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Le tragedie, gl'inni sacri e le odi di Alessandro Manzoni cover

Le tragedie, gl'inni sacri e le odi di Alessandro Manzoni

Chapter 47: ATTO SECONDO.
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About This Book

This volume gathers the author’s dramatic pieces, sacred hymns and lyrical odes in their established forms together with early drafts, textual variants and the poet’s own explanatory notes. It foregrounds a trajectory from imitation of classical and contemporary models toward a clearer, more individual voice, and repeatedly treats religious devotion, moral reflection and the recovery of poetic dignity. Editorial commentary highlights compositional revisions, the interplay of mythic and Christian imagery, and the formal experiments that mark the poet’s evolving aesthetic.

[148] ufficio,

[149] Franca... Longobarda... Franche...

[150] istessi

[151] caggia

[152] in prima

SCENA II

DESIDERIO, ADELCHI.

DESIDERIO.
Adelchi,
Che pensiero era il tuo? Tutta Pavia
Far di nostr’onta testimon volevi?
E la ria moltitudine a goderne,
Come a festa, invitar? Dimenticasti
Che ancor son vivi, che ci stan d’intorno
Quei che le parti sostenean di Rachi,
Quand’egli osò di contrastarmi il soglio?
Nemici ascosi, aperti un tempo; a cui
L’abbattimento delle nostre fronti
È conforto e vendetta!
ADELCHI.
Oh prezzo amaro
Del regno! oh stato, del costor, di quello
De’ soggetti più rio! se anche il lor guardo
Temer ci è forza, ed occultar la fronte
Per la vergogna; e se non ci è concesso,
Alla faccia del sol, d’una diletta
La sventura onorar!
DESIDERIO.
Quando all’oltraggio
Pari fia la mercè, quando la macchia
Fia lavata col sangue; allor, deposti
I vestimenti del dolor, dall’ombre
La mia figlia uscirà: figlia e sorella
Non indarno di re, sovra la folla
Ammiratrice, leverà la fronte
Bella di gloria e di vendetta.—E il giorno
Lunge non è; l’arme, io la tengo; e Carlo,
Ei me la die’: la vedova infelice
Del fratel suo, di cui con arti inique
Ei successor si feo, quella Gerberga
Che a noi chiese un asilo, e i figli all’ombra
Del nostro soglio ricovrò. Quei figli
Noi condurremo al Tebro, e per corteggio
Un esercito avranno: al Pastor sommo
Comanderem che le innocenti teste
Unga, e sovr’esse proferisca i preghi
Che danno ai Franchi un re. Sul Franco suolo
Li porterem, dov’ebbe regno il padre,
Ove han fautori a torme, ove sopita
Ma non estinta in mille petti è l’ira
Contro l’iniquo usurpator.
ADELCHI.
Ma incerta
È la risposta d’Adrian? di lui
Che stretto a Carlo di cotanti nodi,
Voce udir non gli fa che di lusinga
E di lode non sia, voce di padre
Che benedice? A lui vittoria e regno
E gloria, a lui l’alto favor di Piero
Promette e prega; e in questo punto ancora
I suoi legati accoglie, e contro[153] noi
Certo gl’implora; contro[154] noi la terra
E il santuario di querele assorda
Per le città rapite.
DESIDERIO.
Ebben, ricusi:
Nemico aperto ei fia; questa incresciosa
Guerra eterna di lagni e di messaggi
E di trame fia tronca; e quella al fine
Comincerà dei brandi: e dubbia allora
La vittoria esser può? Quel dì che indarno
I nostri padri sospirar, serbato
È a noi: Roma fia nostra; e, tardi accorto,
Supplice invan, delle terrene spade
Disarmato per sempre, ai santi studi
Adrian tornerà; re delle preci,
Signor del Sacrifizio,[155] il soglio a noi
Sgombro darà.
ADELCHI.
Debellator de’ Greci,
E terror de’ ribelli, uso a non mai
Tornar che dopo la vittoria, innanzi
Alla tomba di Pier due volte Astolfo
Piegò l’insegne,[156] e si fuggì; due volte
Dell’antico pontefice la destra,
Che pace offrìa, respinse, e sordo stette
All’impotente gemito. Oltre l’Alpe[157]
Fu quel gemito udito:[158] a vendicarlo
Pipin due volte le varcò: que’ Franchi
Da noi soccorsi tante volte e vinti,
Dettaro i patti qui. Veggo[159] da questa
Reggia il pian vergognoso ove le tende
Abborrite sorgean, dove scorrea
L’ugna de’ Franchi corridor.
DESIDERIO.
Che parli
Or tu d’Astolfo e di Pipin? Sotterra
Giacciono entrambi: altri mortali han regno,
Altri tempi si volgono, brandite
Sono altre spade. Eh! se il guerrier che il capo
Al primo rischio offerse, e il muro ascese,
Cadde e perì, gli altri fuggir dovranno,
E disperar? Questi i consigli sono
Del mio figliuol? Quel mio superbo Adelchi
Dov’è, che imberbe ancor vide Spoleti
Rovinoso venir, qual su la preda
Giovinetto sparviero, e nella strage
Spensierato tuffarsi, e su la turba
De’ combattenti sfolgorar, siccome
Lo sposo nel convito? Insiem col vinto
Duca ribelle ei ritornò: sul campo,
Consorte al regno il chiesi; un grido sorse[160]
Di consenso e di plauso, e nella destra
—Tremenda allor—l’asta real fu posta.
Ed or quel desso altro veder che inciampi
E sventure non sa? Dopo una rotta
Così parlar non mi dovresti. Oh cielo!
Chi mi venisse a riferir che tali
Son di Carlo i pensier, quali or gli scorgo
Nel mio figliuol, mi colmeria di gioia.[161]
ADELCHI.
Deh! perchè non è qui! Perchè non posso
In campo chiuso essergli a fronte, io solo,
Io fratel d’Ermengarda! e al tuo cospetto,
Nel giudizio[162] di Dio, nella mia spada
La vendetta ripor del nostro oltraggio!
E farti dir, che troppo presta, o padre,
Una parola dal tuo labbro uscìa!
DESIDERIO.
Questa è voce d’Adelchi. Ebben, quel giorno
Che tu brami, io l’affretto.
ADELCHI.
O padre, un altro
Giorno io veggo[163] appressarsi. Al grido imbelle,
Ma riverito, d’Adrian, vegg’io
Carlo venir con tutta Francia; e il giorno
Quello sarà de’ successor d’Astolfo
Incontro al figlio di Pipin. Rammenta
Di chi siam re; che nelle nostre file
Misti ai leali, e più di lor fors’anco,
Sono i nostri nemici; e che la vista
D’un’insegna straniera ogni nemico
In traditor ti cangia. Il core, o padre,
Basta a morir; ma la vittoria e il regno
È pel felice che ai concordi impera.
Odio l’aurora che m’annunzia il giorno
Della battaglia, incresce l’asta e pesa
Alla mia man, se nel pugnar, guardarmi
Deggio dall’uom che mi combatte al fianco.
DESIDERIO.
Chi mai regnò senza nemici? il core
Che importa? e re siam dunque indarno? e i brandi
Tener chiusi dovrem nella vagina
Infin che spento ogni livor non sia?
Ed aspettar sul soglio inoperosi
Chi ci percota? Havvi altra via di scampo
Fuorchè l’ardir? Tu, che proponi alfine?[164]
ADELCHI.
Quel che, signor di gente invitta e fida,
In un dì di vittoria, io proporrei:
Sgombriam le terre de’ Romani; amici
Siam d’Adriano: ei lo desia.
DESIDERIO.
Perire,
Perir sul trono, o nella polve, in pria
Che tanta onta soffrir. Questo consiglio
Più dalle labbra non ti sfugga: il padre
Te lo comanda.

[153] contra

[154] contra

[155] Sacrificio

[156] le insegne

[157] alpe

[158] inteso

[159] Veggio

[160] surse

[161] gioja

[162] giudicio

[163] veggio

[164] al fine

SCENA III.

VERMONDO che precede ERMENGARDA, e DETTI. DONZELLE che l’accompagnano.

VERMONDO.
O regi, ecco Ermengarda.
DESIDERIO.
Vieni, o figlia; fa cor.
(VERMONDO parte: le Donzelle si scostano).
ADELCHI.
Sei nelle braccia
Del fratel tuo, dinanzi al padre, in mezzo
Ai fidi antichi tuoi; sei nel palagio
De’ re, nel tuo, più riverita e cara
D’allor che ne partisti.
ERMENGARDA.
Oh benedetta
Voce de’ miei! Padre, fratello, il cielo
Queste parole vi ricambi[165]; il cielo
Sia sempre a voi, quali voi siete ad una
Vostra infelice. Oh! se per me potesse
Sorgere un lieto dì, questo sarebbe,
Questo, in cui vi riveggo.[166]—Oh dolce madre!
Qui ti lasciai: le tue parole estreme
Io non udii;, tu qui morivi—ed io...
Ah! di lassù certo or ci guardi: oh! vedi;
Quella Ermengarda tua, che[167] di tua mano
Adornavi quel dì, con tanta gioia,[168]
Con tanta piéta, a cui tu stessa il crine
Recidesti quel dì, vedi qual torna!
E benedici i cari tuoi, che accolta
Hanno così questa reietta.[169]
ADELCHI.
Ah! nostro
È il tuo dolor, nostro l’oltraggio.
DESIDERIO.
E nostro
Sarà il pensier della vendetta.
ERMENGARDA.
O padre,
Tanto non chiede il mio dolor; l’obblìo
Sol bramo; e il mondo volentier l’accorda
Agl’infelici[170]: oh! basta; in me finisca
La mia sventura. D’amistà, di pace
io la candida insegna esser dovea:
Il ciel non[171] volle: ah! non si dica almeno
Ch’io recai meco la discordia e il pianto
Dovunque apparvi, a tutti a cui di gioia[172]
Esser pegno dovea.
DESIDERIO.
Di quell’iniquo
Forse il supplizio ti dorria? quel vile,
Tu l’ameresti ancor?
ERMENGARDA.
Padre, nel fondo
Di questo cor che vai cercando? Ah! nulla
Uscir ne può che ti rallegri: io stessa
Temo d’interrogarlo: ogni passata
Cosa è nulla per me.—Padre, un estremo
Favor ti chieggo[173]: in questa corte, ov’io
Crebbi adornata di speranze, in grembo
Di quella madre, or che farei? ghirlanda
Vagheggiata un momento, in su la fronte
Posta per gioco un dì festivo, e tosto
Gittata a’ pie’ del passeggiero. Al santo
Di pace asilo e di pietà, che un tempo
La veneranda tua consorte ergea,
—Quasi presaga—ove la mia diletta
Suora, oh felice! la sua fede strinse
A quello sposo che non mai rifiuta,
Lascia ch’io mi ricovri. A quelle pure
Nozze aspirar più non poss’io, legata
D’un altro nodo; ma non vista, in pace
Ivi potrò chiudere i giorni.
ADELCHI.
Al vento
Questo presagio: tu vivrai: non diede
Così la vita de’[174] migliori il cielo
All’arbitrio de’ rei: non è in lor mano
Ogni speranza inaridir, dal mondo
Tôrre ogni gioia.[175]
ERMENGARDA.
Oh! non avesse mai
Viste le rive del Ticin Bertrada!
Non avesse la pia, del longobardo
Sangue una nuora desiata mai,
Nè gli occhi volti sopra me!
DESIDERIO.
Vendetta,
Quanto lenta verrai!
ERMENGARDA.
Trova il mio prego
Grazia appo te?
DESIDERIO.
Sollecito fu sempre
Consigliero il dolor più che fedele,
E di vicende e di pensieri il tempo
Inpreveduto apportator. Se nulla
Al tuo proposto ei muta, alla mia figlia
Nulla disdir vogl’io.

[165] ricambii

[166] riveggio

[167] cui

[168] gioja

[169] rejetta

[170] Agli infelici

[171] nol

[172] gioja

[173] chieggio

[174] dei

[175] gioja

SCENA IV.

ANFRIDO, e DETTI.

DESIDERIO.
Che rechi, Anfrido?
ANFRIDO.
Sire, un legato è nella reggia, e chiede
Gli sia concesso appresentarsi ai regi.
DESIDERIO.
Donde vien? Chi l’invia?
ANFRIDO.
Da Roma ei viene,
Ma legato è d’un re.
ERMENGARDA.
Padre, concedi
Ch’io mi ritragga.
DESIDERIO.
O donne, alle sue stanze
La mia figlia scorgete; a’ suoi servigi
Io vi destino: di regina il nome
Abbia e l’onor.
(ERMENGARDA parte con le Donzelle).
DESIDERIO.
D’un re dicesti, Anfrido?
Un legato... di Carlo?
ANFRIDO.
O re, l’hai detto.
DESIDERIO.
Che pretende costui? quali parole
Cambiar si ponno fra di noi? qual patto
Che di morte non sia?
ANFRIDO.
Di gran messaggio
Apportator si dice: ai duchi intanto,
Ai conti, a quanti nella reggia incontra,
Favella in atto di blandir.
DESIDERIO.
Conosco
L’arti di Carlo.
ADELCHI.
Al suo stromento il tempo
D’esercitarle non si dia.
DESIDERIO.
Raduna
Tosto i Fedeli, Anfrido, e in un con essi
Ei venga.
(ANFRIDO parte).
DESIDERIO.
Il giorno della prova è giunto;
Figlio, sei tu con me?
ADELCHI.
Sì dura inchiesta
Quando, o padre, mertai?
DESIDERIO.
Venuto è il giorno
Che un voler solo, un solo cor domanda:
Dì, l’abbiam noi? Che pensi far?
ADELCHI.
Risponda
Il passato per me: gli ordini tuoi
Attender penso, ed eseguirli.
DESIDERIO.
E quando
A’ tuoi disegni opposti sieno?
ADELCHI.
O padre!
Un nemico si mostra, e tu mi chiedi
Ciò ch’io farò? Più non son io che un brando
Nella tua mano. Ecco il legato: il mio
Dover fia scritto nella tua risposta.

SCENA V.

DESIDERIO, ADELCHI, ALBINO, FEDELI LONGOBARDI.

DESIDERIO.
Duchi, e Fedeli; ai vostri re mai sempre
Giova compagni ne’ consigli avervi,
Come nel campo.—Ambasciator, che rechi?
ALBINO.
Carlo, il diletto a Dio sire de’ Franchi,
De’ Longobardi ai re queste parole
Manda per bocca mia: volete voi
Tosto le terre abbandonar di cui
L’uomo illustre Pipin fe’ dono a Piero?
DESIDERIO.
Uomini longobardi![176] in faccia a tutto
Il popol nostro, testimoni voi
Di ciò mi siate; se dell’uom che questi
Or v’ha nomato, e ch’io nomar non voglio,
Il messo accolsi, e la proposta intesi,
Sacro dover di re solo potea
Piegarmi a tanto.—Or tu, straniero, ascolta.
Lieve domando il tuo non è; tu chiedi
Il segreto de’ re: sappi che ai primi
Di nostra gente, a quelli sol da cui
Leal consiglio ci aspettiamo, a questi
Alfin che vedi intorno a noi, siam usi
Di confidarlo: agli stranier non mai.
Degna risposta al tuo domando è quindi
Non darne alcuna.
ALBINO.
E tal risposta è guerra.
Di Carlo in nome io la v’intimo, a voi
Desiderio ed Adelchi, a voi che poste
Sul retaggio di Dio le mani avete,
E contristato il Santo. A questa illustre
Gente nemico il mio signor non viene:
Campion di Dio, da Lui chiamato, a Lui
Il suo braccio consacra; e suo malgrado[177]
Lo spiegherà contro chi voglia a parte
Star del vostro peccato.
DESIDERIO.
Al tuo re torna,
Spoglia quel manto che ti rende ardito,
Stringi un acciar, vieni, e vedrai se Dio
Sceglie a campione un traditor.—Fedeli!
Rispondete a costui.
MOLTI FEDELI.
Guerra!
ALBINO.
E l’avrete,
E tosto, e qui: l’angiol di Dio, che innanzi
Al destrier di Pipin corse due volte,
Il guidator che mai non guarda indietro,
Già si rimette in via.
DESIDERIO.
Spieghi ogni duca
Il suo vessillo; della guerra il bando
Ogni Giudice[178] intimi, e l’oste aduni;
Ogni uom[179] che nutre un corridor, lo salga,
E accorra al grido de’ suoi re. La posta
È alle Chiuse dell’alpi.
(al Legato)
Al re de’ Franchi
Questo invito riporta.
ADELCHI.
E digli ancora,
Che il Dio di tutti, il Dio che i giuri ascolta
Che al debole son fatti, e ne malleva
L’adempimento o la vendetta, il Dio,
Di cui talvolta più si vanta amico
Chi più gli è in ira, in cor del reo sovente
Mette una smania, che alla pena incontro
Correr lo fa; digli che mal s’avvisa
Chi va de’ brandi longobardi in cerca,
Poi che una donna longobarda offese.
(Partono da un lato i Re con la più parte
de’ Longobardi, e dall’altro il Legato
).

SCENA VI.

DUCHI rimasti.

INDOLFO.
Guerra, egli ha detto!
FARVALDO.
In questa guerra è il fato
Del regno.
INDOLFO.
E il nostro.
ERVIGO.
E inerti ad aspettarlo
Staremci?
ALDECHI.
Amici, di consulte il loco
Questo non è. Sgombriam; per vie diverse
Alla casa di Svarto ognuno arrivi.

[176] Longobardi

[177] mal grado

[178] giudice

[179] Ogn’uom

SCENA VII.

Casa di SVARTO.

SVARTO.
Un messaggier di Carlo![180] Un qualche evento,
Qual ch’ei pur sia, sovrasta.—In fondo all’urna,
Da mille nomi ricoperto, giace
Il mio; se l’urna non si scote, in fondo
Si rimarrà per sempre; e in questa mia
Oscurità morrò, senza che alcuno
Sappia nemmeno ch’io d’uscirne ardea.
—Nulla son io. Se in questo tetto i grandi
S’adunano talor, quelli a cui lice
Essere avversi ai re; se i lor segreti
Saper m’è dato, è perchè nulla io sono.
Chi pensa a Svarto? chi spiar s’affanna
Qual piede a questo limitar si volga?
Chi m’odia? chi mi teme?—Oh! se l’ardire
Desse gli onor! se non avesse in pria
Comandato la sorte! e se l’impero
Si contendesse a spade, allor vedreste,
Duchi superbi, chi di noi l’avria.
Se toccasse all’accorto! A tutti voi
Io leggo in cor; ma il mio v’è chiuso. Oh! quanto
Stupor vi prenderia, quanto disdegno,
Se ci[181] scorgeste mai che un sol desio
A voi tutti mi lega, una speranza...
D’esservi pari un dì!—D’oro appagarmi
Credete voi. L’oro! gittarlo al piede
Del suo minor, quello è destin; ma inerme,
Umil tender la mano ad afferrarlo,
Come il mendico...

[180] messagger dei Franchi!

[181] vi

SCENA VIII.

SVARTO, ILDECHI; poi altri che sopraggiungono.

ILDECHI.
Il ciel ti salvi, o Svarto:
Nessuno è qui?
SVARTO.
Nessun. Quai nuove, o duca?
ILDECHI.
Gravi; la guerra abbiam coi Franchi: il nodo
Si ravviluppa, o Svarto; e fia mestieri
Sciorlo col ferro: il dì s’appressa, io spero,
Del guiderdon per tutti.
SVARTO.
Io nulla attendo,
Fuor che da voi.
ILDECHI.
(a FARVALDO che soproggiunge)
Farvaldo, alcun ti segue?
FARVALDO.
Vien su’[182] miei passi Indolfo.
ILDECHI.
Eccolo.
INDOLFO.
Amici!
ILDECHI.
(ad altri che entrano)
Vila! Ervigo!
Fratelli! Ebben: supremo
È il momento, il vedete: i vinti in questa
Guerra, qual siasi il vincitor, siam noi,
Se un gran partito non si prende. Arrida
La sorte ai re; svelatamente addosso
Ci piomberan: Carlo trionfi; in preso
Regno, che posto ci riman? Con uno
De’[183] combattenti è forza star.—Credete
Che in cor di questi re siavi un perdono
Per chi voleva un altro re?
INDOLFO.
Nessuna
Pace con lor.
ALTRI DUCHI.
Nessuna!
ILDECHI.
È d’uopo un patto
Stringer con Carlo.
FARVALDO.
Al suo legato....
ERVIGO.
È cinto
Dagli amici de’ regi; io vidi Anfrido
Porglisi al fianco; e fu pensier d’Adelchi.
ILDECHI.
—Vada adunque un di noi; rechi le nostre
Promesse a Carlo, e con le sue ritorni,
O le rimandi.
INDOLFO.
Bene sta.
ILDECHI.
Chi piglia
Quest’impresa?
SVARTO.
Io v’andrò. Duchi, m’udite.
Se alcun di voi quinci sparisce,[184] i guardi
Fieno intesi a cercarlo; ed il sospetto
Cercherà l’orme sue, fin che le scopra.[185]
Ma che un gregario cavalier, che Svarto
Manchi, non fia che più s’avvegga[186] il mondo,
Che d’un pruno scemato alla foresta.[187]
Se alla chiamata alcun mi noma, e chiede:
Dov’è? dica un di voi: Svarto? io lo vidi
Scorrer lungo il Ticino; il suo destriero
Imbizzarrì, giù dall’arcion nell’onda
Lo scosse; armato egli era, e più non salse.
Sventurato! diranno; e più di Svarto
Non si farà parola. A voi non lice
Inosservati andar: ma nel mio volto
Chi fisserà lo sguardo? Al calpestio
Del mio ronzin che solo arrivi, appena
Qualche Latin fia che si volga; e il passo
Tosto mi sgombrerà.
ILDECHI.
Svarto, io da tanto
Non ti credea.
SVARTO.
Necessità lo zelo
Rende operoso; e ad arrecar messaggi
Non è mestier che di prontezza.
ILDECHI.
Amici!
Ch’ei vada?
I DUCHI.
Ei vada.
ILDECHI.
Al dì novello in pronto
Sii, Svarto; e in un gli ordini nostri il fieno.

Fine dell’atto primo.

[182] sui

[183] Dei

[184] svanisce

[185] La sua via frugherà fin che la trovi:

[186] s’avveggia

[187] Che d’un vepre scemato alla boscaglia.


ATTO SECONDO.

SCENA I.

Campo de’ Franchi in Val di Susa.

CARLO, PIETRO.

PIETRO.
Carlo invitto, che udii? Toccato ancora
Il suol non hai dove il secondo regno
Il Signor ti destina; e di ritorno
Per tutto il campo si bisbiglia! Oh! possa,
Dal tuo labbro real tosto smentita,
L’empia voce cader! L’età ventura
Non abbia a dir che sul principio tronca
Giacque un’impresa risoluta in cielo,
Abbracciata da te. No; ch’io non torni
Al Pastor santo, e debba dirgli: il brando,
Che suscitato Iddio t’avea, ricadde
Nella guaina; il tuo gran figlio volle,
Volle un momento, e disperò.
CARLO.
Quant’io
Per la salvezza di tal padre oprai,
Uomo di Dio, tu lo vedesti, il vide
Il mondo, e fede ne farà. Di quello
Che resti a far, dal mio desir consiglio
Non prenderò, quando m’ha dato il suo
Necessità. L’Onnipotente è un solo.
Quando all’orecchio mi pervenne il grido
Del Pastor minacciato, io, su gl’infranti
Idoli vincitor, dietro l’infido
Sassone camminava; e la sua fuga
Mi batteva la via; ristetti in mezzo
Della vittoria, e patteggiai là dove
Tre dì più tardi comandar potea.
Tenni il campo in Ginevra; al voler mio
Ogni voler piegò; Francia non ebbe
Più che un affar; tutta si mosse; al varco
D’Italia s’affacciò volonterosa,
Come al racquisto di sue terre andria.
Ora, a che siam tu il vedi: il varco è chiuso.
Oh! se frapposti tra il conquisto e i Franchi
Fosser uomini sol, questa parola
Il re de’[188] Franchi proferir potrebbe:
Chiusa è la via? Natura al mio nemico
Il campo preparò, gli abissi intorno
Gli scavò per fossati; e questi monti,
Che il Signor fabbricò, son le sue torri
E i battifredi: ogni più picciol varco
Chiuso è di mura, onde insultare ai mille
Potrieno i dieci, ed ai guerrier le donne.
—Già troppo, in opra ove il valor non basta,
Di valenti io perdei: troppo, fidando
Nel suo vantaggio, il fiero Adelchi ha tinta
Di Franco sangue la sua spada. Ardito
Come un leon presso la tana, ei piomba,
Percote, e fugge. Oh ciel! più volte io stesso,
Nell’alta notte visitando il campo,
Fermo presso le tende, udii quel nome
Con terror proferito. I Franchi miei
Ad una scola di terror più a lungo
Io non terrò. S’io del nemico a fronte
Venir poteva in campo aperto, oh! breve
Era questa tenzon, certa l’impresa...
Fin troppo certa per la gloria. E Svarto,
Un guerrier senza nome, un fuggitivo,
L’avrìa con me divisa; ei che già vinti
Mi rassegnò tanti nemici. Un giorno,
Men che un giorno bastava: Iddio mel niega.
Non se ne parli più.
PIETRO.
Re, all’umil servo
Di Colui che t’elesse, e pose il regno
Nella tua casa, non vorrai tu i preghi
Anco inibir. Pensa a che man tu lasci
Quel che padre tu nomi. Il suo nemico
Già provocato a guerra avevi, in armi[189]
Già tu scendevi, e ancor di rabbia insano,
Più che di tema, il crudo veglio al santo
Pastor mandava ad intimar, che ai Franchi
Desse altri re:—tu li conosci. Ei tale
Mandò risposta a quel tiranno: immota
Sia questa man per sempre; inaridisca
Il crisma santo su[190] l’altar di Dio,
Pria che, sparso da me, seme diventi
Di guerra contro[191] il figliuol mio.—T’aiti
Quel tuo figliuol, fe’ replicargli il rege;
Ma pensa ben, che s’ei ti manca[192] un giorno,
Fia risoluta fra noi[193] due la lite.
CARLO.
A che ritenti questa piaga? In vani
Lamenti vuoi che anch’io mi perda? o pensi
Che abbia Carlo mestier di sproni al fianco?
—È in periglio Adrian; forse è mestieri
Che altri a Carlo il rimembri? il vedo,[194] il sento;
E non è detto di mortal che possa
Crescere il cruccio che il mio cor ne prova.
Ma superar queste bastite, al suo
Scampo volar... de’ Franchi il re nol puote.
Detto io te l’ho; nè volontier[195] ripeto
Questa parola.—Io da’ miei Franchi ottenni
Tutto finor, perchè sol grandi io chiesi
E fattibili cose. All’uom che stassi
Fuor degli eventi e guata, arduo talvolta
Ciò ch’è più lieve appar, lieve talvolta
Ciò che la possa de’ mortali eccede.
Ma chi tenzona con le cose, e deve[196]
Ciò ch’egli agogna conseguir con l’opra,
Quei conosce i momenti.—E che potea
Io far di più? Pace al nemico offersi,
Sol che le terre dei Romani ei sgombri;
Oro gli offersi per la pace; e l’oro
Ei ricusò! Vergogna! a ripararla
Sul Vèsero ne andrò.