—Su, su, tutto va benissimo!—esclamò.—E doman l'altro ti condurrò al mare, in un paese d'oro, sotto un cielo azzurro, e lasceremo qui questa masnada di provinciali. Salta, andiamo, salta col papà!
E fischiettò il valzer della Madame Angot per accompagnare la danza.
—Tu sbagli,—dichiarò Bruno lasciandosi trascinare.—Io al paese d'oro non vengo. Io ritorno sul lago. Il paese d'oro non mi piace, il mare d'oro non mi piace. Io voglio Nicla!
—Ancora!—disse il conte.—Quella ti piace, Nicla? Ho pensato anche a lei, e le ho scritto ieri sera.
Bruno diede uno sgambetto e si divincolò, piantandosi a terra.
—Le hai scritto con molte parole?—chiese stupito e contento.
—Ma già, con molte parole,—rispose Fabiano, sedendo e riprendendo
Brunello tra i ginocchi.—E le ho mandato i tuoi saluti.
—Le voglio scrivere anch'io,—annunziò Bruno.—Tu mi correggerai. E le hai detto che deve aspettarmi, perchè io tornerò presto a trovarla, e mi canterà la poesia?
—Oh, oh, questo poi!—esclamò Fabiano scandalizzato.—Il papà non è mica fatto per combinarvi gli appuntamenti!…
XIII.
Nicoletta Dossena stava ancora coricata nella sua graziosa camera che guardava il lago, allorchè la cameriera le recò la posta.
La fanciulla era stanca e scorata.
Il vetturale interrogato da lei il giorno innanzi non le aveva nulla taciuto: il viaggio sotto il furioso uragano, la tappa all'osteria dopo tre chilometri, la ripresa allorchè Bruno non era ancora ben rimesso.
Aveva aggiunto che il bambino s'era sentito molto male ed era molto debole quando era salito in treno; e che il signor conte recava con sè tanta roba nei bauli e nelle valigie da far presumere che non avesse alcuna intenzione di ritornare.
Queste notizie avevano tolto ogni speranza a Nicla.
Bruno era veramente perduto, e subito, dalla felicità della vita sana e libera in compagnia della sua giovane amica precipitava nei disordini e nelle imprudenze di cui il cervello di suo padre era fecondo.
Allorchè Vico Malerba le aggiunse che Bruno lo aveva incaricato di salutarla e di dirle che l'aspettasse perchè voleva tornare da lei, Nicla non potè frenare un singhiozzo.
Ben lo aspettava e bene lo avrebbe aspettato sempre; ma sentiva che sarebbe stato invano.
Aveva pianto a lungo, sola; non era uscita di casa per non riveder luoghi tutti echeggianti dei più teneri, dei più tristi ricordi; e mai non aveva capito come in quei giorni che nessuno dei suoi poteva compatirla.
Sua madre menava ancora in lungo la storia di Duccio Massenti, e ne formava a poco a poco un pettegolezzo. Suo padre andava esortando la fanciulla a confessare il segreto scoperto.
E tanto più l'uno e l'altra s'impuntavano nella loro idea, in quanto Duccio non aveva scritto parola, non aveva dato segno alcuno di vita. Fatti i ringraziamenti e presentati di persona i suoi saluti, s'era creduto assolto da ogni altro obbligo, considerando il brusco trattamento usatogli da Nicla. Era la fine, silenziosa ma irrimediabile.
E nulla più cuoceva alla signora Carlotta che il non poterne afferrare il motivo riposto; e nulla più cuoceva al cavalier Maurizio che non poter vincere la resistenza di sua figlia. Onde l'una e l'altro, non che consolar Nicla della perdita di Bruno, l'avrebbero rimproverata duramente perchè invece di provvedere al suo avvenire si perdeva in frasche e in fantasie non più perdonabili alla sua età.
N'era venuta una freddezza nuova tra Nicla da una parte e Carlotta e Maurizio dall'altra, che alla fanciulla aveva dato una grande sensazione d'abbandono; ancora una volta ella aveva guardato a suo padre e a sua madre come a persone quasi estranee, immedicabilmente meschine; e di nuovo sua madre guardava a lei come a una persona dai gesti e dagli atti poco rassicuranti.
La posta le recava quel mattino tre lettere; di due conosceva la calligrafia.
Erano Fanny Contini e Cecilia Verli, che le raccontavano le loro mirabili avventure campestri, come ad esempio la conquista d'un ufficiale, il quale aveva detto sospirando a Fanny: «Ah, vorrei essere quel ventaglio», e la passione d'un giornalista che a Cecilia, la quale aveva mandato cento lire per beneficenza, aveva risposto «per ringraziare» sopra un biglietto di visita.
Nicla giudicò che si poteva leggere più tardi la narrazione d'altre consimili avventure, e aperse la terza lettera, dalla calligrafia aggrovigliata e rigida.
Guardò la firma: F. Traldi. E spalancò gli occhi.
La lettera diceva:
«Gentile signorina.
«Partito improvvisamente, mi è stato impossibile compiere il più gradito dei doveri, e ringraziarla di nuovo dell'affetto e della protezione che ha prodigato al mio Brunello. Trovi qui l'espressione della più viva mia gratitudine. Bruno sta bene. Mentre Le scrivo, dorme a pugni stretti, e sogna forse i bei giorni della vita lontana. Noi ci fermeremo qui ancora per poco, ma Bruno non mancherà di darle sue notizie. Accolga, gentile signorina, i sinceri augurii e gli ossequii rispettosi di
«F. TRALDI.»
—Dove va? Dove va? Dove me lo trascina?—esclamò Nicla ad alta voce in un impeto di dolore iroso.—Questo fanciullo mi dà troppi pensieri. È ridicolo soffrire tanto per il figlio degli altri, e val meglio lasciarlo alla sua sorte.
Fece il viso oscuro e risoluto, sapendo benissimo che giuocava a mentire con sè stessa; e udendo che la cameriera chiedeva di entrare, lasciò le lettere delle due amiche sulla coltre leggera, e nascose l'altra sotto il guanciale.
—La signora,—disse la cameriera,—prega la signorina di non far tardi, perchè a mezzogiorno sono attesi a villa Barbano.
Nicla sospirò.
Ma non appena la cameriera fu uscita, balzò dal letto e infilò l'accappatoio.
Bisognava sbrigarsi; far due passi in attesa che la mamma fosse pronta, e arrivar fino alla buca delle lettere.
Scrisse in fretta, per la prima volta in sua vita, di nascosto, con un batticuore che le sollevava il petto.
«Caro piccolo Bruno,
«Sono contenta che stai bene. Il vetturale mi ha detto di aspettarti. Io ti aspetterò sempre. Sta lontano dai pericoli, dall'acqua, dalle vetture, dai cavalli. Voglio che tu sia savio e bello, come quando andavamo a vedere il tramonto e tu ascoltavi la poesia, e poi giocavamo al cavallo e al bastimento. Mandami presto tue notizie, per sapere dove sei….»
S'interruppe: aveva udito qualcuno rasentar l'uscio; nascose la lettera e si mise in ascolto. Il passo della cameriera si allontanava.
Nicla riprese:
«….dove sei. Ti prego di ringraziare il signor Conte e di presentargli i miei saluti. Non ti dimenticare della tua
«NICLA».
Scrisse l'indirizzo: al signor Conte Brunello di San Pietro, e vi aggiunse il nome dell'albergo e della città, copiandoli dalla lettera del conte Fabiano.
Respirò: aveva riallacciato le fila interrotte dal destino avverso; ormai nessuno avrebbe potuto mai più spezzarle.
Tre quarti d'ora appresso andava a salutare sua madre che stava ancora innanzi allo specchio facendosi pettinare; e usciva poco di poi, accarezzando nella borsa che le pendeva dal braccio la lettera segreta.
—Bisogna confessare,—pensò,—che v'è un certo piacere a ingannare la gente. Non mi sono mai tanto divertita a impostare una lettera.
Costeggiando la riva, osservò che i barcaiuoli approntavano la lancia e issavano a poppa la bandiera bianca col serpentello vermiglio.
—No,—disse loro,—mettete la bandiera grande.
Quella sua bandiera aveva sventolato l'ultima volta per Bruno, a fianco della bandierina con l'asinello che il fanciullo andava guardando per intendere bene che c'era molta forza nei calci.
E Nicla voleva che non sventolasse più.
Entrata nell'ufficio della posta, comperò dieci francobolli, per l'avvenire. Poi, affrancata la lettera, la gettò nella buca.
Ma subito le traversò l'anima un'inquietudine.
Non era stato un errore scrivere a Bruno invece che a suo padre? Che cosa avrebbe questi potuto pensare? Si sarebbe offeso come d'una mancanza di riguardo, avrebbe creduto a una sciocca civetteria femminile?
—Oh,—disse a sè medesima, alzando le spalle.—Io avevo voglia di corrispondere col mio uomo e di parlargli direttamente per fargli piacere. Il conte Fabiano è intelligente e capirà. È scappato di qui per non pagar la cambiale e ha già scovato anche il denaro per andare a divertirsi. Dunque è intelligente…. Povero piccolo, il mio Bruno! Con quel papà intelligente, non troverà più un soldo quando sarà grande, e dovrà lavorare per vivere!
E ricordò ch'egli voleva scrivere le memorie di viaggio e guidare i cavalli.
—Bisognerà che si decida tra il cocchiere e il letterato!—concluse sorridendo.
Ma la risposta di Bruno tardò quattro giorni; infine giunse dentro una busta col francobollo del Principato di Monaco; e diceva:
«Cara Nicla,
«Io son qui con il papà a Monte Carlo. Non a voluto ricondurmi sul lago perchè dice che il mare mi fa più bene, ma io sono maninconico ed egli è allegro perchè habbiamo tanto e poi tanto denaro e il papà è fortunato. Io volio ritornare; io ti scrivo per dirti che volio ritornare; non mancare di scrivermi per dirmi che mi aspetti sempre sempre. E sono molto savio. Il papà mi avverte che partiremo per andare ancora lontano. Ti volio molto bene lo sai più bene che a tutti al mondo. Io sono sempre maninconico senza di te. Addio. Ti do tanti baci grandi. Ti dico che ti volio bene e bisonga che io torni per darti i baci ma davvero. Tuo
«BRUNELLO.»
SECONDA PARTE.
Io coglierò per te balsami arcani….
XIV.
La notizia che Nicoletta Dossena sposava Luigi Barbano, proprietario d'un vasto e fruttifero stabilimento per la fabbrica di saponi e per la distilleria di profumi, era attesa da tempo.
Si sapeva che il fidanzamento col conte Duccio Massenti era stato rotto, e la madre di Nicoletta era andata parlandone e rammaricandosene per lunghi mesi, prima in campagna, poi tra più numerosi amici in città.
Si diceva che la causa del matrimonio fallito era da ricercarsi nella diversità di carattere: seria e chiusa Nicoletta, leggero e vano il conte.
Altri dicevano che il conte aveva troppo manifestamente fatto comprendere che le centomila lire di rendita della fidanzata gli eran più care della fidanzata medesima, tanto che alla vigilia di chiederne la mano, il giovane conte era ancora stretto di strettissimo legame con una signora maritata, ed anzi viveva con lei in Isvizzera.
Donde la notizia fosse venuta, sarebbe stato difficile dire; forse da qualche imprudenza dello stesso Duccio; ma si sapeva; e si dava ragione a Nicoletta, la cui dignità ombrosa aveva saputo resistere tenacemente per interi mesi a suo padre, il quale voleva trattar l'indelicatezza di Duccio come una scappata giovanile.
Nicoletta aveva rifiutato bravamente il titolo di contessa, che avrebbe pagato troppo; e si attendeva ch'ella trovasse anche meglio di quel titolo, ricca, giovane, bellissima quale era.
Onde non fu senza qualche delusione che si apprese infine come Luigi
Barbano si fosse fidanzato con lei.
Luigi Barbano aveva già trent'anni e Nicoletta diciannove.
Era ricco, se si poteva dar nome di ricchezza a una sostanza proficuamente impiegata nelle industrie; e senza madre e senza padre, viveva con una zia di cinquantacinque anni, Amelia.
Ma lo chiamavano il saponaio, e le fanciulle da marito non parevano considerarlo degno di attenzione.
Mancava di qualità romantiche.
Era un bel giovane dal colorito rosso bruno, dagli occhi castani, dai mustacchi lunghi e fini; di statura più alta della media; dedicava il tempo che gli affari gli lasciavano agli esercizii fisici, il che aveva dato alla sua figura una prestanza agile e sicura.
Ma parlava poco, non si perdeva negli amoretti di famiglia che le fanciulle chiamano flirt, odiava i sospiri e le occhiate inconcludenti, trattava tutti con familiarità piacevole senza cercare mai l'intimità, pareva l'uomo più bonario del mondo e in verità non si confidava con nessuno, non aveva avuto drammi passionali nella vita, non duelli, non amori celebri con celebri donne maritate, e divertendosi come conveniva alla sua età, era tuttavia ordinatissimo e saggio.
Nicoletta che lo conosceva da anni, non gli aveva mai badato, e non s'era nemmeno accorta ch'egli, discretamente e quando poteva senza farsi notar troppo, cercava la sua compagnia.
Presso di lui si sentiva più riposata, perchè non aveva bisogno d'affaticarsi con le guerricciuole, i ripicchi, le spiritosaggini che divertivano le altre signorine e gli altri giovanotti; parlava amichevolmente, e se ne fidava tanto che se le convenienze e gli usi avessero permesso, sarebbe andata a trovarlo a casa sua, com'egli veniva a casa di lei.
Ma d'un tratto, quando ella stessa meno se lo aspettava, aveva dovuto guardarlo con simpatia.
Era stato il solo che l'avesse compresa nel suo dolore per la scomparsa di Brunello.
Pochi giorni dopo che il fanciullo le era stato tolto, di notte, tra la grandine e i fulmini, era andata coi suoi a colazione nella villa che Luigi abitava insieme alla zia Amelia.
E passeggiando pel giardino, egli le aveva rivolto poche parole gentili.
—So che ha avuto un grande dolore in questi giorni, signorina. Il suo piccolo amico è partito, non è vero? Non ho mai visto due anime più strette da un sentimento così puro e nuovo. Lei gli faceva da mamma e non lo lasciava mai; egli viveva della sua vita e camminava guardandola negli occhi. È un fanciullo avido d'amore, perchè credo che il padre e la madre lo amino alquanto bizzarramente.
Nicla fu commossa dalle parole buone, offerte con semplicità, quasi con timore.
Non rispose, ma porse la mano a Luigi, per gratitudine.
Erano in fondo al giardino, innanzi a una statua di Diana cacciatrice, che risaltava bianca sul suo zoccolo nel verde sfondo dei platani.
E Luigi seguitò a parlar di Brunello, con tanta sicurezza di particolari, che Nicla ne fu sorpresa: sapeva tutto, le gite con la lancia, i piccoli viaggi alla Croda, le corse nei boschi, il motivo della partenza subitanea.
Si sarebbe creduto ch'egli non si fosse mai occupato, da lontano, che del fanciullo; o della fanciulla.
Luigi fece anche qualche osservazione discreta sulla fragilità di quella amicizia. Avrebbe mai potuto continuare? Il bambino sarebbe stato sempre un bambino?
—Oh sì, per me, sì!—esclamò Nicla.—Lo rivedessi fra vent'anni, sarebbe sempre Brunello!
—Lo credo!—affermò Luigi sinceramente. E s'avviarono verso la villa, soffermandosi a guardar le aiuole colorate di croco e di vermiglio, acutamente profumate.
Quando furono sulla soglia. Luigi domandò a mezza voce:
—Il conte Duccio ritornerà presto?
La fanciulla s'arrestò.
Non voleva dire; ma per il bene che Luigi le aveva fatto comprendendo il suo dolore e giustificandolo, rispose con franchezza:
—Non tornerà più!
Il volto di Luigi s'illuminò d'un lampo.
—Allora,—disse, quasi pregando,—potrò venire a trovarla nella sua villa?
—Ma lei poteva sempre,—rispose Nicla attonita.
—Non volevo….—balbettò Luigi.—Perchè si diceva….
—So quello che si diceva,—rispose la fanciulla.—Chiacchiere di paese. E non si dirà più.
Luigi andò spesso da quel giorno a trovare la famiglia Dossena, qualche volta solo, qualche volta con la zia Amelia, sempre cauto, un po' timido, studiando di non tradirsi mai, per poter leggere nell'anima di Nicla e saper che cosa ella pensasse di lui.
Tuttavia lo sguardo della signora Carlotta lo indovinò presto; e una sera ella annunziò al cavalier Maurizio:
—Gigi Barbano è innamorato di Nicoletta!
—Corpo di mille bombe!—esclamò il cavaliere.—Anche questa? Sei ben certa? Il saponaio? E Nicoletta?
—Eh!—disse la signora.—Così, così! Lo vede meglio che il conte.
—Cose inaudite!—fece Maurizio.—Rifiutare una corona di contessa per diventare la signora Barbano! Ma quel Barbano, poi, non ha un soldo….
La signora Carlotta osservò che l'affermazione era esagerata.
Gigi Barbano, oltre lo stabilimento che gli assicurava un cospicuo reddito, possedeva la villa in campagna, e la bella casa a Milano che teneva tutto l'angolo tra la via Santa Margherita e la piazza Filodrammatici, situazione delle più animate ed eleganti della città.
—È sua la casa?—domandò Maurizio.
—Me lo ha detto la zia.
—E anche la villa?
—Me lo ha detto la zia.
—Quella zia dice tutto!—osservò Maurizio.
—Avrà il suo perchè,—rispose la signora Carlotta sorridendo.
—E tu?—chiese Maurizio dopo un istante di riflessione.
—Io, che cosa?
—Come la pensi, come la vedi, insomma, che cosa ti sembra?
—Eh!—ripetè la signora.—Così, così….
—Davvero? Ti piglieresti per genero il saponaio?
—Abbiam combinato molto con le contee!—rimbeccò la signora.—Quell'asino non si è fatto più vivo! Gigi Barbano, bisogna dirlo, è un bravo giovane, savio, quieto, onesto, buono, incapace di far torto a un cane.
—La zia ti ha già montato la testa!—notò Maurizio.—State pettegolando l'intero giorno.
—Pettegolando!—esclamò la signora offesa.—Si discorre, del più e del meno.
—Il più sarebbe il matrimonio di Gigi con Nicoletta….
—Non se n'è detto parola!—osservò la signora.—Ma ti sembra? Nessuno sa ancora se Nicoletta ci pensi; è capace di non aver nemmeno capito.
—Dunque, tu non ti opporresti?—chiese Maurizio per concludere.
—Io ti dico che di battagliare non ho più voglia. Prima c'era l'arte, il palcoscenico, la recitazione, e che so io; poi il conte, col suo famoso segreto, che nè io nè tu siamo stati capaci di scoprire, e che ha mandato tutto all'aria; poi l'avventura del bambino, i pianti e le malinconie per la sua fuga. Adesso ci sarebbe quest'altro, e io ho perduto la pazienza, e non ho più voglia di guerreggiare anche per quello del sapone!
—Ma bada che Gigi ha vent'anni più di Nicoletta!—osservò il cavaliere.
—Ha ventinove anni e sette mesi, giusti giusti; Nicoletta ne ha diciotto e undici mesi; dunque, poco su poco giù, undici anni di differenza.
—Anche l'età giusta giusta, ti ha detto la zia?—domandò Maurizio ostile.
—E del resto, quando ci siamo sposati,—seguitò, passando oltre all'osservazione, la signora Carlotta,—io aveva dodici anni meno di te. E non possiamo lagnarci! Siamo stati felici!
Il cavalier Maurizio, non sapendo che cosa rispondere, soggiunse:
—Altri tempi!
Ma la signora Carlotta s'era ingannata a proposito di sua figlia.
Nicla aveva capito benissimo che Gigi Barbano la amava; e il cuore di lui era così schietto e leale, che, senza amarlo, Nicla aveva finito per tenersi caro quel giovane in cui le altre fanciulle non vedevano l'uomo romantico.
Accoglieva molto volontieri le sue visite; spronava la mamma a non trascurare zia Amelia. E con Gigi parlava spesso di Bruno e gli faceva leggere le lettere di lui che giungevano con frequenza dalla Francia prima, poi dalla Germania, poi dal Belgio, e infine ancora dalla Francia.
—Ma veda come scrive benino!—diceva.—Segue tutti i miei consigli: si capisce che studia. Suo padre gli ha trovato finalmente maestri italiani; pare che suo padre si sia un po' calmato. Bruno vuole scrivere un romanzo: la storia delle colombe dell'imperatore. L'ha sempre avuta la manìa letteraria!
—Gli mandi i miei saluti, al romanziere!—disse Gigi una volta.
—Ma non la conosce!—osservò Nicla.
—Mi conoscerà!—rispose Gigi sicuro.
—Crede? Crede che ritorni?… Devo dirgli che gli vuol bene?
—Glielo dica: è vero. Non è come un suo fratello?
—E gli vorrebbe bene, se tornasse?
—Come a un suo fratello!—ripetè Gigi.
Nicla s'accorse che si sfiorava un argomento pericoloso.
Gigi dichiarava di voler bene a quel fratello della ventura, non potendo, non osando dichiarare che voleva bene a Nicla. Ma quanto doveva voler bene a lei, se voleva bene sinceramente a un fanciullo ch'ella aveva protetto?
E Nicla si scuoteva qualche volta, avvedendosi ch'ella e Gigi Barbano si perdevano a far disegni sul ritorno di Bruno, come s'egli avesse appartenuto a tutti e due, come non avessero dovuto mai più separarsi, come i loro cuori avessero dovuto battere all'unisono.
Era tra loro il ricordo or malinconico ora ridente del fanciullo lontano; e sembrava che quel grande amico di Nicla li avvicinasse con le piccole mani e stesse tra l'uno e l'altro come un fratello veramente; talchè Nicla si diceva che di Gigi Barbano egli forse non sarebbe stato geloso e i suoi occhi non si sarebbero fatti per lui inquieti e torbidi.
A poco a poco entrarono in tale intimità di spirito, che Nicla non si stupì affatto allorchè Gigi Barbano le comparve innanzi una mattina, un poco pallido, con un lieve tremito sofferente per mille martirii di speranze e di dubbii.
Quella mattina era stata attesa da Nicla, era stata inconsciamente preveduta.
E allorchè, incespicando dapprima nelle prime frasi, poi con veemenza, egli le confessò il suo amore, l'orgoglio di darle il suo nome, Nicla rispose:
—Lo sapevo. Crede che saremo felici?
—Ah signorina!—esclamò Gigi.—Non mi respinge, dunque?
—No,—disse Nicla semplicemente.—Sento che lei mi ama davvero!
—Allora, parlo con la mamma e col papà?…
—Parli! Lo sanno, del resto!
—E lei?
Nicla non rispose, ma un po' arrossendo, un po' timida, gli porse la mano.
Ed egli gliela coperse di baci, e volle anche la sinistra, per coprir di baci anche quella.
Poi, sulla soglia del giardino, gettò il cappello all'aria due volte, come un ragazzo, e due volte corse a riprenderselo.
—Vado ad abbracciare zia Amelia!—annunziò.—È stata lei a farmi coraggio, a spingermi, a dirmi che lei è tanto buona quanto bella! Io non avrei mai osato….
Nicla sorrise: ma arrossì fino alla radice dei capelli, quando, in un'ebbrezza di gioia, egli soggiunse:
—Pensi che stasera, dopo che avrò parlato con la mamma e il papà, potremo darci del tu!
S'interruppe, guardando la fanciulla:
—Non vuole?—disse esitando.—Forse ho sbagliato?
—No, no!—rispose Nicla come trasognata.—È vero: potremo darci del tu!
Era l'uomo, che entrava con pieni diritti, bruscamente, nella sua vita. Ella non aveva dato del tu che a quel piccolo uomo di Brunello («Signorina, vieni ad aiutarmi?» «Come ti chiami?»), ed ora un giovane si rallegrava di poterla avvincere per sempre con quel tono d'intimità che preludeva oggi ad ogni altro possesso e lo avrebbe consacrato domani.
E per vincere la propria riluttanza, parlò ella medesima con suo padre, poco prima che Gigi Barbano tornasse; e gli annunziò che s'era fidanzata e che sperava di non trovare opposizioni.
Maurizio, il quale non s'era deciso a considerar perduta ogni speranza d'un matrimonio che coronasse il danaro con un blasone, strepitò. Nicla rimase imperterrita, aspettando che la raffica si calmasse.
—Potevi essere contessa! Contessa, dico, e di quelle che hanno un titolo serio, non contessa per ridere! E mi scegli l'uomo del sapone!
—L'uomo del sapone, l'uomo del sapone!—ribattè Nicla.—Sarebbe ora di finirla con questi atteggiamenti principeschi. E tu, che sei? E noi, che siamo? Il bisnonno vendeva sughero; il nonno vendeva olio; tu vendi olio e sughero. Non mancherò di dirlo, se si continuerà con la romanza del sapone!… Lo dirò, che il bisnonno faceva i turaccioli!
Maurizio si rabbonì, accolse bene Gigi, non sollevò obiezioni, il fidanzamento fu annunziato; e sei mesi dopo a Milano, con una ricca cerimonia, in un giorno di pioggia, Nicla Dossena diventava la signora Nicoletta Barbano, e Gigi credeva di sognare, di travedere, di vivere in un mondo irreale, tanto era spaventosamente felice.
XV.
Fu a Parigi nell'appartamento di via Glück, che Brunello ricevette da Nicla una lettera, la quale terminava così: «Ti prego di scrivere da ora in poi non più alla signorina Nicla Dossena, ma alla signora Nicoletta Barbano, casa Barbano, via Santa Margherita. Hai inteso bene, caro?».
Bruno corse da suo padre a chiedere spiegazioni.
—Vuol dire,—dichiarò il conte, dopo aver gettato l'occhio sul poscritto,—che Nicla si è sposata con questo signor Barbano.
—E perchè non è più signorina?
—Ciò succede alle ragazze quando si sposano!—disse Fabiano col suo lieve sorriso canzonatore.
—Ma che cosa significa se si è sposata?
—Significa che va a spasso con Barbano, pranza con Barbano, vive nella stessa casa di Barbano, si lascia dar qualche bacio da Barbano, e fa baruffa con Barbano. Tutto Barbano, insomma!
—Allora peggio di Duccio?—incalzò Bruno, stringendo e spiegazzando la lettera nel pugno.
—Non so che cosa abbia fatto Duccio!—confessò il conte.
—Ma io Barbano non lo conosco!—riflettè Bruno.
—E nemmeno io!—aggiunse suo padre.
Bruno se ne andò.
Eran tornati a Parigi con un piccolo patrimonio, messo insieme coi danari di Montecarlo, il prestito d'Elia Polacco, una certa somma che il conte Fabiano aveva saputo spillare ancora alla famiglia: centomila lire a un dipresso.
Rivivevano la loro vita di lusso e di rumore, alla quale Fabiano aveva aggiunto una certa vita di contemplazione, andando per le gallerie d'arte e per le chiese con Bruno.
A fianco del fanciullo stava sempre un precettore italiano, tale Salapolli, che il conte aveva soprannominato Salafame, perchè non era possibile fargli conservare un centesimo in tasca. Appassionato di libri curiosi e rari, spendeva tutto il suo, e, senza soprabito nè ombrello, andava formandosi una biblioteca sontuosa.
Affinchè non morisse di freddo per via, il conte aveva finito col regalargli alcuni dei proprii abiti pesanti, sempre in timore che vendesse pur quelli per aver qualche libercolo intignato.
Salapolli era conosciuto da tutti i piccoli librai che espongono la loro merce sui parapetti dei ponti; e possedeva una coltura d'arte, di storia, di geografia, disordinata ma vasta. Le sue lezioni eran piacevoli conversari a proposito di qualunque cosa, d'una vettura che passava, d'una vecchia cornice, d'un trampoliere del Giardino delle Piante, d'una ragazza che strizzava l'occhio e che gli offriva il paragone con la antica civiltà greca.
E Bruno sorbiva: sorbiva avidamente, quasi avesse intuito che toccava a lui farsi tra quei due pazzi, il precettore bibliomane e il padre polimane.
Sembrava precocemente animato dal pensiero, e più che dal pensiero, dall'istinto d'armarsi per la vita, poi che tutto gli crollava intorno. E lasciati prima del tempo i balocchi, quei soldatini che pur ieri gli parevano vivi, non gradiva altri spassi che le visite al Louvre, ai musei di storia e di costumi, alle gallerie d'arte e d'armi e di gioielli e di maioliche e di vetri e di disegni.
Aveva mutato carattere; sentendo l'impossibilità di lottare contro la volontà dei grandi, s'era chiuso; o li beffava, mettendo ogni cosa in dubbio, spregiandone leggermente i discorsi e guardandosi con diffidenza dalle loro promesse e dai loro progetti.
Usciva la mattina a cavallo col padre; questi montava una saura alla quale aveva dato il nome di Virgo, e il fanciullo un morello bruciato, piccolo e robusto, che chiamava Spillo.
Pel resto della giornata stava con Salapolli e si lasciava guidar da lui; a Saint-Germain l'Auxerrois, la chiesa raccolta e nera, che pareva trasudare il sangue della notte di San Bartolomeo e figurava nella mente di Bruno come un gioiello pauroso, aveva avuto una lezione di storia; e lontano, su in alto, nella Basilica del Sacro Cuore, Salapolli s'era intrattenuto con Bruno a parlar di vetri, prendendo ragione dalle vetrate di quella chiesa, arancione su fondo azzurro o azzurro su fondo arancione, sulle quali era tratteggiata la leggenda di Giovanna d'Arco.
Era quasi l'intero giorno in istrada, sotto la cupola di nebbia che incombeva d'inverno perennemente sulla città; o partiva la mattina a cavallo col conte Fabiano attraverso la nebbia greve e gialla come dietro fossero state luci nascoste, mentre nelle case s'accendevano le lampade, e tornava verso mezzogiorno, quando squarciata la nebbia, il sole prorompeva e la vita si slanciava febbrile.
Faceva colazione e ripartiva con Salapolli, a zonzo, in cerca di librai, al Palais Royal, spingendosi con la carrozza fino alla Butte Montmartre, prendendo il tè all'Avenue de l'Opéra, guardando da una finestra della sala i grossi omnibus cigolanti che andavano al Giardino delle Piante. Ascoltava per le vie fracassose il trotto pesante e corto dei cavalli che battevano il terreno; pareva che un reggimento di grossa cavalleria passasse di continuo sul duro selciato lubrico, sul fango nero.
Pranzava di frequente col padre in un caffè di grido. Le piccole tavole erano ornate di fiori vivi, e in certe nicchie tra una sala e l'altra eran cespi di fiori serici, su cui le lampadine elettriche spruzzavan luci variate; e luce pioveva dall'alto, dorata sulle pareti dorate, che chiudevano in cornici d'oro, tra decorazioni di pavoni, di pesci e di granchi, alcune scene settecentesche.
E si davan di gomito in quelle sale la grande signora e la grande mercenaria, il letterato celebre e il giornalista alla moda, l'uomo politico in auge e l'uomo di Borsa, la cui vita era un giuoco d'equilibrio. L'uomo di Borsa che sedeva spesso alla medesima tavola di Fabiano, il quale conosceva tutti, sembrava a Bruno il più ambiguo.
Gli avevano indicato parecchie volte la Borsa in una bella piazza sotto gli archi d'un palazzo severamente semplice. Le sue colonne, nere da un lato di quel nerofumo che aveva morso e penetrato per sempre Notre-Dame e Saint-Germain, e ancora bianche dall'altro, rammentavano a Bruno i tronchi di pioppi argentei.
E intorno stava sempre una folla d'uomini. Tutti urlavano; molte mani eran levate in alto, e qualcuno in fondo, innanzi a una tabella azzurra dalle diciture bianche, scriveva. Di tanto in tanto l'urlìo saliva di tono, la folla si commoveva violentemente, le mani s'agitavano convulse, e gli uomini sul fondo scrivevano sempre; poi riprendeva il gridare spezzato e insistente.
Lo spettacolo di quegli uomini che schiamazzavano in coro lo aveva arrestato di botto, la prima volta; e suo padre gli aveva detto che stavan facendo il denaro.
Eran gli stessi uomini che sedevano a tavola con lui; la mattina avevan fatto gridare gli altri, la sera mangiavano copiosamente e ridevano.
Bruno attraversava la vita in quell'epoca ad occhi sbarrati, per vedere tutto e comprendere.
S'era abituato a Parigi come a una sua città, e si diceva che da tempo immemorabile tutto vi era stato disposto per fargli piacere.
Colore e movimento per rallegrargli gli occhi; uomini e donne che correvano lungo i boulevards, s'arrampicavano sull'imperiale d'un omnibus, sgusciavan di furia tra un veicolo e l'altro, popolavan le trattorie e i caffè, s'indugiavano a guardar le mostre, sparivan sotterra per raggiungere una stazione del métro, non eran che figurine rappresentative.
La folla su cui la carrozza del conte gettava passando la sua polvere e nei giorni di pioggia lasciava andare una frustata di fango e di spruzzi; negozii e teatri aperti perchè Bruno potesse scegliere; giornali gridati con voci gutturali dagli strilloni perchè Bruno li leggesse e li traducesse con Salapolli; tutto era stato fatto e disposto per dagli piacere.
Parigi era la sua Parigi; i boulevards i suoi boulevards.
Vi passava con la carrozza tratta da due bai in certi giorni d'inverno denso con lo stesso animo col quale vi passava in primavera. E se al Pré Catalan gli alberi erano sfrondati e i tronchi non più adorni di rosai rampicanti che salivano fin dove la pianta lanciava intorno la fronda verde; e se al Giardino del Lussemburgo la cintura graziosa d'anfore e di vasi era spenta di colore e non v'eran più che le foglie, Bruno si distraeva in altri spettacoli.
Perchè tutto lo interessava: anche il fango, alto un dito e pastoso, che copriva la strada; anche il rigagnolo giallastro che correva lungo il marciapiede; anche la pioggerella minuta ch'egli lasciava stillare sul pastrano per sentir l'autunno preannunziare le feste; la pace silenziosa della riva sinistra, l'eleganza severa della via Royale, della piazza Vendôme, della via de la Paix; il fracasso da fiera, la vita bruciante, grottesca, instabile, continuamente rinnovata dei boulevards.
Non era meno avido di sensazioni che di cognizioni.
E sognava in quella baraonda ch'era ormai per lui la vita, sognava i suoi sogni, e si faceva a poco a poco impenetrabile.
Aveva portato per lunghi mesi nel cuore il desiderio di tornare da Nicla, e negli occhi la visione della fanciulla; e non ne aveva parlato che nei primi giorni di lontananza. Poi sdegnando di supplicare invano, s'era taciuto.
Ma dentro gli occhi la visione era rimasta ancora ostinatamente per altri mesi, netta e viva come la figura d'un quadro.
Era Nicla seduta sopra un tronco abbattuto, rossa nel tramonto di fiamma; era Nicla tutta chiusa in un abito color d'acciaio, con un cappello morbido piantato di traverso sulla testa a guisa del feltro d'un arlecchino; era Nicla curva ad accarezzarlo, con gli occhi smarriti nella gioia pura d'un'ingenua amicizia, con l'anima aperta a cantar la poesia misteriosa.
Era Nicla che vegliava il sonno di lui, che salutava il suo risveglio al mattino; era per Nicla ch'egli studiava, voleva sapere e vedere; per Nicla non commetteva imprudenze, montava a cavallo saviamente, senza far bravate; a Nicla avrebbe raccontato le sue gesta e confidato le sue impressioni; a Nicla avrebbe descritto le donne che tornavano a passar per casa, belle esse pure, e tuttavia a lui indifferenti, e tuttavia egli era loro spesso ostile; mancavano di qualche virtù preziosa e arcana, che si leggeva negli occhi limpidi, sulla bocca soave della fanciulla.
Qualche cosa di tutto questo egli diceva già nelle sue lettere, che gli costavan molta fatica; ma avrebbe detto il più a voce, con la guancia appoggiata alla guancia di Nicla.
Poi il sogno erasi disperso, l'edificio crollato rumorosamente.
Nicla non era più Nicla. Il matrimonio l'aveva fatta ritornar
Nicoletta, e un uomo stava a lei vicino…. La baciava!…
Bruno non aveva idea del tempo; non sapeva che mentre egli diventava, la fanciulla doveva vivere, ch'egli andava incontro alla giovinezza ed ella se ne allontanava, che a un certo punto quella medesima fanciulla la quale è una giovane signora se si marita, è una vecchia zitella se il marito non c'è.
Egli sapeva ch'ella offriva la bocca a un uomo e appoggiava la guancia alla guancia d'un uomo, forse in quella medesima campagna, per i meandri fronzuti di quel medesimo bosco il quale apparteneva al fanciullo, e, sacro alla sua storia, era stato arco e cornice al lontano idillio.
Non scrisse più a Nicla; aveva dovuto infine scrivere suo padre, pregato dalla giovane, la quale chiedeva notizie dopo mesi di silenzio; e Bruno si ribellò all'ordine di riprendere la corrispondenza.
—Non so nulla, io!—dichiarò a suo padre.—Non ho niente da scrivere.
—Ma Nicla, non ti ricordi più della tua Nicla, tanto bella, tanto buona?—chiese il conte Fabiano.
—Scrivile tu, se è bella!—rimbeccò Bruno.
E alzava le spalle, duro e ostinato, sorridendo alla maraviglia di suo padre.
S'era dovuto concludere un patto, per rispondere alla premura di Nicoletta Barbano, la quale di tempo in tempo chiedeva notizie inquieta: avrebbe scritto Salapolli.
E Salapolli scriveva con molta solennità, perdendosi a illustrare il talento precoce, l'originalità di carattere e di idee che distinguevano il suo allievo; solo rammaricandosi che egli fosse taciturno, un poco sempre diffidente, un poco troppo orgoglioso.
Bruno stava, in verità, dritto e solo in mezzo a una folla.
Era la folla dei bellimbusti, dei gaudenti, delle femmine, degli uomini di penna e di spada che passava incessantemente per la casa, dando l'impressione di sbatacchiar tutte le porte, di spalancar gli usci e le finestre; cosicchè pareva che il conte e suo figlio fossero essi medesimi ospiti fra gli ospiti; e tutti comandavano; e i domestici non sapendo a chi obbedire, badavano ad arrotondare il gruzzolo; e la tavola era apparecchiata la mattina, il giorno, la sera, la notte.
Se non avesse avuto in quel periodo di tempo una testarda e formidabile vena che lo sosteneva al giuoco e gli dava quasi la magìa della divinazione, il conte sarebbe stato divorato in un batter d'occhio; ma vinceva a tutti i giuochi, incuteva rispetto ai più audaci, arrischiava colpi pazzeschi, e li guadagnava imperturbabile; e sentiva col presentimento misterioso del giuocatore di razza che il colpo era giusto e poteva annunziarlo un attimo innanzi che si effettuasse.
Bruno seguiva qualche volta il suo giuoco, divertendosi allo stupore degli altri.
—Finirai come Elia Polacco,—gli disse un giorno beffardamente.—A furia di pelare, resterai pelato!—E lanciò uno sguardo ai capelli già radi del conte.
Egli non aveva alcun timore di suo padre.
Le parti s'erano invertite. Era il figlio che di tanto in tanto, di ritorno da una gita al Louvre, da una corsa alla biblioteca, da una scarrozzata, ancora gli occhi pieni di visioni che erano sue e che fermentavano nel suo cervello, andava a dare un'occhiata al padre e agli amici di lui. Stringeva la mano alle ragazze, alcune delle quali erano vecchie conoscenze, e s'intratteneva a discorrere con gli ufficiali.
Vestito il più spesso di scuro, pallido e olivastro nel volto magro, con un cappello morbido dalla penna di fagiano, stava a guardare e sorrideva. Gli pareva assurdo, ridicolo, che uomini da lui conosciuti fin da quando aveva sei anni, corressero ancora dietro a una combinazione cieca di carte; e impallidissero e sudassero e si perdessero per quegli stupidi segni rossi o neri: e dovessero correre ancora, per altri anni, vittime e zimbelli e carnefici a un tempo.
Il conte Fabiano aveva allora una bella amante, Paulette Demours, che sembrava palpitar veramente per lui: e spaventata dalla fortuna vertiginosa, ne temeva il crollo da un istante all'altro.
Ella supplicava il conte di smettere; aveva ammassato un patrimonio, per un infernale capriccio della sorte; non doveva forzarla di più, o la sorte gli si sarebbe ribellata, vendicandosi atrocemente. E qualche giorno impediva davvero ch'egli tentasse colpi, non più arditi, ma assurdi.
Bruno sapeva tutto; e dopo aver dato un'occhiata in giro, andava da
Paulette, e indicando il padre, le diceva negligentemente:
—Bada che non commetta stupidaggini!
La ragazza prometteva con un cenno del capo; e seguiva degli occhi avidamente il fanciullo vestito di scuro, pallido e olivastro nel volto magro, col cappello dalla piuma di fagiano.
Gli amici di casa non avevano mai capito se Paulette fosse innamorata del padre o del figlio.
XVI.
Trascorsero mesi, trascorsero anni, così, in quella vita che aveva tutta l'apparenza d'un giubilo festoso, d'un tripudio giocondo, ed era per Bruno un isolamento selvatico.
Da Parigi era stato più volte a Bruxelles, dove suo padre contava i migliori amici, scelti, come ovunque, tra i più famosi scapestrati del regno; era stato più volte a Berlino e a Vienna con sua madre, per consenso del conte Fabiano.
Ma la lingua tedesca gli dispiaceva, la cucina tedesca gli dispiaceva, gli ufficiali tedeschi che parevano considerare il mondo come un dominio loro proprio, il quale sarebbe stato presto o tardi tagliato a fette dalla loro spada, gli dispiacevano più che la lingua e la cucina.
A Vienna aveva trovato genti meno diverse, che sapevano l'eleganza e la grazia; le donne erano sottili, molto bionde, nervose; i divertimenti avevano carattere di qualche bellezza, lontano dalle sguaiataggini francesi e dalla brutalità tedesca.
Il professore Salapolli che accompagnava Bruno in quei viaggi non vi si era mai abituato; gli mancava il pane dei vecchi libri; non era fatto per gli svaghi; e la contessa Clara Dolores lo interrogava troppo sovente intorno alla vita che il conte Fabiano menava a Parigi.
L'ultima volta Bruno aveva incontrato sua madre a Vienna, e gli era parso che anche la casa di lei fosse aperta a mezzo mondo.
Una governante ungherese aveva la direzione, ma la volontà di Clara
Dolores, stravagante e impronta, scompigliava ogni cosa.
Si combinavan partite di piacere a tavola, tra dame e gentiluomini, e si effettuavano sul momento, correndo alla campagna di pieno inverno. Si parlava di pattinaggio e mezz'ora appresso tutti dovevano essere al ring.
Qualche volta Bruno tornava a casa con Salapolli per far colazione, e la governante lo pregava di raggiungere subito la contessa all'altro capo della città, in un ristorante celebre; la trovava con altre signore e con un nugolo di uomini, uno dei quali aveva una specie di tutela su di lei, una tutela che gli altri parevano rispettare.
Clara Dolores non scriveva mai: telegrafava, per la città e per fuori. Si faceva arrivare dall'Italia, dalla Francia, dall'Inghilterra gli oggetti che le occorrevano o che il suo capriccio chiedeva.
Andava dicendo che voleva Bruno, che intendeva ritornare in Italia e riprendere la sua vita più riposata, anche pel bene del giovinetto; ma se ne dimenticava poi, sospinta da una specie di fretta che si rispecchiava nella volubilità dei suoi propositi, nella instabilità delle sue idee.
Un tempo, quando era con suo padre, Bruno desiderava ritornare a sua madre; e quando era con sua madre, desiderava ritornare con suo padre.
Ormai non desiderava più nè l'una cosa nè l'altra; ma delle due preferiva ancora la vita a Parigi col conte Fabiano. Sua madre menava la stessa esistenza di lui, salvochè le persone intorno svegliavano in Bruno una sorda avversione, forse per l'assoluta disparità di razza.
Non riusciva a comprendere come Clara Dolores potesse intedescarsi a quel modo; gli pareva altra da quella che aveva conosciuta e amata da bambino. Era più attenta a tutte le minuzie dell'eleganza, più gelosa della propria bellezza, e le visite della pettinatrice, della manicure, e il massaggio e il bagno le rubavano tre quarti della giornata.
Bruno aveva osservato che le labbra di lei avevano un rosso inverosimile e che troppo sovente apriva una scatola d'oro legata a una catenella che le pendeva dal fianco e guardandosi in uno specchio piccolo, si passava sul viso, rapidissimo, un minuscolo piumino.
La governante non godeva in casa alcuna autorità innanzi alla manicure e alla pettinatrice, le quali ordinavano a nome della contessa ogni giorno nuove acque e nuovi cosmetici mirifici. Veniva di tanto in tanto anche un medico, specialista di segreti per la bellezza femminile, che alla sua scienza aveva dato nome di Kallotrofia. E per ordinar ricette costose, il Kallotrofo era impareggiabile.
Giovane ancora, bella di nobil bellezza, Clara Dolores si lasciava ciurmare per leggerezza da quegli empirici; e sul suo viso ancora fresco e roseo andava stendendo una maschera che, non potendo aggiungere, toglieva il colorito naturale, e a poco a poco alterava le linee e avvizziva le carni.
Bruno notò un giorno, mentr'erano a tavola, le mani di sua madre, affusolate e bianche, coronate da unghie d'un colore sì acceso che per certo il pennello vi era passato.
—Hai le unghie dipinte?—chiese Bruno.
Ella non rispose.
—Le ho già viste,—seguitò Bruno, aggrondando le sopracciglia.—Le ho viste già, a Parigi…
E sua madre sentì nella voce di lui un quasi impercettibile tremito.
Ella si guardò le unghie e rispose:
—È smalto del Serraglio….
La voce di Bruno si fece beffarda, d'un tratto, e osservò con finto candore:
—Del serraglio dove ci sono le bestie?…
Clara Dolores, non appena sentiva un'ostilità nell'animo del figlio, ne parlava col professore Salapolli.
—È il carattere del conte!—diceva.—Ne sono spaventata. Ogni volta che il conte mi ha detto una insolenza, non ho potuto ribatterla, e nemmeno rilevarla. Era più nella voce che nelle parole; più in un doppio senso che nel senso diretto…. Bruno ha la stessa arte, lo stesso sarcasmo, lo stesso amore della beffa. E quando penso che vive con quegli esempii sotto gli occhi, con quel grande modello innanzi…! Tocca a lei, professore, dare al ragazzo un'educazione che gli serva da contravveleno. Non desidero tanto che sia dotto quanto che sia diverso da suo padre!…
Il professore faceva un gesto di promessa.
Egli teneva per il conte e per Bruno. Gli pareva che sua madre non sapesse apprezzare il talento e il carattere di quel ragazzo straordinario e che volesse ridurlo a una mediocrità grigia, al figurino di ragazzo che si vedeva al Prater come pel viale dei Tigli come al Bosco di Boulogne: un'oca per bene.
Il sarcasmo! la beffardaggine! l'ironia! Ma era ciò che tacitamente più ammirava il Salapolli, il quale non era mai stato capace di sorridere per tutti i suoi cinquant'anni di vita. Il sarcasmo! la beffardaggine! l'ironia! Ma era il colpo di spada con cui Bruno istintivamente troncava una questione, uccideva un avversario…. Fin che taceva o s'irritava o si commoveva, l'uomo e la questione eran vivi nel suo cervello. Quando vi gettava contro l'acido del suo spirito, la questione e l'uomo eran ben morti.
Sua madre non poteva comprendere queste sottigliezze, perchè fra tutti era la persona che meno conosceva Bruno; forse il gusto per le cose belle ed eleganti veniva da lei e s'era trasformato in inclinazione d'arte; forse a lei doveva Bruno la mobilità dell'ingegno, la vivacità dell'imaginazione, la squisita sensibilità.
Ma ella era lontana da lui; e al professore Salapolli pareva che la contessa non fosse più tanto spaventata dall'idea dei cattivi esempii e dei grandi modelli di sarcasmo che stavano sotto gli occhi di Bruno a Parigi. Eran passati i tempi in cui Clara Dolores sguinzagliava avvocati e sciupava lettere e telegrammi e carta bollata per avere seco il figlio.
Fiutando in aria e guardandosi intorno e vedendo gentiluomini e ganzerini che frequentavano in gran numero la casa, il modesto bibliomane aveva anche indovinato perchè Bruno poteva stare e poteva andarsene, senza gioia soverchia e senza eccessivo dolore della madre.
Infatti, non appena egli espresse il desiderio di tornare da suo padre, Clara Dolores annuì.
Egli aveva allora quattordici anni; portava i capelli lunghi fino alle orecchie e tagliati a tondo; era sottile ma ben costrutto; vestiva spesso di velluto, coi calzoni chiusi sopra il ginocchio, le calze fini, le scarpette scollate. Se metteva in capo il suo berretto preferito con la penna di fagiano, dava l'idea d'un paggio.
Le ragazze che frequentavano l'appartamento di via Glück lo guardavano con un sorriso un po' inquieto, ed egli non le guardava punto; o per vero dire, le guardava tutte nella stessa maniera, con una cortese indifferenza.
Il conte che ne era superbo, teneva l'occhio piuttosto sulle ragazze che su di lui; teneva l'occhio specialmente sopra una leggiadra bionda, esile, con grandi occhi grigi, mademoiselle Armande Jeoffroy, dal fine profilo e dalla testa balzana. Aveva ventidue anni, era l'amante d'un ufficiale d'artiglieria che giuocava sempre e perdeva forte.
Armande era stata presa per Bruno da un'affezione che al conte sembrava smodata; e di tanto in tanto, battendo lievemente sulla spalla di lei e indicando con gli occhi il ragazzo l'avvertiva:
—Glissons, mademoiselle, n'appuyons pas!
Fu in quei giorni che Bruno si battè in duello col conte Gastone de la
Jonchère, altro sbarazzino della sua età.
Bruno era andato a trovarlo; pieno la testa dei classici ai quali s'era dato con ardore da qualche tempo e della grande letteratura, egli aveva espresso alcuni giudizii laudativi sulla lingua, che Gastone aveva subito rimbeccato. Bruno sosteneva che la più perfetta lingua del mondo era l'italiana; Gastone ch'era la francese, l'italiana essendo povera e stentata; Bruno osservava che in francese una parola aveva tre, quattro, cinque significati; e che in italiano ogni idea aveva la sua parola, e si avevano più parole per un solo oggetto; Gastone s'era messo allora a scimmiottar la cadenza italiana e Bruno a beffar la cadenza francese; fin che, avendo detto Gastone che l'italiana era lingua da miserabili maccheroni, Bruno perdette il senno e lasciò andare un potentissimo manrovescio al suo amico.
Ma Gastone già sapeva comportarsi cavallerescamente; senza scendere a violenze manesche, chiese immediata soddisfazione.
E ambedue si recarono in sala di scherma, staccarono dalla rastrelliera due fioretti, si misero in guardia e cominciarono il combattimento.
Non v'eran testimonii; la sera calava e nella sala viveva appena una luce penombrosa; s'udivano i ferri battere secchi e i due ragazzi ansare; già saltando e attaccando e respingendo, mutavano il duello in giuoco, e ridevano ambedue senza poter toccarsi.
Ma d'un tratto risuonò un grido e i due fioretti caddero a terra pesantemente.
Bruno era stato colpito in bocca e mandava sangue copioso.
Gastone si gettò fuori a chiedere aiuto, urlando, più pallido del ferito.
Accorsero i domestici, accorse il conte de la Jonchère, fu chiamato il medico, il quale constatò che si trattava di cosa da nulla; una larga graffiatura al palato, che sanguinava abbondantemente; mezzo centimetro più giù, e Bruno sarebbe rimasto fulminato.
Il ragazzo fu ricondotto a casa, accompagnato da Gastone, che doveva chiedere scusa al conte Fabiano; poi per riguardo alle famiglie, si tentò di nascondere la cosa, e non se ne parlò che sottovoce.
Ma se ne parlò molto; il conte Fabiano rimase un paio di giorni come atterrito; il professore Salapolli fu rapito in estasi. Arrischiar la pelle per la supremazia della lingua nazionale! farsi infilare per il vocabolario! Non aveva mai udito nulla di simile: la letteratura aveva dato il suo battesimo di sangue all'alunno prediletto.
E guardandosi intorno, e non trovando alcuno che la pensasse come lui e che volesse dare a quell'avvenimento un significato più largo e simbolico di quel che non meritasse una ragazzata, il Salapolli si ricordò che da molto tempo, da anni, la corrispondenza con Nicla era stata interrotta.
Giudicò che la signora fosse un'ammiratrice di Bruno; e scrisse un lungo particolareggiato racconto dell'avventura sorprendente «alla signora Nicoletta Barbano, casa Barbano, via Santa Margherita, Milano (Italie)».
Due giorni appresso ebbe una risposta, la quale lo confermò nel tacito disprezzo intellettuale ch'egli nutriva per le donne del mondo intero.
La signora non aveva capito niente.
Scriveva accorata senz'alcuna parola ammirativa, esprimendo il più vivo timore per la sorte del «bambino». Ella ricordava che parecchi anni addietro voleva uccidere o fare uccidere un signore che non gli piaceva; e supplicava di vigilarlo, di mettergli in cuore la pietà e la bontà. Del vocabolario e della supremazia della lingua nazionale non teneva conto alcuno.
Salapolli ne rimase così mortificato che non disse nulla a Bruno.
Il giovinetto non faceva più parola, e da anni, di Nicoletta.
Nei suoi occhi la visione della fanciulla che cantava, diritta e sottile sullo sfondo del bosco, la poesia dei balsami arcani, era andata lentamente scolorandosi e poi era scomparsa. Qualche volta gli pareva ch'ella appartenesse a quel mondo fantastico dell'infanzia in cui tutte le cose hanno un significato di miracolo, e un ruscello è un mare, e un arbusto è una selva, e una fanciulla è una fata.
Non già che l'avesse interamente dimenticata; ma non la comprendeva più; non sapeva più s'ella fosse una creatura ornata di tutte le bellezze, viva e vera, o non piuttosto una stupenda creazione del suo sogno.
Egli era tutto preso da un desiderio d'essere diverso, che lo studio dei classici e la biografia degli uomini grandi gli avevan messo in cuore non appena aveva potuto comprendere che ciascun uomo, come gli diceva Salapolli, teneva chiuso nel pugno il proprio destino.
Ciascun uomo serrava nella sinistra la debolezza e la volgarità; nella destra la virtù e la grandezza. Non valeva lagnarci della nostra sorte; era un lagnarci di noi medesimi; era un confessare che non avevamo voluto essere ciò che desideravamo.
E il giovinetto, guardando i suoi amici curvi da anni al tavoliere, contenti o disperati per la sciocca vicenda delle carte, sentiva che nelle massime del Salapolli c'era qualche verità.
Aveva scritto un romanzo, non uno di quei romanzi di cui, quand'era fanciullo, annunziava a Nicla l'idea e scombiccherava le parole dietro le paginette dell'albo di suo padre; ma un romanzo vero, la storia d'un uomo povero che vince tutte le difficoltà le più aspre e diventa Re d'un grande popolo.
Era breve, e Salapolli opinava che si potesse chiamarlo novella piuttosto che romanzo; ma il maestro era rimasto stupefatto per certe pagine; per una, tra le altre, in cui Bruno comparava il cammino dell'uomo che lotta al cammino del viandante in una campagna folta di nebbia, fredda e senz'orizzonte. La descrizione della natura desolata e dell'ansia e dell'ira che prendevan l'uomo il quale voleva giungere alla meta, eran parse al Salapolli eccezionali per intuizione e verità.
—Degne di stampa!—esclamava.—Degne di stampa!—andava gridando.
E ancora una volta gli era frullato pel capo di scriverne alla signora Nicoletta Barbano; ma non ne aveva fatto poi nulla, pensando che la signora chiamava «bambino» ostinatamente l'autore, ed era rimasta a otto anni addietro.
Contava allora Bruno sedici anni all'incirca; da poco Armande Jeoffroy, la giovane amica dell'ufficiale d'artiglieria, gli aveva insegnato l'amore.
Ella ne faceva una passione; egli era calmo e sdegnoso. Gli pareva d'esser tornato ai giorni in cui tutto gli diceva ch'era un balocco tra balocchi di lusso; e si prestava al capriccio d'Armanda piuttosto per dare piacere a lei, che per far piacere a sè medesimo. Spesso mancava ai suoi appuntamenti; s'era distratto per via; o vi giungeva annoiato e sbadigliando; o sorrideva un poco alla felicità della ragazza che lo teneva come un suo dio crudele ed estroso.
Ed era in verità crudele per ignoranza, perchè non sapeva che cosa fosse la passione e non faceva alcuno sforzo per simularla.
Guardava indifferente ai suoi piedi la ragazza discinta, coi capelli biondi prorompenti giù per le spalle, e s'ella non lo baciava, egli si dimenticava di doverla baciare.
Chi era? Perchè piangeva? Che cosa doveva dirle per consolarla? Dal cuore non gli veniva alcuna parola, e la lasciava piangere, annoiato, seguendo con l'orecchio il ritmo di quel singhiozzo soffocato e guardando con curiosità le bianche mani dalle unghie dipinte che si rattrappivano in una stretta d'angoscia.
Poi si scuoteva, indovinando d'essere troppo cattivo, e la carezzava leggermente perchè non si rotolasse più sul tappeto come avesse mangiato funghi velenosi.
—Io, vedi,—le disse un giorno,—non sono fatto per essere adorato…. Quando mi dici che mi adori, mi sembra di diventar d'avorio giallo, come un piccolo idolo, con la pancia solcata di grinze. Ne ho visto uno, non so più dove….
E Armanda, per non morire, per non diventare pazza, dovette lasciarlo libero, non dargli più appuntamenti, rinunziare alla terribile gioia di possederlo.
Egli mandò dal petto un grande «Auf»; e quello fu il suo primo amore.
Altri avvenimenti lo distrassero subito.
Lo zio Francesco era morto, lasciando, per bontà estrema, duecentomila lire al conte Fabiano, e il conte Fabiano aveva fatto una corsa in Italia, solo, da una settimana all'altra, per raccogliere l'eredità.
Gli giungeva in buon punto a rinsaldar la baracca, la quale tentennava pei venti che soffiavano da tutte le parti.
Egli aveva ormai quarantacinque anni, era un po' curvo, con la barba e i capelli interamente bianchi; ma i suoi occhi scuri splendevano d'un fuoco singolare e intenso.
Aveva mutato abitudini da qualche tempo; e con le abitudini il carattere.
Era diventato sospettoso e misantropo; non sorrideva più col suo fine sorriso canzonatore; si guardava intorno come fosse stato tra nemici; ogni giorno si lagnava di qualche malvagio tratto dei suoi compagni, di qualche prova d'ingratitudine, di qualche mancanza di cortesia, che gli venivano da quelli che più aveva careggiato.
Gli piaceva, a lui che della socievolezza era stato maestro e del rumore aveva fatto la sua vita, e sangue delle emozioni e del rischio, gli piaceva non veder troppa gente intorno; qualche volta non voleva veder nessuno; e i domestici ricevevano ordine di dire ch'era assente. Non si poteva più rubare; il maggiordomo se n'era indignato e aveva preso congedo, perchè sua signoria rifaceva i conti con una meticolosità che rasentava la grettezza, e con la persuasione preventiva che lo avevano svaligiato e andavano svaligiandolo.
Toccava a Bruno e al Salapolli, ambedue silenziosamente inquieti, aggiustar le cose, riparar le ingiustizie che il conte Fabiano commetteva, sanar le offese che faceva, spiegare le sue scortesie involontarie.
Del figlio non chiedeva novelle per lungo tempo; e poi, lì per lì, se ne ricordava, lo voleva con sè, lo stringeva fra le braccia, ne carezzava febbrilmente il capo, lo faceva chiamar di notte, perchè Fabiano soffriva d'implacabile insonnia.
Bruno era la sua speranza, diceva, l'ultima radice della sua vita; sapeva d'esserne amato, e il giovinetto lo avrebbe difeso, contro tutto e contro tutti.
—Dimmi, dimmi,—susurrava, tenendolo contro il petto e accarezzandolo,—dimmi che cosa farai. Sarai grande? Porterai alto il nome dei Traldi?… Salapolli mi ha annunziato che sarai scrittore, poeta, che certo la gloria coronerà il tuo capo.
E appuntandogli l'indice nel mezzo della fronte, chiedeva sottovoce, come avesse temuto che lo ascoltassero:
—Hai molto ingegno qui? molto, molto ingegno, qui?
Bruno doveva dire che sì, sarebbe stato celebre; che sì, aveva molto, molto ingegno.
Non era più ironico, non era più beffardo; era sgomento e trepido: guardava suo padre con occhio dubbioso, e sedeva ai suoi piedi per ore, cercando distrarlo e badando a dargli sempre ragione.
Avrebbe versato tutto il suo sangue perchè egli fosse tornato quale era, giuocatore, amante del gaudio, divoratore di patrimonii, lepido, forte, noncurante.
Sentiva d'amarlo con le più delicate fibre del cuore, d'essergli legato per mille affinità che gli si eran chiarite col tempo innanzi agli occhi.
Gli serbava gratitudine per quella medesima esistenza disordinata che aveva fatto di lui, Bruno, un uomo, quando gli altri eran fanciulli, che gli aveva dato la precocità dell'intuizione, la mobilità dell'intelligenza, la forza libera e superba della solitudine, tutte le energie che gli dormivano ancora inoperose nel cuore, e che gli avrebbero permesso di sforzar gli ostacoli.
—Per vederlo ridere,—egli esclamò un giorno col Salapolli, in un impeto d'angoscia,—per vederlo ridere come una volta, io mi lascerei accecare!
E accarezzava la testa bianca di suo padre, con una tenera carezza, studiandone l'occhio, sperando ad ogni istante di vederlo sorridere.
Ma era ogni cosa vana, e il giovanetto andava mormorando col
Salapolli:
—Io non capisco!… Io non capisco!…
Capiva e sapeva.
Alcuni medici, introdotti abilmente dal Salapolli presso il conte, avevano detto ch'era ammalato; o meglio, che andava ammalandosi. Uno aveva espresso la diagnosi, chiara e cruda: mania di persecuzione. Un altro aveva avvertito il Salapolli che ben presto il conte sarebbe diventato pericoloso e occorreva sorvegliarlo; in ogni caso non era prudente lasciarlo la notte col figlio.
L'appartamento di via Glück, così gaio e festoso per lo passato, così ben frequentato da uomini di grido e da donne incantevoli, era stato abbandonato da tutti; Bruno aveva fatto vendere i cavalli da sella e la pariglia.
Studiava. Non appena il padre lo lasciava libero, correva in biblioteca; spesso leggeva, accanto al padre o seduto ai piedi di lui, nella sua posa abituale.
Il conte Fabiano gli aveva dato la direzione della casa, le chiavi, i valori, che ammontavano in quel tempo, compresa l'eredità dello zio Francesco, a circa duecentocinquantamila lire ben collocate in titoli sicuri.
Poi inaspettatamente suo padre gli aveva ritolto ogni autorità, aveva ricomperato i cavalli, pagandoli prezzi incredibili, e faceva spese insensate.
Il professore Salapolli, con discrezione ma con insistenza, pregava Bruno d'impedire quello sperpero, o un giorno si sarebbe trovato sul lastrico.
—Perchè pagare cento ciò che vale uno?—diceva.—Son cose che strappano lagrime ai sassi!
Egli vedeva colar l'oro e sfuggir di tra le dita del conte Fabiano, e ne sentiva una malinconia invincibile, non per l'oro, ma per le belle cose che si sarebbero potute comperare.
Bruno alzava le spalle.
—Lasciatelo divertire!—diceva.
E attirati dall'odor di cuccagna, i parassiti più impudenti eran calati sulla casa e avevano sostituito la società fine e arguta che la frequentava in altri tempi.
Il parrucchiere del conte che veniva tutte le mattine a pettinarlo, gli aveva portato via egli solo diecimila lire, col pretesto di collocarle in azioni d'una Compagnia mineraria; un tipo sinistro, sbilenco e tossicolante, che si chiamava Bongrive ed era disceso non si sapeva donde, s'era fatto prestar cinquemila lire per tentare un'esperienza scientifica, ch'egli stesso non poteva definire.