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La freccia nel fianco

Chapter 33: XXVI.
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About This Book

The narrative follows a boy, Bruno, whose childhood is shaped by his parents' separation, alternating custody and constant travel between ostentation and thrift. Exposed to his father's gambling and his mother's protective steadiness, he learns to observe rather than attach, developing melancholy, restlessness and a private life of imagination. Encounters with a young woman from a bourgeois family enriched by industry and with the world of music become catalysts for emotional awakening and self-reflection. The work moves through episodic scenes of domestic conflict, travel and quiet interior portraits, tracking gradual psychological formation more than overt plot resolution.

—Non me ne faccia altro!…

—Io non sapevo nulla di tutto questo!—mormorò la contessa.

Bruno si piegò, le baciò la destra, e con voce carezzevole soggiunse:

—Hai ragione, povera mamma; tu non sapevi nulla, e ti chiedo scusa d'aver parlato con qualche vivacità. Ma Duccio Massenti sa tutto, e deve guardarsi.

Dopo quel colloquio, Clara Dolores non parlò più a suo figlio di letteratura; ma Bruno s'accorse che Duccio Massenti era scomparso. A qualunque ora egli salisse da sua madre, a tutti i ricevimenti, a tutti i pranzi, a tutte le gite di piacere, non gli avveniva mai d'incontrar Duccio Massenti.

Bruno pensò che sua madre lo avesse messo alla porta, dopo una spiegazione; e non era lontano dal vero.

L'accenno alla conoscenza di dodici anni prima e alla gita in barca avevan posto la contessa sopra una traccia; e non le era stato difficile andar fino al fondo. Duccio Massenti era stato il suo primo fallo, ed egli lo sapeva; e sapendolo contava d'abbandonarla alla lesta per contrarre un ricco matrimonio. La contessa pensava mortificata che la signorina Dossena doveva aver capito tutto, e che in quell'episodio singolare stava la ragione misteriosa per la quale il matrimonio con Duccio Massenti era sfumato, e poco tempo di poi la signorina sposava Gigi Barbano, contro l'aspettazione di tutti.

Il cinismo di Duccio, l'offesa fatta a lei e a Nicoletta, le parvero mostruosi; e chiamato in fretta Duccio Massenti dopo il colloquio con Bruno, e strettolo di brevi domande sicure, lo aveva cacciato di casa, in un impeto di furia irrefrenabile.

XXII.

Brunello Traldi era tornato savio.

Lo diceva egli stesso qualche volta con espressione infantile:

—Vedi come sono savio?

E Nicla gli sorrideva per gratitudine, certa che nessun pericolo li minacciava or mai più.

Il tempo s'era fatto bello; v'eran giornate in cui entrava dalle finestre un soffio di primavera precoce, e dal palazzo Barbano si vedeva il lungo tratto fra via Santa Margherita, piazza della Scala, via Manzoni, tutto scintillante di sole, tutto brulicante di folla; il rumore saliva infaticato a dir che la festosa vita primaverile non era lontana e che la gente fluiva per le strade a godersi il sole e la fresca aria. Si parlava d'anticipar la partenza per la campagna e già al sabato impiegati e commessi e lavoratori correvano a far gite, lasciando quasi deserta la città.

Brunello Traldi era savio.

Non chiedeva più di baciar la bocca della sua amica e non era nervoso.

Aveva fatto appello alla forza di volontà della quale si vantava, ed era giunto a far tacere le inquietudini del senso. Non provava, come aveva pel primo temuto egli stesso, alcuna gelosia di Gigi; era fraterno con lui. Non si appartava selvaticamente, e sosteneva con gli amici e le amiche di casa Barbano le conversazioni leggere, spesso fatue, che interessano le persone oziose.

Usciva a passeggio, non sovente per non esser troppo notato, ma qualche volta, con Nicla, e andava con lei ai giardini che rinverdivano e di volta in volta si facevano più ricchi di fronde.

Gigi Barbano lo aveva invitato già a passar qualche tempo in campagna, sulla riva del lago, non appena egli e Nicoletta vi si fossero recati; e Bruno aveva ringraziato senza promettere.

—Perchè?—gli aveva chiesto Nicla.—Perchè non hai detto subito di sì?

Egli non sapeva; aveva obbedito a una oscura voce.

—Che vuoi?—confessò infine.—Riveder quei luoghi che mi sono tanto cari, dove sono stato felice con te e col mio papà…. Che vuoi? Ho paura!…

Nicla non aveva insistito.

—Eppure sarebbe molto bello!—disse soltanto.—Si tornerebbe fanciulli!

Bruno scosse il capo con espressione di dubbio.

Il ragazzo di vent'anni aveva dato a pensare a qualcuna fra le amiche di Nicla; le più maligne supponevano senz'altro ch'egli fosse l'amante della giovane, e parlavan di quel povero Gigi Barbano con un lieve senso ironico; le più accese guardavano Bruno e si sforzavano a farsi corteggiare.

Sveltissima tra queste era una signora sui ventiquattro anni, bella d'una bellezza sensuale, i cui occhi velati potevan dire le parole che la bocca taceva.

Si chiamava Claudia Viviani; e avendo più volte incontralo Bruno presso Nicla, n'era rimasta assai piacevolmente impressionata. Accortosi ch'ella si faceva leziosa con lui e desiderava essere sedotta, Bruno ne aveva riso; e pungendola e irritandola, l'aveva aizzata ancor meglio.

—Lasciala stare!—gli aveva detto Nicla.—Finirà con l'odiarti!

Ma Nicla non esprimeva tutto il suo pensiero; stranamente sentiva che l'incessante schermaglia tra Claudia e Bruno, una di quelle schermaglie che il più spesso buttano gli schermitori l'una nelle braccia dell'altro, la torturava come un'acuta e feroce tortura.

Non sapeva dirsene la ragione; eppure quando vedeva Claudia col volto a un dito dal volto di Bruno, e vedeva quegli occhi velarsi e promettere, Nicla domava a fatica l'impeto di gettarsi tra il giovane e la signora e di cacciar la signora come l'avesse sorpresa a rubarle qualche cosa che le apparteneva.

Claudia, invelenita dalla mordente indifferenza di Bruno, s'era fatta ardita.

—Vi piace il mio nome?—gli chiese un giorno.

—No!—rispose Bruno.

—Come, non vi piace? Eppure è pagano, è classico!…

—Senza dubbio!—esclamò Bruno ridendo.—Ma Claudio in latino significa zoppicante….

La signora si morse le labbra.

—Non siete gentile!—disse.

—Io non sono mai gentile!—rispose Bruno.

E tuttavia quello stesso giorno, durante quella stessa visita, Claudia trovò maniera di dirgli spiccicatamente, alla presenza di Nicla, che tutti i giovedì era sola, dalle tre alle sette.

Non appena ella se ne fu andata, Nicla balzò in piedi, e fece alcuni passi, come smarrita.

—Ebbene,—chiese Bruno attonito,—che cosa avviene, Nicla?

La giovane gli si volse.

—No, è troppo!—esclamò.—È troppo!… Tu non andrai da quella sfrontata?

—E quando dovrei andare?

—Non hai udito? Giovedì, dalle tre alle sette!… È troppo!… Quella donna perde la testa!…

—Lo ha detto per me?—domandò Bruno con indifferenza.—Non le ho badato….

—Sì? Non le hai badato?—fece Nicla, muovendo un passo per accarezzar
Bruno, e trattenendosi subito.—Allora non andrai?

—Certamente che no!

—Non ho bisogno di fartelo giurare?—insistette Nicla.

Bruno sorrise.

—Tu m'hai insegnato, quand'ero piccino, che del giuramento non si deve abusare, e che la parola basta!…

—È vero: ma giuramelo!

—Te lo giuro!—affermò Bruno.

Poi guardando la sua bella amica pallida, che s'era lasciata andare in una poltrona, soggiunse:

—Ma come sei agitata!…

—Sì, è vero!—confessò Nicla.—Quella cattiva donna mi ha messo l'inferno, il fuoco, nel cuore. Non ho mai sofferto tanto….

E per spiegare a sè e a Bruno l'agitazione che la faceva tremare, seguitò:

—È lo spettacolo della sua sfacciataggine, del suo ardire, che mi fa male. Non sapevo che una donna, una donna rispettabile, può aver tanta impudicizia. E ciò mi sconvolge.

—Senza dubbio!—confermò Bruno.—Io lo sapevo, e sono tranquillo.

Tacquero un istante. Bruno vedeva che Nicla combatteva una battaglia con sè stessa, e voleva e non voleva, ed era inquieta. Alfine ella si decise, e chinando il capo a guardarsi la punta delle scarpette, disse:

—Bruno!

—Che c'è?

Nicla tacque di nuovo. Bruno rise.

—Devi dirmi una cosa difficile!—osservò.

—Sì,—confessò Nicla.—Aiutami!

—Come posso aiutarti?

—Hai ragione: non sai….. Volevo chiederti….

Esitò ancora; poi, con uno sforzo supremo, abbrancandosi ai bracciuoli della poltrona, osò:

—Volevo chiederti se hai avute molte amanti?

—Molte?—ripetè Bruno sorridendo.—A vent'anni?

—Ma qualcuna sì?

—Qualcuna sì!—confermò Bruno.

—E ora? Quante ne hai?

Bruno scosse il capo.

—Non ne ho!—disse con franchezza.

E sbigottito vide che il volto di Nicla s'irradiava d'una gioia, d'una felicità così palesi, così grandi, che davano ai suoi occhi una luce sfavillante. Volle provar meglio, dubitando ancora; e con finta aria d'indifferenza soggiunse:

—Ma prenderò ora quella stupida tua amica, la Viviani, perchè ciò le fa piacere!…

Nicla mandò un grido soffocato.

—No!—disse.—Te ne supplico. Amore mio, te ne supplico!… Vuoi che mi getti ai tuoi piedi, per supplicarti di più? Amore mio, non farmi morire!… Tu, nelle braccia d'un'altra donna, che ti bacia e ti accarezza?…

Istintivamente e lentamente s'era drizzata.

Poi ricadde di schianto e si passò le mani sul volto come trasognata.

—No. Che cosa ti dico? Che cosa ti ho detto?—mormorò.—Non mi badare; prendi tutte le donne che vuoi, tutte le donne che ti piacciono. È il tuo diritto. Ciò non mi riguarda.

Bruno le accarezzò le mani con dolcezza.

—Non sei tu la mia amante?—disse.—Tu sai che io non amo e non desidero che te. Ma noi non possiamo ingannare. E non avrò altre donne. Te lo prometto, Nicla. Te lo giuro!

Ella levò gli occhi umidi a guardarlo con speranza.

Lo vide diritto come uno stelo, così elastico che pareva pronto a scattare in corsa. La fronte era senza rughe, la bocca ancor fresca e rosea come d'una fanciulla; una pelurie lieve adombrava appena il labbro superiore, e gli occhi splendevano nel carnato olivastro. Era la giovinezza medesima, sciolta e possente, assetata d'amore.

—Oh, tenerezza mia!—esclamò Nicla con un grido d'angoscia cocente.—Bambino mio, è assurdo ciò che tu mi giuri!

Poi, non appena egli volse le spalle per uscire, la giovane si rannicchiò nella poltrona.

Spasimava per quella freccia, di cui doveva portare il peso e il segno nel fianco tutta la vita.

XXIII.

In principio di quella estate, Bruno andò a Parigi a trovare suo padre.

Vi andava ogni anno, almeno un paio di volte: e per l'effetto, quelle visite eran più inutili, e per l'impressione più disperate che la visita a una tomba.

Bruno ne tornava sempre col cuore affranto.

Suo padre, ch'egli amava con tenerezza infinita, non lo guardava; o lo guardava ora con occhio stupido, ora con occhio torbido. La bocca che tanto aveva riso e sorriso, che aveva saputo dir frasi di sottile arguzia e amabili parole, era aperta a un ringhio di minaccia o a un riso ebete. L'affascinante conte Fabiano, il quale aveva attraversato mezza Europa in un'affannosa ricerca del piacere, seminando il denaro e facendo tutti allegri quelli che lo avvicinavano, perchè gli era intollerabile vedersi intorno visi scorati o smorfie d'angustia, non era più se non una rovina. Il volto solcato da rughe mordenti, i capelli bianchi, la barba bianca scomposta, la schiena curva innanzi tempo, davan l'imagine della decrepitezza; le mani stesse eran secche e gonfie di grosse vene; e i denti eran caduti tutti.

Bruno lo chiamava, gli si metteva innanzi, lo accarezzava, cercava rammentargli nomi e cose d'un giorno; la mamma, Villa Florida, il vecchio Elia Polacco, la sua amica Paulette Demours, Parigi, lo zio Francesco, Nicla, Salapolli detto Salafame. Invano: era come gridar dentro un pozzo senza eco.

Non rispondeva nemmeno al suo nome; si lasciava scuotere, e rimaneva insensibile.

Nulla era più spaventevole di quello sguardo aperto sul vuoto, di quello sguardo che non vedeva.

Dopo lunghi sforzi, con lagrime silenziose che gli rigavano il volto, Brunello si ritraeva, senza chiedere notizie ai medici. Ciò che aveva visto diceva meglio di qualsiasi parola ciò che si poteva attendere.

Da Parigi scrisse a Nicla una lunga lettera di dolore.

Nicla, ch'era già in villa, rispose una lunga lettera di passione.
Supplicava Bruno d'andare in campagna, direttamente al ritorno da
Parigi; avrebbe riposato là, avrebbe trovato memorie care; tutti
sarebbero stati felici di rivederlo, anche il vecchio buon vetturale.

Bruno tornò da Parigi, ma tornò a casa sua.

Un sordo inesplicabile presentimento lo teneva lontano dalla campagna e da Nicla, sebbene desiderasse, anzi forse perchè desiderava appassionatamente l'una e l'altra.

Ormai egli a Nicla e Nicla a lui s'eran confessati: si amavano.

E dover vivere sotto il medesimo tetto, passare la notte in camere forse vicine, essere martoriati di continuo dal desiderio ed eccitati senza posa da incantevoli ricordi, gli pareva supplizio da fiaccar le forze del più tenace lottatore.

Nicla nella sua inesperienza poteva illudersi; egli non s'illudeva affatto.

E perchè cercare volontariamente e deliberatamente un martirio inutile? Perchè sfidare il pericolo?

Talora si diceva che non era umano lottar con sì ostinata costanza; meglio valeva lasciarsi travolgere dalla passione, correre da Nicla, suggellarle la bocca con la bocca, perdersi per sempre in un delirio senza nome e senza fine.

Egli non aveva mai conosciuto la felicità; la felicità era Nicla, che pareva gelida e ardeva; la felicità era Nicla, così sua, così legata a lui con tutte le più dolorose fibre dell'anima, che ella gli avrebbe dato amore e vita e passione, in un grande inenarrabile empito di gioia. Meglio era amarsi per un'ora sola, suprema, e poi morire.

Ma quando pensava in tal modo, e il sangue gli martellava nei polsi col furore dissennato dei suoi vent'anni, gli si faceva tosto innanzi l'imagine di Gigi Barbano.

Gigi Barbano gli aveva gettato le braccia al collo e gli aveva detto: «Tu sei un fratello, e ti accolgo come un fratello!». E a Nicla aveva detto: «Mi fido!».

Nè mai per un solo istante, per un solo attimo, aveva mentito alla sua parola. Nulla gli era più caro che aver Brunello alla sua mensa; nulla gli era più caro che parlar con Brunello; spesse volte gli aveva detto parole di conforto, animandolo a lavorare, a dar prova di volontà e d'energia; con tatto squisito chiedeva sovente notizie di suo padre; e rievocava il passato di Brunello e la vita sul lago e i giuochi e le corse nel bosco con Nicla.

Non era possibile ingannare un tale uomo. Nicla aveva ragione. Valeva meglio morire.

Gigi Barbano aveva ricevuto parecchie lettere anonime; Nicla lo aveva capito dall'insistenza di certune col francobollo di città e con calligrafia alterata, che per maggior sicurezza erano indirizzate a casa invece che allo stabilimento. Lo insultavano? Lo aizzavano? Lo beffavano? Venivano da donne o invidiose di Nicla o desiderose di strappar Bruno al fascino di lei e di impossessarsene.

Gigi aveva avuta la forza magnifica di non curarsene. Non gli importava nulla della opinione pubblica, nè di parer ciò che non era: sapeva di non essere. E non domandava nemmeno se e quando e quanto era stato Brunello. Aveva detto «Mi fido». Si fidava. Aveva detto «Sei un fratello». Era un fratello. Meglio morire che ingannare un tale uomo!

Per tutto questo, Brunello era tornato direttamente a Milano.

Quantunque l'estate affocasse le strade e le case della città, Clara
Dolores v'era ancora.

Stava scegliendo la sua campagna e aveva fatto più disegni: la Svizzera o il Cadore, un viaggio al nord o una crociera nei mari d'Oriente. I bauli eran chiusi da tempo; ma avendo bisogno ora d'un abito, ora d'un paio di guanti, li faceva aprire, gettava tutto all'aria, e lasciava che la cameriera si rimettesse a ordinarli, fin che l'indomani non fosse venuta di nuovo la necessità d'aprirli e di scompigliarli.

—Sono una scervellata, non è vero?—diceva a Maritza la governante.

—La signora contessa è padrona!—rispondeva Maritza.

Ella era secca a guisa d'uno stoccafisso, e più indifferente che una orientale fatalista; non diceva che la contessa non fosse una scervellata; soltanto, essendo padrona, poteva essere scervellata a piacer suo, e nessuno aveva diritto a contrastarla.

Clara Dolores aveva trovato a Milano ancora un manipolo di signore e di signori che vi si trattenevano per gli esami dei figliuoli o per ragioni d'affari; e con quelli si divertiva a fare scampagnate nei dintorni e a inventare ogni giorno un pretesto urgente per muoversi e muovere con lei tutta la brigata. Bruno le aveva consigliato di prendere una automobile.

Ella respingeva il consiglio con orrore.

—Nulla di più borghese e di più ridicolo che un'automobile!

—Ma,—osservò Bruno,—quando si fanno come te gite di venti e trenta chilometri, l'automobile è comoda.

—Una pariglia è ugualmente comoda!—ribattè la contessa.

—Bisognerebbe domandarlo ai cavalli! Tu li ammazzi!

—Domattina andiamo a far colazione fuori!—disse Clara Dolores per tutta risposta.—Verrai anche tu?

—Verrò,—promise Bruno.

E l'indomani mattina, nel cortile di via Meravigli, tre carrozze aspettavano; il paniere di vimini della contessa con due sauri poderosi, e due vetture scoperte con pariglie di bai.

Tutta una comitiva di dodici persone scendeva per le scale, uomini e donne con abiti chiari, chiacchierando e ridendo; i domestici seguivano con le ceste perchè la colazione si faceva all'aria aperta, in piena campagna.

Bruno che precedeva, scorse nel vestibolo un signore, il quale parlava col portiere; e questi a capo scoperto gli dava indicazioni. Era Gigi Barbano.

—Gigi!—esclamò Bruno, correndogli incontro gioiosamente.—Cerchi di me?

—Sì,—rispose Gigi, stringendo la mano al giovane.—Mi dispiace di giungere in momento così inopportuno!

—Che, che! Rinunzio subito alla gita; farò colazione con te. Vieni, che ti presento a mia madre.

La contessa stava nel mezzo d'un crocchio e assegnava i posti, con una certa abile malizia perchè tutti si trovassero appaiati opportunamente; e faceva i nomi delle coppie, che si presentavano, salutavano e sorridevano.

—Che intelligenza!—borbottò un giovane vestito di bianco.—Come ha fatto a comprendere che io non posso vedere la contessa Sbrùgola e l'ha ficcata nell'altra carrozza?

—Mamma!—chiamò Bruno.

—Caro?—disse Clara Dolores, allontanandosi un istante dai suoi ospiti.

—Permettimi di presentarti il mio amico Gigi Barbano.

—Oh, ne ho molto piacere!—esclamò la contessa, stendendo a Gigi la destra, ch'egli baciò.—Io ho conosciuto la sua signora quand'era signorina Dossena; e non l'ho più dimenticata, tanto era bella e gentile….

—La ringrazio!—disse Gigi inchinandosi.

—Oggi deve essere un fiore!—seguitò la contessa.—La rivedrei volontieri.

—Ma Nicoletta sarà felice di venire a presentarle i suoi ossequi,—rispose Gigi,—non appena sarà di ritorno dalla campagna.

—Lei mi permette, non è vero?—soggiunse la contessa, indicando con gli occhi i suoi ospiti.

—Vada, vada, contessa!—esclamò Gigi, inchinandosi e baciandole di nuovo la destra.—La prego!

—Mamma, io rimango!—annunziò Bruno.

—Naturalmente!—rispose Clara Dolores.

Gigi la vide allontanarsi, rientrar nel crocchio, dare ordini ai domestici, sorridere agli amici, osservar che tutto fosse ben disposto: salire infine nella sua carrozza e guardarsi ancora in giro per l'ultima occhiata.

—Che brio!—esclamò Gigi.—Che grazia!

—È la sua vita!—osservò Bruno.—Se non ha una brigata da comandare e un po' di fracasso intorno, sta male.

Assistettero alla sfilata delle carrozze, che passavano sotto l'atrio con fragore di zoccoli ferrati; e salutarono.

Poi Bruno disse:

—Hai da parlarmi? Vieni su!

Lo fece salire al primo piano e lo introdusse nello studio.

Era una camera quadrata, con tappezzeria d'un colore bigio a righe verticali; sulle pareti alcune vecchie stampe inglesi in cornici sottili di mogano e un quadretto, una testa di donna della scuola del Rembrandt. Pochi mobili, di forma semplice; sulla tavola da lavoro, in un angolo, una stupenda riproduzione della Giuditta del Botticelli; presso la tavola, una piccola biblioteca girevole in cui erano adunati libri di consultazione e autori prediletti. Unico lusso, una grande larga poltrona di cuoio, nella quale Bruno si stendeva qualche volta a fumare.

Volle che Gigi prendesse posto in quella poltrona.

—Hai da parlarmi?—ripetè.

—Ma no, caro Brunello!—rispose Gigi sorridendo.—Nulla di grave. Son venuto a prenderti….

—A prendermi?

—Sì. Perchè non vuoi venire in campagna? Io ti ho invitato più volte;
Nicoletta ti ha scritto a Parigi…. Come hai trovato tuo padre?

Bruno non rispose, ma i suoi occhi s'infoscarono.

—È triste, è orribilmente triste!—esclamò Gigi che aveva compreso.—Tu hai bisogno di distrarti; e per ciò ti abbiamo pregato e ripregato di venir da noi…. Forse ci tieni il broncio per qualche ragione che non sappiamo.

—Oh, amico mio!—disse Bruno, afferrando la mano di Gigi.—Il broncio con te, con voi?

Si alzò e si mise a passeggiare inquieto.

—Non so che cosa mi tenga lontano!—soggiunse, fermandosi d'un tratto innanzi a Gigi.—Mi pare che quella campagna, che mi è stata tanto cara, sia ora tutta lagrime; mi pare ch'io debba piangervi e disperarmi! Troppi ricordi felici contrastano col presente! Vedi: tu hai ammirato mia madre per la grazia ed il brio. È una donna straordinaria; è la sola persona che invidio; trova dentro di sè una energia e una volontà che mi sbalordiscono ogni giorno come un nuovo miracolo. Io non trovo nulla.

—Tu troveresti nel lavoro quel che cerchi!—rispose Gigi.—Ma lavorare non vuoi!…

—Non voglio?—ripetè Bruno.—Vorrei! Soltanto, ho nel cuore un tale frastuono….

S'interruppe; qualcuno batteva all'uscio.

—Avanti!—disse Bruno.

Il professore Salapolli varcò la soglia, ma vedendo uno sconosciuto, si ritrasse.

—Vieni, vieni!—gridò Bruno.—Vieni che ti presento!

E a Gigi disse:

—È il mio vecchio maestro, Salapolli!

Il vecchio inoltrò, e Gigi gli strinse vigorosamente la mano.

—Mi aiuti,—disse.—Sto pregando Bruno di lasciar per qualche tempo questa città infocata e di venir da noi in campagna. Forse gli gioverà anche pel suo lavoro.

—Ma senza dubbio!—esclamò il Salapolli, deponendo la posta sulla tavola.—Il signor conte verrà!…

Bruno sorrise.

—Come promettete sicuro per gli altri!—osservò.

—E dove vuol vivere meglio che in campagna,—ribattè il Salapolli,—meglio che in casa Barbano, tra amici fidati? Che cosa fa qui, se non passeggiare nervosamente nel suo studio e nella biblioteca l'intero giorno? Dicono che i vecchi sono ostinati; eppure tra il signor conte e me, il più ostinato è ancora lui!

—Verrai?—incalzò Gigi.

—Vada, vada!—insistette il Salapolli.—Lei che è tanto cortese, non si faccia pregare!… E poi, già, devo confessarle che lei m'ingombra….

—Ti pare che sia abbastanza insolente?—disse Bruno a Gigi, ridendo.

—Io voglio cambiar l'ordine della biblioteca,—seguitò il Salapolli,—e con l'aiuto d'un domestico, in pochi giorni le faccio trovare qualche cosa di nuovo. La libreria antiquaria da una parte; i classici dall'altra; i moderni in una terza…. Ho già pensato…. Ma se sta qui, non farò nulla, perchè non voglio che mangi polvere.

—E tu non la mangi?—osservò Bruno.

—Io non ho mangiato altro in tutta la mia vita!—disse il
Salapolli.—E la polvere dei libri mi fa bene!…

Bruno esitava, combattuto tra il timore di ritornare a quei luoghi e il desiderio di non essere scortese: il bisogno di riveder Nicla, di udirne la voce, d'ammirarne gli occhi e la bocca, di lasciarsi cullar dalla sua voce, gli bruciava le vene.

Gigi Barbano diede l'ultimo colpo.

—È deciso, allora?—disse a maniera di conclusione.—Troverai in villa anche la zia, che non conosci. La zia Amelia ha udito parlar tanto spesso di te, che desidera vederti. E nessuno ti lega; prova. Starai un giorno, due, tre; e se non ti troverai a tuo agio, scapperai subito! Non ti sembra?… Starai sette giorni, ecco: sette giorni….

Il vecchio Salapolli borbottò tra i denti:

—Sette giorni! «Sette paia di scarpe ho consumate—Di tutto ferro per te ritrovare».

—È inteso!—disse Bruno, stendendo la mano all'amico.—Sarò da voi domani!…

E quando egli ebbe varcata la soglia. Bruno si volse al Salapolli, e gli annunziò:

—Domani! Vado da Nicla domani. Hai capito? Tu credi ch'io sarò felice?

—Sarà felice lei e sarà felice la signora!—rispose il Salapolli.

E finì lo stornello, ch'egli aveva le mille volte cantato a Bruno quand'era bambino a Parigi:

—«Tu dormi alle mie grida disperate—E il gallo canta e non ti vuoi svegliare!».

—Silenzio!—interruppe Bruno, scosso da un brivido subitaneo.

XXIV.

Quando la zia Amelia, una vecchietta di circa settant'anni che si appoggiava a un bastoncino d'ebano per civetteria perchè non ne aveva alcun bisogno, vide Brunello balzar dalla vettura del treno, esclamò:

—Che bel ragazzo!

Nicla celò il volto in un mazzo di rose perchè gli altri non s'accorgessero che arrossiva.

Erano andati tutti incontro a Brunello con la carrozza; dalla stazione alla villa v'eran cinque minuti di strada in discesa.

—Una valigia così piccola?—osservò Gigi, guardando la valigia che il giovane aveva affidato al domestico.

—Per sette giorni,—rispose Bruno sorridendo.—Ma a Milano è pronto un baule.

Baciò la mano alla vecchia signora e a Nicla, i cui occhi parevano più grandi nella gioia.

E salirono in carrozza

—Tutti mi hanno parlato di te,—disse la zia Amelia a Bruno.—Tu mi permetti di darti del tu? Io posso essere la nonna! E mi dicevano che sei bravo e gentile e colto…. Ma come sei fine! Un poco magro; a vent'anni il sangue arde e smagrisce…. Sei un bel ragazzo, d'una gentile bellezza!…

—Zia,—interruppe Nicla,—egli crederà che tu voglia sedurlo….

La vecchia rise.

—Lasciami direi—esclamò.—Poter dire ciò che si pensa è il solo privilegio della vecchiaia!

—Abbiam dovuto mandare a prenderlo!—osservò Nicla.—Egli non ci voleva più, non ci amava più!…

Nicla era tutta vestita di bianco, e attraverso una camicetta leggera trasparivano la sommità del petto e le braccia arse dal sole, dorate dalla luce violenta.

Bruno la guardava.

Egli l'aveva vista così, già molti anni addietro; e nella svelta linea della figura, nella freschezza delle carni, nella limpidezza dello sguardo pareva ch'ella contasse ancora diciotto anni; perdendo l'impaccio timido della fanciulla, aveva acquistato splendore e flessuosità.

Quando furono alla villa, Gigi disse a Bruno:

—Spero che non ti annoierai. Ritroverai qui tutta la tua vita di ieri. E farai venire subito il baule.

Bruno sorrise.

Aveva visto, aveva sentito venirgli incontro un mondo di ricordi che lo agitavano e lo portavano lontano; la strada gli era nota. Dalla finestra della sua camera si scorgeva la spiaggia; e più là, a oriente, la villa Carlotta, e poi la villa Florida; dalla torretta dell'una e dal frontone dell'altra sventolava la bandiera.

Mutò d'abito, si vestì di bianco.

La colazione fu rapida. Nicla non parlava, e Bruno scoperse più volte su di sè gli sguardi di lei, che gli dicevano un sentimento, una felicità, la quale avrebbe cercato invano lo parole.

Fortunatamente la zia Amelia lo interrogava ed egli raccontava con brio febbrile ciò che aveva visto a Parigi; perchè Parigi era stato sempre il grande sogno d'Amelia, la città incantata nella quale non era mai riuscita a mettere piede. Ed ella ascoltava avida, come s'egli le avesse avvicinato il sogno, e presala per mano l'accompagnasse per vie rombanti.

Dopo colazione, subito, Nicla balzò in piedi dicendo:

—Andiamo! Ho fatto preparare la barca! Andiamo alla Croda.

E volgendosi a Gigi e a zia Amelia, soggiunse tranquilla:

—Lo porto via!… Sapete ch'egli mi appartiene!

—Andate, andate!—fece Gigi sorridendo.—Non volete prendere il bastimentino sotto il braccio?

Brunello era pallido e sentiva il cuore battere in tumulto.

Uscirono, e non dissero parola.

La barca era approntata in quel punto della riva in cui Brunello s'incontrava sempre con Nicla. Due barcaiuoli appoggiati al loro remo aspettavano; a poppa sventolava la bandiera di seta tutta bianca, col serpentello vermiglio raggomitolato in un angolo.

—Vedi?—mormorò Nicla.

Brunello accennò col capo; non poteva parlare.

—La barca non è più quella,—soggiunse Nicla.—Ma è identica all'altra. Non è vero?

Egli osservò una lancia vicina, sottile e così bassa di bordo, che s'alzava appena un palmo dall'acqua; tutta nera, col nome in lettere d'oro: Saetta.

—È mia anche quella!—spiegò Nicla, seguendo lo sguardo del giovane.—È per me sola, ed esco quando il lago è calmo, perchè basterebbe un'onda ad ingoiarla.

Salirono: Nicla prese i fiocchi del timone, e ordinò ai barcaiuoli:

—Alla croda!

Bruno taceva, guardando le due ville da cui la lancia si allontanava, guardando la spiaggia, quel punto della spiaggia, l'acqua cilestre in cui tuffava la mano furtivamente perchè Nicla non lo scorgesse e lo sgridasse. E guardava Nicla, che non diceva più parola ella pure, come si fosse ella pure staccata dal mondo circostante.

Scesero alla Croda, rimandarono la lancia, che stette a girar lentamente nei dintorni.

—Vieni!—disse Nicla, prendendo Bruno per la destra.—Guarda qui; il laghetto che tu formavi con le tue mani; qui, dietro questo rialzo, era la capitale; in questa baia ricoveravi la goletta; e qui disponevi i tuoi soldatini. Ricordi, amore, ricordi tutto? Dimmi che ricordi tutto, bambino mio! Dimmi che sei ancora mio come in quei giorni!…

—Sono tuo, più che in quei giorni!—rispose Bruno.—Assai più che in quei giorni, Nicla!…

La giovane ebbe un lampo negli occhi.

—E anch'io!—disse.—Tutta tua, perdutamente. E ripensando al mio passato, m'accorgo che non sono stata mai d'altri che di te, e che il mio pensiero, la mia anima, non hanno appartenuto mai ad altri che a te.

Andò a sedere sul più elevato rialzo dello scoglio: e Bruno le si mise ai piedi. Ella continuò:

—Avevo promesso di cogliere per te balsami arcani. E ti ho dato il balsamo arcano di tutta la mia anima di fanciulla. Tu l'hai bevuta nelle mie carezze. Nessuno conosce la mia anima come tu la conosci; e da allora non si è mutata più….

Bruno le prese le mani e le baciò dentro il palmo, a occhi chiusi.

—Come tu sai essere forte!—egli osservò.—Tu sai parlare: io non posso….

—È vero!—disse Nicla.

—Sei più fredda di me!—rispose Bruno.

Un sorriso, uno strano sorriso sfiorò le labbra della donna.

—Credi?—domandò.—Io ho pensato molte cose in questi giorni, che mi hanno resa felice.

—Dimmele!—pregò Bruno.

—Non posso!—rispose Nicla scuotendo il capo.—Le capirai più tardi.
E da quando ho pensato così, sono diventata calma, e posso parlare.

—Io soffro orribilmente!—disse Bruno.

—Lo so,—riprese Nicla.—Ma io voglio inebbriarti di ricordi….

—Perchè?—domandò Bruno.

—Lo saprai più tardi!—ripetè Nicla. Stettero in silenzio qualche tempo; e Bruno levò gli occhi a fissar la donna, che appariva tutta candida sul turchino compatto del cielo.

—Come sei bella!—disse.

—Ti piaccio?—ella rispose.

—Nicla, non torturarmi!—esclamò Bruno, abbassando il capo.

Ella gli rialzò il volto perchè la guardasse ancora.

—Vedi?—osservò Bruno.—Tutto ritorna, tutto può ritornare; noi siamo ridiventati fanciulli…. Ma c'è chi non tornerà mai più e non godrà mai più questa luce.

—Ahimè,—disse Nicla.—È vero! E noi non possiamo nulla per lui….
Anche se gli dessimo tutto il nostro sangue, egli non guarirebbe….

Si scosse, come per gettar lontano un pesante mantello di dolore, e soggiunse con voce mutata, quasi gaia:

—Ma io posso altro. Egli mi ha detto «lei potrà fargli molto bene, signorina». E io gli farò molto bene, al suo fanciullo selvatico.

Bruno non ascoltava.

Aveva visto l'ombra di suo padre passare, la curva ombra senza denti, coi capelli bianchi e lunghi, con lo sguardo attonito spalancato nel vuoto.

Nicla comprese e lo toccò su una spalla.

—Brunello!—mormorò.—Ora tornando, andremo a vedere il giardino della mia villa….

—Dove io sono venuto a cercarti?—chiese Bruno.

—Ma sì; dove tu mi hai detto: «Signorina, vieni ad aiutarmi!».

—E chi c'è ora laggiù?

—Il mio papà e la mia mamma….

—E alla villa Florida?

—Una famiglia inglese.

—E vedremo anche la villa Florida…?

—Non ti ho detto che voglio inebbriarti di ricordi?

—Che folle idea!—esclamò Bruno.

Ella si guardò in giro per istinto, e poi rapida, afferrò tra le mani il volto di Bruno e lo baciò sulla bocca. Egli n'ebbe una scossa che parve sospendere i battiti del cuore.

—Sei molto crudele!—disse.

Nicla sorrise senza rispondere, e col fazzoletto fe' cenno alla lancia di avvicinarsi.

—Sai?—riprese Bruno, trovando per un attimo un poco di gaiezza.—Ho fatto cacciar di casa Duccio Massenti….

—Non ischerzi?—esclamò Nicla stupefatta.

—Non ischerzo. Ho raccontato alla mamma qualche cosa, la gita in barca, la nostra conoscenza di dodici anni or sono. E la mamma è rimasta molto colpita da quell'episodio. Non so che cosa sia avvenuto poi; ma Duccio Massenti non si vede più….

—Te ne sei fatto un nemico mortale!—osservò Nicla.

—Mi duole che tu mi dica questo; dovevo dunque temerlo e accoglierlo, per non avere il suo odio?

—Hai ragione!—disse Nicla.—Tu non hai paura.

Diresse la lancia verso la riva, per discendere presso la villa
Carlotta.

La villa era ancora abitata dai genitori di Nicla; essi vi passavano l'intero anno; al cavalier Maurizio era stata data la commenda della Corona d'Italia, non si sapeva perchè; probabilmente perchè non l'aveva, dicevano i maligni.

Ma rimasti soli l'uno e l'altra, la signora Carlotta e il commendatore Maurizio, s'eran dati a curare tremendamente il loro egoismo. leggevano libri d'igiene e si scambiavano le scoperte che andavano facendo.

Prima era stata la signora Carlotta la quale aveva letto che per conservarsi arzilli e svelti bisognava mangiar molto; e tutt'e due mangiavano molto, fin che potevano, e a tutte le ore. Poi il commendator Maurizio aveva letto che il segreto della longevità stava nel mangiar poco; e tutt'e due s'eran messi a mangiar poco, fino a patir la fame.

Un igienista illustre sosteneva che le fregagioni vigorose dopo il bagno erano salutifere; e tutt'e due dopo il bagno si facevan fregar dal domestico e dalla cameriera fino a diventar rossi come gamberi cotti.

Era poi venuto il giorno della ginnastica svedese: e di tanto in tanto si vedeva il commendator Maurizio tirar pugni all'aria, lanciar calci, sbuffare, piegarsi innanzi e indietro; e la signora Carlotta allargar le braccia, buttarle avanti, alzarle al cielo, contando: «uno, due; uno, due»! E nelle ore di quiete, si rallegravano.

—Io, già, da quando mangio poco, sto meglio!

—Quella ginnastica! È un portento! Dormo tutta la notte!…

—E le fregagioni? Non so come ci sia gente che possa vivere senza farsi fregare!

—E le docce tepide?

—E il riposare con la testa bassa e le gambe alte?…

Si estasiavano sui varii trovati che andavano seguendo con vero scrupolo. La ginnastica svedese li faceva sudare a catinelle, perchè erano ambedue corpulenti; ma non l'avrebbero trascurata a nessun patto; e la mattina s'incontrava la signora Carlotta, che percorreva le stanze del primo piano, contando «uno, due; uno, due» e roteando le braccia e allargandole e alzandole, seguita a breve distanza dal commendatore, che tirava calci da mulo e soffiava come un mantice.

I domestici li osservavano indifferenti. Avevano finito col credere che fossero diventati pazzi ambedue, d'una pazzia dolce ed innocua. E si scansavano al loro passaggio per non toccar qualche calcio, che li avrebbe mandati a ruzzolare molto lontano.

D'ogni altra cosa al mondo i due vecchi non si occupavano più.

Sapevano che Nicla era felice, e puntualmente la domenica andavano a trovar lei e il genero.

Il commendatore diceva che quel saponaio era un brav'uomo; ma che anche il conte Duccio sarebbe stato un marito ottimo. Gli anni eran passati, ed egli era rimasto della sua opinione.

La signora Carlotta, poi, parlando di Duccio, non mancava di dargli dell'asino, perchè non aveva mai scritto; o domandava ancora a sè stessa e al marito quale segreto Nicoletta avesse potuto scoprire in barca.

Poi riprendeva: «uno, due; uno, due»; mentre il marito sparava quattro calci all'aria, come per punteggiare il discorso.

Nicla raccontava ridendo a Bruno quelle piccole manìe dei due vecchi, mentre la lancia si avvicinava alla spiaggia.

—E tu,—disse Bruno,—non hai svelato il segreto che avevi scoperto?

—No,—rispose Nicla.

—Neppure a me non hai voluto dirlo,—osservò Bruno.

—Naturalmente: un segreto non è più segreto, se si racconta….

—Per me è stato il segreto di pulcinella!—disse Bruno.

La giovane non aggiunse parola.

Toccata proda, ella scese prima dalla lancia.

—Vieni!—disse a Brunello.—Non troveremo nessuno; a quest'ora stanno facendo la siesta.

Entrarono nella villa chetamente, facendo segno al portiere di non muoversi, e volarono nella sala da pranzo, a pian terreno.

—Guarda,—disse Nicla, mostrando a Bruno il limitare della porta che dava sul giardino.—Io ero qui, seduta in una poltrona; e stavo pensando che la vita d'una fanciulla è molto noiosa e stupida, e che io meritavo qualche cosa di meglio: che sapevo io? qualche cosa di non comune…. In quell'istante tu sei sbucato di laggiù, dietro la siepe, e mi sei corso incontro, dicendomi: «Signorina!…». Eri tutto vestito di bianco; anch'io era vestita di bianco….

S'interruppe: guardò Brunello; e soggiunse:

—Come oggi…. E subito io t'ho dato la mano, e tu mi hai ricondotta alla riva per ripescar la goletta. Era una giornata calda come questa, ma soffiava il vento. Tu m'hai presa l'anima quel giorno.

—E io quel giorno t'ho data la mia! rispose Bruno.

Istintivamente le loro mani si cercarono e si strinsero.

—Ricordi ancora tutto?—domandò Nicla.

—Ogni più piccolo particolare,—disse Bruno.—Tu avevi un cappello coi papaveri. Io ti dissi che eri bella, e ti baciai sulle guance. Tu mi stringesti al petto. Ti chiamai Nicla; e tu mi dicesti di chiamarti sempre così….

—Sono passati dodici anni, amore mio!—mormorò Nicla.

—Sì; dodici anni per me terribili, tra il fracasso e lo spavento; ma non ho dimenticato nulla, nè di quel giorno, nè di tutti gli altri che passammo insieme; nè quella prima parola, nè quelle che dicemmo poi.

—Nessuna donna ha potuto cancellarmi dal tuo cuore?—domandò Nicla.

—Quali donne? Non ne ricordo una!

Tacquero; rimasero a fissar dal limitare il giardino che il sole dorava; e sul terreno si profilavano qua e là nere le linee dei fusti, le macchie chiomate delle fronde; nessun soffio alitava; frinivano sotto i raggi roventi le cicale.

—Ora andiamo,—disse Nicla, che teneva Brunello per mano come un bambino.—Vuoi vedere la villa Florida?

—Sì,—rispose Bruno.

—Non potremo entrare,—osservò la giovane.—È occupata, e non conosco quella famiglia.

—Non importa; la vedrò da lontano.

Uscirono sulla strada, e in breve giunsero alla villa Florida.

Il cancello era chiuso; ma si vedeva di là tutto il giardino, e sul fondo la villa cinerea, a metà coperta dall'intrico degli alberi che le stavano innanzi. Nulla era mutato; avevan dipinto in quegli anni più volte la villa intera e le persiane, sempre conservando il colore smorto che s'intonava con le gradazioni di verde. Sventolava sul frontone non più la bandiera azzurra del conte Fabiano, ma la bandiera bianca e rossa d'una famiglia ignota.

Bruno passò le braccia attraverso le sbarre che formavano il cancello e rimase immobile, silenzioso, a guardare. Nicla fece lo stesso gesto, congiunse le mani di là dalle sbarre, e pregò.

XXV.

Verso sera, vincendo l'ebbrezza che l'aveva invaso durante la gita alla Croda e il pio pellegrinaggio a villa Florida, Brunello si mise presso la zia Amelia che ricamava; e tenendo nelle mani una matassa di seta dai varii colori, passava alla vecchietta le gugliate via via ch'ella le chiedeva.

—Non potrete dire,—osservò zia Amelia ridendo,—che io non ho un bel cavaliere. Contassi cinquanta, solo cinquant'anni di meno, tutti mi sarebbero addosso per tenermi lontana!

In un angolo, Gigi Barbano chiacchierava con Nicla.

Quella frase di zia Amelia doveva rammentargli un discorso che la zia gli aveva tenuto mentre Nicla e Brunello erano fuori.

La vecchietta capiva l'amicizia del ragazzo con la giovane signora; ma n'era un poco inquieta e ne aveva detto qualche timida parola con Gigi. Nicoletta era candida e fidente come una fanciulla; Bruno era onesto e leale; e zia Amelia non temeva nè dell'uno, nè dell'altra; ma temeva di qualche cosa di più forte dell'uno e dell'altra: della loro età, dell'amore, della passione che travolge le anime pure a guisa delle più corrotte; il candore stesso di Nicoletta era un pericolo. Una donna astuta ed esperta sfugge le occasioni, evita le intimità; una donna ingenua v'incappa ad ogni passo e non sa nè prevederle, nè difendersene.

Zia Amelia aveva fatto osservare tutto questo con abili perifrasi, girando largo, a suo nipote. Non che volesse far vigilare i due giovani e mostrar diffidenza; ma sarebbe stato prudente non lasciarli sempre a viso a viso, in una familiarità della quale era difficile ormai stabilire i confini.

Gigi Barbano aveva risposto ch'era più sicuro di Nicoletta che di se medesimo; che quel ragazzo gli ispirava una pietà profonda; gli avevan tolto il padre ch'egli amava teneramente per rinchiuderlo in una casa di pazzi donde non sarebbe uscito mai più; la madre sua, a dir poco, leggera e volubile; il patrimonio ridotto a qualche centinaio di migliaia di lire, le quali sarebbero durate, sì e no, un anno col malgoverno della contessa. Che rimaneva a Bruno? L'amicizia di Nicoletta, la fiducia di lui, Gigi. Non altro. Egli aveva promesso a Bruno d'essere un fratello, ed era; come Nicoletta era una sorella per lui.

Zia Amelia non aveva insistito.

Ma la frase voleva far presente a Gigi il colloquio di poco prima.

—Un bel cavaliere!—disse Gigi alzandosi e avvicinandosi a
Brunello.—Un bel cavaliere che tutte le donne vorranno disputarsi!

Nicla represse a mala pena un sussulto.

Le parole venivano opportune a rammentar l'audacia di Claudia Viviani; la quale, respinta, s'era messa a capo d'un gruppo di pettegole per bene che andavano sparlando di Nicla, di Bruno, di Gigi; e certo aveva già spedito a quest'ultimo buon numero di lettere anonime.

—Io preferisco esser cavaliere di zia Amelia!…—rispose Brunello sorridendo.

—E le piccole ragazze di Parigi? e le dame bionde di Vienna?—insinuò
Gigi.

Nicla serrò le mani per angoscia.

—Ascolta!—esclamò Bruno, abbandonando la matassa e tendendo avido l'orecchio.

Dalla finestra spalancata entrava un'onda di suoni.

Eran le campane delle reti che affioravano; eran le campane del paese che annunziavano il vespro; eran da lungi le campane delle mandre che tornavano alle stalle: una musica lieve portata lievemente sull'aria.

—Com'è bello!—disse Bruno, che s'era affacciato.

Ai colori brillanti del giorno erano subentrati i fragili colori del tramonto: un morbido color di rosa che sfumava a poco a poco nel color di perla; un pallido cilestre che a poco a poco sfumava nell'argento: e l'acqua, riflettendo con delicata armonia le mezze tinte, aveva le iridescenze dell'opale.

Nicla s'era levata a sua volta e s'era posta a fianco di Bruno presso la finestra.

Ella ricordava.

Quanto l'avevan fatta piangere quegli spettacoli di mestizia, e quei suoni che s'intonavano alla dolcezza dell'ora! Il crepuscolo nella campagna per lei era stato, durante lungo tempo, il più pauroso momento della vita. Aveva perduto Brunello. Tutto diceva che non sarebbe tornato mai più; e non aveva persone a cui confidarsi. Le campane singhiozzavano qua, là, sui monti, in basso, da lungi e da vicino; il sole calava tra una pioggia di cenere; e Brunello viaggiava, chiamandola invano com'ella chiamava lui, e le loro voci andavano disperse nella vastità del mondo.

Ed era tornato, subitamente.

Era a un passo, appoggiato alla finestra, l'occhio velato da soave tristezza e un incerto sorriso sulle labbra. Era a un passo; e le apparteneva come cosa sua, nel più profondo del cuore; ella sapeva il pensiero di lui, ed egli sapeva il suo pensiero; ella poteva fare di lui ciò che più le fosse piaciuto, ed egli di lei poteva disporre come d'una schiava.

—Amore!—sussurrò Nicla così piano, che Bruno solo udì, quasi la voce venisse dal cuore più che dalle labbra d'una donna.

L'eco delle campane si smorzava con lento rintocco. Il cielo era ormai tutto grigio, e le acque riprendevano il loro color verdastro.

Ma dal giardino sottostante s'innalzavano volute di profumi con una sinfonia più vasta che non fosse stata tra il cielo e l'acqua.

Erano aromi che venivano dai cespi immersi nell'ombra come in un mistero; dardi velenosi che ciascun fiore vibrava; parole di voluttà che esalavano dalle corolle; incitamenti al piacere che traboccavan dai calici; e tutti insieme si dilatavano nell'aria, ebbri ed inebbrianti, nell'ultimo spasimo della morte che impendeva, nell'ultimo brivido che precedeva la notte.

Salivano, oscillavano, si moltiplicavano, si diffondevano, si facevan più acuti, bagnavano il viso, penetravan le carni di Nicla e di Bruno, affacciati su quel prodigioso veleno.

E Nicla aveva la visione d'infiniti piccoli mostri lascivi che si tenevan per mano, superbi di straordinarii colori, armati d'armi variopinte, chiomati di chiome cangianti, screziati, spruzzati, gemmati, picchiettati, che le si serravano e le danzavano una tresca furiosa intorno.

Sentendosi prender dalla vertigine, si ritrasse prestamente e si rifece a parlare con Gigi e con zia Amelia. Ma Bruno rimase alla finestra per bere tutto il veleno che i fiori gli prodigavano e impallidire di desiderio e di passione.

Ogni giorno e per tutti i giorni ch'egli rimase a villa Barbano, quella sorda tempesta andò in lui e in Nicla imperversando.

L'uno e l'altra resistevano perchè Gigi era tra di loro, e la sua presenza li richiamava alla realtà; innanzi a lui svanivano i sogni, e i pensieri obliqui si ritraevano sconfitti.

Ma il desiderio era così atroce, la lotta così vana, che Brunello schivava la sua amica; toccava a lei andare a cercarlo e condurlo a rivedere i luoghi più cari; pareva che la vertigine rattraesse, o che avesse da tempo deliberato d'abbandonarvisi e di morirne.

Gigi Barbano, il quinto giorno, annunziò che ripartiva per Milano.

Brunello s'offerse di riaccompagnarlo.

—No,—rispose Gigi.—Tu rimani; io starò assente un giorno e voglio ritrovarti qui.

Soggiunse:

—Vi affido alla custodia di zia Amelia.

La vecchia disse:

—Conducilo con te; andrete e tornerete insieme.

Gigi non rispose, e partì. L'inquietudine di sua zia lo indispettiva come una tacita offesa a Nicoletta.

Un'ora dopo la partenza di lui, giunse un telegramma di Clara Dolores.
Aveva scelto finalmente la campagna, e desiderava salutare Brunello.

Egli disse a Nicla, mostrandole il telegramma:

—Partirò questa sera.

Nicla riflettè un istante, poi rispose:

—Puoi partire domattina.

E guardandolo negli occhi, soggiunse con voce breve:

—Siamo soli!… Resta!…

XXVI.

Andarono sul tramonto a salutare il bosco di cerri e di castagni, che chiudeva, come perle in un monile, i ricordi più belli nelle ombre e nei silenzii delle sue verzure.

Non v'erano stati mai, quasi temendo che innanzi a tanta gioia e a tanta mestizia le forze avessero ad abbandonarli.

Bruno aspettava sulla soglia della villa. Si volse udendo il passo di
Nicla, e si sbiancò in viso.

Ella era apparsa, tutta chiusa in un abito color d'acciaio, con un morbido cappello bigio messo di traverso sulla chioma a guisa del feltro d'un arlecchino; e aveva i guanti bigi lunghi fin oltre il gomito.

Bruno la squadrò da capo a piedi desiderosamente, e non disse nulla.

Ma mentre s'avviavano, Nicla raccontò:

—Sai che quando eri piccino, mi facevi qualche volta paura? Avevi di tratto in tratto idee così strane, che mi domandavo chi tu fossi e donde venissi. Mi sembravi un faunetto sbucato da una siepe, e pensavo a un quadro che avevo visto a Roma e mi aveva molto offesa qualche anno prima.

—L'avrò veduto anch'io, forse,—mormorò Bruno.

—Forse,—ripetè Nicla.—Alla galleria Corsini.

Esitò un poco, e quindi aggiunse:

—Un piccolo quadro, nel quale un fauno, appostato dietro una quercia, allunga la mano a denudare una ninfa che dorme; e il tramonto è rosso.

—Lo rammento,—disse Bruno. Egli era turbato; ella gaia e sicura

—Siamo soli,—disse, varcato appena il limitare del bosco.—Non ti senti felice?

Il bosco era incendiato dal tramonto, sul cui fondo spiccavan più decisi i fusti dei cerri e dei castagni; gli archi formati dalle fronde sembravano gallerie in fiamme, dentro le quali oscillavano stupendi riflessi d'oro.

A mano a mano che Nicla e Brunello inoltravano, si spegnevano le voci del mondo, e alle loro spalle si chiudevano le dense cortine di fogliame, mosse dal brivido d'una brezza impercettibile che veniva dal lago.

—Ecco,—disse Nicla.—Qui in questa radura, mi sei parso un faunetto impertinente; e qui un'altra volta mi dicesti che volevi fare uccidere Duccio.

—Com'è bello,—osservò Bruno,—il riflesso di porpora sul tuo vestito d'acciaio! Sembra che la tua anima proietti una luce.

—Ti ricordi il giorno in cui ho messo per te un abito simile a questo?—domandò Nicla.

—L'ultimo giorno. E tu non volevi dirmi che lo avrei indossato per me. Io ne rimasi tanto mortificato….

Nicla rise.

—È vero, è vero!—esclamò.—Abbassavi il capo e mostravi il broncio.

—…. tanto mortificato, che finisti col confessare!—soggiunse Bruno.

—Strana cosa! Già allora,—osservò Nicla,—io facevo per te quel che si fa per un amante; e tu godevi con la intelligenza d'un uomo.

La radura s'era allargata; il terreno molle e grasso era invaso da ampie chiazze di color porporino, simile a sangue vivo; molti alberi eran caduti sotto la scure, e un cumulo di tronchi era disposto a gradi sopra un lato.

Nicla sedette. Bruno s'accovacciò ai suoi piedi.

—Ascolta!—disse Nicla.

Tesero ambedue l'orecchio.

Veniva dal fondo uno stormire di foglie, un frullo, un pispigliare sommesso, come se il bosco intero agitato dalla brezza fosse stato percorso da un fremito voluttuoso; e di tanto in tanto qualche vecchia corteccia si screpolava scricchiolando.

Sole voci del mondo, giungevano confusi, quasi interrotti dall'intrico di foglie e di rami, i suoni delle campane che la lontananza faceva più flebili. Su qualche tronco le cicale ostinate mandavano con le elitre uno stridulo saluto al giorno agonizzante.

Aliava intorno lo spirito del bosco, che chiedeva ombra dopo tanto sole. Il cielo trascolorava: si smorzava la porpora, si faceva opaco l'oro.

Nicla parlò sottovoce, mentre, appoggiato un gomito sulle sue ginocchia, Bruno la guardava.

—Qui ti ho cantato i versi la prima volta,—ella disse.

—Sì,—rispose Bruno.

Anch'egli parlava a bassa voce, per non turbar le armonie e la deliziosa pace del luogo.

—Sì, e da quel giorno ho cercato con bramosia i libri a ritrovar la musica che tu mi avevi svelata.

—Qui,—seguitò Nicla,—i nostri destini si fusero, e io promisi a me stessa inconsciamente che sarei stata tua sempre. Tu potevi da quel giorno chiedermi l'anima e t'avrei dato l'anima; l'amore, e t'avrei dato l'amore; la vita, e t'avrei dato la vita. Io ti darò tutto questo, bambino mio, perchè te l'ho promesso quando ancora tu non sapevi.

Bruno mosse le labbra, e Nicla lo fermò.

—Ascolta!—disse.

Il vento s'era alzato più forte; il brivido delle fronde riempiva lo spazio. Era uno scroscio, uno schianto che scuoteva tutto fin nelle più intime latebre il bosco, dalla vetta del monte all'estremo lembo che fiancheggiava la strada; e dondolavano i cimi degli alberi, e le chiome di mille verdi si mescevano; tremavan gli archi delle imaginarie gallerie, si scomponevano, si riformavano. Un ritmo ignoto agli uomini conduceva la lenta danza di foglie e di rami.

Nicla rispose:

—Ora tu mi devi giurare.

Bruno la fissò. Spiccava sopra uno sfondo paonazzo, tutta serrata nel suo abito d'acciaio come in una sacra armatura, e il busto svelto ed eretto balzava su dalla sobria curva dei fianchi. Aveva nel volto diffusa una bellezza nuova serena, e dentro gli occhi una fiamma ferma e costante.

—Tu mi devi giurare,—ella seguitò, vedendo lo sguardo interrogativo di Bruno.

—Perchè?—domandò il giovane.

—Non chiedere. Giurami che qualunque cosa avvenga, tu non morirai.

—Io volevo morire,—confessò Brunello, chinando la fronte,—volevo morire. Chiederti l'amore per una volta sola, per una sola notte, e poi morire con te.

—No!—disse Nicla con un gesto risoluto del capo.—Devi vivere.
Giurami che vivrai.

—Oh, amica mia,—proruppe Bruno,—io non ho mai conosciuto la felicità. Volevo berla dalla tua bocca e morire.

—No!—insistette Nicla.—Devi vivere. Giurami che vivrai!

Bruno esitò un istante, poi interrogò:

—Se giuro, tu sei contenta?

—Sarò molto contenta. Non chiedo altro.

—Giuro!—disse Bruno.

—Per quel che hai di più sacro al mondo?

—Per quello che ho di più sacro al mondo.

—Per la vita di tuo padre e di tua madre?

—Per la vita di mio padre e di mia madre.

Il seno di Nicla si sollevò in un grande respiro di pace; ella afferrò
Bruno e lo strinse fra le braccia.

—Ora posa il capo nel mio grembo,—seguitò con espressione di gaudio che le tremava nella voce e le traluceva dallo sguardo.—E ti dirò il canto che ti piaceva, bambino!

Curva su di lui, sfiorando con le mani leggere il volto e i capelli di Bruno che le apparteneva, disse con la voce limpida di cristallo, armonica di penombre e d'inflessioni:

    Ti rapirò nel verso; e tra i sereni
    Ozi de le campagne a mezzo il giorno,
    Tacendo e rifulgendo in tutti i seni
                  Ciel, mare, intorno,
    Io per te sveglierò da i colli aprichi
    Le Driadi bionde sovra il piè leggero
    E ammiranti a le tue forme gli antichi
                  Numi d'Omero.

Bruno aveva chiuso gli occhi e scivolava lentamente in un abisso profondo di voluttà.

Gli venivano incontro, recati da quella voce ch'era per lui divina, gli incantevoli ricordi della sua infanzia. Ed era ancora fanciullo, e le formidabili cose della vita, e il ghigno del destino e le ansie e le torture e le speranze cupe e il bisogno di guerra e la strada spalancata innanzi ch'egli doveva percorrere fra i triboli fino al fondo, e i dèmoni che lo rodevano, e l'odio e il dispregio che gli davano amaro alla bocca, e il sarcasmo e la sottile ironia velenosa, tutto era scomparso come sparivan le furie di Saulle al dolce tocco dell'arpa di Davidde.

E una giocondità sconosciuta gli saliva dal cuore, una confidenza nella sorte, che è arcigna un giorno, e un giorno generosa.

Non lo circondavano ancora le braccia della donna infinitamente amata? Non susurrava ancora intorno a lui il diletto bosco? E la luce non era ancor tutta porpora e di viola e d'oro? Non aleggiava la musica sovrumana dei sogni sconfinati che lo esaltavano in altri tempi?

Ecco; tornava fanciullo; era il faunetto impertinente; pensava alla Croda grinzuta, al Re moro, alla bandierina con l'asinello, e voleva far uccidere Duccio che aveva offeso Nicla.

    Noi coglierem per te balsami arcani
    Cui lacrimâr le trasformate vite,
    E le perle che lunge a i duri umani
                  Nudre Anfitrite.
    Noi coglierem per te fiori animati,
    Esperti de la gioia e de l'affanno:
    Ei le storie d'amor dei tempi andati
                  Ti ridiranno.