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Niccolò Machiavelli e i suoi tempi, vol. I cover

Niccolò Machiavelli e i suoi tempi, vol. I

Chapter 25: 3. — I BORGIA.
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About This Book

L'autore ricostruisce la vita e l'opera del celebre pensatore rinascimentale collocandole nel contesto politico e culturale del suo tempo. Analizza le contraddizioni fra esaltazione della libertà e consigli pratici per il potere, valuta criticamente i singoli scritti e confronta interpretazioni contrapposte sulla moralità e il patriottismo dell'autore. Basandosi su documenti d'archivio e sulle ricerche più recenti, l'opera cerca di chiarire fraintendimenti, offrendo una biografia documentata che alterna considerazioni storiche, analisi delle dottrine politiche e discussione delle controversie critiche.

Flectere si nequeo Superos, Acheronta movebo.»

Finalmente, quasi vedesse dinanzi a sè il nemico temuto, concludeva con parole che possono dirsi profetiche: «Francesi mai vennero in Italia, che non la ponessero in ruina, e questa venuta è de natura che quando sia ben considerata, che porterà ruina universale, perbenchè se minacci solo a noi.»[284]

E con l'animo lacerato da questo tormentoso pensiero, dopo una malattia di soli tre giorni, il 25 gennaio 1494 cessava finalmente di vivere.[285] Gli successe Alfonso che, più impetuoso, più crudele, e d'ingegno inferiore al padre, capiva pure in che pessime condizioni si trovava, e cercava aiuto al Papa, a Lodovico, al Turco; ma invano, perchè la venuta dei Francesi era inevitabile, e con essa la fine degli Aragonesi in Napoli.

Piero de' Medici non si curava di nulla a Firenze, inclinava verso gli Aragonesi, e si divertiva nella giostra, che allora s'apparecchiava;[286] i Veneziani stavano a vedere; Ferrara si dichiarava amica di Francia; Bologna s'alleava col Moro; il Papa, sempre uguale a sè stesso, spaventato dalla minaccia di un conciliabolo, che Carlo VIII diceva di voler radunare, dichiarava che lo avrebbe ricevuto in Roma da amico,[287] e nel medesimo tempo mandava in Napoli un suo nipote ad incoronare il re Alfonso. La confusione era al colmo, e gli esuli italiani spingevano più che mai i Francesi a partire, sperando ognuno di poter così fare le proprie vendette contro i governi esistenti.

Ai primi di marzo Carlo VIII faceva il suo solenne ingresso a Lione, per assumere il comando dell'impresa; un'avanguardia sotto lo scozzese d'Aubigny s'avanzava già verso la frontiera napoletana, e il duca d'Orléans era a Genova. I Napoletani dall'altro lato mandavano il principe d'Altamura con trenta galere verso Genova, nel tempo stesso in cui il duca di Calabria, giovinetto inesperto, sotto la guida di provetti generali, tra cui era G. G. Trivulzio, valoroso esule milanese, entrava nello Stato pontificio. Il Papa sembrava aver perduta la testa, e non sapeva più a qual partito appigliarsi. Pure, profittando del momento, chiedeva al Sultano l'anticipazione dei 40,000 ducati dovutigli ogni anno per tenere in custodia Gemme. A mettergli poi spavento, aggiungeva che i Francesi venivano a liberare il prigioniero, volendo col suo aiuto portar guerra in Oriente. E i danari sarebbero arrivati, se a Sinigaglia l'ambasciatore che li recava, non fosse stato nel settembre preso e svaligiato dal prefetto Giovanni della Rovere, fratello del cardinale di San Piero in Vincoli.[288]

Ai primi di settembre Carlo VIII, passato il Monginevra, entrava in Asti. E presto gli arrivava la notizia, che don Federico, col naviglio napoletano, era stato respinto da Porto Venere con gravi perdite, e il duca d'Orléans, entrato cogli Svizzeri a Rapallo, aveva saccheggiato il paese, mettendo gli abitanti a fil di spada, anche i malati nell'ospedale, con universale spavento di tutti gl'Italiani, non usi allora a questo genere di guerra. Arrivato a Piacenza, il Re seppe che Gio. Galeazzo, poco prima da lui veduto a Pavia, era colà morto avvelenato, almeno così dicevasi universalmente, dal Moro, il quale, fatte celebrare le esequie in Milano, entrava subito in Sant'Ambrogio, all'ora indicatagli dall'astrologo, per consacrare l'investitura già prima concessagli da Massimiliano re dei Romani. Tutto questo metteva sospetto e quasi terrore nell'animo dei Francesi, che comprendevano ora quale era la fede del più stretto alleato del Re in Italia. Il Moro infatti da un lato raccoglieva uomini e danari per aiutarli, dall'altro lavorava a stender le fila d'una lega, per poterli a suo tempo cacciare. Perrone de' Baschi, di origine italiana, era venuto nel 1493 a visitare le Corti della Penisola, e ne aveva, come scriveva Piero de' Medici, «riportato vento;»[289] ed ora Filippo di Commines, uomo di grande accortezza ed ingegno, ma di pessima fede, che conosceva bene l'Italia, dove già era stato altre volte, non trovava in nessuna delle Corti speranza d'amicizia sicura, e meno ancora d'aiuti efficaci, sebbene molti desiderassero l'arrivo degli stranieri, per secondare i proprî disegni. Egli che nelle sue Memorie scrisse intorno agli uomini del suo tempo: «Nous sommes affoiblis de toute foy et loyaulté, les uns envers les aultres, et ne sçauroye dire par quel lien on se pouisse asseurer les uns des aultres,»[290] sperimentava ora in Italia la verità della sua osservazione, e s'accorgeva d'essere in mezzo a gente anche più accorta e più furba di lui.[291]

Ma la fortuna di Francia camminava nonostante a gran passi. Il duca di Calabria, giunto in Romagna, si ritirava nel Napoletano al solo apparire del d'Aubigny, ed il grosso dell'esercito francese, col Re alla testa, s'avanzava per la Lunigiana senza incontrare ostacoli di sorta. Dopo aver preso e saccheggiato Fivizzano, ponendo a fil di spada i cento soldati che v'erano a guardia, e parte degli abitanti, i Francesi si spinsero verso Sarzana, sopra un terreno sterile, fra i monti ed il mare, dove ogni lieve resistenza avrebbe potuto riuscir loro funesta. Ma invece i piccoli castelli, che erano posti a guardia di quei luoghi, cedettero l'un dopo l'altro, senza neppur tentare la difesa, e non era appena l'assedio di Sarzana cominciato, che Piero dei Medici arrivò tutto spaventato, e si arrese a discrezione, promettendo anche di pagare 200,000 ducati.

Se non che, tornato a Firenze il dì 8 novembre, trovò che la Città s'era ribellata, e aveva mandato per suo conto ambasciatori al Re, con incarico di riceverlo onorevolmente; ma nello stesso tempo s'apparecchiava a difendersi, occorrendo. Lo sdegno era così universale, che Piero se ne fuggì a Venezia, dove il suo ambasciatore Soderini a mala pena lo guardò, essendosi già dichiarato per il governo repubblicano,[292] in questo mezzo proclamato a Firenze, dove tutto era rapidamente mutato. Il giardino dei Medici a San Marco, e le loro case erano andati a sacco; gli esuli erano stati richiamati ed assoluti; una taglia era stata messa su Piero e sul suo fratello cardinale. Nel medesimo tempo però Pisa s'era ribellata sotto gli occhi stessi di re Carlo, gettando in Arno il Marzocco;[293] Arezzo e Montepulciano ne avevano imitato l'esempio. L'opera dei Medici, con tante cure e in sì lungo tempo condotta a termine, andava ora quasi istantaneamente in fumo.

Il 17 novembre Carlo VIII, alla testa del suo formidabile esercito, entrava in Firenze colla lancia in resta, credendosi per questo atto padrone della Città. Ma i Fiorentini s'erano armati, avevano raccolto seimila uomini dalla campagna, e sapevano bene che dalle torri e dalle case potevano mettere a grave pericolo un esercito diviso nelle strade. Respinsero quindi le eccessive domande del Re, e quando egli minacciò di far sonare le trombe, Piero Capponi, stracciando i capitoli che venivano insolentemente proposti, rispose che i Fiorentini avrebbero sonato le loro campane. Così si venne a patti più equi. Là Repubblica pagherebbe in tre rate 120,000 fiorini; le fortezze però le sarebbero state rese in breve. Il 28 novembre i Francesi lasciavano la Città, non senza aver prima rubato quella parte ancora rimasta intatta del tesoro di antichità, raccolte nel palazzo dei Medici. Fecero a chi più poteva, dice lo stesso Commines, e gli alti uffiziali rubarono più degli altri. Pure i cittadini erano contenti d'essere finalmente liberi dagli antichi tiranni e dai nuovi stranieri.

Arrivato a Roma Carlo VIII, per farla finita col Papa,[294] che ora si mostrava deciso a resistere, puntò i cannoni contro Castel Sant'Angelo, e così tutto fu subito aggiustato. Il 16 gennaio 1495 il Briçonnet venne nominato cardinale di San Malò, ed il Re assistette il giorno 20 ad una messa solenne, celebrata dal Santo Padre, il quale, o per distrazione o per preoccupazione, commise, nei riti e nelle forme prescritte, molti errori, che il Burcardo, maestro delle cerimonie, in parte osservò troppo tardi, in parte lasciò correre per non richiamare su di essi l'attenzione degli altri.[295]

Secondo l'accordo firmato a Roma, Carlo VIII, s'avanzò verso Napoli, accompagnato dal cardinal di Valenza come ostaggio, insieme con Gemme. Arrivati però a Velletri, il Cardinale scomparve: le sue argenterie s'erano già fermate a mezza via; i bauli che, caricati sopra diciassette muli, contenevano gli abiti e le masserizie, furono trovati vuoti; Gemme s'era ammalato così gravemente, che giunto a Napoli morì. Tutti dissero che era stato veleno dei Borgia; ma i Veneziani, sempre benissimo informati dai loro ambasciatori, affermavano invece che era stata morte naturale.[296] Pure il Re fu molto sdegnato della fuga, ed esclamò: «Malvas Lombard, e lo primiero lo Santo Padre.»[297] Ogni ricerca fu però vana. Egli continuò con l'esercito il suo cammino, senza quasi incontrare ostacoli di sorta fino a Napoli. Alfonso d'Aragona rinunziò al trono, e fuggì in Sicilia; Ferdinando II o, come dicevano, Ferrandino, dopo aver cercato invano aiuto da tutti, anche dal Turco, fece una resistenza inutile a Monte San Giovanni, che fu preso e distrutto: gli abitanti andarono a fil di spada.[298] Gian Giacomo Trivulzio disertò gli Aragonesi, e passò al nemico; Virginio Orsini s'apparecchiava a far lo stesso; Napoli tumultuò in favore dei Francesi, che vi entrarono il 22 febbraio. Il giorno seguente Ferrandino fuggì ad Ischia, poi a Messina. E subito arrivarono gli ambasciatori degli altri Stati italiani a congratularsi col vincitore.

Ma adesso finalmente i Veneziani s'erano svegliati, ed avendo mandato i loro ambasciatori a Milano, per sapere se il Moro era disposto ad armarsi per cacciare i Francesi, lo avevano trovato non solo prontissimo, ma ancora pieno di sdegno. «Il Re non ha testa,» aveva egli detto; «è in mano di gente che pensa solo a guadagnar danaro, e tutti insieme non farìano mezz'uomo savio.» Ricordava l'alterigia con cui era stato trattato da essi, e si dichiarava deciso ad entrare in ogni lega per cacciarli. Consigliava di mandar danari alla Spagna ed a Massimiliano, perchè assalissero la Francia; ma aggiungeva, che bisognava guardarsi bene dal chiamarli in Italia: «chè dove ora abbiamo una febbre, allora ne avremmo due.»[299]

La lega fu infatti conclusa tra i Veneziani, il Moro, il Papa, la Spagna e Massimiliano. E l'ambasciatore Filippo di Commines, che ora si trovava a Venezia, dove alla notizia dell'entrata del suo Re in Napoli aveva visto i Senatori abbattuti per modo che i Romani, dopo la disfatta di Canne, non potevano essere «plus esbahis, ne plus espouvantés,»[300] adesso li trovava invece colla testa alta e pieni di fierezza. I Napoletani già stanchi della mala signoria, s'erano sollevati, e Carlo VIII, dopo soli cinquanta giorni di dimora fra di loro, partiva più che in fretta, per non trovar tagliata ogni ritirata; lasciava nel Regno poco più di 6000 uomini, menando seco un esercito numeroso, nel quale però si trovavano solo 10,000 veri e proprî combattenti. Il 6 di luglio si venne a giornata, a Fornuovo presso il Taro. Gli alleati avevano messo insieme circa 30,000 uomini, tre quarti dei quali erano dei Veneziani, il resto del Moro, con alcuni Tedeschi mandati da Massimiliano. Nel momento dell'assalto avevano pronti a combattere un numero d'uomini doppio dei Francesi; ma una metà di essi restò inoperosa per errore di Rodolfo Gonzaga, ed i nemici invece furono tutti al loro posto, con l'avanguardia sotto gli ordini di G. G. Trivulzio, il quale era adesso coi Francesi, e sebbene combattesse contro la patria sua, dimostrò pure grandissimo valore e capacità militare. La battaglia fu sanguinosa, e si disputò molto di chi fosse veramente la vittoria; ma se gl'Italiani non furono respinti, anzi restarono padroni del campo, i Francesi volevano passare e passarono; ottennero quindi essi lo scopo cui miravano.

Ad Asti il Re si fermò alquanto, e ricevette gli ambasciatori fiorentini, ai quali promise nuovamente di render loro così le fortezze occupate dai suoi, come la città di Pisa, e ne ebbe 30,000 ducati a saldo dei 120,000 promessi in Firenze, dando però in pegno gioie d'egual valore, da restituirsi appena rese le fortezze. Oltre di ciò i Fiorentini promisero 250 uomini d'armi per aiutare il Re a Napoli, ed un prestito di 70,000 ducati, che poi non dettero, perchè non riebbero le fortezze.[301] Il Moro, profittando dell'occasione, venne subito ad accordo coi Francesi, senza occuparsi dei Veneziani, credendo così d'essersi liberato dagli uni e dagli altri, mentre invece s'esponeva all'odio d'ambedue, come dovette ben presto accorgersene.

La fortuna dei Francesi continuava ora a decadere rapidamente in Italia, e contribuiva a renderla peggiore non solamente la loro mala signoria nel Reame, ma la pessima condotta che tenevano verso i pochi amici restati loro fedeli nella Penisola. Il capitano d'Entrangues, infatti, violando tutte le promesse del Re, cedeva ai Pisani, per danaro, la fortezza della loro città, ed essi v'entrarono a gran dispetto dei Fiorentini, il primo di gennaio 1496. Più tardi cedeva, per altra somma, Pietrasanta ai Lucchesi; altri capitani, imitando l'esempio, cedettero Sarzana e Sarzanello.[302] Ferdinando II intanto, coll'aiuto degli Spagnuoli comandati da Consalvo di Cordova, s'avanzava vittorioso nelle Calabrie, ed entrava in Napoli il 7 luglio 1496. In breve tutte le fortezze napoletane capitolarono, ed i Francesi che le guardavano, tornarono in patria più che decimati ed in pessime condizioni. Il 6 di ottobre Ferdinando II moriva esausto dalle agitazioni e fatiche della guerra, e gli succedeva lo zio don Federico, che in tre anni fu il quinto re di Napoli,[303] e venne incoronato dal cardinal di Valenza.

L'Italia poteva dirsi ora nuovamente libera dagli stranieri. Vi fu, è vero, in quell'anno stesso, una breve corsa di Massimiliano che, istigato dal Moro, venne ad aiutare Pisa, per non farla cadere in mano dei Fiorentini, nè dei Veneziani; ma egli, arrivato con poche genti e non trovando nessun aiuto, partì senza aver nulla concluso. Napoli era in realtà venuta sotto l'assoluto predominio degli Spagnuoli, i quali già maturavano sul Reame tenebrosi disegni; ma questi vennero in luce solo più tardi. Carlo VIII diceva d'essere pentito, di voler mutar vita, di voler punire il Papa, e tornare all'impresa d'Italia; ma intanto se ne restava in Francia, abbandonato ai piaceri. Così, in apparenza almeno, tutto era tranquillo. Se non che il giorno 7 aprile 1498, il Re moriva d'apoplessia, estinguendosi con lui il ramo primogenito dei Valois, e gli succedeva il duca d'Orléans col nome di Luigi XII. Questi, pei suoi legami di sangue coi Visconti, aveva sempre preteso d'avere diritti sul Ducato di Milano. Ponendosi ora in capo la corona di Francia, aggiungeva a ciò la presunzione di altri diritti sull'Italia, e la forza per farli valere. Con lui infatti ricominciano e continuano lungamente nuove invasioni e calamità nella Penisola.

3. — I BORGIA.

Mentre però la pace apparente durava ancora, l'attenzione generale era richiamata sui fatti che seguivano in Roma e nella Campagna. Alessandro VI aveva profittato della cattiva fortuna dei Francesi, confiscando i beni degli Orsini, i quali avevano disertato gli Aragonesi per darsi a Carlo VIII, e dopo averlo abbandonato, quando ne videro mutate le sorti, erano più tardi tornati nuovamente a lui. Virginio Orsini cadde allora prigioniero nelle mani degli Spagnuoli venuti a rimettere sul trono di Napoli Ferdinando II. Essi dovevano, secondo i patti, ricondurlo al confine; ma a ciò si oppose fieramente il Papa, minacciando la scomunica, perchè egli voleva lo sterminio di quella famiglia. E così fu invece chiuso nel Castello dell'Uovo a Napoli, dove morì. Le sue genti vennero intanto svaligiate negli Abruzzi, restando prigionieri l'Alviano e Giovan Giordano Orsini.

Fu questo il momento scelto dal Papa per muovere guerra a que' suoi eterni nemici, sempre numerosi e potenti. Le genti di lui, comandate dal duca d'Urbino e da Fabrizio Colonna, uscirono in campo il 27 d'ottobre contro gli Orsini, che s'erano ritirati a Bracciano. Sebbene i principali di essi fossero allora prigioni, e molte battiture crudeli avesse d'anno in anno ricevute tutta la famiglia, pure erano sempre in grado di misurarsi col nemico. E le loro speranze crebbero poi moltissimo, quando Bartolommeo d'Alviano,[304] fuggito dal carcere, giunse in Bracciano con alcuni de' suoi. Ben presto si venne fieramente alle mani, combattendo con valore non solo l'Alviano, ma anche sua moglie, sorella di Virginio Orsini. I primi scontri furono tutti a danno dei papalini. Arrivarono poi di Francia Carlo Orsini e Vitellozzo Vitelli, ma gli avversarî si ripresentarono anch'essi aumentati d'armi e d'armati, onde si venne il 23 gennaio 1497 ad una vera battaglia, che finì con una segnalata vittoria degli Orsini. Negli scontri antecedenti il cardinale di Valenza era stato inseguìto fin sotto le mura di Roma; ora poi il duca di Gandia fu ferito, il duca d'Urbino venne fatto prigioniero, il cardinale Lunate fuggì con tanta fretta e spavento che ne morì. I nemici dei Borgia esultarono; gli Orsini furono di nuovo padroni della Campagna. Il Papa, fuori di sè per lo sdegno, faceva nuovi apparecchi di guerra, e chiamava in aiuto lo stesso Consalvo di Cordova, quando i Veneziani entrarono di mezzo, e la pace fu fatta. Pagarono gli Orsini 50,000 ducati, ma tornarono padroni delle proprie terre, e vennero liberati quelli fra di loro che erano prigioni nel Napoletano, salvo Virginio, morto prima ancora che gli giungesse la nuova della vittoria. Il duca d'Urbino, su cui avevano posto la taglia di 40,000 ducati, fu da essi consegnato al Papa in conto della somma che gli dovevano, ed il Papa non liberò il Duca, che era stato suo proprio capitano, se prima non pagò a lui la taglia imposta dai nemici. Questo figlio del celebre Federico, era senza prole, e i Borgia dopo essersi fatti difendere da lui, lo spogliavano ora de' suoi danari, per poi più iniquamente ancora spogliarlo dello Stato.

Nonostante la pace gravosa, gli Orsini avevano un potere immenso; il Papa, odiato da tutti, non poteva più fidare in altri che ne' suoi 3000 Spagnuoli e nell'amicizia dimostratagli da Consalvo di Cordova, che ripigliò per lui la fortezza di Ostia. Non potevano dunque i Borgia pensare a nuove imprese di guerra, ed allora subito sembrò che volessero adoperare le proprie armi per sterminarsi fra di loro, con non credibile malvagità. La notte del 14 giugno 1497 il duca di Gandia non tornò a casa. Il giorno di poi il suo staffiere fu trovato ferito, senza che sapesse dir nulla del padrone; la mula che il Duca aveva cavalcata, girava per le vie con una staffa sola, pendente dalla sella; l'altra era stata tagliata. Tutto pareva un mistero. Aveva la sera innanzi cenato con suo fratello il cardinale di Valenza presso la madre Vannozza. Erano usciti insieme a cavallo, separandosi poco dopo, il Duca seguìto da un uomo in maschera, che da molto tempo lo accompagnava sempre, e dallo staffiere che lasciò in Piazza dei Giudei. Null'altro si potè sapere. In sulle prime il Santo Padre rise, credendo che suo figlio si fosse nascosto con qualche donna.[305] Non vedendolo però tornare a casa la seconda notte, fu preso da uno spavento e da un'agitazione grandissima. A un tratto, senza saper come, si sparse in Città la voce, che il Duca era stato gettato nel Tevere. Interrogato uno degli Schiavoni, che facevano a Ripetta commercio di carbone, rispose come, dormendo in barca la notte del 14, aveva visto arrivare un cavaliere con un cadavere in groppa, accompagnato da due pedoni, e gettato nel fiume il cadavere, erano tutti scomparsi. Interrogato perchè non ne avesse parlato prima, rispose, che di continuo aveva visto la notte, in quel medesimo luogo, seguir centinaia di simili fatti, senza che mai vi si facesse caso.[306] Un gran numero di marinari fu mandato a cercar nel fiume, e pescarono il figlio del Papa ancora con gli stivali, sproni e mantello. Aveva le mani legate; nove ferite alla testa, alle braccia, al corpo, una delle quali mortale alla gola; trenta ducati nella borsa,[307] segno evidente che non lo avevano ucciso per derubarlo.[308] Il cadavere fu solennemente sepolto in Santa Maria del Popolo. I più erano contenti dell'accaduto; gli Spagnuoli bestemmiavano e piangevano; il Papa, quando fu certo che suo figlio era stato a Ripetta gettato nel Tevere come la spazzatura, s'abbandonò ad un profondo dolore, di cui nessuno lo credeva capace.[309] Si chiuse nel Castel Sant'Angelo, inseguìto, dicevano molti, dallo spirito del Duca, e pianse. Non volle prendere cibo per più giorni, e le sue grida si sentivano di lontano. Il 19 giugno tenne un concistoro, in cui disse, che non mai aveva provato così grande dolore: «Se avessimo sette papati, li daremmo tutti per aver la vita del Duca.»[310] Mostrò un pentimento, che parve sincero, della sua vita passata, e annunziò a tutti i potentati, che aveva affidato la riforma della Chiesa a sei cardinali: ad altro ormai non voleva più pensare. Tutti questi proponimenti cristiani andarono però subito in fumo.

Chi era l'autore dell'assassinio, da quali ragioni era stato mosso? Si sospettò degli Orsini;[311] si sospettò del cardinale Ascanio Sforza, che aveva recentemente avuta qualche contesa col Duca, e questi sospetti furon tali, che il cardinale, anche dopo le esplicite dichiarazioni del Papa, di non aver mai prestato alcuna fede a simili dicerìe, non si presentò a lui senza essere accompagnato da amici sicuri e con armi nascoste.[312] Si fecero mille ricerche, che poi a un tratto vennero sospese,[313] e corse la voce da tutti creduta, che l'assassino del Duca era stato suo fratello il cardinal Cesare Borgia. «E certamente,» scriveva l'ambasciatore fiorentino, sin dal principio, «chi ha governato la cosa ha avuto e cervello e buono coraggio, et in ogni modo si crede sia stato gran maestro.»[314] A poco a poco i dubbi non caddero più sull'autore dell'assassinio; ma sulle ragioni che aveva avute, per giungere a tale misfatto.

Si parlò di gelosia tra il Cardinale e il Duca per la cognata donna Sancia, moglie di don Giuffrè, la quale menava una vita assai scandolosa. Si disse di peggio ancora, osandosi pubblicamente parlare di gelosia tra i due fratelli, che si disputavano col padre la sorella Lucrezia.[315] E queste voci orrende venivano registrate e credute da storici gravissimi, ricordate da poeti illustri. Pure, sebbene tutto ciò si ripetesse pubblicamente da ognuno, e tutti chiamassero autore dell'assassinio Cesare Borgia, questi allora appunto divenne l'uomo più potente in Roma e più temuto, anche dal Papa, che pareva subisse come il fascino misterioso del proprio figlio. Questi s'era omai deciso a lasciar la vita ecclesiastica, e già si parlava di fare in sua vece cardinale il fratello don Giuffrè, separandolo dalla moglie, la quale avrebbe sposato Cesare, appena fosse tornato laico.[316]

Alessandro VI continuava intanto le sue tresche con la Giulia Bella e con alcune Spagnuole. Egli aveva ancora, secondo la pubblica voce, avuto un figlio da una Romana, il cui marito si vendicò uccidendone il padre, che l'aveva prostituita al Sommo Pontefice.[317] La Lucrezia, che nel giugno 1497, quando cioè il duca di Gandia veniva assassinato dal fratello, trovavasi confinata in un convento, senza che se ne sapesse la ragione, fu per volontà del padre separata nel decembre dal marito Giovanni Sforza, che venne a tal fine dichiarato impotente.[318] Nel marzo 1498, secondo notizie riferite anche da ambasciatori, essa partoriva un figlio illegittimo, intorno al quale si avvolse un gran mistero. Da un lato nessuno più parla di lui, da un altro comparisce alcuni anni dopo un Giovanni Borgia, che per la sua età dovè esser nato appunto verso il 1498.[319] Il Papa lo legittimò prima con un Breve del 1º settembre 1501, come figlio naturale di Cesare, dicendolo di tre anni circa;[320] e con un secondo Breve, in data dello stesso giorno, lo riconobbe invece come suo proprio figlio, dichiarando però che doveva, nonostante,[321] sussistere la precedente legittimazione, la quale in sostanza fu fatta, perchè il misterioso fanciullo potesse legalmente ereditare. Tutti i documenti che lo risguardano, sono nell'archivio privato di Lucrezia, che fu portato a Modena. E presso di lei abbiamo notizie che si trovava una volta in Ferrara lo stesso Giovanni, di cui questo solo possiam dire, che la sua nascita misteriosa è quella certamente che dette origine alle sinistre voci che correvano intorno alle relazioni del Papa con la propria figlia. Queste voci vennero propagate dallo Sforza marito di lei, il quale a Milano disse chiaro, che questa era la ragione, per cui il Papa lo aveva voluto dividere dalla propria moglie.[322]

Nel luglio 1497 Cesare Borgia andò a Napoli per incoronare re Federico, e per chiedere danari, favori, feudi, con tale insistenza, che l'ambasciatore fiorentino scriveva: «Non sarebbe da maravigliarsi se, per liberarsi da tante angherìe, il povero Re si gettasse disperato al Turco.»[323] Il 4 settembre era di ritorno in Roma, dove fu notato che baciò il Papa senza che l'uno all'altro dicesse verbo. Cesare allora parlava poco e faceva paura a tutti.[324] A lui occorrevano danari per supplire alle entrate che perdeva lasciando il cappello cardinalizio, e per attuare i suoi nuovi e vasti disegni. Il Papa, che in tutto lo secondava, si diede perciò, senza scrupoli, a cercar nuove vittime. Il segretario Florido fu accusato come autore di falsi Brevi, e subito venne saccheggiata la sua casa, e si portarono in Vaticano i danari, i tappeti e le argenterie che v'erano. L'infelice, gettato in un carcere perpetuo, vi restò solo con pane, acqua ed una lucerna. Il Papa di tanto in tanto vi mandava qualche prelato, perchè, giocando con lui a scacchi, s'adoperasse a cavarne confessioni, che déssero modo di porre le mani addosso ad altri, fino a che nel luglio 1498 quel disgraziato cessò di vivere.[325]

Nel medesimo tempo si trattava col re di Napoli per sposare la figlia di lui, Carlotta, con Cesare ancora cardinale. Ed il Re, disperato di tante vessazioni, dopo aver dichiarato di voler piuttosto perdere il regno che dare la sua figlia leggittima ad un «prete bastardo di prete,»[326] dovette nondimeno, per salvarsi dalle gravi minacce del Papa, quando già correvano le voci, di cui più sopra parlammo, consentire invece al matrimonio di Lucrezia Borgia con don Alfonso duca di Bisceglie,[327] giovane di appena 17 anni, figlio naturale di Alfonso II. Le nozze furono celebrate il 20 giugno 1498, «et il Papa,» scriveva l'ambasciatore veneziano, «stete fino a zonzo (giorno) alla festa, adeo fece cosse da zovene.»[328]

Il 13 agosto 1498 finalmente Cesare dichiarò in concistoro, che aveva accettato il cappello per far piacere al Papa; ma che la vita ecclesiastica non era per lui, e voleva ormai lasciarla. I cardinali consentirono, Alessandro VI soggiunse cinicamente, che dava il proprio assenso pel bene dell'anima di Cesare, pro salute animae suae;[329] e questi, spogliato l'abito, venne subito inviato in Francia, dove portò una Bolla di divorzio a Luigi XII, che voleva separarsi dalla moglie, e sposare la vedova di Carlo VIII, la quale recava in dote la Brettagna. Il Re aveva già promesso a Cesare il ducato di Valentinois ed alcuni soldati, che con la bandiera di Francia dovevano aiutarlo grandemente nell'impresa di Romagna. Per trovare le molte migliaia di scudi necessarie a questo viaggio, che doveva superare in splendore ogni immaginazione, furono venduti ufficî, vennero accusati come Marrani e poi assoluti per danaro trecento individui. Il maestro di casa del Papa, col medesimo pretesto, venne messo in carcere, portandogli via da 20,000 ducati, che aveva in casa e nelle banche.[330] Il 1º di ottobre 1498 Cesare partì per la Francia, con la Bolla del divorzio, con un cappello cardinalizio per monsignor d'Amboise, ed una lettera con cui il Papa diceva al Re: «destinamus Maiestati tuae cor nostrum, videlicet dilectum filium Ducem Valentinensem, quo nihil carius habemus.»[331] Lo splendore del viaggio fece davvero sbalordire i Francesi; l'abito del Duca Valentino, ormai è questo il suo nome, era tempestato di gioie, ed egli gettava danaro per le vie. Anche adesso però fallirono i nuovi tentativi da lui fatti per ottenere la mano di Carlotta d'Aragona, che allora trovavasi in Francia. Invano il cardinale di San Pietro in Vincoli, altra volta nemico del Papa, s'adoperò a tutt'uomo.[332] Il Duca la desiderava con ardore, per la speranza di potersene un giorno valere a impadronirsi del regno di Napoli; ma quella principessa aveva per lui un vero orrore, e trovavasi in ciò d'accordo col proprio padre.

Così Cesare, avuto il ducato di Valentinois e cento lance francesi, si dovè contentare di sposare Carlotta, sorella di Giovanni d'Albrét, re di Navarra, e parente di Luigi XII. Questi prometteva al Duca nuovi aiuti, quando la Francia avesse conquistato Milano, al qual fine metteva insieme un esercito, e s'era già alleato con Venezia (15 aprile 1499), aderendovi anche il Papa, che secondo il suo solito aveva mutato bandiera. Da ciò era seguìto un alterco vivissimo fra lui e l'ambasciatore spagnuolo. Questi minacciò di provargli che egli non era vero Papa, e l'altro di rimando minacciò di farlo gettare nel Tevere, e dimostrare che la regina Isabella non era poi «quella casta donna si predicava»[333] Ne restò tuttavia il Santo Padre assai sgomento, perchè, sebbene si fosse dato alla Francia, aveva pur sempre molte speranze sul regno di Napoli, e queste riuscivano vane senza l'aiuto di Spagna. Egli, è ben vero, diceva e ripeteva ora di voler fare Italia «tutta de uno pezzo;»[334] ma gli ambasciatori veneti, che lo conoscevano a fondo, avvertivano sempre che quest'uomo simulatore e dissimulatore, a 69 anni floridissimo di salute, e abbandonato sempre ai piaceri, mutava ogni giorno politica, e cercava garbugli solo per dare il Reame al figlio: intanto aveva ridotto Roma ad una «sentina di tutto il mondo.»[335]

Il 6 di ottobre 1499 Luigi XII entrava in Milano, alla testa del suo esercito comandato da G. G. Trivulzio, e Lodovico il Moro, che s'era apparecchiato alla difesa, vedendo ora che aveva contro di sè Francesi e Veneziani, e che i suoi lo abbandonavano, se ne fuggì invece a cercare aiuti in Germania. Gli ambasciatori italiani accorrevano intanto a Milano per ossequiare il Re, che ricevette fra gli altri anche il Valentino, venuto in persona con piccolo seguito e con la bandiera di Francia. Assicuratosi della buona amicizia del vittorioso monarca, avuta promessa di nuovi aiuti per condurre innanzi le sue sanguinose imprese, e fatto a Milano un prestito di 45,000 ducati, egli se ne tornò a Roma, dove il Papa raccoglieva danari allo stesso fine, valendosi d'ogni mezzo, onesto e disonesto, anche di nuovi assassinii. Il protonotario Caetani messo in prigione vi morì, e i suoi beni furono confiscati; il suo nipote Bernardino venne ucciso dai birri del Valentino presso Sermoneta, feudo di cui subito s'impossessarono i Borgia.[336] Intanto il Valentino venne nominato gonfaloniere della Chiesa, ed essendo già stata pubblicata la sentenza che dichiarava decaduti i signori della Romagna e delle Marche, col pretesto che non avevano pagato al Papa la somma dovuta, se ne partì per Imola, dove aveva inviato le sue genti, fra le quali un migliaio di Svizzeri, sotto il comando del Baglì di Dijon: era in tutto un esercito di circa 8000 uomini. Ai primi di dicembre cadde Imola e poi Forlì, dove Caterina Sforza, che vi comandava, si difese con gran valore nella fortezza fino al 12 gennaio 1500, cedendo solo ad un assalto dei Francesi, i quali, ammirati del coraggio virile di lei, la salvarono dai soldati del Valentino e dall'ira del Papa, che voleva fosse subito ammazzata, perchè, secondo lui, casa Sforzesca era «semenza di la serpe indiavolata.»[337] In questo modo potè invece finire i suoi giorni a Firenze, ritirata nelle Murate.

Dopo di Forlì, il Valentino prese anche Cesena; ma si dovette allora fermare, perchè, tornato in Francia Luigi XII, il generale Trivulzio scontentò per modo Milano e la Lombardia, di cui era restato governatore, che il Moro, sostenuto da un esercito di Svizzeri, secondato dalle popolazioni, potè ripigliare il suo Stato, entrando vittorioso nella capitale il giorno 5 di febbraio. Questo fece sì che i Francesi del Duca Valentino furono in fretta richiamati, per raggiungere i compagni già in ritirata, ed egli dovette sospendere la guerra. Pensò allora d'andare a Roma, dove il Giubileo già incominciato portava molti danari, che venivano raccolti con l'usata avidità per i soliti fini. Vestito di velluto nero, con una catena d'oro al collo, severo e tragico nell'aspetto, alla testa del proprio esercito, fece il suo solenne ingresso trionfale nella Città Eterna, dove fu ricevuto dai cardinali a capo scoperto. Si gettò poi ai piedi del Papa, che, dopo scambiate alcune parole in spagnuolo, lacrimavit et rixit a un trato.[338] E subito, ricorrendo allora il Carnevale, s'apparecchiarono grandi feste. Una figura rappresentante Victoria Iulii Caesaris, condotta sopra un carro a bella posta costruito, fece il giro della Piazza Navona, dove servatae sunt fatuitates Romanorum, more solito.[339] E le feste crebbero assai più, quando arrivò la notizia che Luigi XII era tornato in Italia alla testa d'un nuovo esercito; che il Moro, abbandonato e tradito da' suoi Svizzeri, era il 10 aprile caduto in mano dei Francesi col fratello Ascanio. Questi fu messo nella torre di Bourges nel Berry, donde più tardi venne liberato; il Moro stette invece dieci anni prigione a Loches, dove finì i suoi giorni.

Al primo annunzio di sì liete novelle, il Duca Valentino, sicuro di poter ripigliare ormai subito la sanguinosa impresa di Romagna, non sapeva più frenare la sua gioia. Presso la chiesa di San Pietro fu dato un solenne torneo, in cui egli ammazzò sei tori selvaggi, «combattendo a cavallo, alla giannetta; et a uno tagliò la testa alla prima botta, cosa che a tutta Roma parve grande.»[340] Continuava intanto l'arrivo dei pellegrini del Giubileo; crescevano le cerimonie religiose, e con esse le indulgenze e le rendite. Ogni mattina si trovavano per le vie cadaveri di gente ammazzata la notte, fra cui spesso erano prelati. Un giorno (27 maggio) se ne videro diciotto impiccati sul Ponte Sant'Angelo. Erano ladri condannati dal Papa, tra i quali fu anche il medico dell'ospedale di San Giovanni in Laterano, che la mattina di buon'ora rubava ed ammazzava.[341] Il confessore dei malati quando sapeva di qualcuno che avesse danari, lo rivelava subito a lui, qui dabat ei recipe, e poi dividevano fra loro la preda.[342] L'esempio di severa e pronta giustizia fu ora dato, perchè 13 degl'impiccati avevano rubato l'ambasciatore della Francia, che il Papa voleva tenersi amica.[343]

Nel luglio di quel medesimo anno seguiva un'altra di quelle tragedie che erano proprie dei Borgia. Il duca di Bisceglie, marito della Lucrezia, s'era avvisto che, per l'amicizia coi Francesi, l'animo del Papa e del Valentino s'era subito alienato da lui, che per ciò non si sentiva più sicuro in Roma. Già nel 1499 aveva veduto che sua sorella donna Sancia era stata esiliata, minacciando il Santo Padre di cacciarla a forza di casa, se non se ne andava.[344] Da questi e da altri segni restò sempre più insospettito, e però, dopo avere esitato alquanto, fuggì a un tratto presso i Colonna in Gennazzano, per andar poi nel Napoletano, lasciando la Lucrezia incinta, che piangeva o fingeva di piangere. Ma nell'agosto egli si lasciò persuadere, e venne a Spoleto, dove ella era stata nominata reggente della città. Di là tornarono insieme a Roma.[345] La sera del 15 luglio 1500, il duca di Bisceglie venne sulle scale di San Pietro improvvisamente assalito da sicarî che lo ferirono al capo, alle braccia, e poi fuggirono. Egli corse in Vaticano, e raccontò come e da chi era stato ferito, al Papa, che al solito si trovava con la Lucrezia, la quale prima svenne, e poi condusse il marito in una camera del Vaticano, per curarlo. Si mandò a Napoli per medici, temendosi a Roma di veleno. Il malato era assistito dalla moglie e dalla sorella donna Sancia, che gli cucinavano «in una pignatella,» non fidandosi d'alcuno. Ma il Valentino disse: «quello che non s'è fatto a desinare, si farà a cena;» e tenne la parola. Vedendo infatti che quel disgraziato non voleva morire, quantunque fosse pur grave assai la ferita alla testa, entrò una sera improvvisamente in camera, e mandate via le due donne, che senza resistenza obbedirono, lo fece nel letto strangolare da don Micheletto.[346] Nè questa volta si fece gran mistero dell'accaduto. Il Papa stesso, dopo il ferimento, disse tranquillamente all'ambasciatore veneto, Paolo Cappello: «il Duca (Valentino) dice di non lo aver ferito; ma se l'avesse ferito, lo meriterìa.» Il Valentino invece scusavasi solamente dicendo che il duca di Bisceglie voleva ammazzar lui.

Egli aveva allora ventisette anni; era nel fiore della salute e della forza; si sentiva padrone di Roma e del Papa stesso, il quale lo temeva a segno da non osar quasi di parlare il giorno in cui vide il suo fidato cameriere Pietro Caldes, o Pierotto, scannato fra le proprie braccia dal Duca, e sentì il sangue di lui schizzargli sulla faccia. Alessandro VI, del resto, non si turbava punto di tutto ciò, e non perdeva i sonni. «Ha anni settanta,» scriveva l'ambasciatore Cappello, «ogni dì si ringiovanisce, i suoi pensieri non passano mai una notte, è di natura allegra, e fa quello che gli torna utile.»[347]

Il 28 settembre, per far danari, nominò a un tratto dodici cardinali, fra cui sei Spagnuoli, il che gli fruttò 120,000 ducati, che andarono subito al Valentino. Il quale con essi, con le entrate del Giubileo, e cogli aiuti francesi, uniti alle sue genti capitanate dagli Orsini, Savelli, Baglioni e Vitelli, s'impadronì di Pesaro, cacciandone (ottobre 1500) il già suo cognato Giovanni Sforza; quindi di Rimini, cacciandone Pandolfo Malatesta; e finalmente si fermò a Faenza, dove Astorre Manfredi di 16 anni era tanto amato dal suo popolo, che fu difeso valorosamente fino a che la fame non costrinse tutti a capitolare il 25 aprile 1501. Cesare Borgia dovette nondimeno, per aver la città, giurare di risparmiar gli abitanti e salvare la vita al Manfredi; ma invece poi, violando ogni fede, lo chiuse in Castel Sant'Angelo, e dopo averlo sottoposto ai più osceni oltraggi, lo fece strangolare e gettar nel Tevere il 9 giugno 1502.[348] Dopo di ciò venne dal Papa nominato duca di Romagna. Imola, Faenza, Forlì, Rimini, Pesaro e Fano facevano già parte del suo Stato, di cui Bologna doveva più tardi esser la capitale, e che doveva poi allargarsi verso Sinigaglia ed Urbino, sperandosi di potervi annettere anche la Toscana. Ma per ora la Francia mise il suo veto al procedere verso Bologna o verso la Toscana, che a loro volta s'armavano per difendersi. Intanto seguivano segretissimi accordi tra la Spagna e la Francia, per dividersi fra loro il regno di Napoli: il Papa vi prendeva parte, sempre con l'usata, avida speranza di potere anche colà allargare la potenza del figlio.

4. — IL SAVONAROLA E LA REPUBBLICA FIORENTINA.

Mentre queste cose avvenivano in Roma, i Borgia avevano ordito un'altra tragedia in Firenze, dove erano seguìti mutamenti gravissimi, dei quali dobbiamo ora parlare.[349]

Sin dalla venuta di Carlo VIII, un frate domenicano, Priore del convento di San Marco, uomo singolarissimo, era divenuto quasi padrone della Città, ed in essa nulla più si faceva senza prima avere dal pergamo i suoi consigli. Nato a Ferrara, venuto a Firenze sotto i Medici, aveva predicato contro il mal costume, contro la corruzione della Chiesa, attaccando più o meno copertamente papa Alessandro, e dimostrandosi fautore di libertà. In molte cose egli non pareva e non era uomo del suo tempo. Privo d'una vera cultura classica, odiava quel paganesimo letterario che allora invadeva tutto. Educato colla Bibbia, i Santi Padri e la filosofia scolastica, era animato da un vivissimo entusiasmo religioso. Dotto d'una dottrina allora poco stimata, scriveva versi non molto eleganti, nè sempre corretti, ma pieni d'ardore cristiano; aveva una grande indipendenza di carattere e d'ingegno, nè mancava di accortezza e buon senso, sebbene assai spesso parlasse come un uomo ispirato, perchè si credeva veramente privilegiato del dono profetico, e mandato da Dio a correggere la Chiesa, a salvare l'Italia. L'essere così diverso dagli altri, il non avere le qualità e le doti che allora erano in tutti, mentre a tutti mancavano quelle appunto che egli aveva, dava a questo Frate un prodigioso ascendente non solo sulle moltitudini, ma ancora sugli uomini più culti. Lorenzo de' Medici lo fece chiamare presso al suo letto di morte, chiedendo assoluzione de' suoi peccati, assoluzione che fu negata, per essere egli stato tiranno della sua patria. Angelo Poliziano, Pico della Mirandola, seguaci di quella erudizione pagana tanto condannata dal Savonarola, vollero avere sepoltura in San Marco, vestiti dell'abito domenicano. Molti altri letterati, moltissimi artisti pendevano estatici dalle labbra del Frate.

Trasportato dalla sua fantasia, ed ancora da un singolare presentimento, che spesso sembrava fargli davvero leggere nell'avvenire, non solo annunziava in genere futuri guai all'Italia; ma, determinando, aveva profetato la venuta d'eserciti stranieri, guidati da un nuovo Ciro. E la profezia parve miracolosamente avverarsi nel 1494, con la discesa di Carlo VIII. E però il Frate divenne addirittura il primo uomo di Firenze, la quale ricorreva a lui nei più difficili momenti, per le più gravi faccende di Stato. Così, insieme con Piero Capponi ed altri, egli fu mandato ambasciatore al Re, quando Piero de' Medici aveva vilmente ceduto ogni cosa. Ed il Re, che s'era mostrato assai burbero con tutti, divenne umile dinanzi a colui che gli minacciava l'ira di Dio. Quando poi furono in Firenze firmati gli accordi, e l'esercito alloggiato dentro le mura non si moveva, con pericolo grandissimo della Città, solo il Savonarola osò presentarsi a Carlo VIII, invitandolo severamente a partire, e fu obbedito. Non è quindi da far maraviglia, se ponendosi allora mano alla formazione d'un nuovo governo, tutti si rivolgessero al Frate, e nulla più si facesse in Firenze senza prima sentir lui, che diè prova non solo di vero e disinteressato amore del pubblico bene, ma anche di un senno politico veramente singolare.

Il 2 dicembre la campana di Palazzo Vecchio chiamava a generale Parlamento il popolo, che accorse ordinato e condotto dai Gonfalonieri delle Compagnie. Fu subito data Balìa a venti Accoppiatori di nominare i magistrati, e fare le necessarie proposte di riforma. Così in breve si venne ad un nuovo ordinamento della Repubblica, col quale le antiche istituzioni, dai Medici profondamente falsate o distrutte, vennero richiamate in vita, modificandole però in molte parti. Il Gonfaloniere cogli otto Priori, che costituivano la Signoria, da rinnovarsi ogni due mesi, furono conservati; e così pure gli Otto, che vegliavano all'ordine interno della Città, ed erano un tribunale pei delitti criminali, più specialmente ancora per quelli di Stato. L'antico magistrato dei Dieci, che provvedeva alle cose della guerra, fu del pari conservato. I Gonfalonieri delle Compagnie e i dodici Buoni Uomini, residuo di antiche istituzioni, i quali formavano i così detti Collegi, che assistevano la Signoria, sebbene non avessero più una vera importanza, pure restarono. Sorse però una grave disputa intorno ai Consigli o sia assemblee della Repubblica. Il Consiglio dei Settanta, organo del dispotismo mediceo, fu subito abolito; ma non era possibile ricostituire quelli del Popolo e del Comune, perchè rispondevano nell'antica Repubblica ad uno stato di cose, ad una divisione della cittadinanza, che più non esisteva, nè potevasi rinnovare. Cominciarono quindi le discussioni. Alcuni, alla testa dei quali trovavasi Paolo Antonio Soderini, tornato allora da Venezia, proponevano addirittura un Consiglio Maggiore, in cui entrassero tutti i cittadini, ed un Consiglio, meno numeroso, di Ottimati, a similitudine appunto del Gran Consiglio e dei Pregadi in Venezia. Ma a questa proposta si opponevano coloro che, capitanati da Guidantonio Vespucci, volevano un governo più ristretto, e combattevano perciò l'istituzione del Consiglio Maggiore, che dicevano utile a Venezia, dove erano i Patrizi, che soli ne facevano parte; pericolosissimo invece a Firenze, dove, mancando i Patrizi, bisognava ammettervi tutti i cittadini. Il pericolo, in tanta divisione degli animi, stava, secondo ciò che ne scrive anche il Guicciardini, in questo, che prevalendo un governo ristretto invece di uno temperatamente libero, si sarebbe poi, per reazione, venuto ad un governo di eccessiva larghezza, il quale avrebbe messo a repentaglio la Repubblica. Ed è perciò che quel grande storico ed accorto politico esaltò il Savonarola,[350] come colui che, entrato di mezzo, salvò ogni cosa, predicando una forma di governo universale con un Consiglio Maggiore al modo veneziano, adattato però ai bisogni e costumi fiorentini. L'autorità della sua parola fece subito vincere questo partito già proposto dal Soderini, ed il Frate ne guadagnò tale ascendente sul popolo, che d'allora in poi le discussioni fatte in Palazzo, e le leggi che ne seguirono, sembrano spesso copiate dalle sue prediche.

Il 22 e 23 dicembre 1494 fu deliberato il Consiglio Maggiore, di cui vennero chiamati a far parte tutti i cittadini di ventinove anni, che erano beneficiati, che godevano cioè il beneficio dello Stato, o sia che, secondo le antiche leggi della Repubblica, avevano il diritto di prender parte al governo. Quando costoro avessero passato il numero di 1500, un terzo di essi solamente, alternandosi cogli altri due, avrebbero di sei in sei mesi formato il Consiglio.[351] La Città aveva allora circa 90,000 abitanti; i cittadini beneficiati dell'età di ventinove anni erano 3200, sicchè il Consiglio Maggiore veniva ad essere formato di poco più che mille persone.[352] Ogni tre anni si sceglievano inoltre sessanta cittadini senza il beneficio, e ventiquattro giovani di ventiquattro anni, con facoltà di partecipare al Consiglio, e ciò si faceva «per dare animo ai giovani ed incitarli a virtù.» L'ufficio principale del Consiglio era quello d'eleggere i magistrati, nel che si riponeva allora la garanzia della libertà, e di votare le leggi, senza però discuterle. Esso doveva inoltre eleggere subito ottanta cittadini di quarant'anni almeno, per formare il Consiglio degli Ottanta, specie di Senato, che si rinnovava ogni sei mesi, e del quale facevano parte di diritto alcuni dei principali magistrati. Esso radunavasi ogni settimana, per deliberare, insieme colla Signoria, gli affari più gravi e gelosi, che non si potevano esporre a molti. Vi pigliavano parte anche i Collegi, quando trattavasi di nominare gli ambasciatori e i capitani, o deliberare condotte di genti d'arme.

In tal modo venne costituita la nuova Repubblica. La divisione dei poteri non era allora conosciuta, e le attribuzioni dei magistrati erano quindi assai confuse. Nondimeno, quando si voleva sanzionare una nuova legge, il procedimento ordinario era questo: la proposta toccava alla Signoria, che poteva, se la cosa lo richiedeva, radunar prima una Pratica o una Consulta, composte dei Collegi, dei principali magistrati e di Arroti, o sieno cittadini richiesti a quello scopo determinato, domandando il loro avviso. Quando tutto ciò non si reputava necessario, s'andava addirittura agli Ottanta, e poi al Consiglio Maggiore. Nella Pratica e nella Consulta[353] soleva farsi una qualche discussione; ma nei Consigli si votava e non si discuteva. Lo stesso procedimento si seguiva ancora, quando trattavasi non di leggi, ma di affari molto gravi, come sarebbe stato il dichiarare la guerra, il fare qualche alleanza, che potesse aver gravi conseguenze, e simili.

Questa nuova costituzione cominciò subito ad operare regolarmente, ed il Savonarola, che ne era stato uno dei principali autori, contribuì colle sue prediche a consigliare e promuovere altre riforme importanti. Fu istituita la Decima, cioè l'imposta del 10% sui beni stabili, fino allora tassati ad arbitrio; fu abolito il Parlamento, il quale, approvando sempre per acclamazione tutte le proposte della Signoria, era stato più volte docile strumento d'inconsulte mutazioni e di tirannide; fu istituito il Monte di Pietà. Venne poi votata una nuova legge che, nelle cause di Stato, concedeva l'appello dagli Otto al Consiglio Maggiore, cosa di certo assai poco prudente, perchè affidava la giustizia alle passioni popolari. Il Savonarola, che pur desiderava l'appello, ma ad un assai minor numero di persone, non riuscì questa volta a fermare il popolo, istigato dagli avversari, i quali volevano cogli eccessi mettere a pericolo la Repubblica, o almeno levarla, come essi dicevano, dalle mani del Frate. Infatti ben presto si vide che quella legge era stata imprudentissima.

Tuttavia le cose cominciarono a procedere assai regolarmente, nè altri disturbi vi furono in sul principio, se non quelli che nascevano dalla guerra contro i Pisani, la quale però, senza essere ancora di molta gravità, contribuiva a tenere in Firenze gli animi uniti. Gli alleati, è vero, chiamarono in Italia Massimiliano re dei Romani, perchè recasse aiuto a Pisa; ma quando egli venne senza un proprio esercito, non gli dettero nè uomini nè denari, sicchè dovette tornarsene a casa senza aver concluso nulla.

V'erano tuttavia in Firenze i germi di un gravissimo pericolo. Il Savonarola predicava con crescente ardore la riforma dei costumi e la difesa della libertà, suggeriva utili provvedimenti, faceva una dipintura vivacissima dei mali che portava la tirannide, ma non si fermava a ciò. Egli predicava ancora la necessità d'una riforma della Chiesa, caduta, come tutti sapevano e vedevano, nella più triste corruzione. Non toccava il domma e neppure il principio dell'autorità papale, restò infatti sempre cattolico; ma accennava pure alla necessità di un Concilio per attuare la riforma, ed alludeva assai spesso alla vita scandalosa di papa Alessandro VI. Questi cominciò quindi ad impensierirsi vivissimamente d'uno stato di cose tanto nuovo in Italia, tanto pericoloso per lui che era, come altra volta aveva scritto Piero Capponi, «di natura vile e conscius criminis sui.[354]» Dapprima invitò a Roma, con parole assai benevole, il Savonarola, il quale si scusò. Allora invece lo sospese dalla predicazione; ma i Dieci scrissero subito con tanto favore in difesa di lui, che il Breve, per paura di peggio, venne revocato. Si tornò alle lusinghe, lasciando sperare al Frate perfino il cappello cardinalizio; ma egli nuovamente ricusò di partire, e nella quaresima dal 1496 tuonò più che mai dal pergamo. Annunziava future calamità, tornava a proporre la riforma della Chiesa, e conchiudeva che Firenze doveva fermar bene il suo governo popolare, affine di promuovere in Italia e fuori il rinnovamento ed il trionfo della religione, purificata da ogni corruzione. La cosa assunse allora una così straordinaria gravità, che da ogni parte d'Italia gli occhi si rivolsero sopra di lui con intenzioni assai diverse. Si sentiva da tutti che la corruzione della Chiesa era spaventosa, e si capiva che, nonostante il profondo e generale scetticismo religioso degl'Italiani, non si poteva così durare a lungo. I segni precursori di una riforma, già manifestatisi a Costanza, a Basilea, altrove, non si potevano dimenticare. La grande attenzione, l'entusiasmo con cui una città indifferente e scettica come Firenze, ascoltava ora il Savonarola, ispirava una confusa paura in moltissimi, ed uno sdegno feroce in Alessandro VI, che si vedeva attaccato personalmente da un frate, senza poter far nulla, egli che pure così facilmente aveva saputo mandare all'altro mondo tanti prelati e cardinali.

Il pericolo temuto non era però senza qualche speranza di rimedio pel Papa. Il Savonarola era certo un oratore rozzo, ma potente; aveva un'attività prodigiosa; scriveva un numero grandissimo di opere, di opuscoli, di lettere; non si fermava mai; predicava ogni giorno, più volte al giorno, in diverse chiese; il suo amore pel bene era grande; il suo religioso entusiasmo ardentissimo; la sua autorità immensa. Pure, noi lo abbiamo già notato, egli non era in tutto uomo del suo tempo; la sua cultura era in parte scolastica, e il suo entusiasmo arrivava spesso fino quasi al fanatismo; aveva visioni e si credeva profeta; qualche volta anche gli pareva che il Signore, per mezzo di lui, volesse operare miracoli. Amava ardentemente la libertà; ma era pur sempre un frate, che la cercava come mezzo a promuovere la riforma religiosa; non di rado pareva che volesse proprio ridurre Firenze ad un convento, il che doveva a molti sembrare una puerile illusione. Egli era circondato da artisti e da eruditi, sui quali aveva come sul popolo e sugli uomini politici un ascendente straordinario; ma se amava la cultura e promoveva le arti, era pure acerrimo nemico di quello spirito pagano che allora invadeva e, secondo lui, corrompeva tutto. Tra i suoi frati, come tra i suoi seguaci fuori del convento, si trovavano uomini di nobile carattere e di grande energia; ma non mancavano neppure spiriti deboli e superstiziosi, che esageravano le idee del maestro, il quale non era senza esagerazioni egli stesso. L'immenso potere da lui acquistato in Firenze pei savi consigli politici che aveva dati, per le nobilissime doti del suo animo, per la sua irresistibile eloquenza, veniva cresciuto più dalla maraviglia che recava la singolarità del suo carattere, che dall'essere egli riuscito a risvegliare in Firenze un vero ardore religioso, il che non era invece avvenuto. Questo era anzi il punto su cui il Savonarola s'illudeva assai, e non s'avvedeva perciò che, in parte almeno, egli fabbricava sull'arena: voleva il governo libero per promuovere la riforma religiosa, ed i Fiorentini accettavano la riforma religiosa, solo per meglio rafforzare il libero governo. La base del suo potere era quindi meno solida di quel che pareva, e non dovevano al Papa mancar modi di formare o di alimentare i partiti avversi.

Un buon numero di giovani amanti del lieto vivere, già tanto favorito dai Medici, ed ora così aspramente biasimato e combattuto dal Frate, si raccolsero pigliando nome di Compagnacci, combattendo, col ridicolo e con ogni arte, lui e i suoi amici, che chiamavano Piagnoni, Frateschi e simili. Tutto questo fece sì che nel 1497, da un lato si tentò di ripristinare l'antico carnevale mediceo co' suoi baccanali e le sue oscenità; dall'altro, invece, per opera del Savonarola e de' suoi seguaci, i fanciulli giravano le vie e le case di Firenze, cercando le vanità, o sia libri, scritture, disegni e statue oscene, abiti e maschere carnovalesche. Il 7 febbraio, ultimo giorno di carnovale, fu fatta una solenne processione, la quale ebbe fine col famoso bruciamento delle vanità, raccolte in Piazza della Signoria, sopra gli scalini d'una grande piramide di legno, a tal'uopo costruita. Come è ben naturale, tutto ciò fu soggetto di molte accuse e di ridicolo da parte dei Compagnacci, quantunque i magistrati stessi avessero non solo permessa, ma quasi diretta la singolare solennità, affinchè procedesse ordinata e dignitosa. I Compagnacci biasimavano aspramente che il governo s'andasse mescolando di processioni fratesche. E ad essi s'univano poi gli Arrabbiati, i quali volevano un governo più ristretto di Ottimati, ed i Bigi, chiamati così perchè non osavano manifestare il loro segreto pensiero, che era di tornare ad una pura e semplice restaurazione medicea. Ma tutto ciò non bastava ancora a mettere in pericolo nè la Repubblica, nè il Savonarola. I Compagnacci non erano un partito politico; gli Ottimati avevano poco séguito in Firenze, stata sempre città popolare; i Bigi, con aderenze potenti in città e fuori, avevano in Piero de' Medici un capo così odiato e disprezzato, da non poter esser desiderato da molti. Un primo tentativo da lui fatto, per rientrare in Firenze, dove si lusingava di trovar grandissimo favore, riuscì solo a fargli con disprezzo chiudere le porte in faccia. Una congiura tentata allo stesso effetto da Bernardo del Nero e da altri, finì con la loro condanna a morte.

Questo è ciò che formava uno stato di cose, in cui Alessandro VI facilmente poteva trovare quell'occasione di vendetta, che con tanto ardore cercava da un pezzo. Il Savonarola ogni giorno lanciava nuove accuse contro gli scandali di Roma, accennava sempre più apertamente alla necessaria riunione del Concilio, alludeva dal pergamo alle oscenità ed ai delitti del Papa. Invitato più volte a tacere, aveva invece parlato più forte. Giunse finalmente una scomunica contro di lui, ed egli la dichiarò nulla, aggiungendo che parlava in nome di Dio, ed era pronto a sostenere la propria innocenza al cospetto del mondo; rinunziava però a convincere Alessandro VI, il quale, eletto simoniacamente, autore di tanti scandali e delitti, non poteva dirsi vero Papa. Era allora seguìta l'uccisione del duca di Gandia; correvano per tutto le voci d'incesto tra il Papa e la figlia Lucrezia; il Savonarola s'era esaltato per modo che non sapeva, nè voleva più frenarsi. Indirizzò lettere ai principi d'Europa, incitandoli a radunare un Concilio, per salvare da totale rovina la Chiesa, la quale, come egli avrebbe pubblicamente dimostrato, era senza capo vero e legittimo. Una di queste lettere venne sfortunatamente nelle mani di Alessandro VI. S'aggiunse poi che Carlo VIII, il quale pareva pentito de' suoi peccati, e deciso a metter mano alla riforma consigliata dal Savonarola, che vedeva in lui appunto il suo più valido sostegno, morì improvvisamente nei primi mesi del 1498. E quantunque ciò ancora non fosse noto in Italia, pure si vedeva già che tutto cospirava ai danni del povero Frate. Fu questo il momento in cui inaspettatamente si presentò al Papa un'occasione favorevole, che egli colse senza punto esitare.

La Signoria in ufficio era avversa al Savonarola; gli Arrabbiati ed i Compagnacci erano audacissimi per i continui incoraggiamenti che ricevevano di fuori; i Bigi erano pronti sempre a tutto ciò che poteva riuscire in danno della Repubblica; perfino alcuni dei Piagnoni erano impensieriti della fiera lotta col Papa, quando seguì un fatto stranissimo, di cui nessuno avrebbe potuto mai prevedere le gravi conseguenze. Un frate francescano, chiamato Francesco di Puglia, predicando in Santa Croce aspramente contro il Savonarola, venne fuori con la dichiarazione che era pronto ad entrare nel fuoco con lui, per provargli la falsità delle dottrine che sosteneva. Al Savonarola la cosa parve assai strana, e si tacque: ma non fu così del suo discepolo frate Domenico Buonvicini da Pescia. Uomo di poca testa, ma d'una grande energia e buona fede, d'uno zelo ardentissimo, accettò la sfida, e si dichiarò senz'altro prontissimo a tentare l'esperimento del fuoco, per provare la verità delle dottrine sostenute dal suo maestro. Francesco di Puglia rispose, che aveva sfidato il Savonarola, e con lui solamente sarebbe entrato nel fuoco; ma con fra Domenico Buonvicini da Pescia si sarebbe provato invece Giuliano Rondinelli, anch'egli francescano. La cosa sfortunatamente andò innanzi, ed al Savonarola non riuscì di fermarla, quantunque lo tentasse, perchè fra Domenico era già caduto nella rete che gli avevano tesa, e perchè egli stesso non sembrava punto alieno dal prestar fede alla buona riuscita dell'esperimento, convinto com'era d'essere mandato da Dio, e da lui ispirato nel predicare le dottrine che venivano ora combattute. Gli Arrabbiati e i Compagnacci spingevano a tutta possa, perchè speravano di poter seppellire i Piagnoni nel ridicolo, e uccidere il Savonarola nel tumulto che apparecchiavano. Teneva loro mano la Signoria stessa, che si trovava allora in segreti accordi con Roma.

In conseguenza di tutto ciò lo stranissimo esperimento, che nel secolo XV era un vero e proprio anacronismo, fu fissato pel giorno 7 aprile 1498. All'ora indicata i frati vennero nella Piazza, davanti al Palazzo, dove tutto era stato dalla Signoria ordinato, e dove un popolo immenso era impaziente di vedere uno spettacolo che ricordava il Medio Evo. Il Savonarola, persuaso anch'egli che lo zelo impaziente di fra Domenico, contro cui aveva invano resistito, fosse veramente ispirato da Dio, aveva consentito a dirigere i suoi frati. Quando però tutto era pronto da parte loro, e fra Domenico da Pescia aspettava il segnale per muoversi, i Francescani, i quali avevano mirato solo a tendere una rete agli avversarî, esitavano, ed il Rondinelli non pareva che avesse nessuna voglia di cimentarsi. Si cercarono mille pretesti per far nascere un tumulto desiderato, ma invano, perchè l'ardita figura di fra Domenico era lì, sempre pronta a muoversi, e questo contegno disarmava ogni avversario. Se non che, le continue dispute e i nuovi pretesti dei Francescani fecero consumare il giorno, e finalmente una pioggia improvvisa e dirotta diè modo alla Signoria, già scoraggiata, di dichiarare che l'esperimento non poteva ormai più farsi.

Secondo ogni ragione, la disfatta doveva essere dei nemici del Savonarola; ma accadde invece il contrario. Il popolo era scontentissimo di non aver avuto il desiderato spettacolo, e molti ne davano la colpa al Savonarola, dicendo che se veramente fosse stato persuaso del suo lume divino, sarebbe, senza altre discussioni, egli stesso, anche solo, entrato nel fuoco, il che avrebbe d'un tratto e per sempre fatto tacere gli avversari. I suoi seguaci erano in buona parte o fanatici credenti, o uomini politici che vedevano in lui solamente il sostenitore del libero reggimento. I primi restarono addolorati che l'esperimento non si fosse fatto, i secondi deploravano che egli vi avesse consentito, e così lo scontento parve a un tratto universale. Allora riuscì agevole agli Arrabbiati ed ai Compagnacci, secondati dai Bigi, aiutati dalla Signoria, sollevare un vero e proprio tumulto contro i Piagnoni, alcuni dei quali vennero infatti ammazzati o feriti per le vie, gli altri furono per ogni dove insultati, inseguiti. Cominciata una volta la reazione, s'andò, armata mano, ad assaltare addirittura il convento di San Marco, che, dopo la gagliarda resistenza d'alcuni frati e di pochi amici ivi radunati, fu preso. Il Savonarola, fra Domenico, che mai non lo lasciò, e fra Salvestro Maruffi, altro de' suoi più noti seguaci, ma superstizioso e di carattere debolissimo, vennero condotti in prigione, e s'iniziò subito il processo.

Il Papa voleva ad ogni costo aver nelle mani il Frate, e faceva perciò grandi promesse; ma la Signoria, sebbene composta d'Arrabbiati dispostissimi a consentirne la morte, non volle, per la dignità della Repubblica, permettere che il processo si facesse altrove. Lo fece però a Firenze secondo le istruzioni e gli ordini venuti da Roma. Si adoperò ripetutamente la tortura, ed al Savonarola si strapparono confessioni nel delirio del dolore. Ma sebbene in quello stato egli non fosse più padrone di sè, e non avesse più la forza di sostenere che la sua dottrina e la sua opera erano ispirate da Dio, pure negò recisamente d'aver mai avuto un fine personale, o d'essere stato di mala fede; confermò anzi d'aver solo e sempre operato pel pubblico bene. A tutto questo s'aggiunse, che se fra Salvestro, debolissimo e vanissimo sempre, rinnegò il maestro, e disse tutto quello che gli vollero far dire, fra Domenico, invece, sprezzando le minacce e la tortura, restò uguale a sè stesso, riconfermando coraggiosamente l'indomita fede nel suo maestro. Si ricorse quindi all'antico e facile espediente d'alterare, nel miglior modo che si poteva, anche le confessioni strappate colla tortura, senza tuttavia riuscire, neppure con questo artifizio, a trovare giusta materia di condanna. E intanto il Papa minacciava ferocemente da Roma, perchè o gli dessero in mano i tre frati, che avrebbe egli pensato al resto, o li mettessero subito a morte. Nè la Signoria voleva o poteva ormai più tornare indietro. Siccome però due mesi erano già trascorsi, ed essa doveva quindi, secondo le leggi fiorentine, uscire d'uffizio, così s'occupò solo a fare in maniera che le nuove elezioni risultassero favorevoli agli Arrabbiati, il che ottenne facilmente. E i nuovi eletti convennero subito col Papa, che egli avrebbe inviato a Firenze due commissarî apostolici, per condurre a termine il processo, e trovar materia di condanna capitale, specialmente in ciò che si riferiva all'accusa d'eresia. Il Savonarola intanto, lasciato qualche tempo tranquillo in carcere, aveva scritto altri opuscoli religiosi, nei quali, riconfermando le sue dottrine, dichiaravasi nuovamente in tutto e per tutto cattolico fedelissimo ed incrollabile, quale era sempre stato. Ma ciò non voleva dir nulla, la sua morte era stata irremissibilmente decisa.

Il 19 maggio arrivarono i due commissarî apostolici, con ordine di condannarlo, fosse pure un San Giovanni Battista. Essi lo processarono e torturarono da capo più fieramente; e quantunque egli, indebolito com'era, resistesse al dolore anche meglio di prima, e non si potesse quindi trovare alcun giusto pretesto di condanna, pure, senza esitare, sentenziarono a morte lui ed i suoi compagni, e li consegnarono al braccio secolare, non usando indulgenza neanco al Maruffi, che aveva vilmente calunniato, rinnegato il maestro, ed affermato tutto quello che avevano voluto. — Un frataccio di più o di meno poco monta, — così essi esclamarono. Ed in verità non era per loro prudente salvare la vita d'un uomo così debole e vano, che avrebbe potuto, anche senza volerlo, rivelare la falsificazione dei processi. Il giorno 23 maggio 1498 si vide in Piazza della Signoria costruito un lungo palco, alla estremità del quale sorgeva una gran croce, alle cui braccia furono impiccati i tre frati, il Savonarola nel mezzo, gli altri due dai lati. Quando essi furono spirati, i loro cadaveri vennero subito bruciati, e le loro ceneri gettate in Arno, in mezzo a una folla di monelli che applaudivano.

In tutto questo dramma v'era stato qualche cosa di eroico, e qualche cosa d'effimero. Eroici erano stati la fede, l'amore del bene universale, l'abnegazione del Savonarola; grande la sua eloquenza, il suo senno politico; effimero era stato invece lo zelo religioso che egli credette aver destato nel popolo fiorentino. Questo s'era esaltato solo per l'amore della libertà, ed aveva ascoltato con entusiasmo la parola religiosa del Frate fino a che essa aveva dato forza al governo popolare. Ma appena vide in lui un pericolo per la Repubblica, senza molto esitare lo abbandonò al Papa. Ed invero, quando il povero Frate cessò di respirare, parve un momento che i pericoli da ogni parte minacciati al governo da lui fondato, scomparissero del tutto. Gli alleati non parlavano più di voler rimettere Piero de' Medici; il Papa, contentissimo, mandava elogi e dava speranze; il Valentino non minacciava più d'invadere la Toscana, e Firenze credette perciò di potersi occupare solo della guerra contro Pisa, senza pensare ad altro. Pur troppo non andò molto e si vide che queste erano speranze vane, che ben altro ci voleva a saziare la inestinguibile avidità dei Borgia. Ma non v'era allora più rimedio. Bisognò invano pentirsi d'aver soffocato una voce che aveva sempre sostenuto la libertà; di avere spento ingiustamente, iniquamente un uomo che tanto bene aveva fatto e poteva ancora fare allo Stato, alla morale, alla religione. La sua morte lo rese per molti un santo ed un martire, e per più di un secolo gli mantenne in Firenze ammiratori ed adoratori, i quali nei nuovi pericoli della patria si dimostrarono degni seguaci del loro maestro, illustrando con eroismo la fine della Repubblica. Comunque sia di ciò, nel maggio del 1498 gli Arrabbiati avevano trionfato; ma non osarono per questo di mutar la forma di governo consigliata dal Savonarola, la quale fu invece consolidata. I Piagnoni continuarono tuttavia ad essere perseguitati, e molti di essi vennero cacciati dagli uffici, nei quali entrarono i loro avversarî più dichiarati. In questo momento appunto comparisce sulla scena, ed ottiene ufficio politico un uomo che fu certo più grande del Savonarola, ma di una grandezza assai diversa. Di lui dobbiamo ora esclusivamente occuparci.