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Lo Stato e l'istruzione pubblica nell'Impero Romano

Chapter 40: VI.
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About This Book

L'opera analizza l'organizzazione, l'estensione e l'influenza dell'istruzione pubblica nell'età imperiale romana, mettendo in rilievo l'ingerenza del potere centrale nella creazione di un sistema educativo statale, la diffusione delle scuole nelle province e le differenze rispetto all'istruzione greca. Discute fonti e problemi metodologici, distingue tra formazione intellettuale ed educazione morale, esamina limiti e varianti locali dell'insegnamento e delimita quali istituti rientrano nel concetto generale di istruzione pubblica, tralasciando per scelta gli istituti professionali e speciali che richiederebbero trattazioni separate.

CAPITOLO III. Gl’imperatori da Nerva a M. Aurelio e l’istruzione pubblica nell’impero romano.
(96-180)

I. Reazione di Nerva e di Traiano alla politica dei Flavii; gli stipendi ai retori interrotti; esitanze nella riconferma delle immunità. — II. Reazione all’educazione fisica e musicale ellenizzante. — III. La biblioteca Ulpia-Traiana. — IV. I pueri alimentarii e i provvedimenti relativi in Roma, in Italia e nelle province. — V. Traiano e i maestri; rifiorimento della coltura. — VI. P. Elio Adriano. — VII. Adriano, le immunità, gli onori e i beneficii largiti ai maestri. — VIII. L’Athenaeum e la biblioteca Capitolina. Adriano e gli studi di giurisprudenza. — IX. Adriano e l’istruzione pubblica nelle provincie; riforme nelle scuole degli Epicurei; innovazioni nel Museo Alessandrino. — X. Le nuove norme di Antonino Pio circa le immunità dei maestri. — XI. Antonino Pio non inaugura scuole di Stato in provincia, ma vi promuove l’istituzione di scuole municipali di retorica e di filosofia. — XII. Marco Aurelio e la fondazione delle prime cattedre imperiali universitarie in Atene. — XIII. I concorsi universitarii. — XIV. Le cattedre di fondazione imperiale nell’Athenaeum romano. XV. Gli Antonini, le istituzioni alimentari e l’istruzione primaria. — XVI. Gli imperatori da Traiano a Marco Aurelio e l’istruzione musicale. — XVII. Il governo ed i collegi giovanili. La cura delle belle arti. L’amministrazione delle biblioteche. L’età degli imperatori da Nerva a Traiano, e la scuola e la coltura nell’impero romano.

I.

Il periodo, che intercede da Nerva a Marco Aurelio, pur attraverso cautele e riserve, tendenti a non ferire interessi temibili o diritti costituiti, rappresenta — è noto — una reazione all’indirizzo politico della dinastia Flavia; reazione, che si appalesa più stridente quanto meno ci allontaniamo dall’ultimo imperatore di questa casa[270]. A tale tendenza non doveva, nè poteva sfuggire la politica scolastica dei nuovi principi. Ed invero, da Nerva ad Antonino Pio, forse anche fino a Marco Aurelio, noi non troviamo più menzione di insegnanti di retorica stipendiati dal fisco. Di retori illustri, in questo tempo, vissero parecchi, e P. Annio Floro e Polemone e Dionigi di Mileto e Lolliano e Favorino e Castricio e Aristocle di Pergamo e Rufo di Perinto e Paolo e Adriano di Tyro e Demetrio di Alessandria e non pochi altri ancora;[271] ma a nessuno toccò l’ambito onore, che già un terzo di secolo prima era toccato a Quintiliano.

Nè del silenzio delle fonti si può tener responsabile una casuale dimenticanza. Il governo e la politica di Traiano vantano un descrittore e un apologista, che nulla di ciò avrebbe trascurato, se lo avesse potuto. Intendo accennare a Plinio il Giovane e al suo Panegirico. Eppure, mentre, in un capitolo, che riguarda appunto l’opera dell’imperatore nei rispetti della scuola e dei maestri, il suo autore elogia il principe per l’onore, in cui teneva i docenti di retorica e di filosofia, studii e discipline, che quasi poteva dirsi tornassero dall’esilio — nè qui, nè altrove, accenna che tanta degnazione fosse accompagnata da vere e proprie largizioni di utili materiali, e chi da questo passo ha concluso diversamente non ha certo interpretato con esattezza le parole del suo autore[272].

Sembrerebbe contraddire alla nostra ipotesi un editto di Nerva, che possediamo nel suo testo, il quale riconfermava i privilegi di coloro, che avessero — pubblicamente, o privatamente — ricevuto beneficii dai suoi predecessori[273]. La induzione però sarebbe, a mio credere, alquanto audace. Nell’editto di Nerva si ha un esempio di quello che oggi si direbbe un mantenimento di diritti acquisiti. Ma questi diritti dovevano essere già in godimento, e, come abbiamo notato, lo stipendio ai retori, se per taluno (noi conosciamo il solo Quintiliano) era già una realtà, per molti altri, era rimasto un principio teorico, di cui non s’era mai fatta la pratica applicazione. Se, quindi, i maestri nelle condizioni di Quintiliano conservarono, anche sotto Nerva, il loro antico stipendio, tutto ciò non costituì menomamente un impegno verso i futuri retori non stipendiati, e l’assenza di ogni notizia su persone, che in questo tempo si trovino in tale condizione, anzi di ogni notizia in proposito, riesce — lo ripetiamo — gravemente decisiva.

Del resto, non poteva avvenire diversamente. Inteso in una forma più estensiva, il mantenimento dei privilegi accordati si sarebbe tradotto nell’irrigidimento del governo di ciascun imperatore entro lo schema tracciato dai predecessori. Anche i delatori ufficiali ed ufficiosi, privilegiati da Domiziano, subiranno un trattamento opposto sotto Nerva e Traiano, e quest’ultimo, con precauzione voluta, non confermerà nè esplicitamente, nè sempre, in tutti i loro particolari, i beneficii, privati e pubblici, conferiti dai predecessori[274]. Ed invero, potevano i principi rispettare gli interessi personali e i diritti in godimento dei beneficati dai loro predecessori; ma, qualora non lo avessero creduto, non era punto ragionevole che continuassero ad applicare a nuove persone i vecchi beneficii.

Siamo quindi sicuri che nuovi conferimenti di stipendio a retori o a grammatici, sotto i primi imperatori così detti senatorii, non ne avvennero. Rimasero però in vigore quelle esenzioni dai pubblici carichi a retori, grammatici, filosofi, medici, che datavano da molti anni più innanzi?

Un rescritto di Traiano riguarda precisamente una questione del genere. Un Flavio Archippo aveva chiesto di essere dispensato del sedere giudice in grazia della sua qualità di filosofo, e aveva anche allegato un editto e un’epistola di Nerva, che, a suo parere, gliene confermavano il diritto. Taluno avea invece osservato che egli, non che dispensato, doveva essere escluso dal numero dei giudici e sottoposto all’espiazione di una condanna precedentemente riportata[275]. L’editto o l’epistola, di Nerva, trattandosi questa volta di un diritto acquisito, indurrebbero nella persuasione del mantenimento di quelle tali immunità, che Vespasiano per ultimo aveva così solennemente ripetute, ma il rescritto di Traiano sorvola su codesto punto. Flavio Archippo — esso lascia intendere — può, per mera opportunità, non essere costretto ad espiare la sua condanna. Se debba però essere esentato dal suo obbligo di giudicante, non dice; e, quel che più monta, anche il governatore, che l’aveva interpellato, rimane esitante.[276]

Probabilmente, anche a tale proposito, Traiano non aveva voluto impegnarsi con formule generiche, e aveva al solito preferito che, tacitamente, se un diritto acquisito esisteva, i suoi sudditi, medici, grammatici, oratori, filosofi, continuassero a goderne. Per sentire invece ripetere esplicitamente qualcuna di codeste esenzioni, bisognerà che la reazione passi e che si giunga ad Adriano.

II.

Viceversa, segni di esplicita reazione ci vengono, col governo di Traiano, segnalati nei due campi della istruzione pubblica, dove più s’era industriata l’attività dell’ultimo dei Flavii: l’istruzione fisica su modello greco e l’istruzione musicale.

È lo stesso Plinio il Giovane ad avvisarcene. In una sua lettera egli riferisce le vicende di una seduta del Consiglio della corona, nella quale si era discusso della soppressione o meno di un agon gymnicus a Vienne, nella Gallia. Nel Consiglio si erano scontrate le due tendenze del tempo: la conservatrice e la novatrice. Al momento dei voti, uno dei consiglieri aveva dichiarato di votare contro il concorso ginnastico in discussione, e protestato altresì contro la tolleranza di simili spettacoli a Roma. A consiglio finito, l’imperatore pronuncia la reclamata soppressione a Vienne[277].

Rispettivamente, nel suo Panegirico di Traiano, Plinio accenna alla soppressione in Roma, per ordine imperiale, delle pantomime in pubblico pur consentite da Nerva. Evidentemente, l’imperatore avea ceduto agli attacchi della parte più conservatrice della cittadinanza romana, che accusava quegli spettacoli di effeminatezza e di sconvenienza[278].

Contraddice a tutto questo la fugace notizia, che ci viene da un più tardo storico, della costruzione in Roma, ordinata dall’imperatore, di un Gymnasium e di un Odeon?[279]. Non parrebbe; anzitutto, perchè non dovette trattarsi di una costruzione ex novo, ma di una riattazione o ricostruzione;[280] in secondo luogo, perchè il ginnasio e l’Odeon, come gli Odea e i ginnasi già costruiti, avevano un valore per sè stante di edifici pubblici, e riattarli non era soltanto un giovare all’incremento della ginnastica o della musica, ma eziandio un curare le sorti della pubblica edilizia. Per giunta, il ginnasio romano non serviva solo all’educazione e all’allenamento fisico dei cittadini romani, ma sovratutto agli esercizii degli atleti alla vigilia delle gare e dei pubblici spettacoli. Finchè questi non fossero soppressi, era risibile sopprimerne il mezzo, quasi necessario, alla celebrazione. E l’imperatore, che, per iscarso spirito di resistenza verso la nuova opinione pubblica, o per altro motivo, non giungeva fin là, non poteva esimersi dal voler preparato degnamente uno spettacolo, di cui l’ufficio, ch’egli rivestiva, faceva risalire a lui ogni responsabilità.

III.

Se non che i motivi di questa benefica reazione erano di tale natura da non impedire che Traiano continuasse la politica dei predecessori, là dove la bontà dell’opera loro era evidentissima, o dove questa non recava alcuna speciale impronta dei suoi autori. Così anche Traiano continuò ad ornare Roma di quella costellazione di pubbliche biblioteche, la quale, nonchè dell’evo antico, potrebbe tornare a vanto dell’evo moderno. Egli fondò la biblioteca Ulpia Traiana nel foro omonimo, che sopravvisse probabilmente fino all’età di Diocleziano.[281] In essa si conservava tutta la collezione dei libri così detti lintei, che pigliavan nome dalla tela di lino su cui erano scritti, e, con essa, gli elephantini, o tavolette di avorio, rilegate in volumi, le quali contenevano atti ufficiali. Ma, più notevole ancora, la sezione latina di questa biblioteca conteneva scritti giuridici di non piccolo valore: tutti gli editti fin allora promulgati[282], che formeranno il materiale, su cui verrà compilato l’Edictum perpetuum adrianeo.

Ma se fin qui l’importanza dell’opera scolastica di Nerva e di Traiano non supera quella dei predecessori, anzi ne rimane forse inferiore, un istituto affatto nuovo, di cui incalcolabili furono le conseguenze sull’incremento della istruzione e dell’educazione della gioventù, impone che si assegni ai due primi imperatori, così detti senatorii, un posto segnalato nella storia della coltura e della civiltà romana. Intendo riferirmi all’istituto dei pueri alimentarii.

IV.

Si conoscono due specie di pueri alimentarii, a seconda che si tratti di Roma, o dell’Italia e delle province.

I pueri alimentarii romani sono tutto merito di Traiano. Fino a Traiano, i fanciulli erano esclusi dalle frumentationes ordinarie,[283] il che produceva, fra le famiglie povere, gli identici effetti che oggi, in Italia, la mancanza della così detta refezione scolastica. I poveri, piuttosto che mandare i loro figliuoli a scuola, li impiegavano in qualsiasi mestiere, nominabile ed innominabile, purchè materialmente fruttifero.

Traiano inscrisse i fanciulli di origine libera — non meno di 5000 — nelle tribù, ed essi ebbero così il vantaggio di partecipare alle distribuzioni frumentarie, non che alle altre distribuzioni del tempo e di avere in parte assicurata l’alimentazione durante la loro prima età[284].

Il Panegirico di Plinio celebra l’innovazione, cogliendone appieno il grande valore sociale. «Tutti i fanciulli romani», egli esclama rivolgendosi all’imperatore, «sono stati per Tuo ordine accolti e inscritti nelle tribù. Così, fin dalla infanzia, essi, che per tal guisa hanno potuto ricevere un’educazione, sanno per prova d’avere un pubblico genitore. Crescono a Tue spese coloro che crescono per Te; nutriti da Te, pervengono all’età della milizia, e tutti debbono a Te solo quello che ciascuno dovrebbe ai suoi genitori. Tu hai fatto egregiamente, o Cesare, ad alimentare tanti fanciulli, speranze del popolo romano[285]. Essi sono allevati a spese dello Stato per esserne il sostegno in guerra, l’ornamento nella pace; ed apprendono così ad amare la patria, non solo come patria, ma come propria genitrice»[286].

Ma la liberalità e la previggenza di Traiano non sarebbero state complete se si fossero limitate a Roma. Fuori di Roma era l’Italia, era l’impero romano. Quante miserie da lenire, quante giovani vite da consacrare al bene e alla forza dello Stato! E come Traiano aveva, per Roma, curato la partecipazione dei fanciulli alle pubbliche frumentazioni, così, per l’Italia, egli, seguendo l’esempio del predecessore, istituì, dove potè, e come potè, delle vere e proprie fondazioni alimentari, destinando gli interessi di capitali, variamente investiti, al mantenimento di determinati contingenti di fanciulle e di fanciulli. Ci informano della cosa monumenti epigrafici e artistici importantissimi.[287] Sappiamo così, positivamente, di due istituzioni del genere, l’una a Velia presso Piacenza[288], l’altra, presso i Liguri Bebiani[289], a Campolattaro nel Sannio. Ma istituzioni alimentari dovettero aversi, fin da Traiano, in ogni regione d’Italia, e di esse troviamo incaricati praefecti, procuratores, quaestores e altri ufficiali minori[290].

Come sempre, l’iniziativa imperiale, esercitò una larga influenza sulla iniziativa privata. Mentre, fino a questo tempo, noi non abbiamo esempio che di una sola munificenza del genere[291], d’ora innanzi esse moltiplicano di numero e d’importanza, onde l’azione imperiale riceve largo ausilio dal concorso dell’aristocrazia dell’impero. Avremo infatti fin d’ora istituzioni alimentari private a Como,[292] a Florentia,[293] a Tarracina,[294] a Ostia,[295] a Hispalis,[296] a Sicca Veneria[297] e in molti altri luoghi.

V.

L’opera di Traiano, che, direttamente e indirettamente, ma sostanzialmente sempre, si connette con l’istruzione pubblica, è coronata da una personale sollecitudine dell’educazione della gioventù, da una personale attenzione a l’opera dei maestri.

I precettori di eloquenza e di filosofia sono tornati in onore, sono tornati nella più squisita considerazione del principe[298]. Essi trovano facile, anzi libero accesso presso di lui, così che questi, dalla sua reggia, ha, senza parere, ma pur sempre consapevolmente, la direzione spirituale della gioventù romana[299].

Quale sia stato l’effetto di tutto ciò noi non possiamo non presentire. Le nostre fonti non ci forniscono prove della ripercussione di ciascuno degli atti, che abbiamo enumerati, sulla istruzione pubblica nell’impero romano. Tali prove — trattandosi di un fenomeno tanto complesso nelle sue cause — sarebbero state forse impossibili. Ma il rifiorimento della coltura sotto Traiano è palese, e fu sentito, e dichiarato, dagli stessi contemporanei.

In una lettera di Plinio il Giovane, che può riferirsi alla fine del I. secolo[300], questi celebra la resurrezione degli studi liberali in Roma, di cui numerosi potrebbero essere gli esempi[301]. L’ultimo imperatore di casa Flavia aveva cacciato in esilio retori, oratori, filosofi; aveva, insieme con essi, bandite le loro discipline, i più cari studi professati. Ora questi studi riacquistano la loro patria, risorgono rianimati, vivificati; il loro culto si svolge quotidianamente sotto gli occhi del principe, alla portata delle sue orecchie, dei suoi occhi, del suo esempio[302]. E il mondo intellettuale romano torna ad essere quale il principe dimostra nuovamente di volerlo.

VI.

Successore di Traiano fu, com’è noto, P. Elio Adriano. È ben difficile forse trovare in tutta la storia romana un uomo politico, il quale, come Adriano, chiuda nel proprio pensiero un senso ed un concetto della vita, in cui insieme, e quasi organicamente e perfettamente, si fondano l’ideale della vita greca e quello della vita romana, l’anima pagana e l’anima cristiana, le tendenze spirituali dell’età vecchia e quelle dell’età nuova; un uomo, che egualmente abbia unito in sè la molteplicità dei più svariati talenti.

Poeta e prosatore, latinista e grecista, pittore e cultore di arti plastiche, filosofo e oratore, artista e scienziato, mistico e realista, superstizioso e scettico, generoso e implacabile, uomo di pensiero e uomo d’azione, egli fermò il piede su tutti i campi dello scibile, accolse e subì tutte le suggestioni, di cui è capace la grande anima umana, e da ogni disciplina, da ogni ispirazione, scoccò una scintilla per il suo ingegno, rilevò un tratto per la sua complessa personalità.[303]

Chi dunque meglio di lui, chi meglio dell’imperatore letterato[304], rappresentante del genio greco del tempo — genio letterario, oratorio, didascalico, filosofico — chi meglio di Adriano avrebbe potuto fissare uno scopo sovranamente pedagogico al suo governo? Chi meglio di lui avrebbe potuto proporsi quella creazione spirituale delle generazioni future, ch’era l’ideale sommo degli antichi politici greci? Chi non attenderebbe da lui un’orma assai più profonda, o pari almeno a quella, che, nella storia della educazione nazionale romana e italica, avevano lasciata e Augusto e Domiziano e lo stesso Nerone? Eppure, quando noi ci rechiamo sott’occhio tutto il quadro della politica scolastica di Adriano, troviamo che, se essa perfezionò l’opera dei predecessori e ne colmò le lacune, non può tuttavia aspirare a quel merito, che dall’uomo, che la curava, ci saremmo attesi, poichè riesce a stento ad assumere una figura sua propria.

VII.

Aurelio Vittore, nelle sue biografie dei Cesari, narra che Adriano, paragonabile in ciò ai grandi statisti della Grecia, fu il primo ad inaugurare, in Roma, dei locali per l’educazione fisica e a interessarsi dei maestri di discipline intellettuali[305].

Come abbiamo visto, tale opera ha ben altri precursori e, per quanto grande possa essere stato il merito di Adriano, esso certamente non può dirsi originale. Ma questo non significa punto che noi non dobbiamo soffermarci a studiare i particolari di questo frammento dell’opera di lui.

Una sua costituzione assai notevole, che ci viene in parte riferita in un’altra di Commodo, regola in tutti i particolari la materia delle immunità ai retori, ai grammatici, ai filosofi, etc. Di essa non torneremo ora ad occuparci, essendocene lungamente intrattenuti in molte pagine di uno dei precedenti capitoli[306], e basterà solo rilevare come la caratteristica delle disposizioni ivi contenute fosse quella di specificare minutamente la portata di una concessione, che aveva già una esistenza e che vantava un’anteriore cronologia di origine, probabilissimamente fin dall’ultimo degli imperatori Claudii.

Ma l’onore, accordato da Adriano agli uomini di lettere e di scienze, non si limita alla riconferma delle immunità. Le frasi, che il Panegirico di Plinio adoperava per definire il mecenatismo di Traiano, sono da altri scrittori ripetute in forma poco diversa, per Adriano. Egli ebbe in sommo onore e in somma intimità ogni genere di dotti: filosofi, grammatici, retori, matematici, poeti, pittori, astrologi[307], e raramente, come sotto Adriano, il mecenatismo esercitò sì largo campo di influenze e di azione; raramente i detti occuparono in tanto numero le maggiori cariche dello Stato[308].

Ma fece anche l’imperatore qualcosa di più, come taluno ha ritenuto?[309] Istituì cioè delle cattedre pubbliche di retorica, di grammatica, di filosofia, etc.? O, per lo meno, estese ad altri maestri ciò che Vespasiano aveva largito ad uno o a più retori? L’autore della biografia di Adriano nella Historia Augusta accenna a due generi di atti, cioè ad onori resi da Adriano ai grammatici, ai retori e agli oratori, anzi a tutti i docenti, che egli avrebbe eziandio arricchiti, e al provvedimento, ancora più salutare, di avere esentato dall’insegnamento, anzi di avere vietato l’insegnamento ai maestri, che, per età o per malattia, ne apparissero ormai incapaci[310].

Or bene, da questi due passi, sembra sufficientemente chiaro che non si tratta di istituzione di cattedre ufficiali, ma, nella migliore ipotesi, di stipendi vitalizii a maestri di grammatica, di retorica, di filosofia etc., o anche, semplicemente, di larghi donativi del principe, e di assegni straordinari, conferiti loro, specie all’istante del collocamento a riposo. Nè tale interpretazione manca dall’essere confermata da un passo delle Biografie dei sofisti greci di Filostrato, il quale, in una lunga narrazione, che pur si occupa, e di proposito, dei professori di eloquenza e della istituzione delle relative cattedre ufficiali in Grecia, dice, di Adriano, soltanto che egli «fu fra gli antichi imperatori il più disposto ad incoraggiare il merito»[311].

Ma un altro più grave motivo ci induce a non attribuire a questo principe quell’istituzione di cattedre pubbliche, che si è pensata. Se così egli avesse fatto, se cioè i suoi «incoraggiamenti» a filosofi, grammatici, retori, matematici, pittori, astrologi etc., fossero da identificarsi con la istituzione di cattedre ufficiali, queste non potrebbero limitarsi alla retorica e alla filosofia, come è stato fatto da chi ha accolto tale interpretazione, ma dovrebbero riguardare eziandio la grammatica, l’astrologia, la matematica, la pittura, tutti cioè gli insegnamenti, che, noi positivamente sappiamo, furono protetti da Adriano[312] — ipotesi questa assolutamente inverosimile, come l’ulteriore svolgimento della politica scolastica degli imperatori assicura senza lasciare alcun dubbio.

Adriano dunque sarebbe stato il grande incoraggiatore degli studii e dei loro diffonditori, avrebbe, a più riprese, specie nel caso di incapacità ad un ulteriore lavoro, sovvenuto largamente i maestri più bisognosi e più meritevoli; ma nulla induce a pensare che egli sia stato l’autore di provvedimenti, con cui si istituivano in Roma, o altrove, delle cattedre pubbliche per le discipline più notevoli, che erano allora oggetto di insegnamento.

La sua opera rimane così limitata entro la cerchia delle idee e delle misure adottate dal primo dei Flavii. Vespasiano, infatti, dicemmo, non istituì una o più cattedre di retorica in Roma, ma solo uno stipendio personale e vitalizio in favore di taluni retori. Coi successori la sua iniziativa aveva subito un improvviso arresto. Con Traiano, par certo, gli assegni vitalizi ad personam non andarono più a favore di alcuno. Ora Adriano — saggiamente — ne riprende l’idea, che i bisogni e le circostanze stesse imponevano, e la riprende con i ritocchi e nella misura, che la nuova politica e la interrotta tradizione imponevano. Egli estende il beneficio ad altri insegnanti, che non fossero soltanto quelli di retorica; sostituisce talora, all’assegno vitalizio, incoraggiamenti, più o meno larghi, più o meno ripetuti, ma sempre irregolari; ne mette a parte anche i docenti delle province;[313] fissa quelli che oggi si direbbero dei limiti di età alla carriera dei maestri, o, piuttosto, dei limiti di carriera, quando l’età aveva fatto manifesta l’insufficienza didattica dell’insegnante, e, in tal caso, assicura ai maestri la restante esistenza con abbondanti assegni vitalizii. Tutto questo è certamente meritorio, e costituisce un progresso di fronte a Vespasiano; ma non è ancora la istituzione di vere e proprie cattedre pubbliche, che andassero a formare un primo nucleo di scuole medie, o superiori, o primarie, nelle varie località dell’impero.

VIII.

Invece di una pubblica scuola, Adriano creò per essa, in Roma, un grande locale apposito. Fin allora, grammatici, retori e filosofi erano costretti ad appigionare dei locali, ove impartire l’insegnamento. Solo forse i giureconsulti — come a suo luogo accennammo — avevano a propria disposizione dei locali pubblici forniti dallo Stato.

Egualmente, i conferenzieri, i poeti, i tragici, tutta l’innumerevole serqua dei lettori pubblici dell’età imperiale, erano, volta per volta, costretti anch’essi a procurarsi il locale necessario alla loro pubblica produzione letteraria. Adriano ebbe in animo — e l’ispirazione venne a lui certamente dal mondo ellenico ed ellenistico — di innalzare un tempio dell’insegnamento e della pubblica coltura. In Atene, esistevano parecchi locali destinati all’insegnamento superiore: l’Accademia, lo Stoa, il Palladion, l’Odeion, il Lyceion, il Cynosarges, il Diogeneion, il Ptolemaion.[314] In Alessandria, due almeno delle sale dei due Musei erano destinate a lezioni e a conferenze scientifiche. Come mai Roma avrebbe potuto mancarne? Sorse, così, da questa ispirazione e con questo intendimento, l’Athenaeum romanum, un ludus ingenuarum artium, una scuola delle discipline destinate all’istruzione dei liberi in Roma.[315]

Era desso un ampio auditorium in forma di anfiteatro,[316] eretto probabilmente sul Campidoglio,[317] che i letterati trovavano a loro disposizione per leggervi pubblicamente i propri scritti, e i maestri, per impartirvi le loro lezioni.

Ma quali categorie di maestri? Tutti i passi della Historia Augusta, che accennano all’Athenaeum, discorrono di letture di poeti o di lezioni di retori greci e latini[318].

Ma quell’auditorium non poteva essere aperto a questi soli docenti. Un antico — abbiamo visto — lo chiamava ludus ingenuarum artium. A suo dire, dunque, tutte le arti libere avrebbero potuto trovarvi accesso, e la retorica e la grammatica e la musica e la filosofia. Ma sarebbe inesatto dire che la natura dell’Athenaeum ci permetta una così larga interpretazione. L’Athenaeum, attraverso tutta la sua storia, ci appare invece come un edificio destinato a conferenze e a lezioni, di cui il grande pubblico dei giovani e degli adulti avesse potuto fruire. Come tale, noi dobbiamo escludere dal novero delle arti liberali, che vi avevano accesso, la musica, che in pubblico non poteva dar luogo a lezioni, ma solo a concerti, istrumentali e vocali, e verso cui grandi erano le ripugnanze della pedagogia romana, la geometria, che in Roma aveva uno scopo strettamente professionale,[319] ed era, non già insegnamento fondamentale, ma una disciplina sussidiaria — lontanamente sussidiaria — di quell’arte, che assommava in sè quasi tutti gli scopi e gli sforzi della pedagogia, l’oratoria,[320] e da ultimo, forse, o almeno per ora,[321] la grammatica, disciplina, che si rivolgeva soltanto a dei giovanetti e faceva parte di quell’insegnamento secondario, che non può occupare l’attenzione dei più. L’Athenaeum, qualche cosa tra l’Università popolare moderna e la sala di conferenze, doveva rimanere estraneo a tutto ciò; doveva, specie nelle sue origini, essere luogo di coltura pubblica, generalissima, non istituto di insegnamenti speciali o d’insegnamenti secondarii inferiori, ma, sopratutto, un luogo, in cui si dispensava quella cultura, che, senza essere impartita per ufficiale volontà superiore, era tuttavia, da numerose condizioni, tratta ad apparire, e ad essere, oggetto di insegnamento ufficiale. Ed è appunto perciò che noi, sebbene le fonti, di cui disponiamo, non ce ne parlino, dobbiamo supporre che fin da Adriano, nell’Athenaeum, insieme con l’insegnamento della retorica, venissero impartiti quelli della filosofia e della giurisprudenza, della quale ultima, del resto, vedremo anche più innanzi.

È assai probabile che, all’Ateneo, Adriano abbia aggregato una biblioteca. Forse poche circostanze erano state altrettanto favorevoli all’idea di una simile fondazione. Un locale di istruzione pubblica, ove si adunavano discenti e maestri, non avrebbe potuto rispondere degnamente al suo ufficio senza una collezione di libri a portata di mano e a disposizione degli studiosi. E poichè grande è il numero delle biblioteche pubbliche romane, di cui non riusciamo a rintracciare i fondatori o la cronologia della fondazione, e poichè noi possediamo esplicita menzione di una biblioteca Capitolina[322], di una biblioteca, cioè, avente sede negli stessi paraggi dell’Athenaeum, la sua origine può, fra le tante ipotesi che si sono fatte, essere preferibilmente riferita al regno di Adriano.[323]

Ma la politica di Adriano arrecò del pari nuovo incremento allo studio del diritto. La carriera dei giuristi acquista fin d’ora un valore assai maggiore che non nel passato. Anzitutto le prerogative e l’efficacia dei responsa dei giuristi patentati crescono ancora di un grado. Questi non hanno più un peso soltanto morale. I responsa, se concordi, assumono valore di leggi[324], e, solo in caso di disparità di pareri, l’imperatore si riserva di giudicare e decidere egli stesso con l’assistenza del suo Concilium. Ma è noto quale innovazione questo Concilium principis avesse subìto ai tempi di Adriano. Esso, che fin allora era stato in maggioranza un consiglio di senatori, delegati dal senato, accoglie ora, stabilmente, nel suo seno, quali membri ordinarii, dei giureconsulti[325].

La carriera giuridica aperse così i migliori orizzonti ai giovani studiosi di Roma e delle provincie, come la produzione dei giuristi riscosse, dal governo centrale, una sollecitudine e, direi, un incoraggiamento maggiore che nel passato. Esistevano già in Roma (e il grammatico Gellio, riferendosi alla sua giovinezza, ne parla come di consuetudine saldamente costituita) delle stationes ius publice docentium aut respondentium[326]. Come è stato notato, anche il vocabolo statio suole indicare località pubblica ed ufficiale. Esse erano quindi località, non private, ma proprietà del populus o del princeps[327]. Al tempo dunque di Adriano, ve n’era un gran numero. Ma questi — naturalmente — dovette pensare ad assegnare, anche ai giuristi, l’uso del nuovo stabilimento, il grande Athenaeum imperiale, nè, per concludere in tal senso, fa bisogno di attendere una diretta testimonianza delle fonti.

IX.

La fondazione dell’Athenaeum è certamente il tratto più caratteristico dell’opera di Adriano, nei rapporti con l’istruzione pubblica. Ma nello stesso campo un’altra parte della sua attività è anche notevole, specie in quanto essa riguarda i primi provvedimenti imperiali, che si interessino sul serio dell’istruzione pubblica nelle province.

Fino a quel giorno, per questo riguardo, la politica imperiale cadeva ancora sotto la censura formulata nell’epistola di un filosofo, diretta a dei magistrati romani: «Dei porti, degli edifici, dei portici, dei passeggi pubblici taluno di Voi ha avuto cura; ma dei fanciulli, che sono nelle città, o dei giovani, o delle donne, nè Voi, nè le leggi romane s’interessano»[328]. Adriano fu il primo a rompere questa tradizione di noncuranza verso tutto ciò che non riguardasse la vita esteriore e materiale delle città sparse nelle provincie. Ma, come sempre in tutti gli esordi delle opere umane, ciò ch’egli fece valse meno a creare degli utili effettivi, che ad aprire una via, che i successori avrebbero largamente percorsa.

Le sue cure si rivolsero all’ordinamento scolastico e agli istituti di istruzione pubblica nei due centri maggiori del mondo intellettuale di quel tempo: Atene ed Alessandria.

In Atene, Adriano raccolse, e fondò, una splendida biblioteca, che aggiunse all’altra del Ginnasio di Tolomeo, nonchè un nuovo Ginnasio, la cui importanza maggiore non consiste nelle cento colonne di pietra libica, di cui ci discorrono i touristes dell’antichità,[329] ma nel fatto che uno dei ginnasii greci, divenuti ormai istituti d’educazione intellettuale, oltre che fisica[330], sorgeva, questa volta, per le cure del governo romano.

Ma Adriano fece anche di più e di meglio: s’ingerì, con intenzioni benevole e benefiche, nelle vicende dell’insegnamento superiore privato di quel tempo. Conosciamo infatti, attraverso un’epigrafe, da noi precedentemente richiamata, che rimonta al 121 di C.,[331] un notevole provvedimento da lui adottato a favore della scuola filosofica degli Epicurei, e che può dirsi tornasse eziandio a vantaggio dell’insegnamento filosofico in genere.

Accennammo a suo luogo all’altro provvedimento di Vespasiano, con cui si vietava che dei cittadini non Romani coprissero l’ufficio di scolarchi nelle varie scuole filosofiche ateniesi, e ne segnalammo le deplorevoli conseguenze[332].

Or bene, nel 121, la madre adottiva di Adriano, Plotina, intercede caldamente, esponendone le ragioni, affinchè il figliuol suo liberi la scuola epicurea, di cui ella si palesa seguace, da ogni pastoia, e conceda allo scolarca ateniese del tempo, e ai suoi successori, di poter testare — ed in lingua greca[333] — a favore anche di stranieri; l’imperatore, se mai, avrebbe potuto riserbarsi il diritto di approvare e ratificare tali scelte ex lege[334].

E la sua intercessione fu fortunata: l’epigrafe, che contiene la lettera commendatizia dell’imperatrice, contiene anche il rescritto dell’imperatore, che, esaudendo, in tutto e per tutto, l’istanza, rendeva intera la libertà della scienza e dell’insegnamento alla filosofia epicurea in Atene.

Fu poscia analoga liberalità largita da Adriano, o dai successori, alle altre scuole filosofiche? Noi l’ignoriamo. Ma quello che a me sembra certo si è che non possiamo, con i pochi e dubbi elementi di due o tre epigrafi, affermare, come si è fatto,[335] che gli scolarchi delle altre scuole filosofiche ateniesi continuassero, anche più tardi, a scegliersi tra i cittadini romani. La serie anzi dei nomi dei titolari delle future cattedre di fondazione imperiale darebbe, forse, a pensare l’opposto; e ad un opposto convincimento induce più ancora la considerazione, che altri imperatori, successi immediatamente ad Adriano, non potevano certamente desiderare che la scuola degli Epicurei fosse lasciata in una relativa condizione di privilegio.


Sollecitudini maggiori Adriano dedicò al Museo alessandrino. Da lunghi anni quell’istituto sembrava vegetare, anzichè vivere, e il più eccelso favore, che gl’imperatori romani vi usavano, era di continuare gli assegni necessari al mantenimento suo e dei suoi pensionati.

Adriano, per quella predilezione, che sempre nudrì verso l’Egitto e verso quel centro sovrano di cultura intellettuale, che fu Alessandria, cominciò col curarsene direttamente. Anzitutto vi pose a capo una delle persone più competenti, il sofista L. Giulio Vestino, autore di opere filologiche e poscia procuratore delle biblioteche di Roma[336]. Ma questo fu il meno. Vi apportò eziandio una riforma fondamentale. Fin allora il Museo era stato un’accolta di dotti, che ivi lavoravano, ivi erano alimentati, e forse anche abitavano. Adriano largì a parecchi altri letterati dell’impero, specie greci, il titolo onorifico di membri del Museo e una pensione relativa, corrispondente all’utile materiale, di cui la lontananza da Alessandria veniva a privarli. Tra i favoriti, gli antichi ricordano il sofista Polemone,[337] il sofista Dionigi di Mileto,[338] il poeta egizio Pancrate,[339] il filosofo Elio Dionigi di Alicarnasso[340] e altri ancora.[341]

I posti del Museo sono ora dunque soltanto pensioni, e la sua mensa, mentre prima serviva ai reali bisogni dei dotti residenti in quell’istituto, diviene un più o meno lauto stipendio agli uomini, per speciali meriti illustri, di tutte le parti del mondo,[342] o a coloro (e qui risiedeva l’inevitabile pericolo dell’innovazione), che l’imperatore avesse voluto giudicare tali. Ma fu questo certamente un progresso. I vantaggi materiali del Museo andavano così a prodigarsi a una più larga cerchia di persone, la libertà di scelta fu maggiore, e maggiore il contributo, che, in seguito a codesti benefici, i dotti del mondo sarebbero stati in grado di arrecare alla scienza.

X.

Assai interessante riesce seguire passo passo, atto per atto, lo svolgersi e il perfezionarsi degli istituti sociali, attraverso l’opera di uomini, che ne furono al tempo stesso gli artefici ed i pazienti. Da Adriano, anzi da Vespasiano a Marco Aurelio, è tutta una lenta incrostazione di provvedimenti diversi, di cui ciascuno completa, o modifica insensibilmente, il precedente, la quale alla fine darà il fatto nuovo, con fisonomia e individualità propria, la specifica creazione scolastica dell’impero, che sarà l’ordinamento ufficiale dell’istruzione superiore.

In questo lento, insensibile lavoro, assai più di Adriano, Antonino Pio ha segnato il suo posto ed il suo ufficio.

La sua opera si inizia con la regolamentazione delle immunità ai docenti, che raggiunge con lui una precisione ignota negli anni trascorsi. Probabilmente, le città avevano rilevato degli inconvenienti nell’ampiezza delle immunità ai sofisti, ai grammatici, ai filosofi in genere. Probabilissimamente, ogni volenteroso di quel privilegio era ormai solito dichiarare, senza eccessivo scrupolo di esattezza, la qualità e la condizione sociale più acconcia a farglielo conseguire. Probabilissimamente, il numero dei maestri di grammatica, di retorica, di filosofia e d’altre discipline era, anche in virtù delle esenzioni tradizionali, cresciuto in misura da arrecare dei danni sensibili all’erario delle varie comunità. E con ogni probabilità noi dobbiamo alle loro rimostranze lo schema delle norme, con cui Antonino Pio ebbe a regolare tale materia, schema pervenutoci attraverso l’intelligente e autorevole compendio di una costituzione imperiale, lasciatoci dal giurista Modestino[343].

Quella costituzione stabiliva che, nelle piccole città, le immunità dovessero al massimo estendersi a 5 medici, 5 sofisti (maestri di retorica),[344] e 3 grammatici; nelle medie, a 7 medici, 4 sofisti e 4 grammatici; nelle grandi città, a 10 medici, 5 sofisti e 5 grammatici. Dei filosofi, Antonino Pio non stabiliva il numero dei privilegiandi,[345] ma questo — e lo desumiamo da ciò che egli s’affretta a soggiungere — non dipendeva da una maggiore liberalità, che egli avesse voluto usare verso quella categoria di professionisti, sibbene dalla loro scarsezza numerica. «Io penso», egli avvertiva, «che i filosofi ricchi offriranno volentieri alla patria le utilità, che loro derivano dalle ricchezze; chè se, invece, cavillando, mostrassero di fare troppo conto dei beni materiali, questo solo basterebbe a provare che essi non sono filosofi.»[346].

Insieme con tali norme noi possediamo di Antonino Pio altre disposizioni, relative alla immunità dei docenti, di cui talune sono frammenti della sopra riferita costituzione, altre sono clausole speciali, che ne dipendono o la illuminano, cioè: a) che il diritto alle immunità era strettamente legato al paese di origine del docente, sì da andare perduto per chi professasse altrove;[347] b) che però tale disposizione era passibile di eccezione pei docenti insigni, anche in soprannumero ed esercenti altrove;[348] c) che la specificazione degli oneri, o degli onori, da cui si aveva diritto di andare esenti, rimaneva sempre quella amplissima, già fissata da Adriano;[349] d) che gli insegnanti primarii, di qualunque specie e grado, dovevano andare esclusi da ogni immunità;[350] e forse, da ultimo, anche la norma che, fra i docenti discipline speciali, quelli di calligrafia (librarii), i quali preparavano ad uffici di segretari, copisti etc., tanto richiesti dalle amministrazioni pubbliche e private del tempo, godevano la esenzione dagli oneri più gravi[351].

Il documento principale si riferiva, in modo speciale, alla provincia di Asia. Ma è chiaro ch’esso doveva idealmente far parte, e organicamente connettervisi, di quella larga serie di provvedimenti, di cui Antonino Pio fu così liberale verso le provincie. Non vi sarebbe stata coerenza logica a stabilire per l’Asia delle restrizioni e delle norme in materia di immunità, che poi non dovessero essere ripetute, o non fossero già state stabilite per altre provincie dell’impero, o, almeno, per quelle, che uguale necessità ne risentivano. Questo è infatti il pensiero del giurista, che ci tramanda la costituzione antonina[352]; questa, l’opinione, che deve tenersi come in generale applicabile.

Qualche dubbio invece lascia la qualità delle persone, su cui l’antico privilegio e le sue recenti limitazioni andavano a raccogliersi.

Si tratta di insegnanti pubblici, ufficiali, sia di retorica che di grammatica, o di insegnanti privati?

La prima ipotesi è stata fatta, ed è stata portata a sostegno dell’assunto, che già, con Antonino Pio, si avesse in Atene quell’abbastanza regolare assetto degli studii superiori, che chiaramente troviamo dopo Marco Aurelio;[353] ma essa è certamente infondata. Ed invero, noi siamo assolutamente sicuri che, sotto Antonio Pio, nella migliore ipotesi, non ci fu in Atene che un solo ufficiale docente di sofistica, Lolliano,[354], la cui cattedra però, come a suo a tempo diremo, non dovette essere di istituzione imperiale, e che uno egualmente ce ne fu sotto Marco Aurelio.[355] Or bene, pur volendo rammentare che Antonino Pio, nella sua costituzione, fissava dei massimi, noi, seguendo l’ipotesi sopra esposta, verremmo ad ammettere che, nel centro maggiore di studii dell’Oriente (se ne togli Alessandria), là dove la fioritura dei maestri di retorica fu sterminata, e la ressa dei candidati notoriamente grande, il numero dei docenti ufficiali di retorica era inferiore perfino a quello supposto pei più piccoli centri dell’impero. Per quali casi avrebbe dunque Antonino Pio fissato le sue cifre iperboliche e considerato financo la probabilità che codesti massimi fossero raggiunti,[356] senza che per questo esaurissero la serie degli aspiranti al privilegio?

D’altro canto, di cattedre ufficiali di grammatica, in Atene, non abbiamo — almeno per ora — nessuna menzione; forse di istituite dagli imperatori non ve ne furono mai.[357] Eppure, secondo l’interpretazione, dianzi accennata, della costituzione di Antonino Pio, al suo tempo, Atene avrebbe dovuto contarne tante quante ne contava di retorica!

E che dire dei docenti di filosofia, che la costituzione di Antonino Pio farebbe evidentemente supporre inferiori di numero ai sofisti e ai grammatici, mentre poi, sotto Marco Aurelio, ne troviamo probabilmente due per ogni scuola, e cioè otto nella sola Atene?[358].

L’ipotesi dunque che i docenti, immuni da oneri, siano stati professori ufficiali riesce, sotto ogni rapporto, insostenibile.

Ma v’è proprio necessità d’identificare i privilegiati della esenzione, con dei professori ufficiali? Tra le immunità e l’insegnamento ufficiale non esiste nessun legame diretto, e come, fin da Augusto, noi abbiamo assistito a una dispensa notevole di immunità, senza che per questo le persone, che via via avevano a goderne, fossero menomamente fornite di incarichi ufficiali, così ora possiamo con sicurezza concludere che, quando Antonino Pio limita il numero dei docenti beneficiati, egli non si riferisce all’insegnamento ufficiale, ma all’insegnamento in genere,[359] e che la limitazione sua è provocata soltanto dal danno, che l’erario delle singole città risentiva dalla pletora dei privilegi.

Un altro problema, dinanzi a cui ci pone la su riferita costituzione imperiale è quello del criterio occorrente per classificare le città dell’impero in città di primo, di secondo, di terzo grado. Ce ne dà la soluzione il commento del giureconsulto Modestino, il quale informa come città di primo grado fossero le μητροπόλεις τῶν εθνῶν, cioè, sin dal II. secolo, le principali città delle province, onorate ufficialmente del titolo di metropoli;[360] di secondo grado, le sedi di un conventus iuridicus (αὶ ἔχουσαι ὰγορὰς δικῶν); di terzo, tutte le altre. E questa interpretazione, fornitaci da un antico, è, per molte ragioni, tra cui questa ch’essa proviene da un’età, in cui le norme di Antonino Pio erano ancora in vigore la più accettabile sovra ogni altra.

Ma la limitazione, introdotta dal principe nel numero dei privilegiati, insinua un concetto giuridico affatto nuovo nei rapporti tra questi e il governo, che privilegiava. In realtà, non siamo più dinanzi a un onore conferito ad personam, e neanche dinanzi a un privilegio conferito ad una classe di persone; siamo dinanzi a un privilegio conferito a delle comunità, che sole possono esentare da determinati oneri un certo numero di persone, le quali le ricambiano di determinati utili, morali o materiali[361].

Con tutto questo concorda perfettamente un’altra disposizione — che però non è chiaro se Modestino ce la riferisca come ordinata, anch’essa, da Antonino Pio, o come una sua propria illazione — secondo cui il Senato locale, se non poteva accrescere il numero degli esenti, poteva però, con una sua disposizione interna, fissare un massimo inferiore a quello stabilito dall’imperatore.[362] Di guisa che, per l’ammissione al privilegio, non sarebbe bastata più la dichiarazione della professione, ma occorreva invece un decreto del Senato, dichiarante che, date le oggettive condizioni volute dalla disposizione imperiale — accolta integralmente, o limitata, da un successivo provvedimento interno — la persona o le persone, che avevano avanzato domanda di immunità, potevano essere ammesse a goderne[363].

Quali criteri si seguissero in caso di eccesso di domande; in base a quali elementi i rimandati di oggi venissero, alla prima vacanza, ripresi in considerazione, è assai difficile dire, nell’assenza di ogni indicazione che ci illumini. I criteri potevano essere parecchi: o l’ordine delle domande, o l’anzianità, o il merito speciale, o un criterio misto, che tenesse conto dei varii elementi. Ma, in rapporto a tutte le nuove norme seguite da Antonino Pio, s’impone un quesito pregiudiziale. Eran desse delle clausole, per cui si richiedeva un’applicazione immediata, o delle disposizioni generali, che dovevano applicarsi gradualmente? In una parola (ed è qui l’importanza della questione) i diritti acquisiti sarebbero stati rispettati, anche se venivano, in tutto o in parte, a urtare contro le nuove disposizioni?

La risposta, a mio avviso, non può essere che positiva.

A parte il principio, costantemente seguito dalla legislazione imperiale, di non arrecar mai detrimento ai diritti acquisiti,[364] troppo grave sarebbe stata la lesione degli interessi individuali e collettivi, qualora i nuovi criterii si fossero voluti imporre immediatamente, turbando tutti gli antichi rapporti. Ma, a parte questo e a parte il valore di precedente, che ogni beneficio accordato recò per il successore, noi sappiamo che taluni maestri ebbero adesso ripetute dall’imperatore in persona le antiche immunità,[365] e che altri non ismarrirono quel diritto.[366] Le disposizioni di Antonino Pio si sarebbero dunque applicate gradualmente, e sarebbero entrate in pieno vigore solo alla morte di tutti quelli, che fin allora avevano conservato l’antico privilegio.

XI.

Quale fu l’opera di Antonino Pio riguardo alla statizzazione dell’insegnamento privato nelle città dell’impero? Eccoci dinanzi a uno dei più tormentosi problemi del suo governo. La biografia sua, contenuta nella Historia Augusta, narra che egli «conferì onori (honores) e stipendi (salaria) ai retori e ai filosofi residenti nelle provincie».[367] Non ostante la organica fallacia della fonte, da cui si è costretti ad attingere,[368] la notizia, per quella parte che possiamo controllare su altri elementi, è esatta. Ed invero gli honores, accordati da Antonino Pio, furono, in massima parte, le esenzioni dai pubblici carichi, di cui abbiamo precedentemente discorso, che vennero largite ai retori, ai grammatici e ai medici. Ma è la notizia ugualmente esatta per la parte che riguarda gli stipendi, fossero pure limitati, come la nostra fonte li vuole, ai retori e ai filosofi? Le ragioni del dubbio esistono, sebbene i moderni studiosi dell’argomento, intenti piuttosto a seguire lo sviluppo della scuola, che a indagare quanta parte di merito, o di responsabilità, risalga a questo o a quell’imperatore, abbiamo preferito sorvolarvi.

Ed invero, mentre nessuna fonte discorre di filosofi nominati e stipendiati da Antonino Pio, dall’elenco dei retori, i quali insegnarono in Atene, per tutta l’età degli Antonini, che si ricava dalla Biografie dei sofisti di Filostrato — opera tanto più attendibile della Historia Augusta — noi apprendiamo che il primo insegnante, il quale, stipendiato dall’imperatore, abbia salito la cattedra di retorica in Atene, fu il sofista Teodoto, nominato, non già da Antonino Pio, ma dal suo successore, Marco Aurelio.[369]

Tale notizia contraddice categoricamente al passo della Historia Augusta dianzi citato. Se non che, quasi tale contraddizione non bastasse, lo stesso Filostrato, altrove, informa che il primo a salire la cattedra di retorica in Atene fu invece Lolliano di Efeso[370], il quale fiorì sotto Antonino Pio — essendo stato scolaro di Iseo, sotto Traiano,[371] e maestro di Teodoto — e raggiunse la pienezza della sua gloria sotto Marco Aurelio[372].

Per uscire da questa e dalle precedenti difficoltà, si sono tentate parecchie vie. Non si è certamente potuto supporre che, a proposito di Lolliano, si parli di una cattedra privata, giacchè, in tal caso, non lo si sarebbe detto «il primo maestro di retorica in Atene», ma si è pensato che egli ricoprisse una cattedra ufficiale senza stipendio, e che Marco Aurelio avesse per primo applicato in Atene delle disposizioni, che Antonino Pio avrebbe emanate per tutte le provincie, relative agli stipendi dei retori e dei filosofi[373].

La prima parte dell’ipotesi è per se stessa risibile: una cattedra ufficiale senza stipendio è un non senso, e, in ogni modo, essa contraddice all’introduzione dei salaria, vantata dal biografo di Antonino Pio. Nè più valida è la seconda. O il provvedimento di Antonino Pio fu tradotto parzialmente in pratica, e nessuna città poteva essere da lui presa in considerazione prima di Atene, o non lo fu, ed allora tanto la dizione della Historia Augusta, quanto il passo di Filostrato contraddicono all’assunta interpretazione.

Eppure, è assai più difficile pensare che Filostrato, avendo sott’occhio fonti abbastanza prossime agli avvenimenti illustrati, abbia errato e si sia grossolanamente contradetto, anzichè ammettere che noi ci sbagliamo nell’interpretare la sua compendiosa esposizione, tanto più facilmente intelligibile ai suoi contemporanei. E, se Filostrato non ha errato, la soluzione, o mi inganno, non può essere che quella sola, la quale parmi risulti anche dal confronto dei suoi due passi in discorso: il sofista Teodoto fu il primo ad ascendere una cattedra ufficiale, istituita e stipendiata dall’imperatore, dietro nomina imperiale; Lolliano, invece, fu il primo a salire una cattedra, anch’essa ufficiale, ma non di fondazione imperiale, bensì di fondazione comunale[374].

Così noi siamo in grado di conciliare i due passi di Filostrato fra loro e con quello della Historia Augusta, interpretando da un lato che fu solo Marco Aurelio il primo a istituire delle cattedre sovvenute dallo Stato, e sulle quali più direttamente si esercitò l’ingerenza del principe; dall’altro, che Antonino Pio impose a talune città il dovere, o concesse la facoltà, di istituire un certo numero di cattedre e di stipendiare all’uopo dei retori e dei filosofi, come ci dicono e la sua biografia e la biografia di Lolliano in Filostrato.

Cotale imposizione di cattedre, in qualche municipio, era certamente nelle normali attribuzioni dell’imperatore, ma spettava egualmente a lui concedere ai municipii di istituirne delle altre. Come troveremo più tardi chiaramente formulato per legge,[375] i comuni non erano autorizzati a spese, che non fossero consentite dal governo centrale. Siffatta impacciante tutela era per essi cominciata fin dal regno di Traiano, e il suo sistema si affinò ancor più sotto Antonino Pio. Quando per ciò gli storici lodano questo imperatore di avere, nei rispetti della pubblica istruzione, praticato, per le provincie, gli stessi criteri che per Roma e di avere conferito stipendi ai retori ed ai filosofi colà residenti, essi fanno uno dei migliori elogi dell’amministrazione provinciale di Antonino Pio, che per la prima volta avrebbe iscritto, come spese obbligatorie, nei bilanci comunali, quelle relative al mantenimento delle scuole.

Ma la nostra interpretazione ci conduce a risolvere un altro problema, che il succinto e fugace accenno della Historia Augusta poneva: i salaria, istituiti fin da Antonino Pio, furono prelevati sul fisco imperiale — come un tempo, sotto Vespasiano, lo stipendio ai retori di Roma — o sul bilancio delle singole città?

Le due opinioni sono state ugualmente sostenute.[376] Ma ciascuna di esse risponde soltanto a una parte della verità. I salaria furono, attraverso la loro non breve istoria, prelevati ora sul fisco imperiale, ora sull’erario delle singole città. Ma, nell’età di Antonino Pio, non ci troviamo ancora di fronte a delle istituzioni imperiali, onde, a sopportare il peso di quegli stipendii, dovettero essere appunto gli erarii comunali. Tutt’al più, specie dato il grande interessamento del principe per il benessere delle provincie e per la cultura dell’impero, egli potè, con le risorse del fisco, sovvenire talora i bilanci, esigui o stremati, dei singoli municipii.

XII.

Ciò che Vespasiano aveva appena iniziato, ciò, a cui taluno ha creduto che Adriano e Antonino Pio avessero dato mano, in Roma e nelle provincie, o in qualcuno dei centri più notevoli dell’impero, ha la sua piena attuazione con Marco Aurelio.

Di lui narrano i suoi biografi com’egli ripetesse sovente il detto di Platone che le città sarebbero state fiorenti solo quando avessero regnato i filosofi, o quando i principi fossero stati filosofi[377]. Come tutte le anime profondamente intellettuali, egli nudrì infatti una grande fiducia, e una più grande illusione, nella potenza della ragione, nell’opera educativa della scienza, nell’efficacia pratica del magistero dell’insegnamento. Questa sua fede è anzi tutto palese dal culto, ch’egli ebbe per coloro, che l’avevano educato ed istruito. Egli amò di un amore infinito il suo maestro Frontone, spirito mediocre, moralmente e intellettualmente, e a lui, come segno tangibile di quel ricordo, consacrò una statua nei locali del Senato. Elevò Procolo alle supreme cariche del governo, e onorò di ricordi marmorei Giunio Rustico, altro suo intimo, spirituale confidente. Di tutti Marco Aurelio custodiva le immagini fra quelle dei suoi Penati, e a loro, quando essi non furono più, offeriva voti e sacrifici.[378] Ma il più durevole monumento, in loro onore, è consegnato nelle pagine dei suoi Pensieri, ove egli scolpì nell’oro della prosa, moralmente più bella di tutta l’antichità classica, le virtù e gl’insegnamenti, di cui essi gli erano stati esempio e maestri[379].

Di un principe, che così fortemente sentiva la virtù dell’insegnamento, dovevano attendersi grandi rinnovamenti nel campo della pubblica istruzione. Nè l’aspettativa dei contemporanei rimase delusa.

Sino a Marco Aurelio, dall’età gloriosa di Atene, l’insegnamento superiore era quivi rimasto cosa privata, in mano di privati scolarchi, nel cui magistero lo Stato entrava solo per offrire il luogo di convegno necessario alle lezioni. Ma nel 176, narra lo storico Dione Cassio, Marco Aurelio, venuto in Atene, dopo essersi iniziato nei Misteri Eleusinii, vi istituì cattedre ufficiali, con docenti pubblici per ogni disciplina, retribuiti di regolare stipendio annuo[380]. La data è forse inesatta. Nel 176, Marco Aurelio aveva certamente istituito, già da tempo, una cattedra di retorica, ed egli, venuto in Atene, aveva potuto intrattenersi in dotte dispute col retore, che allora l’occupava, e che non era il primo. La cronologia va dunque spostata a qualche anno innanzi[381]. Ma non è neanche esattissimo il riferimento di cattedre istituite per ogni disciplina (ἐπὶ πάσης λόγων παιδείας), di cui è fonte lo stesso Dione.

Noi sappiamo in verità di cattedre imperiali di retorica e di filosofia, inaugurate in Atene da Marco Aurelio e continuate dai successori. Ma nè di lui nè degli altri ci rimane menzione alcuna di cattedre di grammatica, di medicina, di musica etc., quali noi aspetteremo dalla dizione dello storico romano. Sebbene non sia sempre prudente concludere da un argomento ex silentio, è tale, nel caso presente, la copia delle circostanze favorevoli, e la natura delle altre fonti sussidiarie, che noi possiamo essere sicuri che quelle due soltanto furono le discipline, per cui Marco Aurelio ebbe ad istituire in Atene delle cattedre imperiali.

La cattedra di retorica, istituita dall’imperatore, fu una sola, e primo titolare, da lui direttamente nominato, fu il sofista Teodoto. Ma ebbe questi l’incarico di insegnare tutta la materia, che vi si atteneva, o non piuttosto una parte di essa, la materia pertinente all’oratoria civile e giudiziaria, a quello, che si diceva il λόγος πολιτικὸς e δικανικὸς?[382]

Questa seconda opinione, accolta dai più, è, secondo il mio modo di vedere, l’effetto di un equivoco nell’interpretazione di Filostrato. Filostrato, invero, dice che l’imperatore «propose ai giovani Teodoto per la sua celebrità, dichiarandolo atleta τῶν πολιτικῶν λόγων», ma lo dice anche «decoro dell’arte retorica»[383], e soggiunge che Teodoto visse altri cinquanta anni, tenne la cattedra per due, e, quanto all’arte del dire, riuscì pari così nel genere giudiziale (τοῖς δικανικοῖς) come nel più alto genere sofistico (καὶ τοῖς ὐπερσοφιστεύουσιν). Or bene, da questo — o io m’inganno — consegue chiaramente che la cattedra, il θρόνος, occupato da Teodoto, non fu soltanto un θρόνος λόγων πολιτικῶν, ma un θρόνος σοφιστικὸς nel più largo senso della parola.