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Minerva oscura / Prolegomeni: la costruzione morale del poema di Dante cover

Minerva oscura / Prolegomeni: la costruzione morale del poema di Dante

Chapter 4: III.
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About This Book

An extended set of prolegomena and essays argues that Dante intentionally conceals moral doctrine beneath dense poetic imagery; the author traces key episodes of the Inferno — the midnight descent, the marsh, the iron city, encounters with Furies and the Gorgon, and the heavenly messenger — to reveal an underlying moral architecture. He examines authorial obscurity and urges close, repeated reading to pass the veil separating literal narrative from inner truth. The work combines close textual analysis, symbolic interpretation, and personal reflection on authorship and moral vision, and includes clarifications and appendix notes on specific cantos and debated passages.

III.

Con tali parole adunque Dante ci ammonisce della ‛fortezza’ della sua Comedia, per l’allegoria che ne copre la sentenza; con altre ci ricorda la sua difficoltà, per la dottrina che è necessaria a intenderla:

O voi che siete in piccioletta barca

Desiderosi d’ascoltar, seguiti

Dietro al mio legno che cantando varca,

Tornate a riveder li vostri liti,

Non vi mettete in pelago; chè forse

Perdendo me, rimarreste smarriti

L’acqua ch’io prendo, giammai non si corse:

Minerva spira e conducemi Apollo

E nove Muse mi dimostran l’Orse.

Voi altri pochi, che drizzaste il collo

Per tempo al pan degli Angeli, del quale

Vivesi qui, ma non sen vien satollo,

Metter potete ben per l’alto sale

Vostro navigio, servando mio solco

Dinanzi all’acqua che ritorna eguale.[7]

Il pelago o alto sale è la terza Cantica; la barca piccioletta che ai desiderosi d’ascoltare poteva bastare nelle altre due parti del Poema, più non basta. Certo, dottrina occorreva anche allora, ma ora più assai: allora bastava ascoltare e capire, ora bisogna avere dottrina anche di suo, per non rimanere smarriti quando si perdesse un poco di vista il legno del Poeta, e di udito la sua musica voce. Se ne ricava che la difficoltà della terza Cantica è non solo più forte delle altre due, ma di genere differente: si direbbe che in quelle proviene dalle allegorie o dai simboli, che pertengono all’arte del poeta e in questa più specialmente dalla profondità della scienza, che riguarda il filosofo e il teologo. Ma, insomma, egli stesso, Dante, ha confessato di voler essere oscuro e di volere ora esercitare l’acume, ora mettere a prova la dottrina de’ suoi lettori. E guai se questo acume e questa dottrina fosse quanto e quale sarebbero stati necessari a scoprire il velo delle canzoni del Convivio! Starebbero sulla porta della Comedia queste parole di colore oscuro: La vera sentenza... per alcuno vedere non si può, s’io non la conto.[8]