Passavan cheti e taciturni avanti
Senza ronde scontrar nè sentinelle;
Quando cessaro all'improvviso i canti,
E i gridi e gli urli andar fino alle stelle
I soldati longobardi, che lungi dal custodire le mura si deliziavano a bevere a isonne, furono avvisati da Alberada del rumore crescente che udivasi per la città. E non appena questa si allontanò per ritirarsi alla rocca, che un centurione capitò loro addosso e li garrì acerbamente dell'insubordinato condursi, ordinando che stessero in punto sotto le armi, perchè questo era il comandamento di monsignore Gisulfo. Nello stesso tempo e' videro calar giù dalla rocca grossa mano di soldati, con bianca camescia su per la corazza, conducendosi a redina i cavalli, e ragunarsi presso le porte uno stuolo, che dava sul migliaio, di uomini d'armi dello stesso modo divisati. Indi un'altra folla di arcadori, che a mano a mano si attelavano sui baluardi, allogandosi ad ogni merlo e ad ogni bertesca, guarnendo le torri delle porte e tutto lo spianato dei bastioni. Quei poveri soldati ubbriachi, che noi abbiam veduto nel capitolo precedente, guardavano allampanati, non comprendendo qual demonio volesse significare tutto quell'apparato ostile, mentre la tregua spirava il poi domani. Ma il loro stupore non fu lungo. Imperciocchè, non passò guari, e videro comparire il principe Gisulfo in persona, alla testa di un cinquecento cavalli ed un buon migliaio di fantiglia. Egli ordinò: che senza rumor fare si aprissero le porte; che i soldati di guardia vigilassero attenti, e che, nel caso ei fossero inseguiti da quei di fuori, le richiudessero loro alle spalle, appena stessero novellamente riparati tutti dentro; che quei delle mura travagliassero dei mangani e delle frecciate i Normanni, i quali benissimo da loro distinguevansi, perchè non vestiti di bianco; e che il resto dei cittadini e dei militari si tenessero pronti a spalleggiarli, in caso che dimandassero aiuto. Date queste disposizioni, la porta Marina e la porta di Eboli si aprono e Gisulfo col seguito esce.
Traditorescamente, e contro il sacramento della tregua, questo principe cercava sorprendere con un'incamiciata i Normanni, tra per decidere così guerra terribile, tra per distogliere il duello. Il perverso disegno gli tornò fatale. Perocchè non appena tutta la sua gente ebbe oltrepassate le porte, che da quegli accampamenti, fino allora sembrati stanza a gente neghittosamente addormentata, sbucano fuori a guisa di demoni i Normanni.
La faccenda era proceduta di questo modo. Come Alberada mandò nel campo, per lo mezzo del verrettone, la novella che i Longobardi preparavano una sorpresa, quella pergamena da un giovanetto, per ordine del padre lì collocato ad addestrarsi in tutti i travagli della milizia, fu recata a Roberto Guiscardo. Il giovanetto era Boemondo. Roberto senza prendere indugi fa svegliare le sue truppe tenda per tenda con cautela e silenzio; ordina loro tenersi presti a seguire monsignor di Bovino: vestissero le armi quetamente e solleciti, e del ventre per terra restassero ad orecchiare dinnante la tenda. Indi fa svegliare la sua quadriglia di Calabresi, ai quali comanda di seguirlo, strisciando di pancia al suolo, fin sotto le mura; ed un'ultima parte di gente affida al priore. Formava così il piano: di cacciarsi egli nella città a portarvi la morte e lo scompiglio, come che i Longobardi ne fossero usciti, trovando aperte le porte, sgangherarle a colpi di mazza se chiuse: il priore Guiberto tenergli dietro, sia per aiutarlo sia per proteggerne la ritirata: monsignor di Bovino dare addosso alla gente di Gisulfo. Questi ordini, questo disegno di attacco furono l'opera di un momento, e compieronsi con eguale sollecitudine e silenzio, stando le truppe ben distribuite nelle tende e da quelle protette dalla scoverta delle vedette longobarde.
Uscito quindi Gisulfo fuori le porte, e disposte le colonne delle sue truppe per procedere riuniti e con ordine, tutto ad un tratto ode dal campo, quasi vicino alle sue orecchie, uno squillo di tromba, ed a quel suono si vede rizzato innanzi, ai fianchi, e dietro un esercito come se fosse sbucato di sotterra. Roberto senza nulla incaricarsi di lui entra nella città, per le porte lasciate aperte, e vi precipita con tanto impeto e sollecitudine, e così prestamente se ne impadronisce, che i soldati longobardi di guardia hanno appena tempo di distinguere non essere i loro tornati indietro perchè scoperti dal nemico, ma Guiscardo in persona con quei suoi demonii di Calabresi. E subitamente dopo a Roberto entra il priore che si era alzato di fianco a Gisulfo. Guiberto non s'impaccia di scaricarsi sui Longobardi, credendoli assai bene affidati all'ospitalità apostolica del vescovo di Bovino. Penetrato anch'e' nelle mura, chè ormai le porte tenevano i Normanni, comincia a distendersi sui baluardi, sgozzando le guardie e precipitandole nei fossi, ed occupa le bastie, in guisa che, in minor tempo che noi non ne abbiamo posto a raccontarlo, le fortificazioni di Salerno cadono in mano a' nemici.
Il principe Gisulfo intanto, vistosi così di repente circondato dall'esercito nemico, e vistoselo in gran parte sgomberare d'attorno quasi fuoco fatuo, comprende di leggeri di che si tratta. Laonde, invece di avventarsi addosso alle masnade di monsignor di Bovino, che, le picche appoggiate al petto, stavan lì per riceverlo, pensa a rientrare nella città, finchè ne aveva ancor tempo. Infatti ordina ai suoi di voltare le spalle e seguirlo.
Io non vi dirò quale accoglienza preparasse loro Roberto di fronte, e come il vescovo e gli altri condottieri li carezzassero alle spalle. Fu fatto dei Longobardi macello da destar pietà, talchè non uno dello sciagurato seguito del principe rimase vivo. Ma Gisulfo ebbe ventura scampare, perchè quei di Salerno, al rumore ed alle grida svegliati, presero anch'essi la pugna e cominciarono a travagliare i Normanni, e perchè sua sorella, la quale come ogni altro soldato si batteva, lo coverse del suo pavese. Sfuggì quindi alla strage, e solo, affranto, ebbe campo appena di andarsi a chiudere nel castello e farne serrare le porte. Il vescovo di Bovino poi, essendo anch'egli venuto dentro in città con l'alba che spuntava, si riaccende per ogni straduzza, per ogni chiassuolo accanito badalucco, non volendo quei di Salerno ceder senza fare almeno gli ultimi sforzi. Li animava Baccelardo. Questi, restato nel castello a dormire, della perfidia di Gisulfo nulla sospettando, al trambusto si era svegliato. Comprende tutto in un baleno. Accoglie perciò gli avanzi del presidio del castello ed alquante milizie cittadine, e si apre varco sino alle porte, dove Roberto faceva aspro scempio di Longobardi e Salernitani. Là giunto, lo riconosce, lo chiama a nome, gli si scaglia sopra come demonio. Terribile, cieca è la lutta che fra loro s'ingaggia.
—Vengo a domandarti il mio guanto, gridava Baccelardo, gli è tempo omai che me lo renda, usurpatore de' Stati miei.
—Il tuo guanto è qui, appeso all'elsa della mia spada; prendilo, sclamava Roberto.
E cotal botta gli menava là, dove l'epa discende all'inguine, che, se di peggior tempra la panciera si fosse trovata, lo avrebbe passato da parte a parte.
E di rimando Baccelardo gli misurava una stoccata.
Roberto è ferito alla coscia e vacilla. Accorgendosi Baccelardo di averlo colpito e di poterlo finire più facilmente, l'incalza di maggiore vigoria. Però Sigelgaita, che d'appresso a Roberto pugnava unitamente a Boemondo—comechè di soli quindici anni—avvedutasi parimenti del colpo del marito, grida, ed ambo correndo in aiuto di lui, mentre fin allora non avevano fatto che guardargli le spalle, stringono siffattamente Baccelardo, che l'obbligano a retrocedere maggiormente perchè era omai restato solo. Allora questo sventurato principe non vede altro riparo per sè che fuggire da una città caduta in mano del suo più crudele nemico. Mette fischio acuto, e in un instante si sente comparire alle spalle il cavallo. Vi monta sopra senza toccar staffa, si caccia per tortuosi oscuri vicoli, finchè non giunge a porta di Ronca, che sola rimaneva ancora in potere dei cittadini, se la fa aprire, si lancia su per quegli aridi greppi, e scompare.
La città di Salerno già padroneggiavano i Normanni.
Si rivolsero quindi alla rocca, nella quale si teneva chiuso Gisulfo. Questo principe aveva combattuto con ferocia, e si era ritirato in quell'ultimo baluardo, credendo potere opporre estrema resistenza col presidio che si trovava lì dentro, o almeno capitolare dignitosamente. Indicibile fu perciò la sua disperazione quando udì che il presidio aveva menato via Baccelardo onde andare ad affrontare i Normanni laggiù nella città. Il tradimento da lui progettato gli tornava fatale anche per questo verso. Bestemmia, si dispera; però non gli resta meglio che implorare la pietà del vincitore. Laonde manda i due legati a supplicare Roberto affinchè volesse, se non altro, accordare la libertà sì a lui che alla sua famiglia, e lasciar loro la vita, perchè si sarebbero resi sul momento.
Alberada e l'abate vennero al padiglione di Roberto. Questi si era fatto condurre negli accampamenti per medicare la ferita. Giunto nel vestibolo della tenda, l'abate si volge ad Alberada e le dice:
—Madonna, vi ricordo ch'egli è omai tempo di mandare a compimento le commissioni che la beatitudine di papa Gregorio vi dava.
Ed Alberada a lui:
—Messer abate, la beatitudine di papa Gregorio è un infame. Ildebrando mi tendeva laccio codardo, che Iddio nella sua immensa misericordia ebbe pietà di farmi alfine comprendere, e cavarmi dal precipitar nel delitto. Questo sappiatevi, messer abate, e non cercate di penetrar oltre in tanto scellerato viluppo.
Ugone sospira nè dice altro. Dopo di che Alberada si tira il capperuccio fino agli occhi, ed entrano nella tenda.
Trovarono Roberto attorniato dai suoi fedeli, da parecchi conti e baroni, da Sigelgaita e da Boemondo che avevano assistito alla medicazione della profonda ma non pericolosa piaga. Come il duca li vide, comprese subito di che si trattasse. Per lo che, dirigendosi generosamente a sua moglie, le ordina:
—Madonna, vogliate avere la cortesia di dare udienza ai messi di vostro fratello, che certo di qualche cosa manda a noi a raccomandarsi.
Sigelgaita allora si rivolge ai legati e sclama:
—Favellate, messeri, chè la volontà di nostro fratello sarà fatta.
—Egli non vi sarà di molta molestia, madonna, risponde tristamente l'abate. Lo sventurato principe Gisulfo promette cedere la rocca, dove che a lui si conceda la vita e la libertà, unitamente ai membri della sua famiglia.
—E non altro? dimanda Sigelgaita.
—Non altro, madonna, conoscendo egli il suo torto, e come duramente col duca Roberto si sia comportato. Vogliate perciò usargli cortesia di non negargli così tenue grazia, in mercè del castello che consente di aprirvi senza colpo ferire.
—Il suo piacere sarà fatto, riprende Sigelgaita. E perchè il rendere la casa dei padri suoi gli torni men aspro, io medesima mi reco a pigliarne possedimento.
—Delicata idea! sclama l'abate, e basterebbe essa sola, madonna, se vi mancassero le grazie ed il valore, per allogarvi fra le più nobili dame d'Italia.
Sigelgaita esce, e l'abate, dopo alquanto di silenzio, rivoltosi a Roberto dimanda:
—Non vorreste, monsignore, accordarmi adesso l'onore di favellarvi breve tratto in segreto?
—Sì bene, risponde Roberto; traetevi altrove, signori—e tu altresì, Boemondo, col molto riverendo padre che accompagna l'abate.
Boemondo ed Alberada si ritirano allora in uno scompartimento della tenda, attiguo a quello dove Ugone e Roberto dovevano favellare—e non saprei dirvi quanto Alberada ne fosse contenta. Dappoichè, quivi giunta, si gitta indietro il cappuccio di un tratto, e toltosi in grembo Boemondo, prende a coprirlo di baci e di lagrime gridando, affogata dai singhiozzi:
—Io sono tua madre, Boemondo, io sono la sfortunata Alberada.
XI.
S'avons perdu et je et vous assez
Amis et drus et parens et privez.
Quel ribocco di amore però non fu di lunga durata. Alcune parole dell'abate, che parlava di Guiberto, colpiscono le loro orecchie. L'infelice donna si arresta a mezzo ai baci, taglia nette le parole di lungo amore compresso e le non mai sazie carezze, ed i non mai inebriati sguardi, e sta più attentamente ad ascoltare. Qual dubbio v'era? Il mercato era fatto, il patto di sangue era conchiuso. Il papa dava a Guiscardo investitura del principato di Salerno e del ducato di Amalfi, e Guiscardo al papa un uomo—l'abborrito, il paventato priore di Lacedonia! Laonde andasse egli, abate di Cluny, a chiamarlo a nome di Roberto alle tende, perchè quivi avrebbe questi di alcuna maniera provocate liti con lui, e tiratolo del ciuffo ad atto di violenza qualsiasi. Allora, gridando che il priore tentava assassinarlo, così inchiodato al letto come trovavasi, i suoi fedeli Calabresi sarebbero accorsi, lo avrebbero fatto prigione, e senza fallo, senza obbrobrio, si saria mandato al papa in olocausto.
A tale scellerato accordo Alberada abbrividìsce e lo stesso Boemondo si sente ardere di sdegno. Questo giovanetto si era trovato così fra le braccia di sua madre senza aspettarselo, senza esservi preparato di alcuna maniera. Fanciullo di appena tre anni, una mattina, nel più bel mezzo di lieto banchetto, aveva sentito avventarsela al collo per coprirlo di baci, poscia non l'aveva più veduta, e gli avevano anche inibito parlar di lei. Ma quei baci, quell'aspetto in cui qualche cosa d'inusitato favellava, non gli si era tolto più dalla mente. Anzi, a misura che cresceva negli anni e di quella scena si rammentava, ovvero alcun pietoso gli raccontava dei torti di suo padre e delle sventure della madre sua, quei baci sentiva ancora più affettuosi e disperati penetrargli fino al cuore, di quell'aspetto s'inebriava. In guisa che bastarono appena le prime carezze, le prime parole di Alberada per tutto tornargli alla mente, per vedere incarnata la visione di tante notti, ed i pensieri dell'ore meste in che l'obbligavano di fare la guardia al campo. Si precipitò fra le braccia di quella donna con ebrietà, con delirio, e le carezze ed i baci le restituì non meno ardenti ed affettuosi. Maggiormente poi che, ad onta degli anni e delle sofferenze, il volto di Alberada poco erasi mutato.
Alberada aveva di quei sembianti infantili i quali lieve e tardi risentono l'ala del tempo.
Quante cose non si avevano dessi a domandare, quante parole a ripetere, quante storie a raccontarsi, e sfoghi, e compiacenze, e tenerezze, e baci ed altri baci ancora, e non mai saziarsi di quella santa inenarrabile voluttà? Le parole di Roberto e dell'abate furono lo scongiuro che ruppe tutti gl'incanti, ogni delirio agghiacciò—nell'anima di Alberada, perchè si sentiva colpire nell'uomo che, dopo Guiscardo, amò più e che la riamava ardentemente; in quella di Boemondo, perchè il vituperato patteggiare di suo padre l'oltraggiava. In guisa che, quando udirono partito l'abate per consumare il tradimento e tirare nella trappola Guiberto, ambedue, senza affatto comunicarsi i pensieri, un medesimo sentimento inspirò. Usciti da un altro lato del padiglione, verso la rocca si avviano, sperando trovar quivi il barone di Lacedonia.
In effetti vi giunsero contemporaneamente all'abate di Cluny, quando il misero Gisulfo, che in lui vedeva spegnersi l'ultima facella della dominazione longobarda in Italia, usciva dal castello de' padri suoi con la desolata sua famiglia, nudo, la testa china, senza sapere dove la sera avrebbe riposato il capo, senza speranza di una crosta di pane pel domani.
Così ignotamente passava il dominio di una forte nazione sopra le contrade d'Italia. E quel che peggio era, non passava per andare a dormire nel sepolcro il sonno dell'oblio, ma per trascinarsi di castello in castello, di terra in terra, di porta in porta, accattando un frusto di compassione, e non trovando che disprezzo. Imperciocchè la miseria del debole commuove, l'abbiezione del forte rallegra, ed eccita al dileggiamento. E nel punto stesso che Gisulfo, accompagnato da sua sorella, nobilmente rassegnato e mutolo usciva, il priore Guiberto allogava agli spaldi guardie normanne, a nome di Guiscardo, e del castello prendeva possesso. Allora l'abate di Cluny gli si presenta e dice con voce peritosa e tremante:
—Messere, vogliate avere la cortesia di seguirmi alle tende del duca, perocchè egli, quivi trattenuto dalla ferita come sapete, ha gravi e pressanti comandi a darvi in ordine alla città.
—Sì bene, ser legato, vengo tosto. Però in avvenire non prendete sbaglio sulle parole. Io non ricevo comandi da chicchessia, fuori dell'imperatore, ed a Guiscardo sono alleato non vassallo.
—Vi dimando perdono allora, messer barone, se profferii motto che mal vi tornasse gradito. Non vorrei però che ciò fosse cagione del vostro non arrendervi ai desideri del duca Roberto che ha premuroso bisogno di voi.
—Vi ho detto che vengo sul fatto, risponde il priore.
E sì dicendo in compagnia dell'abate si avviava per discendere agli accampamenti.
Allora Alberada si presenta loro, e gittandosi dietro il cappuccio che le celava compiutamente il sembiante, al priore favella:
—Guiberto, non andate con codesto traditóre, perchè la vostra testa, da recarsi al papa, tra costui e Roberto è stata patteggiata. Fuggite anzi, fuggite senza indugio.
—Alberada! sclamano ad un tempo il priore e l'abate.
Ed ella:
—Fuggi, Guiberto, fuggi sollecito in nome di Dio! chè da un momento all'altro non saresti più a tempo. E tu, abate di Cluny, uomo fino ad ieri senza macchia, vergógnati e péntiti di essere disceso al mestiere del sicario.
A queste acerbe parole, Ugone, che sempre era stato buono ed onorato, si sente commuovere. Il suo fallo gli salta agli occhi spaventevole, si vede vituperato da tutta Europa, gli sembra udir raccontare il suo tradimento per tutte le corti, sente strapparsi fino dal sangue l'epiteto di virtuoso attaccato al suo nome, e conciossiachè anche in quell'azione condannevole e' fosse stato spinto da pietà per qualcuno, nell'anima s'intenerisce, nel volto si copre di rossore, e cadendo al ginocchio di Guiberto sclama:
—Perdono.
Quest'atteggiamento, questa sola parola profferita di accento pietosamente solenne e profondo, tutto rivelano a Guiberto. E leggendo altresì negli occhi di Alberada l'ansia paurosa che la divorava, e nel sembiante abbattuto di Boemondo, vergognoso dell'onta del padre suo, tutta l'urgenza, tutta l'estensione della cosa, alza il pugno armato della manopola di ferro onde percuotere l'abate sul calvo capo. Poi tutto ad un tratto ristà, si ferma un istante a guardarlo in quel supplice atto, stringe la mano a Boemondo, le gote gli bacia, e voltosi ad Alberada:
—Partiamo, sclama, Roberto Guiscardo udrà presto notizie di me.
—Parti tu, fuggi sollecito, Guiberto, risponde Alberada smaniosa; ricórdati quanto Roberto sia scaltro, Ildebrando terribile—fuggi, ti raggiungerò.
—Dove? quando? non saresti ancora tu in pericolo, Alberada?
—Non pensare di me, che vivo sicura sotto l'egida di legato. Non arrestarti nei paesi d'Italia, dove il potere del papa e del duca è illimitato; varca i monti. Ti raggiungerò in Germania. Ma presto, in nome di Gesù! fuggi presto; potresti essere inseguito.
Guiberto si getta al collo di Alberada, le dà lungo abbraccio, e parte.
Allora l'abate di Cluny le si volge e dice:
—Che facesti, Alberada! io lo tradiva per te!
—Vergogna! vergogna, sclama Alberada coprendosi il volto con ambo le mani. Nel mondo non v'ha dunque più un cuore che ricetti la virtù?
Ugone resta a considerarla un momento, poi sospirando dimanda:
—Ed al papa che recherai in risposta, sventurata! che recherai?
Alberada alza gli occhi al cielo, accenna della mano il suo capo, e risponde con nobiltà:
—La testa.
Fine del primo volume.
NOTA.
Perchè non si credano miracolose le pruove di forza accennate nel capitolo VIII si ricordino questi fatti storici.
Azzeddoulat, principe persiano, colle sole braccia stramazzava a terra un toro, e faceva la caccia ai leoni.
Babaram, figlio di Iezdegerdo re di Persia, tolse la competutagli corona fra due leoni affamati, che uccise, disarmato, e sbranò!!
Bouflers signore di Piccardia, come assicurano Loisel, Memorie del Beauvese, e La Marlière nelle sue Case Illustri, rompeva con le dita un ferro di cavallo—da stare su di un piede niuno lo rimoveva—si alzava sulle braccia un cavallo e lo portava per molta distanza—con gli stivali alle gambe passava di un salto i più larghi fossi—uccideva di una sassata i quadrupedi al corso, gli uccelli al volo—in una corsa di dugento passi avanzava un cavallo di Spagna.
Cleomede, dall'oracolo disegnato ultimo degli eroi, defraudato del premio della lotta, ruppe la colonna di una scuola sotto le cui rovine perirono 60 persone. E qui si ricordi anche Sansone—se i semidei della Bibbia non sono miti o favole come quelli delle Mille ed una notte.
Federico-Augusto I, re di Polonia—Ettore—Ercole—Federico II elettore di Brandeburg soprannominato dente di ferro, ebbero forza maravigliosa.
Firmio, chiamato il Ciclopo, che si fece proclamare imperatore in Egitto per vendicare Zenobia, si dava a battere i metalli sul petto come sopra un'incudine.
Luigi Gonzaga, signore di Sabbioneta nel Mantovano, soprannomato il Rodomonte, al dir del Guazzo, storico contemporaneo, ogni grosso ferro di cavallo apriva, e spezzava di una sola scossa una fune grossa come cinque corde d'arco.
Il padre di Giacomo Rouxel, de Medavy, conte di Grancey e maresciallo di Luigi XIII, avendo passato fuor fuori il signore di Frepigny, uomo d'arme, lo portò in aria tutt'armato qual'era ed infilzato alla sua spada per più di 4 passi.
Graziano, padre dell'imperatore Valentiniano I;
Marco Aurelio—Mario che con un dito fermava una carretta nel massimo del corso;
Giovanni Podikove che rompeva in due un ferro di cavallo;
Andrea Everardo Rauber signore di Petrouel, che rompeva anche un ferro di cavallo, e che aveva una barba lunga fino a terra e da terra alla cintura, per sposare una figlia naturale di Massimiliano duellò con uno spagnuolo a chi mettesse l'altro in un sacco, e ve lo mise;
Il celebre Giorgio Castriota detto Scandeberg, il quale per la sua forza invogliò Maometto II a volerne vedere la scimitarra. Giorgio gliela mandò dicendogli: che si era ben guardato mandargli altresì il braccio il quale l'adoperava;
Cervione—Charri—e per ultimo Ugone Tudextisen, di cui parla Summonte, che, per dar saggio di gagliardia agli ambasciadori greci, scaricò un colpo di pugno sulla testa di un cavallo, e l'uccise.
Questi esempi, ed altri numerosissimi, fanno fede che noi non esagerammo nelle prove che descrivemmo poc'anzi.
INDICE
Note
1: Il morgingab era un dono che il marito dava alla moglie dopo la prima notte delle nozze per averla trovata vergine. Ed era tanto l'entusiasmo degli uomini di allora per questa verginità, che le leggi ebbero a metter regola e modi ai loro doni.
NOTA DI TRASCRIZIONE:
Sono state effettuate le seguenti correzioni:
- La giustizia favelli nei {vosti|vostri} cuori,
- E sì dicendo il giovane {proscrittto|proscritto} scendeva
- vi dan dentro e ne fanno poderoso {marcello|macello}.
- —Oh birbi, birbi, birbi! sclama {qualcuuno|qualcuno}.
- il priore le dà forte dell'aspersorio nella {frone|fronte}
- È costretto {tonar|tornar}. Giurollo.
- Io voglio sollevare per un {istate|istante} un velo
- avevo dovuto interdirmi ogni {afetto|affetto} tenero,
- E con tal fatto gran numero di vite sarebbe {ririsparmato|risparmiato}
- altra discussione tra i guerrieri di {Gisulso|Gisulfo} cominciò.
- L'abate sorride e {presegue|prosegue}:
- Ognuno pensò che, se colui non {fossse|fosse} davvero il diavolo,
- che tutta la notte, malgrado {li|il} vino
L'uso delle virgolette per il discorso indiretto è bizzarro e incostante, e probabilmente mal interpretato dai tipografi. Abbiamo riprodotto quanto appare nell'originale, nei limiti del possibile.