheggie e di polvere e spianando la via agli assalitori.
Il campo pisano era già seminato di cadaveri: alcuni colpiti dalle armi degli assediati, altri, in maggior numero, pesti ed uccisi dalla colluvie stipata che ingrossava ad ogni istante. I colpi degli assediati non miravano invano; e la vista degli oppressi e dei morti ravvivava sempre più il furore degli assedianti. Alcuni già toccavano le mura; altri tentavano di appoggiarvi le scale; i più arditi facevano degli sforzi per salire sul rivellino, ponendo il piede e la mano nel cavo delle screpolature, o sovra le pietre sporgenti dai ruderi.
Sugli spalti, dove ferveva maggiormente la battaglia, a fianco dei più coraggiosi, talora davanti a tutti, vedevasi un guerriero dalle armi forbite e colla visiera calata, che, tenendo in una mano il vessillo visconteo, nell'altra la spada, animava colla parola e coll'esempio i compagni. — Era Agnese che, dimentica di sè e del pericolo, teneva vivo ne' suoi fidi l'ardore della difesa.
Ma i valorosi, che pugnavano con lei, compresero, pur troppo, che la resistenza, fosse pur costante e disperata, non sarebbe mai vittoriosa. Lo scrosciare delle pietre annunciava il guasto crescente delle mura; le grida vicine e distinte attestavano che i nemici erano ad un passo dalla breccia. Nondimeno si pugnò con eroico coraggio anche dall'alto della rôcca. Gli audaci, che avevano osato appressarvisi, erano respinti colle aste e coi dardi; i primi, che avevano tentato di scalare la bastita, venivano ruzzolati di colpo nella fossa.
I Pisani, vedendo che l'assalto costava troppo gravi sacrificii, ripigliarono l'uso delle macchine da guerra per aprire la breccia all'angolo del rivellino, su cui era addensato il maggior numero di difensori. L'operazione procedeva alacremente con visibile danno del fortilizio. Già il terrapieno, straziato da mille fessure, era vicino a scoscendere. Il contramuro, che lo rinfiancava, assottigliato dalle percosse, sostenevasi a mala pena sur una pietra fortuitamente invulnerata. Bastava un colpo ben diretto ad abbattere quel sostegno, ed a travolgere, colla più gran parte del muro, gli incauti che vi stavano sopra.
Un più grosso macigno, lanciato con straordinario impeto, arrivò netto allo scopo; la muraglia fu d'improviso nascosta da un nuvolo di polvere; un rombo spaventevole e prolungato annunciò il crollo della bastita. I militi del Visconti, al sùbito traballare del suolo, ebbero tempo di porsi in salvo, retrocedendo precipitosamente; ma Agnese, o inconsapevole del pericolo o disperatamente audace, rimasta immobile al posto, cadde travolta nel terrapieno sfranato. Le scheggie, i frantumi ed il terriccio sollevato in aria dalla scossa, ripiombarono su lei, e la sepellirono nelle ruine.
Alle strida degli assediati rispose un grido selvaggio del popolo vittorioso. I Pisani si precipitarono contro la breccia, e s'apparecchiavano a salirla. Il cadavere dell'infelice Agnese avrebbe servito di scaglione ai furibondi popolani, che anelavano a lanciarsi nella rôcca, per passare a fil di spada quanti vi erano rimasti.
Bocicaldo Le Meingre, il quale aveva assecondato il procedere dei Pisani, affinchè il Visconti ridutto agli estremi s'arrendesse ai patti stipulati da lui, pensò allora di far prevalere un sentimento di umanità, e d'impedire il completo trionfo dei rivoltosi. — Perocchè se questi avessero occupata la rocca, ogni speranza di compromesso tra i Visconti ed i Fiorentini sarebbe svanita. In questo caso, egli perdeva l'opportunità d'acquistare una vantaggiosa influenza in Italia; ed era costretto a rinunciare al pingue lucro dell'arbitramento.
Gli araldi, che si trovavano al campo, per suo ordine fecero squillare le trombe; ed arrestati i vincitori, publicarono in nome del governatore una sospensione d'armi. I Pisani, che avevano disprezzato la voce di un principe italiano, ascoltarono docilmente il comando dell'intruso intermediario.
Memore delle ultime parole della madre, Gabriello avrebbe dovuto respingere ogni proposta. Non gli rimaneva più che a lanciarsi nella ruina ed a morire accanto a lei. Il ferro fratricida gli sarebbe stato meno fatale che non le lusinghe di un falso amico. Sventuratamente non ebbe il coraggio o la previdenza della scelta. Sgomentato dall'impeto dei vincitori, commosso dalla inevitabile sorte de' suoi compagni, colpito nel più profondo dell'anima dall'inaspettata morte di sua madre, accolse la proposta di Le Meingre, e gradì la tregua. Scelse di sopravivere alla sconfitta per rendere i dovuti onori alla spoglia materna. Forse sperò di potere più tardi vendicarla.
Gli araldi interposero fra le parti belligeranti un contratto già sottoscritto dai Fiorentini, in virtù del quale la città e la rocca di Pisa venivano da Gabriello Visconti cedute a Firenze dietro un indenizzo di 206 mila fiorini d'oro. La somma doveva esser sborsata in varie quote, ad epoche fisse; il governatore Le Meingre, ricevendo in deposito il valore convenuto, si faceva garante della esatta osservanza dei patti presso le due parti contraenti.
Gabriello fece diseppellire dai ruderi il cadavere di Agnese. — Se il dolore e la pietà figliale non l'avessero istintivamente condutto innanzi alla sua spoglia, invano avrebbe egli tentato di scoprire le angeliche sembianze di sua madre in quella salma pesta e deforme. Le vennero prestati gli estremi onori con splendidi funerali. Vuolsi che, appena cessato il furore della battaglia, gli stessi nemici le tributassero uno schietto e profondo rimpianto. Gabriello partì pochi giorni dopo, seguito da pochissimi suoi fidi, fra i quali non v'era più Canziana. — La buona donna non potè sopravivere alla disgrazia della sua padrona: infermò, e la seguì poco dopo nella tomba.
Gabriello Visconti si ritirò a Sarzana, unica terra del suo feudo, che gli fosse rimasta fedele. Ma Le Meingre non gli consentì di godervi quella calma, di cui egli aveva bisogno per ristorare le forze, e riaver il coraggio alla sognata riscossa.[85]
Circondato da mille lusinghe visibilmente menzognere, già travedeva sul volto de' suoi vassalli il contagio della seduzione straniera. Nel 1406 abbandonò Sarzana, lasciandovi un governatore, e si diresse alla corte di Gianmaria Visconti, nella speranza di trovare presso il fratello quell'appoggio, ch'egli era deciso di non più accettare dall'amico infido. — Appena fu lontano da Sarzana, i cittadini, istigati da chi governava in suo nome, e sedotti dalle libertà promesse dall'astuto Bocicaldo, si ribellarono contro la dominazione viscontea, e dichiararono di voler fare sorte comune coi genovesi.
Irritato dal procedere sleale de' suoi vassalli, e più ancora dagli scelerati intrighi del governatore di Genova, che mirava a privarlo di tutto, s'unì ai ghibellini nell'intento di porre un freno alle ambiziose mire dei francesi. Battuto una volta dai guelfi, capitanati da Jacopo dal Verme, presso Binasco l'anno 1407, trovò un ricovero ed una prigione nel castello di Porta Giovia in Milano. L'anno seguente cambiò il carcere nel bando; errò qualche tempo per le città del Piemonte; e alla fine risolvette di recarsi a Genova per chiedere al governatore la somma di ottanta mila fiorini d'oro, che gli erano ancora dovuti per la cessione di Pisa. — Ma Le Meingre, mallevadore del contratto e depositario della somma, trovò miglior partito di sbarazzarsi del creditore, accusandolo di essere venuto a Genova per congiurare a danno dei guelfi, e per rimettere la città in potere dei ghibellini. Gabriello fu quindi imprigionato; la stranissima accusa venne autenticata dalla tortura: e il reo, posto ai tormenti, confessò l'imaginaria conspirazione e la sua complicità; onde fu dannato a morte e decapitato, il 15 dicembre 1408. Dopo ciò, Le Meingre ritenne la somma come legale confisca dei beni di un fellone.
Dio era stato pietoso chiamando a sè la povera Agnese prima di quell'infaustissimo giorno.
FINE
1. E cotal pianta di Republica è fondata sopra i due principj eterni di questo mondo di nazioni, che sono la mente e il corpo degli uomini, che le compongono. Imperocchè constando gli uomini di queste due parti, delle quali una è nobile, che come tale dovrebbe comandare, e l'altra vile, la quale dovrebbe servire, e per la corrotta natura umana senza l'ajuto della filosofia, la quale non può soccorrere che a pochissimi, non potendo l'universale degli uomini far sì che privatamente la mente di ciascheduno comandasse e non servisse al suo corpo, la divina Provvedenza ordinò talmente le cose umane con quest'ordine eterno che nelle Republiche quelli che usano la mente vi comandino, e quelli che usano il corpo vi ubbidiscano. (G. B. Vico Scienza nuova pag. 25.)
2. Sopratutt'altro per le fontane perenni fu detto da' politici, che la comunanza dell'acqua fosse stata l'occasione, che da presso vi si unissero le famiglie. (Vico Scienza nuova lib. 2, pag. 199.)
3. Romagnosi.
4. Vico, Scienza nuova lib. I, pag. 62.
5. Secondo il Tiraboschi Carlo Magno, quasi compiutamente illetterato, approfittò del suo soggiorno in Italia per apprendere i rudimenti della lingua latina dal grammatico Pietro da Pisa. (Storia della lett. ital. voi. III. c. I.)
6. Il regno dei Longobardi era stato diviso fra 35 governatori che pigliavano il nome di duchi; ciascuno dei quali era tiranno assoluto della provincia a lui commessa.
7. Tacit Ann. lib. 1.
8. ... ciascun nobile poteva occidere un plebeo con la pena de libre septe et soldo uno de terzolij per la qual cosa molti erano morti. Corio Hist. di Mil.
9. C. Cattaneo. Introd. alle notizie ecc. pag. LVI.
10. La republica di Milano si limitava alla città, e a qualche villaggio del suburbio. A piccola distanza esistevano le Contee del Seprio, della Martesana, ed altri distretti, che avevano una costituzione propria.
11. Muratori R. I. S. Dissert. 46.
12. Le cerimonie di questo giudizio di Dio, sono riferite per esteso da Landolfo juniore al cap. X, Rer. It. Script. Tom. V. p. 476.
13. Rer. Ital. Scrip., tom. V, pag. 378.
14. Trist. Calch. Med. Hist. Patr., lib. 7, p. 149. Verri Stor. di Mil., t. 1, p. 252.
15. Sismondi, St. del risorgimento della libertà in Italia, cap. II.
16. Trist. Calch.
17. Murena R. Ital. Scrip., tomo VI.
18. Galvano Fiamma.
19. Sir R. Peel.
20. Il nostro Podestà fu in altro secolo superato da più zelanti interpreti delle bolle pontificie. L'elettore di Treveri, per dare effetto alla bolla di Innocenzo VIII (1484), in poco tempo distrusse col fuoco e colla mannaja 6510 individui accusati di stregoneria. — Sprengel. Stor. pramm. della medicina. Gioia Galat. Lib. III. Cap. VIII.
21. I cittadini di Reggio, sconfitti dai Parmigiani presso la Secchia, furono rilasciati dalle carceri con una mitra di carta in capo ed una canna in mano (1152). All'uscire di prigione, un aguzzino dava ad ognuno di essi uno scappellotto. Lo raccontano il Muratori (Annali d'Italia) ed il Tassoni al canto V. della Secchia rapita. — Sorte più umiliante toccò ai Parmigiani prigionieri in Cremona (1230): essi furono rinviati alle loro case senza brache e in mezzo ai fischii della plebe. — Un fascio di paglia si appose alle natiche dei prigionieri pavesi, e vi si diè fuoco al momento d'uscir di Milano (1108). Lo narra il Fiamma (Rer. It. Script. Tom. XI). — I nobili erano rimandati coll'obligo di portare un cane sulle spalle, i prelati dovevano tenere un messale, i contadini un aratro. Ce ne dà conferma lo storico Arnolfo Hist. Mediol. lib. 1.
22. Vedi Corio all'anno 1240.
23. Ce lo attestano il Corio, e Landolfo Seniore, citato dal Giulini all'anno 1037. L'uso dei cognomi divenne generale verso il secolo X. Essi si desumevano o dalle cariche, come i Visconti (Vicecomites) Cattanei (Castellani) De Capitani (Capitani) Avogadri (Avvocati) ecc.; oppure dal nome dei parenti, come Donati, Ridolfi, Uberti, Orsini; o da vizii e difetti personali, come Zoppi, Malatesta ecc.; o in fine dai sopranomi dettati talvolta dal buon umore delle publiche festività; tali sarebbero Cane, Mosca, Braccio, Cassone, Mastino ecc.
24. G. P. Crescenzi, Anfiteat. Romano, nel quale colle memorie dei grandi si riepilogano in parte l'origine et le grandezze dei primi potentati di Europa. Milano 1648. — Di quest'opera si è publicata soltanto la prima parte. L'altra, tuttora inedita, esiste nella biblioteca Belgiojoso. È una disordinata collezione di molte notizie storiche ed altretante favole.
25. Il Ritratto di Milano colorito da Carlo Torre. Milano 1715.
26. G. P. Crescenzi sudetto.
27. Ecco questa iscrizione quale fu copiata da G. Flamma nel libro 7.º delle sue Cronache.
Je Fuy Galdé de Turbigez
Roy des Lombards incoronez
Sur les autres Barones apprexiez
Ce que vos veez ou portez
Por Deo vos prí non me robez.
Sotto la pietra si trovò un avello, entro cui giaceva il cadavere con corona d'oro massiccio tempestata di gemme: aveva allato uno stocco, sul pomo del quale era inciso il seguente distico:
Cet est l'espee de miser Tristant
Un il occist Lamorath d'Yrlant.
28. Corio, Hist. di Mil., parte prima fogl. 7.
29. Lib. 1, Vicecom., fogl. 16.
30. Lib. 10, fogl. 114.
31. Crescenzi sudetto.
32. Ritratto di Milano.
33. Trist. Calc. Hist. Urbis Med.
34. Trist. Calch. sud.
35. C. Cattaneo. Alcuni scritti, vol. 1, p. 82.
36. Sismondi. Storia del Risorgimento, del progresso, del decadimento e della ruina della libertà in Italia. Cap. IV, pag. 110.
37. Verri. Storia di Milano, Cap. X.
38. Rainaldi ad annum 1341, citato dal Verri.
39. Inferno. Canto XIX.
40. Purgatorio. Canto XVI.
41. C. Balbo. Vita di Dante, Cap. II, lib. II.
42. Rosmini, Storia di Milano.
43. Sismondi. Storia della libertà in Italia. Cap. VI.
44. Machiavelli, Il Principe. Cap. XVII.
45. Vedi il Corio e P. Giovio.
46. Dante. Purgatorio, Cap. XVI.
47. C. Balbo. Vita di Dante.
48. Storia del risorgimento, e della ruina della libertà in Italia. Cap. III.
49. Vino d'Apuglia assai prelibato e riputatissimo anche presso gli antichi.
50. La maggior parte degli storici attribuisce trentadue figli a Barnabò Visconti. — Pompeo Litta nelle sue famiglie celebri italiane ne registra e ne nomina trentatre, tra i quali più della metà bastardi.
51. Decreta antiqua pag. 185 (1393).
52. Sismondi.
53. Stat. Cap. 455.
54. La dote stipulata per queste nozze fu di cento mila fiorini d'oro. Verri Istoria di Milano C. XIV. Giulini e Corio all'anno 1365.
55. Andrea Gataro, nella storia di Padova publicata dal Muratori, ne racconta come nell'inverno 1363 trovandosi in Roma Francesco vecchio da Carrara, non vedesse un sol cammino in quella città; perchè tutti facevano fuoco nel mezzo della casa sul pavimento, oppure in cassoni pieni di terra.
56. G. Flamma. Opus de gest Azon. Vicecom. Muratori Dis. Vol. XXV.
57. Quod ostendunt naticas etc.... Vedi il Musso suddetto.
58. Dante, Purgatorio, Canto VIII.
59. G. Merula Antiq. Vicecomitum lib. 1.
60. Ritratto di Milano colorito da Carlo Torre, lib. I.
61. Leggasi l'iscrizione seguente che fregiava l'ingresso della Porta Romana, e che Galeazzo II trasportò sul ponte del Ticino a Pavia:
Dic homo qui transis, dum Portae limina tangis:
Roma secunda vale; Regni decus Imperiale,
Urbs veneranda nimis, plenissima rebus opimis;
Te metuunt gentes, tibi flectunt colla Potentes,
Tu bello Thebas, tu sensu vincis Athenas.
62. Vedi il Giulini all'anno 1016.
63. Vedi il Giulini sudetto all'anno 1262.
64. Attestano questo fatto le due strade di S. Giovanni sul Muro, e dei Moriggi (ad muricolos). Vedi il Fumagalli. — Vicende di Milano dopo la distruzione di Federico Barbarossa.
65. Galateo di M. Gioja, lib. III.
66. El pascuee di gainn, di rest, ecc.
67. Giulini all'anno 1268.
68. Galateo di M. Gioja, lib. III.
69. Giulini all'anno 1223.
70. Giusti Proverbj. Illus. VI.
71. Galv. Flamma Manip. Flor. Cap. XXV.
72. Lacrymas etiamnum marmora manant. Ovid Metam. Lib. VI.
73. Contro il furto duravano le leggi della Republica, emanate dal podestà Beno da Gozadino; giusta le quali, il ladro era punito la prima volta colla perdita d'un occhio, la seconda col taglio delle due mani, la terza (era il caso del Seregnino) colla forca. — Statuto di Milano, all'anno 1272.
74. Statuto di Milano, dell'anno 1272.
75. Giulini, all'anno 1232.
76. C. Simonetta. Prefaz. pag. 14.
77. Vedi il Corio all'anno 1385.
78. Conobbi un pitocco che, al sopravenire dell'inverno, si rendeva colpevole di qualche piccola trasgressione, per essere colto e imprigionato. Nel carcere trovava almeno un tetto ed il pane quotidiano.
79. P. Giovio. Vita dei XII Visconti.
80. Tali parole furono pronunciate dal vescovo di Novara Pietro di Candia, che poi diventò papa Alessandro V, nella cerimonia solenne celebratasi sulla Piazza di S. Ambrogio, quando Giangaleazzo vestì le insegne ducali.
81. P. Giovio. Vita dei XII Visconti. Trad. di Lodovico Domenichi.
82. P. Litta. Famiglie celebri italiane. I Visconti. Fascicolo IX, tav. VI.
83. P. Litta. Famiglie celebri italiane. — I Visconti.
84. Caterina Riario, figlia di Galeazzo Sforza duca di Milano, fece prodigj di valore nella difesa della rocca di Forlì. P. Litta. Famiglie celebri italiane.
85. And. Billius. Histor. lib. I. Rer. It. Script. Tomo XIX. Georgii Stellae Ann. Genneus. pag. 1217 R. I. Script. Tomo XVII.