CAPITOLO V.
L’istruzione pubblica nell’impero romano,
Costantino il Grande e i suoi figli.
(312-361)
I. La monarchia Dioclezianea — Costantiniana e il trasporto della capitale a Costantinopoli. Ripercussione di ciò sulle sorti della istruzione pubblica nell’impero. — II. Costantino e la coltura. L’Università Costantinopolitana. — III. Una nuova biblioteca pubblica. Costantino e l’istruzione professionale. L’istruzione primaria; fine delle fondazioni alimentari. — IV. Privilegi e garanzie ai docenti privati e pubblici nelle città di provincia. — Ampliamento delle immunità e suoi motivi. Immunità ai professionisti delle arti edilizie e industriali. — V. Costantino e la cura delle opere d’arte. — VI. I figli di Costantino ne continuano la politica; gl’imperatori, il Senato e i governatori nella scelta dei maestri. Riforme nell’Università Ateniese. Dichiarazione dei nuovi criterii di governo in fatto d’istruzione pubblica. — VII. I figli di Costantino e probabile limitazione delle immunità.
I.
La nuova riforma dello assetto politico dello Stato, che, iniziata sotto Diocleziano, ebbe a consolidarsi definitivamente con Costantino, e la fondazione di una seconda capitale in Oriente, la quale veniva ad accrescere il lustro e le esigenze di quest’altra vasta porzione dell’impero, sono le due grandi determinanti di quel meraviglioso progresso delle sorti dell’istruzione pubblica, di cui il primo imperatore cristiano si rese benemerito nella storia della civiltà. Queste due condizioni bastarono perchè quest’uomo, che consacrò la nuova fede con la più solenne delle approvazioni, dovesse poi, in tutta la sua vita, in tutta la pratica di ogni giorno, negarne il principio fondamentale: il regno degli uomini non essere di questo mondo, e il regno di questo mondo volesse adorno di tutte le grazie più squisitamente pagane.
Già avvertimmo che la nuova e macchinosa burocrazia, le cui sorti andavano strettamente connesse alle recenti riforme politiche, richiedeva, in modo indispensabile, un più diretto e palese intervento dello Stato nelle cose dell’istruzione pubblica. Il governo ormai, per funzionare, aveva bisogno di uomini, che sapessero, e potessero, starne a capo[522]; meglio ancora, aveva bisogno di produrli. La responsabilità di questa produzione come del funzionamento dello Stato, era passata, da un’anonima classe sociale, nella persona stessa del dirigente supremo. Onde tutta quella serie di insegnamenti, che, fin allora, parevano risolversi soltanto nell’utile di privati, e di cui solo i più chiaroveggenti scorgevano l’intimo rapporto con la vita pubblica e sociale, diventavano ora insegnamenti professionali di prima necessità. E fra essi il posto di onore doveva toccare all’insegnamento indispensabile per dei buoni amministratori: la giurisprudenza. Tutto ciò — ripetiamo — maturava da tempo, senza aver potuto determinare una crisi risolutiva di effetti; ma ecco, avvenire con Costantino, la fondazione della nuova città, che doveva essere anche la città capitale. Tutto quanto in Roma, od altrove, l’opera dei secoli aveva lentamente formato, dovea quivi essere creazione immediata del governo centrale. Onde, come tutto il resto, bisognava — e bisognò — suscitare nella nuova metropoli, sin dai più elementari, tutti gli organi della pubblica istruzione; il che bastava a far sì che questa creazione ex novo non fosse ritardata dalla tradizione, ma si adattasse immediatamente ai sopravvenuti bisogni, alle sopravvenute influenze dell’ambiente sociale.
Ma il fatto stesso della nuova città, che si fondava, si popolava e si abbelliva, richiese tutta un’altra serie di cure per altri ordini di insegnamenti, esclusivamente professionali, a cui, fino a quel giorno, quasi nessun imperatore aveva pensato. Bisognò all’uopo evocare tutte le energie delle industrie del tempo; e questo, Costantino, nei limiti delle sue forze, e a seconda delle circostanze, non esitò a tentare gloriosamente.
I nuovi rivolgimenti dovevano provocare altri effetti sull’equilibrio della cultura nell’impero romano. Ed essi furono gli stessi, che, nell’ordine politico, avrebbe arrecato la fondazione di Costantinopoli e la residenza, che ivi, stabilmente, fisseranno, gl’imperatori. Il mondo civile avrà ora due soli, uno, pallido, del tramonto, l’altro, luminoso e fulgido, dell’oriente; ed esso si volgerà con preferenza a quest’ultimo. In Costantinopoli, e non più in Roma, preferiranno d’ora innanzi accorrere i più illustri dottori del tempo; in Costantinopoli, dove essi, sotto gli occhi imperiali, potranno più facilmente sperare onori e ricompense. Ma il danno, che per ciò stesso ne consegue all’antica metropoli, torna eziandio a vantaggio di altre città di provincia. L’incantesimo del suo monopolio intellettuale è rotto, e la nuova capitale irradia della sua luce anche altri centri di cultura. Gli studii, fino ad ora ristretti e raccolti in una sola città, si spargono intorno. I dotti non disdegnano rimanere nella breve patria provinciale; onde, insieme con la decadenza di una città, si assiste allo spettacolo di altri fari luminosi, che le si accendono intorno — da presso e da lungi — effetti imprevisti di cause inconsapevoli e di atti compiuti con intendimenti diversi.
II.
Costantino il Grande, che aveva iniziato la sua carriera imperiale tra le battaglie e le vittorie, non fu solamente un guerriero valoroso; non soltanto quel grande uomo politico, che ebbe agio di rivelarsi in parecchie delle più difficili circostanze; fu egualmente — ed in pari misura — persona colta ed amante d’ogni disciplina intellettuale. Il padre suo Costanzo Cloro, aveva cominciato a praticare, nel seno della sua stessa famiglia, quel culto dell’istruzione, che aveva ispirato buona parte della sua amministrazione. E Costantino adolescente aveva frequentato un corso regolare di studii letterari e vi si era distinto fra i coetanei. Gli amori dei primi anni non lo abbandonarono facilmente. E adulto e glorioso, aveva proseguito a coltivare le lettere, aveva amata la compagnia dei filosofi, aveva, come Augusto, gradito la conversazione delle Muse e gli omaggi dei poeti, e, come Augusto, s’era compiaciuto di asserire (e di darne la prova!) che i poeti e gli scrittori del suo secolo avevano sempre trovato presso di lui il più benevolo ascolto, come gli studiosi, l’adeguata ricompensa del loro valore.[523]
Nè le tempestose vicende del primo periodo della sua vita avevano mancato dal confermarlo in questa tendenza politica. Il suo più fiero avversario, Licinio, era stato un barbaro infesto alle lettere,[524] onde un’elementare opportunità di governo obbligava l’antagonista a brillare per qualità opposte.
Così Costantino, primo imperatore cristiano, il quale teneva mostrarsi soltanto alla Croce debitore di ogni suo trionfo, e che alla gloria di questa aveva innalzato una nuova capitale nell’impero, non tralasciò per tutta la vita di onorare al tempo stesso quell’Atene, che rimaneva ancora l’invitta e sdegnosa cittadella del disprezzato Paganesimo, dichiarando che egli, imperatore universale, preferiva a tutti gli onori e a tutte le cose l’umile carica di stratego ateniese e il modesto ricordo, che di lui quella città aveva voluto scolpire nella pietra.[525] Così le virtù della guerra e la saviezza dell’opera legislativa egli aveva voluto alternare con le opere della cultura, e fare in modo che gli imparziali avessero a tramandare ai posteri il suo nome come quello di uno dei principi romani, che più, e meglio, avevano favorito il progresso delle lettere e delle discipline liberali[526].
Grandi cose erano dunque da aspettarsi da quest’uomo, appena le cure materiali e più urgenti del governo gli avessero dato pace. Il che doveva avvenire (ed avvenne) subito dopo la guerra con Licinio e la edificazione di Costantinopoli.
Alessandria aveva il suo Museo, Roma il suo Ateneo; era pur necessario, e non soltanto per desiderio di simmetrie architettoniche, che la nuova capitale del mondo possedesse qualche cosa di corrispondente all’uno od all’altro, od all’uno ed all’altro insieme. E Costantino vi provvide. Non certo con l’erezione di quell’edifizio, che dal numero de’ suoi portici venne denominato Ottagono, e che i cronisti bizantini[527], insieme con la maggior parte degli storici moderni, s’accordano ad attribuire a Costantino ed anche a definirlo un istituto pubblico destinato all’istruzione superiore dei cittadini constantinopolitani[528]. Questo locale, ove — secondo ci si informa — abitavano, mantenuti a spese pubbliche, un collegio di religiosi, non era che un seminario teologico[529] e, quindi, una scuola, espressione di assai più matura fase della civiltà cristiana ed orientale[530]. Ma la vera e propria Università constantinopolitana doveva sorgere altrove.
E sorse, infatti, in quella, che le fonti bizantine denominano la Basilica, e che noi rimaniamo dubbiosi se sia da identificare con la Βασιλικὴ Κινστέρνα o non piuttosto con altro edifizio omonimo, situato sul Campidoglio, nell’ottava Regione costantinopolitana, là dove, più tardi, una costituzione di Teodosio II. ci additerà la sede ufficiale dei docenti le principali discipline, che, al suo tempo, si impartivano alla gioventù della metropoli[531]. Ma, al pari della Κινστέρνα[532], è quasi certo che la seconda Basilica sia stata costruita da Costantino il Grande,[533] sì che l’uno o l’altro edifizio troviamo destinato al pubblico insegnamento già fin dalla giovinezza dell’imperatore Giuliano, che lo frequentava coi suoi condiscepoli e col suo pedagogo, durante il suo primo, breve soggiorno a Costantinopoli[534].
I docenti, che vi insegnavano, non erano certamente dei privati. Ce lo dice, oltre l’analogia con Roma e la universale consuetudine del tempo, il fatto che noi, sin da questo momento, troviamo dei professori ufficiali a Costantinopoli e anche la succennata costituzione di Teodosio II. — la quale regolava definitivamente un assetto di cose, che esisteva da molti anni[535] — da cui si desume come i maestri di discipline liberali, nell’apposito pubblico edifizio sul Campidoglio, fossero degli stipendiati del governo.
Quali discipline insegnassero, noi lo ricaviamo da varie fonti. Giuliano vi cominciò i corsi di grammatica (lingua e letteratura) greca e di retorica;[536] un epigramma dell’Antologia parla a chiare note dell’insegnamento del diritto;[537] i docenti ufficiali, che noi andiamo fin d’ora conoscendo in Costantinopoli, sono maestri di retorica latina;[538] e dal ruolo dei professori, fissati da Teodosio II., come da qualche altra minore disposizione,[539] si desume l’esistenza di cattedre di lingua e letteratura greca e latina, di retorica, di filosofia e di giurisprudenza, di cui almeno quelle fondamentali dovevano avere avuto principio con Costantino.
Chi nominava questi insegnanti?
Sotto Teodosio II. sarà investito di tale diritto ed ufficio il senato;[540] ma tale consuetudine, che già da tempo troviamo in vigore nelle città di provincia, si deve, nella nuova capitale, ritenere sincrona della prima istituzione di quella Università, sincrona quindi del governo del primo Costantino.
III.
Abbiamo così un corpo organico d’istituti imperiali per l’istruzione media e superiore della gioventù. È, dopo questo, supponibile che Costantino non avesse pensato a edificare, in Costantinopoli, almeno una pubblica biblioteca, che facesse degno riscontro alle ventotto, che in quel tempo adornavano la consorella dell’Occidente?[541] Può anzi supporsi che, a Costantinopoli, i giovani, i quali subito vi accorsero numerosi,[542] riuscissero a dedicarsi alle varie discipline, e i vari ordini di docenti, ad attendere al culto della scienza, senza l’ausilio di biblioteche? E poichè una pubblica biblioteca[543] esisteva nella Basilica antonomastica, di cui discorrono le fonti, e che oggi noi non sappiamo se identificare con la Basilica Cisterna, o con i locali dell’Università, sul Campidoglio, e poichè, come in Roma, essa era annessa al massimo istituto cittadino di istruzione, la sua origine si lascia facilmente ricondurre al primo fondatore di quell’edificio e di quell’istituto.
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Fin qui noi troviamo le sollecitudini di Costantino quasi esclusivamente limitate agli insegnamenti tradizionali nell’impero romano, cioè a quella cultura umanistica, che tutti i secoli precedenti e tutti i centri principali dell’impero avevano conosciuta. Ma, come accennammo, il solo fatto della fondazione di Costantinopoli mise subito in evidenza le lacune di un tale ordinamento, e — maggiore fra tutte — quella degli insegnamenti professionali, pressochè ignorati nell’impero romano. E in verità, l’impero, che sapeva dare al mondo filosofi ed oratori, non era in grado di fornire, o di fornire a sufficienza, uomini, che potessero dirigere e compiere il lavoro di edificazione e d’ornamentazione di una sola città. Perciò, in una sua lettera al Prefetto d’Italia, la cui giurisdizione si estendeva anche all’Africa, Costantino raccomanda di tentare ogni mezzo, perchè, nella grande deficienza d’architetti, si stabilissero, nelle provincie africane, delle scuole con appositi professori e vi si istituissero premii e privilegi, che valessero ad eccitare allo studio dell’architettura quanti più giovani, già istruiti nelle discipline liberali, si potesse. Uno dei mezzi, atti a raggiungere tale scopo, doveva essere perfino lo stanziamento di annue borse di studio.[544]
Tale circolare non fu forse l’unica diramata a tale scopo, nè l’Italia, o l’Africa, le sole regioni, in cui Costantino ebbe a curare la fondazione di vere e proprie scuole professionali.[545] Viceversa, come sempre, come sotto i precedenti imperatori, il governo centrale continuò, anche adesso, a trascurare le sorti della istruzione elementare, e tale condizione viene forse con Costantino ad aggravarsi, in quanto con lui si chiude la tradizione delle istituzioni elementari, così felicemente inaugurate da Traiano.
Costantino — è noto — compie a tale proposito una radicale riforma, inaugurando un’opera di sovvenzione universale dell’indigenza, i cui particolari furono profondamente pervasi di spirito cristiano[546]. Ma appunto per questo, la sua opera benefica divorzia — nei risultati e negli scopi — quasi interamente, dalle sorti dell’istruzione elementare. Costantino non offre, a una parte qualsiasi della società romana, costantinopolitana, o di altre città, i mezzi per educare e istruire la propria prole. Egli, invece, con i nuovi provvedimenti, disperde per tutto l’impero, nei mille rivoli di una saltuaria beneficenza individuale, gran parte delle pubbliche entrate. Per tal guisa, la sua opera porta seco tutte le caratteristiche, tutta la vanità, tutti i disinganni di quelli che ora possono dirsi i vecchi sistemi della carità cristiana, i quali nè elevavano le classi sociali, nè assicuravano l’avvenire dei singoli, ma fugacemente sanavano le occasionali strettezze — e, fra queste, le peggiori soltanto — di qualche individuo, in qualche ora del tempo.
IV.
La legislazione di Costantino non poteva andare disgiunta da provvedimenti speciali, che riconfermassero gli atti degli imperatori precedenti o regolassero i nuovi emergenti rapporti amministrativi e sociali. E le costituzioni sue su questa materia furono animate da uno spirito veramente rivoluzionario.
Una legge del 321[547] conferma anzitutto le immunità godute dai medici, dai grammatici e dai restanti professori di lettere nelle città dell’impero; viene quindi a porre le persone dei docenti al riparo da eventuali procedimenti giudiziarii, sancendo ch’essi non possano venir tradotti in giudizio, al riparo da qualsiasi ingiuria avesse mirato colpirli, sia per parte di schiavi che di liberi, fissando all’uopo delle gravi pene contro i colpevoli e contro i magistrati, che non avessero ottemperato alla legge; e richiama, infine, i privati ed i municipii alla osservanza del pagamento degli onorarii o degli stipendii (mercedes et salaria) ai docenti, professanti nelle varie città.
Con questa legge, il principe, se, da una parte, vuole sottrarre le persone, in essa nominate, ai munera publica e civilia, nonchè ai pubblici soprusi, dall’altra, vuole che le città e i privati, oltre che a pagare i maestri, siano tenuti a rispettarli: alle quali due cose si doveva da tempo, spesso, mancare, forse anche a motivo della sopravvenuta intolleranza dei municipii cristiani contro i docenti, che erano in genere pagani o usciti da scuole pagane[548].
Ma una seconda legge di Costantino del 326[549] largisce, e specifica, una nuova serie di immunità — forse implicite nelle antiche formule generiche, certo non mai così solennemente dichiarate — a favore dei medici e agli ex-medici di corte, nonchè — fatto più notevole — delle famiglie dei privilegiati. E, finalmente, un’ultima legge del 333,[550] confermando i precedenti beneficii ai medici e ai professori di lettere, li estende, anche per queste due categorie, alle loro mogli ed ai loro figliuoli.
Le tre leggi dànno luogo a qualche non trascurabile osservazione. La immunità infatti, largita da Costantino, è la più ampia che si conosca nelle serie delle concessioni imperiali. Essa per la prima volta oltrepassa le persone stesse dei docenti e si estende ai componenti le loro famiglie. Meglio ancora, essa abroga le gravi limitazioni fissate da Antonino Pio, e rimaste in vigore fino a questo tempo, e parifica i diritti delle città di provincia con quelli delle capitali, ove i maestri da tempo non soggiacevano più alle restrizioni imposte al loro privilegio fin dalla metà del II. secolo di C.
Se non che, ad osservare con attenzione, tali leggi impressionano meno per il grande numero di persone, che esse beneficano, di quello che per la loro intima liberalità. Infatti, secondo le clausole della prima costituzione, sono, fra l’altro, concesse, ai medici e ai docenti, una forma e una misura d’inviolabilità, che oggi, nei nostri regimi costituzionali, non godono neanche i rappresentanti politici della nazione, ed è forse unicamente riservata al sovrano: l’inviolabilità cioè da ogni procedimento giudiziario, concretata nel divieto di tradurre i privilegiati in giudizio.
Evidentemente, se questa è la esatta interpretazione di una delle clausole della legge, noi ci troviamo al cospetto di un beneficio — il così detto privilegio del ἱερᾶσθαι — che pel passato era stato concesso solo in via eccezionale a qualcuno dei più illustri maestri dell’impero,[551] e che, reso così universale, sembrerebbe dovesse abbattersi contro la impossibilità di una pratica applicazione. O la legge dunque doveva, sia nel pensiero dei delegati ad applicarla, sia nella parola di altre disposizioni, essere temperata da consuetudini e da norme complementari; o essa doveva rispondere a una straordinaria condizione del momento. Ma può darsi anche che noi non siamo più in grado di interpretare rettamente il passo, e che si tratti dell’antico diritto dei medici e dei docenti di non fungere da giudici, o di una nuova facoltà di non comparire personalmente in giudizio, e di potervisi fare rappresentare da procuratori — un che di simile ai privilegi concessi per le testimonianze giudiziarie ai nostri così detti grandi ufficiali dello Stato — nel quale caso, Costantino o nulla di nuovo, o nulla d’incredibile avrebbe accordato.
Ma, a parte codesta clausola, impressiona il fatto che in quelle leggi, anche nelle due (la prima e la terza) in cui più si sarebbe attesa, manca una esplicita menzione dei docenti di filosofia, sebbene costoro godessero da tempo gli stessi privilegi dei grammatici, dei medici e dei retori. L’omissione è difficilmente concepibile, e bisogna ben ammettere che con la dizione generica di professores litterarum artium si accenni anche agli insegnanti di filosofia. Infatti, nella più tarda legge del 333, in cui si dichiarava di confermare i beneficii largiti dai predecessori, le litterae sono identificate con gli studia liberalia, e, in una costituzione di Teodosio II.,[552] la quale ripristina questa di Costantino, i filosofi sono esplicitamente elencati insieme con i loro colleghi.
Ma la soluzione, relativa ai professori di filosofia, non può adottarsi, come forse si attenderebbe, per quelli di giurisprudenza: i giurisperiti, i quali non possono comprendersi fra i professores litterarum artium, rimangono, non ostante tutto, esclusi ancora dal beneficio di ogni immunità,[553] e tali rimarranno sino a Giustiniano.
Quali furono intanto i motivi delle nuove, e certo gradite, liberalità?
Ce li illustra la chiusa della terza legge. Essa spiega che tanta generosità era mossa dal desiderio che i beneficati si dedicassero largamente all’insegnamento, e formassero quindi il maggior numero di discepoli.[554] Il che, mentre da un lato avverte che i medici, gli archiatri e gli ex-archiatri, a cui Costantino si riferisce sono favoriti delle immunità, non solo in quanto medici curanti, ma altresì in quanto docenti di medicina, dimostra che lo scopo delle tre leggi rientra interamente nei rapporti del pubblico insegnamento, e che, favorendo i docenti, si voleva appunto favorire la più grande diffusione della coltura e rendere più frequente l’esercizio di carriere determinate.
Tutto questo per i docenti di arti liberali. Ma come Costantino aveva curato con provvedimenti diretti l’insegnamento professionale, così altri beneficii escogitò a favore di coloro, che avrebbero dovuto esserne i promotori ed i maestri.
Una sua legge, promulgata dopo la di lui morte, largisce l’immunità dai pubblici oneri a tutta una lunga serie di professionisti, specie di arti edilizie, perchè — dice il dispositivo — coloro che avranno a goderne, abbiano agio di dedicarsi a quelle arti, «e ne diventino più esperti essi stessi, ed esperti ne facciano i propri figliuoli».[555] La lunga serie dei beneficati, che avrebbero potuto risiedere in qualunque città dell’impero, riguarda i seguenti ordini di persone: architetti, costruttori di soffitte, stuccatori e intonicatori,[556] falegnami, medici (?),[557] tagliapietre, lavoratori dell’argento, muratori, veterinari, scalpellini, inargentatori e indoratori,[558] costruttori di pavimenti o di scale (scasores o scansores), pittori, scultori, trapanatori, di pietre e di metalli preziosi, intagliatori, statuari, mosaicisti, lavoranti in bronzo, ferro, marmo, doratori, fonditori di metalli, lavoranti in fino di metalli o tintori in rosso di seta (bractearii o blattiarii), lastricatori di pavimenti, orafi, costruttori di specchi, carpentieri, conduttori d’acque, vetrai, lavoratori dell’avorio, lavandai, stovigliai, lavoratori del piombo, pellicciai.[559]
La portata della legge è chiara. Costantino, che aveva dovuto sperimentarlo nella costruzione della nuova metropoli, aveva notato nell’impero romano una grande deficienza di esercenti professioni speciali, segnatamente professioni meccaniche, e voleva ad ogni costo provvedervi. Il suo editto al Prefetto del pretorio d’Italia, circa le nuove scuole d’architettura, ne era stato un primo segno. Adesso, egli trovava necessario formare, non soltanto degli architetti, ma tutta la serie di artisti, di meccanici e di artefici, richiesta da una società civile, e agli uni e agli altri largiva, per la prima volta, una serie di immunità, come, fino a quel tempo, si era solo usato verso i rappresentanti le professioni liberali. E questo era il primo vigoroso affermarsi di quelli, che oggi si direbbero i diritti dell’insegnamento professionale.
V.
L’opera di Costantino a vantaggio della coltura e dell’istruzione pubblica è coronata da nuovi provvedimenti, tendenti alla difesa e alla conservazione delle opere d’arte, ch’erano state tramandate dall’evo antico.
Già notammo come, fin da Adriano e dai primi due Antonini, alla cura semplicemente edilizia delle città si era accompagnata l’altra delle loro opere d’arte. Ma adesso ci troviamo in un tempo, in cui più vivi e numerosi dovevano essere i motivi di una tale preoccupazione. La storia del periodo, che adesso s’inizia, segnala il disastro di demolizioni inconsulte, per opera di privati o di imperatori, gli uni e gli altri, sospinti da zelo religioso, da ignoranza, da misoarcaismo. La preoccupazione degli eccessi di tale andazzo è palese nelle costituzioni de operibus publicis, che si succedono fin da Costantino, e in esse è degno di rilievo l’insensibile sfumare della cura edilizia in quella delle antichità e delle belle arti, sì che difficile riesce segnarne il preciso confine.
Ma, in questa medesima età, dopo i lunghi torbidi di oltre un secolo, riappare altresì quella forma specifica di sorveglianza delle opere d’arte, che, creata dagli Antonini, assume via via nuove denominazioni. Troviamo ora, in Roma, un curator statuarum, addetto alla erezione e alla manutenzione delle statue urbane,[560] e, poco dopo, ma quale magistratura già da tempo in vigore, un centurionato rerum nitentium, a cura e tutela degli oggetti d’arte, nonchè dell’abbellimento dei pubblici monumenti della città[561]. E tutte queste non piccole preoccupazioni di un imperatore, sospinto dall’ironia della sorte a difendere, contro le ingiurie del tempo e le intransigenze dei seguaci della religione favorita, i segni superstiti del passato, che così vigorosamente egli aveva cooperato ad abbattere, devono andare, non soltanto a discarico di quella minima parte dell’opera sua, che fu accusata di irriverente iconoclastia artistica,[562] ma a merito grande — e positivo — della sua amministrazione.
VI.
I figli e gli eredi di Costantino proseguono, con diligenza unica più che rara, l’opera del padre nel campo della pubblica istruzione, e, sebbene, nel loro legiferare su questa materia, nulla di caratteristico li distingua dai predecessori, pure le disposizioni particolari, da essi emanate, sono la più meritoria esecuzione di ciò che quelli, fin allora, avevano creato e immaginato.
Verso il 342 o 343, Costante chiamava a insegnare a Treviri — uno dei maggiori centri di studio della Gallia — il più celebre sofista del tempo, Proeresio, e lo faceva suo commensale. Di qua, per esaudire un di lui desiderio, lo manda a Roma a impartire il suo insegnamento dalla maggior cattedra del mondo. E da Roma il fratello suo e collega, Costanzo II., colui che tra breve raccoglierà ancora una volta tutto l’impero nelle sue mani, gli concede di trasferirsi in Atene, e lo colma di doni regali, e lo nomina stratopedarca, incaricando al tempo stesso il prefetto dell’Illiria di celebrare il giorno del conferimento di tanta dignità con una solenne gara di eloquenza nella Università ateniese.[563]
Nel 344, Costanzo II. e Costante insieme largiscono una serie di immunità agli ingegneri, agli architetti, agli aquae libratores, e, per la prima volta, ai matematici, i quali, benchè la loro disciplina rientrasse nel circolo delle arti liberali, erano, fin a quel tempo, rimasti esclusi da ogni esenzione.[564]
E la determinante della liberalità — si dichiara — è ancora una volta quella, che aveva sospinto Costantino il grande: il bisogno di persone adatte alle professioni edilizie, cui quei beneficati attendevano, e, quindi, il desiderio di moltiplicarne il numero e di migliorarne la specie,[565] come in verità doveva essere richiesto dal nuovo incremento edilizio di Costantinopoli, di Antiochia e di altre città orientali.
Lo stesso Costanzo si cura di rifornire copiosamente, ed a proprie spese, la pubblica biblioteca di Costantinopoli, che sembra solo ora assurgere a quel grado di importanza, che nella nuova capitale si richiedeva,[566] non che di fornire Costantinopoli dei migliori maestri del mondo. Ed invero, nel 342, noi vi troviamo un retore di Cappadocia, fattovi appositivamente venire dall’imperatore,[567] e, nel 351, questi vi chiamava da Nicomedia, Libanio — uno tra i più insigni maestri di retorica di quell’età — nominandolo pubblico docente di sofistica con uno stipendio vistosissimo, e facendolo segno alle maggiori dimostrazioni di stima.[568]
E, come sempre avviene in questi casi, l’esempio del principe provoca l’emulazione fra le maggiori autorità dello Stato. Vediamo, in questo tempo, e il Senato e i governatori gareggiare di zelo per le sorti della istruzione pubblica nelle varie città e nelle varie province. Ciò che una volta era stato detto a carico del governo romano: ch’esso non si curava d’altro se non dei porti, degli edifici e dei pubblici passeggi, non solo sarebbe adesso contrario a verità, ma suonerebbe come audace calunnia. Per decidere sui problemi, relativi alla pubblica istruzione, le città si rivolgono ora ai governatori, che dispensano consigli, avanzano proposte e intervengono con le loro iniziative. Il retore di Cappadocia, che noi troviamo nel 342 a Costantinopoli, era stato, prima che dal principe, richiesto insistentemente dal Senato;[569] Libanio stesso si era recato a professare a Nicomedia, invitatovi dal pretore di Bitinia, che n’era stato sollecitato dalle preghiere di quella popolazione[570]. Nel 351, l’anno del ritorno di Libanio, quale pubblico docente a Costantinopoli, vive pratiche del Senato e del pretore di Bitinia avevano preceduto l’intervento imperiale.[571] E poco dopo, agli Ateniesi, preoccupati della decadenza della loro Università, il luogotenente imperiale della Grecia, Strategio, rispondeva, formulando acconce proposte, e consigliandoli a invitarvi sofisti valorosi di altre città. Libanio ci ha conservato un passo di quella risposta: «Voi», aveva detto Strategio, «che avete fama universale di inventori e di maestri dell’agricoltura, non trovate nulla di disonorevole a cibarvi di grano importato dall’estero; se faceste lo stesso per la istruzione pubblica, credete forse che la vostra gloria ne sarebbe compromessa?»[572] Ed anche ad Atene era stato chiamato Libanio.
«I Romani volevano», scrive uno degli antichi espositori della vita scolastica ateniese in questa età, «i Romani volevano che ad Atene ci fossero numerosi sofisti e numerosi scolari.»[573] E noi abbiamo gravi motivi per non dubitare di una riforma, quivi compiuta dal governo, verso il 340, alla morte di un altro fra i titolari di quella cattedra di retorica, il sofista Giuliano. Quando questi spirò, si ebbe una vera e propria ressa di concorrenti alla successione. Le brighe fra i candidati e le lotte tra i commissarii giudicanti e i senatori ateniesi dovettero essere vivacissime. Ne seguì la proposta di ben sei titolari, e il governatore romano non esitò a ratificarla. Così, invece di una, si ebbero sei cattedre ufficiali di eloquenza greca.
Per tal guisa, Atene potè godere largamente della munificenza dei dominatori. E non Atene soltanto. Accorreva quivi tutta la gioventù della Grecia, dell’Oriente, dell’Asia, dell’Asia Minore, dell’Arabia e dell’Egitto. Atene era il maggior centro intellettuale di una buona metà dell’impero, e su tutto questo paese, nella pienezza della sua civiltà, venivano adesso a diffondersi i benefici della innovazione del governo romano.
Ma, assai più significativa di queste indicazioni isolate, noi possediamo di Costanzo una lettera ufficiale, concernente la nomina di un filosofo, Temistio, a membro del senato di Costantinopoli, in cui si contengono quelli che oggi si direbbero i criteri informatori di un programma di governo nei rispetti dell’istruzione pubblica, lettera, per cui può affermarsi che da questo momento, non solo nella tacita pratica di ogni giorno, ma nelle più solenni teoriche ufficiali, bandite dai gradini del trono, le armi hanno definitivamente ceduto alle toghe.
«L’uomo — scrive l’imperatore — che queste mie parole esaltano, non professò una filosofia insocievole; ma quella dottrina, che egli apprese con fatica, ora, fattosi banditore dell’antica sapienza e sacerdote dei sacrarii e dei templi della filosofia, con maggior fatica impartisce a chi la ricerca». «Egli, per quel che può, guida ciascun uomo, affinchè curi di vivere secondo ragione e sapienza».
«Niuna, invero, tra le cose umane, può riuscire a buon fine senza l’ausilio della virtù, nè nella vita domestica, nè in quella cittadina; onde i filosofi, che educano ed esercitano in questa i giovani, potrebbero bene essere detti padri comuni. Essi, ai padri appunto, insegnano i compiti della educazione, ai figli, quali cure debbano avere verso i padri. Ma son queste piccole cose; la verità è che giudice e rettore universale è il filosofo. Egli è colui che insegna quali siano i doveri verso il popolo, quali verso i governanti: è insomma la regola infallibile di tutta la vita civile. Così che, se accadesse che tutti gli uomini sapessero operare da filosofi, la loro vita sarebbe liberata da ogni malvagità, verrebbe a togliersi ogni pretesto alla iniquità e cesserebbe il bisogno delle leggi, giacchè quelle cose, da cui ora gli uomini si rattengono per timore, essi allora abborrirebbero spontaneamente.»
«Io, essendomi sempre adoperato con zelo perchè la filosofia risplenda dovunque, voglio che essa fiorisca sopratutto nella nostra città. Questo io so appunto che le tocca ora per merito di Temistio, e che per lui Costantinopoli va gloriosa del concorso di tanti giovani, amatori della filosofia, ed è già divenuta sede universale della dottrina, così che tutte le altre accordano ad essa di buon grado la palma del sapere e riconoscono che dalla nostra città, come da pura fonte, si diffondono per ogni dove i dettami della virtù». «E se circondare la città di mura, se adornarla di edifizi, se la sua popolosità sono segni dell’affetto del principe, quanto non ne sarà segno maggiore accrescere il Senato di un tanto uomo, che renderà migliori le anime di quelli che vi abitano, e, fra gli altri edifici, innalzerà il Ginnasio della virtù! Chi a una città appresta gli altri doni, largisce i beni migliori, ma chi ha cura della sua saggezza e della sua coltura, quegli le porge il bene più prezioso, che molti agognano e che soltanto pochi conseguono.»[574].
Così, ispirandosi a Platone ed a Marco Aurelio, scriveva al senato di Costantinopoli Costanzo II., in onore di Temistio. E questi, che, sebbene di opposta fede religiosa, fu il migliore interprete del di lui pensiero e della di lui politica, così, in altra occasione, commentava, sia pure con l’enfasi e con l’iperbole consuete alla letteratura del suo tempo, i meriti di Costanzo verso l’istruzione pubblica in Costantinopoli: «Fin ora, in questa città, gli uomini godevano solo della sua bellezza, perchè vi si portavano i prodotti di tutta la terra, ma niente se ne poteva esportare, salvo che sabbia e immondizie. Ora invece si può trafficare ed esportare da Voi, non oro o legname, o porpora, come da una miniera o da una foresta, o da una tintoria, e neanche vino, o legumi, o frutta (tutte queste cose, io penso, anche gente migliore può convenientemente ritrarle da gente peggiore), ma le due grandi mercanzie del nuovo emporio, che il principe volle a Voi fornire: la virtù e la saggezza.»
«E qui verranno a Voi, o cittadini di Costantinopoli, non già mercatanti o marinai, o volgare plebaglia, ma gli eletti, i cittadini d’ogni città, i più amanti della dottrina, il fiore della Grecia, e saran merci solo la dottrina e l’istruzione. Credete dunque che a torto le Muse si compiacciano di andare al campo, a fianco del nostro imperatore, e di procacciargli luminose vittorie, nelle quali nulla Marte ebbe che vedere?»[575].
VII.
Nonostante così largo e così illuminato mecenatismo, è pure probabile che i tre figli di Costantino abbiano infirmato quell’ampiezza di esenzione dai pubblici oneri, goduta da professori e da medici, che noi vedemmo concessa dal padre loro con la più sconfinata liberalità. Ce ne fa nascere il dubbio il confronto di una legge del successore, Giuliano l’Apostata,[576] la cui politica fu sostanzialmente una reazione al governo precedente, il confronto — dico — di quella legge con parecchie altre dei figli di Costantino.[577]
In essa, come è stato osservato,[578] Giuliano, riconfermando le immunità largite ai medici dal fondatore di Costantinopoli, invoca il precedente, non già dei figli di Costantino, ma dei veteres principes, mette in vistoso rilievo la equità e la liberalità sua di donatore, e conclude, facendo notare che così i beneficiati avrebbero potuto passare tranquillamente «il resto della loro vita.»
La legge, come si vede, ha una intonazione polemica, e sembra accennare a una ripresa, più che alla semplice stereotipa conferma di un privilegio. E in tale opinione veniamo a confermarci, quando consideriamo che le altre costituzioni, testè richiamate, dei figli di Costantino, escludono assolutamente dall’esenzione degli oneri pubblici tutte le persone fornite di dignità onorarie, fossero quella di curiale, di senatore, di conte, di preside o di perfettissimo. E poichè queste dignità erano, più o meno strettamente, legate alla persona dei medici e dei professori,[579] s’impone la probabilità dell’ipotesi che, per ragioni a noi ignote (forse anche perchè degli uomini d’intelletto e di valore non mancassero di prestare l’illuminata opera loro nell’esercizio delle pubbliche cariche) i figli di Costantino avessero ristretto, a loro danno, i privilegi concessi dal padre.
Il governo di Costanzo II. ha fine con l’autunno del 361. Ancora pochi mesi, e il mondo assisterà, se non alla più grande, certo alla più tempestosa riforma scolastica, che mai imperatore romano aveva fin allora intrapreso.