[188] dei

[189] arme

[190] in su

[191] in contro

[192] falla

[193] in fra

[194] veggio

[195] volentier

[196] debbe

SCENA II.

ARVINO, e DETTI.

ARVINO.
Sire, nel campo
Un uom latino è giunto, e il tuo cospetto
Chiede.
PIETRO.
Un Latin?
CARLO.
Donde arrivò? Le Chiuse
Come varcò?
ARVINO.
Per calli sconosciuti,
Declinandole, ei venne;[197] e a te si vanta
Grande avviso recar.
CARLO.
Fa ch’io gli parli.
(ARVINO parte)
E tu meco l’udrai. Nulla intentato
Per la salvezza d’Adriano io voglio
Lasciar: di questo testimon ti chiamo.

[197] giunse

SCENA III.

MARTINO introdotto da ARVINO, e DETTI. (ARVINO si ritira).

CARLO.
Tu se’ latino, e qui? tu nel mio campo,
Illeso, inosservato?
MARTINO.
Inclita speme
Dell’ovil santo e del Pastor, ti veggo;
E de’ miei stenti e de’[198] perigli[199] è questa
Ampia mercè; ma non è sola. Eletto
A strugger gli empi[200]! ad insegnarti io vengo
La via.
CARLO.
Qual via?
MARTINO.
Quella ch’io feci.
CARLO.
E come
Giungesti a noi? Chi se’? Donde l’ardito
Pensier ti venne?
MARTINO.
All’ordin sacro ascritto
De’[201] diaconi io son: Ravenna il giorno
Mi diè: Leone, il suo Pastor, m’invia.
Vanne, ei mi disse, al salvator di Roma;
Trovalo: Iddio sia teco; e s’Ei di tanto
Ti degna, al re sii scorta: a lui di Roma
Presenta il pianto, e d’Adrian.
CARLO.
Tu vedi
Il suo legato.
PIETRO.
Ch’io la man ti stringa,
Prode concittadino: a noi tu giungi
Angel di gioia.[202]
MARTINO.
Uom peccator son io;
Ma la gioia[202] è dal cielo, e non fia vana.
CARLO.
Animoso Latin, ciò che veduto,
Ciò che hai sofferto, il tuo cammino e i rischi,
Tutto mi narra.
MARTINO.
Di Leone al cenno,
Verso il tuo campo io mi drizzai; la bella
Contrada attraversai, che nido è fatta
Del Longobardo e da lui piglia il nome.
Scórsi ville e città, sol di latini
Abitatori popolate: alcuno
Dell’empia razza a te nemica e a noi
Non vi riman, che le superbe spose
De’[203] tiranni e le madri, ed i fanciulli
Che s’addestrano all’armi, e i vecchi stanchi,
Lasciati a guardia de’ cultor soggetti,
Come radi pastor di folto armento.
Giunsi presso alle Chiuse: ivi addensati
Sono i cavalli e l’armi; ivi raccolta
Tutta una gente sta, perchè in un colpo
Strugger la possa il braccio tuo.
CARLO.
Toccasti
Il campo lor? qual è? che fan?
MARTINO.
Securi
Da quella parte che all’Italia è volta,
Fossa non hanno, nè ripar, nè schiere
In ordinanza: a fascio stanno; e solo
Si guardan quinci, donde solo han tema
Che tu attinger li possa. A te, per mezzo
Il campo ostil, quindi venir non m’era
Possibil cosa; e nol tentai; chè cinto
Al par di rocca è questo lato; e mille
Volte nemico tra[204] costor chiarito
M’avria la breve chioma, il mento ignudo,
L’abito, il volto ed il sermon latino.
Straniero ed inimico, inutil morte
Trovato avrei; reddir senza vederti
M’era più amaro che il morir. Pensai
Che dall’aspetto salvator di Carlo
Un breve tratto mi partia: risolsi
La via cercarne, e la rinvenni.
CARLO.
E come
Nota a te fu? come al nemico ascosa?
MARTINO.
Dio gli accecò, Dio mi guidò. Dal campo
Inosservato uscii; l’orme ripresi
Poco innanzi calcate; indi alla manca[205]
Piegai verso aquilone, e abbandonando
I battuti sentieri, in un’angusta[206]
Oscura valle m’internai: ma quanto
Più il passo procedea, tanto allo sguardo
Più spaziosa[207] ella si fea. Qui scorsi
Gregge[208] erranti e tuguri:[209] era codesta
L’ultima stanza de’ mortali. Entrai
Presso un pastor, chiesi l’ospizio, e sovra
Lanose pelli riposai la notte.
Sorto all’aurora, al buon pastor la via
Addimandai di Francia. — Oltre quei monti
Sono altri monti, ei disse, ed altri ancora;
E lontano lontan Francia; ma via
Non avvi[210]; e mille son que’[211] monti, e tutti
Erti, nudi, tremendi, inabitati,
Se non da spirti, ed uom mortal giammai
Non li varcò.—Le vie di Dio son molte,
Più assai di quelle del mortal, risposi;
E Dio mi manda.—E Dio ti scorga, ei disse:
Indi, tra i pani che teneva in serbo,
Tanti pigliò di quanti un pellegrino
Puote andar carco; e, in rude sacco avvolti,
Ne gravò le mie spalle: il guiderdone
Io gli pregai dal cielo, e in via mi posi.
Giunsi in capo alla valle, un giogo ascesi,
E in Dio fidando, lo varcai. Qui nulla
Traccia d’uomo apparia; solo foreste
D’intatti abeti, ignoti fiumi, e valli
Senza sentier: tutto tacea; null’altro
Che i miei passi io sentiva, e ad ora ad ora
Lo scrosciar dei torrenti, o l’improvviso
Stridir del falco, o l’aquila, dall’erto
Nido spiccata sul[212] mattin, rombando
Passar sovra il mio capo, o, sul meriggio,
Tocchi dal sole, crepitar del pino
Silvestre i coni. Andai così tre giorni;
E sotto l’alte piante, o ne’[213] burroni
Posai tre notti. Era mia guida il sole;
Io sorgeva con esso, e il suo viaggio
Seguia, rivolto al suo tramonto. Incerto
Pur del cammino io già, di valle in valle
Trapassando mai sempre; o se talvolta
D’accessibil pendìo sorgermi innanzi
Vedeva un giogo, e n’attingea la cima,
Altre più eccelse cime, innanzi, intorno
Sovrastavanmi ancora; altre, di neve
Da sommo ad imo biancheggianti, e quasi
Ripidi, acuti padiglioni, al suolo
Confitti; altre ferrigne, erette a guisa
Di mura, insuperabili.—Cadeva
Il terzo sol quando un gran monte io scersi,
Che sovra gli altri ergea la fronte, ed era
Tutto una verde china, e la sua vetta
Coronata di piante. A quella parte
Tosto il passo io rivolsi.—Era la costa
Oriental di questo monte istesso,
A cui, di contro al sol cadente, il tuo
Campo s’appoggia, o sire.—In su le falde
Mi colsero le tenebre: le secche
Lubriche spoglie degli abeti, ond’era
Il suol gremito, mi fur letto, e sponda
Gli antichissimi tronchi. Una ridente
Speranza, all’alba, risvegliommi; e pieno
Di novello vigor la costa ascesi.
Appena il sommo ne toccai, l’orecchio
Mi percosse un ronzio che di lontano
Parea venir, cupo, incessante; io stetti,
Ed immoto ascoltai. Non eran l’acque
Rotte fra i sassi in giù; non era il vento
Che investìa le foreste, e, sibilando,
D’una in altra scorrea, ma veramente
Un rumor[214] di viventi, un indistinto
Suon di favelle e d’opre e di pedate
Brulicanti da lungi, un agitarsi
D’uomini immenso. Il cor balzommi; e il passo
Accelerai. Su questa, o re, che a noi
Sembra di qui lunga ed acuta cima
Fendere il ciel, quasi affilata scure,
Giace un’ampia pianura, e d’erbe è folta
Non mai calcate in pria. Presi di quella
Il più breve tragitto: ad ogni istante
Si fea il rumor[215] più presso: divorai
L’estrema via: giunsi sull’orlo: il guardo
Lanciai giù nella valle, e vidi... oh! vidi
Le tende d’Israello, i sospirati
Padiglion di Giacobbe: al suol prostrato,
Dio ringraziai, li benedissi, e scesi.
CARLO.
Empio colui che non vorrà la destra
Qui riconoscer dell’Eccelso!
PIETRO.
E quanto
Più manifesta apparirà nell’opra,
A cui l’Eccelso ti destina!
CARLO.
Ed io
La compirò.
(a MARTINO)
Pensa, o Latino, e certa
Sia la risposta: a cavalieri il passo
Dar può la via che percorresti?
MARTINO.
Il puote.
E a che l’avrebbe preparata il cielo?
Per chi, signor? perchè un mortale oscuro
Al re de’[216] Franchi narrator venisse
D’inutile portento?
CARLO.
Oggi a riposo
Nella mia tenda rimarrai: sull’alba,
Ad un’eletta di guerrier tu scorta
Per quella via sarai.—Pensa, o valente,
Che il fior di Francia alla tua scorta affido.
MARTINO.
Con lor sarò: di mie promesse pegno
Il mio capo ti fia.
CARLO.
Se di quest’alpe
Mi sferro alfine, e vincitore al santo
Avel di Piero, al desiato amplesso
Del gran padre Adrian giunger m’è dato,
Se grazia alcuna al suo cospetto un mio
Prego aver può, le pastorali bende
Circonderan quel capo; e faran fede
In quanto onor Carlo lo tenga.—Arvino!
(entra ARVINO)
I Conti e i Sacerdoti.[217]
(al Legato e[218] a MARTINO)
E voi, le mani
Alzate[219] al ciel; le grazie a lui rendute
Preghiera sian[220] che favor novo impetri.
(partono il Legato e MARTINO).

[198] dei

[199] periglj

[200] empj

[201] Dei

[202] gioja

[203] Dei

[204] in fra

[205] alla destra

[206] una angusta

[207] spazïosa

[208] Greggie

[209] tugurj

[210] havvi

[211] quei

[212] in sul

[213] nei

[214] romor

[215] romor

[216] dei

[217] (ARVINO parte)

[218] ed a

[219] Levate

[220] sien

SCENA IV.

CARLO.
Così, Carlo reddiva. Il riso amaro
Del suo nemico e dell’età ventura
Gli stava innanzi; ma l’avea giurato,
Egli in Francia reddìa.—Qual de’ miei prodi,
Qual de’ miei fidi, per consiglio o prego,
Smosso m’avrìa dal mio proposto? E un solo,
Un uom di pace, uno stranier, m’apporta
Novi[221] pensier! No: quei che in petto a Carlo
Rimette il cor, non è costui. La stella
Che scintillava al mio partir, che ascosa
Stette alcun tempo, io la riveggo.[222] Egli era
Un fantasma d’error quel che parea
Dall’Italia respingermi; bugiarda
Era la voce che diceami in core:
No mai, no, rege esser non puoi nel suolo
Ove nacque Ermengarda.—Oh! del tuo sangue
Mondo son io; tu vivi: e perchè dunque
Ostinata così mi stavi innanzi,
Tacita, in atto di rampogna, afflitta,
Pallida, e come del sepolcro uscita?
Dio riprovata ha la tua casa; ed io
Starle unito dovea? Se agli occhi miei
Piacque Ildegarde, al letto mio compagna
Non la chiamava alta ragion di regno?
Se minor degli eventi è il femminile
Tuo cor, che far poss’io? Che mai faria
Colui che tutti, pria d’oprar, volesse
Prevedere i dolori? Un re non puote
Correr l’alta sua via, senza che alcuno
Cada sotto il suo piè. Larva cresciuta
Nel silenzio e nell’ombra, il sol si leva,
Squillan le trombe; ti dilegua.

[221] Nuovi

[222] riveggio

SCENA V.

CARLO, CONTI e VESCOVI.

CARLO.[223]
A dura
Prova io vi posi, o miei guerrier; vi tenni
A perigli ozïosi, a patimenti
Che parean senza onor: ma voi fidaste
Nel vostro re, voi gli ubbidiste[224] come
In un dì di battaglia. Or della prova
È giunto il fine; e un guiderdon s’appressa
Degno de’[225] Franchi. Al sol nascente, in via
Una schiera porrassi.—Eccardo, il duce
Tu ne sarai.—Dell’inimico in cerca
N’andranno, e tosto il giungeran là dove
Ei men s’aspetta.—Ordin più chiari, Eccardo,
Io ti darò. Nel longobardo campo
Ho amici assai; come li scerna, e d’essi
Ti valga, udrai. Da queste Chiuse il resto
Voi sniderete di leggier: noi tosto
Le passerem senza contrasto, e tutti
Ci rivedremo in campo aperto.—Amici!
Non più muraglie, nè bastìe, nè frecce
Da’[226] merli uscite, e feritor che rida
Da’[226] ripari impunito, o che improvviso
Piombi su noi; ma insegne aperte al vento,
Destrier contra destrier, genti disperse
Nel piano, e petti non da noi più lunge
Che la misura d’una lancia. Il dite
A’ miei soldati; dite lor, che lieto
Vedeste il re, siccome il dì[227] che certa
La vittoria predisse in Eresburgo;
Che sian[228] pronti a pugnar; che di ritorno
Si parlerà dopo il conquisto, e quando
Fia diviso il bottin. Tre giorni; e poi
La pugna e la vittoria; indi il riposo
Là nella bella Italia, in mezzo ai campi
Ondeggianti di spighe, e ne’[229] frutteti
Carchi di poma ai padri nostri ignote;
Fra i tempii[230] antichi e gli atrii,[231] in quella terra
Rallegrata dai canti, al sol diletta,
Che i signori del mondo in sen racchiude,
E i martiri di Dio; dove il supremo
Pastore alza[232] le palme, e benedice
Le nostre insegne; ove nemica abbiamo
Una piccola[233] gente, e questa ancora
Tra sè divisa, e mezza mia; la stessa
Gente su cui due volte il mio gran padre
Corse; una gente che si scioglie. Il resto
Tutto è per noi, tutto ci aspetta.—Intento,
Dalle vedette sue, miri il nemico
Moversi il nostro campo; e si rallegri.
Sogni il nostro fuggir, sogni del tempio
La scellerata preda, in sua man servo
Sogni il sommo Levita, il comun padre,
Il nostro amico, in fin che giunga Eccardo,
Risvegliator non aspettato.—E voi,
Vescovi santi e Sacerdoti[234], al campo
Intimate le preci. A Dio si vóti
Questa impresa, ch’è sua. Come i miei Franchi,
Umiliati nella polve, innanzi
Al Re de’ regi abbasseran la fronte,[235]
Tale i nemici innanzi a lor nel campo.

Fine dell’atto secondo.

[223] (ai Conti)

[224] obbediste

[225] dei

[226] Dai

[227] allor

[228] sien

[229] nei

[230] tempj

[231] atrj

[232] Pastor leva

[233] picciola

[234] sacerdoti

[235]

Come i miei Franchi
A Lui dinanzi abbasseran la fronte,
Tale....


ATTO TERZO.

SCENA I.

Campo de’ Longobardi.—Piazza dinanzi alla tenda di Adelchi.

ADELCHI, ANFRIDO.

ANFRIDO.
(che sopraggiunge)
Signor!
ADELCHI.
Diletto Anfrido; ebben, che fanno
Codesti Franchi? non dan segno ancora
Le tende al tutto di levar?
ANFRIDO.
Nessuno
Finora: immoti tuttavia si stanno,
Quali sull’alba li vedesti, quali
Son da tre dì, poi che le prime schiere
Cominciar la ritratta. Una gran parte[236]
Scórsi del vallo, esaminando; ascesi
Una torre, e guatai; stretti li vidi
In ordinanza, folti, all’erta, in atto
Di chi assalir non pensa, ed in sospetto
Sta d’un assalto; e più si guarda, quanto
Più scemato è di forze; e senza offesa
Ritrarsi agogna, ed il momento aspetta.[237]
ADELCHI.
E lo potrà, pur troppo! Ei parte, il vile
Offensor d’Ermengarda, ei che giurava
Di spegner la mia casa; ed io non posso
Spingergli addosso il mio destrier, tenerlo,
Dibattermi con esso, e riposarmi
Sull’armi sue! Nol posso! In campo aperto
Stargli a fronte, non[238] posso! In queste Chiuse
La fè de’ pochi che a guardarle io scelsi,
Il cor di quelli ch’io prendea tra[239] i pochi,
Compagni alle sortite, alla salvezza
Potè bastar d’un regno: i traditori
Stetter lontani dalla pugna, inerti,
Ma contenuti. In campo aperto, al Franco
Abbandonato da costor sarei,
Solo coi pochi. Oh vil trionfo![240] Il messo
Che mi dirà: Carlo è partito, un lieto
Annunzio mi darà: gioia[241] mi fia
Che lunge ei sia dalla mia spada!
ANFRIDO.
O dolce
Signor, ti basti questa gloria. Come
Un vincitor sopra la preda,[242] ei scese
Su questo regno, e vinto or torna: ei vinto
Si confessò quando implorò la pace,
Quando il prezzo ne offerse; e tu sei quello
Che l’hai rispinto. Il padre tuo n’esulta;
Tutto il campo il confessa: i fidi tuoi
Alteri van della tua gloria, alteri
Di dividerla teco; e quei codardi
Che a non amarti si dannar, temerti
Dovranno or più che mai.
ADELCHI.
La gloria? il mio
Destino è d’agognarla, e di morire
Senza averla gustata. Ah no! codesta
Non è ancor gloria, Anfrido. Il mio nemico
Parte impunito; a nuove imprese ei corre;
Vinto in un lato, ei di vittoria altrove
Andar può in cerca; ei che su un popol regna
D’un sol voler, saldo, gittato in uno,
Siccome il ferro del suo brando; e in pugno
Come il brando lo tiensi. Ed io sull’empio
Che m’offese nel cor, che per ammenda
Il mio regno assalì, compier non posso
La mia vendetta! Un’altra impresa, Anfrido,
Che sempre increbbe al mio pensier, nè giusta
Nè gloriosa, si presenta; e questa
Certa ed agevol fia.
ANFRIDO.
Torna agli antichi
Disegni il re?
ADELCHI
Dubbiar ne puoi? Securo
Dalle minacce d’esti Franchi, incontro
L’apostolico sire il campo tosto
Ei moverà: noi guiderem sul Tebro
Tutta Longobardia, pronta, concorde
Contro gl’inermi, e fida allor che a certa
E facil preda la conduci. Anfrido,
Qual guerra! e qual nemico! Ancor ruine
Sopra ruine ammucchierem: l’antica
Nostr’arte è questa: ne’[243] palagi il foco
Porremo e ne’[243] tuguri[244]: uccisi i primi,
I signori del suolo, e quanti a caso
Nell’asce nostre ad inciampar verranno,
Fia servo il resto, e tra[245] di noi diviso;
E ai più sleali e più temuti, il meglio
Toccherà della preda.—Oh! mi parea,
Pur mi parea che ad altro io fossi nato,
Che ad esser capo di ladron; che il cielo
Su questa terra altro da far mi desse
Che, senza rischio e senza onor, guastarla.
—O mio diletto! O de’ miei giorni primi,
De’ giochi miei, dell’armi poi, de’ rischi
Solo compagno e de’[246] piacer; fratello
Della mia scelta, innanzi a te soltanto
Tutto vola sui labbri il mio pensiero.
Il mio cor m’ange, Anfrido: ei mi comanda
Alte e nobili cose; e la fortuna
Mi condanna ad inique; e strascinato
Vo per la via ch’io non mi scelsi, oscura,
Senza scopo; e il mio cor s’inaridisce,
Come il germe caduto in rio terreno,
E balzato dal vento.
ANFRIDO.
Alto infelice!
Reale amico! Il tuo fedel[247] t’ammira,
E ti compiange. Toglierti la tua
Splendida cura non poss’io, ma posso
Teco sentirla almeno. Al cor d’Adelchi
Dir che d’omaggi, di potenza e d’oro
Sia contento, il poss’io? dargli la pace
De’[248] vili, il posso? e lo vorrei, potendo?
—Soffri e sii grande: il tuo destino è questo,
Finor: soffri, ma spera: il tuo gran corso
Comincia appena; e chi sa dir, quai tempi,
Quali opre il cielo ti prepara? il cielo
Che re ti fece, ed un tal cor ti diede.

[236] Un lungo tratto

[237] agguata

[238] io non

[239] fra

[240]

al Franco,
Solo coi pochi, abbandonato almeno
Io sarei da costoro. Oh rabbia!

[241] gioja

[242] la spoglia

[243] nei

[244] tugurj

[245] fra

[246] dei

[247] Fedel

[248] Dei

SCENA II.

ADELCHI, DESIDERIO.

(ANFRIDO si ritira)