WeRead Powered by ReaderPub
Mar sanguigno (Offerta al nostro buon vecchio Dio) cover

Mar sanguigno (Offerta al nostro buon vecchio Dio)

Chapter 65: NOTE:
Open in WeRead

About This Book

La narrazione porta il lettore in una villa dove un narratore fa sedere otto vecchi marinai, raccogliendo a poco a poco i loro racconti e le leggende dell'Adriatico. Attraverso dialoghi colloquiali e digressioni emergono memorie di tempeste, paure antiche, superstizioni e scene di vita di bordo, oscillando tra umorismo rattrappito e terrore. Il testo alterna descrizioni sensoriali del tempo e degli ambienti a frammenti di memoria marinaresca, esplorando temi di vecchiaia, perdita di ricordi, identità collettiva e il peso del passato sul presente.

COME NELLA TETRA LEGGENDA ADRIATICA. (.... E IL MARE).

Esso è divenuto ad un tratto, rotonda

sterminata platea di giustizia....

(Lu Scïò).

I.

Eccolo: non tollera confronti: è Lui, nella sua immensità di deserto, nella sua immutabile maestà di elemento eterno, animato ancora da tutta la forza ricevuta in dono quando venne consacrato Mare dal Dio della Genesi!

Oggi palpita appena, eppure i macigni delle due dighe che s'addentrano laggiù nel suo seno per proteggere contro di lui questa base di guerra, tremano del suo palpito, stretti pavidamente insieme.

.... parla senza collera, ma la sua voce cupa e uniforme, indeciso e continuo accordo di organi lontanissimi che l'immaginazione colloca tra le nuvole, riesce a diffondersi su tutta questa sterminata distesa di sabbia e a soffocare ogni altra voce del Creato.

.... impercettibilmente respira: acre di salsedine, il suo alito spazia dovunque, annienta ogni emanazione e sembra avviluppare in un'atmosfera cauterizzante gli arbusti scontorti che seguono a timida distanza il confine schiumoso del suo regno.

È questa la triste vegetazione che nelle grandi tempeste, scompigliata dal vento, agita miriadi di braccia scheletriche ed annerite per fermare tutto un prodigioso sminuzzamento di materia morta che egli getta con disdegno alla terra perchè nei secoli faticosamente la riformi. — Com'è sua invariabile legge, egli non sa che colpire, sgretolare, annientare, cancellare ogni altra vita. Non sa costruire che il corallo e le perle, lui, e tessere sudari d'incrostazioni bianche intorno alle cose che non vuol dissolvere. Ma perchè il segreto delle sue creazioni non sia mai violato, ha misteriose officine al fondo di incommensurabili abissi, ove solo ai morti, solo ai morti è dato discendere.

Se l'audacia dei vivi riesce a solcare appena la sua superficie, egli ne cancella subito il solco: e chiuso, ostile all'indagini non vuol testimoni alla sua intima connivenza col supremo Creatore: nessuno può infrangere il suo «veto».

E se una mano raccoglie nel cavo un poco di lui, e uno sguardo lo interroga, niente! — Egli sa diventare un liquido inerte, incolore, disanimato ad un tratto: nulla della sua fecondità cosciente, della sua potenza eterna, di tutti gl'inimitabili colori che sa generare... Niente: e le dita s'aprono perchè questo niente ipocrita sfugga...

È lui, la vergine Creazione: lui il perchè senza risposta, come il firmamento, come la vita, come tutte quelle cose che stritolano la baldanza della scienza e la tramutano in umile balbettìo...

Perciò nello spirito di tutti i popoli suscitò sempre parole che hanno un identico significato di reverenza e terrore: perciò l'occhio che lo scruta si dilata e si fissa...

II.

Ieri la Bora muggiva. Dalle giallastre foci del Po al massiccio di Pesaro dal color di lavagna, fin dove giungeva lo sguardo, sotto una bassa cupola di nuvole stracciate dal vento, e punteggiate di gabbiani spauriti, era un solo bollore livido, senza più orizzonte.

Immense cateratte fluide parevano sorgere dalle nuvole stesse e prorompere verso la terra con un impulso così veemente da far pensare a un sovrappiù di forza acquistato nella loro prodigiosa discesa. Correvano, correvano, orlate di pulviscolo candido, cariche d'uno stesso odio monotono, desolante e furioso, gareggiando tra loro come per addentar più terra e ritirandosi volta a volta, rotte, quasi a riprendere nuova rincorsa dopo l'urto fallito. — Il loro urlo era gigantesco e quando l'ululato lamentoso del vento v'interponeva una litania bizzarra e più acuta, pareva che un furore demoniaco, per qualche istante compresso, si esasperasse subito di più.

Dall'estremo di una delle due dighe di scogli, trepidanti sotto i miei piedi, solo, scudisciato dal vento e toccato dall'ortica della schiuma salata, contemplavo questo spettacolo con occhi nuovi. Fin'allora, in tutta la mia esistenza divorata dal mare, avevo vissuto «dentro» la tempesta, in quei poveri giuocattoli da tempesta che sono le navi. — Avevo sentito per anni passare ad una ad una sotto di me le creste delle onde, subendone l'impulso pazzo nei muscoli e avendo la sensazione dello sbalzo del corpo da abissi senza fondo ad altezze che sembravano fantastiche, per riprecipitar giù secondo una legge eterna e forsennata. Il cozzo della prua contro l'onda, lo squasso di tutte le cose di bordo, l'irrompere violento dell'acqua, bianca assassina, erano accompagnati dalle strette dell'anima, mentre il volto, flagellato dal vento e dalla schiuma, manteneva quell'espressione impassibile che ci venne insegnata da bimbi e che noi marinai per un nostro segreto sappiamo ritrovar sempre anche nei subbugli della terra, anche nelle meschine bufere che il lividore dei piccoli uomini biechi può sollevarci qualche volta intorno.

Ieri invece il mio stato d'animo era simile a quello d'un «gaucho» delle Pampas, rimasto per la prima volta appiedato e fermo tra sterminate torme di cavalli in fuga, confusa e fragorosa mareggiata di groppe guizzanti, criniere tese, code inarcate e lampeggiamenti di occhi convulsi.

Se la tempesta mi avvolgeva come a bordo, se dall'urlo demoniaco delle raffiche si sprigionava la stessa eterna minaccia, a me, uomo, misera cosa nera sperduta in un bianco caos di distruzione, il mio corpo, inclinato contro il vento «era inimobile»: e mi pareva questo un fenomeno straordinario, quasi inverosimile e tale da separare come in due la mia natura, gettandone una parte al passato e l'altra al futuro.

E di tutte le morti che per più di due anni di guerra m'eran venute incontro nel mare, sulla punta avida del siluro, sull'opaca chiazza della mina, con l'acino biancastro e sibilante delle bombe, con lo scoppio livido delle granate, mi sembrava non restasse più nulla e che questo immenso cimitero d'acqua dove in profondissime tombe si dissolvono tanti cari compagni dell'adolescenza mia, non potesse più incutere alcun timore e la sua voce altissima fosse vana.

III.

Oggi è dunque giornata di messe. Maturata dalla continua tragedia del largo, e fecondata dalla gelida oscurità della notte piuttosto che dalla calda luce del giorno, essa giunge in briciole disposte su di uno stesso livello: scure e lucide briciole che il sole ci rivela subito. Le correnti adriatiche favoriscono molto, in tal senso, questa località di guerra. E il corso d'acqua che lambisce le isole Dalmate, il Quarnero, l'Istria, le foci dell'Isonzo, del Tagliamento, del Piave e del Po, giro perenne dall'Austria all'Italia, raccoglie tutti i detriti marittimi della nostra delenda nemica, tutto ciò che Fiume, Pola, Trieste rigettano: e ce lo fa rifluire qui, su questa sabbia.

I miei marinai, mietitori e spigolatori assai abili, son già distesi in catena avanti alle batterie, denudati nelle gambe e muniti di ogni specie d'ordigno che la loro esperienza ha foggiato.

E sguazzano e si divertono un mondo a questa pesca di guerra, l'unica che oggi questo mare deserto, triste, abbandonato, dia. — Più forte fu la bufera e più proficuo il raccolto sarà: avremo più mine strappate dai loro ormeggi, più rottami d'aereoplani, più detriti, più Austria e forse avremo qualcuna di quelle cose scure, floscie, irriconoscibili, lentamente rivoltate dalle onde come per una vita fittizia, che sconosciute madri già piangono in qualche angolo della terra.

V'è chi è incaricato di redigere come una specie d'inventario macabro, diviso in due colonne brevemente intitolate A. e I.

Tutta la raccolta delle cose rimaste impigliate stanotte tra gli arbusti di là della sabbia, è già ordinatamente elencata. La lista della colonna I è aperta da un elmetto da aviatore, «slacciato nel sottogola». L'uomo, un capitano di cui è visibile il nome nell'interno della cupola, è dunque caduto vivo. — Dove? Come? Quant'ansia umana fervette in questo vuoto involucro che ha galleggiato fin qui, muto messaggiero di catastrofe!... Ora due piccoli granchi spauriti, vi si rincorrono lungo la fascia interna di cuoio flaccido...

Seguono mine. — Peuh! È un prodotto solito. — Quest'acqua deserta dove nulla apparisce, ne coltiva a migliaia nel suo seno; e la tempesta gliene squassa ogni tanto un po', scegliendole tra le più vecchie e incrostate, come da un orto a rovescio, mandandole «su». Gli orti nostri e nemici si confondono ormai ed il prodotto è frammisto. Mine nostre e loro vengono alla deriva insieme, affratellate dal capriccio del mare. — Sembrano immense, sulla sabbia; e quando le abili mani dei marinai con poche precise ma pericolose manovre le rendono innocue, esse continuano a conservare la loro aria stupita di cetacei in secco che non tentarono mai far male a chicchessia, e vennero sempre calunniati da tutti.

Vien poi un'intestazione generica: Diversi. Ed essa comprende tutte quelle cose flaccide, corrose dal terribile acido del mare, che sembrano consistenti alla vista, ma non appena toccate si sgretolano. — Tele, assi, casse sventrate, calzature aperte, brandelli di indumenti cosparsi di fili d'alga e d'erbe di laguna, brillanti al sole per piccoli cristalli di sale... Sicuro: «Diversi»; e non è possibile dar altro nome concreto a ciò che il mare ha masticato...

La colonna A è più lunga. Pola ha inviato qui una quantità di cassette vuote, quasi tutte indirizzate ai marinai della squadra nemica: cassette da indumenti o da commestibili, provenienti dai più opposti punti dello sdrucibile impero. Karl Kenz ha avuto dei fichi: Hanz Guttlassen ha ricevuto molta biancheria: Luitpold Heberlein, un piccolissimo dolce... Gazzarra, laggiù, incontro a noi! la buona quiete di «dentro le reti d'acciaio» dove s'aspetta, s'aspetta il gran giorno... Ecco invece qualcuno di «fuori reti» che ha lasciato la vita nell'aperto mare. Ce lo dice un berretto da marinaio col nome di una silurante nemica che non tornerà più in porto e di cui sappiamo la fine. Due salvagenti ancora ben rossi e qualche cintura di salvataggio dal sughero ancora ben compatto, aggiungono alla svelta alcune frasi incisive alla tragedia svoltasi da poco.

E c'è poi, un oggetto raro: un tubo di latta impermeabilmente tappato, poco più lungo d'un palmo, e del diametro d'un comune orologio da tasca. È il messaggio d'un velivolo austriaco lanciato alla sua silurante di scorta durante una delle tante bestiali incursioni sulle nostre coste. «Andate nel punto tale, subito: troverete l'apparecchio K... che ha bisogno di rimorchio...» Un ferito da noi, abbattutosi al largo.

Quante cose ci racconta quest'acqua, quando parla a bassa voce! Basta saperla interrogare e non aver ritegno a rovistare tra cose morte.

IV.

Che c'è? Che cos'hanno trovato? Come ad un tratto intorno ad una preda invisibile s'addensano le formiche d'una stessa fila diradando gli spazi contigui, così laggiù nella catena degli uomini, s'è formato un gruppo compatto che annunzia scoperta.

— Una tartaruga morta! — mi grida un siciliano quasi nudo, malgrado la sferza invernale.

— Mezza vuota... marcita... piena d'alghe — aggiunge un suo compagno.

E allora che la gettino via! Da più di due anni questa fauna non c'interessa più...

Ma no: vogliono che la veda anche io; non son ben sicuri sia proprio una tartaruga...

E così, palleggiata allegramente da dozzine di mani, l'incerta cosa viene a me. È una specie di mezza sfera deformata e compressa, di color verde-bronzo, liscia di sopra, ispida d'alghe disotto e stillante un'acqua verdastra che diviene via via nauseabonda: non pesa gran che. — Ma è ben strana questa sua calotta senza scaglie e così perfettamente levigata e patinata dal mare! Le lunghe erbe filamentose le prestano il buffo aspetto d'un mascherone barbuto come ne concepirono i nostri artisti seicenteschi per il marmo delle loro fontane ed il bronzo dei loro portoni, benchè tale immagine sembri inappropriata ad un oggetto che è così lontano da ogni parvenza umana.

Così qualcuno, quasi per ischerzo, si mette a tirare queste barbe verdi... Ed ecco una fuga di bestiole grigiastre, formicolanti a falangi, che l'aria aperta scompiglia, disperde, ci fa saltare addosso... Via! una buona strappata che denudi tutto!

Ah! L'uomo è ben poco amico del suo teschio! Abituato a vivere tra milioni di teschi effimeramente incarnati e illuminati da occhi, dimentica il teschio vero, l'unica, eterna verità che sovrasta la sua vita. Alcuni pochi egli ne ama, altri ne odia: e tutte le sue passioni, le sue vicende e le sue aspirazioni sono chiuse e riassunte in una cerchia di teschi. Quando mai ricorda che egli s'agita, si tormenta, soffre soltanto perchè — meta suprema — altri teschi si inchinino per pochissimo tempo avanti al suo, prima che tutti assumano un'identica posizione dentro la terra?

Così all'improvvisa rivelazione, questi viventi rimangono sbalorditi, mentre il teschio si mette subito a fissarli col suo sguardo nero pieno di tranquilla insolenza, sostenuta dal sarcasmo del naso vuoto. Per qualche istante la vita e la morte s'indagano curiosamente e si sfidano, l'una armata di gioventù, l'altra di niente. E il niente, senz'altro moto che quello che alcuno fili d'alga mossi dalla brezza e rimasti tra i denti gli danno, vince, stravince, fa sì che i vivi si smarriscano...

Infatti, — Lo gettiamo via? — chiedono quelli a bassa voce.

Per ora sì: nulla da fare: lasciarlo lì per seppellirlo più tardi, lontano dal mare, perchè questo con un subdolo lavorìo nella sabbia non se lo riprenda — e tornare alla spigolatura dei detriti.

Giù; e la massa cade con un rumore sordo, morde con un ghigno la sabbia e si mette a guardare in sù, com'è sua costante abitudine.

* * *

Come se un resto di tempesta vagasse ancora fuori vista al largo e avesse gran fretta di sedarsi, file d'ondate lucide, gonfie e senza creste, vengono repentinamente a frangere nel giallore della spiaggia i riflessi di cielo che trasportavano in groppa. Mare di subitanei capricci, l'Adriatico ha spesso di questi improvvisi ritorni di collera che nessun vento giustifica. Ed allora nell'aria immota la sua voce s'eleva e stupisce per la sua fragorosa, grandiosa risonanza.

Così mentre contemplo il teschio, il mare lancia tra intervalli isocroni di silenzio, che par condensino un immenso pensiero, la sua irrefrenabile, schiumeggiante parola.

È lui che dà voce al mutismo del teschio, per naturale alleanza di cose eterne contro di me, precario custode di materia viva, pronta a sparire di fronte a loro due: queste due Presenze rendono inutile la mia parola mortale. E se io dirigo a questo mio triste interlocutore la prima muta domanda, invariabile nei secoli, che ogni vivo gli rivolse: Chi fosti? —, non ho altra risposta che la vuota fissità delle caverne oculari dove s'annida un pacato sarcasmo fatto di passato incommensurabile e di futuro senza limiti e dove è disseccato ogni rimpianto.

È il mare che risponde per lui. Onda dopo onda, frasi scroscianti si seguono, versetti di un salmo eterno, musicati da una selvaggia armonia che dà a tutti un uguale «crescendo» d'acqua, un pari impeto travolgente, una stessa cadenza trattenuta, singhiozzante e morente in pianissimo...


— Chi fu? Insulsa questione. SEI TU.

Atomi ed eternità non hanno nome. Se distingui con sillabe i granelli di sabbia che ti circondano e ne eleggi uno re, e ne crei celebre un altro, tutto è giuoco inutile della tua parola, chè ogni granello è identico nella massa confusa; nello spazio e nel tempo.


Chi fu? Mai ebbi memoria di chi uccisi, chè nessuna vittima, morendo, mi gridò mai il suo nome. — Tutte avevano nella strozza il nome del loro Iddio o le sillabe invocanti la madre, quasi uguali in tutte le lingue — e soffocate da me in ugual gorgoglio.


Ah! che da tre anni tante e tante esse son divenute, da non esser più altro per me che carne, la molle materia che facilmente divoro, fino a lasciar ben levigate le ossa: il residuo: il composto di due materie prime: fosforo e calcio.


Da quale matrice fu prodotto costui? Austriaca, tedesca, francese, inglese, italiana? Venne a me da una nave sventrata, da un sommergibile squarciato, da un idrovolante stroncato, dalla rossa corrente d'un fiume di battaglia? Una sola parola scroscia quest'onda: Venne! Capo, gregario, eroe, abbietto, venne.


Tempo già fu che su quest'acque mie, ridevan le vele d'uomini felici, vivida flora d'un giardino azzurro, rivangato da eliche solerti. Sulle mie rive si rincorrevano frotte di fanciulli denudati all'alterna carezza dell'acqua e del sole, nel vigile sorriso delle mamme sedute in crocchio e trattenenti l'ago.


Da mille vie adducevo ricchezza, serena gioia di sentirsi vivi, fratellanza d'uomini e forza: e a celebrare l'attività del giorno, mi cingevo a sera d'una corona immensa di fari.


Ero vita più che morte allora. Ma maturità e dissoluzione sono in ciclo perenne. E il frutto dell'esistenza, troppo addolcito da ininterrotto tepore, produsse putredine che avvelenò anche il tronco. E l'albero del Male rinacque.


Mangiarne il pomo voleva dir cataclisma. Osarono alcuni popoli e colti da follìa, si precipitarono sugli altri in spaventevole cozzo. Alla terra il grigioverde: il bianco e il nero a me.


E mentre la terra divampa ribolle e si spiana come a ritornare la massa informe della prima Creazione, io, vuotato da ogni vita, son deserto circoscritto da rive deserte, immenso ossario azzurro dove s'entra per mille porte d'acqua spalancate.


La tetra leggenda è oggi realtà. — E in nome del Creatore Supremo, getto, come schiuma di tempesta, contro tutte le spiagge, contro tutti gli scogli, per i macabri pescatori di tutto il mondo, ossa.

················

················

················

GUIDO MILANESI.

INDICE

Lu Scïò Pag. 7
1914 31
La traversata della morte 75
Una notte di Natale 109
Supremo grido 141
Sosta di aquilotti 171
Il carnevale del siluro 197
La Fede 259
Come nella tetra leggenda adriatica 267

NOTE:

1.  «Patrò» tra i marinai di S. Benedetto del Tronto è titolo d'onore che si usa come «signore» ma che indica più propriamente chi comanda paranze e navi.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (Roulier/Roullier, brontolio/brontolìo, Goeben/Goëben e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Copertina elaborata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.