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La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 1 cover

La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 1

Chapter 98: I.
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About This Book

The work offers a chronological account of Mediterranean naval warfare during the first half of the sixteenth century, tracing campaigns mounted to suppress large-scale Muslim piracy and describing the evolution of the Papal maritime force. Organized into chapters that follow successive captains and campaigns, it combines narrative of sea actions and coastal operations with technical discussion of ship construction, artillery, naval tactics and fortification design. The author intersperses archival documents, contemporary extracts and detailed notes to illuminate operational decisions, logistical arrangements and the political frictions among Christian powers involved in anti-piracy efforts.

LIBRO SESTO.

CAPITANO GENTIL VIRGINIO ORSINI,
CONTE DELL'ANGUILLARA.

[1534-1548.]

PARTE PRIMA.
DAL 34 AL 37.

[12 ottobre 1534.]

I. — Esultarono i Romani la notte del dodici d'ottobre, quando alla suprema dignità col nome di Paolo III salì il cardinale Alessandro Farnese, strettamente congiunto con quasi tutte le grandi famiglie della città, tra le quali niuno più da un secolo, dopo Martino V, aveva tenuto le somme chiavi: e il nuovo Eletto fin dal principio, alle amorevolezze della sua patria corrispondendo, non dissimulò il proposito di rilevarne la sorte, affidando ai concittadini suoi secondo il merito le cariche vacanti, massime della milizia e della marineria. L'inclita progenie degli Orsini[500], pari a qualunque delle maggiori di Roma e di fuori, e tanto conosciuta, quanto basta per iscusare ogni altro discorso intorno agli altissimi pregi di antichità e di grandezza, cui non potrà mai nulla aggiugnere l'adulazione nè togliere la malignità, tra le prime provò gli effetti dei nuovi favori diffusi sul patriziato romano: ed il supremo comando del mare venne affidato a Gentil Virginio Orsini, conte dell'Anguillara, uomo per arte e per valore da essere annoverato tra i primi marini del suo tempo, che pur n'ebbe di molti e di eccellentissimi. Prospettando il pelago dai littorani castelli dei suoi maggiori[501], aveva posto il Conte fin dalla prima età amore e studio grandissimo alle cose del mare; e coi propri navigli militando prima e dopo, anche in Francia, giunse a meritarsi, quantunque straniero, la rarità dell'ordine di san Michele, e il grado di luogotenente generale nelle marittime armate del re Francesco. Stringomi ora alle cose romane, e incomincio coll'inedito documento della sua nomina[502]:

[20 novembre 1534.]

«Paolo papa III al diletto figliuolo Gentil Virginio degli Orsini, conte dell'Anguillara, e capitano generale delle nostre galèe. — Figlio diletto, salute ed apostolica benedizione. — La nobiltà del sangue e dell'animo tuo, la singolar fede e devozione che sempre hai dimostrato verso di Noi e verso l'apostolica Sede, della quale tu sei nobil suddito, giustamente ci fanno volgere il pensiero a te per chiederti il fedele servigio della tua spada e del tuo senno a beneficio nostro e della Sede predetta. Nella fiducia dunque di vederti degnamente corrispondere alla grandezza della inclita casa tua ed alle nostre fondate speranze in tutto quello che ti verrà commesso, noi per autorità apostolica e pel tenore del brevetto presente a nostro beneplacito facciamo, costituiamo e deputiamo te stesso (che anche secondo le ragioni del sangue sei nostro parente) per Capitan generale delle galèe nostre tanto esistenti quanto da essere costruite di nuovo, e di più per commissario nostro nel porto e nella terra di Civitavecchia, con tutti gli onori, pesi, giurisdizioni, facoltà ed emolumenti, secondo le leggi e le usanze appartenenti ai capitani generali delle galèe ed ai commissarî nostri nei predetti porto e terra. Quanto agli stipendî, noi fin d'ora confermiamo e vogliamo osservati i capitoli della tua condotta, intavolati tra te e il diletto figlio Agostino (Spinola), del titolo di santo Apollinare prete cardinale, nostro e della santa romana Chiesa camerlengo, come se qui fossero integralmente inseriti. Noi pertanto in virtù di santa obedienza comandiamo a tutti e singoli gli uomini della predetta terra, porto e galèe; ed a quelli di tutto lo Stato e dominio della santa Chiesa romana, specialmente dei luoghi littorani, tanto del Tirreno quanto dell'Adriatico, e similmente a tutte le comunità, popoli e particolari persone, ed ai loro governatori comandiamo che ti riconoscano per Capitano generale delle galèe e per commissario nostro, e ti obbediscano come si deve e si suole, e ti diano sempre e dovunque favore ed assistenza. Altresì comandiamo a coloro cui spetta di somministrarti ciò che ti devono secondo le leggi e le consuetudini, non ostante qualunque cosa in contrario. Vogliamo tuttavia che, prima di prender possesso del detto ufficio, tu debba essere tenuto a prestare il consueto giuramento nelle mani dell'istesso Camerlengo, ed a promettere e mantenere le altre convenzioni, secondo il tenore dei predetti capitoli.»

«Dato in Roma, addì venti del mese di novembre, 1534. Anno primo del pontificato. — Blosio. — Agostino cardinal camerlengo.»

[7 dicembre 1534.]

II. — Appresso a questo Breve, potranno gli archivisti, che ora rimettono a sesto le carte, registrare l'istrumento della condotta di Gentil Virginio alla guardia del mare, secondo l'indicazione che qui ne do senza volerlo ripetere io, perchè simile agli altri due già pubblicati e commentati pel Biassa e pel Vettori. Al mio proposito può senz'altro bastare il preambolo per stabilire brevemente, e con documenti inediti, la certezza dei fatti, dei luoghi, delle persone e delle date[503].

«Giorno di lunedì, sette del mese di dicembre, anno 1534. — Il reverendissimo in Cristo padre e signore Agostino Spinola del titolo di santo Apollinare prete cardinale Perugino, e della santa romana Chiesa camerlengo, asserendo ed affermando di avere nelle mani certi capitoli, convenzioni e patti da essere stipulati, contrattati e celebrati coll'illustrissimo signor Gentile Virginio Orsini conte dell'Anguillara, sopra la condotta del predetto signor conte Gentile per capitano generale deputato alla custodia del mar Tirreno e della Spiaggia romana, capitoli già conosciuti da sua Santità, e firmati e stabiliti, secondo l'infrascritto tenore; e volendo come si deve obedire al comando sovrano, e provvedere altresì alla sicura navigazione del detto mare ed alla comodità di chiunque vada o venga alla romana Curia, però il predetto reverendissimo signor cardinale Camerlengo coll'intervento, assistenza e consenso dei reverendi in Cristo padri, signor Ascanio vescovo di Rimini e tesorier generale di nostro Signore, e di Giovanni de Gaddi, e di Uberto di Gambara vescovo di Tortona, chierici della Camera apostolica, insieme congregati a questo effetto, e rappresentanti tutta la Camera apostolica, per comandamento di nostro Signore da una parte, ed il predetto illustrissimo signor Gentile Virginio Orsini conte e presente dall'altra parte, intorno alla condotta del predetto Conte per capitan generale sopra la guardia del detto mare e spiaggia, gli uni e l'altro stabilirono, contrassero, e celebrarono i seguenti capitoli, patti e convenzioni, nel modo infrascritto.... eccetera.

«Fatto in Roma, nel borgo di san Pietro e nel palazzo di residenza del predetto reverendissimo signor cardinale Camarlengo, giorno, mese ed anno come sopra.»

Dunque Paolo III procedeva intorno alle faccende del mare con molta speditezza e sollecitudine: esso in men di due mesi di già aveva in pronto brevi, strumenti, capitano e squadra. Dodici galèe apparecchiavansi pel Conte: le tre della guardia, permanente in Civitavecchia, e le altre di nuova costruzione acquistate in Genova da Paolo Giustiniani, luogotenente della squadra romana[504]. Paolo, nobile veneto, ed eccellente marino[505], mostrava tra noi l'istessa bravura e diligenza che tutti in lui avean lodato per l'assedio di Rodi[506]. Il Conte altresì faceva prodigi: arrolava in pochi giorni millecinquecento fanti, quasi tutti veterani delle bande di Renzo e degli altri della sua casa, cresceva le genti di capo, chiamava marinari e maestranze dalle province, raccoglieva vittuaglie e munizioni, metteasi in punto per essere dei primi ad ogni fazione.

E ciò con molta ragione, perchè nell'invernata tutti sparlavano di Barbarossa, e dicevano che dopo il fatto di Tunisi bisognava aspettarsi da quello impigliatore colle forze navali sue proprie, e coll'armata del Sultano, e colle squadre degli altri pirati, di vedere nella prossima primavera soggiogata la Sicilia; o almeno colpite di tal guasto le marine d'Italia, che si dovesse a petto della seconda stimare per nulla la desolazione fattavi nella prima passata. Perciò concorrendo la giustizia della causa, e la necessità della difesa, ed i clamori dei popoli, facilmente si accordarono insieme Carlo imperatore, e papa Paolo, di prevenire i danni proprî, anzi di portare la guerra nel paese nemico, per troncare l'oltracotanza della pirateria, dandole sul capo, e appunto colà nel regno di Tunisi, dove era men fermo, perchè più nuovo e più violento, il suo dominio. A tal fine il Papa rilasciava all'Imperatore le decime del clero; e doppie decime imponeva per tutta l'Italia[507]; per questo la sollecitudine e i rinforzi dell'armamento prescritti all'Orsino; e con impulso straordinario l'apprestamento di navigli, di munizioni e di genti in tutti i porti d'Italia e di Spagna. Il marchese del Vasto metteva assieme dodicimila fanti italiani, bellissima gioventù, sotto tre colonnelli; Girolamo Tuttavilla, conte di Sarno, già celebre pei fatti di Corone; Federigo del Carretto, marchese di Finale, alleato del principe Doria; Agostino Spinola, di quella casata che ha dato in ogni tempo eccellenti capitani ed ammiragli. Ottomila fanti tedeschi si raccoglievano sotto le bandiere del conte Massimiliano di Herbestein, ed altrettanti spagnuoli col famoso don Fernando d'Alarcone. Il principe Doria attendeva all'armata navale ed ai vascelli di trasporto per le munizioni, pei cavalli e per le artiglierie di assedio e da campo; avendogli l'Imperatore fatto intendere secretamente di volersi trovare in persona alla condotta di questa impresa. Per timore di Barbarossa e dei pirati in quest'anno medesimo papa Paolo cominciava a pensare alla fortificazione di Roma col Sangallo, al compimento della fortezza di Civitavecchia con Michelangelo, ed ai ristauri della rôcca d'Ostia col Cansacchi.

[2 marzo 1535.]

III. — La notte seguente al due di marzo il conte dell'Anguillara salpava colle dodici galere da Civitavecchia verso Napoli, ove intendeva congiungersi a don Pietro di Toledo, figliuolo del vicerè e capitano delle galèe del Regno. Ecco un altro documento da intestare nell'archivio domestico al nome del conte Gentile, della cui persona e navigli onorevolmente si parla. Breve e nitida letterina del capitano Giustiniani a Paolo III; scritta in volgare, meno le formole consuete in quel tempo della introduzione e della chiusura che sono in latino[508]: «Beatissimo Padre. Dopo l'umile raccomandazione di me stesso, e dopo baciati i Santi piedi; vengo a dire come credo che Vostra Santità per lettere dell'eccellenza del Conte intenderà che, essendo buon tempo, coll'aiuto di Dio questa notte ci partiremo per Napoli, e di là poi anderemo col resto dell'armata a trovare l'eccellenza del signor principe Doria. Le galere di Vostra Santità sono così bene armate, come ogni altra galera che sia per mare. Spero coll'aiuto di Dio, che il Conte mio padrone farà onore a Vostra Santità ed a sè medesimo, ed utilità alla religione cristiana. Io quanto più genuflesso mi raccomando alla Santità Vostra e bacio i santi piedi, pregandola si contenti avere per raccomandati i poveri miei figliuoli, e commettere al reverendo signor Datario che il memoriale dato a Vostra Santità abbia effetto. Bacio i santi piedi, pregando il signore Iddio che sana e felice conservi Vostra Santità. — Di Civitavecchia a dì 2 marzo 1535. — Umile servitore e schiavo, Paolo Giustiniani.»

[18 aprile 1535.]

Tre porti erano stati principalmente assegnati in Italia come centro della spedizione contro Tunisi: Napoli, Genova e Cagliari. Di qua le forze italiche, di là le oltramontane, nel mezzo la convergenza degli uni e degli altri, per procedere unitamente al punto obbiettivo. Il Toledo e l'Orsino, colle ventisei galere dello Stato e del Regno, erano fin dal mese di marzo in Napoli, ed aspettavano Antonio Doria, di nostra conoscenza, che doveva venire con altre ventidue galere scortando le quaranta navi grosse del marchese del Vasto colle fanterie italiane prese a Portovenere. Se non che, pesando ai due primi la tardanza del terzo, uscirongli incontro per congiungersi più presto con lui, che veniva lentamente di porto in porto, pigliando vittuaglia, artiglierie e gente, secondo che ne trovava apparecchiate: e così gli uni e gli altri capitarono a mezza via nel porto di Civitavecchia, dove altresì dovevansi imbarcare alcune fanterie nostrane scritte per l'Imperatore nella provincia della Marca[509].

[20 aprile 1535.]

Or mentre tanti bastimenti e così gran numero di soldati e di marinari incontravansi in Civitavecchia, venne il desiderio al Papa di vederli; e similmente alla gente raunata sul mare, il desiderio di riceverne la benedizione: cosa facile, e prestamente messa ad effetto. Perciò chiamarono a palazzo Biagio Martinelli da Cesena, prefetto delle cirimonie, e imposergli di allestire ogni cosa secondo il rito già usato da Sisto IV nel licenziare l'armata sua alla riscossa di Otranto contro i Turchi, come altrove ho narrato[510]. Biagio istesso, scrivendone il ricordo nei suoi diarî, dice essergli tornata vana ogni ricerca negli archivi, tanto fra le scritture del Burcardo, che del Volterrano, e di Paride (sia detto a nostro sollievo quando sovente ci troviamo in simile distretta): però conchiude di aver composto del suo una formola conveniente coll'approvazione del Papa, e spedito ai cardinali e a ogni altro della cappella l'invito di trovarsi tutti insieme nella sala del concistoro in Civitavecchia la mattina del ventitrè di aprile feria sesta, sull'ora di terza, per ricevere i capitani, consegnare lo stendardo, e dare la solenne benedizione all'armata. Aggiugne don Biagio che per certa sua infermità non si mosse di Roma; e in vece mandò a dirigere l'esecuzione Gianfrancesco Fermano, secondo cerimoniere e suo collega[511].

Aveavi nel porto dodici galèe del Conte, quattordici del Toledo, ventidue del Doria, in tutto quarantotto galèe; quaranta navi di alto bordo, il marchese del Vasto, il principe di Salerno, quel di Bisignano, lo Spinelli, il Caraffa, i due Sanseverini, il conte di Sarno, il marchese del Finale, lo Spinola e tanti altri capitani delle fanterie, e delle navi, e delle galere, con sopravi tra soldati, marinari e rematori, più di trenta mila uomini[512].

Questi sono fatti da tutti saputi o visti nel secolo decimosesto; ed altri simili saputi e visti seguiranno nei tempi posteriori, infino alla spedizione di Egitto.[513] Per l'occupazione di Roma ai nostri giorni io stesso ho veduto più volte andare e venire di Francia in flotta con armi, bagaglie, artiglierie e cavalli, dieci e venti mila uomini; e agiatamente nel porto di Civitavecchia compiere le operazioni di imbarco e di sbarco con celerità e sicurezza. Non all'amore di patria, nè alle passioni nostrane o straniere, nè ai capitani di inverno o di estate m'appello io: sì bene ai fatti, cui niuno può misconoscere, quantunque altri voglia fare le viste di obliarli. Al modo stesso, sostenuto dai fatti, ripeto che infino a cinque anni fa, quando io scrivevo e stampavo la mia Marina, e quando non correvano ancora i treni delle strade ferrate per la Liguria, nè per le province di Roma, nè pei trafori del Cenisio, allora il porto di Civitavecchia contava per uno dei centri della navigazione a vapore di tutti i paesi; non essendovi linea periodica di levante di ponente, che da Marsiglia e da Messina non facesse punta di andata e di ritorno nel porto medesimo; dove trovavano come altrove la comodità, e più che nei porti vicini la sicurezza. E quantunque d'inverno e col tempo cattivo si stia male da per tutto, nondimeno l'artificiosa struttura ed unica del nostro porto offriva ed offre ai legni combattuti dalle tempeste comodo ricetto e sicura stallìa; tanto che può dirsi arcirarissimo il caso di naufragio nel porto medesimo, come non di raro succede altrove. Lascio da parte Giovanni Villani, che, parlando di tempesta in Napoli, dice: «Quante galèe e legni avea in quel porto, tutti li ruppe e gittò in terra.» Lascio quel che tutti sanno di Livorno che non vi finisce burrasca che non lasci qualche bastimento in secco sotto al Marzocco. Lascio gli odiosi paragoni, i registri pubblici e le cifre arruffate. Basta ricordare il fatto dei giorni presenti, registrato nell'ufficiale Rivista marittima per raccogliere con certezza, come tra un centinajo di naufragî in men di due mesi, pei porti di destra e di sinistra, non se ne conti nè pur uno pel nostro; il cui movimento annuo, segnato dalla stessa Rivista ufficiale, risulta di tremila duecento otto bastimenti tra entrati e usciti, con cinquecentomila tonnellate, e trentamila persone di equipaggio, per l'anno 1872, che è il primo della decadenza. Si potrà nel tempo futuro ridurre ogni cosa al nulla, potremo cadere come Pisa e come Amalfi: ma non sarà giammai possibile annichilire i fatti del tempo precedente, nè censurare la verità delle proposizioni che li ricordano[514].

[23 aprile 1535.]

IV. — Torniamo a quei signori che aspettano in Civitavecchia, se pur gli abbiam lasciati, in procinto di salire nella sala maggiore della rôcca; dove il Pontefice, contornato dai cardinali e dai prelati della curia, vuole riceverli a pubblico concistoro. Entrano in frotta e in bellissime assise, odono dal supremo Gerarca parole di conforto, e vedono il tradizionale vessillo della Croce, da lui benedetto, passare nelle mani del conte Gentile per essere consegnato all'Imperatore. Appresso al Conte e al vessillo tornano i militari a bordo: e papa Paolo coi ministri salito in cima alla torre della stessa rôcca, quasi nel centro del porto, dove ora è l'orologio dei quattro prospetti, levando la voce e le mani al cielo, spande la papal benedizione sulla moltitudine genuflessa, pregando dall'onnipotente Iddio a loro favore e a difesa del popolo cristiano quella felicità di vittoria, che poco dopo di fatto conseguirono. Silenzio profondo, quando non volevasi altro udire che la voce del Pontefice; e scoppio di plauso, e suon di trombe e di campane, e salva generale di artiglierie, quando tutti si furono levati in piedi[515].

Parve tanto importante lo spettacolo della giornata, che papa Paolo, giusto estimatore delle cose grandi, volle conservarne la memoria ai tempi futuri con una medaglia storica. Io ne ho avuto alle mani nitidissimo esemplare e fresco di zecca per favore del cardinale Antonio Tosti, altre volte lodato; e ciascuno facilmente potrà trovarne l'incisione nelle opere dei noti illustratori della numismatica papale[516]. Nella medaglia voi vedete sotto ricco baldacchino nella sommità del campo, coperto il capo di tiara e gli omeri del grandioso ammanto, il pontefice Paolo III, tra suoi cardinali e ministri, distendere la mano in atto di benedire; e quasi direi in atto di pronunciare quelle parole che sembrano suonargli sul labbro, e che certamente rimpetto alla sua bocca si leggono scolpite nell'epigrafe: «LA . BENEDIZIONE . DEL . SIGNORE . DISCENDA . SOPRA . DI . VOI.» Attorno ai gradini del trono vedete i visconti e i decurioni della terra sorreggere le aste del baldacchino; appresso le mura merlate, sulle quali sovreggia la torre, dove si compie il sacro rito; e abbasso vedete nel porto la moltitudine dei navigli accalcati in scorcio gli uni sugli altri, supponendosi il maggior numero nascosto dal cerchiolino del campo, e dalla projezione prospettica della torre. Intorno spicca ritratto l'orizzonte del luogo verso il mare, sì come nel vero si presenta a chi riguardi da quella torre medesima inverso ponente la ampia insenata della valle dell'Alga, le colline di Tarquinia, e da lungi la chiusura dei monti che fan capo all'Argentaro.

Nel dritto della medaglia avete la figura ritratta a immagine di «Paolo.iii.pontefice.massimo», come quivi stesso si legge: ed egli vi si mostra scoperto il capo, calva la fronte, ricca la barba, e rabescato il manto. Fatto memorabile: e però spesso ricordato dai Farnesi, anche nelle pitture classiche dei loro palazzi, e nel celeberrimo di Caprarola[517].

[24 aprile 1535.]

Il giorno seguente, come per continuazione di tanta allegrezza, col vento favorevole di terra, tutto il naviglio sciolse le vele, coprì d'ogni intorno l'orizzonte, e a gruppi paralleli sulla perpendicolare del lido si rivolsero inverso la Sardegna, dove avevasi a fare la massa. Papa Paolo restossi per altri cinque giorni in Civitavecchia, infino al ventotto del mese, che tornò in Roma. Nel qual tempo le storie e i documenti municipali segnano il termine dei lavori della rôcca nuova, oggi detta la Fortezza, e ne attribuiscono il compimento a Michelangelo: sentenza confermata dalla perenne tradizione.[518] Non mica che il Buonarroti abbia disegnato di pianta e tirato su dalle fondamenta il mastio ottagono, perchè tale era già nel primitivo disegno di Bramante, cioè simile agli ottagoni anteriori di Civitacastellana, e di castello Santangelo; e tale pur disegnato vent'anni prima comparisce negli originali di Antonio Picconi[519]: anzi più fino a un certo segno di altezza doveva già esser murato nel chiudere il circuito della fortezza. Voglionsi però attribuire a Michelangelo, oltre al finimento, le decorazioni, che sono tutte di suo stile; belle, nobili e fiere, come si conveniva all'opera e all'autore. Certamente in questi tempi Michelangelo era tra noi, e in gran favore presso il Papa, famigliare ed architetto di palazzo[520]: certamente suo è lo stemma di casa Farnese, a gran rilievo sullo spigolo del sagliente con nobili e fieri svolazzi di travertino bugnato e rustico: similmente sua la cornice bellissima, che sostenuta da mensoloni coi gigli frapposti ti mostra il primo tipo di quel che egli stesso ebbe a fare dappoi nel cornicione notissimo dei palazzo Farnese in Roma.

[Maggio-giugno 1535.]

V. — Il mese di maggio, con buona parte del mese seguente, passò nel raunare l'armata, il convoglio e le genti, andando e tornando pel golfo di Cagliari questi e quelli da parti diverse a compiere il fornimento ed a mettersi in pronto per l'imminente fazione. Nello stesso tempo si raccoglievano le cifre, espresse dappoi colle consuete varianti da diversi scrittori. Noi possiamo ridurle come segue: dodici galèe del Papa, quattro di Malta, dieci di Sicilia, quattordici di Napoli, sedici di Spagna e ventidue del Doria, comprese le tre di Genova; in tutto settantotto galèe. Un galeone e dodici caravelle di Portogallo sotto l'infante don Luigi, fratello del re e dell'imperatrice. Più una trentina di legni minori tra fuste, galeotte e brigantini. La moltitudine delle navi a vela conteremo insino al dugento, per non crescerle oltre al bisogno che abbiamo di trasportare le munizioni, le vittuaglie, e li trentamila soldati tra italiani, spagnoli e tedeschi[521]. Alla testa di tutti la reale di Spagna, fatta costruire dal Doria in Genova, per la persona dell'imperator Carlo V: galèa di trenta banchi, e di sessanta remi a scaloccio, tutti in un piano, maneggiati da trecento rematori a cinque per remo: galèa per le misure di lungo e di largo maggiore di ogni altra, e similmente per forza e bellezza. Oro in ogni parte, profusione alla poppa, sculture, intagli, metalli, tappeti, seta, porpora. Soldati, marinari e gentiluomini in bellissime assise: gli stessi rematori vestiti di nuovo con drappi di raso e catene d'argento agli spallieri[522].

Qui mi bisogna avvertire che non solo i papi e i cardinali viaggiando per gli affari loro, ma anche gl'imperatori e i grandi ammiragli e i capitani del secolo decimosesto, per le spedizioni militari mettevano in non cale i vascelli di alto bordo, e pigliavano lor posto fermo sulle galèe. Esse duravano ancora come legni di linea per eccellenza, secondo quelle tattiche ragioni del movimento libero, che altrove ho largamente trattate, e qui coi fatti e cogli esempî tutte le volte confermo. V'avea tante navi all'armata, e tanti vascelli, e cocche e caracche comodissime e grandissime: ma Carlo imperatore, e il Doria generale, e ogni altro intendevano per uso proprio preferire il bastimento sopra tutto militare, cioè la galèa di vigoroso remeggio. Dunque i famosi vascelli dei tre ponti per mezzo al secolo decimosesto non ancora mettevano conto nella tattica navale. E quando dico bastimento, galèa, nave, vascello, e simili, io parlo nel proprio e tecnico significato di queste voci generiche e particolari, secondo la lingua nostra, non piacendomi l'equivoca miscela dei retori cinquecentisti, che scrivendo (particolarmente in latino) per seguire le eleganze classiche dei termini antichi confondono il significato tecnico dei moderni. Costoro chiamano monoremo la feluca e la fregata, chiamano bireme la fusta e la galeotta, dicono trireme per galèa, quadrireme per capitana, cinquereme per reale, sereme per imperatoria, eccetera; come se il remo fosse l'unità di misura esprimente coi multipli la maggior grandezza e dignità del bastimento. Peggio quando non sono costanti e coerenti con sè stessi o cogli altri nell'uso e significato della stessa voce; e quando con un solo vocabolo vogliono significare più specie; e sempre quando ingenerano falso concetto, trasportando i nomi particolari dalle prime polière ai posteriori bastimenti da remo, troppo diversi da quelle. Nelle polière salivano giustamente i numeri, come gli ordini dei rematori e dei remi sovrapposti; ma nelle galèe posteriori i numeri medesimi portano a falso concetto, dove remi e rematori tenean le caviglie all'istesso livello sur un piano solo. Fuste, galeotte, brigantini, feluche, galèe, capitane, reali, e tutti i legni di questo genere sempre tra noi, pel tempo di che parliamo, col remeggio in un sol piano. Valga l'esempio della famosa galèa di Vittor Fausto, costruita a Venezia nel 1529, e lodata in verso e in prosa da cento scrittori, come quella che più d'ogni altra, a parer loro, rispondeva all'antico. Ebbene? chi la chiama cinquereme, chi quadrireme, chi di cinque ordini per fianco, chi di cinque remi per banco, chi di cinque uomini per remo. Avrebbero fatto meglio, invece di cento elogi, lasciarci una sola descrizione tecnica, o un solo disegno geometrico. Allora si sarebbe veduto chiaro, che ell'era sottosopra una galèa come le altre, senza palchi sovrapposti, con più remi a sensile, maneggiati da più persone in ciascun banco, e sulla stessa coverta. Di fatto, dopo la prima comparsa, fu messa in conserva nell'arsenale, d'onde non uscì più per quarant'anni, finchè nello straordinario armamento della guerra di Cipro non venne a pigliarsela Marcantonio Colonna, il quale in pochi giorni l'armò a scaloccio di palamento simile a ogni altra galèa, secondo il costume del cinquecento[523].

Insisto su questi particolari, perchè mi è avviso che dalla confusione dei termini nasce la confusione delle menti; e sono di pensare che gran parte della presente incertezza nella scienza delle antichità navali procede dall'abuso dei vocaboli per fatto dei retori ignari dell'arte. Del resto come io intenda la costruzione delle antiche polière, e la interna disposizione dei remi in più ordini sovrapposti, ho detto altrove: tutto si riduce a spiegare le triremi, che erano il maggior numero, e i veri legni di linea, e avevano il nome proprio ternario degli ordini, talamo, zigo e trano; e dalle persone talamiti, zigiti e traniti. Le setteremi eran poche nell'antichità, come poche altresì le galeazze dei tempi successivi: e le altre polière che talvolta si leggono di venti e più ordini, erano mostri, che non uscivano dai porti, nè mai entravano in battaglia; ma poltrivano in porto per pompa di boriosi uomini, pognamo di Gerone, di Demetrio e di Tolomeo. Dei tre, cinque e sette ordini ho dato spiegazione tecnica, tanto da poterne chiunque fare il modello e la costruzione; e ne ho presso di me i disegni geometrici col piano orizzontale, d'innalzamento e di projezione; pei quali menando il compasso e la riga posso rispondere a tutte le esigenze, e risolvere tutte le difficoltà[524]. Ciò basta per ora: e quei benevoli, che me ne chiedono un trattato speciale, aspettino, come fo io, un monumento di soda e aperta ragione (perchè infino a oggi non ne abbiamo niuno), che mostri la interna disposizione dei remi e dei rematori; e ci sia fondamento per trapassare dal detto al fatto con sicurezza. Sostenuto da un monumento, potrò dire del navilio a remo, come ho scritto del navilio a vela, così militare, come da traffici, illustrando i classici monumenti dell'antichità.

[24 giugno 1535.]

VI. — Gentil Virginio all'arrivo montò sulla galèa dell'Imperatore presso al capo della Polla nel golfo di Cagliari, portandogli lo stendardo e gli augurî del santo Padre: indi si pose colla capitana di Roma nel primo posto alla destra di lui, la capitana di Malta sulla sinistra, e per compimento la capitana di Genova. Davano i quattro stendardi bellissima mostra, piena di pio e lieto presagio, per essere nel mezzo dell'ordinanza appaciati gli emblemi del sacerdozio e dell'imperio, spada e scettro, croce e chiavi, tra due quartieri di uguali colori in diversa divisa[525].

Tutta l'armata uscì dal golfo di Cagliari addì ventiquattro di giugno. Innanzi l'augusto Carlo, salutato dal plauso dei marinari, dei soldati e dei popoli; appresso l'Orsino, e secondo l'ordine le capitane, le squadre e il convoglio delle navi. La mattina seguente, condotti dal Maestrale, assicuravano i navigli presso Utica, che oggi diciamo Portofarina, dove tre secoli prima erasi sbarcato Luigi IX di Francia per la crociata. Nell'ultimo recesso, che gli antichi chiamavano palude Tritonide, dove l'acqua è più bassa, ma sufficente, entrarono le galèe: e quivi nella fretta del pigliare la posta, volgendo le prue al largo e le poppe a terra, una sola corse pericolo: proprio dessa, la grossa dell'Imperatore. Perchè come maggiore di ogni altra cercava più il fondo; e nel distendere la gomena, scorrendo indietro (non di banda, come alcuni dicono, ma di chiglia), diè nel secco col calcagnolo di poppa. Rifiutava spiccarsi: ed agli sforzi dei rematori non altrimenti rispondeva che dimenandosi sulle anche con certi sbalzi da mettere alla prova la maestria del pie' marino. In quella tutti gli occhi smarriti cercavano il vecchio Andrea: ed esso a tutti i presenti, ed anche alle future generazioni rispondendo, dimostrava quanto era e pratico marinaro e destro cortigiano. Notate il fatto improvviso, e segnate il carattere. Andrea senza scomporsi trae un gran fischio, e grida[526]: Silenzio, e pronti! Poi distesa la mano in avanti, comanda risoluto: Tutti a prua! e corre egli stesso menandosi insieme verso la estremità anteriore della galèa qualche centinajo di persone. Per quel contrappeso in avanti, a tanta distanza dal centro, la galèa abbassa il becco, solleva la coda, e sguizzando dolce dolce si ritorna a galla; prestamente richiamata dai marinari sulla gomena più presso all'àncora, e raccolti a corto i calumi. Ciò fatto, Andrea ritorna: e festosamente salutando l'Imperatore con quel suo storico berrettone a gronda, celebra i prodigî della terra africana, la quale subito ha dato segno manifesto di volersi ridurre e fermare sotto ai piedi di Sua Maestà[527]. Non esce in ciance!

[28 giugno 1535.]

Intanto i pensieri di ogni altro corrono verso Tunisi, città edificata dieci miglia a levante dalle ruine dell'antica Cartagine, e però anche essa dalla riva dell'Africa direttamente contrapposta, quasi sull'istesso meridiano, alla foce del Tevere e alle marine di Roma. Or per comprendere le operazioni di Barbarossa, ed i fatti seguenti dei nostri campioni, vieni meco, lettore, sulla prima feluca di scoperta innanzi alla baja di Tunisi, ed appunta sulla carta i rilievi[528]. Fermi in giolito all'altura di capo Cartagine, senza appressarci di troppo ai rivaggi nemici, quanto il guardo scuopre, vediamo innanzi una grande insenata per venticinque miglia di giro infino al capo Zafferano: insenata aperta da greco e chiusa da ogni altra parte. Ecco per la quarta di Libeccio ad Ostro, distante cinque miglia, una gola o angusto passaggio, pel quale entra l'acqua del mare in uno stagno di poca profondità, ma di molta estensione; ed ecco, pel rombo di Ponentelibeccio all'estremità dello stagno, grande città, avvolta nei vapori consueti dei centri popolosi. Sulla bocca tra il mare e lo stagno, ov'è il lembo estremo del terreno boreale, segna la fortezza della Goletta, e la ragione del nome ne vedi sulla figura di strettissima gola aperta tra lo stagno e il mare. Segna sulla città il nome di Tunisi, così come la vedi distesa per la pendice di un colle, e coronata in vetta dalla cittadella, ordinaria residenza del principe. Per questi rilievi tu hai dinanzi la pianta e il prospetto di tutto il circondario, nè altro ti resterebbe a segnare, se non avesse Barbarossa pensato di mettere nello stagno tutta l'armata sua; ottanta bastimenti d'ogni maniera. Perciò tu vedi là in mezzo una selva di alberi e di antenne alla rinfusa in lunga fila per quell'angusto canale che va dalla Goletta verso Tunisi; canale poco più profondo dello stagno, e tanto ingombro di navigli piratici da non restarvi nè spazio nè passaggio. Dunque dall'altura di capo Cartagine tu vedi traguardando per Maestro tutta l'armata cristiana a Portofarina, per Libeccio quarta di Ostro la Goletta; e per Ponentelibeccio il canale di mezzo allo stagno, i bastimenti piratici, e in fondo a sette miglia la città di Tunisi.

Ciò posto sarà chiaro il disegno dei nostri campioni: bloccare per mare lo stagno, assalire la Goletta per terra, pigliare tutti i bastimenti dei pirati, e finalmente cacciar via Barbarossa dalla capitale. Perciò le galèe condotte dal Doria e dall'Orsino passano alla guardia dinanzi al golfo; e il marchese del Vasto, generale supremo delle fanterie, con venticinque mila uomini da Portofarina scende lungo il lido per attaccare la Goletta da terra.

[6 luglio 1535.]

VII. — La fortificazione della Goletta, infino ai primi decennali del secolo decimosesto, non era più che una sola torre quadrata, ma grande di trenta metri per ogni lato, grossa di sette metri nella sezione, e munita di batterie alte e basse in tutto il giro: in somma un antico tipo delle moderne torri massimiliane[529]. Ma ciò non bastando a calmare le inquiete apprensioni, Barbarossa vi aveva aggiunto intorno un pentagono regolare, fortificato con bastioni, fianchi e cortine, lasciandovi nel mezzo la torre a guisa di mastio o cavaliere; presso a poco in quel modo che prima era stato disegnato, e poi fu ridotto il castello di Roma. Ciò non pertanto le opere nuove non erano compiute; ma in tanta brevità di tempo solamente imbastite di terra bagnata e battuta tra salsiccioni di ulivi e di palme ben stretti e incatenati di dentro e di fuori con travi, pali e remi di galere; divisando poi Barbarossa di poter rivestire tutta l'opera con buona incamiciatura di muraglia, ancorchè giudicasse che già da sè, come era, farebbe in ogni caso lunga resistenza. Per questo si mise in cuore di volerla difendere a tutto suo potere: molto più che di necessità doveva proibire ai nostri l'entrata dello stagno, se voleva salvare gli ottanta bastimenti; i quali oramai non potevano più uscirne, ma in ogni modo salvarsi o perdersi tutti insieme colla Goletta. Errore capitale, di che il celebre pirata portò, finchè visse, acerba ricordanza e pentimento; scusandosi soltanto col dire che niuno avrebbe potuto mai prevedere la venuta dell'imperatore dei Cristiani con tanto sforzo in Africa. Veramente quando dai prigionieri e da qualche fuggitivo venne accertato che Carlo V conduceva da sè la spedizione, si turbò tutto, e capì subito la gravità del caso e l'importanza della Goletta. Fece il possibile: cavò artiglierie dalle navi e dalle galere; e ne guarnì non pure i fianchi e la fronte dei baluardi, ma le cortine, e infino ai fossi, con tanta copia che più non ve ne capiva; e posevi di presidio seimila turchi sceltissimi, sotto il comando del Giudèo, e per luogotenente Cacciadiavoli. Pose di più un grosso nervo di gente in Tunisi sotto Assàn-Agà, trentamila mori a cavallo per la campagna; ed egli si tenne pronto a riconoscere le difese, e a dirigere i soccorsi, massime della Goletta; dove per maggior comodità aveva fatto gittare un ponte di legno a cavallo del canale, tanto da tenere aperte le comunicazioni con Tunisi per la riva meridionale, essendo l'altra occupata dai nostri.

[8 luglio 1535.]

Intanto il marchese del Vasto, venuto a campo sotto la piazza, stringeva l'assedio, compiva le trincere, e mediante le strade coperte e le vie ritorte andavasi appressando ai baluardi. Lavori lenti, terreno sabbioso, clima insolito, stagione caldissima, e pertinace resistenza degli assediati, sempre intesi nel contrabbattere e nel sortire, tutte le volte che loro si offeriva una occasione. In quei combattimenti perdette la vita molta gente: anche per qualche ruggine di rivalità che nudrivano tra loro i soldati delle diverse nazioni. Devo però ricordare la morte di quel Girolamo Tuttavilla conte di Sarno, già tanto chiaro all'impresa di Corone; il quale, abbandonato dagli altri, cadde per una archibugiata in testa, alla fronte delle compagnie italiane, mentre caricava arditamente e ricacciava una sortita del presidio. Perdita gravissima di valoroso giovane, che altrimenti sarebbe divenuto il gran capitano dell'età sua. Cadde Girolamo Spinola per un colpo di zagaglia nel fianco; e allato al marchese del Vasto cadde Fabrizio del Carretto. Noverate pur tra i morti Cesare Benimbene e Luca Savelli romani; Cesare Berlinghieri, Costanzo di Costanzo, Baldassarre Caracciolo napolitani; Luca e Antonio Sicardi piemontesi; Ottavio Monaci, due colonnelli e molti principali delle milizie italiane[530]. Dunque dalla parte di terra si menavano ferocemente le mani: ma io mi devo stringere alla marina.

[14 luglio 1535.]

VIII. — Ecco addì quattordici del mese di luglio, terminati i lavori di assedio, e aperto da tre parti il fuoco di breccia, ecco a sollecita espugnazione venire le galèe dalla parte del mare, secondo il disegno stabilito nel consiglio di guerra, coll'intervento dei due capitani di Roma e di Malta[531]. Le navi grosse addietro, e le galèe in prima linea, disalberate, divise in tre squadre, e ciascuna squadra in due sezioni a coppia colle gomene da poppa a poppa, per andare, levarsi, tornare e battere alternatamente, in quel medesimo modo che erasi osservato, ed ho descritto per l'espugnazione di Corone[532]. Remigavano a quartieri, or queste or quelle, col palamento proprio per venire avanti, e col palamento altrui per dare indietro, massime in caso di avaria: e giuocando l'artiglieria, e volgendosi in distanza, e ritornando all'attacco per turno, ora la prima, ora la seconda sezione, l'una caricando i pezzi nella ritirata, e l'altra scaricandoli a furia nell'attacco, con un girar continuo da terra al largo, e viceversa, come farebbero le fanterie ordinate in colonna per fuochi di drappelli[533]. Questa manovra, eseguita con rara precisione dai marinari, ammirata da Cesare e dagli altri osservatori, riduceva a disperazione i Turchi: i quali non potevano accertare la punteria, nè vedere l'effetto d'un sol colpo sopra quei legni giranti che senza risquitto li tormentavano.

Di più merita essere ricordata, perchè conforme agli stessi principî, la bella manovra di Giorgio da Conversano, già ajutante del Martinengo in Rodi, il quale sur una grossa barcaccia con una quindicina di serventi volle mettersi in batteria. Aveva sulla poppa appostato un cannone da ventiquattro, e sulla prua due sagri da otto; e girandosi sopra due ancorotti con due destre presentava or poppa or prua, facendo fuoco continuo da una parte e dall'altra, caricando di là mentre di qua sparava. In questo modo, senza mai ricevere danno, conciava a punto fermo i bombardieri nemici e toglievali dalle difese[534].

In somma dopo otto ore continue di fuoco vivissimo dalle batterie di terra, e dopo il simultaneo ronzare delle galèe, come si è detto dall'alba al mezzodì dalla parte del mare, dove tra i primi sovrastava l'Orsino[535]; fattasi densissima la caligine, non altro più vedendosi che lampi e fumo, e il sole non più lucente di una languida pittura tinta di rosso, cessano da una parte e dall'altra le scariche; e tutti intenti affrettano il momento di venirsi a riconoscere. Il Ponente a grado a grado dissipa l'atro nuvolone, e quando finalmente si può coll'occhio correre sull'orizzonte, eccoti dinanzi la Goletta presso che rasata; abbasso il mastio, sossopra i baluardi, rotta qua e là la cinta.

A quella vista i soldati e i marinari chiedono di presente l'assalto: i sacerdoti distendono l'assoluzione generale, squillano le trombe, e le colonne gittansi concitate all'ultima prova. Corrono dal campo i soldati tra i solchi del sabbione; guazzano alla riva i marinari coll'acqua alla cintura. Non grido, non colpo, non parola vanitosa o superba: profondo silenzio fino al piè delle brecce. Ma giunti a quel segno tutti insieme levano il grido di guerra: ripetono le nazionali invocazioni a Santiago, a san Giovanni, a san Pietro, a san Giorgio: irrompono, e con tanta prestezza e con tanto impeto, che il Giudèo, il Cacciadiavoli, e quanti erano pirati di nome e di fatto infernali, trovano a pena la strada e il tempo di fuggirsi verso Tunisi pel ponte di legno, quando gli assalitori vi entrano da ogni altra parte, e vi piantano le loro bandiere[536].

Non si potrebbero noverare facilmente tutti i vantaggi della vittoria: acquisto della principal fortezza e chiave del regno, riputazione cresciuta alle armi cristiane, avvilimento dei nemici, disordine portato dai fuggitivi dentro Tunisi; e sopra ogni altra cosa, cattura di tutti i bastimenti barbareschi, senza perderne pur uno. In somma conseguìto in un giorno il fine prossimo della spedizione, e annichilate sul mare le forze navali dei maggiori pirati.

[15 luglio 1535.]

IX. — Quando i fuggitivi entrarono in Tunisi, Barbarossa con fiero cipiglio guardò soldati e capitani; e aggiungendo acerbe parole, rinfacciò loro la perdita della fortezza e dell'armata. Costoro altresì, arrovellati di vergogna e di rabbia pei danni privati di ciascuno, fremevano. Era in Tunisi a vedere quel che sempre e dovunque succede tra i compagni di sventura, che l'uno all'altro ne rimanda la colpa; e niuno dall'altro ne vuol sentire rimbrotto. E sarebbero quei furfanti, secondo lor natura, venuti alle mani tra loro, come già erano a male parole, se il Giudèo meno avventato degli altri non si fosse volto a Barbarossa quietamente per tutti rispondendo. Avere essi fatto opera e difesa degna di uomini valorosi; e tenuto testa, finchè erasi potuto, alle forze soperchianti dell'Imperator dei Cristiani e dei suoi marinari; dalle mani dei quali esso stesso il Re di Tunisi, quantunque soldato e marinaro valentissimo, riputerebbe gran ventura e decoro in simile circostanza esserne potuto uscir vivo.

Dall'altra parte i cortigiani di Carlo V già si lasciavano intendere di voler dare l'impresa per finita, senza mettersi altrimenti intorno alla capitale; allegando la difficoltà di espugnarla, la moltitudine degli Arabi intorno a difenderla, la disperazione dei pirati, il calore della stagione, la penuria delle vittuaglie, e la insalubrità del clima per uno esercito già stanco e solito a vivere in paesi migliori. Nè si vergognavano costoro di ripetere tale filatessa nel consiglio di guerra alla presenza di tutti i maggiori capitani e dello stesso Imperatore[537]. I retori insegnano che non mancano mai argomenti a chi ne cerca da quelle sedici sorgenti, o luoghi comuni, come essi gli chiamano, onde gli oratori possono trarre argomenti alle scettiche proposizioni in pro e in contro. Guai agli uomini, se il buon senso naturale non vincesse l'arte sofistica! Nell'istesso consiglio l'Orsino di Roma, informato ai principî di più alta sapienza, e secondo le istruzioni di Roma[538]; il Bottigella di Malta, e quanti erano quivi generosi e savi risposero: Doversi l'esercito e l'Imperatore quietare nelle imprese compiute, non nelle smozzate a metà; via Barbarossa da Tunisi, dicevano, altrimenti impossibile la sicurezza del Mediterraneo e dell'Italia: facile con genti vittoriose schiacciare in quel nido la testa del superbo, già confuso da tante perdite, e conturbato dalla discordia de' suoi.

Vinse il partito migliore, e la sera dello stesso giorno l'esercito Cristiano, tenendo sempre la base e i magazzini in Portofarina, marciava da quella banda rasentando lo stagno per la strada diretta verso Tunisi. Gli Italiani a sinistra, appoggiati al margine del lago, e condotti dal principe di Salerno, succeduto all'infelice Tuttavilla, gli Spagnuoli a destra condotti dal solito Alarcone, nel centro i Tedeschi comandati dall'Heberstein, appresso le ciurme trainando a braccia i carri dell'artiglieria, le provvigioni e le bagaglie; e il famoso duca d'Alba, allora semplice volontario, con quattro o cinquecento cavalli faceva retroguardo e assicurava le spalle. Il marchese del Vasto, come capitan generale scorreva da ogni parte e riferiva all'Imperatore, che se ne veniva inforcando un piccolo barbero di mezzo alle bandiere.

[16 luglio 1535.]

In tale ordinanza la mattina seguente giugnevano a tre miglia da Tunisi presso a certe colline, dove Barbarossa si era accampato con esercito tumultuario di Arabi, di Mori e di Beduini, la maggior parte a cavallo, che alcuni fanno ascendere infino a centomila; tutti diretti dai veterani della pirateria, e difesi sulla fronte e sui fianchi da moltissimi cannoni minuti, con ordine che, quando vedessero il bello, sparassero. Volevano prima metterci in confusione e poscia a macello, sbrigliando a tempo la cavalleria barbarica.

Il marchese del Vasto ed i nostri capitani non per questo sbigottirono: anzi già erano sul menare avanti i pezzi di campagna, quando veduta per una parte la difficoltà del traino, perchè le ruote profondavansi nel sabbione; e per l'altra visto in tutto l'esercito ardente il desiderio di venire prestamente alle mani, preludio di certissima vittoria, non parve loro tempo da indugiare. Però ottenuto il consenso dell'Imperatore, e fattolo ritirare a suo luogo tra le bandiere, fecero subito dar nelle trombe; e l'esercito con furore grandissimo caricò sul nemico.

Non voleva Barbarossa giuocar tutto il suo in quella giornata, nè mettere capitale, stato, gente, e ogni cosa in un punto a pericolo. Non essendogli riuscito, secondo i suoi pensieri, il disegno di spaventare i Cristiani colla mostra di tante forze e di tanta gente, volse l'animo a temporeggiare, come ogni altro avrebbe fatto nel caso suo. Laonde seguendo l'orme del Giudèo e di quegli altri che aveva prima rampognati, voltò le spalle, raccolse le milizie regolari alla difesa di Tunisi, e lasciò fuori alla campagna la cavalleria leggiera, e le migliaja di Mori e di Beduini, a molestare da ogni parte il campo cristiano e le sue comunicazioni col mare.

[20 luglio 1535.]

X. — I nostri investirono la piazza: e cominciarono i lavori con quelle vicende, che sempre ritornano in simili operazioni. Ma la vittoria compiuta aveva a venire in modo totalmente diverso, e fuori di ogni previsione. Erano dentro Tunisi, servi dei pirati nell'estrema miseria, quasi dieci mila anime battezzate; spagnoli, francesi, tedeschi, e più di tutti italiani; e tra essi mercadanti, soldati, cavalieri, marinari, sacerdoti, gente d'ogni età e d'ogni sesso, i quali, fino dal primo comparire dell'armata nostra, avevano dovuto lasciarsi rinchiudere strettamente in certe fosse cavate per custodire i frumenti, secondo l'usanza del paese, e quivi chiamate Gune. E ciò nè anche bastando, il Tiranno, che forte dubitava di loro, si apparecchiava a farli massacrare, o vero a lasciarli tutti insieme morire di fame sotterra. Ed avrebbe senza fallo eseguito l'atroce disegno, se non fosse stato distolto dagli stessi capitani suoi, che amavano gli schiavi pei loro interessi, come ai nostri tempi i separatisti della Carolina. Più di tutti si oppose il Giudèo per quei principi di umanità che non potevano essere totalmente cancellati dall'animo suo: egli dissuadeva Barbarossa dal proposito; e in chiari termini dicevagli che lo strepito della strage farebbe manifesta a tutto il mondo la paura e la impotente disperazione sua; cose ambedue nocevoli a chi guerreggia: e appresso gli avrebbe tirato la vendetta di tutti, e anche di Solimano, odiatore dei fatti spietati contro gli inermi, e non uso a comportarli in alcuno. Quindi Barbarossa scese alle mezze misure: come dire, agli schiavi lasciar la vita, ed alle Gune sostituire le catene nei fondi della fortezza[539].

Le minacce, come è noto, non tolgono la forza all'avversario; anzi lo rendono più cauto e maggiormente studioso di ricatto. Perciò gl'infelici, cui non fuggivano i disegni del barbaro, nulla più intentamente cercavano, quanto di uscire come che fosse dal gravissimo pericolo. Apprensioni non punto minori tormentavano in quei giorni la coscienza dei rinnegati, ai quali la vittoria dei Cesariani presagiva il capestro. Non erano nè pochi nè impotenti costoro: e mezzo turchi per l'attuale professione, e mezzo cristiani per le precedenti abitudini, dell'una e dell'altra legge partecipando, entravano facilmente nei disegni degli uni e degli altri. Disonesta confusione, e dannosa conseguenza della pirateria, perchè da un assurdo ne vengono mille.

Or dunque per diverse ragioni correvano manifestamente gravissimo pericolo gli schiavi incatenati e i rinnegati carcerieri. Nella comunanza delle sofferenze facilmente questi e quelli si intesero insieme, promettendosi a vicenda protezione nel rischio, colle dolci parole della patria favella: incanto irresistibile nella mestizia della terra straniera. Anzi pure alcuni rinnegati cominciarono a disciogliere le catene di certi amici; dappoi questi sferrarono diversi compagni, e gli uni agli altri dando mano con proporzione rapidamente crescente, in poco di tempo furono tutti disciolti. In quella, traendo ardimento dalla disperazione a qualunque più ardua prova, anche per la fiducia del vicino soccorso, assaltarono in massa le guardie turchesche nelle viscere della stessa fortezza. Colle armi del furore, coll'unghie, co' denti, e poi co' pali, e finalmente colle spade tolte ai nemici, se ne impadronirono; e dall'alto con voci e segni chiamarono l'esercito cristiano alla vittoria. I nostri di fuori corsero dentro; e Barbarossa, maledicendo a Maometto, al Giudèo, ed a tutte le furie del suo destino, quasi fuggiasco e dagli stessi soldati suoi abbandonato, uscì di Tunisi[540].

Io non lo seguirò nè pur da lontano, quantunque sappia che alla fine potrà trovare certi legni che lo condurranno a Minorca, e poi a Costantinopoli; unico punto di suo ristoro. Il Giudèo fuggì alle Gerbe, ma non vi stette gran tempo, perchè nominato ammiraglio del mar Rosso, passò di là ad allestire in Suez un'armata contro i Portoghesi, i cui progressi nelle Indie mettevano in sospetto Solimano. Del Cacciadiavoli basta fin qui. Egli volse le calcagna come gli altri, camminò meno, e giunse più lungi di tutti. Bogliente di rabbia, ed arso dal sole e dalla sete, per quelle lande scoprì l'acqua in una cisterna, e tanto ingordamente ne bevve, che quivi presso crepò[541].

Il Mediterraneo nettato a un tratto, ed agli allori di Corone aggiunte le palme di Tunisi, siamo al massimo dei nostri vantaggi nel periodo di sessanta anni. Ma non per questo possiamo quietare. Torneranno i pirati più terribili di prima: risorse non mancano al tristo mestiero, nè gelosie mancheranno, nè guerre tra i principi cristiani, nè errori degli uni e degli altri. Compiuta nobile impresa, distrutto il nido principale della pirateria, cacciato Barbarossa, rimessa in seggio l'antica dinastia, liberati dalla schiavitù diecimila cristiani nella capitale, e il triplo nelle provincie, niuno per questi giorni avrebbe potuto tra i principi eguagliare la gloria di Carlo, se i suoi più intimi non lo avessero condotto a concedere il sacco[542].

[21 luglio 1535.]

XI. — Il vigesimo primo del mese di luglio l'Imperatore con alla destra l'Orsino, pel cui senno e costanza era giunto a tanta altezza, entrava trionfalmente nella città di Tunisi, seguito dall'esercito vincitore. E senza distendermi in lungo sul governo di Carlo, brevemente dirò che rimise sul trono il re Muleasse già discacciato da Barbarossa; e ciò tanto per non aizzare maggiormente gli Africani, quanto per avere tra loro un sostegno, e per liberarsi dalle spese e dalle molestie. Poi trattando con lui, imposegli annuo tributo di omaggio, perpetuo divieto di pirateria, libertà ai Cristiani nella pesca del corallo, cessione della Goletta, e vettovaglie al presidio spagnuolo. Però gl'ingegneri imperiali subitamente presero a rimettere in difesa lo sbocco della Goletta: risarcirono la torre maestra, e attorno menarono un quadrato con quattro baluardi acuti, e però biasimati dal celebre capitano de' Marchi, il quale implicitamente dava la preferenza al pentagono precedente[543]. Venne poscia con spazio molto maggiore, ed a cavallo sul canale, una fortificazione sui lati dell'esagono: si conservò per quarant'anni, e fu perduta alli ventitrè di agosto nel settantaquattro da don Giovanni d'Austria, come a suo tempo diremo. Finalmente oggidì, mutate le condizioni, cresciuto il commercio, le case e i magazzini attorno al canale, non se ne vede più nulla.

[Agosto 1535.]

L'armata vittoriosa sciolse dai lidi africani, menando migliaja di cristiani riscattati a libertà, e appresso ammarinati i bastimenti dei nemici. L'imperatore prese terra a Trapani: e die' licenza all'Orsino, partecipe delle fatiche e della gloria, di ricondurre le galèe a Civitavecchia. Tornò menomato non solo dei tanti che dato avevano la vita per la pubblica salute, ma con molti soldati e marinari monchi, feriti e poveri più di ogni altro. Imperocchè, secondo il solito, essi non toccarono guadagni nè di artiglierie, nè di navigli, nè di ricchezze[544]. Ebbero soltanto in dono dalle istesse mani dell'Imperatore un catenaccio, insieme col chiavistello e la stanga della porta di Tunisi, perchè l'avessero a mostrare nella basilica di san Pietro in Roma a perpetua consolazione della anima loro.

Restarono quei rugginosi ferri per qualche anno nel portico della chiesa, dappoi nella sacrestia, e finalmente oggidì si trovano (come io scrittore ho veduto e riveduto le tante volte) nell'atrio esterno dell'archivio canonicale, e vicino alle catene del porto di Satalia, delle quali altrove ho fatto menzione. Quivi sporge dal muro una vecchia lapida, che dice così[545]: «Carlo V imperatore, espugnata la città di Tunisi, mandò questa stanga e questo serrame al tempio del beato Pietro apostolo, per ricordare ai posteri la segnalata vittoria.»

Qual maraviglia che i minuti particolari e i fatti egregi dei nostri marini non suonino più che tanto nella storia, quando dello stesso nobilissimo condottiero e prode romano, stato sempre a' fianchi di Carlo, per suo rispetto, si tace anche il nome nelle iscrizioni monumentali di Roma?

[5 aprile 1536.]

XII. — Mentre da un capo all'altro d'Italia dovunque passava l'augusto Carlo si facevano feste straordinarie con archi, trionfi, statue e pitture, lavorandovi tutti gli artisti del tempo buoni e cattivi, come dice il Vasari[546]; e mentre si ripetevano con infinita esultanza dei popoli le lodi sue, per avere condotto felicemente a termine la guerra piratica; già agli occhi dei savî per certi segni apparivano nuove sventure, e gli scoppi imminenti di altre guerre intestine. Imperciocchè essendo morto improvvisamente e senza prole, addì ventiquattro d'ottobre, Francesco Sforza duca di Milano, non poteva nè il re di Francia nè quel di Spagna lasciare il retaggio al rivale senza discapito, nè ritenerlo per sè senza battaglia. Di fatto Carlo, venuto da Napoli in Roma il cinque d'aprile, alla presenza del Pontefice, e dei cardinali, e degli ambasciatori, e di tutta la corte, in pubblico concistoro, disfogava acerbamente le sue querele contro Francesco; l'Ambasciatore parigino rispondeva a Cesare: e dopo le ingiurie tra loro venivano i danni sopra noi[547].

[Maggio-dicembre 1536.]

Suonarono adunque di malauguroso squillo le trombe in Italia, campo di battaglia a tutti i rivali. Non si parlò più del Concilio: ed i principi nostri in poco tempo furono veduti tutti pieni di gelosie e di guerre. Il Piemonte calpestato, Genova assalita, Venezia sospettosa, Milano straziato, e gli Svizzeri da ogni pretendente subillati, offrirono spettacolo da potersene rallegrare tutti i pirati, e Barbarossa e Solimano. Quest'ultimo principalmente, conoscendo l'altrui tramestìo opportuno ai casi suoi, stimò bene di smettere la guerra che faceva già da più anni al Sofi di Persia, e di assaltare in vece l'Italia: tanto più che i pirati lo incitavano a entrare in questo campo di sicure vendette e di maggiori guadagni. Si diceva anche pubblicamente allora, ciò che gli scrittori e i fatti hanno dappoi largamente confermato, essersi inteso il re Francesco coll'imperatore Solimano, per mezzo dell'ambasciatore La Foresta, di mettersi insieme contro Carlo in Italia; e che venendo il Re coll'esercito dalla parte di terra sul Po, verrebbe Solimano coll'armata dalla parte del mare sopra la Puglia[548].

Lo svolgimento di questa semenza, come ognun vede, troppo lussureggiava per maturare a un tratto: ma forbivano i ferri, si apriva la campagna in Provenza, in Piemonte, in Lombardia, e intanto il re Francesco allestivasi a passare oltralpe in persona collo sforzo di Francia, e Solimano a spedire nello Jonio l'armata di mare per ajutarlo. Barbarossa, alla testa degli arsenali e dei navigli, dava voce di voler passare in Egitto, e di là pel mar Rosso ai mercati delle Indie contro i Portoghesi, i quali avevano nella guerra precedente favorito i Persiani, ed ora tentavano chiudere le porte del commercio ai Turchi. Ma quantunque sì fatte voci fossero artificiosamente divulgate, non potevano non essere sospette alle persone pratiche degli affari; e il Papa apertamente diceva che il turbine turchesco sarebbe certamente piombato in Italia. Per questo spedì nunci straordinarî alle corti, propose ai principi eque condizioni di pace o di tregua, ed all'Orsino prescrisse di tenere le forze marittime pronte ad ogni evento. Esso stesso per dar calore agli armamenti e alle difese della Maremma andò in persona a rivedere le rôcche, a confortare i popoli, a dar animo ai capitani e alle milizie. In ventisette giorni, movendo da Roma, visitò Nepi, Viterbo, Montefiascone, Orvieto, Gradoli, Capodimonte, Acquapendente, Toscanella, Corneto, Civitavecchia e Cere: e lasciando in ogni parte ordini e provvisioni, pel compimento dei restauri e delle opere nuove, si volse poi con tutto l'animo alle mura di Roma[549]. Notate il tempo e tutte le circostanze, e vi sarà manifesto come non per Clemente, nè pel Borbone, nè pel sacco; ma contro Barbarossa, e contro i Turchi ebbero principio le moderne fortificazioni di Roma, e le opere del Sangallo e del Castriotto attorno alla città, al Borgo e al Vaticano.

[29 aprile 1537.]

XIII. — Ma perchè sempre più montavano i sinistri presagi, e dal mare si vedevano crescere le punte della luna tra nubi procellose, tornava papa Paolo in Civitavecchia per rivedere l'armamento delle galèe e della fortezza, e per aggiungere nuovi stimoli a Gentil Virginio ed a Michelangelo che vi si adoperavano[550]. E non andò molto che avveraronsi le sue previsioni. Solimano nel mese di maggio, lasciata da banda la Persia, l'Egitto e i Portoghesi, fece uscir dai Dardanelli contro l'Italia l'armata sua di quattrocento vele agli ordini di Barbarossa, con gran convoglio di fanterie e di cavalli.

[8 luglio 1537.]

Costoro dall'Epiro si appressarono alla Puglia, cercando luogo opportuno di sbarco insieme e di fermata: e veduta ben munita la città di Brindisi, non meno che la piazza di Otranto, gittaronsi più abbasso otto miglia; e parte per sorpresa, parte per inganno di Troilo Pignattelli, ebbero dal cavalier Mercurino Gattinara la terra di Castro, dove subito subito principiarono a fortificarsi, non senza scorrere le provincie vicine disertando e predando roba e persone[551]. In questo modo un'altra volta si posò fermamente la bandiera dei Turchi sulle torri d'Italia.

Non può a parole esprimersi quale fosse la scossa di tutti i vicini e dei lontani, e l'ardore dei popoli e dei principi per togliersi d'attorno quella peste. Il vicerè di Napoli spediva nella Puglia fanti e cavalli, il principe Doria raccoglieva in Messina navi e galere, il Grammaestro mandava da Malta cavalieri e capitani, e il Papa da Roma spediva incontanente marinari e soldati[552]. L'Orsino, tenendosi in punto, e già imbarcati i rinforzi straordinarî, e la fiorita compagnia di gentiluomini romani seguaci della sua casa, al primo rumore salpò da Civitavecchia, menando seco sei galere; cioè le tre di sua proprietà privata, e le altre della Camera, secondo i capitoli della condotta. La prima, che faceva da capitana ed era navigata dal Conte, per ragion di famiglia, chiamavasi l'Orsina; la seconda, messa a padrona, per felicità di augurio nomavasi la Vittoria; la terza, per le tradizioni di Ostia e di più altri luoghi della spiaggia romana, sant'Agostino: le altre tre, per le ragioni che ognun vede, eran chiamate san Pietro, san Paolo e san Giovanni: alle quali non guari dopo il Conte aggiungeva la settima che teneva sul cantiere in costruzione, e chiamavala per riverenza del Pontefice suo congiunto ugualmente san Paolo; distinguendosi le due omonime coll'aggiunta del Papa o del Conte[553].

L'Orsino prestamente si congiunse in Napoli colle sette galere del Regno, e in Messina colle tre di Sicilia, e colle ventidue del Doria, formandosi uno squadrone di trentotto galere: non certamente valido a disfare l'armata nemica, ma sufficiente a molestarla. Con questo disegno dal capo Spartivento si tirarono al Zante, mettendosi alla coda, e pigliando a rovescio l'armata nemica, e scorrendo per le marine dell'Epiro attesero a proibire il passaggio dei convogli, delle vittuaglie, delle munizioni e della gente nuova, con tanto successo e sì grande ardimento che i Turchi alla spicciolata ebbero a restare quasi sempre conquisi. Alla loro virtù, e più presto che non si sarebbe potuto sperare, dobbiamo noi, come espressamente i contemporanei giudicarono, attribuire la cacciata dei Turchi dalla Puglia. Passeremci delle minute avvisaglie, per venire drittamente ai due fatti più importanti della crociera.

[13 luglio 1537.]

XIV. — Stando i nostri alla guardia nelle riviere dell'Albania tra la Rilla e la Parga, addì tredici di luglio, scoprirono da lungi molti navigli di quella specie che i Levantini chiamano schirazzi (bastimenti da carico di gran corpo, alberi a pioppo, e vele quadre), i quali, come poi si seppe, venivano da Alessandria mandati dal Giudèo con munizioni ed attrezzi militari per l'esercito di Puglia. I marinari degli schirazzi scoprirono altresì le nostre galere: ma non pensando mai che potessero i Cristiani in arme per quei giorni navigare tanto lontano dai porti loro, e così da presso ai rivaggi altrui; anzi per molte apparenze persuasi che le galere nostre fossero barbaresche, proseguirono sbadati la loro navigazione per gittarsi poscia dal capo Bianco di Corfù al capo d'Otranto in Italia. Venuti da presso, scoprirono l'errore, ma non furono più in tempo a ripararlo: tentarono la fuga, si coprirono di cotone; tutto inutile. Da ogni parte circondati e investiti si arresero, senza che ne fuggisse pur uno. I Turchi messi al remo, le munizioni ripartite, ed i quattordici navigli con un po' di paglia e di stipa sotto coverta bruciati in mezzo al mare[554].

[18 luglio 1537.]

Dopo cinque giorni, facendosi diligentemente alla penna la scoperta sul tramonto e sulla levata del sole, ebbero un altro incontro di sommo rilievo per le conseguenze. Tanto nelle fazioni di guerra giova la vigilanza! Alla prima mattina del diciotto di luglio furono alla vista nel canale di Corfù due galere ed una galeotta di nemici, e si ordinò incontanente la caccia. Coloro, vedendosi inseguiti da forze maggiori, presero a fuggire, investirono in terra, abbandonarono i legni, e si imbrancarono verso i monti dei Cimmeriotti, gente cruda e bestiale, dai quali furono fatti a pezzi senza pietà, eccetto alquanti maggiorenti, cui salvarono la vita più tosto per ingordigia di grosso riscatto, che per altri rispetti. Tra i vivi ricorderò un dragomanno turco, chiamato Jonus-Bey, o, come dice il De Hammer, Junis-beg, uomo notissimo nella storia ottomana di questi tempi, favorito dell'Imperatore, e da lui mandato a Girolamo Pesaro, generale dei Veneziani in Corfù, per richiamarsi di certe baruffe occorse poc'anzi tra alcune galere delle due parti, a cagione di saluti. Or costui col capo pieno di Veneziani, di risentimenti e di tafferugli, caduto nelle mani dei Cimmeriotti, e tutto spavento, non capì mai che altri, se non i Veneziani medesimi, gli avessero fatto il brutto tiro di dargli la caccia, e di gettarlo in quelle strette; perchè quanto al Doria ed all'Orsino non pensava nè meno che avessero potuto tanto presto, e in così piccol numero, comparire per quelle marine. Però scrisse lettere furiose a Solimano: e incaponito come era in questo che la Repubblica abusasse perfidamente della pace per abbassare la casa Ottomana, ora sotto pretesto di saluti dinegati, ora di bandiere non conosciute, ora di dragomanni presi a sospetto, aggiunse nelle medesime lettere orribili cose contro di loro; e con questo si fece strada a chiedergli il riscatto[555].

Tanto bastò per liberare la Puglia. Solimano già inquieto, nell'udire sul fatto le querele dell'ambasciatore, si accese di grande ira: e, subillato da Barbarossa, di presente giurò precipitosamente di non volere più attendere a niuna impresa, se prima non si fosse vendicato dei Veneziani. Dichiarò guerra alla repubblica, stabilì di andare in persona all'assedio di Corfù, e tantosto richiamò le genti e l'armata da Castro. Ecco dunque per la prontezza e valore di quelle poche galèe liberata un'altra volta l'Italia dai Turchi; ed ecco a nostro vantaggio di prospetto l'alleanza dei Veneziani.

[22 luglio 1537.]

XV. — In un momento per tutto l'Adriatico corse il rumore degli apprestamenti ordinati alla Vallona per assaltare Corfù e gli altri possedimenti della repubblica, standovi l'istesso Solimano in persona a sollecitare e a dirigere l'armamento; e là raccogliendo gli avanzi delle forze materiali e personali che avevano campeggiato nella Puglia. Però levati a maggiori speranze, e certi ormai di avere in ajuto contro i Turchi la numerosa e bellissima armata di Venezia (infino allora tenutasi neutrale), continuavansi più che mai diligentemente i nostri a solcare di giorno e di notte quei mari, pigliando lingua da ogni parte, specialmente dagli Albanesi. Tanto meglio, che erano testè venute di rinforzo le quattro galere di Malta condotte da Lione Strozzi, colle quali l'armata nostra saliva al numero di quarantadue galere, montate da gente numerosa, prode, esperta e capace di fare buoni effetti, massime per lo sbandamento dei nemici. Da indi a quattro giorni, parlamentando con una barca levantina, seppero di certe galèe nemiche, capitanate da Aly-Zelif, uomo di molta autorità tra gli Ottomani, che dovevano passare pel canale di Corfù conducendo i migliori uomini di cavalleria della guardia imperiale, chiamati di gran fretta alla Vallona attorno alla persona di Solimano, con ordine di lasciare ad altri la cura dei cavalli, perchè a mano agiatamente gli conducessero per la via di terra.

Laonde i nostri di notte e celatamente andarono a mettersi sul passo agli agguati presso le Merliere, che sono quattro isolette, chiamate dagli antichi Ericusa, Elafusa, Marate e Multace; dove spartitamente e con buone guardie aspettando, scoprirono di fatto la sera del ventidue le dodici galere, che facevano la strada predetta. Levaronsi per incontrarle, e durante la notte essendo già plenilunio e chiarissima luce, non dubitarono punto di investirle e di combatterle. I Turchi, quantunque meno apparecchiati, valorosi tuttavia e dilicati sul punto d'onore, vennero subito ai ferri, e non ismentirono la riputazione del corpo, sostenendo l'arrembaggio a corpo a corpo con tanta costanza che, dopo tre ore, non ostante il gran numero dei morti e dei feriti, il combattimento durava come era cominciato. Quando poscia la cieca mischia, cominciatasi nella notte, comparve meglio a grado a grado rischiarata dal sol nascente, allora i nostri capitani conobbero il gran rischio, nel quale si trovavano per le avarie dei legni proprî, e per la grande rovina della gente; non vedendosi altro nelle corsie e sui castelli che corpi morti, mutilati e feriti; e le acque del mare intorno piene di rottami e di cadaveri, torbide e tinte di sangue.

[23 luglio 1537.]

Ripetuto l'assalto generale con maggior vigore e gagliardissimo slancio, senza poter rimettere pur uno dei legni nemici: tenendosi fermi al posto quei Turchi, che pel valore e pel numero non lasciavano far progresso a nessuno, ma trucidavan sulle rembate, sulla palmetta, al piè dell'albero, o ricacciavano indietro mal concio chiunque si presentava: nè anche più potendosi maneggiare l'artiglieria di prua, per essere i legni di amici e nemici tutti confusi gli uni sugli altri, e i Turchi in mezzo prolungati a contrabbordo: in somma ridottosi il combattimento all'uccellare di archibuso o di spuntone per abbattere o infilzare dovunque si vedesse la minima particella di un corpo fuor dei pavesi, fosse di turco o di cristiano; finalmente si parve il vantaggio di chi studia nei libri, anche intorno alle cose di milizia e di marina: il vantaggio di chi sull'esempio degli antichi non lascia di tenere da ogni parte del suo bastimento, anche a tergo e sui fianchi, macchine e strumenti di offesa e difesa. Le galèe nostre, secondo gli inventarî ufficiali, portavano cannoni alle bande: due pezzi da dodici sui fianchi; e similmente quattro smerigli alla mezzanìa, ciò era altri quattro pezzi da sei laterali[556]. Al modo istesso le galèe di Malta, come dice espressamente il Bosio, solevano portare un mezzo cannone dall'una e dall'altra parte della mezzanìa sul posticcio; pezzi acconci sulla conveniente piattaforma al di sopra dei banchi[557]. I quali mezzi e quarti cannoni e smerigli facilmente si potevano mettere in batteria, o ritirare nella stiva, secondo le occorrenze del navigare e del combattere, per mezzo dello affusto a scalone, che per sua snodatura faceva piano inclinato, attissimo a rimaneggiare il pezzo, come altrove si è detto[558]. Le palle laterali, devo ora io dire, provaronsi di buon peso la mattina del ventitrè per decidere la sorte dell'ostinato combattimento: ed il fuoco dei Romani e dei Maltesi fece traboccare a favor dei Cristiani la bilancia. Come si cominciò dai fianchi a giuocar coi tiri di ficco, tantosto parve ai Turchi disperata la difesa. Anzi più, veduta una delle loro galere per quei colpi sfondata e sommersa, tutti abbiosciarono. Posero giù le bandiere, gittarono al mare le scimitarre, che avevano bellissime di acciajo damaschino; e salutando inermi colla mano alla bocca, alla fronte ed al petto, conforme l'uso nazionale, si arresero. Undici galèe guadagnate, una sommersa, duemila cinquecento morti, ottocento prigionieri, sessanta cannoni. Vittoria pagata a caro prezzo, restandovi i vincitori presso che disarmati per la moltitudine dei morti e dei feriti, messi insieme infino a mille cinquecento persone.

Quei che considerano la ragione dei fatti possono per molti esempi intendere, quanto talvolta in mare, più del numero dei navigli, valga la bravura e il numero dei combattenti[559]: che certamente nel caso presente dodici legni furono a un pelo per vincerne quarantadue. Anzi comunemente si disse che le cose sarebbero andate a rovescio per noi se nell'azzuffamento di quella notte fossero sopraggiunti sol quattro o cinque legni in ajuto dei nemici, e se i nostri non avessero potuto giuocare a tempo coi pezzi di traverso[560].

[Agosto 1537.]

XVI. — Lo stesso giorno dopo il mezzodì l'armata volse le prore inverso il Pacso, ed ivi sostenne quanto portava una prima cura ai feriti, un po' di rattoppamento ai navigli e alle manovre, e la ripartizione della preda meno danneggiata in parti proporzionali a ciascuna squadra. Toccò all'Orsino la migliore delle galèe, con tutte le artiglierie, e grossa mano di prigionieri per remigarla[561]. Poscia sapendo che Barbarossa veniva a cercar vendetta, fecero vela a ponente verso Messina. Il principe Doria, il conte dell'Anguillara, il priore Strozzi, e gli altri capitani incontrarono ricevimento trionfale, e feste solenni nella città; e non rifinivano le lodi dei Siciliani per gli ottimi effetti cavati dalla gloriosa campagna con forze tanto limitate contro nemici così possenti. Vedete prestezza, fede, valore e successi, quando il dèmone della gelosia di stato non trova appicco tra i collegati!

[Settembre 1537.]

Però a Solimano da ogni parte giungevano sinistre novelle: abbandonata la Puglia, disfatto l'esercito, perduti gli schirazzi, le galèe, la gente, gli ambasciatori; e ciò per opera soltanto di una quarantina di bastimenti. Lo sdegno suo cercava vendette: e sospettando che non avrebbe sortito tanti successi l'armata nostra in quella campagna senza secreta intelligenza coi Veneziani, gittavasi perdutamente ai danni della Repubblica, facendone assalire per terra e per mare tutti i confini, massime i possedimenti della Dalmazia e della Grecia; ed egli in persona col maggior nervo dei suoi metteasi all'attacco di Corfù. Ma in queste imprese sparpagliate, non altro gli successe se non desolare le campagne, bruciare le ville, e ridurre in schiavitù alquante migliaja di contadini; avendo le fortezze, e prima di ogni altra la piazza di Corfù, fatto buona prova contro gli assalimenti suoi. In Dalmazia Camillo Orsini e il conte Giulio da Montevecchio colle fiorite legioni della Marca e di Roma non solo difesero le piazze forti, ma tolsero ai Turchi diversi castelli; tra i quali Ostrovizza, importantissima per la posizione tra Zara e Traù[562].

In somma caduto d'animo per tante perdite, non compensato dagli incendî, e posto anche in pericolo della vita per una congiura di Cimmeriotti, che avevano risoluto di sbranarlo nel suo stesso padiglione; vedendo di più avvicinarsi l'avversa stagione, e temendo molestie dall'armata veneziana e dalla nostra se più tardasse la ritirata, si levò Solimano a mezzo settembre dall'assedio di Corfù, ed a Costantinopoli si ridusse, non senza gran vergogna per tanti disegni tornatigli vani nel primo cominciare. All'incontro le premure di papa Paolo sortirono felici effetti a vantaggio dell'Italia e della cristianità in tanti modi afflitta. Egli stesso, che intendevane l'importanza, e pigliava animo dalla cacciata di Solimano a sperare cose maggiori, segnavane il ricordo in una medaglia simbolica rappresentante il Delfino vincitore del Coccodrillo[563]. Basta accennarla, perchè ciascuno ne intenda il concetto, senza spendervi altre parole, non vi si trovando cosa che tocchi direttamente all'armata navale.

[Ottobre 1537.]

XVII. — Buon per noi che la ritirata di Solimano avvenisse in tempo, e secondo il bisogno; perchè a un punto, quando colui se ne andava da una parte a Costantinopoli, sboccavano dall'altra in Italia più numerose le genti del re Francesco: che quando si fossero incontrati insieme, certamente avrebbero ridotto a mal partito più i popoli che l'Imperatore. Nondimeno peggiori guerre si ripigliavano ai nostri danni in Piemonte e in Lombardia: il marchese del Vasto cozzava col signore delle Humières, questi cadeva di male in peggio, il Re spedivagli il figlio con molto rinforzo, poi presentavasi esso stesso in persona sul campo. Ma venendo sempre meno la fortuna di Francia, e vedutosi il Re agli estremi, non dubitò di mandare a Costantinopoli il signore di Rincon con dieci galere provenzali per richiamare in Italia Solimano e Barbarossa ad ajutarlo.

Intanto l'armata cristiana in Messina, rifattasi delle avarie e rifornita di gente, e cresciuta colle galere di Spagna, e con molte navi, fino al numero di cento legni, salpava, e rimetteasi nelle acque dello Jonio a tenerne lontano i Barbareschi, ed a pizzicare la coda degli Ottomani nella ritirata. Durante questa ultima parte della campagna non occorse fatto di rilievo. Barbarossa fuggiva di lungo, e i nostri appresso senza potergli altro dare se non fretta maggiore, nè togliergli che pochi bastimenti da carico da lui licenziati per Barberìa; facendovi però molti prigionieri, de' quali la squadra romana ebbe la parte che le veniva[564].

Finalmente il Doria, avendo saputo del passaggio che far doveva il signor di Rincon, nuovo ambasciatore di Francia (per la morte del La Foresta avvenuta alla Vallona nel mese di luglio), virò di bordo, volendo andare ad incontrarlo sull'altura di capo Passero; e per manco disagio, menarlo a riposo nel castello di Mattagrifone in Messina. Ma in questa caccia nè Romani nè Maltesi il seguirono, avendo gli uni e gli altri espresso comandamento di non mescolarsi nelle contese private dei principi cristiani, sotto qualunque colore. Per ciò lo Strozzi fece vela verso Malta, e l'Orsino verso Civitavecchia, ambedue risoluti di svernare. E il principe Doria dopo alquanti giorni, avendo inutilmente cercato pei mari l'ambasciatore di Francia, seguì l'esempio altrui, volgendosi al riposo di Genova, come disse qui in Civitavecchia in casa dell'Orsino, cui volle personalmente riverire e ringraziare[565].

I grandiosi fatti del trentasette da una parte, e dall'altra le mene dei turchi e dei pirati, le minacce contro l'Italia, l'invasione della Puglia, la guerra ai Veneziani, l'assedio di Corfù, e tutti i patimenti del cristianesimo[566], aprirono a papa Paolo la strada per condurre a termine la tanto sospirata alleanza dei principi cristiani contro il nemico comune, secondo l'esempio dei tempi anteriori, ed a modello dei seguenti. La trattazione più larga della lega conclusa nel trentotto tra Paolo III, Carlo V e i Veneziani; e gli infelici successi non meno importanti che negletti della medesima, mi costringono (insieme col Tipografo) a dividere in due parti il libro sesto. Grandi cose abbiamo veduto nella prima parte, e maggiori ne vedremo nella seconda. Ma tristo paragone tra i fatti precedenti di fede manifesta, ed i successivi di coperta gelosia; come meglio che altrove apparirà qui nel volume secondo.

FINE DEL VOLUME PRIMO.