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Il secolo che muore, vol. II cover

Il secolo che muore, vol. II

Chapter 6: Capitolo XIV. . . . . . . . . . . . . . . . .
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About This Book

L'autore ripercorre eventi e riflessioni sulla lotta per l'unità e la libertà italiana, celebrando la figura di Garibaldi come esempio di virtù popolare e memoria morale. Alternando ritratti di battaglie e meditazioni politiche, critica i regimi monarchici e l'ingerenza clericale, racconta i sacrifici dei patrioti e la tensione fra repubblicanesimo e tirannide, e denuncia la corruzione che tradisce le speranze di libertà. Il testo combina accenti appassionati e giudizi storici, esplorando il prezzo umano della rivoluzione, la perseveranza civile e la necessità di onorare i martiri del risveglio nazionale.

Capitolo XIV.
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Sarebbe stato studio proprio degno del pennello del Rembrandt. Marcello era solo dentro una stanza, e se ne stava seduto sopra un seggiolone a bracciuoli; la mano destra gli cadeva giù pendula; con la manca si agguantava il mento, perchè non gli cascasse interamente sul petto.

La massa della luce che pioveva giù dall'abbaino praticato nel soffitto colpiva in pieno il cranio calvo di lui; imperciocchè il dolore dove passa peli più dell'acqua bollente.

La faccia china restava nell'ombra; e, ahimè, qual faccia! Anche qui la sventura, essendosi compiaciuta a modellarla secondo il suo fiero talento, in un attimo l'aveva tramutata così, che della sua prima forma non n'era rimasto tratto.

Non sempre però Marcello si era rassegnato a tenere china la faccia: all'opposto, sentendosi un dì l'anima fornita di filosofia, e di salute il corpo, ardiva levarla in alto e lottare contro il destino: gli accadde come a Giacobbe; i fati e gli angioli non patiscono contrasti, e al pari di Giacobbe fu tocco, e rimase inaridito.

Certo giorno gli parve che, di sotto all'unghia di qualche dito della mano destra, gli entrasse un rettile diaccio nelle vene e gli corresse su dal gomito alla spalla, gli si avventasse al collo, glielo stringesse e con violentissime scosse tentasse svitargli il capo: allora cervello, occhi e tutti i muscoli della faccia gli si raggrinzarono; perduta la conoscenza, stramazzò cacciando fuori dalla bocca alito fumoso e schiuma; arrotava i denti così, che venne a scompaginarli tutti, ed alcuni ne cacciò via dall'alveolo; la lingua gli si spartì in due a modo dei serpi. Nè qui rimase, che dopo l'epilessia sopraggiunse la paralisi, tartassandolo in maniera da non riaversi più.

Ora poi accade di rado che egli ardisca levare il volto in su; troppo tardi: doveva pensarci prima; quando ti capita addosso una scionata bisogna sapersi aggomitolare in tempo: quando il cielo insanisce, non vuole essere guardato, molto meno provocato; terribili le ire di lui; egli ti flagellerà con la grandine, e se non basta t'incenerirà con la folgore.

Marcello mareggiava in tale stato, che dormendo gli pareva vegliare, e dormire quando vegliava; però mentr'era desto eleggeva un soggetto speciale di tribolazione, e meditando sopra quello sentiva come forarsi il cervello dal trapano del marmista; ma nella dormi-veglia le angosce gli giravano e rigiravano intorno al cranio, dandogli lo spasimo del taglio della sgorbia del torniaio.

Isabella schiuse piano l'uscio e si pose sopra la soglia a contemplare quel capo da lei caramente diletto nel tempo felice, e adesso nello infortunio due cotanti più; poi accostatasi in punta di piedi lieve sfiorò con un bacio il desolato. Egli però era talmente indolenzito, che anche un bacio lo trafiggeva acuto come un ago; quindi cessò di un tratto da mormorare i nomi di Arria, di Eponina, di Omobono, di Curio e di Fabrizio, com'egli senza intromissione costumava a modo dei devoti, quando mulinano il turbinìo del rosario; e aperti gli occhi belò:

— Mi hai riportato le mie colombe al nido?

Isabella, côlta alla sprovvista, non si potè reprimere da rispondergli con impeto:

— Ah! Marcello, Marcello! La morte rende almeno i cadaveri, ma i preti non rendono mai nulla.

— Come ci entra la morte? Come entra la morte qui?

E siccome Isabella, accortasi del fallo, metteva alcuna dimora a rispondergli, Marcello presentendo novelle ambascie cadde in deliquio. Allora Isabella comprese come, essendo impossibile nascondere a Marcello le dolenti storie, ella fosse la persona meno acconcia a manifestargliele; la sua passione avrebbe a dismisura cresciuto il fascio dello affanno di lui: deliberava quindi commettere lo incarico a taluno amico prudente e affettuoso: ma pensandoci su ella conobbe subito come avesse poco da scegliere.

Turpe cosa è sempre l'abbandono dell'amico nella miseria, ma non sempre tu ravvisi maligne le cause che lo provocarono. Amore di sè vince amore altrui; poi viene la paura; e delle altre passioni non parlo. Gli amici quantunque buoni si allontanano dalle case degli infelici, come gli animali domestici dai consueti abituri, nel presentimento del terremoto.

Pertanto Isabella mise l'occhio sul medico, prima perchè medico, e poi perchè, secondo quello che presentava la piazza, le parve uomo di cuore: si chiamava Taberni, e veramente oro egli era, però mescolato con mondiglia, e di molta; pure l'oro prevaleva: l'età, che per molti fa l'ufficio del crogiuolo, forse a quest'ora lo ha reso, o se non lo ha reso, lo renderà di ventiquattro carati l'oncia. Questo auguro al dottor Taberni, e proseguo la storia.

Avendo il dottore volentieri acconsentito ai desideri dell'Isabella, entrambi si ridussero dentro una cameretta, dove la donna, poichè si ebbe asciugati gli occhi, e tratto qualche sospiro incominciò così:

— Voi avete a sapere, come innanzi che la misera Eponina avesse abbandonato la casa paterna, io, nonostante che Curio si fosse posto immediatamente alla ricerca di lei, deliberai seguitarne a mia volta le tracce, mossa a ciò dal debito di madre, e pei conforti del mio marito Marcello: una cosa mi teneva in forse, ed era di lasciare Arria in balìa di se stessa. Certo, non ve lo nascondo, il pensiero del pessimo effetto sortito dalle cure indefesse per la buona educazione dei miei figliuoli mi aveva buttato per la terra, ma ciò mi porgeva argomento di raddoppiarle, non già di smetterle; quindi mi decisi di confidarla alla signora Claudia...

— Vale a dire a pigliare il lupo per pecoraio.

— Come! Non è persona dabbene la signora Claudia?

— Anzi prelibata; ma ai conti vecchi diamo di frego, e addio, che di storie antiche io non sono vago; fatto sta che, o per saldare i debiti antichi, o per quale altra causa la signora Claudia, smessa ad un tratto la vita galante, si è data da parecchio tempo a coltivare, operaia zelantissima, la vigna della Compagnia di Gesù.

— Guardatevi, dottore, dai giudizi temerari, perchè, vedete, la signora Claudia, in onta delle mie fervorose preghiere, ricusò di pigliarsi cotesto assunto.

— Eh! signora mia, conosco i miei polli; vuol dire che gatta ci aveva a covare; beghina e prete non fallano: se l'uno è merlo, l'altro è corvo.

— Insomma la signora Claudia mi persuase tenerne proposito alla signora marchesa X, patrona del pio istituto di educazione noto col nome di X, dove si accolgono zitelle civili e si allevano nel santo timore di Dio, nonchè in ogni buona disciplina conveniente all'ottima madre di famiglia.

De malo in peius, venite adoremus, secondo lo invitatorio del diavolo; e voi seguitaste il consiglio?

— Lo seguitai.

— Ora mirate furberia di beghina; la signora Claudia non la volle infornare, ma la mise sopra la pala; insomma, io capisco la ragia: voi la raccomandaste alla signora marchesa X nota in Judea, la marchesa si fece pregare alquanto, all'ultimo vi risucchiò la povera figliuola, ed Arria, una volta entrata in cotesta macelleria di anime, non si è potuta più riscattare: facile discensus Averni, sed revocare grados... hoc opus. Io mi ci sbattezzerei, proseguiva riscaldandosi il dottore; la legge impose un giorno che sopra le botteghe dove esponevansi in vendita carni scadenti si ponesse la scritta: Macelleria di mala carne, e lascia che sopra certi conservatorii, educatorii e roba siffatta veruna iscrizione avverta: qui si macellano le anime buone. Più sinceri, i pontefici romani permettevano a taluni barbieri avvisare il pubblico, a mo' di privilegio, con un cartello: «Qui si castrano maravigliosamente i putti ad uso della cappella del papa.» O che pasticcio ripieno di contradizioni è questo nostro civile consorzio! Chi porta a zonzo per la città un quarto di manzo, paghi la multa; a vedere impiccare un uomo s'invita il pubblico con gli avvisi su i canti. Al boia e al sotto boia per una impiccatura si pagano 1700 lire e più; per trecento giornate d'istruzione ad un povero maestro lire 800, quando è grassa. Quando scavi una fossa, se dimentichi accendere il lume, onde il viandante non si rompa le gambe, il Municipio ti coglie in trasgressione; preti e pretesse, di tendere trappole insidiose dove le anime cristiane rompansi gambe e collo, padroni e padronissime[36].

— Ahimè! dottore, voi avete ragioni da vendere, ma non mi sarei mai aspettata questo tiro dalla signora Claudia, tanto mostrò dispiacere per quello che accadde, e tanto parve darsi dattorno affinchè fosse riparato.

— Ma se ve l'ho detto che la signora Claudia l'è proprio una volpe cresimata, ovvero una biscottina riformata, che è tutt'uno; tirò il sasso e poi celò la mano.

— E tuttavia non so capacitarmene. Qual secondo fine poteva avere la signora Claudia e quale le altre suore a rapirmi la figlia? Se l'interesse governa i gesuiti e chi dipende da loro, come proporsi argomento di cupidità Arria mia? Ella non erede e fin d'allora conosciuta povera.

— O signora mia, mi dia retta; veda qui: lo interesse quanto al fine è unico, infiniti poi i mezzi per conseguirlo, e i modi coi quali si manifesta. Mi dica un po', a che mira il cacciatore? A chiappare uccelli o quadrupedi: or bene, consideri di grazia quali e quante industrie per ciò sieno state inventate, e quante altre se ne inventeranno: un dì girifalchi e balestre: oggi reti, schioppi, tagliuole, fosse, stiacciole, panie, archetti, gabbiuzze, lacci, stringoli, penere, erpici, lungagnole, strascini, insomma, un flagello. Ora avverta a questo: la conversione della nipote della illustre memoria di Orazio Onesti mena chiasso, alla più trista, un anno, cresce reputazione e mena clientela; molto più che l'Onesti procedè sempre implacabile contro cotesti avoltoi. Per questa guisa si scredita la dottrina che nuoce; mettesi a interesse la carità come ci hanno messo la vendetta; si ara col bue e coll'asino. Gesù perdonò chi lo percosse, i gesuiti hanno salvato le anime dei discendenti dei loro persecutori! Perchè qui sta il punto: confondere la religione con le furfanterie pretesche; di Gesù e dei gesuiti farne tutta una minestra: insomma mescolare in un buglione brillanti e mochi... e... ed anche... ma non mi attento aggiungere parola che la potrebbe affliggere, e mi cucio la bocca.

— No, dottore, dite pure, vi prego: a quest'ora io mi sento corazzata a tutto.

— E sia: col soccorso di lingue dolose affilate con l'olio santo sul cornu epistolæ dell'altare, si insinua un parallelo fra Arria la santa ed Eponina perduta... magari, se occorre, alla santa si faranno operare miracoli... Cristo non si staccò di croce per abbracciare Santa Caterina da Siena? Santa Brigida non isposò Gesù in virtù di contratto stipulato per mano di notaro? E così anche sulla fossa de' morti, anzi soprattutto sulle fosse dei morti si miete l'erba; dalle lacrime della madre si battono scudi da cinque franchi; la disperazione del padre si baratta in biglietti di banca. I preti, signora mia, sono per eccellenza cuori-cultori; agli altri lasciano il vanto di agri-cultori.

— Misera me! io non ci aveva pensato, ed ora pur troppo m'accorgo che con le mie mani esposi il mio sangue alle fiere. Non è cosa da potersi ridire le finezze che io mi ebbi: però qualche cosa sembra che non mi garbasse, imperciocchè, se allora lo notai, a ripensarci sopra più tardi mi rese la bocca amara: invero rammentai gli amplessi della figliuola non avermi stretto col consueto abbandono; nè i baci mi scaldarono le labbra come prima: le lacrime da lei desiderai invano. E, o avvenga che la mente nostra sia talvolta divina, o che la impressione quantunque inavvertita governi i nostri affetti, per tre notti consecutive, sul mattino, quando è opinione che i sogni ci vengano da Dio, mi sognai Arria in procinto di annegare nel Naviglio grande, ed io sul margine non la poteva sovvenire. Allora mi cascò addosso il sospetto di averla perduta; subito dopo il sospetto diventava paura. Scottata, e come! dall'acqua bollente, era naturale che temessi eziandio della fredda. A rischio di passare per volubile, per ingrata e peggio, mi sentii costretta di conferirne con la signora Claudia, supplicandola, per quanto amore portava a Gesù, di porsi tramezzo, affinchè mi fosse restituita la figliuola. La signora aggrinzò il naso, ma si astenne da qualunque osservazione o rimprovero; solo mi pregava notare come questa parte a lei non convenisse, a me sì, perchè la madre afflitta se nel tumulto della passione ora vuole ed ora disvuole, merita pietà più che perdono; le mie parole tornerebbero più efficaci delle sue, perchè io dove con la persuasione non fossi arrivata, poteva aggiungere esortazioni e lacrime, mentre a lei questi partiti non avrebbero sovvenuto.

— Certamente, non istava alla signora Claudia sonare il cembalo in colombaia.

— Siccome mi parvero le avvertenze di cotesta signora ragionevoli, così senz'altro indugio mi avviai verso il palazzo della marchesa X. — Comecchè io avessi camminato in fretta, pure mi accorsi che la doveva essere stata celermente avvisata, però che appena le comparvi davanti mi mostrò fosco il sembiante: i modi suoi urbanissimi sempre.

— Zampa di gatto, che per meglio graffiare ritira gli ugnoli...

— Udita la mia istanza, la marchesa adagio adagio prese a dirmi come lo universale mi avrebbe lodata sempre per avere riposta la mia figliuola in cotesto fidatissimo asilo, nido di ogni cristiana virtù anche a cose ordinarie: ora poi dopo il tremendo castigo, che a lei piaceva qualificare tribolazione, con la quale la Provvidenza aveva voluto provare casa mia, era sembrato a lei ed alle pie sue sorelle necessità espressa confidare la fanciulla nelle mani di persone religiose, come adesso non esitava a giudicare insania espressa ritornarci sopra...

— La gatta piglia a mettere fuori gli ugnoli...

— Ed aggiungeva tutta compunta: consideri lei, ch'è madre, che bel costrutto ricaverebbe la fanciulla a riparare da capo in casa sua; ella si renderebbe inabile allo stato così religioso come secolare... Ch'è mai la zitella, perduto il credito? Coteste parole mi erano tante stilettate nel cuore, ma tanto in quel momento mi sentivo avvilita dallo infortunio, che non ebbi balìa di barattare pan per focaccia alla spietata: pertanto mi strinsi a risponderle: Signora, io credo fermamente che il Signore placato vorrà cessare per una povera madre i giorni della sventura: oh! io spero che egli non si appoggerà con tutta la sua potenza sopra una canna incrinata. Ad ogni modo, contro il soperchiante infortunio a me misera avanza un conforto supremo, che veruno può rapirmi, ed è sentire di non averlo meritato. — Oh! via, via, sempre più blanda soggiunse la marchesa, coteste iattanze rasentano quasi la bestemmia. Qual giusto potrà dire: io non ho meritato la penitenza che Dio mi ha imposto? Scusi, ma si attenterebbe ella a sostenere giusti i suoi figliuoli? Tutte l'erbe, cara mia, si conoscono dal seme, e per me veruno mi leva di mente che chi tal semina tal raccoglie. La società ha diritto di vigilare sopra sè stessa, perchè veda, cara mia, le leggi non sanno fare altro che punire la colpa commessa, mentre a noi, principali interessati nell'ordinato vivere civile, preme anzitutto che la non si commetta; però appartiene capitalmente a noi, ed ai religiosi di santa vita, vigilare con lo apostolato delle parole, e più delle opere, che i traviati precipitando dal vizio nel misfatto non vadano a popolare i bordelli e gli ergastoli.

— Ecco, gli ugnoli della gatta si manifestano nella pienezza della loro gloria!

— La natura, che diede l'ira al verme stesso, fece sì che la mia pazienza, gittati gli argini, diventasse furore, onde con voce turbata le favellai: Signora, ella è in casa sua, e non fosse altro che per questo, avrebbe dovuto come gentildonna astenersi di trafiggere il cuore di una madre abbastanza desolata. Qui non venni per garrire, bensì per ripigliarmi la figlia. Si compiaccia pertanto di ordinare alla priora del ricovero che me la renda. Se sì, io gliene professerò riconoscenza: se no, duolmi avvertirla che io ricorro difilato al questore perchè provveda ai termini di legge. — La marchesa allora: Le priore dei pii istituti, cara mia, non sono mica serve alle quali si possa comandare; ed io sono patrona, non già padrona del ricovero. Nel confidarle secondo i suoi desiderii la fanciulla, io non feci contratti, nè io per me assunsi obbligo di sorta. L'unica cosa che ella possa fare, è d'intendersela con la priora. — Qui sonò, e comparso subito uno staffiere, ella gli disse: Giovanni, accompagnate questa signora, — e con elegantissimo inchino mi licenziò, ritirandosi in altra stanza innanzi che io le potessi ricambiare il saluto.

Mi avviai frettolosa al Ricovero; sonai il campanello: non risposero; tornai a sonare fino a quattro volte sempre invano: all'ultimo apersero lo sportellino, e domandarono chi fossi e che cosa volessi. Dettolo, mi sbatacchiano lo sportellino in faccia: mi armo di pazienza ed aspetto; dopo lunghissima ora mi venne conceduto l'ingresso. Allora mi accorsi di cosa che mi era sfuggita prima; lì dentro l'aria opprimeva immota e gelata, vero ambiente di sepoltura: anche i mobili presentavano l'aspetto di desolazione, pari agli alberi dei cimiteri, i quali sembra che sentano la inutilità di spargere ombra sopra le ossa destinate al freddo eterno: lì dentro occorre sempre ogni oggetto fermo al suo posto, non coperto mai dalla polvere, la quale, non fosse altro, attesta che in cotesta, o camera o sala, qualcheduno si muove: si giurerebbe che cotesti luoghi sieno deserti, o ci frequentino spettri. Dalla entratura si scorgeva il giardino uliginoso, dove le piante e i fiori sembravano starsi condannati a far penitenza. Rabbrividii, e tanto andai innanzi, che mi rinvenni di un tratto alla presenza della priora. Queste femmine paiono formate tutte sopra un medesimo modello; taluno le disse composte di mozziconi di moccoli avanzati ai mortorî: a me piuttosto, considerata bene la qualità viscosa della loro pelle, parvero fabbricate con la pasta da vermicelli, e appunto come le paste nel colore diverse, voglio dire talune bianche, tal'altre tinte di zafferano: gli occhi reverberi di lumi spenti: insopportabile l'alito, perocchè l'anima, da tanto tempo morta dentro di loro, le renda troppo più fiatose dei denti fradici: il gelo della morte le circonda tutte, ghiaccie le mani, ghiaccio lo sguardo, le parole ghiaccie e chete come falde di neve che senza vento fiocchi; mi entrò più che mai il raccapriccio nelle ossa, tuttavia vinto il ribrezzo presi a parlare. A me parve discorrere, anzi, dottore, ve lo affermo addirittura, discorsi di certo con efficacia; e lo potete credere, se considerate quanto smaniosa mi agitasse la passione materna; poteva pretendere, e non di manco le mie parole sonarono affatto umili, pregai, piansi. La priora non m'interruppe mai, lasciò che nel dire affannato mi rifinissi, e mi accorsi più tardi questo essere stato astuto consiglio per ispossarmi: cessato che io mi ebbi di parlare, ella, ineccitabile, a me terribilmente palpitante rispose in questi accenti: — Arria non ha potuto resistere alla voce che le venne dal paradiso di consacrarsi a Dio: tra la voce del Creatore e la sua creatura, come mai può attentarsi la creta di entrare in mezzo? Se da lei madre si sentisse verace affetto per la sua figliuola, invece di affannarsi, dovrebbe esultare nel pensiero che gli angioli l'avessero assunta al sodalizio della beatitudine eterna.

Cotesto empiastro di zucca essendomi riuscito soprammodo sazievole, la interruppi dicendo che noi altre donne nate e cresciute per uffici diversi non ci potevamo intendere: per me giudicare poltrone le femmine le quali fuggendo il debito di natura e civile si sprofondano nella inerzia e da per loro si condannano alla sterilità: solo chi ha combattuto merita lode presso agli uomini e presso Dio. Chi si anticipa la morte o si sopprime parte della vita non dà prova di virtù. — A queste parole mi parve che la priora palesasse il suo sconcerto diventando più bianca, però quando tornava sul discorrere la sua voce non palesò veruna alterazione; pianamente disse: — Arria avere manifestato alla madre il suo fermo proposito dentro una lettera chiusa, la quale ella le avrebbe fatto recapitare in giornata, ma che essendole ora, fuori della sua aspettativa, capitata dinanzi, si recava a debito consegnarla nelle mie proprie mani. Apersi la lettera con membra tremanti, e con l'anima tremante anche più la lessi, e compresi come l'uredine letale della falsa religione avesse ormai corsi gli steli più delicati di cotesta povera anima...

— Per caso, interruppe il dottore, avreste conservato cotesta lettera?

— Non me ne separo mai, la porto sempre meco sul seno, nella folle speranza che, come l'ardore del mio sangue scalda la carta, un giorno possa scaldare anche il cuore di cui la scrisse.

— Le rincresce mostrarmela?

— Al contrario; prendete.

Il dottore lesse:

«Dilettissimi genitori,

«Per vostra consolazione io vi ho da dire che, appena posto il piede sopra la soglia di questo asilo di carità e di pace, mi sono sentita tutta ricreare. Dio pertanto vi rimeriti del benefizio grande che mi avete fatto, allorchè secondando il mio desiderio voi mi ci avete messo; e come spontanei mi ci metteste, così spero che volentieri mi ci lascerete stare, avendo ormai fermamente risoluto di non lasciarlo più. Varcato di un passo il limitare del piissimo asilo, ecco subito scendermi sull'anima una quiete di paradiso, una esultanza celeste, che si può ben sentire, ma non si può ridire, onde io, sovvenuta di certo dal mio angiolo custode, potei raccogliermi e meditare: — Se tu ti proponi veracemente albergare nel tuo cuore Gesù, hai da procurare prima rinettarlo da ogni immondezza, dacchè in modo diverso a lui parrà ritornare nella stalla ove nacque... Ora come mai puoi presumere di conseguire questo continuando a vivere in mezzo al mondo, se anacoreti ed eremiti ci riuscirono a stento ritirandosi nelle solitudini, dove attendevano notte e giorno nelle discipline, ne' digiuni e nelle orazioni, per purificarsi al cospetto di Dio? Bisogna avere perduto proprio il bene dello intelletto, per credere di ottenere la salute dell'anima vivendo al secolo. Mi sono affacciata sull'orlo della gran caldaia del mondo ed ho dato indietro piena di terrore e di molta paura, conciossiachè io ci abbia veduto bollire dentro la Santa Madre Chiesa, lacerata in pezzi dagli empi, i suoi divini precetti tritati co' si fa del prezzemolo; ci ho visto bollire altresì eresie e bestemmie da fare rizzare i capelli sulla testa allo stesso Lucifero; ci ho visto costole, stinchi e capi dei sacerdoti, semenza preziosissima di Gesù; ci ho visto l'aceto, il fiele, le battiture, lo schiaffo, i chiodi, le spine e la lanciata di Longino ammaniti tutti per la passione dell'angelico Pio nono, martire della fede. Dalla caldaia infernale saltavano su come sonagli i tradimenti, le rapine, i disordinati appetiti della carne, gli omicidi, le ire, le vendette; colà vedevi disfarsi per virtù del fuoco infernale la carità e la fede: fino la speranza ci boccheggiava in procinto di dare gli ultimi tratti. Sì, dilettissimi, gli scellerati hanno ucciso perfino la speranza, conciossiachè una volta strappato Dio, non dai cieli, che tanto non possono gli empi, bensì dal cuore umano, o che cosa starebbe a fare la speranza sopra la terra? Tutti i flagelli di Dio si sono scatenati su questa generazione perversa. O Maria refugio dei peccatori, o Angiolo custode strenuissimo guerriero nostro, o anime benedette del purgatorio, accorrete in nostra difesa! E a me misera chi sovviene? La più parte dei miei si è portati via la bufera. La vanità vinse Eponina, la cupidigia vinse Omobono, la prosunzione Fabrizio, tutti la irreligione. Di Curio, più degli altri fratelli posseduto dal demonio, non si sa nulla, e chi sa che fine ha fatto: voi altri abbracciati al tronco della croce, appena potete reggere, dilettissimi, alla violenza del temporale. Non mi contrastate dunque che io mi offerisca intera, anima e corpo, al mio buon Gesù; egli ha patito tanto per me, che qualunque sacrifizio per parte mia non varrà a compensare nè manco una gocciola del suo preziosissimo sangue e nessuno si attenti incolparmi di abbandonarvi, imperocchè, venite qua e ragioniamo sul sodo: ditemi che cosa vale più agli occhi vostri, l'anima o il corpo? L'anima di sicuro, così per voi come per me; ergo è forza che voi lasciate che io intenda intera alla salute dell'anima, e prima di tutto della mia, conciossiachè la carità, onde sia perfetta, bisogna che cominci da sè stessa, poi della vostra, quindi dei miei; per ultimo di quella di tutti i fratelli in Cristo. Con le mie preghiere vi metterò sotto il patrocinio delle cinque piaghe di Gesù; non rifinirò con lacrime, orazioni, penitenze e digiuni d'impegnare la beata Vergine madre del Signore e tutta la corte Celeste, affinchè ai fratelli miei ed a voi, dilettissimi genitori, non abbia a toccare peggior male che le fiamme del purgatorio, ed in questa fiducia mi pare che mi si spalanchino le porte ed io contempli la gloria di Dio, e possa ringraziarlo di persona della grazia conceduta; o come mi esaltano i cantici degli angioli, come i sacri timiami fumanti nei turiboli di oro dei serafini m'inebriano; troni, dominazioni, potenze, cherubini, arcangioli, io mi abbandono nelle vostre braccia... chi mai dopo avere contemplato il cielo può riabbassare lo sguardo per rivedere la terra?

«Suora Maria Crocifissa

«P. S. Suora Maria Crocifissa, vi avverto, che sono io vostra figliuola; ho rinunciato al nome di Arria, perchè pagano, e un giorno di femmina, senza dubbio adesso nello inferno, per essersi ammazzata con le proprie mani, volendo dare coraggio al suo marito per fare lo stesso, mentre quello di Maria Crocifissa mi mette in certa guisa a parte della passione del nostro divino Redentore.»

«Secondo P. S. Nella divina esaltazione della mia mente mi sono sentita capace d'improvvisare un inno sacro, e ve lo mando: voi argomenterete da questo la forza mirabile della potenza di Dio, che di punto in bianco m'invade di furore poetico, com'egli costumò già

col rapito di Patmo evangelista,

e come un giorno delegò virtù al legislatore ebreo di fare scaturire con un colpo di bacchetta la sorgente dell'acqua dalla dura roccia.»

Difatti, compiegati dentro la lettera, occorrevano versi da fare morire di colica tutte le nove Muse, ed Apollo per giunta.

Il dottore li lesse, e nel restituirli alla Isabella, con un tale suo ghigno alla trista favellò:

— Conosco queste ricette gesuitiche, bocconcini di arsenico confettati nella scialappa; ebbene, avanti, che sono impaziente di sentire la fine.

— Povera me! Frenai l'impeto della passione, e più umilmente che per me si potesse, soggiunsi: — Signora priora, ella mi dà una lettera, mentre io sono venuta qui per ripigliarmi la figlia, e la voglio, nè mi rimuoverò di qui finchè la non mi venga restituita.

— La non si alteri, cara sorella, l'ira guasta la salute, e poi è peccato mortale. Io le renderei con tutto il cuore la Crocifissa, ma non posso.

— E perchè non può?

— Perchè la Crocifissa non si trova più in questo ricovero.

— Ohimè! E come non ci è più Arria?

— Questo apprenderà dove si compiaccia leggere una seconda lettera che la nostra diletta figliuola in Cristo, Maria Crocifissa, scrisse prima di partire, appunto per lei.

— Io per me credo che il supplizio del pillottamento non giunga a pezza quello che pativa io; sentiva le goccie dell'olio ardente cadermi addosso ad una ad una ed abbruciarmi le carni; — una lettera — due poscritti — un inno sacro — una seconda lettera.... ne volete di più? La lettera, eccola qua.... con questa, insomma, mi dice che, per sospetto di trovarsi attraversata nella sua vocazione, aveva risoluto partirsi per Parigi, e quivi nella casa centrale delle suore di carità terminare il suo tempo di prova. Allora non conoscendo più ritegno diedi in escandescenze: — menzogne coteste, urlava da spiritata, Arria là dentro; la seconda lettera scritta allora allora; essermi accorta pur troppo, da una carrozza uscita dal palazzo della marchesa X, la quale mi passò fulminando dallato mentre io mi recava al Ricovero, lei essere stata avvertita della mia venuta; — come dalla lunga dimora a farla aspettare alla porta prima d'introdurla dentro argomentava l'apparecchio forse di ambedue le lettere; per certo della seconda. La priora sempre pacata mi rispose: cotesti essere giudizi temerari, badassi bene che un giorno avrei dovuto renderne conto a Dio..... e come severo! Forse il dovere suo e la dignità del Ricovero imporle il rifiuto di qualunque discolpa alle accuse calunniose; pure per chiarirmi non della sua lealtà, bensì della mia ingiustizia, frugassi a piacere mio il Ricovero, lo rovistassi a bell'agio dalle soffitte alle cantine, mi sincerassi pienamente. — Compresi allora inutile ogni ricerca; ormai l'uccello era volato altrove. La priora, visto l'affanno che mi faceva tremare come vetta, mi si accostava carezzevole profferendomi acqua mescolata con elisirvite, aggiungendo non so che parolette susurrate per modo di conforto. Respinsi da me la donna ed il bicchiere, esclamando: — Qui tutto è veleno! Dio, ti piglio in testimonio che io consacro la mia vita alla ricerca della mia figlia, e mai non mi fermerò fintantochè non l'abbia ritrovata. Ma voi, dite, che siete donna e dovreste sapere amore e dolore di madre che sia, perchè congiurate contro di me? Perchè vi unite con gente iniqua a perseguitarmi? Io non vi offesi mai, e credete davvero ben meritare di Dio e della religione, sacrificando l'anima vostra agli interessi mondani dell'empia setta dei gesuiti? — La priora incrocicchia le dita delle mani, piega alquanto il capo sopra la spalla destra e, levati al cielo cotesti suoi occhi di triglia cotta, non risponde altro che questo: — Signore, io vi offro anche queste ingiurie non meritate in isconto dei miei peccati. — Dio! Dio! E' c'è proprio da ammattirne; o che cosa guadagnano coteste sciagurate a contristare così le povere creature per conto altrui?

— E lo domanda a me?

— Sì, a voi come a persona esperta, e mi professerò anche per questo capo a voi obbligata.

— Ebbene, io le esporrò taluna delle mie opinioni in proposito: abbia la pazienza d'ascoltarmi. Con rispetto parlando, mi è parso che le donne sono per ordinario governate molto dal cuore, dal giudizio poco; quindi penso che nelle azioni loro, non dirò che non ci sia ipocrisia, ma assai meno di quello che si pensi, però possono talora essere di pessima indole e religiose ad un punto: l'amore nelle donne si mescola a tutto: l'amore per esse costituisce la stoffa della vita, le altre passioni ci fanno la balza: quindi vediamo le donne facili ad amare, tenaci a perseverare, massime se la pietà, come spesso succede, o preceda l'amore, od anche gli tenga dietro; nel primo caso la pietà è il lucifero dell'amore, nel secondo l'espero; stella benigna sempre. Ponete mente, le donne più di tutti delirarono per le credenze antiche, e più che tutti insanirono per le nuove: esse non sanno distinguere nulla, nè vogliono; tanto vale per loro la barba del cappuccino, quanto la onnipotenza di Dio. La fede che nella religione precedente alla nostra esse avevano di potere diventare oggetto di tenerezza per gli Immortali, Giove compreso, le faceva andare in visibilio: che importava lo infortunio di Semele? Tutte, veruna esclusa nè eccettuata, avrebbero eletto di stringere nelle proprie braccia il Tonante, vederlo nella terribilità della sua gloria e poi restare incenerite. O ch'egli è poi il caso di Dafne lacrimabile davvero? Se le sue membra diventarono alloro, le fronde di questo albero furono e sono onore d'imperatori e di poeti. Se le donne si staccarono dai numi antichi e vennero ai nuovi, e' fu perchè amore più veemente le vinse: piacque Cristo, bellissimo di forme terrene, spiranti misericordia ed immensa pietà: la tenerezza da lui sentita e dimostrata pei pargoli gli attirò i cuori delle madri: la Maria di Magdala perdonata, l'adultera preservata dalla lapidazione, la Samaritana salutata sorella fecero sì che in lui confidassero quante donne, aborrita la presente abiezione, volessero rigenerarsi e in lui sperassero unicamente per tornare a parte della famiglia e del consorzio umano purificate, riverite ed amate. Però le donne si innamorarono e s'innamorano davvero di Gesù: considerate le loro orazioni, esse grondano propriamente delirio di amore: levateci Gesù e sostituiteci o Nanni, o Gigi, o Tonino, ed ecco che troverete bella e fatta la più ardente lettera erotica che mai sapesse immaginare donna innamorata: anzi, bisogna confessarlo, la più parte di loro vergognerebbe bisbigliare nelle orecchie a Tonino quello che spiattella a Gesù a voce alta; mirate con quanta insistenza pretendono che egli si pigli di riffa anima, corpo et reliqua: sposo e amante, e adorabile ed adorato non rifinisce mai appellarlo. Ponete mente anche a questo: i preti, piloti solenni nei pelaghi donneschi, da prima effigiarono i simulacri di Cristo e dei Santi orribili a vedersi, ma considerando poi come le donne torcessero il viso dai Giovambattista, dai Paoli, dai Macari, dagli Ilarioni e da altri siffatti eremiti affranti dalla penitenza e attriti dal digiuno, dissero: diamo volta al timone, che queste benedette donne fanno il callo anche al terrore, mentre dello amore non si saziano mai, e allora presero ad effigiare i Santi smaglianti di bellezza. Ponetemi una giovane donna a recitare i sette salmi penitenziali ai piedi degli angioli dipinti dal Ghirlandajo, da Raffaello e da Lionardo, e mi direte poi se ella ne diventi devota. I gesuiti, nello scopo di moltiplicare la pesca, hanno di nobile fatto l'arte plebea, fabbricando un flagello di Madonne e di Santi da strapazzo, ma però lustri, imbiaccati, imbellettati e ravviati, come se uscissero allora allora di mano al barbiere. Nei conventi delle monache, caso mai Giuseppe il falegname si attentasse comparire senza facciole in mezzo al bue e all'asino, sarebbe grave scandalo. Non dirò nulla di S. Luigi Gonzaga, nè di S. Stanislao Kostka ed altri simili cavati fuori dal semenzaio della Compagnia di Gesù; nella Novità del Sonzogno non comparvero mai figure di femmine tanto azzimate, come ci presentano i gesuiti questi Santi di loro manifattura. Un giorno al visconte di Chateaubriand frullò pel capo, allo scopo di menare chiasso, di dettare i Martiri e il Genio del Cristianesimo, amara radice donde vennero alla Francia amari frutti, ed eccoti i preti arrabattarsi a fare l'autore amabile in grazia del libro, e il libro in grazia dell'autore, e però ornare il volume del preteso ritratto del Visconte, il quale ricavarono non mica dal vero, potendo il povero uomo, a cagione della sua bruttezza, somministrare testimonianza a coloro che sostengono l'uomo disceso da progenie scimmiesca, bensì dal Byron, giudicato empio come il demonio, ma bello come un Dio. Avvertite altresì come, per insinuare nelle grazie delle signore quel grimo di Pio IX, in fronte delle varie edizioni della sua vita, dettate dal Plutarco St. Aubin, si sieno industriati di mettere al tormento la estetica per dare affetto ed intelletto ad una faccia di vecchia balia, che va a battezzare un bambino. Dunque poniamo in sodo, movente primo delle donne faccendiere in materia di amore essere l'amore, il quale quanto più vola in alto più affatica le penne, sicchè quando ha volato e volato in su e si crede lontano dal paradiso meno di un tiro di schioppo, nel volgere lo sguardo in giù si vede rasentare la terra più che non è verecondo avvertire: le monache di Prato e il laidissimo canonico Ricasoli informino[37]. Dopo l'amore viene la vanità nel cuore di femmina, passione fredda quanto quell'altra è calda: supremo intento della femmina comparire, e siccome per comparire proviamo il dominio efficacissimo strumento, così per conseguirlo ella si affanna con tutti i nervi; potendo piglierebbe potestà principesca, e l'ha tenuta talvolta non meno scelleratamente che sagacemente degli uomini, ma ciò a lei non concedesi tanto di leggieri, che la vanità maggiore degli uomini glielo contrasta; per la qual cosa ella cala sopra qualunque prominenza le si pari dinanzi, che la qualità dello strumento sul quale la passione si esercita non muta in nulla la natura di lei: tanto sotto la corazza di ferro di Achille, quanto sotto quella di barbietola dei ranocchi di Omero, il cuore batte con palpiti eguali: che cosa importa sedere sopra un guscio di noce o sopra una scranna dorata, a patto però che entrambi significhino trono? Che rivela stringere uno scettro, ovvero un mestolino, a patto che ambidue sieno simboli di signoria? Allo scarabeo che rotola nelle sue zampine la palla escrementizia pare di essere glorioso quanto Carlo Magno che stringe nelle mani il globo del mondo. I preti per giunta si studiano indefessi di adulare le donne, e con arte astuta alterano in loro il retto giudizio delle cose, sicchè alla perfine esse giungono a confondere le spille con gli stiletti, i veleni co' biscottini, il fuoco della contrizione col fuoco di legna, e quindi con leggerezza o gravità pari trattano queste e quelle. Dopo siffatte considerazioni ne vengono altre più materiate, non però meno desiderabili: le femmine agiate, dove tengano in convento lo ufficio supremo di priora e di abbadessa, ovvero uno dei capitali, godono delle comodità consuete o maggiori a quelle di cui già godevano in famiglia; le altre poi uscite da basso lignaggio si deliziano in morbidezze non isperate; dove capiterebbero mai se dimesse dal convento? Le più non hanno famiglia; l'avessero, esse repugnanti ci si condurrebbero, e le famiglie repugnanti le accoglierebbero. Uscendo dai conventi, esse se ne tirano dietro la polvere, trista quanto quella dei sepolcri: non più impero, nè obbedienza, stanza meschina, pensione grama: solitarie nelle città, nelle quali esse rientrano a modo dei sette dormienti, non avendo a spendere altro che monete di cuoio. Oltre queste vi saranno altre ragioni, ma l'esposte non le paiano poche: amore rinvestito in passione religiosa, vanità di dominio, saccenteria soddisfatta, bisogno di conservare il bene presente, paura del male futuro.

— Dottore, io sono stata a sentirvi a bocca aperta; tanto è, ho da dirvela, le vostre ragioni mi bollivano pel capo, ma da me non le avrei sapute districare mai; gradite le mie grazie; io vi stimava molto come dottore fisico, ma voi mi avete dimostrato che siete troppo più perito nelle infermità dell'anima.

— Noi altri medici di rado facciamo distinzione tra corpo e spirito: però, come adesso soprappongo l'orecchio al cuore umano, un dì ebbi vaghezza di mettere l'orecchio sopra lo involucro di questo consorzio che piglia nome di società civile per sentire i palpiti del secolo che muore... egli muore e non ci ha rimedio che valga a salvarlo. Bene mi è riuscito estrarre tubercoli e sradicare cancri dallo stomaco, non mai un errore nè una tristizie dal cuore dell'uomo; e quindi a dritto Omero saluta la persuasione divina, perchè in verità non mi è occorso fin qui incontrarla in questo mondo; onde io di quanto ho diminuita la fede alla parola, altrettanto l'ho cresciuta al bistorì; ed ora andiamo innanzi nel nostro racconto.

La signora Isabella proseguendo disse: — Non potendo tenere dietro a tutte le mie figliuole, mi proposi seguitare le traccie di Arria, come quella che a mio credere correva maggior pericolo di perdizione: provvista di lettere commendatizie mi condussi a Parigi; costà, in vista di tastare il terreno attesi a vedere subito le persone alle quali mi avevano raccomandata; ell'erano magistrati, avvocati, banchieri, mercanti e soldati o vecchi riposati o giovani sotto le bandiere; esposto il caso, tutti, ma principalmente gli ultimi, e i giovani più dei vecchi, ad una voce affermavano difficilissimo l'esito della mia richiesta; anzi stupire come io italiana e cattolica ci potessi insistere; non sapersi persuadere che una madre credesse adempire il suo dovere e dare prova di amore alla figliuola attraversandole la strada onde ella si riducesse in luogo di salute. Ahimè! Quanto ci riesce insopportabile la stolta beghineria sopra la bocca francese, usi come eravamo da un secolo e più a sentirci sonare la stolta empietà! Ottanta anni fa correva l'andazzo in Francia rinnegare Dio[38] e tutto il mondo per darle gusto doveva confessarsi ateo; adesso il tempo volge di pellegrinare a Roma, e se i francesi potessero ci aggavignerebbero pel collo e farebbero batterci il naso per forza sulle ciabatte del papa. Rinvenuto alla fine il luogo dov'erasi riparata Arria, mi presentai alla priora. Misericordia! Stetti un momento in forse sul dubbio se fosse quella medesima di Milano, tanto apparivano gettate dentro una medesima forma; questa però aveva sopra l'altra il vantaggio di stringere più spesso le mani e più spesso voltare gli occhi al cielo le pupille di pesce andato a male, zufolando con una vocina da zanzara: mon Dieu! mon Dieu! — Però, sotto le sembianze false della umiltà, si vedeva trapelare la sicurezza di chi sa di essere spalleggiato in tutto quanto si faccia. Invece di svellerla, i francesi hanno ingrassato l'ortica col guano; se adesso si sentono pungere le mani, lor danno! Il mio colloquio con la priora veniva interrotto più spesso che non convenisse dalla comparsa di Suore vestite di una sargia bigia, con certa maniera di acconciatura in capo tanto sguaiata, da farle sbagliare co' gabbiani girondolanti per l'aria quando il mare è torbo; anco qui ai miei gridi strazianti sentii opporre preghiere e scongiuri; anzi vidi lo sforzo della priora di mescolarci una lacrima o due, ma non ci riuscì (e credo non ci sarebbe riuscita nè manco se metteva il capo nello strettoio dell'ulive) perchè non attraversassi a cotest'angiolo il celeste volo verso il paradiso; breve, la conclusione fu questa: Suora Maria Crocifissa avere fatto capo veramente là dentro, ma essersene dovuta allontanare pochi giorni dopo in obbedienza agli ordini superiori per condursi a Brusselle, dove l'avrei trovata di certo addetta alla pia casa di lavoro, o agli ospedali. Ed io misera madre da capo in cammino, da Caifas a Pilato. A Brusselle adoperai come a Parigi per iscoprire marina, ma se qui incontrai le porte chiuse, a Brusselle erano inchiavardate. Ora, mentre io mi arrangolo per trovare il filo della matassa, la buona femmina presso la quale più che modestamente albergava, sentendo pietà del mio affanno, mi confidava che se ci era verso di approdare a qualche cosa di buono, bisognava che io me ne rimettessi nella marchesa di Grappigny, donna di pietà insigne, famosa per dottrina, e, da quanto se ne sentiva dire, tenuta in odore di santità; di credito grande presso i gesuiti (e tutto questo parlò a voce alta; poi a voce sommessa, e guardandosi attorno con sospetto, aggiunse) — dei quai le male lingue affermano essere spia, porta polli e alla occasione vettura da strapazzo; caso mai che le male lingue si apponessero al vero, bisognava dire che tutto questo formasse la sua industria segreta, mentre la palese consisteva nel darsi a nolo a recitare orazioni ed a comunicarsi a profitto delle anime del purgatorio.... Del purgatorio! esclamai io maravigliata, ed ella: Già, per lo appunto così, perchè voi avete a sapere che i preti non vendono solo uffizi e tridui, messe e novene, mortori e indulgenze e via discorrendo, tutte cose di propria manifattura, sibbene ancora le comunioni e le orazioni delle loro penitenti, buscandoci su la senseria, la quale supera sempre il prezzo della merce. Avendomi la buona donna istruita del modo col quale io dovessi comportarmi, e dettomi il luogo dove per certo mi sarebbe occorsa la marchesa, mi condussi la mattina per tempo alla chiesa di S. X.

Secondo la descrizione che io ne aveva, non penai troppo a rinvenirla: ella stava genuflessa sul pavimento co' gomiti appoggiati al paglietto della seggiola e le mani giunte dirizzate come una lancia verso il cielo per di sopra al capo, coperto fino al naso di fittissimo velo: la veste era di raso nero sbiadito, per vetustà pendente al colore che le nostre donne chiamano di piattola; di trine un profluvio, ma logore anch'esse e rammendate: ruine d'imperi! Adagio adagio me le feci allato, e la udii gorgogliare avemmarie e paternostri come pentola che spicchi il bollore; mentre io stava tra il sì e il no di volgerle la parola, ecco uscire dalla sagrestia un garzonaccio col muso di faina, i capelli stesi per le guancie come foglie di canna, e due piedi... due piedi enormi così, da mettere i brividi addosso ad ogni fedele cristiano che patisse di calli: costui si appressò camminando per traverso alla marchesa, le pose in mano una cartuccia e le mormorò negli orecchi non so che parole, le quali ebbero virtù di fare saltare in piedi la donna, e prorompere stizzita: Come! per cinque franchi una comunione eucaristica secondo la sua intenzione? Ah! padre Candido non mi vuol dire il nome dell'anima alla quale intende applicarla? La è chiara come l'acqua, egli me lo tace per impedirmi di andare dai suoi parenti, e a questo modo io venga a scoprire quanto ei mi sgallina sopra la oblazione... eh! mi sentirà; eh! cinque franchi... mi sentirà! Come posso con cinque franchi tirarmi innanzi con marito e figliuolo? Se padre Candido vuole che preghi, bisogna pure che mi dia da mangiare... e adesso dov'è cotesto benedetto uomo? Il garzonaccio a collo torto le rispose: in cella a comporre il panegirico per domani l'altro primo luglio, che ricorre la festa di S. Ignazio. — Adesso... adesso mi sentirà, e senza altre parole, via di corsa. Aveva avuto tempo sufficiente a contemplarla; ella era una beltà giunta a compieta, l'amor terreno (se pure ce gli aveva spenti) in lei spense i suoi strali come il fabbro i ferri infuocati nell'acqua; dentro le rughe e negli angoli delle labbra tu vedevi brulicare i malefizi quasi lumbrichi per le fosse: gli occhi ardevano sempre di luce sinistra, sicchè se mai fosse venuto a smorzarsi il fuoco dello inferno, io per me credo fermamente che il diavolo lo avrebbe riacceso a cotesti occhi. Ahimè! A quel fiasco bisognava pur bere. Con voce quanto più seppi umile la chiamai: Signora! Ed ella senza neanche voltarsi, acerba rispose: Chi siete? che volete? Io le apersi il desiderio di conferire con esso lei. Ed ella da capo arrovellata: aspettate che abbia fatto le mie devozioni: orò, si comunicò, tornò di nuovo ad orare; per ultimo mi disse: venitemi dietro; e così ci riducemmo in un angolo remoto della chiesa, dove io, dopo averle narrato la compassionevole storia la richiesi di consiglio e di aiuto. Strana cosa, se togli la mia buona albergatrice, la provai unica fra tutte le donne di Brusselle a non darmi torto per le mie premure nella ricerca della figlia, ma nel medesimo tempo mi palesava le difficoltà quasi insuperabili per riuscire nel mio intento. Io la supplicai con tutte le viscere a tentare ogni via, ed aggiunsi che per attestarle la mia riconoscenza le avrei donato l'anello che io teneva in dito. Ciò udendo ella mi acciuffò la mano ed esaminato bene il diamante, come persona perita esclamò: certo una coppia di mila franchi può valere! — Ne costava tremila e più, ma poco rileva. Allora, al fine di gratificarmela maggiormente, glielo proffersi: lo tenesse per mercede anticipata; ma ella osservò: e se non riesco? Allora me lo renderete. In questa essendo stato sonato l'ultima volta a messa, una frotta di devoti prorompe in chiesa, ed accostatasi alla pila dell'acqua benedetta lì, presso a noi, ci tuffava la mano, facendosi poi il segno della croce; ci separammo; molto più che taluno dei sopraggiunti, gingillandosi, pareva volesse spiare i fatti nostri. Io non istarò, dottore, a narrarvi a parte a parte il mio supplizio; e non lo potrei; bastivi che la marchesa un giorno me ne dava una calda ed una fredda: ora la speranza pigliava forma di certezza, ed ora si spegneva; di un tratto tornava a risplendere; insomma una vera passione di dubbio e di esitanza, la quale dopo un lungo ciondolare si conchiuse con la recisa repulsa di rendermi la figliuola. Dottore, immaginate a vostra possa l'abisso del mio dolore; io però in verità vi dico che voi con tutta la vostra immaginazione non giungerete alla millesima parte del vero; bastivi questo, che la stessa marchesa, la quale pure era madre, alla vista di tanta desolazione non potè trattenersi da dire: vi compatisco. Sicuro, cotesta parola era fredda come lo spruzzo dell'acqua benedetta sopra la bara, tuttavolta la disse. Allora io non aveva il capo davvero a richiedere l'anello alla marchesa, nè ella lo ricordò; me ne accorsi più tardi, e giudicandolo perduto quasi mi ci rassegnava; quando venne a trovarmi a casa la faina clericale che prima vidi in chiesa fattorino del padre Candido, e mi avvisò: la marchesa di Grappigny desiderare di parlarmi; andai di volo premendo appena i battiti del cuore, nella speranza che si trattasse della mia figliuola; ma la marchesa mi cavò subito dall'incertezza, chè con certo suo fare signorile mi disse: come rovistando nelle cantere del suo stipo ell'erasi trovata davanti il suo anello: scusassi per amore del cielo la dimenticanza; rammentarsi il convegno; correrle obbligo di rendermelo, poichè con tanto suo dispiacere male esito avevano sortito le pratiche per riscattare la figlia. Commossa da simile generosità, risposi senza manco pensarci: le angustie presenti non mi concedere ricompensarla come avrei desiderato, tuttavia pregarla a volersi incaricare della vendita; sarebbe riuscito a lei meglio che a me cavarne profitto; del prezzo ritratto fin d'ora la supplicava accettare la metà in testimonio della mia riconoscenza. Parve le andasse infinitamente a genio la proposta e mi ringraziava a mani giunte; però giudicate quale non fu la mia sorpresa nel vedermela il giorno appresso comparire davanti tutta spaventata, e dirmi: non volere assolutamente l'anello; esserle cascato su l'anima uno scrupolo invincibile... d'altronde impossibile vendere la gioia senza scapitarci tre quarti almeno in Brusselle, città di ebrei battezzati e di cristiani circoncisi. — Partita la marchesa, la mia albergatrice, confortandomi alla sua maniera mi favellò: la secchia cascata nel pozzo, ho sentito dire che un bugiardo la ripesca, ma un'anima cascata in mano ai gesuiti, non la riscatta nè manco un santo: non istate a logorare qui invano tempo, salute e quattrini; correte dietro all'altra figliuola, e di due procurate almeno ricuperarne una.

Pur troppo ella mi consigliava da quella savia donna che ella era; ma per consiglio cuore appassionato non si arrende: quando mi vidi al verde di ogni partito, non ascoltando altro che la mia disperazione, mi gettai allo sbaraglio, e presi a correre la città con urli e pianti per tirare a me la misericordia del popolo: pensai che i gesuiti avrebbero concesso per paura quanto avevano negato per pietà; e il primo giorno bene me ne incolse, che la gente mi si accalcava d'intorno, e mi compiangeva, ed alla libera gridava: essere infamia cotesta; doversi rendere la figlia alla madre; a cotesto mo' i falchi portano via le piccione, non i religiosi le fanciulle dalle loro famiglie. Avrei abbracciato e baciato tutti; mi ridussi a casa pieno il cuore di dolci presagi; il giorno veniente tornai alla prova con maggior lena di prima. O Dio! quale disinganno crudele; appena uscita di casa una mano di straccioni prese a rincorrermi urlando: è matta! è matta! Mi assordarono i fischi, ed anco qualche sassata mi ammaccò le costole, onde io mi sarei trovata presto a mal termine se non mi ricovrava dentro ad un portone. Questa scappata innanzi tratto mi fruttò lo sfratto dalla casa della mia albergatrice (perchè buona femmina, ed amica del giusto certamente ell'era, ma timida, e gatte a pelare non ne voleva, massime entrandoci di mezzo la paurosa Compagnia di Gesù), in seguito vituperii e insulti da quei dessi che mi si erano dimostrati fin lì meglio amorevoli. La persecuzione m'inasprì il sangue: di ora in ora sentiva crescere in me il talento di fiera; smisi di farmi vedere per la città di giorno, ma quando la notte diventava buia io usciva quatta quatta per recarmi sotto le finestre del reclusorio, che io credeva prigione del cuor mio, e quivi, come le scolte costumano, gridava in capo ad ogni mezz'ora; Assassini! Assassini! Rendetemi la mia figliuola! Certa sera mi sento abbrivare alla sprovvista un colpo di mazza impiombata sul capo; caddi come morta; trasportata allo spedale, ciondolai tra la vita e la morte un bel tratto. Appena mi fui riavuta, ecco il ministro d'Italia a Brusselle mi fece accompagnare a Milano, avendo, come disse, ricevute lettere ortatorie dalla mia famiglia e il danaro occorrente pel viaggio. Giunta qui, ebbi a conoscere come la mia famiglia non avesse scritto lettere di sorta, e quanto a danaro trovai che, invece di poterne mandare pel mio viaggio a Brusselle, non ne possedeva tanto da tirarsi innanzi a Milano. Il pietoso che mi sovvenne, fin qui rimase ignorato.

— Per lei, per me no; io lo conosco da un pezzo.

— Voi?

— Già, io: ma dirò di più, lo conosce anche lei, e forse più lei di me. Lo ignoto benefattore sa ella chi fu? Fu la Compagnia dei gesuiti, la quale non essendo riuscita a farla ammazzare, operò a cotesto modo per levarla da Brusselle, per paura, che, dai dai, le sue strida non giungessero a movere il popolo a compassione. Ci fa sapere il Machiavelli che i francesi, ai suoi tempi, dove non arrivavano con l'astutezza, ci aggiuntavano un palmo di ferro. I gesuiti, al contrario, dove lo stiletto si trova corto, ci appongono una coda, due code, cento code di volpe.

*

Ed ora apriamo un po' l'orologio e speculiamolo dentro per vedere come abbiano girato le ruote; il giorno che tenne dietro a quello in cui la marchesa di Grappigny ebbe sfidata Isabella, il reverendo padre Candido chiamava in cella la marchesa, e quivi, dopo averle rinfacciata la indebita ritenzione dell'anello della signora Isabella, tali parole vi aggiunse sotto voce, soavemente come il filo del rasoio penetra nella carne, che ella, che pure era proterva, si accartocciò tutta, e genuflessa a mani giunte lo supplicava di perdono. — Egli rispose: Sia per questa volta; e non dimenticate che di quanto vi ho detto noi possediamo le prove; ora andate e portatemi senza perder tempo l'anello: i superiori delibereranno quello che se ne abbia a fare: tornate domani. — Nel dì veniente padre Candido partecipò alla marchesa i superiori avere deciso che l'anello si rendesse alla madre di suor Maria Crocifissa, perchè in questi tempi perversi, nei quali a bigoncie si versano le calunnie sopra le cose più sacre, perfino sopra la Compagnia di Gesù, che sarebbe mai se quei pezzi d'ira di Dio dei giornalisti si fossero potuti attaccare ad un fumo di vero!

Ma poichè vide il pietoso padre che la marchesa per la pena di condursi a cotesta penitenza, non potendo piangere lacrime, stava per buttare fuori gli occhi, e sapeva quali sgraffi le desse la miseria, la consolò con la promessa di farle buscare fra breve, in comunioni per una certa tal quale anima del purgatorio, qualche cento di lire. Quindi la marchesa rese il diamante ad Isabella.

Ora è da sapersi che la marchesa aveva bene e meglio tentato, e più volte, vendere l'anello, anche dopo il truce comando di padre Candido, ma l'avvertirono che egli era falso, ed ella stessa se ne chiarì considerandolo con maggiore attenzione, ed in questo nuovo esame si accorse altresì come avessero sostituito di fresco il cristallo alla gemma: per la qual cosa volle risolutamente che la madre di Arria ripigliasse l'anello.

Isabella, dopo che ebbe condotto a termine il racconto delle avventure di Arria, prese ad esporre quelle concernenti Eponina, le quali essendo state già da noi descritte, ci passiamo da ripeterle. Solo vogliamo avvertire che, quando Isabella giunse al punto del caso successo dal gioielliere di Dora Grossa, il dottore Taberni proruppe nelle medesime parole di quello: È un furto alla gesuita.

Dato che ebbe compimento Isabella al suo doloroso racconto, il dottore si accorse essersi assunto un impegno per ogni verso ingratissimo, tuttavia non volle mancare al debito: ci adoperò di ogni maniera cautele, come colui che temeva le fibre di Marcello indebolite così, che per ogni po' di peso cresciuto venissero a spezzarsi. L'esito non parve rispondere al triste presagio, imperciocchè egli assorbisse il nuovo affanno simile al mare che accoglie in sè qualunque grosso diluvio di acqua e non se ne commuove. Succede del cuore umano come della fiaccola della lampada; questa, consumato intero l'umore che l'alimenta, tace alla luce; su quello il dolore logora che abbia tutta la parte sensibile, ci può posare il capo come sopra un guanciale. Anche la morte ha la sua anticamera. Però certo giorno Marcello, quasi desto da lungo letargo, aperse gli occhi, e vistosi innanzi il dottor Taberni, fattogli cenno col dito di appressarsi, a lui con un filo di voce gli favellò:

— Dottore, avete mai conosciuto uomo più ricco di mali di me?

— Certo, quegli rispose, grandi, anzi infinite furono le sventure vostre.

— Ebbene, io ne patisco un'altra, la quale mi travaglia sopra tutte, ed è questa. Io non credo che il nostro Dio, come i Numi del paganesimo, pigli a schiantare a colpi di saette i figli di Niobe; e poi io non mi ricordo avere offeso Dio; quindi io non mi posso capacitare che una Provvidenza buona e giusta possa acconsentire che la sua creatura venga straziata fino alla disperazione. O non ci è, e buona notte; ovvero ci è, e allora non sapendo o non volendo provvedere, io la compiango.

— E chi compiangete?

— La Provvidenza, rispose Marcello, e chinato il capo sul petto non disse più nulla.

Marcello, come lo zio, fu trovato morto nel letto. La Provvidenza, nel cessare i suoi affanni, si mostrò vereconda. Isabella contemplò il cadavere del diletto compagno della sua vita senza lacrime, e come donna eletta dal fato a superare la Madonna dei sette dolori; e pur troppo le marmette nel campo santo col motto dolor arrivate fino a quattro, con quella di Marcello giunsero a cinque. Ella accompagnò il suo dolce consorte alla fossa, ella provvide a che egli fosse deterso, vestito, inchiodato nella cassa, insomma a tutto senza stringere le ciglia, senza corrugare la bocca, a passo lento e tardo; a cui la mirò in cotesto atto fece quasi credere non fosse favola la comparsa della statua del commendatore al festino di Don Giovanni. Seppellire i suoi cari, per lei era diventata faccenda ordinaria.

*

Eccola sola! Povera creatura! Di tanti figli e servi suoi, Isabella si trova sola; ma no, qualcheduno le sta allato e la consola. Non le si stacca mai dal fianco una fanciulla di forme egregie, rigogliosa di gioventù e di salute: soprattutto le sfolgorano gli occhi, i quali pare che accendano l'aria dintorno: stupendi certo quei divini raggi d'amore; peccato che patiscano di un mancamento.... e' non vedono! La fanciulla è cieca: miratela, ella si attenta mutare senza appoggio quattro passi o sei, di più no, chè si perita, e messa la mano al muro va a tasto. O chi è mai cotesta infelice? È un nuovo personaggio introdotto nel dramma? No: la conosciamo da parecchio tempo; ella è la Eufrosina, la figliuola del sergente Filippo, e come si trovi lì lo saprete a suo luogo e tempo: intanto non istate a immaginare che io abbia fatto Isabella calamita di disgrazie, ovvero che ella medesima avesse il costume di murarsi nel forno; no, il destino l'aveva tolta a bersaglio; come a quella della Parca alla sua rocca non mancava mai filo; aveva filato a mezzo una sventura, che la fortuna le ci apponeva subito canapa per un'altra: eppure durava: per poco tu avessi posato gli occhi su lei, ecco ti appariva quasi una quercia tocca dal fuoco celeste; la striscia della folgore ne solca la corteccia; questi sono gli stianti di cui l'ha ferita la saetta; le foglie ingombrano la valle e il piano, i rami le giacciono dintorno al tutto morti; certo ella non aspetta più la gloria delle mêssi primaverili, e nondimanco illesa nella midolla si ripromette per molti anni ancora offrire ombre contro gli ardori della canicola e asilo alla rabbia della tempesta.

Anche la speranza talora abbranca tenace come una furia; finchè può, onde allettarti a continuare nel doloroso tramite, coglie i fiori più freschi e te ne spruzza la rugiada sul viso; mancati i fiori, onde tu non cessi, ora ti cava una spina dai piedi, ed ora ti remuove le pietruzze taglienti dal sentiero, e tanto basta all'uomo per tirare innanzi, finchè incespichi nel rialto di terra scavato dalla fossa, e ci trabocchi dentro. E neppure allora si induce a lasciarlo la speranza, che, seduta sopra la lapide del sepolcro, ci si mette a cantare l'inno della risurrezione. Maligna! Anche sulle fosse dei morti tu drizzi il paretaio per agguantare i vivi.

Le povere donne passavano i giorni desolate; non si attentavano favellare a voce alta per paura che la disdetta passando per là non le avvertisse e tornasse a flagellarle: per tema di recarsi fastidio, rade si ricambiavano le parole. Tanto è peritoso lo infortunio! Sostegno unico della vita squallida la speranza che Arria, Curio e Filippo vivessero: di certo sapevano che non erano morti.

Una sera, mentre Isabella attendeva a ricamare ed Eufrosina ad intrecciare cordoni, fu udito sul pianerottolo delle scale un giuramento, che non importa riferire, seguitato da queste parole:

— Se per andare in paradiso mi toccherà a salire altrettanti scalini, gli è bella e risoluta; io rimango a mezze scale. Ohe, di casa! fate lume. Ci è una signora Isabella? Una signora Onesti? O mira un po' dove va a ficcarsi l'onestà! In una soffitta sotto ai tegoli.

Isabella a coteste parole si rimescolò tutta, e fattasi di corsa sull'uscio, cavò il capo fuori domandando:

— Che volete?

— Ecco qua, ho portato in vettura fin giù una donna, che si dice vostra figliuola, la quale mi ha ordinato di salire ad avvisarvi del suo arrivo; dunque venite a pigliarvela.

Isabella non istette a sentire altro, e giù per le scale; ma Eufrosina pensando che così al buio poteva precipitarsi, le corse dietro col lume. Poveretta! pensava a far luce altrui senza avvertire che ella era cieca, ma bene questo avvertì la Isabella quando, giunta a mezzo della scala, vide chiaro; onde voltatasi, e spaventata dall'atto di Eufrosina in procinto di mettere il piede sul primo scalino urlò:

— Non ti muovere; fermati....

E si affrettò a ritornare indietro per ricondurre la infelice in casa. Intanto il vetturino andava dicendo: cotesti essere proprio pensieri del rosso; o che cerini non ne aveva egli? Di mozziconi di candela era piena la cassetta; ma Eufrosina insisteva perchè pigliassero il lume.

— Ed io che me ne fo? Tanto sono cieca!

— Non importa: chi più meno vede la luce e più desidera non iscompagnarsene mai, osservò Isabella; e il vetturino rincalzò:

— E se per le scale si spegnesse il lume, si verrebbe su al buio.

Ciò detto, da capo giù per le scale, e:

— Arria, mugolava la madre ad ogni scalino che scendeva, Arria, sei tu?

— Mamma! mamma! sì, sono io.

Arria scese, l'una si precipitò nelle braccia dell'altra, e piansero.

Quando, dopo un tempo ben lungo, si svincolarono, si accorsero che il vetturino era sparito: ecco perchè il galantuomo non voleva fare a fidanza con la luce; costui rubò i panni alla povera Arria, sicchè ella tornò ignuda nella casa donde era uscita provvista di ogni bene di Dio. Isabella, fuori di sè per la contentezza, non pensò alla valigia; Arria molto meno, tutta sossopra per la piena degli affetti. Ora, mentre la madre saliva le scale al buio, la figliuola le traeva dietro interrogando:

— E babbo come sta?

— Babbo! non ha più dolori....

— E di Eponina si hanno notizie?

— Sì.

— E sta bene?

— Bene.... ma tu che hai, che salisci a stento?

— Sono stracca, rifinita dal viaggio....

— Poverina! farò adagio.

— Mamma.... mi daresti un po' braccio.

— Magari! Porgimi la mano..... Misericordia! come sudi? Ti senti male?

— Mamma! mamma! reggimi.... casco.

Isabella lì pronta, prima a sorregerla, poi ad assettarla quanto più potè soavemente sopra gli scalini, e le asciugò il sudore, e co' più dolci nomi si diede a chiamarla. Dopo pochi momenti Arria con voce fioca riprese a dire:

— Non ti spaventare, mamma, sai! È stato un deliquio passeggero... la commozione.... la fatica.... ora è passato.... andiamo pur su!

Ma di levarsi in piedi egli era niente. La madre amorosa la veniva interrogando:

— Ma da quando è che tu non hai mangiato?

— Saranno ventiquattro ore e più....

— Ma perchè, tu sii benedetta, non ti sei un po' ristorata a tempo? Perchè mai ridurti in questo stato di debolezza?

E qui, senza nemmanco attendere la risposta, dimentica degli anni e degli acciacchi cagionati dalle lunghe angoscie, si reca in collo la figliuola mentre invano questa se ne schermiva dicendo:

— Non fare! non fare!

A cui la madre rispondeva:

— Assettati bene.... procura di stare a tutt'agio.... qui sulla spalla appoggia il capo.... abbracciami il collo col braccio dritto; da brava, su.

Era Isabella a posta sua rifinita di forze, e nonostante ciò tanta balìa le diede la passione, che sarebbe bastata a portare la figlia, non che di carne, di marmo. Miracoli di amore materno, ai quali egli è forza credere.

Giunsero nella soffitta, e al primo raggio di luce, bramose di guardarsi, l'una spinse lo sguardo sopra l'altra, e si fecero paura, tanto si apparvero mutate da quello che furono; nè tanto si poterono reprimere, che non prorompessero in un urlo, al quale Eufrosina aggiunse il suo per consenso di dolore. A quale stato si fosse ridotta Isabella ogni uomo può facilmente immaginare; Arria poi era uno scheletro; tisica senza rimedio. Così la pietà dei gesuiti restituiva la figliuola alla madre. Arrogi che ad Arria aveva messo paura anco Eufrosina, la quale, smaniante a sua posta di contemplare Arria, le cacciò addosso stralunate le pupille come due punte di stile, per la quale cosa questa, abbracciando più stretto il collo alla madre le nascose il volto nel seno interrogando a voce bassa:

— Mamma, cotesta donna chi è? Perchè mi guarda così truce? Che cosa le ho fatto?

E l'altra le bisbigliava negli orecchi:

— Ah! figlia mia, ella è tua sorella, promessa sposa di Curzio, e se ti guarda a quel modo, compatiscila, perchè la poverina è cieca.

Il dottore Taberni, sempre pronto, accorse a visitare Arria; egli conobbe ad un tratto la gravità del male, e gli parve debito non celarlo alla madre; la quale, pure a malincuore persuadendosene, preso per un braccio il dottore, e fissandolo dentro gli occhi, lo interrogò:

— Dunque proprio... proprio non ci è più speranza alcuna?

— Alcuna.

— Dunque, che resta a fare?

— Per me giudicherei carità abbreviarle la vita; per voi ad attenuarle l'angoscia dell'agonia.

— E quando cesserai di trafiggermi con le tue saette? Digrignò fra i denti la desolata, voltando gli occhi in su; ma subito dopo, declinando la faccia in atto di rassegnazione, soggiunse: e sia così!

Il dottore, scendendo i centosei scalini mal connessi, e per giunta bui sempre, acerbo borbottava:

— Io non so capire come i poveri si arrampichino per rannicchiarsi nelle soffitte! Se essi lo fanno per accostarsi maggiormente al paradiso, onde con più facilità Dio veda le loro miserie e ascolti i loro lamenti, stanno freschi! Ci guadagneranno stridori di verno e bagni di acqua piovana; gente senza giudizio, scendete nelle cantine, avvicinatevi allo inferno, almeno sentirete un po' di caldo! Il caldo è principio di vita, il freddo è morte.

Io per me credo, che se è vero che un angiolo stia al fianco di ogni creatura per registrare le sue azioni, la storia dei prodigi di amore di Isabella per la sua infelice figliuola, degli sforzi più che umani onde adempire le sue voglie rinascenti, delle blandizie affinchè l'anima di lei per difetto di consolazione non si desolasse, a quest'ora, scritta su carta velina in caratteri d'oro, dev'essere stata esposta dinanzi al cospetto eterno. Però se lassù, io spero, che la leggeranno con piacere, ed anco con edificazione, egli è perchè tempo avanzato non manca ai beati, a cui la eternità non si misura, mentre a noi il tempo ci è fornito a braccia. Però mi dispenso raccontare la storia dolorosa ai miei lettori; basta per questi quanto riferimmo delle tribolazioni di Arria fino al punto nel quale i gesuiti, calcolando che ormai la povera giovane era diventata di scapito certo, la rimandarono a morire a casa. Arria, all'opposto, nelle vigili notti e nei giorni lunghissimi, la raccontò più volte, per cui la Isabella venne a conoscere come la sua figliuola non fosse uscita mai da Parigi; menzogna la sua partenza per Brusselle; ma non bisogna maravigliarsene, imperciocchè la bugiarderia gli è il sale dei discorsi dei gesuiti. Le accoglienze prime fattele nella casa di Parigi, piuttosto che oneste, principesche: quivi avere vestito l'abito in apparenza uguale a quello delle altre suore, ma in sostanza con sottile arte foggiato così da dare risalto alla sua persona. Da quanto udiva dire intorno con poca verecondia e meno santimonia, la gente andava stupita del poderoso suo incesso, dal colorito caldo, dagli occhi e dai capelli nerissimi, dall'insieme delle fattezze traboccanti di vita, onde il direttore spirituale della casa ebbe a prognosticare che ella sarebbe diventata una strenua gladiatrice della Fede.