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La freccia nel fianco

Chapter 18: XII.
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About This Book

The narrative follows a boy, Bruno, whose childhood is shaped by his parents' separation, alternating custody and constant travel between ostentation and thrift. Exposed to his father's gambling and his mother's protective steadiness, he learns to observe rather than attach, developing melancholy, restlessness and a private life of imagination. Encounters with a young woman from a bourgeois family enriched by industry and with the world of music become catalysts for emotional awakening and self-reflection. The work moves through episodic scenes of domestic conflict, travel and quiet interior portraits, tracking gradual psychological formation more than overt plot resolution.

—È giusto,—acconsentì Maurizio.—E se domandassimo, chiaro e tondo al conte medesimo che cosa è avvenuto?

—Potrebbe risponderci di chiederlo a nostra figlia,—osservò
Carlotta.

—Certo, avrebbe ragione!—confessò Maurizio.—Se si potesse farla parlare, persuaderla a dirci tutta la verità….

—Lo credi impossibile?—domandò la signora.

—È difficile. Lasciamo passare qualche giorno. Tu non dire più nulla.
Poi, mi ci proverò io, con molta dolcezza,—concluse Maurizio.

Tacquero.

Maurizio bevve finalmente il suo terzo bicchierino.

E Carlotta, poichè aveva ancora la rivista squadernata sotto gli occhi, disse:

—Ma è proprio bello, questo brucia-profumi!

VIII.

Al solito convegno sulla riva del lago, Nicla giunse l'indomani, tutta attillata in un abito color d'acciaio, con un morbido cappello bigio messo di traverso a guisa del feltro d'un arlecchino, e coi guanti bigi lunghi oltre al gomito.

Presso la lancia di casa, appoggiati ciascuno al remo, due barcaiuoli aspettavano in silenzio.

A poppa sventolava, tutta bianca con un serpentello vermiglio aggomitolato in un angolo, la bandiera di Nicla.

Bruno andò incontro alla sua amica e la guardò senza parlare.

Aveva con se la goletta, per la quale aveva fatto fare dalla governante una bandierina di seta bianca identica a quella di Nicla; ma invece del serpente aggomitolato, suo padre gli aveva dipinto in un angolo un asinello che sparava calci all'aria.

Quell'asinello era stato causa di molte discussioni tra padre e figlio.

Bruno non lo voleva: se ne sentiva offeso, e Fabiano gli aveva spiegato, con un ambiguo sorriso, che c'era più forza nella groppa dell'asino che nella testa del serpente.

Del resto il serpente era un emblema femminile.

—Tu, alla tua età,—aveva soggiunto Fabiano col suo bonario sorriso canzonatore,—non puoi avere per emblema che l'asinello. Specialmente considerando la vasta coltura che possiedi!

Bruno s'era infine persuaso o almeno rassegnato; ma udita la cosa,
Nicla ne aveva riso fino alle lagrime.

—Il tuo papà ha ragione!—aveva detto.—L'asino rappresenta una forza che io non ho, e puoi contentartene.

Così la goletta aveva fieramente spiegato sui flutti la bandiera bianca con l'asinello riottoso, di cui Bruno guardava di tanto in tanto la groppa, pensando alla forza di quei calci gagliardi.

—Ebbene?—gli disse Nicla stringendogli la mano.—Non mi dici nulla?

E lo fece salire nella lancia; poi gli sedette accanto sui cuscini bianchi dai bottoni rossi e prese tra le mani i fiocchi del timone.

—Stai molto bene!—rispose Bruno, con l'accento d'un goloso soddisfatto.

—Allora sei rimasto muto innanzi alla mia bellezza?—disse Nicla ridendo.

—Proprio!—confermò Bruno.—Così, sei più bella ancora!

—Dove andiamo, signorina?—domandò il primo barcaiuolo, togliendosi il largo cappello.

—Alla Croda!—ordinò Nicla.

La lancia prese il largo; scintillavano sotto i raggi le pale dei quattro remi bagnati, come le zanche d'un velocissimo insetto.

Tornando dal bosco la sera innanzi, Bruno aveva pregato Nicla di fare l'indomani una gita in barca fino alla Croda, ch'era un frangente a fior d'acqua, a venti minuti circa dalla villa Carlotta.

Di quella roccia grinzuta, morsa e bucherellata dall'onda, con seni e rientranze e culmini e schiene e venature, Bruno aveva fatto un suo dominio.

Vi aveva passeggiato altre volte con Nicla, dando nome ai solchi e alle vette, versando acqua con le mani nelle cavità per farne mari e fiumi, stabilendo nel mezzo una capitale, animando con la fantasia lo scoglio grigiastro, come sotto i suoi occhi brulicasse la vita d'un intero continente.

Ma da più tempo, rapito dal piacere di correre pel bosco, pareva aver dimenticato il suo isolotto.

E non se n'era rammentato che la sera stessa della gita in barca, con Nicla e Duccio, per aver pretesto a un'altra gita, la quale cancellasse dal suo cuore e dal cuore di Nicla la triste impressione, il ricordo amaro della prima.

Nicla aveva capito.

E per fargli intendere a sua volta ch'ella apprezzava il suo sforzo e che si prestava a chiudere per sempre quel molesto episodio, gli era comparsa innanzi con l'abito che non aveva mai indossato, con un cappello nuovo, diversa da quella ch'egli aveva veduta con Duccio, «ancora più bella».

Egli aveva subito inteso.

E quando furono al largo, sotto il sole, tra la buona aria che fischiava ai loro orecchi e baciava il loro viso, domandò:

—Non lo avevi mai messo questo abito?

—No, caro!

—E anche il cappello non lo avevi mai messo?

—Neppure.

—Allora li hai messi oggi per andare in barca con me?—esclamò Bruno, aprendo i grandi occhi in una luce di gioia.

Ma al momento di rispondere sì, di rallegrarlo e di farlo superbo,
Nicla esitò. Non osava.

Una specie di verecondia subitanea innanzi a quel fanciullo delicato e geloso, che capiva e sentiva come un uomo, la rattenne. Le parve di far male concedendo qualche soddisfazione al suo amor proprio di maschietto prepotente.

—Bisogna bene,—rispose,—cambiar d'abito e di cappello, qualche volta.

Ma scorgendo che un velo di tristezza calava repentinamente sul viso del fanciullo, soggiunse:

—No, no, caro! Ho messo proprio per te l'abito e il cappello nuovi.
Proprio per te!

—Allora Duccio non sa che tu li avevi?—esclamò Bruno con uno scoppio di voce gioconda.

—Non sa!

—Allora non ti ha mai veduta così, vestita di ferro?…

—D'acciaio,—corresse Nicla.—No: non sa niente!

—Non sa che tu sei così bella?—gridò ancora Bruno.

—Zitto, zitto!—disse Nicla.

Egli le gettò le braccia al collo e la baciò sulle guance.

—Come mi piace!—esclamò.—Ieri nel bosco eri tutta rossa; oggi sei tutta grigia.

Tacque per ricordare, indi aggiunse:

—La mamma non veste mai come mi piace. Dice che non m'intendo.

—Ma è elegantissima, più elegante di me,—rispose Nicla.—E poi la mamma, poveretta….

E con maraviglia s'accorse che ogni altro elogio della contessa le moriva sul labbro, e un beffardo spirito le fischiò all'orecchio che la mamma, poveretta, era a Sonnenberg, con Duccio Massenti.

—Tu non sei come la mamma,—seguitò Bruno.—Tu non sei una donna.

—No?—chiese Nicla stupita.—E che sono allora?

—Tu sei una ragazza, come me.

—Sì: una donna ha troppe cose da pensare,—spiegò Nicla.—Una ragazza non ha nulla da pensare e può perdere il tempo nei capricci. Sarà così….

—Sarà così!—disse Bruno, quantunque sembrasse poco persuaso.

Sbarcati alla Croda, Brunello mise in acqua la goletta per proteggerli, mentre più lontano vagava lentamente la lancia, che rappresentava una corazzata.

Nicla ripensava alle parole di Bruno.

Una ragazza come lui! Ancora quel giorno e altri giorni. Poi la differenza d'età si sarebbe aperta tra i due quale un abisso. Entro il breve giro di quindici anni, egli sarebbe stato il giovane che s'affacciava impaziente di desiderii e d'illusioni, ed ella la donna placida e delusa, forse la madre, con qualche rimpianto della libertà perduta.

Non avrebbero mai più trovato il linguaggio che li affratellava; non si sarebbero compresi, se pur si sarebbero rivisti; ed egli certo non avrebbe cercato di lei….

Passarono un'ora sullo scoglio, intrattenendosi a riformar laghi e fiumi. Brunello sosteneva che il suo dominio aveva cambiato figura e s'eran formate nuove valli, alle quali bisognava dare un nome. Nicla, seduta sulla parte più alta della roccia, lasciava dire il fanciullo, che stava accosciato a sbarcare i soldatini di cui la goletta recava un grosso carico, e a distribuirli nelle varie guarnigioni.

Osservando quella ingenua felicità, fatta di tanto poco, Nicla vedeva rinascere il bambino che posava la testa sulle sue ginocchia, così diverso dal piccolo uomo che voleva baciarla dietro le orecchie o far uccidere Duccio per vendicarne un'offesa. A quale di quelle due anime, la modesta e candida, o la violenta e appassionata, avrebbe il destino dato forma e potenza?

—Dobbiamo tornare!—annunziò Nicla, notando che il sole era già basso all'orizzonte.

E fece segno alla lancia che si avvicinasse.

Una improvvisa malinconia le velava l'anima, senza ragione; e durante il ritorno, abbandonata in un angolo della barca, con gli occhi che vagavano nel vuoto, non disse parola.

Bruno cercò d'appiccar discorso, ma dopo un vano tentativo, accorgendosi che la sua amica era assorta in un pensiero, ne rispettò il silenzio e tacque a sua volta.

Guardava l'acqua che mutava sotto il riflesso del Sole morente il suo color verdastro in una lieve tinta cremisi; e di tanto in tanto vi tuffava una mano, occhieggiando se Nicla non lo sorprendesse.

Ma non appena furono sbarcati e la lancia si allontanò per rientrar nella darsena, fecero un incontro singolare.

Un tizio che da qualche tempo gironzava sulla spiaggia, si avvicinò.

Era un uomo d'età mal certa, con la barba rossa non rasata, i capelli radi chiazzati di bianco; vestiva un abito lucido nei gomiti, unto sul bavero e teneva in mano un cappello di paglia divenuta scura, con le tese smozzicate.

—È il figlio del conte Traldi, signorina?—disse, indicando Bruno.

Nicla lo squadrò e procedette senza rispondere.

—Signorina, mi scusi,—insistette l'uomo.

La fanciulla, tenendo Brunello per mano, fece una sosta.

—Ho bisogno di sapere dove sia il conte Fabiano Traldi di San Pietro. Vedo che lei ha il governo del bambino, e certamente vorrà dirmi dove si può trovare suo padre.

—Non so nulla!—rispose Nicoletta con voce asciutta.

L'uomo non si mosse.

—È possibile?—esclamò.—A villa Florida, il domestico mi ha detto lo stesso…. E si tratta di cosa grave: della scadenza d'una cambiale di dodicimila lire….

—Andiamo!—disse Nicla a Bruno, avviandosi.

Era dolente d'aver appreso una notizia gelosa che non la riguardava.

—Forse è uscito per breve tempo,—insistette fastidiosamente l'uomo, mettendosi al suo fianco.—Forse è andato a far qualche visita, una gita?…

—Le dico che non so nulla!—ripetè Nicla in tono reciso.

Ma l'uomo fece più dura la voce, e seguitò:

—La prego d'osservare che si tratta di cosa importante, gravissima, l'onore d'una firma. È possibile che lei non sappia dov'è il suo padrone?

Nicla si scostò con un tal balzo, che per poco Bruno non ne fu rovesciato.

—Il mio padrone?—esclamò, volgendosi e piantandosi innanzi all'uomo dal pelo rosso.—Io non ho padroni! Sono la signorina Dossena, e non faccio la serva!

—Oh che stupido!—disse Bruno.

L'uomo si curvò immediatamente fin quasi a terra, e la sua voce diventò piagnucolosa.

—Ah, mio Dio, mio Dio! quale errore! Le domando perdono, signorina Dossena! Un gran nome delle nostre industrie! Le domando perdono con tutta umiltà, signorina! Quale errore!

E camminando per alcuni passi a ritroso, borbottando sempre con voce di pianto, l'uomo si ritirò in fretta, e scomparve in direzione della villa Florida.

—Era molto stupido!—osservò Bruno.

—Ma il papà dice qualche volta che non c'è, per non vedere quegli uomini….

—Lo imagino,—rispose Nicla.—Ora, va a casa. A domani!… E al papà non raccontare nulla. Egli avrebbe dispiacere, se sapesse.

—Tu non hai avuto dispiacere perchè quello stupido credeva che tu fossi la governante del papà?—chiese Bruno.

—No, no,—rispose Nicla sorridendo.—Addio. Va a casa!

E si chinò a baciare il fanciullo.

Ma tornata a casa, cadde in preda a una più grave, a una più nera malinconia; e a pranzo non toccò cibo.

—Riflette, riflette!—disse il cavalier Maurizio alla signora Carlotta, non appena furono soli e poterono scambiarsi qualche impressione.—Vedrai che finirà col dirci spontaneamente il suo segreto.

E rise, da furbo, mentre la moglie lo ammirava.

IX.

Fu l'indomani una indimenticabile giornata, che rimase nella vita di
Nicla come una sinistra conferma di presentimenti invincibili.

Era scesa, verso le nove del mattino, nella piccola sala da pranzo dove abitualmente faceva colazione con sua madre, quando non v'erano ospiti.

Il cielo era tuttavia carico di nubi, strascico d'un temporale furioso durato l'intera notte, che aveva impedito alla fanciulla di dormire. Odorava la terra d'umidità e il vento sconvolgeva il lago.

Oltre le vetrate della sala si scorgevano le onde che parevan venir dall'orizzonte bigio, coronate di bianca spuma, e che dato un lancio, si gettavano con incessante fragore e si stendevano sulla spiaggia.

La temperatura s'era abbassata da un istante all'altro.

Nicla vestiva di scuro.

Presso la tavola attendeva il domestico, pronto a servire.

La fanciulla baciò sulle guance sua madre; e questa, prima ancora che Nicla avesse preso posto, con una voce in cui fremeva il piacere d'un pettegolezzo e la gioia di poterlo rivolgere in tutti i sensi, domandò:

—Sai la notizia?

La fanciulla rispose, un po' inquieta:

—Esco ora dalla mia camera. Non so nulla, mamma!

E pensò annoiata che si trattava forse ancora di Duccio, il quale aveva scritto, o stava per tornare, o chiedeva di giustificarsi; e la battaglia sarebbe stata rude.

Ma Carlotta aspettò che Nicla fosse seduta e che il domestico, posto in tavola i vassoi e mesciuto il cioccolatte, se ne fosse andato; e finalmente riprese:

—Il conte Traldi è scappato!

—Che dici?—esclamò Nicla, sorgendo in piedi.

E in un lampo comprese che non poteva esprimere nè dolore soverchio, nè compianto; ciò le avrebbe cagionato altre noie.

Pallidissima, tornò a prender posto, e soggiunse:

—È scappato? Sei ben certa?

—Non so perchè te ne stupisca tanto! Sei diventata bianca in faccia, come se si trattasse d'una disgrazia di famiglia,—osservò sua madre.

—Nervi:—rispose la fanciulla.—Non sempre si è padroni dei proprii nervi: io stanotte ho dormito poco e male.

E dentro il cuore, una voce le gridava: «Bruno! Dov'è Bruno? Che è avvenuto di lui?».

—Anch'io non ho dormito,—riprese con un sospiro la signora.—Fosse il temporale, fossero i pensieri per quella tua scappata col conte Massenti, non ho potuto chiudere un occhio. Non so quando ci dirai le ragioni per le quali hai messo alla porta, senza avvisarcene, senza averne il permesso, quel vero gentiluomo.

Nicla fremeva in silenzio. Bruno? Dov'era Bruno?… E sua madre parlava di Duccio e del matrimonio e del segreto!

Ma comprendendo che non v'era nulla da sperare, e che su quell'argomento Nicla non avrebbe dato alcuna risposta, la signora si volse all'altro, e seguitò:

—Sicuro, è scappato. Ieri erano stati a cercarlo per il pagamento di cinquantamila lire. Egli non riceveva. Poi ha licenziato tutti, e durante la notte è scappato coi cavalli, invece che con la ferrovia. Credo sia pazzo. Viaggiare in carrozza da posta con un tempo infernale, sotto i fulmini, per non trovar creditori anche in treno, è veramente un'idea da matto.

—E dove è andato?—chiese Nicla, cercando d'ingoiare la sua bevanda con la gola serrata.

—Dicono a casa sua, dalla madre e dai fratelli, per estorcere altro danaro.

—E la villa?

—Credo sia chiusa: ci ha rimesso un mese d'affitto.

—E ha condotto con sè il bambino?

—Senza dubbio. Tu ne avrai dispiacere. È per questo che sei così agitata?

—Ne ho molto dispiacere—confermò Nicla.—Ma non sono agitata.

—Egli è con suo padre. Non è stato sempre con suo padre?—osservò la signora Carlotta.—Suo padre ci penserà.

—Come sai tutti questi particolari?—domandò Nicla alzandosi.

—Ma non si parla d'altro, in paese. Stamane son venute dieci persone a raccontarmi l'avvenimento. Bada che fa fresco; non andare al lago.

Nicla era già uscita.

Le martellava in cuore un'idea sola: «Non lo vedrò più!».

Glielo avevano rapito di notte, durante una tempesta, sotto i fulmini, per trascinarlo nuovamente a un'esistenza di disordini ansiosi e di febbrili vicende.

Non lo avrebbe veduto più. Suo padre s'allontanava per sempre dal paese, forse dall'Italia; il bambino riprendeva la sua strada, dopo un intermezzo di dolcezza e di gioia; andava incontro alla sua sorte, qualunque ella dovesse essere; e Nicla sentiva d'essere una intrusa, la signorina Nicoletta Dossena, una vicina di campagna, e nulla più, la quale non aveva alcun diritto non che a giudicare, nemmeno a chiedere e a sapere.

Perchè lo aveva amato?

Lo aveva amato come un bambino suo, più che un fratello. Gli aveva dato tutta la sua fresca anima libera; ed egli, a guisa d'un piccolo Amore sbucato impensatamente fuor da una nube, le aveva piantato nel fianco una freccia di cui ella non sapeva più liberarsi, di cui avrebbe portato il peso e il segno per tutta la vita.

Sulla soglia del vestibolo, fingendo di cercare il cappello, un cencio qualunque da mettersi in testa, pianse lagrime roventi.

Una cameriera, che le porgeva il cappello, non osò dir parola, e volse gli occhi per non essere indiscreta; ma sapeva; tutti in paese sapevano che Nicla era per il piccolo conte Traldi, meglio che una sorella, più che una madre.

Nicla uscì e corse a villa Florida.

Il vento fischiava; sulla riva, i barcaiuoli stavano vuotando le loro barche dall'acqua che le aveva invase; e grandi nuvole viaggiavano frettolose per il cielo bigio.

La fanciulla guardò sulla spiaggia il luogo in cui Bruno l'aveva salutata la sera prima, e gli occhi le si riempirono di lagrime.

Suonò alla portineria della villa, e la governante venne ad aprire.

—Oh signorina!—disse.—Favorisca. La casa è tutta sossopra, e vorrà scusarmi. Una partenza così improvvisa….

E precedendo la fanciulla, la fece entrare nel salotto a pian terreno, i cui mobili eran coperti di tela giallina, e le pareti di tappezzeria chiara a righe grigie, sul gusto inglese.

La governante era una donna di circa cinquant'anni, alta e robusta, con occhi cilestri; portava in testa una cuffia nera orlata di bianco, e sulla veste scura un candido grembiale.

Ella restò in piedi mentre Nicla sedeva sopra un divano.

—Volevo avere notizie,—disse la fanciulla,—di Brunello.

—Me lo imagino. Oh quanto ho udito parlare di lei, signorina!
Brunello non parlava d'altri, lei era il suo Dio.

—Sì, un dio,—esclamò Nicla involontariamente,—che non può nulla.

—Il signor conte è partito stamane, all'alba, coi cavalli,—raccontò la governante.—È stata un'idea bizzarra, così, venutagli d'improvviso, come tante altre. Il signor conte ne aveva di curiose ogni giorno; era un carattere difficile. Iersera ci ha licenziati, Antonietta la cuoca, Carlo il domestico, e me. Io sono rimasta per far la consegna della casa, e potrei rimanerci anche un mese, perchè il signor conte ha pagato fino a tutto il mese venturo. Carlo non ha mancato di far osservare al signor conte che poteva partire stamane alle undici, con un treno che è comodo. Ma egli s'è infuriato: voleva partire subito; mandò a noleggiare da Vico Malerba una carrozza a due cavalli, e la carrozza è venuta a prenderlo verso le quattro del mattino. Sono partiti così, e non erano a cinquanta metri dalla casa, che è scoppiato il temporale…. Vergine santissima, che tempesta! acqua e grandine e vento! Nessuno di noi si è coricato; pensavamo tutti al signor conte e a Brunello. Li aspettavamo di ritorno da un momento all'altro…. Ma sì; neanche i fulmini lo trattengono il signor conte quando s'è messo in capo un'idea; e non sono tornati.

—Ma dove andavano?—chiese Nicla ansiosamente.

—Chi sa? A prendere la ferrovia più giù, alla quarta o alla quinta stazione. Il signor conte va a trovar la sua famiglia, per affari.

—E Brunello?

—Brunello dormiva. L'ho vestito io. Veniva a casa la sera sempre stanco, per le sue grandi passeggiate e per le corse che faceva con lei, signorina. Dormiva, e l'ho vestito io, l'ho messo io in carrozza, e l'ho avvolto ben bene di scialli e di coperte, perchè sentivo che il tempo era incerto. Non s'è nemmeno svegliato quando gli ho dato due grossi baci.

E tacque. Nicla guardò a terra.

—Non torneranno più?—chiese dopo un istante d'esitazione.

—Vorrei!—esclamò la governante.—Ma io ho ricevuto ordine dal signor conte di spedir casse e bauli che son rimasti qui all'indirizzo che il signor conte mi telegraferà.

Nicla si alzò lentamente.

—Non tornano!—disse.—Ma forse il vetturale. Vico….

—Vico Malerba….

—Vico Malerba è già rientrato, e si potrà sapere almeno se Brunello non ha patito durante il viaggio!

—Mi sembra ancor presto,—osservò la governante.—Ma andrò a vedere subito. E in ogni modo non dubiti, signorina….

La riaccompagnava a passo a passo dal salotto verso il vestibolo; e attraversando un corridoio laterale al giardino, la fanciulla vide in fondo, tra i fusti e il fogliame scuro, una tavola di legno. V'era dipinto in rosso e nero un soldato in grandezza naturale.

Era il bersaglio del conte, quel bersaglio che Brunello avrebbe sostituito volentieri con Duccio Massenti.

Le lagrime tornarono agli occhi di Nicla.

—In ogni modo non dubiti, signorina,—diceva la governante,—non appena avrò notizie, sia oggi, sia domani, sia poi, gliele porterò. So il bene che lei voleva a Brunello, e l'adorazione che Brunello aveva per lei.

—Sì,—disse Nicla.—La ringrazio e ci conto.

Salutò con un cenno del capo e uno smorto sorriso, e uscì, mentre la governante la seguiva degli occhi.

Non v'era più speranza; Bruno era perduto, Bruno non sarebbe tornato mai più.

La spiaggia, il lago, il bosco, il poggio, tutto quel paesaggio di felicità, bello e immenso, d'un tratto era divenuto misero, grigio, deserto, per la scomparsa d'un piccolo uomo che lo animava con la sua presenza e lo possedeva con la sua voluttà di vivere.

Ma più fortunato, nella sua disgrazia, di chi rimaneva, Brunello sarebbe stato assorto in altri spettacoli e distratto da altre vicende: non avrebbe rivisto ogni giorno quei luoghi che parlavano d'un passato raro e maraviglioso, e facilmente avrebbe potuto dimenticare.

Nicla restava.

Restava sola a bere tutta la mestizia disperata delle ore cògnite, a udir le campane che annunziavano da lungi il vespero, le campane degli armenti che tornavano alle stalle, le campane flebili che mormoravano a fior d'acqua sul lago.

Dove trovar posa, dove trovare scampo, contro i ricordi che l'assalivano da ogni parte? Come vivere senza parlare mai del proprio dolore, senza confidarsi ad anima viva, simulando anzi il piacere pel piacere degli altri, la curiosità per la curiosità degli altri, simulando in una parola quella vita che traeva placida e noiosa prima di conoscere Brunello e la dolcezza d'un casto idillio?

—Hai saputo qualche cosa?—le domandò sua madre, vedendola tornare.

—Non ho saputo niente, perchè non ho chiesto niente!—ella rispose.

E salita nella sua camera, vi si chiuse, e si gettò sul letto a piangere.

X.

Il viaggio di Fabiano e Brunello era stato spaventevole.

Il conte aveva pensato di partire in carrozza verso l'alba, per raggiungere una stazione ferroviaria ch'era a dodici chilometri dal paese. Ma dopo pochi minuti di viaggio, l'uragano furioso era scoppiato. Fischiava il vento attraverso il fogliame che si disperdeva nell'aria, tentennavano gli alberi come dovessero ad ogni istante rovesciarsi addosso alla vettura, rombava il tuono da vicino e da lontano incessantemente.

Vico Malerba, il vetturale, accecato da nembi di polvere, non vedeva più la strada, e uno dei cavalli, ombratico e vizioso, tentava di prender la mano e di trascinare a sbrigliata fuga anche l'altro.

Brunello si svegliò.

—Dove siamo?—chiese.

Cominciarono i fulmini a crepitare, squarciando le nubi dense; e venne una grandinata soda come fosse fatta di proiettili, che spezzavano i rami più deboli e strappavano le foglie.

—Bisogna fermarsi!—dichiarò il vetturale.

La carrozza aveva un soffietto che la riparava soltanto a metà, e dentro precipitava la tempesta, balzando sul legno, schizzando da ogni banda, battendo sulla groppa dei cavalli. Il vetturale era sceso e s'era messo alla testa degli animali per frenarli; il conte scese a sua volta.

—Sta fermo!—ordinò a Bruno.—Vado a tenere i cavalli.

Ma Brunello non badava nè ai cavalli nè all'uragano.

—Voglio Nicla! ~ egli disse.—Nicla!… Dov'è Nicla? Papà, dov'è
Nicla?

Suo padre non rispose: teneva il morso del cavallo di destra, mentre il vetturale teneva quello di sinistra. Ambedue gli uomini stavano sotto la grandine, folgorati di continuo dai grossi chicchi, feriti alle mani, e tuttavia pronti a parar gli scarti e a domar le impennate dei cavalli. Un fulmine scoppiò poco lontano, fece traballare il conte e il vetturale; i cavalli diedero uno strappo, furono rattenuti a gran fatica.

L'aria era così scura, che pareva notte; il vento cantava su mille toni, con mille voci, ora sottili e gemebonde, ora minacciose e frementi; a quando a quando sibilava un fulmine, appariva tra le nubi una linea d'oro, cadeva tra le chiome irte e sconvolte degli alberi.

Poi, cessata la grandine, cominciò la pioggia.

—Ora possiamo andare,—disse il vetturale.—A un chilometro da qui, anche prima, c'è un'osteria, dove potremo fermarci, perchè i cavalli per oggi ne hanno abbastanza. Riprenda il suo posto, signor conte.

Fabiano risalì nella vettura e si pigliò Brunello tra le braccia.

—Nicla, dov'è Nicla, papà?—disse il bambino.

L'acqua veniva a torrenti, inondava la carrozza, formava una pozzanghera nella pianta della cassa, sgocciolava per le fiancate; e il vento rendeva più aspro e crudo quel diluvio.

I cavalli correvano con tutta la loro lena; drizzavan le orecchie ad ogni brontolìo di tuono, scartavano ad ogni balenar di folgore, ma andavano a rompicollo, quasi avessero voluto sfuggire a quell'inferno. E la pioggia entrando a sghembo nella vettura, aveva ormai inzuppato i due viaggiatori.

—Dormi, piccolo,—disse Fabiano.

—Perchè mi porti via?—domandò Brunello.

Gli rispose uno schianto formidabile, che fece sobbalzare uomini e bestie; un fulmine era scoppiato a pochi passi.

Il conte adagiò Bruno e prestò mano al vetturale, che s'era teso ad arco per trattenere i cavalli, i quali puntavano sul morso e si sforzavano di precipitarsi finalmente a una fuga rovinosa.

Fu il più difficile episodio della corsa, e fu l'ultimo.

Indi a poco, la vettura poteva ricoverarsi all'osteria indicata da
Vico Malerba, e gli uomini ne scendevano.

Brunello era intontito; batteva i denti, tremava da capo a piedi, sgocciolava tutto.

Una grossa donna, che conduceva l'osteria, spogliò il fanciullo e lo mise a letto, ma qualche ora più tardi una fortissima febbre lo colse. Delirava.

Seduto accanto al letto, spiando nel volto congestionato di suo figlio il progredire del male, il conte stava assorto e dubbioso.

Fuori scrosciava ancora la pioggia e fischiava il vento, vicino e lontano.

La camera era illuminata da una candela e nulla pareva più malinconico che quell'uomo in quella muta stanza, l'occhio fisso nell'occhio vitreo del suo bambino.

Vico Malerba, riparati i cavalli e datasi una scrollata, salì a prendere gli ordini.

—Fra mezz'ora splenderà il sole,—disse. Ma visto Brunello a letto e il conte immobile a scrutarlo, tacque subito.

—Fra mezz'ora!—ripetè Fabiano.—È impossibile ripartire per oggi. Non vedi che il piccolo è ammalato? Domanda all'ostessa se si può avere un medico.

—Vado,—rispose il vetturale.—In ogni modo, tengo il legno a disposizione del signor conte.

E avvicinandosi un poco al letto, soggiunse:

—Sarà cosa da nulla, vedrà…. Il cambiamento del tempo…. E poi i bambini salgono e scendono con la febbre.

—Va a cercare il medico!—interruppe il conte.

Il vetturale uscì e parlò con l'ostessa. Non v'erano in quel villaggio nè medico nè farmacia.

Quando fu detto questo a Fabiano, egli tese il pugno verso il cielo e si lasciò sfuggire una bestemmia.

—Bisogna trovarlo,—rispose.—Mandate a cercarne.

—Otto chilometri d'andata e otto di ritorno, signor conte,—osservò l'ostessa.

Fabiano le mosse incontro con tal piglio, che la donna uscì senza più ribattere.

Passarono due, sei, dieci ore; cessò la tempesta, venne il sole, tramontò. Nella stanza il padre tormentato dallo spavento e dal rimorso percorreva chilometri in uno spazio di quattro metri, e il bambino smaniava nel delirio.

Verso le sette di sera giunse il medico; un povero piccolo medico di campagna, il quale aveva avuto la previdenza di portare seco il chinino. Non riuscì a fare una diagnosi precisa, parlò d'elmintiasi e diede il chinino, prescrivendo di ripetere di tre in tre ore la dose.

Scese la notte.

Il conte, che non aveva gustato cibo nè mutato abito, vegliò, seduto in una poltrona stinta e senza molle. Alle dieci di sera e al tocco dopo mezzanotte diede nuovamente il chinino; la febbre scemava rapidamente; al levar del sole era cessata.

—Ebbene, piccolo, che m'hai fatto?—disse Fabiano, chinandosi a baciare Brunello.

Questi sorrideva, ma era stordito e debole.

Fabiano decise di fermarsi ancora tutto quel giorno all'osteria, e il vetturale si fermò egli pure, a disposizione del signor conte.

Soltanto l'indomani, con le ossa rotte dalla febbre, le gambe tremanti pel chinino, una grande lassezza in tutto il corpo, Brunello fu rimesso in vettura e riprese il viaggio.

Aveva negli orecchi il frinir continuo d'innumerevoli cicale; di tutto quanto era avvenuto negli ultimi giorni riteneva alcune imagini confuse, venute in parte dalla realtà, in parte dalla febbre. Rivedeva Nicla nel suo abito d'acciaio, Duccio Massenti che voleva offenderla, il papà che l'uccideva, poi lo scoglio della Croda, i fulmini, le groppe dei cavalli gocciolanti di pioggia.

Ma non diceva parola con suo padre.

Lo guardava di sottecchi, mostrando il broncio, e aspettando d'essere più forte per tornare da Nicla.

Prima d'abbandonar l'osteria, il conte compensò liberalmente il medico, l'ostessa, quanti lo avevano servito. Era in dure strettezze finanziarie, ma quando metteva mano alla borsa, non sapeva più contare.

Si recava a trattare con la famiglia, in una mediocre città di provincia di cui cinque secoli avanti i Traldi di San Pietro avevano avuto il dominio; e ancora possedevano, oltre parecchie case in città, vasti terreni e ricche fattorie nei dintorni.

Il conte Fabiano non si dissimulava che la lotta sarebbe stata dura, perchè la madre e i fratelli non trattavan più con lui se non per il notaio Clemente Alemanni, amministratore della sostanza; e Fabiano sospettava che l'Alemanni s'ingegnasse da tempo a fargli più avversi i fratelli e la madre.

Quanto all'Alemanni, egli conosceva bene il conte, perchè da giovanetto, in seguito a una disputa per affari. Fabiano lo aveva inseguito con la rivoltella in pugno, obbligandolo a ricoverarsi in una soffitta.

Viaggiarono l'intero giorno, parte in vettura, parte in ferrovia.

Quando fu per congedarsi, Vico Malerba rivolse un saluto a Brunello:

—Stai bene, eh, piccolo?—disse familiarmente.—Spero che ci rivedremo, e tornerai dalla signorina Nicoletta.

Bruno afferrò la mano scarna del vetturale e sorrise.

—È molto lontana?—dimandò.

—Sì, laggiù, dietro i monti; ma con la ferrovia si fa più presto!—rispose Vico.

Nicla laggiù dietro i monti! Non sì poteva nemmeno udir la sua voce!

—Le dirai che io torno?—riprese il fanciullo.—Le dirai che io sono qui per gli affari del papà, adesso; ma poi torno; e che mi aspetti.

—Non dubitare!—esclamò il vetturale, mettendosi una mano sul petto.—Che io muoia qui, se non glielo dico appena sono a casa!

Bruno sorrise ancora, più riposato, come un uomo che ha trovato intanto un piccolo rimedio a un grosso malanno.

Quella sera le sue impressioni s'arricchirono della visione d'una città di provincia immersa nel sonno con le persiane tutte chiuse, d'un omnibus che traballava sul selciato, d'un modesto albergo.

Fabiano diede al fanciullo una tazza di latte caldo; poi lo svestì, lo lavò, lo mise a dormire.

Stette a guardarlo lungamente, meditabondo.

Brunello dormiva, coi pugni stretti e i capelli sparsi sul guanciale.

Che poteva sognare? La tempesta, la fuga dei cavalli tra fulmini e rombi, la pioggia, il medico, l'osteria di campagna, lo scotimento del treno.

Non poteva sognare altro, non aveva più liete imagini che quelle.

Una sì, c'era, fresca e olezzante, l'imagine d'una fanciulla che lo proteggeva; ma gliel'avevano strappato di mano, per ricondurlo attraverso il mondo, con la febbre sotto la pioggia crudele.

Il conte ebbe un gesto desolato. Perchè condurre alla rovina anche l'innocente che non aveva macchia e non chiedeva nulla?

Si scosse al pensiero della battaglia che lo attendeva l'indomani; e un altro pensiero sopraggiunse, una speranza: la speranza di metter la mano sopra trenta o quarantamila lire. Allora udì nell'orecchio il tintinnìo dell'oro fluido, il fruscìo delle carte, lo scalpito di superbi cavalli ch'erano suoi; e si scostò dal letto, lasciando che il fanciullo sognasse i suoi tristi sogni.

Sbrigò la corrispondenza arretrata, e preparò un biglietto per Elia
Polacco, personaggio che gli era da più tempo ben noto.

XI.

Il notaio Clemente Alemanni era uomo freddo e risoluto; ma nel fondo dei suoi occhi cilestri si leggeva un'espressione di dolcezza.

Non alto di statura, quadrato di spalle, indossava abitualmente la redingote, grigia d'estate, nera d'inverno; e una bella barba in parte candida come neve, in parte rossa come il fuoco, gli scendeva fino a mezzo il petto.

—Fatemi il favore,—disse a un cameriere che passava nel corridoio,—di presentare questo biglietto di visita al signor conte Traldi di San Pietro.

Il cameriere prese la carta, entrò nella camera segnata col numero dieci, e indi a poco tornò dicendo che il signor conte aspettava il signor notaio.

L'uomo trasse un sospiro, e drizzandosi sul busto come un lottatore che sta per comparir nell'arena, seguì il cameriere.

Avrebbe preferito in verità di trovarsi altrove; ma fedele alla antica famiglia, per un'alta idea del proprio dovere, si riprometteva di comportarsi degnamente e di condurre a termine la sua missione fermamente e tuttavia col più scrupoloso rispetto e con serafica pazienza.

Il conte Fabiano stava seduto, nella camera da letto, in una larga poltrona, innanzi alla tavola su cui si vedevano ancora il vassoio con le chicchere, il piattino del burro e il vaso del miele. Si accarezzava nervosamente la barba brizzolata e fumava una sigaretta.

—Oh, caro Alemanni!—esclamò sarcasticamente alla vista del notaio.—Siamo alle solite. Io chiedo di parlare con mia madre e coi miei fratelli, e mia madre e i miei fratelli mi spediscono un impiegato con pieni poteri. Sono le corbellerie, per non dire le sconvenienze, della mia amabile famiglia.

Il dottor Alemanni s'inchinò profondamente, mentre Fabiano seduto lo squadrava con occhio freddo.

—Sua Signoria la contessa e le Loro Signorie i conti Francesco, Guido e Giovanni….

—Lasciamo stare l'araldica,—interruppe Fabiano.

—…. mi mandano da Vostra Signoria per sentire i suoi desiderii,—continuò l'Alemanni imperturbabile.

—A sentire i miei desiderii?—ripetè Fabiano.—Soltanto per questo l'hanno mandata qui? Caro Alemanni, lasciamo da banda gli scherzi. Io ho bisogno di danaro, subito, oggi stesso, o sono perduto.

—Sua Signoria la contessa mi ha incaricato di presentare al signor conte l'espressione di un vivo rammarico,—disse il notaio.

—Oh bravo!—esclamò Fabiano ridendo.—Dacchè ho l'età della ragione, mia madre non ha mai altro espresso che vivo rammarico… Sentiamo anche questo….

—Sua Signoria….

—Lasci andare, per carità!—interruppe Fabiano.—Ciò prolunga la conversazione, che vorrei fosse breve. Dica «il conte», «la contessa», e tiriamo via!

—La signora contessa si lagna di non aver notizie del signor conte che quando il signor conte ha bisogno di denaro. In tutti gli altri giorni dell'anno, il signor conte non dà segno di vita ad alcuno della famiglia.

—Questa è un'insolenza!—esclamò Fabiano, lanciando un'occhiata penetrante all'uomo che a pochi passi dalla soglia stava ancor dritto in piedi.—E quando la incaricano di dirmi un'insolenza, lei dovrebbe rispondere che la sua posizione d'impiegato non glielo permette, perchè io non posso raccoglierla.

Il dottore Alemanni battè presto le palpebre, ma toccò il colpo bravamente in pieno petto, senza dare altro segno di commozione.

Seguì una pausa.

Fabiano guardò il soffitto, verso il quale lanciò il fumo della sigaretta; ma vide per la prima volta che il soffitto era dipinto a colori, verde con giallo, che si aggrovigliavano in arabeschi atroci mal sicuri e mal finiti, e ritorse lo sguardo sdegnato.

—Alle corte,—riprese d'un tratto.—Mia madre è disposta ad aiutarmi?…

—Io sono incaricato….—cominciò l'Alemanni.

—Non parlo di lei, parlo di mia madre e dei miei fratelli,—interruppe Fabiano.—Dunque: sì o no?

—Forse!—rispose il notaio.

Il conte lo interrogò con lo sguardo.

—È già qualche cosa!—disse.—Non vogliono dunque ridurmi alla fame, alla disperazione, al suicidio?… E quali sono i motivi di questa benevolenza improvvisa?

—Se il signor conte mi lascerà parlare, io potrò spiegare tutto,—rispose l'Alemanni sorridendo,—ma se mi arresta ad ogni parola, non c'intenderemo.

—Si è che lei fa un abuso deplorevole di circonlocuzioni,—osservò Fabiano,—e le circonlocuzioni sono utili in diplomazia, cioè sono utili a niente; quando si trattano affari, bisogna parlar chiaro, secco e preciso….

Guardò ancora una volta il notaio, poi soggiunse:

—Sieda!

Il dottor Alemanni prese posto in una poltrona di fronte a Fabiano, e cominciò:

—Ecco: quanto alla cambiale di cui ella ha scritto nella sua lettera, la famiglia di lei è disposta a pagare ancora per questa volta, purchè la cambiale sia presentata a Sua Signoria il conte Francesco.

—Non si fidano di me?

—Il signor conte Francesco pensa ch'ella potrebbe venire a una transazione col creditore, pagare una metà e giuocar l'altra, lasciando una nuova cambiale di seimila lire.

Fabiano diede in una risata.

—Come si vede,—esclamò,—che il signor conte Francesco Traldi di San Pietro mio illustrissimo fratello, è un idiota!… Venire a una transazione!… Ma quel mio creditore è il più feroce, il più avido strozzino di Milano; e son dovuto scappare (scappare, capisce?) dalla mia villeggiatura sul lago, perchè non mi mettesse a soqquadro il paese e non mi facesse qualche scenata per la strada!

Tacque un istante, poi soggiunse:

—Telegraferò oggi stesso a quella canaglia perchè presenti l'effetto al conte Francesco. Andiamo avanti. Che c'è ancora?

—Il signor conte Francesco la prega di rammentare che questa è l'ultima, assolutamente l'ultima volta che la famiglia interviene in suo favore; da ora in poi sarà sorda a ogni considerazione, e lascerà che i creditori facciano tutti i passi consentiti dalla legge.

—Sta bene. Ma pagate le dodicimila lire, io rimango senza un centesimo. A questo la mia famiglia non ha pensato?

—Ella sa, signor conte,—disse l'Alemanni con un sorriso,—che la sua sostanza è stata interamente liquidata. Esiste ancora il fondo della Tralda, che frutta dalle sei alle ottomila lire l'anno, ma appartiene al piccolo conte Bruno, il quale potrà disporne il giorno della sua maggiore età. Le rendite sono ora versate a lei, signor conte, per il mantenimento e l'educazione del bambino. Non c'è dunque più nulla…. Tuttavia….

—Tuttavia?—interrogò Fabiano ansiosamente.

—Tuttavia la sua famiglia è disposta ad aiutarla, assegnandole una rendita pari a quella che riscuote ora per il mantenimento del piccolo conte Bruno.

—Ottomila? Quanto basta per non morir di fame….—osservò Fabiano.

—Diciamo ottomila,—ripetè il dottor Alemanni.—Ma ad una condizione….

—La condizione sarà impossibile,—disse Fabiano.—Conosco la mia famiglia!… Sentiamo.

—A condizione che il piccolo conte Bruno sia consegnato al signor conte Francesco, il quale ne curerà l'educazione e lo terrà seco fino all'età di ventun anno. In questo caso, il conte Francesco che non ha figli, aggiungerà al fondo della Tralda, unico patrimonio del conte Bruno, una larga parte della sua sostanza.

Fabiano si alzò in piedi e lentamente andò alla finestra.

—Vede,—disse al dottor Alemanni, che lo aveva seguito,—vede questa finestra? Io sono pronto a scaraventarlo di qui il mio Brunello, piuttosto che consegnarlo a quel pazzo imbecille!… La prima educazione che gli si darebbe, sarebbe quella d'odiare e disprezzare suo padre; poi si farebbe di lui un gesuita. Lei non ignora che la famiglia Traldi di San Pietro è molto benevisa in Vaticano e ha protezioni potentissime. Il mio Bruno abbraccerebbe la carriera ecclesiastica, diventerebbe Cardinale e morirebbe Papa…. È un avvenire stupendo, ma a me non piace…. Intendo che mio figlio sia uomo…. E del resto, son follie che possono passar pel capo di quell'asino di Francesco.

Rise ironicamente, e proseguì:

Perinde ac cadaver, il motto dei gesuiti, s'attaglierebbe giusto al mio Brunello!… Egli ha tutta la fierezza, la tenacità, il coraggio, l'orgoglio della sua razza e nemmeno la Compagnia di Gesù riuscirebbe a piegarlo…. Non sono punto impensierito per lui…. Sarà un lottatore di gran tempra e spezzerà gli ostacoli che non potrà girare….

Il notaio s'inchinò.

—L'ho visto or ora sulle scale. Andava alla ricerca del cane,—disse,—per uscire a passeggio. È un fanciullo incantevole.

—Non è vero?—esclamò Fabiano, tocco nel vivo del suo amor proprio.—Sono certo che non m'inganno.

—Vostra Signoria non s'inganna,—confermò il dottore.—Basta osservare il portamento del capo, lo sguardo che vi cerca lo sguardo, la piega sdegnosa all'angolo delle labbra… L'ho guardato bene.

—E non si lamenta mai, parla poco, non vuole essere baciato, è pronto a tutto. Vive già come un piccolo uomo e ha un'intelligenza che avanza di gran lunga la sua età,—soggiunse Fabiano.

Andò a sedersi di nuovo nella poltrona.

—Dunque,—seguitò rivolto al notaio, che gli stava di fronte, in piedi,—non ne facciamo nulla.

—Io scongiuro il signor conte a prender tempo a rispondere. Vorrei recare una parola di speranza….

Ma dopo quel breve intermezzo di sentimento paterno, durante il quale s'era trovato d'accordo miracolosamente con le idee del notaio, Fabiano s'era come ripreso e allontanato, e il suo sguardo era tornato freddo.

—Bella figura ci farebbe, Lei, col ramoscello d'olivo nel becco,—esclamò, guardando il naso un po' ricurvo del dottor Alemanni.—Dica pure che non ne facciamo niente…. Me l'imaginavo che doveva trattarsi d'un agguato o d'un trucco. Il mio buon fratello non è capace d'altro.

—Ma, mi perdoni signor conte,—insistette il notaio.—Lei potrebbe vedere suo figlio ogni qual volta desiderasse. E potrebbe inoltre stabilire certe condizioni; condizioni scritte: per esempio, il divieto assoluto d'avviarlo alla carriera ecclesiastica….

Fabiano squadrò il notaio sarcasticamente.

—Non mi faccia l'allocco!—disse ridendo.

—Il divieto assoluto…. Ma Brunello non ha che otto anni; e un bel giorno mi si dirà che a poco a poco gli si è sviluppato un poderoso bernoccolo per il Seminario o per il chiostro o per le missioni…. Vada lei a dimostrar che non è vero….

—Io la supplico, signor conte….—incalzò il dottore.

Ma si arrestò a un'occhiata scintillante d'ira.

—Facciamola finita!—annunziò Fabiano.—Io mi tengo mio figlio…. Lei ha eseguito con fedeltà gli ordini avuti, e non deve aggiungere parola…. Dica a Francesco che Brunello non lo vendo nè per ottomila lire l'anno, nè per un milione. E impari, egli che è ricco, ad essere anche onesto!… Può andare!…

Il dottor Alemanni s'inchinò, e raggiunta la soglia, uscì….

Non era stupito del cattivo esito della sua ambasciata; conosceva il conte da molti anni e sempre lo aveva trovato superbo e caparbio, e sempre ne aveva ammirato quasi con timore l'arte del sofisma, l'abilità del colorire i torti come ragioni, e di dare al capriccio la parvenza del diritto.

La famiglia stessa aveva preveduto che le sue proposte sarebbero state respinte, e non s'aspettava affatto che il dottor Alemanni potesse compiere un miracolo e condurre Brunello a casa.

Il notaio scese le scale, dicendosi che bisognava pur giungere alla lotta aperta, o il bambino sarebbe stato la prima vittima di quelle esitazioni.

Brunello era in cortile, dritto vicino a una piccola carrozza con due cavalli pomellati; in un angolo aveva disposto la scuderia con altri cavalli, il cocchiere e il mozzo. Ma non giuocava.

Il dottor Alemanni lo sorprese mentre guardava fisso innanzi a sè, assorto in qualche suo sogno lontano.

Pochi passi più in là un cane danese, il cane dell'albergo, disteso magnificamente a guisa di un giovane tigre, sonnecchiava lanciando di tanto in tanto uno sguardo al fanciullo. Doveva essergli compagno, come gli era stato compagno il povero Tiè, che il conte aveva affidato, partendo da Parigi, alla portineria della casa che abitava in via Glück.

—Ebbene?—disse Bruno, scoprendo il dottor Alemanni alle sue spalle.—Hai parlato col papà?

—Ne torno ora,—rispose il notaio.

—Gli hai portato i denari?

—Come sai tu che si tratta di danari?—domandò il notaio.

—Io so,—rispose Bruno.—Siamo partiti per questo di notte, col tempo cattivo. Glieli hai portati?

—Glieli porterò.

—Fa presto,—soggiunse Bruno,—perchè io devo tornare in campagna.
Non mi piace star qui: qui è tutto brutto, non ho niente da fare.

Guardò il notaio, chiedendosi se potesse parlargli di Nicla, ma pensò ch'egli non la conosceva.

—Non è vero che tu non la conosci, Nicla?—disse.

—Nicla? Chi è Nicla?—chiese il dottore Alemanni.

—Vedi, che non la conosci!—continuò Bruno con un senso di commiserazione.

Il dottor Alemanni si piegò sulle ginocchia come per veder meglio il piccolo equipaggio che stava presso il fanciullo; e chiese:

—Bruno, se io ti prendessi per condurti da tuo zio Francesco, tu verresti?

—A far che?—domandò Bruno.

—A viver con lui, con gli altri zii, con la nonna….

—Non ne ho bisogno!—disse il fanciullo.

—Sì, che ne hai bisogno,—insistette il notaio,—per formar la tua educazione e diventare un uomo.

—Oh,—rispose Bruno, con un'ombra di beffardaggine,—diventerò uomo lo stesso, anche senza la nonna e gli zii. Io li ho visti, quando ero piccolo e il papà non aveva fatto lite. Sono brutti e noiosi.

—Ma io so che ti vogliono molto bene,—insinuò il dottor Alemanni.

—Tutti mi vogliono molto bene!—ribattè il fanciullo.—Anche Nicla.

—Io so….—riprese il notaio.

—Tu non sai niente! Porta i denari, presto, che io non voglio star qui.

Il dottor Alemanni si raddrizzò.

—Ma i denari, appunto, li danno gli zii e la nonna,—rimbeccò subito.—E se tu non sarai savio, non ne daranno più.

—Non dire bugie!—consigliò Bruno.—Sono i denari di casa, e anche se faccio il cattivo, tu devi portarceli.

Il notaio sorrise un poco amaro, e si chinò per baciare il fanciullo, ma questi gli sgusciò di tra le mani e volse il capo bruscamente.

—Va, va!—disse.—Non perdere tempo!

—Razza di prepotenti!—borbottò il dottor Alemanni, allontanandosi.

XII.

Il colloquio col notaio non aveva punto scoraggiato il conte Fabiano.

Abituato a vivere con una folle imprevidenza, animato da una sragionevole fiducia nell'avvenire e da un irrefrenabile desiderio di godimenti, considerava già come vittoria cospicua il pagamento della cambiale di dodicimila lire, che gli dava fastidio da troppo tempo.

Al resto avrebbe provveduto per conto proprio, con altri aiuti.

E nel pomeriggio di quel medesimo giorno, in un quarto d'ora di liete speranze, fece chiamare Brunello e gli offerse una battaglia coi soldatini di piombo.

La tavola nel mezzo della camera fu in un lampo coperta di cannoni, di tende, di uomini a piedi e a cavallo, in chiassose uniformi.

All'un capo della tavola era Bruno, all'altro Fabiano, e la battaglia si svolgeva con rapidità fulminea.

Brunello stava per perdere una fortezza; le sue linee di difesa erano sfondate dalle artiglierie di Fabiano, e la cavalleria s'avanzava a disperdere i resti d'un esercito in fuga disordinata.

Si udì battere discretamente all'uscio, con le nocche delle dita.

—Avanti!—disse Fabiano.

Elia Polacco entrò.

Era un ometto basso, nasuto, dagli occhi jàlini penetranti, il mento raso e le basette fulve e dure. Camminava così lestamente che pareva saltellasse.

—Buon giorno al signor conte!—proferì.—Ho ricevuto stamane il biglietto del signor conte e sono accorso.

—Sta bene attento,—disse Fabiano a Brunello, senza levare il capo.—Bisogna che tu raduni l'artiglieria intorno al forte, perchè i tuoi fantaccini sono in rotta, e io muovo ora a conquistarlo con le mie truppe.

—Con tutti i cannoni, papà?—domandò Brunello.

—I cannoni innanzi, che appoggeranno la cavalleria e la fanteria; non perdere tempo!

—Ecco tutti i miei cannoni pronti!—annunziò Bruno, spingendo con ambo le mani ogni sorta d'artiglieria sulla tavola, piccole mitragliatrici e grossi obici e cannoni da costa.

Elia Polacco col cappello floscio sotto il braccio sinistro si avvicinò alla tavola e stette a guardare, piuttosto sorpreso dell'attenzione che il conte prestava al giuoco, che dell'accoglienza ricevuta.

—Sei tu, Polacco?—disse Fabiano, senza volgersi.

—Per servirla, Eccellenza!

—Credo che c'intenderemo in poche parole. Ho bisogno di denaro.

Brunello guardò suo padre.

Ancora danaro! Non doveva portarlo il notaio della nonna?

Ma mentre stava per interrogare, suo padre gli si rivolgeva.

—I tuoi cannoni giungono in ritardo,—disse.—Io allargo il fronte del mio esercito e la mia artiglieria è rapidissima.

—Di danaro ce n'è poco, ed è caro!—rispose Elia Polacco, guardando i cannoni che si avvicinavano alla fortezza.

—Non cominciamo con le frottole!—rispose Fabiano.—Apro il fuoco: la tua artiglieria non può resistere. La cavalleria fa una brillante evoluzione a sinistra….

—Apro il fuoco anch'io!—dichiarò Brunello,—Pim, pum, e pum!

—Se è caro, lo pagherò quanto vale,—dichiarò il conte a Elia
Polacco.

E rivolto al figlio, seguitò:

—Dopo la brillante evoluzione di cavalleria, la fanteria si avanza sparando….

—Ciò dipende dalla somma che le occorre, signor conte!—rispose Elia.

—Pim, pum, e pum, e poi ancora pum!—gridò Brunello.

—Cinquantamila lire!—enunziò Fabiano.—Il tuo fuoco è ben nutrito, fa molti vuoti, ma come vedi, i miei uomini hanno già invaso la piazza. Il forte si arrende….

—Nespole!—esclamò Elia.

—Innalza bandiera bianca!—ordinò Fabiano.—Sventola il fazzoletto!

Brunello trasse il fazzoletto dalla tasca e lo agitò in aria.

—La battaglia è finita. Sei vinto, e la fortezza è mia!—concluse il conte.—Adesso giuoca da solo, che io devo parlare.

E alzandosi, guardò finalmente Elia Polacco in faccia.

—Ah, ah! Sei invecchiato, caro Polacco!—esclamò ridendo.—Non hai più un pelo in testa. Ti sta bene; a furia di pelare gli altri….

—Sono dieci anni che non ho l'onore di trattar col signor conte,—rispose Elia con un sorriso.—Il tempo è ingeneroso per tutti!

E preso un cannone di sulla tavola, e poi un soldatino, li girò, li pesò, li guardò attentamente.

—Son molto fini!—disse.—Io non avevo ancora avuto il piacere di conoscere suo figlio, signor conte!

—È molto fine anche lui!—dichiarò Fabiano.—Ti piace? È un bel ragazzo? Ne faremo qualche cosa di grande. Ma veniamo agli affari. Hai inteso quel che ti ho detto? Io ho bisogno di cinquantamila lire, subito.

Prese posto nella poltrona nella quale s'era seduto la mattina parlando col dottor Alemanni, e lasciò Elia in piedi.

—Il signor conte avrà anche udito ciò che ho risposto!—osservò Elia.

—Hai risposto: «Nespole!» e questo non significa nulla.

—Significa che è impossibile trovar cinquantamila lire. Le troverebbe appena un signore…. che non ne avesse bisogno!

Ed Elia fece una risatina, che pareva un mugolìo.

—Io non valgo dunque cinquantamila lire?—esclamò Fabiano.

Elia non rispose, come non avesse udito.

—La mia famiglia non vale cinquantamila lire?—seguitò il conte.

—La famiglia Traldi di San Pietro vale milioni…, se paga. Ma io temo che non paghi.

—E perchè non dovrebbe pagare?

—Perchè il signor conte non è in buoni termini con la sua famiglia.

—Chi te lo dice?

—Me lo dice Lei stesso, signor conte. Ella è sceso all'albergo; e ciò spiega tutto.

Bruno aveva riadagiato i soldatini nella scatola e s'era ricoverato tra le gambe del padre.

—La mia famiglia paga!—dichiarò questi.—Tu vuoi essere sempre furbo e dici delle sciocchezze. La mia famiglia paga bene. Informati, caro Polacco.

—Non dubiti, signor conte,—rispose Elia inchinandosi,—che m'informerò. Tuttavia devo avvertire il signor conte che se la famiglia paga; la situazione s'aggrava….

—Hai voglia di scherzare?—esclamò Fabiano squadrando l'ometto impassibile.

—È questione di logica,—ribattè Elia.—La famiglia paga: paga cambiali con forti interessi; pagherà oggi, pagherà domani, e poi non pagherà più e farà interdire il signor conte. Conosciamo questa musica!

—Allora, con la tua logica si viene a concludere che se la famiglia non paga, non mi dai denaro; e se la famiglia paga, non mi dai denaro. È una logica stupefacente…. In ogni modo, caro Polacco, non ho tempo da perdere, e tu puoi andartene….

—Mi dispiace,—rispose Elia senza muoversi.—Mi dispiace perchè con la sua fretta e la sua arroganza, il signor conte cadrà in mano di qualche strozzino….

Fabiano diede in una risata.

—La città è piena di gente senza scrupoli,—seguitò Elia,—che metterà la corda al collo di Vostra Eccellenza per pochi soldi….

—È fatale!—esclamò il conte ridendo.—Cadrò in mano di uomini senza scrupoli, se quelli che han gli scrupoli non mi danno un centesimo.

—Non dico questo,—ribattè Elia, pronto.—Il signor conte chiedeva cinquantamila lire subito. Ciò è assurdo. Gli affari non si trattano così…. Bisogna ponderare, guardarsi intorno, vedere che cosa offre il mercato, perchè il signor conte non ignora che anch'io dipendo da certi fornitori; e allora poi si discute e si combina….

—Chiacchiere!—esclamò Fabiano alzando le spalle.—Io devo ripartire domani o doman l'altro al più tardi.

—Doman l'altro!—ripetè Elia.—Il signor conte mi dia ventiquattr'ore di tempo, fino a domani sera, per esempio. E domani sera tornerò col denaro che avrò potuto racimolare, e le dirò le condizioni…. Ma fin da ora devo avvertire il signor conte che saremo lontani, ben lontani dalle cinquantamila. Non le troverebbe che un Rothschild….

—Porta quel che hai, e finiamola!—ordinò Fabiano bruscamente.

E allontanato Bruno, si alzò voltando le spalle a Elia.

—I miei omaggi al signor conte!—disse questi.—Domani sera sarò qui, verso le otto.

—Adesso facciamo un'altra battaglia,—pregò Bruno.

—No, no,—rispose Fabiano,—di battaglie ne ho abbastanza per oggi.

—Che brava gente!—pensò Elia Polacco andandosene e richiudendo l'uscio.—Nè padre nè figlio non mi hanno degnato d'uno sguardo! E sono io, dopo tutto, che devo correre per mantenerli nell'ozio!

Non appena Elia fu scomparso, il conte prese Bruno sotto le ascelle e lo trascinò ballando per la camera.