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La freccia nel fianco

Chapter 26: XIX.
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About This Book

The narrative follows a boy, Bruno, whose childhood is shaped by his parents' separation, alternating custody and constant travel between ostentation and thrift. Exposed to his father's gambling and his mother's protective steadiness, he learns to observe rather than attach, developing melancholy, restlessness and a private life of imagination. Encounters with a young woman from a bourgeois family enriched by industry and with the world of music become catalysts for emotional awakening and self-reflection. The work moves through episodic scenes of domestic conflict, travel and quiet interior portraits, tracking gradual psychological formation more than overt plot resolution.

Tutti bevevano e mangiavano a ufo, e qualche volta comperavan roba presso i fornitori del conte, onde ad ogni poco bisognava pagar lunghe note di oggetti che non eran mai entrati in casa ed erano andati ad abbellir la casa degli altri.

Bruno si teneva in disparte, cercando di non dar di gomito a quella geldra famelica; ma per giungere a suo padre, doveva pure sorridere al signor Bongrive e al parrucchiere, che gli stavano di continuo alle costole.

E un giorno il conte Fabiano scacciò tutti, accorgendosi di punto in bianco della devastazione che la gentaglia aveva fatto in casa sua, e ne tenne Bruno responsabile, perchè non lo aveva avvertito in tempo.

Entrò in furore, contro il figlio, contro il Salapolli, contro i domestici, minacciando rovine e vendette; aveva l'occhio fosco, fremeva, fiutava in aria, s'aggirava per le stanze come una belva.

Bruno dovette rassegnarsi con le lacrime agli occhi a chiamar due infermieri; il Salapolli scrisse in tutta fretta alla contessa, avvertendola di quanto avveniva. La contessa rispose che partiva all'istante per Parigi e consigliava nel frattempo di far chiudere il conte in una casa di salute.

Il professore Salapolli temette di diventar pazzo a sua volta, quando vide trasportar fuori il conte Fabiano, con l'occhio vitreo e un ringhio continuo tra le labbra contratte. Era serrato ai polsi e intorno alle spalle e al busto da larghe cinghie formidabili; e Bruno gli si avvinghiava al collo, baciandolo, carezzandolo, chiamandolo coi più dolci nomi trovati nei ricordi della sua infanzia.

Non voleva che glielo togliessero; il suo passato intero se ne andava con lui, le commedie con le marionette, il Re moro, le battaglie coi soldatini, la bandierina con l'asinello che recalcitrava. Sentiva che malgrado tutto, il papà era stato il grande compagno della sua vita, colui che gli voleva bene anche quando correva dietro alle carte e alle donne….

Non voleva che glielo portassero via, e s'avvinghiava alle balze che imprigionavano suo padre, e si lasciava trascinare a terra, dietro di lui.

Clara Dolores sopravvenne in quel punto.

S'incontrarono così, in anticamera, il conte che partiva per la casa dei pazzi, la contessa che giungeva da Vienna, leggiadra e impellicciata.

Ella afferrò Bruno e lo trasse lungi, aiutata dal Salapolli.

Bruno crollò al suolo pesantemente, e vi rimase, non seppe mai quanto tempo; poi udendo una voce nota che lo confortava, cercò intorno smarrito, sollevò lo sguardo, lo fissò freddo e nemico sui capelli di sua madre: fatto più pallido, pareva che il volto gli si fosse rimpicciolito nello spasimo.

—Ah!—disse con voce rauca.—Sei diventata bionda?…

XVII.

La signora Nicoletta Barbano era uscita con la carrozza chiusa a due cavalli, per portar le carte da visita a due vecchie dame alle quali era stata presentata la sera innanzi durante un ballo.

Le due dame abitavano ai due capi opposti di Milano; e sul ritorno, il cielo già freddo e grigio aveva lasciato sfuggir qualche fiocco di neve; poi piano piano i fiocchi s'erano fatti più spessi, turbinavano, giuocavano, danzavano col vento, scendevano a terra e vi si attaccavano.

Era la nevicata prossima, copiosa, che mandava avanti i primi annunziatori, e in breve avrebbe coperta Milano intera d'un morbido mantello.

Nonostante il berretto e la pelliccia d'ermellino, Nicoletta si sentì penetrar dal freddo, un freddo strano che pareva lambirle l'anima più che le carni; e quantunque fosse a pochi metri da casa, tirò il cordone non appena arrivò davanti la soglia d'un caffè elegante, e fece fermare.

Era un piccolo capriccio. Nella sua casa, bella, tepida, raccolta, avrebbe trovato tutto ciò che le fosse piaciuto; ma presa dalla voglia di bere un tè, s'era arrestata subito.

Scese di cassetta lo staffiere, aprì lo sportello, e la signora balzò dalla vettura nella prima sala.

A quell'ora, le tre del pomeriggio, non c'era nessuno. S'udiva venir, da una sala nel fondo, lo strepito dei dadi agitati in un pirgo d'argento e buttati sopra il tavolino di marmo. Qualcuno giuocava.

Nicoletta si fece servire il tè, e ricoveratasi in un angolo, tutta chiusa nella pelliccia, si rallegrò egoisticamente del piacere infantile che si largiva. Le pareva gran cosa d'essere entrata sola in un caffè, sebbene la carrozza l'aspettasse fuori, e di rimanervi pochi minuti. Non l'aveva mai fatto, non gliene era mai venuto il pensiero.

Quel giorno era stata fermata per via dall'innocente ghiribizzo, e aveva obbedito come a un ordine. Centellava il tè, e con la sinistra andava sfogliando i giornali illustrati che un cameriere le aveva posto vicino, sopra una sedia.

D'ora in ora dava un'occhiata alla via deserta, già tutta bianca. Sotto la nevicata silenziosa i due roani stavano immobili a testa alta. Si vedevano qua e là pei negozii accendersi le lampade: e ombrelli passar frettolosi in lontananza, punteggiati di fiocchi candidi.

D'un tratto Nicoletta sussultò; sentì un fremito che la percorse tutta, da capo a piedi.

Aveva udito una voce.

Impallidì; non osò voltarsi; forse era un'allucinazione.

Aspettò che la voce ripetesse.

—Nicla!

La donna si volse e balzò in piedi.

—Tu!—disse con voce ansante.—Brunello!

Le stava innanzi un giovane, chiuso fino al collo da una pelliccia nera, asciutto e pallido; una lieve pelurie appariva sul suo labbro superiore; dentro gli occhi grandi la luce era viva ma irrequieta.

—Nicla!—ripetè.—Mi riconosci? Ti ricordi ancora?

—Vieni!—ella disse con la stessa voce ansante.

Gettò sulla tavola alcune monete d'argento, e quasi trascinando Bruno, uscì, salì nella carrozza; e durante il brevissimo tragitto dal caffè a casa, prese le mani del giovane, dicendogli:

—Brunello, bambino caro, amore mio!…

Egli chiuse gli occhi sorridendo, per assaporar quelle parole dette con quella voce, per tornar d'un colpo indietro di dodici anni e ritrovar la propria anima d'allora e l'anima di Nicla, per riprender la vita dal punto in cui era stata interrotta, sulla riva del lago, dall'uomo con la barba rossa mal rasata e i capelli radi chiazzati di bianco.

Ma non appena furono in casa ed ebbero gettate, passando nell'anticamera, le pellicce al domestico, Nicla si ravvide; squadrò Bruno e gli disse, uscendo dal breve sogno:

—No, non è possibile! Non devo darti del tu. Non sei più un bambino!

—Lo credo,—rispose Bruno con un sorriso.—Ho vent'anni!

Si guardò intorno: erano in un piccolo salotto, addobbato con una stoffa a liste verticali argentee sul bigio; la luce falsa della nevicata dava un chiarore albale ai mobili di stoffa bigia a liste argentee.

—Dimmi,—seguitò Nicla ansiosa.—Quando sei arrivato?

—Da due giorni,—rispose Bruno.

Egli stava seduto di fronte a lei e si tenevano ancora per mano.

—Col tuo papà?—riprese Nicla.

Un velo di dolore calò sul volto del giovane.

Nicla esitò: aveva toccato una ferita.

—Mio Dio,—interrogò a bassa voce.—Non c'è più?

—C'è,—disse Bruno sordamente.—Ma sta male: da quattro anni in una casa di salute.

—In una casa di salute!—ripetè Nicla, presa da un formicolìo di raccapriccio.

—Non me ne parlare!—mormorò Bruno, stanco.

Ella si alzò ad accarezzargli i capelli folti e ondulati.

—Ti chiedo perdono!—susurrò dolcemente.—Egli è stato sempre buono con me; mi ha dato pel primo tue notizie, quando sei partito….

Bruno le fermò la mano e vi posò un attimo le labbra.

—Allora con la mamma?—riprese Nicla.

—Sì,—disse Bruno.—Veniamo da Roma; siamo stati a Roma quattro anni….

E mutando voce, gaiamente soggiunse:

—Ora tocca a me interrogare. Dov'è tuo marito? Sei felice? Quando mi presenterai al signor Barbano? Che cosa hai fatto in questi lunghi anni?…

Si guardò in giro, a terra, come vedesse piccole cose o piccoli esseri corrergli incontro:

—E i tuoi bambini dove sono?

Nicla aveva ripreso il suo posto, e non distaccava gli occhi dal volto del giovane; lo riconosceva, lo ritrovava a poco a poco, con un segreto palpito di gioia.

Era quel caro volto, un po' smagrito, dalle linee decise, con la piega sdegnosa all'angolo destro della bocca, era quello sguardo dritto negli occhi scuri, era quella voce, fatta più maschia, ma uguale, senza soni falsi, che le portavano innanzi lutto il suo bel passato radioso di fanciulla.

—Aspetta, aspetta,—disse ridendo.—Mio marito non tornerà che per il pranzo; è tutto il giorno nel suo stabilimento e spesso non lo vedo nemmeno a colazione. Lavora troppo, e ne sono inquieta. Bambini? neppure uno, piccolo, piccolo così….

Il suo sorriso si fece incerto, scomparve un istante dalle labbra.

—Non ho bambini. Sì, sono felice: oggi più che mai. Mio marito è l'uomo leale, degno, delicato, che può far felice con la sua bontà la donna più difficile. È impossibile non volergli bene; anche tu gli vorrai bene subito…. Che cosa ho fatto in questi lunghi anni?

S'interrogò brevemente, gettò uno sguardo ai dodici anni trascorsi, poi constatò, come sorpresa:

—Nulla! Non ho fatto nulla! Ho vissuto: sono invecchiata!…

E sorrideva con la bocca fresca e rosea, come ai giorni lontani.

Bruno l'aveva ascoltata, scrutandola attento. Si alzò, si mise a passeggiare.

—Dunque esisti, esisti davvero?—egli disse fermandosi, dritto in piedi a guardarla ancora dall'alto in basso.

—Tu credevi che io fossi sfumata nell'aria?—rispose Nicla, alzandogli in volto gli occhi limpidi.

—Sì, io credevo che tu fossi sfumata!—ripetè Bruno senza sorridere.—Quante, quante volte mi son chiesto in questi ultimi tempi se tu esistevi, o se non eri piuttosto una creazione della mia infanzia fantastica! Ti ricordavo così bella, così dolce, così diversa dalle altre, che avevo paura di rivederti…. Avevo paura di ritrovare una donna placidamente volgare (mi perdoni?), priva di tutte le bellezze d'anima e di persona che la mia imaginazione di fanciullo ti aveva donato…. E invece esisti….

S'interruppe come per assaporar con gli occhi la svelta figura che gli stava innanzi: e Nicla senza civetteria e senza ritrosia si lasciava guardare per rievocare il sogno di lui.

Era veramente, veramente Nicla, dai capelli bruni, dagli occhi scuri intorno ai quali s'era adunata una lievissima ombra di stanchezza che ne aumentava la luce; e il busto forte e agile balzava su dalla curva dei fianchi con tutto lo slancio giovanile dei più freschi anni; pareva fosse rimasta intatta, salvo la piccola ombra intorno agli occhi profondi. E la bocca rosea, finemente disegnata, era essa sola una giovinezza serena, diceva essa sola la purità tranquilla dell'anima.

—Come mi fa bene,—esclamò Bruno, accarezzando d'un tratto la testa della giovane con mano lieve e fraterna,—come mi fa bene rivederti così bella!… Sei ancora la mia Nicla….

Ella rispose, abbandonandosi a quella carezza:

—Sì, sono ancora la tua Nicla! Non mi avevi detto d'aspettarti, che saresti tornato?

—Ti ricordi!—disse Bruno.—È sempre vivo il mio vetturale, Vico
Malerba…?

—È vivo e allegro, e lavora!..

Tacquero un istante; poi Bruno riprese, allontanandosi:

—Perchè tu devi farmi dimenticare. Ho visto troppe cose….

Si fermò passandosi una mano sugli occhi.

—Tu devi strappar dalla mia vita alcune pagine d'orrore. Potrò sedermi ancora ai tuoi piedi, a cuccia, ascoltarti…. E ti dirò io l'antica poesia nostra…. Io la so; e non l'ho mai detta a nessuno, l'ho portata nel cuore per tutti questi anni, insieme al desiderio e al timore di rivederti….

Nicla ascoltava immobile, avvolta ella pure nell'illusione, con un sorriso piccolo sulle labbra, che diceva un piacere infinito.

Parevano essersi staccati, ella e lui, dal mondo, avere obliato il mondo, come se la neve che cadeva ininterrotta in un silenzio mortale avesse drizzato intorno a loro un palazzo candido, un grandioso palazzo di sogni, entro il quale occhio umano non poteva penetrare.

E il palazzo si sfasciò d'un tratto, crudelmente.

Era comparso sulla soglia un domestico. E annunziò:

—La signora è chiamata al telefono

—Chi è?—chiese Nicla, scuotendosi.

—Il signore.

—Aspettami!—disse Nicla a Bruno.

Bruno aspettò con la fronte appoggiata ai cristalli d'una finestra, pensoso, come quando, piccino, soffiava sui vetri e disegnava pupazzi col dito nel velo del fiato.

Nicla tornò.

—È mio marito,—disse,—che mi avverte che verrà a pranzo più tardi del solito.

Bruno la guardò e non rispose.

—Ascoltami,—ella soggiunse.—Bisognerà che io ti presenti. Vuoi questa sera stessa?

—No,—disse Bruno.—Domani. Mi aspettano a casa. Quando ti ho incontrata, ero con Salapolli; non mi ha più visto, e avrà creduto che io sia scomparso nella neve….

—Rapito!—corresse Nicla.—E Salapolli è sempre con te?

—Sì, povero vecchio! Mi vuol bene, e vuole anche molto bene al mio papà….

—È un brav'uomo; l'ultima volta mi ha scritto pel tuo duello, pregandomi di lodarti e d'incoraggiarti. Io gli ho risposto, facendogli comprendere ch'era un insensato.

E rise.

—Ah il briccone!—esclamò Bruno.—Non mi ha mai detto nulla!

—Ascoltami,—riprese Nicla.—Non potremo darci del tu….

—Lo so,—disse Bruno.

—Non potrai sederti ai miei piedi….

—Lo so,—ripetè Bruno.

—Nemmeno quando saremo soli,—aggiunse Nicla, esitando un poco.

E sentendosi arrossire, volse il capo perchè Bruno non vedesse.

—Nemmeno?—egli pregò con voce supplichevole.

—No. Non è possibile!—confermò Nicla.

—Abbiamo sognato!—disse Bruno dolente.

Nicla gli sorrise e gli prese le mani.

—T'inganni,—rispose.—Io sarò sempre la tua Nicla; io ti ho aspettato sempre. Ma lo saprai tu solo….

E con voce tremante soggiunse:

—Lascia che ti chiami ancora Brunello, per l'ultima volta, amore mio, bambino caro….

Poi, d'un tratto, come trascinata da una follia, afferrò la testa di
Bruno e l'avvicinò alle labbra:

—I tuoi occhi hanno visto troppe cose d'orrore,—disse.—Io ti farò dimenticare!

E lo baciò sulla fronte e sugli occhi; egli ebbe un brivido e si fece pallido.

—Ti ricordi,—riprese Nicla, tenendolo ancora per mano,—ciò che mi disse un giorno tuo padre?… Eravamo nel bosco; egli venne a ringraziarmi perchè stavo sempre con te. E mi disse: «Lei potrà fargli molto bene, signorina!».

—Sì, sì, mi ricordo!—esclamò Bruno.—Tu mi recitavi la poesia….

—E io ti farò molto bene!—promise Nicla.—Ora va; aspetto visite. Non voglio che tu ti confonda con gli altri; non voglio distruggere quest'ora con discorsi insignificanti.

Sulla soglia, Bruno si volse, si chinò a baciar le mani di Nicla, una dopo l'altra, ardentemente.

—Sei mia!—disse.

Ella col capo gli fece un cenno di promessa, sorridendo.

XVIII.

Dopo averlo aspettato per quasi un'ora, il professore Salapolli si decise ad andarsene dal caffè e ad aspettare Bruno a casa.

Gli anni non eran riusciti a curvar la sua adusta, alta figura; ma aveva perduto fin l'ultimo capello, e in compenso s'era lasciato crescere la barba, una barba lunga e sottile, di cui prendeva in bocca e masticava la punta allorchè meditava sopra un'edizione aldina o sopra qualche gran caso della vita.

Per quella figura e per quella barba e per la saviezza facile con cui aveva condotto sempre la sua esistenza, Bruno lo chiamava qualche volta Pantalone.

Aveva trascinato seco, partendo da Parigi, la biblioteca raccolta coi più duri sacrifici; e da Parigi a Roma, e da Roma a Milano non l'aveva mai abbandonata.

Egli contava di lasciarla morendo al suo alunno, ormai diventato un maestro che ne sapeva più di lui.

Non aveva nella casa alcun ufficio speciale; faceva da bibliotecario pei libri suoi e pei libri di Bruno, e serviva a questi da segretario, quando Bruno non aveva voglia di sbrigare la sua corrispondenza con i conoscenti di Parigi, di Bruxelles, di Vienna, di Roma.

Conoscenti, diceva Bruno, calcando sulla parola; perchè amici, veri amici ai quali potesse confidarsi, non ne aveva e forse non voleva averne. Il solo amico era il Salapolli, il quale era stato testimonio di quasi tutta la sua vita; gli dava del tu; e il Salapolli da anni lo chiamava conte e nulla aveva potuto ridurlo a trattarlo più familiarmente.

La devozione per il conte Fabiano, l'affetto e l'ammirazione per Brunello, i ricordi felici e tragici d'un passato che apparteneva insieme a lui e a quei due signori, gli imponevano di trattare il bambino di ieri con tenera fiducia, ma con forma rispettosa. Talora si lasciava scappare, parlando con Brunello, anche qualche «Signoria» che faceva ridere il giovane.

Messosi dalla finestra a guardar nella strada, il Salapolli vide tornar Bruno in una carrozza padronale, tratta da una pariglia di roani tarchiati.

Aveva già comperato i cavalli? Aveva già trovato amici?

Non disse nulla, ma andando incontro a Bruno, nel vestibolo, non potè non notare un'espressione di gioia nervosa, di soddisfazione mal contenuta ch'era in ogni gesto di lui e che gli faceva rilucere stranamente lo sguardo.

—Ah, ah, Pantalone!—esclamò il giovane ridendo.—Mi avrai aspettato per un bel po', non è vero?… Che vuoi? Sono stato rapito, in un turbine di neve, da una fata bianca!

—È arrivata molta posta per lei!—annunziò il Salapolli, il quale non aveva capito niente.

—Andiamo in biblioteca, e così vedremo!—rispose Bruno.

Consegnò il cappello e la pelliccia al domestico, e precedette il
Salapolli nella biblioteca, a pian terreno.

E camminandogli innanzi, seguitò

—Che vuoi, Pantalone mio? I bei ragazzi trovano le fate all'angolo della strada.

Poi, non appena fu nella biblioteca, fece tre o quattro salti, tre o quattro piroette, sotto il naso del Salapolli trasecolato.

—Ah com'è bella!—esclamò.—Com'è bella, giovane, pura! Com'è ancora lei! Ed è mia, mia, tutta mia!… Ha ancora diciotto anni!… Io sono ancora un bambino…. Non sognavo, quando la vedevo così, unica al mondo, col cuore preso, invaso dal suo ricordo!… Mi ha sempre aspettato, ha sempre fidato nel mio ritorno….

Fece ancora una piroetta con tale velocità, che il Salapolli si trasse indietro per non esserne rovesciato.

—Ma, signor conte!—disse, strabiliando.

—E tu sei una bestia, vedi?—riprese Bruno, fermandosi di contro al Salapolli e appuntandogli l'indice sotto il naso.—Le hai scritto che mi sono battuto, e le hai detto d'incoraggiarmi!… Dio degli Dei, che bestie sono questi bibliomani…!

—La signora Nicoletta!—esclamò il Salapolli.—Ha ritrovato la signora Nicoletta!…

—Nicla, Nicla, Nicla!—esclamò Bruno.—La mia Nicla!

E il suo grido risonò tra i vecchi libri come il nitrito fremente d'un puledro.

Soggiunse:

—Era la fata bianca, veramente. Aveva pelliccia d'ermellino, un berretto d'ermellino, era tutta bianca, come fosse nata nella neve. E mi ha portato via nella sua carrozza, e mi ha baciato sulla fronte e sugli occhi. Caro Salapolli, io oggi sono felice!

S'arrestò, il suo pensiero corse lontano, rapidamente.

—Felice quanto mi è possibile essere!…—soggiunse in tono più basso.

Il Salapolli rimaneva a guardarlo, con le mani in mano, confuso e meditabondo; poi disse:

—Mi pare un grosso imbroglio!…

—Che cosa? Che cosa ti pare un grosso imbroglio?—domandò Bruno ridendo.

—Questo incontro con la signora. Quanti anni ha….?

—Aspetta. Io ne ho venti…. Dunque lei deve averne circa trenta….

—Fiore di donna!—definì il Salapolli.

—Fiore di donna, fiore di bellezza, fiore di virtù, fiore di bontà, fiore di tutto!…

—E la signora l'ha baciato sugli occhi!

—Naturalmente. Anch'io l'ho baciata. Non è mia sorella? Non è stata sempre mia sorella?

—Ah!—fece il Salapolli, negligentemente.

—Già, tu, vecchia cartapecora, non capisci nulla di queste cose!

—È arrivata molta posta per lei!—ripetè il Salapolli.

—Vediamo.

Sedettero a una lunga tavola, nera come le scansie che chiudevano i libri. La tavola occupava il mezzo della sala, in cui pioveva la luce da due grandi finestre e da una tettoia di vetro.

Con un sottil tagliacarte che somigliava a un pugnale, Bruno tagliava rapidamente un lato delle buste, apriva, leggeva, guardando innanzi tutto la firma.

—Oh!—disse a un tratto.—Armanda! È Armanda che mi scrive.

—Armanda Jeoffroy,—ripetè il Salapolli.—Credo che volesse molto bene al signor conte….

—Sì, poveretta, ed io era molto cattivo con lei….

Lesse attentamente, poi tornò a leggere; infine disse al Salapolli:

—Bisogna mandarle cinquecento lire.

—La signorina chiede cinquecento lire?

—No, non chiede nulla. Ma ha bisogno. Figurati che Etienne, l'ufficiale d'artiglieria col quale viveva, si è bruciato le cervella; e la ragazza è sul lastrico….

—Basteranno cento lire,—osservò il Salapolli.

—No. Bisogna mandargliene cinquecento!—ordinò Bruno.—Perchè queste miserie con una donna?

—Ma caro conte….—insistette il Salapolli.

—Eh, lo so!—interruppe Bruno con un sorriso.—Se tutti i suoi amanti le mandassero cento lire, diventerebbe milionaria!… Ma nessuno le manderà nulla. E in ogni modo ciò non mi riguarda.

—Io non volevo dire niente di tutto questo,—fece il Salapolli ostinato.—Volevo dire che bisogna andar piano coi biglietti da cinquecento lire. La signora contessa….

—Sì, la signora contessa spende molto, getta i denari dalla finestra, se li fa mangiar da tutti…. Me lo hai fatto comprendere mille volte, caro Pantalone…. Ma oggi, proprio oggi che sono felice e ho ritrovato la mia Nicla, proprio oggi vuoi ch'io lesini con una donna che mi ha amato? Non hai vergogna, vecchio esoso?… Dunque, cinquecento lire a Armanda, e subito!

Il Salapolli scosse il capo, disapprovando.

—Sua Signoria sarà servita!

Bruno si mise a ridere; fissò il vecchio, che masticava la punta della barba; e seguitò:

—Ti ricordi che cosa diceva il povero papà? «Quando non ce ne sono più, ce ne sono ancora!». Ebbene, io son dell'opinione del papà!…

Il Salapolli continuava a scuotere il capo.

—Insomma, tu mi annoi!—dichiarò Bruno.—Tu vivi da anni in un grande errore!…

—Io?—esclamò il Salapolli.

—Tu sei sempre vissuto nell'errore di credere che io abbia mai contato e che conti sopra il mio patrimonio. È qui dove si vede che tu sei uno sciocco. Neppure un centesimo di quel danaro si troverà fra qualche anno, ne sono sicuro; sarà tutto sperperato; ha cominciato il papà; finirà la mamma. E a me non ne importa nulla!

Il Salapolli lanciò un'occhiata interrogativa al suo giovane amico.

—Nulla!—ripetè questi.

Stese la mano destra sulla tavola, ne mostrò il palmo al vecchio.

—Vedi?—seguitò.—Qui dentro c'è tutto! Volontà, energia, forza, potenza di miracoli; e ci sarà un giorno anche il danaro, e ci sarà un giorno anche la gloria; tutto è chiuso qui dentro! Non sono uomo che viva del patrimonio comodo. Ho piacere, anzi, che al momento in cui balzerò nella vita per combattere, quel danaro sia sfumato; altrimenti direbbero che la mia vittoria è stata troppo facile, perchè non ho patito la fame e il freddo.

Guardò ancora la mano, e ripetè:

—Tutto è qui dentro, chiuso!

Ma alzando lo sguardo, vide che gli occhi del Salapolli s'erano inumiditi per una commossa ammirazione.

—Se piangi,—gli disse ridendo,—ti getto tutte le buste sulla faccia!…

—Vuole,—mormorò il Salapolli,—che alla signorina Armanda spediamo mille lire?…

Bruno diede in una risata.

—No,—disse,—non esageriamo. Tanto più che di danaro Armanda me ne chiederà presto dell'altro!

Salapolli voleva domandargli qualche nuova d'un libro che Bruno aveva pensato di scrivere; meglio che un romanzo, un breve poema in prosa, agile e lieto, del quale gli aveva parlato sovente a Roma: e doveva intitolarsi «Gli anelli del Serpente».

Ma Bruno stava leggendo la sua corrispondenza; o, a dir vero, con gli occhi fissi sulla prima pagina d'una lettera, galoppava col pensiero per campi sterminati e vaghi; e il Salapolli seguiva in silenzio le fantasie del suo alunno, che non lo vedeva e forse non lo sapeva nemmeno presente.

Alzatosi di scatto, il giovane cominciò a passeggiar per la biblioteca intorno alla tavola rettangolare, a capo basso, con le mani nelle tasche dei calzoni.

Poi subitamente proruppe:

—Com'è bella! Com'è ancora lei, fresca, giovane, pura!…

—Ho capito!—pensò il Salapolli.—Si tratta della sorella!

E borbottò tra i denti:

—Povero signor Barbano!

XIX.

Nicla voleva annunziare quella sera medesima a suo marito l'incontro con Brunello; ma esitava.

Gigi Barbano era rientrato stanco; dopo avere sbrigato una copiosa e intricata corrispondenza, aveva dovuto sul tardi ricevere il viaggiatore che tornava da un lungo giro all'estero, ne aveva ascoltato il resoconto, ne aveva verificato gli acquisti, aveva dovuto posticipar l'ora del pranzo, ciò che gli dispiaceva sempre.

Ma Nicla, pur vedendo che il marito non era allegro come di solito, comprese che bisognava parlargli, o il suo silenzio sarebbe parso troppo singolare.

Dopo pranzo, mentre nel salotto di Nicla egli centellava il caffè, la giovane gli disse:

—Gigi….

—Che è, cara?

Gigi Barbano aveva di ben poco mutato; il suo colorito rosso bruno gli dava sempre una espressione giovanile, e a mala pena si sarebbero scoperti nei lunghi mustacchi e nei capelli alcuni fili d'argento. Il lavoro costante, gli esercizii fisici, e ancor più l'ordine e la semplicità della vita, lo avevano fatto forte; e a quarantadue anni era svelto ed alacre come a trenta.

—Tu non indovini,—disse Nicla.—Non indovini chi ho incontrato io oggi e condotto a casa….

—Ahimè,—rispose Gigi.—Ho così poca voglia d'indovinare!… Una persona che conosco?

—Certo: come potresti indovinare, se non la conoscessi?

E Nicla sedette sul largo bracciuolo della poltrona in cui stava Gigi.

—Con la quale parlo spesso?—continuò questi.

—Con la quale non hai mai parlato, ma ho parlato io, molto!…

Gigi sorrideva; la vicinanza di Nicoletta, che egli amava come ai primi tempi, gli aveva ridato il buonumore e la voglia di scherzare: passò un braccio intorno al busto della giovane, e per punzecchiarla, rispose:

—Con la quale hai parlato molto?… Duccio Massenti…!

Duccio Massenti era diventato una specie di fantoccio, che l'uno e l'altra agitavano in aria di tanto in tanto….

Gigi diceva qualche volta: «Tu non mi ami; tu ami il conte Duccio!». E
Nicla diceva qualche volta: «Allora andrò a trovare Duccio!».

Ma quella sera, Nicla alzò le spalle.

—Duccio! Duccio!… Che meschina fantasia tu hai? Non sai trovare di meglio?

—Meglio di Duccio mi pare impossibile!—osservò Gigi ridendo.

—Non indovini: non ti riuscirà d'indovinare; allora ti dico io?

—Dimmi tu!

Nicla prese tempo: quindi annunziò:

—Brunello!…

—Che?—esclamò Gigi con uno scatto.—Brunello? Hai ritrovato
Brunello?

—Ma sì, ma sì, ma sì!—disse Nicla gioiosa.

E in brevi parole raccontò al marito il ghiribizzo di prendere il tè, sola, e l'incontro e la visita del giovane.

—È cascato dalle nuvole!—osservò Gigi.—Chi pensava a Brunello?… E come è?

—Sempre il medesimo,—disse Nicla ingenuamente.

—Ah no, protesto! Gli anni saranno passati anche per lui!—ribattè Gigi scherzando.—Non lo avrai trovato col bastimentino sotto il braccio e le gambette nude!

Nicla rise.

—A me pare di sì! Mi pare d'averlo trovato ancora come quel giorno!—disse.—E l'ho chiamato bambino.

—Si sarà offeso?

—No, niente. Non si offende mai, Brunello, quando gli parlo io. Ed egli mi chiama ancora Nicla….

—E ti dà ancora del tu?—disse Gigi.

Il viso di Nicla si fece di bragia; ella abbassò gli occhi, quasi colta in fallo, e disse:

—Sì.

Gigi Barbano stette silenzioso un poco; quindi domandò:

—Quanti anni ha?

—Venti!—dichiarò Nicla

—Come passa il tempo! come vola!—osservò Gigi.—Mi pare ieri che ti ho dato del tu la prima volta.

Soggiunse quasi parlando con sè stesso:

—Credevo che sarei stato il solo…. Nicla si morse le labbra: la stoccata arrivava dritta.

—L'ho pregato,—disse poi,—di cambiar tono. So che mi considera una sorella, ma non si può.

—E verrà spesso a trovarti?—domandò Gigi.

—Se tu lo permetti….—mormorò Nicla.

Il marito non rispose: Nicla si sentì stringere il cuore, e scrutò il volto dell'uomo che guardava innanzi a sè, riflettendo.

—Ti dispiace?—ella chiese.

Gigi volse il capo; prese l'una mano e l'altra della giovane, le tenne strette nelle sue; poi, fissandola negli occhi, quasi avesse voluto giungere fino all'imo della sua anima, rispose:

—Mi fido!…

Il seno di Nicla si sollevò con un respiro profondo.

Ella sapeva che cosa volevan dire quelle parole; suo marito le aveva pronunziate un'altra volta, quando un nugolo di giovani e vecchi corteggiatori, di abili damerini e bellimbusti le si era stretto intorno, assediandola tenacemente. Gigi non l'aveva sorvegliata; non aveva dubitato un istante di lei; l'aveva lasciata alla sua coscienza e alla sua rettitudine. Era libera; non doveva render conto alcuno di ciò che faceva. Suo marito aveva una troppo alta idea di lei per chiederle ragione della sua condotta. La guardava negli occhi, e gli occhi rispondevano sereni e calmi.

Nicla ebbe quel sorriso di gratitudine contenta, che Gigi comprendeva.

—Ha chiesto d'esserti presentato, e verrà domani sera,—soggiunse la giovane.

—Oh, bene!—esclamò Gigi.—Domani sera conosceremo il bambino di vent'anni…. Sia detto tra di noi: io penso che quel tuo bambino ne abbia già fatte di tutti i colori….

—È molto infelice!—ribattè Nicla.

—Lo credo; ma se è figlio di suo padre….

Il volto di Nicla si contrasse.

—Suo padre è chiuso in uno stabilimento di pazzi!—disse con voce sorda.

—Veramente?—esclamò Gigi Barbano addolorato.—Mi dispiace d'essere stato leggero e ti prego di dimenticar le mie parole. Una simile sventura merita il più grande rispetto!

—Ti ringrazio!—disse Nicla semplicemente.

—Certo, certo,—riprese Gigi Barbano, quasi parlando con sè stesso,—quel ragazzo non può essere stato felice. Noi gli apriremo la nostra casa ed egli si riscalderà al tepore d'una vita semplice. Deve parergli strana una vita semplice, a lui, che è stato sempre in giro pel mondo e ha visto tante cose! Finirà con l'annoiarsi, vedrai! E io sarò un poco impacciato, confessandogli che non ho mai avuto tempo d'andare a Vienna e a Berlino e di conoscere bene Parigi. L'uomo di quarantadue anni ne saprà meno del fanciullo di venti…. Verrà domani sera, hai detto?… Lo riceveremo soli? Non gli farai trovare qualche poco di società intorno?

Nicla scosse il capo, sorridendo.

—No, no,—disse.—Lo riceveremo noi soli. Credo che di gente e di chiacchiere sia stufo….

—E con chi vive ora, a Milano?—seguitò Gigi.

—Con sua madre….

—E sua madre?…

Nicla non rispose: Gigi interpretò quel silenzio e capì; anche la madre doveva esser leggera come una piuma.

E dopo una pausa domandò:

—È un bel giovane?

Nicla riflettè un istante, poi si mise a ridere.

—Come vuoi tu ch'io sappia?—rispose.—Non lo so davvero. È un fanciullo: per me è Brunello, col bastimentino sotto il braccio. Tocca alle altre donne giudicare. Chiamarlo bel giovane, mi sembra un'ironia.

Gigi trasse la donna a sè e la baciò sui capelli.

—Cara,—disse con tenerezza.—Anche tu sei una fanciulla!…

Ma l'indomani sera, quando Gigi Barbano vide Brunello Traldi varcar la soglia del salotto, ne fu tutto scosso.

Non era soltanto un bel giovane; aveva quell'indefinibile sottile eleganza di modi e di portamento, quella misura, quella sicurezza priva di spavalderia, quella nobiltà nel sorriso, nei tratti, nella gentilezza medesima della persona, che vengon dalla razza. Pur vestito di cenci, il passo o un gesto o un modo di guardare l'avrebbero svelato per un grande signore.

E Gigi Barbano, che sapeva la forza poichè era egli medesimo un forte, rilevò subito negli occhi del fanciullo una luce e nella bocca una linea che ne dicevano l'energia straordinaria, la volontà cocciuta, formidabile. Un guerriero antico, gettatosi a nuoto nel mare, voleva scalar la nave del nemico; e s'era abbrancato al bordo con la mano destra; gli tagliarono la mano destra; egli l'afferrò con la mano sinistra; e gli tagliarono la mano sinistra; egli vi si aggavignò coi denti; e gli spaccarono la testa; e rimase, cadavere, coi denti infitti nel legno, in una presa tremenda che nessuno riusciva a disserrare.

Brunello Traldi doveva aver la stessa forza di volontà cieca e dura.

Gigi Barbano gli si fece innanzi, mentre Nicla guardava, un poco timorosa, quel primo incontro.

—So che tu sei un fratello per Nicoletta,—disse Gigi.—E ti accolgo come un fratello….

Gli strinse la mano, poi lo attirò a sè, e lo abbracciò.

Bruno sorrise; andò verso Nicla e le baciò la destra.

Un istante dopo, nel salotto a righe argentee sul fondo bigio, si sentiva che una fraternità dolce e sincera aleggiava intorno alle tre persone.

Gigi interrogava avidamente Brunello chiedendo della vita di Parigi, di Vienna, di Berlino.

—Ma hai osservato tutto!—egli notò stupito.

—Non avevo altro da fare!—rispose Bruno.

Gigi si fece raccontare anche il duello col piccolo conte della
Jonchère; e Bruno raccontò, e rise.

Poi si fermò: aveva udito sè stesso ridere.

—È strano!—disse.—Non ridevo più da dieci o dodici anni.

Un'espressione di tenerezza sollecita si diffuse sul volto di Nicla; le pareva che una cosa sola stonasse in quella calma ora di fiducia; egli era obbligato a darle del voi, e il voi le strideva all'orecchio come un suono falso.

Quando sul tardi, Bruno si congedò, Nicla non potè trattenersi, e gli disse:

—Addio, bambino! Fa nanna! Gigi e Bruno sorrisero.

XX.

Per addobbare la casa di Milano in via Meravigli, erano stati mandati innanzi da Roma il professore Salapolli, che doveva curare l'assetto della biblioteca, e la governante ungherese, Maritza, che doveva disporre i mobili.

Ma giunti a Milano, Brunello s'era dichiarato contento del lavoro compiuto dal suo vecchio maestro, e la contessa Clara Dolores aveva espresso la più viva disapprovazione per il lavoro compiuto dalla governante.

Aveva ordinato che si tornasse daccapo, trasportando il mobilio dal secondo piano al primo, dando tutto il primo piano a Brunello, mutando gli oggetti da stanza a stanza; onde ancora dopo quindici giorni dall'arrivo, dopo più d'un mese dacchè la governante aveva lavorato, la casa dava lo spettacolo d'un disordine che somigliava a uno sgombero interminabile.

Clara Dolores doveva ricevere i suoi amici così, in un salotto in cui i quadri erano appoggiati a piè del muro, invece di pender dalle pareti, e le poltrone eran coperte di vecchie stoffe accatastate; prendeva e offriva il tè sopra un angolo di tavolino, accoglieva insieme un'amica e il tappezziere e lo stipettaio e il decoratore.

Bruno sbuffava; ella rideva noncurante.

Toccava ormai la quarantina; la sua figura era tuttavia snella ed elastica; ma i cosmetici del Kallòtrofo e degli altri empirici le avevan presto avvizzito il volto, e le tinture bionde le avevano devastato la chioma, bruciandola e tagliuzzandola. Aveva una testa da vecchia dipinta e rifatta sopra un corpo giovanile e flessuoso; e la sola bellezza di quel viso erano gli occhi lunghi dalla fiamma penetrante.

Dopo alcuni giorni dall'arrivo, Bruno, salendo verso le cinque a prendere il tè, aveva trovato in salotto un signore, la cui fisionomia non gli parve ignota.

Non ebbe tempo a chiedersi dove l'avesse visto, che già Clara Dolores aveva fatto la presentazione.

—Il mio Bruno. Il conte Duccio Massenti.

Bruno s'inchinò e si lasciò stringere la mano.

—Il conte è un vecchio amico di casa,—continuò Clara Dolores.—Tu forse non lo ricordi, perchè eri piccino….

Bruno e il conte si guardarono di nuovo; ambedue rammentavano benissimo, ma nessuno disse parola.

—Un vecchio amico e un fidato consigliere,—seguitò la contessa.

—Che cosa ti ha consigliato?—domandò Bruno in tono beffardo.

Ma la contessa spaurita dalla domanda insolente, finse di non averla udita, e parlò presto d'altre cose, dell'addobbo, delle noie che le arrecavano gli operai, del tempo rigido.

Bruno ingoiò una tazza di tè, sogguardando il conte, fattosi canuto precocemente ma sempre mellifluo, con un sorriso dolciastro sulle labbra. Il giovane sentiva in lui l'ipocrisia.

S'alzò, s'inchinò e se ne andò.

Duccio Massenti! Aveva un vecchio conto da saldare; ricordava bene ch'egli aveva offesa Nicla in altri tempi; non sapeva come, non sapeva perchè, ma l'aveva offesa.

E gli venne l'idea, non appena fu da Nicla, di parlarne con lei.

Bruno andava da Nicla tutti i giorni, a qualunque ora, spesso trovandola sola, spesso con altre signore giovani alle quali ella lo aveva presentato, dicendo in brevi parole ch'egli era stato il suo fanciullo, il suo protetto; e poichè ne avevano udito parlare più volte, le signore lo accolsero festosamente.

Quand'erano soli, Nicla e Bruno si davano ancora del tu; l'illusione era più forte d'ogni ragionamento; e talora Brunello sedeva ai piedi dell'amica e posava il capo sulle sue ginocchia; ed ella lo accarezzava lievemente.

Egli sentiva ch'ella era sua come aveva promesso; e invece di rallegrarsene. Bruno n'aveva quasi sgomento. Nicla s'abbandonava a lui; s'egli avesse voluto baciarla, accarezzarla, prenderla tra le braccia, ella avrebbe lasciato fare, nella inesperienza della sua anima; non sapeva d'essere bella e desiderabile, o credeva che la sua bellezza fosse così pura agli occhi di Bruno da allontanargli ogni pensiero cattivo.

Bruno la teneva in mano, inerte e arrendevole; ma sentiva la sua bellezza ben diversamente da ciò ch'ella supponeva; e per non atterrirla, si frenava, nascondendo con cura la passione che cominciava a soffiargli nel cuore.

Quando ella gli diceva di appoggiare il capo sulle sue ginocchia, egli tentava di rifiutare; quando ella gli passava le mani sui capelli e sul volto, egli tratteneva un fremito, e con garbo, sorridendo, le allontanava.

—Non mi vuoi più bene?—chiedeva Nicla.

—Sì,—egli rispondeva con voce malcerta.

—Perchè non lasci che ti accarezzi?

—Non so.

E si alzava di scatto e andava a posar la fronte contro i cristalli freddi della finestra.

Quel giorno le disse:

—Sai chi ho trovato oggi in salotto, dalla mamma? Duccio Massenti…

—Ah!—fece Nicla, reprimendo un moto di sorpresa.

—È molto antipatico,—osservò Bruno.—Mi ricordo ch'egli ti ha offesa, e non hai voluto mai dirmene la ragione.

—Non è vero!—esclamò Nicla impaurita.—Non mi ha offesa.

—C'è sempre stato un mistero in quel piccolo incidente della nostra vita,—riflettè Bruno.—Io voglio venirne a capo. La mamma mi ha detto che è un vecchio amico e consigliere fidato, e ciò mi ha fatto ridere; temo sia stato lui a consigliar la mamma a tingersi i capelli color d'oro.

—Bruno!—esclamò Nicla in tono di rimprovero.

—Non mi vuoi dire dunque ciò che c'è stato fra te e lui?—incalzò
Binino.

—Nulla; ti assicuro che non c'è stato nulla!

—Bada!—minacciò Bruno, alzando l'indice e sorridendo.—Bada che la tua ostinazione mi fa pensare a molte cose brutte. Io ricordo ancora (ahimè, io ricordo tutto!), ciò che dicevi quel giorno in barca a me e a lui…. E oggi più che mai, avrei piacere d'ammazzarlo come un cane.

Nicla s'alzò d'un balzo, tutta pallida, e afferrò Bruno tra le braccia.

—Se tu mi vuoi bene,—disse,—se tu mi vuoi bene, devi promettermi che non farai nulla, devi prometterlo e giurarlo per ciò che hai di più caro…!

Ella lo stringeva sul seno, e il volto di lui era appoggiato alla spalla della giovane, gli occhi erano fissi negli occhi.

Bruno sentì quel brivido che lo percorreva sempre, allorchè le mani di
Nicla lo toccavano e il profumo della sua persona lo avvolgeva.

Senza cangiar positura, con gli occhi affondati negli occhi di Nicla, muovendo appena le labbra, disse:

—Perchè devo promettere?

—Per me, per la tua Nicla, per te stesso!—affermò la giovane.

—Io prometto a una condizione,—mormorò Bruno.

—Oh, il vile che si vende!—esclamò Nicla con un piccolo riso.—Sentiamo.

—A condizione che tu ti lasci baciare sulla bocca.

Impensatamente, dissennatamente, ella gli offerse subito la bocca.

E si baciarono, a lungo, gli occhi chiusi, con l'avidità di due anime che si confondono, con la bramosìa con cui l'assetato beve, beve, beve, fino all'ebbrezza mortale, fino alla follia, fino all'annientamento, si baciarono col cuore che pulsava vertiginoso, con la gioia di sentirsi vuotar le vene di tutto il sangue.

Poi quando si sciolsero da quella stretta invincibile, si guardarono e videro gli occhi soli che sfavillavano nel volto interamente bianco.

E tacquero.

Ciascuno era entrato nel cuore dell'altro e aveva capito.

La prima a riprendere la parola fu Nicla; ma la sua voce era nuova, col tremito che veniva dal terrore d'un'anima sul ciglio d'un abisso imperscrutabile.

—La tua casa è pronta?—chiese, per dir qualche cosa.

—Non ancora!—rispose Bruno.

Tacquero di nuovo. Era impossibile parlar di cose comuni.

Avevano bisogno ambedue di raccogliersi e di meditare.

Nicla stava aggomitolata, meglio che seduta, in un angolo del divano.

Bruno trovò il suo sgabelletto e lo portò ai piedi di Nicla.

La donna fece un gesto istintivo, come per respingerlo.

—Lasciami!—supplicò Bruno.

Sedette ai suoi piedi, posò il capo sulle sue ginocchia, e pianse in silenzio.

—Bruno,—disse Nicla, a un tratto, con voce grave e pacata.—Ascoltami!… Devo dirti qualche cosa che mi costa molto; ma tu comprenderai.

—Ti ascolto,—rispose Bruno senza muoversi.

Nicla si raccolse, meditò; poi con uno sforzo riprese:

—Oggi ho capito. Tu mi ami, non come una sorella; come una donna….

Arrossì, tacque ancora; si fece forza nuovamente, e soggiunse:

—Tu vorresti che io fossi la tua amante.

Bruno scosse il capo, ma non osò negare in altro modo.

—Ascoltami, Bruno. Io sono tua. Ma bada; tu non mi chiedi l'amore: tu mi chiedi la vita! Io non saprei ingannare nessuno; e quand'anche sapessi, no, mio marito, colui che ti ha accolto a braccia aperte e ti ha chiamato fratello, io non lo ingannerei. L'indomani del giorno in cui fossi stata tua, mi darei la morte. Hai compreso?… Se tu vuoi ch'io muoia, chiedimi l'amore: e ti darò l'amore e la vita; ma sopravvivere mi sarà impossibile…. Hai compreso…?

Egli si alzò.

—Ho compreso,—disse.—Non ti chiederò e non vorrò che il tuo affetto di sorella.

Nicla lentamente gli asciugò gli occhi arrossati da lagrime che parevano avergli bruciato le palpebre.

XXI.

Il professore Salapolli con molte circonlocuzioni e con un discreto timore, interrogò Bruno intorno al libro che intendeva scrivere.

Gli pareva che da quando era arrivato a Milano, il giovane fosse irrequieto. A Roma, dove aveva seguito per quattro anni i corsi universitarii, scegliendoli tra le materie che più lo interessavano, era attivo e pertinace nel suo studio. A Milano si distraeva, stava quasi l'intero giorno assente, un poco per rivedere la città, molto per vivere accanto a Nicla. E del libro non diceva più parola, quasi l'avesse dimenticato.

Il Salapolli passava gran parte della giornata in biblioteca e solo, perchè al secondo piano c'era un pandemonio, un disordine, un viavai di visite, che gli rammentavano i peggiori tempi di Vienna e di Berlino. Come allora, la contessa non si stancava mai di ricevere; come allora, faceva attaccare i cavalli da un istante all'altro, e usciva. Si faceva colazione e si pranzava quando si poteva; e sempre c'erano invitati. Il cuoco, il cocchiere, la cameriera, il portiere, tutti si lagnavano. L'instabilità della contessa, il suo dire e disdire, la vertiginosa attività che pretendeva, eran causa che ad ogni poco i domestici si licenziassero, se non li licenziava ella medesima per un nonnulla.

Era il regno del capriccio: i fornitori portavano in casa oggetti svariati ch'ella degnava appena d'uno sguardo e che aveva comperato in tutta furia un'ora prima, quasi non avesse potuto viverne senza. Le era accaduto di regalar cappelli, vesti, scarpe, calze alla cameriera, alla manicure, alla prima donnaccola che le capitava tra i piedi, senza aver nulla indossato, tutta roba nuova di trinca: aveva visto di meglio; aveva pensato a un'altra foggia o a un altro colore.

A tavola, tra gli amici e le amiche, in una società elegante, scintillava di spirito e di grazia; era affascinante a dispetto delle pitture che si metteva sul viso e dei capelli d'oro. Non si sapeva comprendere come una donna intelligente e arguta qual'era si lasciasse abbindolare da tutti i venditori di cosmetici portentosi e di acque vivificanti.

Non ne aveva alcun bisogno: la figura elastica, ancora bellissima, e lo spirito indiavolato le davan tutte le vittorie che poteva desiderare; aveva ai piedi giovani dell'età di suo figlio e uomini maturi. Il professore Salapolli, il quale, per desiderio di Bruno, sedeva a colazione e a pranzo con quei signori, e sebbene si studiasse di tenersi in disparte, era trattato alla pari, vedeva che la contessa quasi ogni giorno aggiogava qualcuno al suo carro; e col dovuto rispetto pensava che lo schiavo non avrebbe avuto a sospirare molto.

Il solo che passava imperturbabile tra quel frastuono era Bruno; abituato al rumore dalla nascita, non si stupiva di nulla, nè che si pranzasse alle dieci di sera, nè che si cenasse al tocco dopo la mezzanotte, nè che la brigata intera corresse a una trattoria invece di far colazione in casa. Aveva già visto tutto ciò con suo padre a Parigi e a Bruxelles, con sua madre a Vienna e a Berlino. Non se ne annoiava e non se ne divertiva; prendeva parte a quel bulichìo come un uomo stretto e trascinato dalla folla. Aveva in breve conosciuto tanta gente, che non ne rammentava nemmeno il nome, e se gli avveniva d'esser salutato per via da persona che non ravvisava subito, pensava fosse un amico della mamma, un frequentatore della casa.

La sensazione delle porte e delle finestre spalancate, l'imagine del vento che soffiava da tutte le parti involando il danaro, gli erano abituali…. La sola cosa che lo stupiva un poco, si era che il patrimonio resistesse ancora e che sua madre non si accorgesse della rovina imminente.

Spensierata e generosa, ella pareva invasa dalla furia di distruggere i resti d'una fortuna cospicua, di due fortune cospicue, quella del conte e la sua. Faceva la beneficenza nella maniera più impreveduta, regalando cento lire al primo cencioso che batteva alla porta, mandando mille lire a un comitato che ne chiedeva cinquanta, non per vanità nè per grandezza, ma perchè le cinquanta e le mille valevano lo stesso ai suoi occhi.

Bruno lasciava fare. Egli possedeva ancora il fondo della Tralda, di cui ritirava esattamente il reddito di ottomila lire l'anno: e lo avrebbe difeso a prezzo del suo sangue, perchè quella somma occorreva ad assicurare il trattamento di suo padre nella casa di salute.

Messo il papà al sicuro, non si occupava d'altro. La famiglia Traldi di San Pietro gli aveva fatto intendere, appena tornato a Roma, che avrebbe avuto tutto ciò che poteva desiderare, se avesse abbracciato la carriera ecclesiastica, aggiungendo che il suo nome e più il suo talento precoce e straordinario gli assicuravano un avvenire impareggiabile.

Rimasti senza risposta, gli zii Guido e Giovanni—la nonna era morta poco dopo Francesco—gli avevano mandato il notaio Alemanni in persona a trattare e a circuirlo; ma nel ragazzo che contava allora diciassette anni, il notaio riconobbe il bambino che gli aveva detto: «Tu non sai niente; porta il denaro, e non perder tempo!».

Il ragazzo lo aveva lasciato parlare e poi lo aveva garbatamente messo alla porta; onde gli zii Guido e Giovanni avevano subito disposto perchè il loro patrimonio andasse intero a opere di beneficenza e ad istituti di religione, tolto un lauto reddito per il notaio fedele. Non v'era dunque speranza; gli ultimi danari che la contessa Clara Dolores sgretolava sotto i denti ancora bianchissimi, eran veramente gli ultimi.

Bruno lo sapeva e rimaneva indifferente.

—Si può sapere, caro conte,—disse il professore Salapolli,—come vanno i suoi studii?

—Lo vedi,—rispose Bruno.—Non ho trovato ancora l'ubi consistam.

Erano nella biblioteca, nella quale il Salapolli si teneva al riparo dalla babele del secondo piano; e accarezzando la barbetta aguzza, osservava Bruno, dicendosi che smagriva e impallidiva e che doveva aver qualche nuovo demonio in cuore.

E pensava alla signora Nicoletta, alla Nicla famosa, e si stupiva, nella sua inesperienza da topo di biblioteca, che la bella donna esitasse ancora a far contento il bel ragazzo.

—No,—egli riprese.—Intendo parlare del suo libro, caro conte, di quel libro, sa?…

—Eh, che vuoi? Ci penso!—rispose Bruno.—Io voglio farne un poema di speranza e di gioia; e dalla penna non mi stilla che amaro. Già tre volte ho cominciato, e già tre volte ho dovuto smettere.

—Questo non è degno di lei!—obiettò il Salapolli con franchezza.

—Come!—esclamò Bruno sorpreso.

—Ripeto: non è degno di lei!—insistette il Salapolli Ostinato.—Perchè scrivere un poema con un preconcetto? perchè voler che esso dica la gioia e la speranza?… Dica ciò che sente! La penna stilla amaro? E lei scriva amaro! La penna stilla dolce? E lei scriva dolce…. In ogni modo, non scriva falso…! È il grande precetto oraziano.

—Ah, caro Pantalone!—esclamò Bruno.—Se versassi in un libro metà del veleno che ho in cuore, avvelenerei mezzo mondo.

—E tanto peggio per il mondo!—fece il Salapolli, alzando le spalle.—Un capolavoro vale il mondo intero.

—Su, su, vecchio matto!—disse Bruno ridendo.—Tu mi credi capace di scrivere un capolavoro?…

Il Salapolli squadrò il suo allievo, pallido e nervoso, che sembrava divorato da un fuoco interno.

—Eh! Chi sa?—mormorò.

Quindi, arricciando la punta della barba intorno all'indice destro, soggiunse:

—Tutti i capolavori sono nati dalla passione; l'odio, l'ira, lo sdegno, hanno creati i capolavori; la gioia non ha mai creato nulla!

—È ardito ciò che dici!—osservò Bruno.

—Non lo dico io: lo dice la storia di tutte le letterature.

—Talchè, la disperazione potrebbe produrre il capolavoro?

—Sovente, sovente!…

—Andiamo, pagliaccio! E il Don Chisciotte, e il Decamerone, e il Canzoniere, da quale odio son nati?

—Ma il genio di tutti i genii non ha scritto l'Inferno per odio e per vendetta, per ira e per isdegno? Ma nello Shakespeare, dall'Otello all'Amleto, non sente il turbine di tutte le passioni? E la disperazione non ci ha dato il Werther? Mediti ciò che le dice un uomo, il quale non s'intende di nulla, fuor che di libri; se ha veleno nel cuore, lo lasci libero; sarà fecondo!

Bruno crollò il capo ridendo e parlò d'altro.

Ma gli parve molto strano che in quei giorni anche Clara Dolores gli tenesse parola del libro.

Ella sapeva da tempo che il figlio aveva un'inclinazione spiccata per la letteratura e andava preparando la sua prima opera; e gliene chiese notizie.

—Nulla di buono, nulla di pronto, cara mamma!—rispose.

—Io volevo dirti….—seguitò sua madre.

Ma guardando il figliuolo che fumava una sigaretta, seduto in un angolo del salotto finalmente ordinato, non osò proseguire.

—Volevi dirmi? Hai paura di dir qualche cosa a tuo figlio?—interrogò
Bruno.

—Ho paura di farti dispiacere….

—Coraggio, mamma!—fece il giovane ridendo.

—Ebbene, volevo dirti che disapprovo le tue intenzioni, che se potessi, contrasterei il tuo desiderio di darti alla letteratura.

—Davvero, mamma?…

Egli fece quella esclamazione con accento di meraviglia sincera; e interrogava attonito il volto di sua madre. La prima opposizione alle sue più dilette cure gli veniva da una madre, la quale non s'era mai altrimenti occupata di lui.

—Sì,—riprese la contessa.—Io avrei voluto che tu ti dessi al commercio o all'industria, che tu entrassi, per esempio, in una Banca….

—Ma è impossibile, cara mamma!—esclamò Bruno.—La mia coltura non è fatta per ciò; la conoscenza del latino e dei classici è assolutamente inutile per le Banche. Non è che io tenga in poco conto il commercio e l'industria; si è che son nato ad altro, e son preparato per altro.

—Giovane come sei e col tuo ingegno, in breve tempo ti faresti la coltura necessaria per una professione più pratica!—ribattè la contessa.

—T'inganni. Non avendo alcuna passione per il commercio, non vi apporterei nulla,—rispose Bruno.—E resterei sempre tra gli ultimi.

La contessa tacque un istante, quasi cercasse argomentazioni più decise.

—Si è che,—ripigliò quindi,—si è che la letteratura non ti darà altro che fumo. Tu hai bisogno d'una posizione indipendente, e i poemi e i romanzi e tutte le forme di letteratura non riusciranno a fartela. Se non avrai danaro tuo, stenterai la vita. Un poema, oggi, non si paga nemmeno: un romanzo si paga poco, e può costarti un anno, due, tre, di lavoro e di fatica. Hai scelto una carriera alla quale occorrono non soltanto qualità d'ingegno, ma qualità di carattere che s'avvicinano a quelle d'un apostolo o d'un martire….

—Mamma,—interruppe tranquillamente Bruno,—queste idee non sono tue.

—Lo confesso,—rispose Clara Dolores.—Non ho sufficiente esperienza della vita letteraria per giudicarla con sicurezza. Sono idee degli amici coi quali ho parlato di te e ai quali ho chiesto qualche consiglio….

Bruno si levò d'un balzo.

—Duccio Massenti!—esclamò.

La contessa non rispose.

—Duccio Massenti!—ripetè Bruno.—È lui che ti consiglia a contrastar la mia strada e a spingermi verso una Banca, presso la quale sarei e resterei l'ultimo degli impiegati?

Si fermò innanzi alla contessa che stava seduta in una larga poltrona, l'oro del cui arco superiore si confondeva con l'oro della chioma. La signora volgeva a suo figlio uno sguardo di muto stupore.

—Vedo che non capisci,—disse Bruno,—ed è naturale. Io non ti ho mai detto che Duccio Massenti lo conosco da dodici anni e lo rammento benissimo. Era sul lago lo stesso giorno e la stessa ora in cui tu sei venuta a trovarmi; è ripartito per Sonnenberg, dove tu villeggiavi, ventiquattr'ore dopo la tua partenza. A Sonnenberg tu eri con lui.

La contessa fece un gesto, ma Bruno proseguì subito:

—Tutto ciò non mi riguarda, sono io il primo a riconoscerlo. Non alzo gli occhi su mia madre, della quale devo avere ed ho il più vivo rispetto. Tutto ciò non mi riguarda!

Si fermò un poco, con la sigaretta che fumava tra l'indice e il medio della destra.

—Tornato qui,—riprese,—ho incontrato di nuovo Duccio Massenti come amico di casa e consigliere. Sta bene. Egli non ha detto nulla ed io non ho detto nulla della nostra antica conoscenza e di una gita in barca, durante la quale io, fanciullo innocente, ho scoperta la trama ch'egli andava tessendo.

S'interruppe ancora; quindi con voce secca e metallica, una voce diversa da quella con cui parlava abitualmente a sua madre, seguitò:

—Ma occorre che tu lo avverta di star quatto e di non dare consigli sopra un argomento così geloso come è la mia carriera. Bisogna ch'egli non si occupi assolutamente di me, se vuole che io non mi occupi assolutamente di lui. Tu capisci, mamma, che si tratta d'una vera necessità. Può consigliare chiunque sopra qualunque cosa, non me sopra la letteratura o il commercio. Mi ha già fatto male. Non me ne faccia altro!

Ripetè con la voce stridente e un lampo negli occhi: