WeRead Powered by ReaderPub
Minerva oscura / Prolegomeni: la costruzione morale del poema di Dante cover

Minerva oscura / Prolegomeni: la costruzione morale del poema di Dante

Chapter 24: XXIII.
Open in WeRead

About This Book

An extended set of prolegomena and essays argues that Dante intentionally conceals moral doctrine beneath dense poetic imagery; the author traces key episodes of the Inferno — the midnight descent, the marsh, the iron city, encounters with Furies and the Gorgon, and the heavenly messenger — to reveal an underlying moral architecture. He examines authorial obscurity and urges close, repeated reading to pass the veil separating literal narrative from inner truth. The work combines close textual analysis, symbolic interpretation, and personal reflection on authorship and moral vision, and includes clarifications and appendix notes on specific cantos and debated passages.

XXIII.

Questo posto, io chiedeva; come l’uomo può ribellarsi alla Giustizia? come può misconoscerla? La Giustizia sta nel dare a ognuno ‛suum ius’: la misconosce chi ritiene ‛iniuria’ il ‛ius’, e Ingiustizia la Giustizia. L’usuriere dunque tiene ingiuria quello che è giusto; e si ribella. Ma io leggevo (S. 1ª 2ae XLVII l) che ‛ira est appetitus nocendi alteri sub ratione iusti vindicativi’; e così da Tomaso e da altri apprendevo che l’irato in tanto cerca vendetta (vindictam) in quanto gli par giusta; e vendetta giusta non si dà se non di ciò che ingiustamente fu fatto: e quindi ciò che provoca all’ira è sempre alcunchè sotto la ragion dell’ingiustizia (ib. 2); e che l’ira è ‛libido ulciscendi (De Civ. Dei XIV 15)’ e che, per non dire d’altri,

è chi per ingiuria par ch’adonti

Sì che si fa della vendetta ghiotto,

E tal convien che il male altrui impronti,[45]

come Dante definisce. Ed ecco, io comprendeva assai meglio come quel della scrofa azzurra e grossa fosse collocato sotto le falde del fuoco nello stesso girone di colui che disse: Primus in orbe deos fecit timor. Poi che chiaro mi appariva, ora che violenza avevo fatta uguale a ira, come violenti potessero essere chiamati sì Capaneo e sì lo Scrovegni. Di vero gli usurieri par che adontino, come d’un’ingiuria, del castigo giustamente dato da Dio agli uomini ‛di nutrirsi del pane loro nel sudore del loro volto’, e si fanno ghiotti della vendetta. Ma come può essere vendetta di Dio? A questo proposito sapevo bene che il peccatore peccando ‛non può in nulla nuocere effettivamente a Dio, tuttavia da parte sua doppiamente fa contro Dio: primamente, in quanto dispregia i suoi comandi, secondo, in quanto porta nocumento a qualcuno, a sè o ad altrui: il che pertiene a Dio, per il fatto che quegli, cui si porta nocumento, si contiene sotto la provvidenza e tutela di Dio (S. 1ª 2ae XLVII 1)’. Ora che è vendetta? Me lo spiegava Dante con l’ultimo verso del ternario sopra scritto, verso che vedevo non troppo ben inteso: chè egli dice male tal, come a dire sì fatto o uguale, a quello che ha ricevuto, gli bisogna rendere subito a quello che glielo ha fatto. Ora è opportuno considerare che secondo Tomaso, che segue Aristotele, tutte le cause d’ira si riducono alla ‛parvipensio’ o ‛despectio’, ossia disprezzo (1ª 2ae XLVII 2). Dunque l’usuriere si vendica di Dio opponendo al disprezzo il disprezzo, poi che dispregia per sè natura e per la sua seguace, e perciò Dio; come Capaneo, che giace dispettoso ed ebbe e par ch’egli abbia Dio in disdegno. Ma come l’usuriere può credere d’essere spregiato da Dio? La ‛parvipensio’ o disprezzo, dice Tomaso (ib.), ‛si oppone all’eccellenza dell’uomo; chè gli uomini ciò che in nessun modo stimano essere degno, disprezzano, come è detto nel secondo della Retorica: or dai nostri beni vogliamo alcuna eccellenza: e perciò qualunque nocumento a noi si porti, in quanto deroga dall’eccellenza, pare appartenere al disprezzo’. Si pensi ora alla tasca che avea certo colore e certo segno, in cui si pasce l’occhio di questi peccatori: si vedrà con quanta accortezza il Poeta significhi come essi fossero teneri d’alcuna eccellenza e come perciò propensi a considerare disprezzo il comandamento di trarre il sostentamento dalla propria fatica. Chi può affermare d’aver capito qualche cosa in questa strana comune “nobiltà„ degli usurai di Dante? E se ne conferma che il loro peccato è ira, perchè tutte le cause d’ira si riducono alla parvipensio. Sono poi collocati su per la strema testa di quel settimo cerchio, come i superbi imitatori di Caino sono finitimi agl’invidi; per mostrare come la loro colpa abbia qualche cosa della frode; poi che pur volendo vendicarsi di Dio “portano nocumento... ad altrui„. Ma pur facendo direttamente contro Dio, non sono più giù messi, perchè il loro peccato, che non è dell’uom proprio male, è senza concorso d’intelletto e non può quindi essere che ira.