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La Francia dal primo impero al 1871. Volume 2 cover

La Francia dal primo impero al 1871. Volume 2

Chapter 6: I.
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About This Book

The author offers a political and historical analysis of repeated 19th-century upheavals in France, arguing that a highly centralized state and fragile institutions made authority susceptible to abrupt popular seizures. He examines moments when rumors or small conspiracies momentarily commanded the capital, critiques the February upheaval as a largely unplanned and reckless overthrow that yielded an improvised republican administration, and traces how provincial resistance, bourgeois desires for order and respect for property, and moderate leadership checked radical excesses. The narrative reflects on the paradox of a refined society succumbing to popular violence, the limitations of parliamentary life under despotic structures, and the wider consequences for national cohesion and continental affairs.

The Project Gutenberg eBook of La Francia dal primo impero al 1871. Volume 2

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Title: La Francia dal primo impero al 1871. Volume 2

Author: Heinrich von Treitschke

Translator: Enrico Ruta

Release date: March 12, 2009 [eBook #28317]

Language: Italian

Credits: Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni, and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net. Images courtesly provided by Alberto Mello

*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA FRANCIA DAL PRIMO IMPERO AL 1871. VOLUME 2 ***

Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni, and the Online

Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net.
Images courtesly provided by Alberto Mello.

ENRICO VON TREITSCHKE

LA FRANCIA DAL PRIMO IMPERO AL 1871

TRADUZIONE DI ENRICO RUTA
VOLUME II

  BARI
  GIUS.LATERZA & FIGLI
  TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI

1917

PROPRIETÀ LETTERARIA

OTTOBRE MCMXVI—45237

PARTE QUARTA

LA REPUBBLICA E IL COLPO DI STATO

La repubblica e il colpo di Stato. [Scritto ad Heidelberg nel 1868.]

I.

Nei giorni che Napoleone ritornò da Mosca, il generale Mallet una mattina evase dal manicomio di Parigi dov'era rinchiuso. Propalò la favola, che l'imperatore era caduto: da un momento all'altro la macchina di quel potente impero dispotico si rifiutò di funzionare. Funzionari e ufficiali s'inchinarono al pazzo, il quale osò dichiarare: «il governo sono io!». Il prefetto della Senna dispose la sala del consiglio, in cui si sarebbe adunato il governo provvisorio di Mallet: un ministro fu tenuto sotto catenacci e serrature; le truppe della guardia aprirono la prigione ai compagni della cospirazione. Quando l'imperatore venne a sapere con quale illimitata potenza era venuto fatto a un pazzo di comandare una mattina sulla capitale a sua posta, esclamò sdegnato: «Un uomo qui è tutto? I giuramenti, le istituzioni non contano nulla?». Era passato da allora un lungo tempo, in cui pareva che la vita parlamentare si sostenesse sulla libera cooperazione del popolo o almeno della classe dominante. Eppure la sostanza di questo stato era rimasta dispotica, il governo si teneva in lotte incessanti con l'umore mutevole della società. Bastava un improvviso momento di debolezza alle Tuileries, e un ardito colpo di mano compiuto da un piccolo partito avrebbe potuto rovesciare l'autorità dello stato e imporre una costituzione aborrita dalla maggioranza del paese. La rivoluzione di febbraio fu appunto un colpo di mano siffatto, non propriamente altrettanto insensato, ma appena meno ingiustificato della scesa di testa del pazzo nel 1812.

Il ministro Rouher sollevò l'indignazione dei partiti liberali, quando espresse, tuttora sotto la repubblica, la prima e la più famigerata delle sue alate parole, qualificando la rivoluzione di febbraio come una catastrofe. Se non c'inganniamo interamente, verrà tempo in cui il giudizio della storia sonerà di gran lunga più aspro, e designerà la rivolta di febbraio come una pazzia e un delitto. Chi riconosce l'inconsistenza della situazione di fatto, e noi non abbiamo punto palliato gli errori del governo di luglio, non per questo giustifica coloro, che senza un disegno e senza una meta distruggono le istituzioni in vigore. Laddove il movimento grandioso del 1789 e la necessaria difesa della libertà del 1830, altamente giustificati in sé stessi, riceverono puramente una significazione più elevata dalla potente ripercussione sul mondo europeo, all'opposto la rivoluzione di febbraio non ci porge nulla che sia degno di ammirazione. La sua grandezza consiste solamente nelle conseguenze, da nessuno volute, che produsse in Francia, e principalmente nell'influenza spiegata in Germania e in Italia, dove l'idea dell'unità nazionale, maturata in lunghi dolori, aspettava soltanto il segnale per cimentarsi nella lotta. Senza dubbio un avvenimento così importante non era un caso; anzi una necessità profonda si annidava nel duplice fatto, che la borghesia di Francia non mosse un dito per la difesa del proprio dominio, e che un regime apparentemente consolidato potè cadere di botto, per un tumulto improvviso di piazza. Ma in questo guazzabuglio di debolezza che ha perduto la testa e di passione losca, solamente l'adulazione al popolo scoprirà un segno di grandezza, la voce della sollevata coscienza nazionale.

Nella lotta per la riforma della legge elettorale l'opposizione con imprevidenza puerile si attenne al pericoloso mezzo delle dimostrazioni popolari. Il partito sovversivo, che per sua propria confessione non contava tra i seguaci sicuri a Parigi più di tremila affiliati, profittò dell'occasione per una lotta di barricate: e la lotta pareva cessata, perché il re aveva ceduto e Guizot si era dimesso. La pace era conchiusa, quando di botto dalla folla ammassata davanti al ministero degli esteri partì quel colpo enigmatico, di cui nessuno neppure oggi sa dire con sicurezza se fu un caso o l'atto precipitato di uno spaurito o una bricconata demagogica sull'esempio delle bravate consimili nella guerra della fronda. I soldati di guardia al ministero si credettero assaliti e risposero al colpo con un fuoco mortale: la folla scoppiò in un urlo selvaggio di vendetta. Gli operai si sollevarono in cieco furore. Il re, rovesciato da quel fatale abattement du troisième jour paventato in tutte le rivoluzioni di Parigi, diede inconsideratamente la partita perduta prima del tempo: il partito vincitore del momento dichiarò la repubblica. E la repubblica s'insediò in cima a un ordinamento amministrativo dispotico, che a mala pena era in grado di comportare un trono parlamentare. Un popolo di raffinata civiltà ricevè il governo dalle grida di una turba plebea nel palazzo Borbone; e questo governo improvvisato si dové subito completare coi nomi di una seconda lista, acclamata nel palazzo di città da un'altra moltitudine di popolo. La più lussureggiante città del mondo fu obbligata di botto ad avvezzarsi alla semplicità della vita repubblicana, che in un ambiente siffatto non poteva riuscire ad altro che ad una caricatura della monarchia. Una nazione, le cui classi colte quasi alla vecchia maniera spagnuola vedevano la meta della propria ambizione unicamente nelle cariche dello stato, gettò questo immenso potere statale nelle mani di un magistrato mobile. In verità, l'insensatezza dei fantasticatori politici non ha mai osato una più pazza incongruenza.

Trentacinque milioni di francesi riceverono per telegrafo la notizia, che il loro stato aveva cambiato regime, e si conformarono senza resistenza al nuovo ordine. Predominò l'apparenza, che in questo stato accentrato non sarebbe sorta la questione, decisiva in ogni paese germanico, del come si sarebbero comportate le provincie davanti al colpo di mano della capitale. Ma, col fatto, la volontà del paese non era ancora spenta completamente. Già sotto Luigi Filippo un giornale liberale aveva sentenziato, che Parigi era tuttora solamente la cittadella del potere, ma non era più il cuore della Francia. Questa sentenza adesso si sarebbe avverata per un breve corso di tempo: per la prima volta dai tempi della Convenzione la provincia mostrò indipendenza di risoluzione verso la dittatura della capitale.

La borghesia e la popolazione conservatrice delle provincie erano troppo straniate dall'attività politica, le pubbliche autorità troppo abituate all'ubbidienza meccanica, perché difendessero risolutamente la costituzione giurata. Ma, passato il primo sgomento della sorpresa, la maggioranza della nazione si mise all'opera con efficace costanza e con l'istinto infallibile della disperazione, per ribattere il regime improvvisato del febbraio e scotere il giogo dei radicali e degli operai della capitale. La nazione era priva di qualsiasi attaccamento a una determinata dinastia, ma era convinta della necessità della monarchia e tanto più della intangibilità dell'ordinamento vigente del diritto di proprietà; e manifestò con sicuro tatto questo sentimento prima con le elezioni reazionarie dell'assemblea nazionale, poi col suo atteggiamento ostile verso la sommossa di luglio e in fine con l'elevazione di un pretendente al seggio presidenziale. Tenendoci strettamente a cotesti dati, noi siamo in grado di prendere la difesa del popolo contro l'indignazione di parecchi nobili francesi, i quali a proposito di questa rivolta arrabbiata alzano le spalle e sentenziano, che il carattere di tale popolo sia siffattamente originale, che si sorprende sempre di sé stesso.

Chi si proponesse di considerare la rivoluzione di febbraio con l'animo del satirico, troverebbe nell'orribile guazzabuglio di questa società in frantumi la materia rispondente. Comunque, la civiltà mite dei nostri tempi non si smentì nemmeno in quei giorni di vertigine. Non appena la barbarie della plebaglia si fu sfogata nel saccheggio di alcuni castelli, principiò un governo umano e decoroso con a capo uomini personalmente integri. Tale moderazione apparve molto confortante nella condotta seguita dal nuovo governo rispetto agli Orléans; e con legittimo orgoglio Lamartine poté dire nell'assemblea nazionale: «Nessuno può rivolgerci questa domanda: che cosa avete voi fatto della vita di un cittadino?». Ma se il movimento fin dal principio rifuggì da un inutile spargimento di sangue, esso però palesò ben poco di quell'entusiasmo giovanile e idealistico, di quell'ebbrezza di speranza, che illuminò e infiammò gl'inizi della prima rivoluzione. Migliaia d'impiegati spergiuri domandarono l'abolizione del giuramento politico, e la repubblica annuì alla preghiera. Noi non spendiamo una sola parola sull'imprudenza politica di tale provvedimento: giacché precisamente il morso della coscienza negli uomini dimentichi del dovere dimostra, che per la media degli uomini il giuramento pure costituisce un legame di fedeltà più solido di quello che la frivolezza voglia concedere. Domandiamo semplicemente: l'anima giovanile di uno schietto movimento di popolo sarebbe stato capace di una tale manifestazione di cinico disprezzo umano? E che cosa si era mai raggiunto con la caduta della monarchia, con la slealtà generale della burocrazia? Solamente una nuova semplice rivoluzione contro il trono, solo un cambiamento alla cima dello stato.

Nessun terzo può descrivere l'inutilità di cotesta rivoluzione più causticamente, che non abbia fatto lo stesso Lamartine con invidiabile ingenuità. Non appena il governo provvisorio nel palazzo di città si fu liberato della calca delle turbe plebee, i novelli capi dello stato si misero a tutt'uomo a fissare le grandi idee politico-sociali, che la repubblica avrebbe realizzate. I tribuni del popolo si frugarono bene nel petto per «trovare quei pensieri che sgorgano dal cuore e che sono la suprema politica, perché sono la suprema natura e la suprema verità». Giacché l'istinto, come c'insegna Lamartine, è il legislatore supremo; chi traduce nella scrittura le decisioni dell'istinto scrive sotto l'alito di Dio! Finalmente i pensatori si alzarono da sedere e con ardente entusiasmo notificarono alle turbe la seguente «filosofia delle rivoluzioni»: suffragio universale e abolizione delle leggi di settembre (cioè due desiderii, che Luigi Filippo in sostanza aveva già accettati negli ultimi tempi del suo regno); inoltre alcune nuove acquisizioni, e cioè: fraternità come supremo principio statale, esterminio della miseria mercé l'amore e, per soprassello, soppressione della schiavitù dei negri! Giorni dopo, Lamartine aggiunse anche il principio dell'abolizione della pena di morte; in fine i grandi uomini si diedero con le lacrime agli occhi «il bacio della vita» e annunziarono il lieto messaggio al popolo in delirio.

Per tutto questo, dunque, le strade della capitale furono arrossate di sangue, per questo una scossa terribile fu riserbata alla pace del mondo! E che cosa sarebbe mai stato della rettitudine e chiarezza tedesca, se mai noi avessimo potuto ammirare una tale vertigine! Fu tirato fuori tutto l'armamentario della rettorica rivoluzionaria: fu chiamato al voto «ognuno che nel suo titolo di 'uomo' porta i diritti del cittadino»: ogni francese è sovrano e nessuno da ora in poi può dire a un altro: «tu sei più sovrano di me». In tre giorni i vecchi partiti invecchiarono di un secolo, e come allora il gran Carnot organizzò la vittoria della libertà sul dispotismo, adesso il nuovo ministro dell'istruzione Carnot si mise a organizzare la vittoria della luce sulla cultura! L'albero della libertà splendeva su ogni piazza; su ogni chiesa, su ogni edifizio pubblico l'iscrizione: «Libertà, Eguaglianza, Fraternità!». Il superbo nome di «cittadino» cacciò via di nuovo il cortigiano «signore»; e il poeta popolare Festeau si diede a magnificare con iperboli spocchiose il nuovo «Risveglio del popolo»: le géant souffle, un trône est emporté! Né doveva mancare la sublime semplicità dei liberi stati del mondo antico: un carro tirato da buoi trascinò la statua della libertà sotto gli occhi ironici dei parigini blasés, e sui boulevards fu portato su e giù a spasso un grande bossolo di stato, in cui ogni cittadino poteva versare il suo obolo per la repubblica.

Nelle vene del radicalismo moderno non scorre una sola goccia di quell'austerità rigidamente morale, che animò un tempo i pii compagni della democrazia inglese. Perciò, non appena il rigore delle autorità si allenta, non si manifesta in nessun luogo la coscienza del dovere politico, anzi all'opposto si rivela dovunque solo sfrontata cupidità del proprio interesse sociale. Aveva poca consistenza il magnanimo entusiasmo suscitato pel momento nel popolo eccitabile, quando a teatro la Rachel declamava con fervore infiammato la Marsigliese. Neppure un sol ceto della società, fin giù agl'invalidi e ai sordomuti, si teneva dal presentare, esigendo e minacciando, i suoi desiderii all'autorità dello stato. Una legione di cacciatori d'impieghi assediava il governo: ogni ambizione, che non aveva trovato il suo appagamento sotto il sistema parlamentare, ora faceva ressa. Osservando la quantità delle nuove uniformi repubblicane e il nepotismo sfrontato che s'inoculò nella repubblica sul modello del regno di luglio, ci ricordiamo con terrore di ciò che un tempo Luigi Filippo aveva predetto: che, cioè, le condizioni dell'America spagnuola sarebbero state il campione della Francia. Onnipotenza dello stato e rapido cambiamento dei detentori del potere: ecco il nocciolo delle nuove aspirazioni del popolo. Nei primi giorni della rivoluzione il consiglio municipale di Parigi, insediato dietro elezione, fu subito deposto; e in suo luogo fu nominata una commissione di cittadini giudicati idonei alla carica pel fervore dei loro sentimenti repubblicani. Tutti gl'impiegati furono dichiarati senz'altro dimissibili per ragioni di pubblico bene. E soprattutto l'amovibilità dei giudici fu tenuta per un gioiello di libertà repubblicana: un principio, che col fatto ebbe esecuzione e che fu difeso con ardore da Victor Hugo e i suoi colleghi. Tutto ciò in nome della libertà! A tutti gli impiegati era dovuto dallo stato lo stipendio, a tutti gl'indigenti l'assistenza.

Dopo la vittoria gli operai lì per lì confermarono ancora una volta l'antico principio, che ogni classe sociale, dove proceda come classe, cade nell'egoismo, nella πλεονεξία. Il parlamento operaio, che nelle sale del palazzo del Lussemburgo dibattè sotto la presidenza di Luigi Blanc la soluzione della questione sociale, trattò di tutto e di ciascuno; ma si rimase d'accordo solo in questo, che gli operai parigini lavorassero un'ora al giorno meno dei compagni delle provincie, come pure, che dei 34 candidati di Parigi alla dieta non meno di 20 appartenessero al ceto operaio! Quando gli agricoltori domandarono di essere ammessi alle deliberazioni, furono loro concessi quattro rappresentanti su quattrocento lavoratori cittadini. Posto in ansia, il padre di famiglia delle classi medie ritenne conveniente esprimere la sua alta considerazione alla nuova potenza della classe operaia. Ognuno, anche l'artista, il negoziante, l'industriale, si dichiarò operaio, e perfino il candidato reazionario, che non poteva negare di essere affetto dal peccato della proprietà fondiaria, si denominò almeno propriétaire cultivateur. Si guardava con occhi sentimentali il camiciotto di Albert, operaio e membro del governo: il camiciotto era esposto nella bottega, come indicava il Moniteur, e ognuno poteva persuadersi, che effettivamente la Francia aveva la fortuna di essere governata da un chiavare in corpo e persona. Sopra questa società, in cui si era destato tutto l'egoismo dei bassi ceti e ogni forte sentimento del dovere era spento, era collocato un governo, che si qualificava da sé eccellentemente attraverso la confessione dello stesso Lamartine: la popularité c'est le pouvoir tout entier: un governo soggetto a ogni capriccio del popolo eccitato, senza forse nemmeno un capo universalmente riconosciuto. Un nuovo tempo era venuto, tutti i vecchi capiparte erano logori, dovunque s'invocavano uomini nuovi.

Un sintomo di rovina più significativo di questi e inseparabile dai grandi rivolgimenti, era la menzogna universale di quasi tutti i partiti. La menzogna costituiva il più esoso tratto caratteristico del movimento, e un ammonimento per tutti coloro che trattano i gravi affari della politica come un gioco fantastico. Troppo spesso Cormenin nei suoi libelli velenosi aveva gridato per scherno alla monarchia di luglio: «la repubblica è morta davvero! Contro chi promulgate le vostre leggi di settembre, se non contro i repubblicani?». Troppo spesso la classe operaia era celebrata anche dalle persone moderate come il vero e proprio popolo, ed era ripetuta l'intelligentissima massima: «le repubbliche sembrano guidate immediatamente dalla Provvidenza, perché non si vede nessuna mano mediata tra il popolo e il suo destino!». Ora dunque la repubblica ideale era fondata mercé l'esaltazione del quarto stato divinizzato, e sul momento apparve manifesto, che la celebrata forma di stato prettamente francese contava nelle classi colte non più che pochi seguaci seri. Ma gli uni erano legati dalla forza delle loro proprie frasi, gli altri aderivano alla repubblica per paura.

Il secondo e poco meno penoso tratto caratteristico della nuova società era la mancanza di riflessione prodotta dalla paura della morte. La sollecitudine per la sicurezza della borsa e della testa smorzava ogni altro sentimento. Fin dalla caduta dell'impero la nazione non aveva più goduto un lungo periodo di pace interna, ed entrava quasi altrettanto affaticata nella nuova rivoluzione, come si era trovata al termine della prima. Sentiva quanto poca forza morale le era rimasta per opporre resistenza all'anarchia; sapeva per una tremenda esperienza ciò che significava il dominio del quarto stato; e imparava ora, che nel tessuto artificiale della moderna economia fondata sul danaro e sul credito ogni perturbazione sociale si presenta impareggiabilmente più devastatrice che non nelle semplici relazioni di scambio del secolo decimottavo. La paura era la grande schiava del tempo; e rimane a spettacolo memorabile e profondamente vergognoso il vedere fino a qual segno questa, che era la più generale delle passioni, amareggiasse e abbrutisse le classi possidenti. Uno dei più famosi masticaspavento, Dupin, confessa egli medesimo, che in quel tempo parve diventata letteralmente una verità l'ardita immagine miltoniana della tenebra visibile. La signora di Girardin chiuse i suoi intellettuali articoli di appendice, scritti durante il tempo della pace sotto il nome di Visconte de Launay, con una dipintura acre, ma purtroppo veritiera, dell'abbrutimento contemporaneo. La Francia, esclamò, si spezza in due eserciti col duplice grido di guerra: guillotinez! fusillez! Gli uni vogliono il saccheggio, gli altri la difesa dai saccheggiatori con tutti i mezzi del potere.

Il contrasto degl'interessi tra il terzo e il quarto stato, che dopo i giorni di luglio era apparso appena leggermente e confusamente, nel febbraio scoppiò subito violento, e sentito con lucidità di coscienza. Gli operai si erano battuti per le strade; la borghesia, che durante la battaglia si era tenuta in disparte, fece presto a riacquistare il senso delle cose e a capire che nella sanguinosa lotta di classe le toccava lottare a che fossero strappati al quarto stato i frutti della vittoria. Perciò anche i vecchi repubblicani del medio ceto, come Arago e Marie, principiarono di botto a perdere le staffe del loro ideale. Perciò perfino il misuratissimo Tocqueville parlò con passionata violenza dei repubblicani borghesi, del maledetto color di rosa in politica; perché questo pugno di ben pensanti fantasticatori aveva ingenuamente improvvisato una forma di stato, che non poteva derivare la forza di vivere altronde che dal dominio del quarto stato. Ma nessun popolo colto, e tanto meno l'accentrata Francia, può stare senza governo, nemmeno per un istante. La repubblica esisteva di fatto, teneva frattanto in suo potere la macchina burocratica, offriva la sola garanzia possibile per la sicurezza della borsa. Perciò avvenne, che gli stessi borghesi che nel loro intimo esecravano la repubblica e i suoi fondatori, si dichiararono unanimemente pel nuovo governo. Gli stessi nomignoli di partito, «repubblicano di oggi» e «repubblicano di ieri», tradiscono la corruttela morale di questa società frustata dalla paura. Come profondamente era discesa la intellettuale nazione, se applaudiva le frasi vuote di Lamartine, perché il poeta metteva avanti la faccenda dell'«ordine»! Lo stesso maligno cospiratore Caussidière fu ammirato dai borghesi riconoscenti. Costui aveva costituito una guardia di polizia con gli eroi delle barricate, e questi baldi compagni «creavano l'ordine col disordine».

Nessuno meglio del partito vincitore conosceva il valore di cotesti omaggi ai poteri del momento. Perciò annunziò il principio: «la repubblica è al di sopra del suffragio universale»; contestò al popolo e alla rappresentanza popolare il diritto di ristabilire la monarchia, e volle il differimento delle elezioni fino a quando il popolo fosse istruito. Ledru-Rollin comandò ai prefetti di prendere tutti i provvedimenti che assicurassero alla repubblica la cooperazione del popolo! Conseguentemente volle subito mandare nelle provincie commissari con poteri illimitati, secondo l'uso della Convenzione, per plasmare la nazione. Saggiamente, non fu sottoposta immediatamente al voto generale la domanda: riconoscete la repubblica? L'elezione per l'assemblea nazionale fu ciò che gli americani del nord chiamano a Hobson-choice: un'elezione, in cui non è possibile un no. Solo il cieco dottrinarismo della nuova democrazia francese poteva dare un qualsiasi valore al fatto per sé stesso comprensibile, che i deputati eletti in nome della repubblica salutassero il nuovo regime con diciassette o con ventisei voti. Come stavano le cose, importava solamente la voce: noi vogliamo che lo stato sussista. L'enorme maggioranza dei deputati era decisa a sostenere la repubblica fino a quando fosse stata l'ultimo baluardo della proprietà, e a scavalcarla immediatamente, non appena si fosse presentata la possibilità della monarchia.

Lo spacco profondo, che separava la società, correva anche attraverso il governo. Il caso aveva collocato cotesti uomini sulla breccia della società; e governavano, come disse incisivamente Lamartine, pel diritto del sangue versato che bisogna stagnare. Magari tutti i membri del governo avessero avuto parimente salda e chiara soltanto la volontà di stagnare quel sangue! Invece, accanto ai repubblicani moderati, quali Lamartine, Arago, Dupont, il crudo radicalismo era rappresentato in tutte le sue gradazioni, fin giù al comunismo, da Ledru-Rollin, Luigi Blanc, Albert. Le passioni di classe della borghesia e degli operai, eccitate al più alto grado e pel momento inconciliabili, ecco che avrebbero dovuto intendersela tra loro entro l'ambito di un governo! Il mondo civile non disconoscerà mai al Lamartine, quanto spesso nei primi giorni dello scompiglio abbia fronteggiato la furia, degli anarchici ora con frasi impetuose, ora col pronto dileggio, sempre con alto coraggio personale. Noi sopravviventi di quella età sappiamo bene, che un singolo uomo, e tanto più un uomo di lettere, poteva assai scarsamente a quei tempi, e sappiamo pure come risibilmente abbia esagerato i propri meriti il vanitoso tribuno del popolo; nulladimeno egli per un momento parve davvero il campione del terzo stato e della proprietà, e fu esaltato come tale ben oltre le frontiere della Francia dai più entusiasti oratori della borghesia. Fece del suo meglio per serbare incolume ai francesi il loro glorioso tricolore, ed espiò in tal modo una parte della colpa, gravante su di lui, di avere egli stesso scatenato improvvidamente la rivoluzione. Ma il coraggio del bizzarro sognatore riuscì solo per un momento a calmare la paura dello spettro rosso: egli stesso, Lamartine, qualifica l'andazzo del suo governo come un correre verso un lontano oscuro, marcher vers l'inconnu. Alla debolezza dei moderati parve soprattutto impossibile stabilire l'unità nel seno del governo ed escluderne i democratici sociali; d'altronde si temeva che un passo ardito non provocasse lo scoppio della guerra civile. Perciò tra i membri di questo governo esisteva così poca coerenza, che Lamartine non sapeva proprio nulla del pazzesco disegno di Ledru-Rollin d'inviare in tutto il paese commissari come quelli della Convenzione!

I repubblicani moderati al governo non erano liberi, toccava anzi a loro portare le conseguenze della propria misura, e, una volta che avevano abbattuto il trono con l'aiuto dei comunisti, lusingare almeno con parole sonanti la cupidigia dei loro alleati. Lamartine dichiarò che lo stato, la provvidenza dei forti e dei deboli, aveva in caso di necessità l'obbligo di procurare lavoro ai bisognosi. Carnot annunziò che l'economia politica, finora scienza della ricchezza, sarebbe divenuta d'ora in avanti una scienza della fraternità. Di gran lunga più pericoloso sonava il linguaggio dei giornali ufficiosi a proposito della proprietà, e la cosa non si fermò alle parole, I finanzieri moderati Garnier-Pagès e Duclerc compilarono un disegno d'imposta progressiva, e intendevano di raccogliere nelle mani dello stato l'amministrazione delle ferrovie, delle banche, delle società di assicurazione. L'occhio acuto di Cavour discerse subito, che cotesta condiscendente debolezza dei moderati avrebbe incomparabilmente più che non la minaccia del rosso spaventati i possidenti. Cotesti esperimenti economici non si accordavano quasi a parola coi provvedimenti proposti dall'icario Cabet per arrivare a poco a poco dall'ordinamento costrittivo della proprietà privata all'eden comunistico? E non si viveva già in pieno paradiso comunistico, se lo stato costringeva i risparmiatori ad accettare titoli di rendita di stato in luogo dei 335 milioni di lire di pure rimesse, che avevano depositato nelle casse di risparmio, e per giunta assegnava loro un ottavo in più sulla rendita? Già ricompariva il sinistro disegno di emettere assegnati in quantità arbitraria; e solo con gran fatica fu combattuto da Fould e dallo scritto occasionale di Bastiat Maudit argent. Marie, ministro dei lavori pubblici, aveva già aperto le sue officine nazionali; e vi accorrevano in folla migliaia di operai senza pane, i quali percepivano dallo stato il salario del loro non far niente. Il ministro nutriva la puerile fiducia, che queste turbe pagate dalla repubblica avrebbero formato una guardia di sicurezza contro il comunismo. Anche Luigi Blanc trovò ridicole tali speranze, e infatti gli operai profittarono della loro vita in comune nelle officine nazionali per organizzarsi militarmente alla guerra delle barricate. Nessuna meraviglia, che di 1329 milioni di entrate quell'anno 613 milioni, cioè 61 milioni più che nel 1847, siano stati spesi nella sola capitale!

Il pavido borghese aveva tuttora davanti agli occhi le terribili scene dei giorni di febbraio, quando la folla urlante, guidata da un macellaio che brandiva la coltella, si precipitò all'assalto del palazzo Borbone; e i conquistatori delle Tuileries non furono indotti ad uscire dal castello reale, se non dopo assicurati, che non si sarebbero loro perquisite le tasche. Per giunta, ecco che Ledru-Rollin rievocava le ombre sanguinose di Robespierre e di Saint-Just, e i suoi onnipotenti commissari già principiavano nelle provincie a condonare qua e là le tasse sui salari, per spianare il terreno al dominio del comunismo pratico. Dalle moltitudini saliva per mille voci il grido: «Deve sparire la proprietà o la repubblica! Il rosso dell'amore tra gli uomini sostituirà i colori, la tricolore de nos devanciers, di un'età superata! Abbasso tutti i vizi dei tempi monarchici, e prima di tutto l'eredità dei beni e dei titoli!». Quando i radicali moderati posero la repubblica al di sopra del suffragio universale, Proudhon si diede a un pensiero anche più ardito e dichiarò: la rivoluzione è al disopra della repubblica! Non era dubbio, che dietro quel grido di delirio non fosse sempre una decisione seria. Se anche il pathos della prima rivoluzione non era andato immune dall'esagerazione rettorica, ora i luridi fogli della nuova repubblica condotti alla maniera di Marat mostravano del tutto una sete di sangue epigonica, falsa, spasmodicamente sforzata. Tuttavia si comprende benissimo, che da tali minacce una società di godimento e di lavoro concepisse un cupo e cieco terrore.

Durante lo stesso febbraio la rendita al cinque per cento discese da 120 a 55: l'esportazione degli articoli della moda parigina di primavera si arrestò completamente. Nella città dei forestieri intere file di case erano vuote, centinaia di macchine erano ferme, e al popolo senza lavoro la repubblica come primo benefizio portò un'imposta addizionale di 45 centesimi: un peso che non era menomamente compensato dall'abolizione dell'imposta sul sale. Anche Bonaparte dopo il 18 brumaio aveva iniziato il proprio governo con un inasprimento d'imposta del 25 per cento; ma il popolo lo tollerò di buona voglia, perché desiderava il nuovo dispotismo. Ora, invece, la repubblica esecrata veniva in un'ora infelice ad aggravare i balzelli; e per tutte le classi di possidenti corse un grido di collera. Borghesia e agricoltori si tennero compatti come un sol uomo, unanimi non già in un qualsiasi pensiero politico, ma nella passione della propria conservazione. Come a quel tempo in Prussia i contadini a Berlino erano i più fedeli alla bandiera del re, così in Francia i piccoli ortolani del contorno di Parigi erano i più fieri nemici del comunismo. L'aforismo tanto biasimato di Machiavelli, che l'uomo perdona più facilmente l'uccisione dei genitori e dei fratelli che il furto del suo avere, ebbe in quest'occasione la conferma. A torto i nemici del comunismo si arrogarono il titolo di partiti moderati; una parola arguta, in modo incomparabilmente più calzante, designa i due partiti come la montagne rouge e la montagne blanche. Fanatismo e violento furore divampavano dall'una e dall'altra parte. L'una e l'altra erano risolute a una battaglia sociale decisiva, e le elezioni per l'assemblea nazionale facevano indovinare a quale delle due sarebbe toccata la vittoria.

Queste elezioni palesarono per la prima volta ai dottrinari del radicalismo l'ingrata verità, che nessuno è meno democratico della moltitudine. L'istinto della conservazione economica si mostrò più forte delle minacce dei partiti e degl'impiegati. Il ministro Carnot nelle sue circolari elettorali espresse invano un'idea altamente civile, ripetuta volentieri oggigiorno dai prefetti dell'impero: egli dichiarò che è un pregiudizio reazionario la vecchia opinione, che degne doti del deputato siano la proprietà e la cultura. Il contadino nella sua semplicità pensava diversamente; egli accordò la sua fiducia solo ai possidenti, perché ogni proprietario è un naturale nemico dei comunisti. La proprietà fondiaria fu rappresentata nell'assemblea nazionale più numerosamente che non nelle camere della monarchia di luglio. La classe agricola oberata di debiti, soggetta, ignorante, s'inchinò questa volta solamente a una autorità: alla Chiesa. Il delirio della paura sociale aveva rideste tutte le torbide e confuse forze delle anime, anche la cieca bigotteria: mille cuori smarriti cercavano consolazione nel confessionale: la raccolta degli ultramontani principiava a maturare. Siccome appena un settimo dei francesi vivevano nelle città superiori ai 10.000 abitanti, i contadini diedero il tracollo, e a palazzo Borbone accanto a un forte partito montagnardo comparve un esiguo gruppetto di repubblicani azzurri, e contro questi e quelli una schiacciante maggioranza di reazionari.

Fra tutti i parlamenti di quell'anno procelloso nessuno era più infecondo, nessuno più immorale. Le poche teste politiche scomparvero quasi sotto la mediocrità generale e l'insipienza di cotesti 900 rappresentanti del popolo. Anche gl'ingegni soffrivano sotto la gran menzogna del tempo: la repubblica aveva paura di sé stessa. La maggioranza reazionaria considerava la repubblica soltanto come un terreno neutrale, che per fortuna sarebbe stato presto abbandonato; e la dichiarazione corrente: «noi riconosciamo lealmente la repubblica come un governo di tutti per tutti», esprimeva cotesto sentimento in modo molto perspicuo. Il signor Thiers che sotto la prima impressione del timore aveva gridato: «Adesso non ci rimane che farci dimenticare,» riprese presto nuovo coraggio, e innocentemente significò: «Prima io preferivo la costituzione inglese. Forse io mi sono ingannato; forse la costituzione americana è meglio appropriata alla Francia!». Quanto ai legittimisti, era notorio, che agognavano il momento di una levata di scudi: il che fu loro impedito solo dalla codardia e dall'incapacità del loro pretendente. E un'assemblea siffatta, la cui maggioranza non credeva né a sé stessa né alla propria opera costituzionale, avrebbe messo mano a quell'ardito lavoro per l'essere o il non essere, che forma generalmente il destino delle costituenti!

Dopo la vittoria elettorale i possidenti presero animo per abbattere le bande di operai che minacciavano la tranquillità della capitale. La forza del governo provvisorio si era logorata nelle lotte sociali delle prime settimane; anche la commissione esecutiva nominata dall'assemblea nazionale era insiememente, come disse Lamartine, necessaria e impossibile. Nelle classi medie si consolidava l'opinione, che solo la sciabola poteva rovesciare l'anarchia. Il poeta, le cui persuadenti parole di conciliazione erano state tuttora nel febbraio accolte con plauso dalla borghesia, ora, dopo appena poche settimane, era un uomo usato, finito. E adesso la feroce sollevazione del 15 maggio palesava da quale terribile inselvatichimento e traviamento d'idee fossero dominate le moltitudini: il «popolo» tentò di annientare l'assemblea nazionale. In effetto, se nel febbraio una turba di popolo aveva potuto arbitrariamente disperdere la camera monarchica, perché mai un'altra turba nel maggio non avrebbe tentato il somigliante col parlamento della repubblica? «Il popolo non viola mai la costituzione», disse l'avvocato Michel difendendo i cospiratori del 15 maggio. Quel giorno non emerse unicamente la ferocia anarchica, ma anche la propaganda conquistatrice della prima rivoluzione: «liberazione della Polonia, guerra alle potenze orientali!» diceva il grido di guerra dei cospiratori. Da allora la borghesia si persuase pienamente della necessità della dittatura. Quando fu celebrata, il 20 maggio, la festa della Concordia e centomila guardie nazionali, ossia la borghesia armata, sfilarono per un'ora davanti alle moltitudini fitte degli operai, ognuno, preso da presentimento, ebbe ricondotto l'animo al mattino del giorno della Belle-Alliance: avvenne, come se due eserciti pronti alla lotta volessero prima della mischia mostrare l'uno all'altro la propria forza.

La decisione si avvicinava. Nel giugno la rivolta operaia esplose nella lotta sociale più formidabile, che sia avvenuta nella storia moderna dopo la guerra dei contadini in Germania. Di rado i figli di un popolo si sono battuti con pari furore; e siamo in grado di argomentare quale fosse la ferocia dell'urto, se anche oggi dalla bocca di francesi intelligenti apprendiamo spesso giudizi iniquamente duri sul carattere sincero di Cavaignac. Il borghese si batteva pei suoi averi, l'operaio intendeva di godere integralmente il prezzo della vittoria della rivolta di febbraio, stata tutta opera sua; ma il soldato bramava soprattutto da lungo tempo di vendicare l'onore mortificato della divisa. L'esercito, compiuto nei giorni di febbraio il suo obbligo, aveva abbandonata senza troppa esitazione la pacifica monarchia borghese; sperava dalla repubblica un tempo di vittorie, si aspettava, quando l'Italia si sollevò, di ricalcare un'altra volta la «via sacra» di Montenotte e di Lodi. Ma la primavera dei popoli, in luogo di allori, gli portò solo tormento ed umiliazione. Già i vincitori di luglio avevano dimostrato poco riguardo per l'esercito; per colmo, gli eroi di febbraio non la rifinirono più dallo scherno verso gli abbrutiti mercenari: aberrazione inconcepibilmente stupida e affatto non francese! Il governo provvisorio esortò invano «a ripristinare l'unità del popolo e dell'esercito momentaneamente turbata». I soldati, la più parte contadini e rimasti fedeli anche nelle variopinte uniformi alle idee sociali del villaggio, erano esasperati dal servizio incessante di quei giorni burrascosi, e per giunta si vedevano sempre più esposti agli oltraggi dei demagoghi; talché l'esercito, che in altri tempi aveva con ardente entusiasmo offerto la spada alla rivoluzione, ora invece si trovò subito di fronte ai fondatori della nuova repubblica con un odio implacabile.

Finalmente la bandiera rossa era a terra, l'autorità dello stato si era rotta con la democrazia sociale, le officine nazionali furono chiuse. La proprietà era salvata e, ciò che più conta, si era acquistata la persuasione, che le fondamenta della nostra società sono più salde di quanto si credeva, e che la «questione sociale» dev'essere risoluta con mezzi più miti di quelli affermati dai radicali degli ultimi quarant'anni. L'importanza storica di queste battaglie in città consiste principalmente in questo, che la lotta e le atrocità avevano spianato la via a un'êra di pacifiche riforme sociali. Evidentemente dominava la sciabola, e il governo di Cavaignac aveva innegabilmente acquistato maggior potenza e animo, che forse nessun ministero tedesco del tempo. L'infinito affetto, che la borghesia salva portava al dittatore, rivelava la paura immensa da cui in fine era stata liberata. Chi però guardava più a fondo, certamente poteva intravvedere, che anche il nuovo detentore del potere si sarebbe logorato in poco tempo e sarebbe stato dimenticato. Anche Cavaignac, come poco avanti Lamartine, avrebbe sperimentato, che i tempi democratici amano il potere e odiano i potenti. Il suo partito, quello dei repubblicani azzurri, rimase poi come prima: un piccolo gruppo senza base nel popolo. Gli operai astiavano il loro domatore, ma i contadini e una gran parte della borghesia erano tuttora scontenti dei fatti di luglio: essi agognavano la monarchia.

Come mai una tale repubblica avrebbe potuto contare sull'amore dei francesi? Forse che in realtà non era una schiavitù ribellata? E potevano anche i moderati non consentire, quando Proudhon lanciava l'invettiva: «cotesta repubblica parlamentare inzuccherata di giacobinismo e di dottrinarismo non è niente altro che controrivoluzione»? La capitale era sottoposta allo stato d'assedio; si discuteva la costituzione della nuova libertà sotto la protezione delle baionette. I rivoltosi erano condotti davanti ai tribunali straordinari da leggi con forza retroattiva. La violazione delle lettere e tutte le male arti della polizia segreta erano in vigore come al tempo dell'imperatore soldato. Migliaia di operai erano deportati di là dal mare, e la vendetta dei trasportatori non cedeva alla rabbia dei livellatori. Questa era la libertà, e per questo il benessere del paese cadeva in rovina, per questo la superba nazione era condannata nella grande politica a una completa impotenza!

Più tardi Thouvenel con giusto dolore lamentava, che durante il tempo della repubblica la sua patria in Europa fosse stata considerata assente. Sotto Luigi Filippo la considerazione del regno non aveva mai patito così profondamente, giammai i suoi interessi europei erano stati trattati da fatui dilettanti con maggiore leggerezza e insensatezza. Il manifesto di Lamartine all'Europa aveva annunziato con frasi strepitose al felicitato continente, che sotto la guida della libera Francia si apriva un'êra di fraternità universale. Per la perfetta tranquillità dei vicini, a questa «bella pagina di filosofia nazionale» era anche aggiunto il codicillo conclusivo: «la Francia sarebbe felice, se le fosse dichiarata la guerra e fosse costretta, malgrado la sua moderazione, a crescere in potenza e in gloria»! Scoppia fuori da ogni parte, attraverso il fragore verbale della fraternità dell'amore cosmopolitico, la cupidigia d'impadronirsi del Belgio e della Savoia, la smodata vanagloria nazionale. «Oggi le idee penetrano da per tutto, e le idee portano il nome della Francia!». Lo stesso spirito di grandigia parla da ogni pagina della storia della rivoluzione di Garnier-Pagès e dalla profezia di Proudhon: le frontiere delle nazioni spariranno da sé, non appena avrà dovunque trionfato l'economia nazionale della nuova Francia. L'alleanza con la Russia secondo Lamartine è «il grido della natura, la rivelazione della geografia»; e nello stesso istante desidera la liberazione della Polonia! Egli spera che la Prussia con bello esempio precederà le altre potenze orientali nella reintegrazione della Polonia, e non dubita che il nostro stato si terrà contento d'indennizzarsi sui paesi del Reno, nello Schleswig-Holstein, lo Hannover o altrove, et ailleurs! Non meno stupefacente di queste vedute è la conoscenza che Lamartine mostra degli uomini dirigenti. Il re Federico Guglielmo IV sembra a lui un formidabile uomo di forza, «capace di comprendere tutto, di tentare tutto, di osare tutto»! Saggi sufficienti a illustrare una sapienza politica, alla cui celeste innocenza non bastava il frasario d'uso parlamentare: è veramente, come dicono nella campagna di Gottinga, una politica che non mena a niente: eine Politik wo's gar nicht giebt. Con che riso sardonico l'astuto pretendente, che se ne stava da parte in agguato, avrà dovuto intendere cotesti oracoli repubblicani! Per la salute del mondo, Lamartine non fu mai in condizione di menare ad effetto la sua geniale politica estera: tutte le forze dello stato si consunsero nelle lotte civili.

Finalmente sotto Cavaignac tornò al ministero degli esteri un uomo d'affari, Bastide, un repubblicano rigido, così poco addestrato ai maneggi diplomatici quanto lo stesso dittatore. La conquassata repubblica era tuttora a mala pena al caso di prendere una decisione nelle questioni europee, e, quando le venne fatto, seguì fedelmente le orme di Guizot; salvo che al frasario conservatore sostituì il radicale. Anche la filantropica seconda repubblica fu ossequente al tradizionale principio francese, secondo il quale la potenza della Francia si basa sulla rovina dei vicini. Solo un uomo ingiusto censurerà la Francia di avere indugiato a riconoscere il potere centrale tedesco e a ricevere ufficialmente il nostro ambasciatore imperiale Federico von Raumer, che apparve subito accanto all'ambasciatore prussiano von Willisen. Chi potrebbe volerne ai francesi, se non compresero la sottile differenza tra un tedesco prussiano e un prussiano tedesco, e se confessarono apertamente, che non sapevano che si pensare del nostro immaginario potere centrale? Un ambasciatore, il quale per l'occasione offriva al ministro Bastide un libro che aveva ottenuto un successo, cioè le Considerazioni di un vecchio professore di storia sullo stato della Francia, non poteva seriamente aspirare ad essere considerato come il rappresentante di una grande potenza. Più grave era l'atteggiamento ostile della repubblica verso la sollevazione dello Schleswig-Holstein, e addirittura riprovevole l'animosità invidiosa contro la lotta dei piemontesi. Intendeva accettare repubbliche figlie a Milano e a Venezia, ma non mai un vitale e potente regno subalpino. La dominazione austriaca in Italia sembrava al dittatore meno pericolosa di un nuovo generale Bonaparte alla testa di un esercito vittorioso. Quando il re Carlo Alberto sollecitò a Parigi l'invio di uno sperimentato condottiero per le sue truppe battute, gli fu risposto con un freddo rifiuto. Noi vogliamo la libertà dell'Italia, scrisse Bastide a Bixio a Torino, ma non la supremazia del Piemonte, che può riuscire più pericolosa all'Italia dello stesso governo austriaco. Con idee siffatte si riusciva solamente alle mezze misure; e la stessa repubblica veneta, che implorò insistentemente l'aiuto della Francia, ottenne puramente l'appoggio di una innocua dimostrazione della flotta francese.

II.

In questo modo l'infelice stato tentennava, sconvolto, non libero all'interno, disprezzato e quasi senza volontà all'estero. Di tale condizione era degna anche la nuova costituzione repubblicana, che indubitabilmente, fra le tante costituzioni nate morte di quell'anno, era la più assurda. Della commissione costituente dell'assemblea nazionale facevano parte diversi uomini segnalati, come Tocqueville; e di aver menato a termine un'opera tanto incongruente la colpa fu la falsa situazione di questa repubblica mal suo grado. La lotta quotidiana e logorante per la sicurezza dell'avere e della vita non profittava certo a idee politiche feconde. I legislatori non potevano sottrarsi alla convinzione, che la Francia abbisognava di un governo forte; ma nello stesso tempo temevano l'arbitrio di una Convenzione e anche più l'usurpazione di un presidente ambizioso. E si sperava di sfuggire a un tal pericolo proclamando l'idea dottrinaria, né ancora pienamente attuata in nessuno stato del mondo, dell'assoluta divisione dei poteri come il supremo principio di ogni governo libero. Il popolo sovrano trasferì il potere legislativo a un'assemblea nazionale, che siedé in permanenza per lo spazio di tre anni senza potere essere disciolta. Quando di tanto in tanto si aggiornava, nominava a rappresentarla una commissione dal proprio seno; e quando spirava il termine del mandato, una commissione nuovamente eletta ne prendeva subito il posto. Nulla, il puro nulla era stato previsto per tutelare questo corpo di 750 membri dalle decisioni avventate: ogni legge che aveva deliberata, entrava in vigore un mese dopo, nei casi urgenti anche tre giorni dopo l'approvazione. Si poneva appena mente, che la stessa democrazia dell'America del Nord non ha rinunziato a quella fonte di mutui emendamenti e temperamenti, che costituisce il sistema delle due camere. Ma quello che decise il sistema della camera unica non fu lo zelo di eguaglianza dei radicali né furono le condizioni sociali di un popolo che è fuso in una massa compatta di contribuenti, sibbene la paura sociale dei possidenti. Noi abbiamo bisogno della dittatura, e la dittatura non comporta partizioni; solo l'unità del potere assicura l'ordine: tali erano le considerazioni reazionarie, che indussero la maggioranza alla sua decisione radicale. Alla repubblica una e indivisibile corrispondeva la camera una: non si volle vedere, che solo i governi dispotici godono il privilegio della semplicità. In tal modo parve effettuato quello spauracchio di una legislatura senza limiti, che mosse un tempo Mirabeau ad esclamare: «io preferirei di vivere a Costantinopoli piuttosto che in Francia sotto il dominio di un parlamento siffatto!».

Ma sotto questa assemblea teoricamente onnipotente era un presidente, capo del potere esecutivo, della force publique. L'idea di porre un collegio a capo del potere esecutivo ebbe pochi sostenitori. Le tristi esperienze raccolte sotto il Comitato di salute pubblica, sotto il direttorio, sotto il governo provvisorio preoccupavano in modo purtroppo comprensibile: l'intima natura di questa nazione tendeva a un solo dirigente, vale a dire alla monarchia. La Francia a quel tempo contava in impiegati e in cittadini stipendiati dallo stato per pubblici servizi 535.365 persone, di cui 18.000 funzionari e pensionati della legion d'onore e 15.000 cantonniers, senza computarvi il numero, che non fu calcolato, degli agenti del ministero del commercio. Aggiungiamo le forze di terra e di mare quasi altrettanto numerose; consideriamo inoltre, che la Rivoluzione aveva distrutto quasi tutti i poteri indipendenti, e che da secoli dipartimenti e comuni, istituti di beneficenza e privati erano parimente avvezzi a richiedere di più sussidi lo stato, e vedremo emergere chiaro, che il capo di una siffatta amministrazione era il monarca, col suo vero titolo che avrà sempre. E cotesto uomo potente era il nemico nato della costituzione, perché questa proibiva che fosse eletto! Per colmo, l'assemblea nazionale diede al presidente una consacrazione, che nel mondo moderno vale più dell'olio di Rheims: doveva essere eletto direttamente dal popolo sovrano. Invano i seguaci sinceri della repubblica diffidarono di una siffatta tirannide popolare, che in uno stato accentrato eguaglia apertamente il panteismo politico. Il socialista Felice Pyat predisse in un memorabile discorso il destino imminente: un presidente eletto in questo modo potrà dire all'assemblea nazionale: «io solo ho dietro di me tanti voti quanti voi tutti insieme, io solo valgo pel popolo più di qualunque vostra maggioranza». A tale considerazione la gente ingenua non diede peso, pensando che il presidente era eletto in autunno e l'assemblea nazionale era rieletta da capo nel successivo maggio, e che perciò l'assemblea veniva a godere da parte del popolo la fiducia più recente e più efficace. Altri nutrivano preoccupazioni morali rispetto a un'elezione del presidente fatta dall'assemblea nazionale: ciò valeva quanto corrompere l'assemblea, porre le redini dell'amministrazione nelle mani di una mediocrità ligia e, in conclusione, fondare un dominio come quello della Convenzione. La maggioranza dell'assemblea era ispirata dall'odio alla repubblica: voleva stabilire un potere autonomo accanto al parlamento, per poi, all'occorrenza, ripristinare il trono. Donde seguì che i repubblicani sinceri si accordarono per la più parte a seguire la via meno popolare, cioè a propugnare l'elezione del presidente fatta dall'assemblea; i monarchici occulti, invece, seguivano la regola radicale dell'elezione popolare.

Da una parte si attribuiva al presidente una incalcolabile potenza morale, dall'altra il suo potere veniva sospettosamente circondato da limiti legali, che per un uomo onesto erano superflui, per un uomo senza coscienza erano vani. Il presidente era il capo supremo dell'esercito, nominava tutti gli ufficiali, ma gli era inibito di vestire l'uniforme e di comandare personalmente il minimo reparto di truppa: il che era un'offesa grossolana a tutte le consuetudini e alle idee tradizionali dell'esercito francese. Gli era assegnato un appannaggio, troppo alto per la virtù di un repubblicano, ma miseramente gretto per le pretese, che la Francia era abituata da secoli a esigere dal capo dello stato: il povero diavolo, che invidiava ai deputati la loro paga giornaliera, rimpiangeva malvolentieri i tempi dei re. Il presidente aveva la facoltà di proporre leggi all'assemblea nazionale, ma non godeva del diritto di veto, e solo poteva rimandare alla camera i disegni di legge per la ripresa in esame. Talché è obbligato a portare la responsabilità dell'applicazione delle leggi, che disapprova. Di più. Non solo è condannato a stare per tre anni accanto a un'assemblea nazionale ostile, senza punto il diritto dell'appello al popolo per comporre il dissidio; ma si esige anzi, che il presidente personalmente responsabile scelga il suo ministro parimente responsabile dalla maggioranza del parlamento. Sicché la maggioranza viveva sotto una tale ossessione di idee monarchiche, da pretendere anche dalla repubblica lo stesso regime parlamentare concepibile solo con la monarchia!

E mentre si finse di vivere a repubblica, fu mantenuto poi inalterato il dispotismo amministrativo di Napoleone, salvo alcune modificazioni sconclusionate. Fu estesa la competenza del consiglio di stato in materia di ordinanze, e devoluta la nomina dei suoi membri per sei anni all'assemblea nazionale: che era evidentemente un'insensata infrazione al principio della divisione dei poteri. In tal modo il presidente responsabile, sia nella deliberazione e preparazione dei disegni di legge, sia nell'interpretazione delle norme amministrative, doveva seguire la via prefissa da uomini, che non godevano la sua fiducia. Finora il consiglio di stato era il custode dello spirito di classe e della tradizione burocratica. Come mai l'imperiosa burocrazia avrebbe tollerato, che cotesto architrave dell'amministrazione fosse aperto alle oscillazioni delle lotte parlamentari? I legittimisti domandarono, per le ragioni ambigue che sappiamo, l'autonomia dei comuni; ma la maggioranza del parlamento rigettò, con la stessa risolutezza mostrata un tempo dalla Convenzione, ogni raccostamento al modello americano. La repubblica una e indivisibile guardava con vigile diffidenza qualunque moto tendente nelle provincie all'autonomia; e come i negozianti di Marsiglia si costituirono in associazione per ottenere la rimozione delle oppressive misure di quarantena, corse pei fogli parigini l'allarme, che il federalismo della Gironda alzava nuovamente il capo! L'amministrazione dei dipartimenti e dei comuni rimase sostanzialmente quale era sotto il re borghese: un tentativo sconnesso e dilettantesco di riforma fu arrischiato solo nei sottodistretti di dipartimento. Il circondario per l'innanzi era amministrato dal sottoprefetto con l'assistenza di un consiglio distrettuale, mentre il cantone, suddivisione del circondario, non aveva alcuna importanza nell'amministrazione e valeva puramente come circolo giurisdizionale del giudice di pace. Ora, invece, il sottoprefetto di botto veniva a comandare egli solo nel circondario, e corrispondentemente s'istituiva in ogni cantone un consiglio cantonale eletto. A questo proposito, legittimisti come F. Bechard e radicali come Lamennais avevano sovente ricordato, che la maggioranza dei comuni locali erano troppo piccoli per l'amministrazione autonoma. Per la qual ragione si pensò di stabilire nel cantone il centro di gravità di una nuova autonomia. Ma i singoli membri non permisero di venire staccati ad arbitrio dalle giunture ferree dell'amministrazione napoleonica. Questo stato non tollera consigli amministrativi eletti, ai quali non presieda come capo deliberante un funzionario governativo: ragion per cui i consigli cantonali non entrarono mai in vita. Le sole riforme effettive, che l'amministrazione introdusse in questo campo, consisterono nel ripristinamento dell'inamovibilità dei giudici abolita nei giorni della vertigine rivoluzionaria, e nell'istituzione di un tribunale che decidesse sui conflitti di giurisdizione. Anche l'esercito rimase qual era: l'egoismo degli abbienti non volle ammettere, che la famosa eguaglianza di tutti i francesi portava di conseguenza l'universalità del servizio militare obbligatorio.

Domandiamo ancora una volta: in che cosa il capo supremo di questo stato burocratico si differenzia da un re? Manca al potere monarchico del presidente il carattere ereditario. Ma chi ripensa al destino toccato a Luigi XVI, a Carlo X e a Luigi Filippo, ascolterà non senza un sorriso l'affermazione, che la moderna corona francese sia stata ereditaria. Gli mancava, inoltre, il veto: ma il diritto di veto era esercitato dai re francesi tanto di rado, quanto dagl'inglesi. Gli mancava, infine, l'irresponsabilità; ma chi può sul serio affermare, che quei tre re non abbiano portato alcuna responsabilità? Anzi, per l'appunto il presidente, solo che fosse mediocremente un uomo, si vedeva costretto a una guerra di vita e di morte contro l'assemblea nazionale. E siccome i legislatori lo presentirono, con fiscalità avvocatesca provvidero che il presidente, non appena usurpasse le attribuzioni dell'assemblea nazionale, fosse spogliato sul momento dell'ufficio, che fosse immediatamente convocata la suprema corte di giustizia, e via dicendo. Ma anche tali minacce rimasero senza effetto davanti all'onnipotenza dello stato burocratico napoleonico; onde si venne a ricorrere a un'estrema garanzia: il presidente doveva giurare la costituzione. Mirabile cecità! Tutti i giuramenti politici erano stati aboliti, e l'intera nazione aveva richiesto il diritto di non essere legata alle istituzioni dello stato per mezzo di obblighi di coscienza. Ciò era una giusta conseguenza della libertà dei culti. E l'unico uomo il quale possedeva come nessun altro la potenza e la voglia di lacerare la costituzione, egli solo doveva giurare! Non gli sarebbe bastata la coscienza di alzare il braccio, caso mai avesse voluto cogliere il frutto del dominio che gli pendeva seducente innanzi agli occhi. Ma, se in qualsiasi circostanza è sempre una difformità e un'imprudenza accampare terribili pretensioni che avanzano di troppo la media della virtù umana, come ci appaiono per altro miserabili cotesti legislatori, i quali presumevano di aver salvato la rocca di una costituzione insostenibile, sol perché ne scaricavano la responsabilità della resistenza sulle spalle di un terzo!

Per conseguenza non riesce affatto strano, che in molti comuni il solo uomo che accogliesse la pubblicazione dello statuto al grido di vive la costitution! fosse il sindaco. Il duca di Broglie sentenziò a punto: questa costituzione ha slargato i confini dell'umana stupidità! Parimente il vecchio furbo Dupin nel dotto commentario che fece di quell'aggeggio, seppe contenere a stento la sua malignità ironica. Anche nel rimanente, il contenuto della carta non era tale da sedare le perplessità dei possidenti. In effetto, dopo un eccellente discorso di Thiers la privata proprietà era stata riconosciuta e l'imposta progressiva rigettata. Ma non fu possibile, in questo tempo di cupidigie, scartare l'idea del fantastico Lamennais, di preporre alcuni diritti e doveri generali, che stessero in testa alla costituzione. Donde gli edificanti insegnamenti della sapienza e della virtù, come per esempio: «è dovere dei cittadini amare la patria e difendere la repubblica col pericolo della propria vita»; e anche qualche proposizione meno innocente, che potesse almeno interpretarsi in senso comunistico, come la seguente: «è dovere della repubblica procacciare i mezzi di sostentamento ai cittadini bisognosi», e così via. Avendo infine l'articolo 110 affidata la costituzione alla sorveglianza e all'amor di patria di ogni francese, Ledru-Rollin ne inferì il diritto dell'assemblea nazionale di chiamare il popolo alle armi; ma i possidenti vi scorsero tremando un avvenire pieno di guerre civili.

III.

Quell'oscillare della maggioranza tra opposte paure si spiega facilmente col fatto, che i legislatori in quell'articolo erano agitati dall'angustioso presagio di un candidato alla presidenza, il cui solo nome voleva dire la fine della repubblica. Luigi Bonaparte disse la verità, quando nel 1850 esclamò, parlando agli alsaziani: «Questa costituzione è fatta in gran parte contro di me».

Il ripristinamento del suffragio universale, non mai a nessun patto potuto ammettere dall'homme principe Enrico V, importava pei napoleonidi il rinnovamento del titolo legittimo, al quale appunto essi dovevano il trono. A essi soli fra tutti i pretendenti era dato collocarsi sul terreno del nuovo diritto pubblico. Il nome della casa illegittima spuntava da per tutto, dovunque l'antico regime era stato distrutto; perfino nella repubblica di Venezia fu avviato un maneggio per l'elevazione della dinastia dei Leuchtenberg. Nelle lotte di febbraio, come già in tutte le sommosse del tempo monarchico, presero parte separatamente anche alcuni bonapartisti; e nel tumulto al palazzo Borbone proprio un colonnello imperiale piantò per la prima volta il tricolore sulla tribuna. Da allora non passò un mese senza piccole agitazioni bonapartiste sui boulevards. Fin dal 26 febbraio un proclama del governo provvisorio diceva: «Non più legittimismo, non più bonapartismo, non reggenza! Il governo ha preso tutte le necessarie misure per rendere impossibile il ritorno delle antiche dinastie e l'elevazione di una nuova». Le teste calde del partito, come in altri tempi dopo i cento giorni, si riunivano al caffé Foy; e uno degli assidui era il deputato socialista Pietro Bonaparte, che con tanto zelo dichiarava: «Quale uomo intelligente può volere l'impero? Esso è ormai non più che un glorioso ricordo storico: il suo ristabilimento è una chimera». Nella colluvie dei fogli d'occasione che portavano sulla testata il nome della repubblica con un aggettivo sonoro, c'era anche una «repubblica napoleonica». La condotta del partito era determinata dalla stessa situazione: fomentare agitazioni, affinché l'attrito dei partiti li corrodesse tra loro, e alla fine gli abbienti guardassero a un forte potere dello stato come al supremo dei beni. Il maneggio in breve divenne tanto sospetto, che il governo provvisorio fece arrestare Persigny. Per la prima volta, dopo la sommossa di febbraio il sangue scorse il 12 giugno, in un tumulto insignificante suscitato al grido di «viva l'imperatore!». È fuori di dubbio, che nelle avvisaglie della sollevazione di giugno gli agenti bonapartisti tennero mano al gioco, sebbene vada inteso, che un cozzo di classi tanto notevole e inevitabile non possa essere stato preparato solamente da artifizi e intrighi. Né mette conto rintracciare coteste trame; giacché in verità i milioni di voti non si accaparrano con le piccole arti dei cospiratori. Il bonapartismo, come partito organizzato, ebbe sempre una assai scarsa importanza. Possedeva strumenti devoti nei deputati côrsi Pietri e Conti; e più tardi acquistò con Emilio Girardin, rottosi con Cavaignac, un alleato pericoloso, e con la Presse un organo abilissimo, senza coscienza. Si contava con sicurezza anche sul rappresentante radicale del popolo Napoleone Bonaparte, figlio di Girolamo, il quale gareggiava col cugino Pietro in tonanti invettive contro la foia omicida dei re.

Più seguito ebbe la condotta dello stesso pretendente. Non lasciò correre un istante, che non profittasse dell'ora favorevole: per cinque volte in cinque mesi diede con lettere pubbliche notizia di sé alla nazione. E nel febbraio apparve a Parigi «per mettersi al servizio della sua patria». Nella lettera al governo provvisorio viene espressa l'esatta concezione bonapartistica della rivoluzione di febbraio: egli ammira il popolo di Parigi il quale «ha eroicamente cancellato le ultime tracce dell'invasione straniera». Accolto dal governo con diffidenza, ritornò subito a Londra, dopo aver dichiarato con un'altra lettera ai governanti: «Dal mio sacrifizio riconosceranno la purezza delle mie intenzioni». Nelle elezioni dell'assemblea nazionale nel giugno, il nome del principe sortì in quattro dipartimenti, anche a Parigi, mentre vigeva tuttora a suo danno la legge di proscrizione. Il governo propose che fosse mantenuta. Ma siccome i radicali, con a capo Jules Favre, espressero la fiducia, che i Bonaparte non potevano più in nessun modo riuscire né ora né poi pericolosi alla repubblica, si decise per la riammissione del principe. Una tale cecità degli avversari sconcertò alquanto il pretendente nel suo calmo riserbo: in una lettera datata del 15 giugno rifiutò tre delle elezioni, aggiungendo però queste parole sincere: «io non nutro ambizioni; ma se il popolo m'imporrà doveri, io saprò adempierli». Ma dai primi giorni si accorse del granchio, e si affrettò a chiarire in un'altra lettera, che egli voleva una repubblica savia, grande, sapiente. Nel luglio fu rimesso in iscena il movimento popolare, e fu rifiutata con una quinta lettera anche l'elezione in Corsica. Noi non ci arrischiamo di decidere, se il principe ha scritto a Parigi qualcuna delle lettere datate da Londra. L'accortezza non si disgiunse dalla sua tattica; giacché, mentre esercitava la virtù civile della rinunzia, il pretendente sventava i disegni degli avversari, che speravano di logorarlo prima del tempo nei dibattiti dell'assemblea nazionale. Per giunta, egli non era affatto un oratore, e tale da conquistarsi con la parola la ghirlanda a cui aspirava. Frattanto l'elezione presidenziale si avvicinava, ed era tempo di mostrarsi personalmente al popolo: per cui, quando nelle elezioni suppletive di settembre i quattro dipartimenti gli si mantennero fedeli, anzi a quelli se ne aggiunse un quinto, il principe si decise ad accettare.

Il 26 settembre entrò nel parlamento tra l'esclamazione generale di le voilà! prese il suo posto pronunziando un paio di parole fedelmente repubblicane, però senza senso concreto, e s'irrigidì in un profondo silenzio. I suoi nemici gli risparmiarono di parlare. Quante erano le immaginabili banalità che la fantasia dei radicali si esauriva ad escogitare, tante ne furono diffuse dalla stampa e dalla tribuna sul conto del principe: fu rimessa in circolazione perfino la mitologia della prima rivoluzione. Luigi Bonaparte era un agente della perfida Albione, assoldato per rovesciare la gloriosa repubblica: era un visionario, uno sciocco, segnalato non per altro che pei mustacchi cerati. Qualche testa fina, come Montalembert, posta sull'avviso da quei vituperii della Montagna, finì col domandare, se un uomo così ferocemente coperto di oltraggi poteva essere un uomo del tutto insignificante. La più parte della gente colta s'ingannò: credevano fermamente alla nullità personale del principe: più tardi, però, avrebbero saggiato un disinganno, di cui non si era provato nel mondo il più singolare, dal tempo dell'ascensione al pontificato di Sisto V.

Ma gl'incauti oratori presentivano l'effetto, che i loro attacchi avrebbero avuto sulle moltitudini? Erano sinceri, quando unitamente con tali denigrazioni personali manifestavano uno sconfinato disprezzo per la potenza del bonapartismo? O mostravano puramente il coraggio del ragazzo, che fischia all'oscuro per ingannare la paura? Come era mai possibile che la repubblica, proscritti i Borboni, avesse richiamato i napoleonidi incomparabilmente più pericolosi? Fu anche respinta la proposta schiettamente repubblicana di escludere dal seggio presidenziale i principi delle dinastie decadute; e ciò, perché i dottrinari vi vedevano una ineguaglianza illegale, i conservatori già speravano in segreto l'elezione del principe, e i radicali affettavano di non temerlo. Quando poi in primavera il cittadino Pietri fu mandato commissario civile in Corsica e tutti i voti dell'isola caddero su bonapartisti, la stampa repubblicana si consolò avvisando, che non si trattava di altro che di una innocente stamburata del patriottismo locale, e che il Pietri, repubblicano provato, non ne portava alcuna colpa. Erano tanti sempliciotti davvero? E nemmeno l'ultima elezione del principe, che era la nona, aprì gli occhi ai ciechi? Quanto a taluni repubblicani, bisogna comunque supporre, che il disprezzo da essi ostentato era ipocrito. Tuttora nell'ottobre Lamartine, sì, assicurava, che fosse stupida e ridicola la paura, che un Bonaparte o un Borbone potesse abusare del popolo; ma perché mai egli stesso nel giugno aveva proposto, che fosse mantenuto l'esilio di Luigi Bonaparte? Parimente, se in alcuni circoli radicali fu ventilato il disegno di catturare una notte tutti i Bonaparte e trasportarli a Caienna, questo per lo meno dimostra, che non tutti i repubblicani partecipavano a quella tranquillità. D'altra parte, la grande maggioranza dei repubblicani effettivamente teneva il bonapartismo per morto e seppellito: tutti gli scritti che gli uomini del partito pubblicarono dopo il colpo di stato, concordano nell'affermare, che nessuna frazione era meno temuta di quella dei bonapartisti. Cotesta confessione implica nello stesso tempo l'autocondanna dei repubblicani; giacché un partito che conosceva così poco il popolo, era manifestamente incapace di governare una democrazia. L'enorme illusione, in preda alla quale viveva allora la società colta di Parigi, insegna quanto sia alta la barriera che anche nei nostri tempi democratici separa i ceti colti dagl'incolti; e, insieme, ci consente di rivolgere uno sguardo profondo sulla condizione innaturale di uno stato accentrato troppo eccessivamente, in cui era stata affatto dimenticata l'esistenza delle provincie.

Per noi che li abbiamo risaliti alle origini, non serbano più alcun mistero i motivi che condussero all'elezione del pretendente. La paura dello spettro rosso continuò a essere la passione dominante nel ceto degli abbienti. Dovunque in Europa la marea primaverile era in decrescenza, dovunque sorgeva quello sciagurato desiderio d'intorpidimento, quell'indolenza, che nel nostro paese ebbe la sua espressione caratteristica nella massima: ci vogliono i soldati contro i democratici. Nelle mani del pretendente le aberrazioni del radicalismo europeo fruttavano. Abitudine e ottusità, tardità e preoccupazione economica, che sono le alleate tradizionali della reazione, dominavano sui cervelli dei contadini. La dittatura di Cavaignac non era altro che un momento dell'eterna lotta pei fondamenti della società; ma il contadino aspirava ad una tranquillità più durevole. I meriti del generale, che per altro non erano menomamente comparabili con le splendide gesta alle quali un tempo Bonaparte si era richiamato, valevano ben poco per le popolazioni campagnuole; d'altronde i contadini lo conoscevano appena: per loro era puramente uno degli aborriti repubblicani. D'altra parte, i lavoratori della città perseguitavano di astio indissolubile il vincitore dei sollevati di giugno: sarebbe stato il benvenuto per loro qualunque capo di governo avrebbe reso la pariglia ai generali africani. Luigi Bonaparte lo previde. A Londra, quando gli parlavano della ferrea rigidezza di Cavaignac, disse secco secco al direttore Lumley: «colui mi spazza la via».

Il fatto è questo, senz'altro: le popolazioni delle campagne volevano la monarchia. Delle due dinastie borboniche la più recente era impossibile per ora, la più antica per sempre. Né l'una né l'altra vantavano un aspirante. Il disegno, ventilato da alcuni zelatori, di fondere i due rami della casa Borbone, andò a monte, sia perché gli Orléans non potevano rinnegare la propria origine rivoluzionaria, sia perché i rigidi legittimisti erano più di qualunque altro partito ostinati ferocemente nell'odio all'Orléans, compare dell'usurpatore. Perciò Luigi Bonaparte rimase il solo presidente possibile, nel caso che la nazione avesse voluto ristabilire il trono; e nello stesso modo come egli acquistò il potere sol perché non c'era altro mezzo per riparare all'improvvisata del febbraio, così il secondo impero si è retto fino a oggi sostanzialmente per questo, che la nazione non sa che cosa potrebbe sostituirlo. La stampa di sinistra non si stancava di gridare al popolo: se eleggete Bonaparte, voi fondate l'impero. E una volta che, ciò non ostante, il napoleonide fu nominato, per gl'imparziali non è più il caso, dunque, di contendere sul sentimento monarchico dei contadini. Né possiamo convincere di menzogna Luigi Napoleone, per avere egli, nel proclama emanato a giustificazione del colpo di stato, presentato l'elezione del 10 dicembre addirittura come una protesta contro la costituzione repubblicana. Le numerose schede portanti la designazione Napoléon empereur e dichiarate nulle dai magistrati scrutatori, non lasciavano il menomo dubbio sull'intenzione dei votanti. Le ingiurie dei radicali erano servite soltanto a innalzare l'importanza del principe nell'opinione del popolo delle campagne. Le comiche scese di testa dell'avventuriero di Strasburgo e di Boulogne non impressionavano la povera gente; alla quale anzi andava a genio, che il pretendente avesse arrisicato due volte la testa pel fatto suo. E quando anche molti degli elettori effettivamente tenessero il principe per un pazzo, non per questo il Journal des débats era autorizzato alla disperata invettiva: «la Francia gioca, la Francia vuol giocare!». L'opinione degli elettori giungeva in sostanza a dire: «noi giudicavamo ogni possibile forma di monarchia come più salutare di questa repubblica»: e chi ha il coraggio di tacciare di stoltezza un tale convincimento?

L'arma del pretendente, la potentissima fra tutte, era il nome. Di rado un popolo è stato più barbaramente punito, per le vuote fantasie della sua vanità nazionale. Le persone colte a furia di vagheggiamenti fantastici avevano fatto dell'imperatore soldato un idolo; adesso avrebbero toccato con mano, che anche nel secolo decimonono vivevano milioni di uomini che credevano all'idolo. Contro ogni aspettazione, l'esercito in principio si mostrò poco sensibile alla malia del gran nome militare. Certo, la stella di Cavaignac era sul tramonto anche nel mondo militare. Gli ufficiali si aspettavano, che egli presto avrebbe cacciato via l'assemblea nazionale con un napoleonico le règne du bavardage est fini! giacché tra loro non aveva misura l'odio contro i pékins, cioè i ciarloni, gli avvocati. Quando invece serbò, col concorso di Charras, Lamoricière, Leflô, un irreprensibile contegno parlamentare, l'autorità del generale africano principiò ad affievolirsi nelle truppe. Ma siccome il pretendente era egli stesso un pékin, il suo nome riuscì a soppiantare solo in alcuni reggimenti quello del valoroso generale. Gli uomini delle grandi guarnigioni erano in parte conquistati al comunismo. Insomma l'armata, che avrebbe deciso un tempo, come ognuno presentiva, del destino della Francia, era apertamente divisa di sentimento. Né, oltre le due forze prepotenti dell'istinto monarchico e della gloria napoleonica, si contavano le ragioni concorrenti, che presso i partiti facevano inclinare la bilancia dalla parte del principe. Un grande gruppo realista credeva fermamente, che il principe avrebbe costituito per loro il ponte di passaggio: un pretendente per l'altro pretendente! La più preziosa virtù del triste sciocco non sarebbe altro che la buona volontà di sobbarcarsi. Molti socialisti pensavano egualmente: il principe sarà presto logoro; allora verrà il momento per noi. Altri, per contro, opinavano alla disperata, come il Saint-Arnaud nelle sue lettere: «il principe è l'ignoto, e la salvezza posa tuttora nell'ignoto». Infine parecchi furbi facevano questo calcolo: «se nessuno dei candidati raccoglie due milioni di voti, l'elezione tocca all'assemblea nazionale, che senza dubbio designerà un repubblicano azzurro»; e per conseguenza si accordavano a favore del principe.

Il governo si proponeva di mandare commissari nelle provincie, per «indagare» sull'opinione del paese; ma dové astenersene, perché ogni ricordo della Convenzione suscitava i contadini a rivolta. In tal modo gli agenti del principe si trovarono ad avere le mani libere; e dimostrarono al mondo, che il suffragio universale provocava una nuova tattica di partito, più grossolana e senza scrupoli. Furono messe in giro le più grosse contafavole, quanto più assurde, tanto più efficaci: il principe intendeva di distribuire al popolo i duemila milioni ereditati dallo zio, e rimettere tutte le imposte per due anni. Cantastorie e figurinai giravano pei villaggi celebrando la magnificenza dell'impero; e riportava dovunque un gran successo la poesia sublime di quella canzone da organetto, che dobbiamo alla musa di Emilio Girardin:

    Si vous voulez un bon,
    Prenez Napoléon!

Con quanto fervore qualche buon contadinotto credette davvero, che il vecchio imperatore in persona fosse ritornato! Il principe, che si era atteggiato a erede della Rivoluzione per lo spazio di due decenni, adesso di botto, siccome i fanatici del quieto vivere e dell'ordine miravano a lui, si offrì alle speranze degli ultraconservatori. A questi nuovi alleati aveva prestato un pegno dei suoi buoni sentimenti fin dal tempo che era a Londra; infatti, durante le agitazioni dei cartisti, egli si era ascritto come artigliere. «Il mio nome è il simbolo dell'ordine e della sicurezza», diceva il suo manifesto elettorale. Egli si designò protettore della famiglia e della proprietà: ai francesi sarebbe di nuovo permesso «di contare sopra un domani». Nessuno tra i repubblicani volle credere, che il povero pazzo avesse steso da sé questo manifesto così bene scritto e così accortamente ponderato; nessuno notò, che l'ultima proposizione dell'appello consonava parola per parola con la conclusione del proclama, che un tempo a Boulogne fu sequestrato all'avventuriero. Solamente quelli che accostarono il principe e pensarono di dominarlo, non tardarono a fare esperienza, che sotto le sue maniere flemmaticamente bonarie si celava la fermezza dell'autocrata. Avvicinandosi il giorno delle elezioni, lo stesso Cavaignac non poté più dubitare del sentimento monarchico dei contadini; perciò una forte maggioranza di voti a favore del principe era ritenuta per lo meno possibile. Ma all'estero, dove ogni conoscenza della Francia era attinta unicamente alla stampa parigina, il risultato dell'elezione produsse una sorpresa indescrivibile. Tra tanti milioni di uomini, solo Cavour aveva nel novembre tranquillamente predetto, che tra poco le famose misure energiche della rivoluzione sarebbero approdate a questo risultato: Luigi Bonaparte ascenderebbe al trono imperiale.