275. Codice Aragonese, pubblicato dal comm. Trinchera, direttore generale degli Archivi Napoletani, in tre vol. (il secondo in due parti): Napoli, 1866-74. La lettera citata è dell'11 aprile 1493, e trovasi nel vol. II, parte I, pag. 355.
276. Codice Aragonese, vol. II, parte I, pag. 394: lettera del 24 aprile 1493.
277. Elmetti.
278. Codice Aragonese, vol. II, parte II, pag. 41 e segg.: lettera del 7 giugno 1493.
279. Piero de' Medici secondava sempre l'Aragonese. Vedi le lettere che scriveva al suo ambasciatore in Napoli, nel luglio del 1493. Si trovano nell'Archivio Fiorentino, Cl. X, dist. I, num. 1, a carte 16.
280. Principe d'Altamura, fratello di Alfonso e secondogenito del re Ferrante.
281. Gregorovius, Geschichte, ecc., vol. VII, pag. 332-33 (2ª ediz.). Vedi nel Codice Aragonese, le tre lettere del 3 agosto e quella del 29 agosto 1493, pag. 198, 200 e 223. In queste lettere deve però esser corso qualche errore di stampa nelle date. L'ambasciatore fiorentino, A. Guidotti, in una del 17 agosto 1493, indirizzata agli Otto (Archivio Fiorentino, Cl. X, dist. 2, num. 18, a carte 21), parla minutamente dell'accordo fatto cogli Orsini, e del contratto di matrimonio, nel quale si diceva, come «il Papa venìa in affinità col serenissimo re Ferdinando et, in vice et nome di loro Maestà et Excellentie, don Federico prometteva dare per donna allo illustrissimo don Geffre, figliuolo di Sua Santità, M.ª Xances figliuola del duca di Calabria.... Consentito et stipulato tale contracto per le parti, da poi per verba de presenti don Geffre contraxe matrimonio con M.ª Xances, in persona di don Federico come suo procuratore, al quale in signum matrimonii decte et sua Excellentia ricevette lo anello, nè questo atto per confessarsi donna, et come donna ricevere lo anello don Federico, passò senza grandissime risa et festa, et ultimamente, con molta letitia, don Federico, come parente, si abbracciò col Papa et con tucti i parenti di Sua Santità.»
282. Codice Aragonese, vol. II, parte II, pag. 322: lettera del 5 dicembre 1493.
283. Codice Aragonese, vol. I, parte II, pag. 348 e segg.: lettera del 18 dicembre 1493. Da questi dispacci risulta chiarissimo non esser possibile supporre, come pur s'è fatto, che il Papa abbia mai avuto il pensiero nazionale d'unire l'Italia contro la Francia.
284. Codice Aragonese, vol. II, parte II, pag. 421. Dopo questa lettera ne seguono solamente altre poche e brevissime di Ferrante.
285. Cronaca di Notar Giacomo: Napoli, 1845, pag. 178. Il Guicciardini ed il Machiavelli pretendono che re Ferrante volesse in ultimo darsi nelle mani del Moro, ed il Machiavelli aggiunge ancora, che voleva levar sua figlia a Gio. Galeazzo per darla al Moro, dimenticando che ella aveva tre figli e che il Moro aveva moglie.
286. Vedi le lettere del 5 e 23 gennaio 1494, nei documenti pubblicati da A. Cappelli col titolo: Fra Girolamo Savonarola e notizie intorno al suo tempo: Modena, 1869.
287. Breve del dì 1º febbraio 1494, nell'Arch. Stor. It. (Annali del Malipiero), vol. VII, pag. 404.
288. Addosso all'ambasciatore furono trovati i 40,000 ducati e la lettera del Sultano al Papa, nella quale gli si offerivano, se mandava il cadavere di Gemme, altri 300,000 ducati, concludendo: «Così il degno Padre della Chiesa Cattolica potrà comprare Stati ai suoi figli, ed il nostro fratello Gemme troverà riposo nell'altra vita.» Questa lettera e quella del Papa al Sultano si leggono nel Diario del Burcardo, e nel Sanuto, De adventu Karoli Regis Francorum in Italiam, opera di cui trovasi un'antica copia nella Biblioteca Nazionale di Parigi. Una copia moderna, che io ne feci fare coll'aiuto del nostro Ministero di Pubblica Istruzione, e della quale mi sono valso, trovasi nella Biblioteca di San Marco a Venezia. — Più tardi il prof. Fulin la pubblicò prima nell'Archivio veneto, poi in un volume a parte col titolo: La spedizione di Carlo VIII in Italia: Venezia, 1883. Si può dire che essa sia il primo volume dei Diari dello stesso autore, perchè questi cominciano là dove quella finisce. Vedi anche Cherrier, op. cit., vol. I, pag. 415; Gregorovius, Geschichte, ecc. (2ª ediz.), vol. VII, pag. 350, nota (1).
289. Vedi le lettere inedite di Piero più sopra citate, e quelle pubblicate dal Desjardins.
290. Mémoires, vol. I, pag. 156.
291. Lettenhove, op. cit., vol. I, pag. 194; vol. II, pag. 108 e 123.
292. Al quale proposito il Commines, che tante volte aveva mutato bandiera, dice che il Soderini «estoit des sages hommes qui fussent en Italie.» Ph. de Commines, Mémoires, vol. II, pag. 359, edizione pubblicata da M.lle Dupont. Vedi ancora: Lettres et Négociations de Ph. de Commines, par le baron Hervyn de Lettenhove (in tre vol.): Bruxelles, 1867-74. Questo è un lavoro assai importante.
293. Il leone che posa la zampa sopra uno scudo, in cui è inciso il giglio rosso fiorentino. L'origine della parola Marzocco è assai incerta. Il signor Gaetano Milanesi suppone che, quando nel 1333 la piena d'Arno portò via il Ponte Vecchio con la statua di Marte, che v'era sopra, i Fiorentini, nel ricostruirlo, invece della statua di Marte, vi ponessero il leone con lo scudo ed il giglio, chiamandolo Martocus o Martiocus, quasi piccolo Marte o Marzocco.
294. In questo mezzo era seguìto un fatto che aveva dato molto da ridere a tutta Italia. Giulia Bella, la sorella di lei e madonna Adriana erano cadute in mano dei Francesi. Il Papa era di ciò disperato, e non si diè pace fino a che la sua Giulia e le altre donne non furono, mediante la somma di 3000 ducati, riscattate. Gregorovius, Lucrezia Borgia, vol. I, pag. 81.
295. Burchardi, Diarium, ediz. Thuasne, vol. II, pag. 230 e seg.
296. Cherrier, op. cit., vol. II, a pag. 137, traduce la lettera, in cui i Dieci parlano di ciò. E veramente i Borgia, con la morte di Gemme, perdettero i 40,000 ducati l'anno, senza avere i 300,000 che erano stati loro promessi una volta tanto, se consegnavano il cadavere. Il Sanuto racconta l'origine ed il progresso della malattia di Gemme, la quale fu un catarro con febbre, che i medici curarono con salassi ed altri rimedî energici. Ad Aversa era già tanto peggiorato, che lo portavano sopra una sbara. (De adventu Karoli regis, pag. 212 della copia esistente nella Marciana). Questo autore, secondo il suo solito, riferisce le lettere dell'ambasciatore veneto, che si trovava sul luogo, il quale osserva appunto, che la morte di Gemme era stata dannosa all'Italia «et maxime al Pontefice, che lo privò di ducati 40,000 d'oro haveva ogni anno da suo fratello (il Sultano), per caxon havessi custodia di lui.»
297. Sanuto, De adventu, ecc., pag. 230.
298. «Il ne sembloit point aux nôtres, que les Italiens fussent hommes,» scriveva il Commines, a proposito delle crudeltà francesi.
299. Questa lettera si trova nel Romanin, Storia documentata di Venezia, vol. V, pag. 50. Vedi anche Cherrier, Histoire de Charles VIII, vol. II, pag. 97.
300. Commines, op. cit., vol. II, pag. 168; Cherrier, op. cit., vol. II, pag. 151.
301. Questo trattato trovasi nel Desjardins, op. cit., vol. I, pag. 630. Vedi anche Cherrier, op. cit., vol. II, pag. 293.
302. Cherrier, op. cit., vol. II, pag. 338.
303. Ferdinando I, Alfonso II, Carlo VIII, Ferdinando II, Federico.
304. Bartolommeo d'Alviano da Todi, marito di Bartolommea Orsini.
305. «Ipsum ducem alicubi cum puella intendere luxui sibi persuadens, et ob eam causam puellae domum exire ipsi, illa die, duci non licere.» Burchardi, Diarium, nella Biblioteca Nazionale di Firenze, Cod. II, 450, fol. 21t. È questo il codice, che abbiamo più spesso riscontrato. V. anche l'edizione Thuasne, II, 388.
306. «Respondit se vidisse, suis diebus, centum in diversis noctibus varie occisos in flumen proiici per locum praedictum, et nunquam aliqua eorum ratio habita fuit; propterea de casu huiusmodi existimationem aliquam non fecisse.» Burchardi, Diarium, Cod. cit., fol. 23.
307. Burcardo, Malipiero, Sanuto, ecc.
308. Il duca di Gandia aveva 24 anni, e fu il solo che continuò la discendenza dei Borgia. Un suo nipote fu il terzo generale dei Gesuiti.
309. «Pontifex, ut intellexit Ducem interfectum et in flumen ut stercus proiectum, compertum esse, commota sunt omnia viscera eius.» Burchardi, Diarium, Cod. cit., fol. 23t.
310. Questo discorso del Papa, riferito dall'ambasciatore veneziano, trovasi nel Sanuto, ed è riportato dal Reumont, Geschichte der Stadt Rom, vol. III, parte II, pag. 838.
311. Il Sanuto, nei suoi Diarî, reca diverse lettere che affermano il sospetto esser caduto anche sugli Orsini. Ne parla anche il Manfredi, ambasciatore del duca di Ferrara in Firenze, nelle sue lettere del 12 agosto e del 22 dicembre 1497. Nella prima dice che il sospetto cadeva sugli Orsini, nella seconda su Bartolommeo d'Alviano. V. Cappelli, Fra Girolamo Savonarola e notizie intorno al suo tempo, ecc.
312. Di ciò parla lungamente l'ambasciatore fiorentino Alessandro Bracci nelle sue lettere, che trovansi inedite nell'Archivio Fiorentino, e sono assai importanti. Quella però del 16 giugno, in cui era descritta appunto l'uccisione del duca di Gandia, manca nella filza. Archivio Fiorentino, Lettere dei Dieci di Balìa da maggio a dicembre 1497, Cl. X, dist. 4, num. 54, foglio 53.
313. Lettera di A. Bracci, in data 4 luglio 1497. Cod. cit., foglio 78.
314. Lettera di A. Bracci, in data 17 giugno 1497. Vedi Appendice, documento II.
315. Tutti gli storici del tempo raccontano a lungo la morte del duca di Gandia. Il Gregorovius nella sua Storia di Roma cita molti documenti originali, fra i quali pubblica una lettera assai notevole di Ascanio Sforza a Lodovico il Moro, in data del 16 giugno 1497. (Vol. VII, pag. 399, nota 1). Il Burcardo dà un minuto e tragico ragguaglio del fatto nel suo Diario; ne parlano il Matarazzo, il Malipiero, tutti i contemporanei, massime le lettere dei privati e degli ambasciatori residenti a Roma. Di queste il Sanuto riporta molte, dalle quali si vede la straordinaria impressione che la cosa aveva fatta in Roma, dove le fantasie s'erano assai esaltate. Una lettera del 16 giugno (Sanuto, vol. I, foglio 310) dice: «Maxima demonum caterva in basillica beati Petri audita et visa fuit per plures, et ibidem tot et tanta luminaria, ut ipsa basillica penitus a fundamentis supra ardere et comburi videretur: ecce quanta prodigia!» Lettere del 17 dicembre 1497 (vol. I, foglio 391), ed altre posteriori riportate dallo stesso (Vol. I, foglio 408), ripetono cose di simil natura. Abbiamo ancora le lettere del Papa che, annunziando il fatto espone il suo dolore ai potentati: da esse però non si cava nulla di nuovo. Nel discorso fatto in Concistoro, egli escluse i sospetti che erano caduti sopra Ascanio Sforza, sul principe di Squillace e sul signore di Pesaro, il che prova però che questi sospetti v'erano stati. Vedi Reumont, Geschichte, ecc., e Sanuto, Ragguagli storici, pubblicati dal Brown (Venezia, 1837-38), vol. I, pag. 74.
316. Di ciò parla a lungo il Sanuto, ne' suoi Diarî, vol. I, foglio 556 e 559. Alcuni brani ne riportò il Brown, op. cit., vol. I, pag. 212.
317. Gregorovius, Lucrezia Borgia, vol. I, pag. 88.
318. Il 19 luglio l'ambasciatore fiorentino A. Bracci scriveva che trattavasi del divorzio fra il signore di Pesaro e donna Lucrezia, «la quale Sua Beatitudine tre dì dopo la morte del duca di Gandia richiamò in Palazzo, dove sta assiduamente.» Nel separarsi dal signore di Pesaro, la Lucrezia si dichiarò disposta a giurare, che non aveva avuto alcuna relazione col marito, e che era perciò vergine. Al quale proposito aggiunge il Matarazzo, a pag. 72: «etiam advenga ad dio che fusse stata e fusse allor la più gran p.... che fusse in Roma.»
319. Il Reumont prima lo credette, nella sua Storia di Roma, figlio di Lucrezia, poi figlio del Papa, senza saper più ritrovare la madre. (Arch. Stor. It., ser. III, tomo XVII, disp. 2ª del 1873, pag. 329). I documenti pubblicati dal Gregorovius nella sua Lucrezia Borgia (vol. I, pag. 159 e segg.) gettano sul fatto una luce sinistra.
320. «De dilecto filio nobili viro Cesare Borgia.... et soluta (muliere).» Il Breve dice che Giovanni aveva allora tre anni vel circa. Gregorovius, Lucrezia Borgia, doc. 27.
321. «Cum autem tu defectum predictum (natalium) non de prefato Duce sed de nobis et de dicta muliere soluta patiaris, quod bono respectu in litteris predictis specifice exprimere noluimus, ecc.» E poi conchiude, che restava tuttavia la già fatta legittimazione, con la facoltà di ereditare. Tutto ciò, secondo il Gregorovius, papa Alessandro lo fece, perchè non poteva legittimare un suo figlio, nato quando egli era Papa, e non voleva che il Valentino potesse aver ragione d'annullare un atto di legittimazione, che gli attribuiva un figlio non suo. Op. cit., doc. 28.
322. Vedi il dispaccio dell'ambasciatore di Ferrara, di cui il Gregorovius riproduce un brano nella sua Lucrezia Borgia, vol. I, pagina 101, nota 3.
323. Lettera dell'ambasciatore fiorentino A. Bracci (del 19 luglio 1497), il quale dice di aver questi ragguagli da persona che è «degno prelato e palatino.» Archivio Fiorentino, Cod. cit.
324. «Et bene non dixit verbum Papae Valentinus, nec Papa sibi, sed, eo deosculato, descendit de solio.» Burchardi, Diarium.
325. Burchardi, Diarium. V. anche la lettera dell'ambasciatore A. Bracci, in data del 27 settembre 1497, Cod. cit., fol. 144.
326. Secondo il Sanuto, il Re aveva detto: «Mi pare el fiol del Papa, ch'è cardinal, non sia in grado di darli mia fia per moglie, licet sia fio del Papa.» Diarî, vol. I, parte II, pag. 75. Di questa seconda parte del vol. I pare si sia perduto l'autografo. Ne esiste solo una copia del secolo scorso, che ora trovasi nella Marciana di Venezia, insieme cogli altri volumi che sono autografi. Le nostre citazioni del Sanuto rimandano al Codice marciano. — Nel 1879 fu cominciata a Venezia la pubblicazione dei Diarî, e la stampa ne è già molto avanzata.
Il Re di Napoli scriveva al suo ambasciatore in Francia: «L'affanno insopportabile avuto per noi in disturbare lo matrimonio.... tra la figliuola legittima nostra e lo cardinal di Valenza, cosa disconveniente e contraria d'ogni ragione, a voi è ben noto. Averiamo prima consentito di perder lo regno, li figli e la vita.» Arch. Stor. It., ser. I, vol. XV, pag. 235.
327. «Per non desperare lo Papa, il quale manifestamente ne minacciava.» Arch. Stor. It., loc. cit.
328. Sanuto, Diarî, vol. I, parte II, pag. 164.
329. Breve del 3 settembre 1498, in Gregorovius, Geschichte, ecc., vol. VII, pag. 423.
330. Così racconta, nei Diarî del Sanuto, vol. I, parte II, pag. 44, una lettera dell'agosto 1498, che finisce con queste parole: «Conclusive, è un cattivo Papa et non è mal che non facesse per dar stado a soi figlioli.»
331. Molini, Documenti di Storia Italiana: Firenze, 1836-37, vol. I, pag. 28.
332. Il Sanuto parla spesso dell'accordo già seguìto allora fra il Papa ed il cardinale Della Rovere. Il prefetto di Roma, chiamato spesso prefetto di Sinigaglia, perchè dimorava colà, era fratello del cardinale, e non fu compreso nell'accordo, per avere (come dicemmo) svaligiato l'ambasciatore G. Bocciardo, che il Sanuto chiama Bozardo, quegli che portava al Papa il danaro del Sultano. Più tardi fu anch'esso perdonato con un Breve del 18 novembre 1499. Vedi Gregorovius, Geschichte (2ª ediz.), VII, pag. 425-29.
333. Sanuto, Diarî, vol. II, fol. 156.
334. Ibidem, vol. II, fol. 274. Più oltre, nel foglio 323, è descritta la mutabile natura del Papa.
335. Ibidem, vol. II, fol. 326: l'ambasciatore dice che il Papa «vuol il Reame (di Napoli) per suo fiol.»
336. Giulio II restituì più tardi questo feudo ai Caetani, dichiarando che era stato ingiustamente usurpato.
337. Sanuto, Diarî, vol. II, fol. 529 e seg.
338. L'ambasciatore P. Cappello in Sanuto, citato dal Gregorovius, Geschichte, ecc., vol. VIII, pag. 441.
339. Burchardi, Diarium, Cod. cit., fol. 185.
340. Relazione di P. Cappello, ambasciatore veneto, pubblicata dall'Albèri nelle Relazioni, ecc., Serie II, vol. III, pag. 10.
341. «Singulis diebus bono mane exibat in habitu brevi hospitale predictum cum balista, et interficiebat quos poterat commode, et pecunias eourum auferebat.» Burchardi, Diarium, Cod. cit., fol. 209.
342. Burchardi, Diarium, ibidem.
343. Sanuto, Diarî, vol. III, fol. 141. Le lettere ivi riferite, in data del 4 giugno 1500, parlano del piacere che ebbe il re di Francia per questa condanna, ed aggiungono pure che furono, nel termine di dieci giorni, cacciati i Côrsi che solevano far da sicarî nella Città.
344. Ella poi ritornò ben presto.
345. In questo tempo, e prima che seguisse il fatto del duca di Bisceglie, il Papa aveva corso pericolo per un tetto caduto in Vaticano. L'ambasciatore veneziano, andandolo a visitare il 3 luglio, trovò che «erra con Soa Santità madonna Lugrezia, la principessa, e so marito, e una soa damisella sta con mad. Lugrezia, che è favorita del Papa.» Sanuto, Diarî, vol. III, fol. 172.
346. «Cum non vellet ex huiusmodi vulneribus sibi datis mori, in lecto suo fuit strangolatus circa horam 19m, et in sero circa primam horam noctis portatum fuit cadaver ad basilicam Sancti Petri.» Burchardi, Diarium. Questo è un altro dei fatti narrati da quasi tutti gli storici e ambasciatori contemporanei, fra i quali va ricordato specialmente l'ambasciatore veneto Paolo Cappello, che allora trovavasi a Roma, e che nella Relazione sopra citata racconta minutamente tutti i particolari da noi riferiti. La sua narrazione concorda con quella del Burcardo e con quella del Sanuto, il quale ultimo trascrive quasi sempre in esteso o in sunto i dispacci dello stesso Cappello da Roma. Dopo aver narrato il fatto, il Sanuto (Diarî, vol. III, fol. 201) aggiunge, che l'autore del delitto fu colui che aveva fatto ammazzare il duca di Gandia. Più oltre (fol. 263 retro) riferisce lettere dell'oratore, del 18 e 20 luglio, le quali dicono che il duca di Bisceglie era stato ucciso, «perchè tratava di occider il Duca (Valentino), et il Duca la fato far per alcuni arzieri, et allo fato taiar a pezi fino in la sua camera.» Nella Relazione, che fu scritta dopo, quando forse aveva potuto avere più minute informazioni, il Cappello dice invece che lo aveva fatto strangolare da don Micheletto. Più oltre il Sanuto (fol. 273) riferisce lettere del 23 e 24 agosto, in cui si narra come il Papa scusasse il Valentino, affermando che il duca di Bisceglie voleva ammazzarlo. Recentemente il signor Thuasne, in fine del terzo volume della sua ediz. del Burcardo, pubblicò alcuni dispacci dell'ambasciatore fiorentino Francesco Cappello, che su per giù confermano le stesse notizie.
347. P. Cappello, Relazione citata. Il Sanuto invece riferisce lettere di Roma, in data del 20 febbraio 1498, in cui si racconta come Pierotto cameriere fu trovato annegato nel Tevere con una donzella fida e creatura del Papa, «et la cagione non si sa.» Le parole della Relazione del Cappello sono queste: «E altra volta ammazzò (il Valentino) di sua mano, sotto il manto del Papa, messer Pierotto, sì che il sangue saltò alla faccia del Papa.» La Lettera di Silvio Savelli citata dal Gregorovius (Geschichte, ecc., vol. VII, pag. 447) dice: «Pontificis cubicularius Perottus in eius gremio trucidatus.» Anche il Burcardo lo dice annegato nel Tevere. Forse vi fu gettato il cadavere, dopo l'uccisione, per nascondere il delitto.
348. Il Manfredi aveva alla sua morte 18 anni. Il Nardi, sempre temperato, parla con orrore grandissimo di questo fatto (Storia di Firenze: Firenze, 1842, vol. I, pag. 237-38). Ne parlano anche il Guicciardini e molti altri. Il Diario del Burcardo dice che nel giugno Astorre Manfredi fu trovato nel Tevere con due giovani, una donna ed altri cadaveri. Accenna alla morte del Manfredi anche il dispaccio 6 giugno 1502 dell'ambasciatore veneto Antonio Giustinian. Dispacci di Antonio Giustinian da me pubblicati in Firenze, Succ. Le Monnier, 1876, in tre vol.
349. Vedi la mia Storia di G. Savonarola e de' suoi tempi, in due volumi, nuova edizione: Firenze, Successori Le Monnier, 1888. Avendo già trattato a lungo questo argomento, vi accenno ora assai brevemente.
350. Così nella sua Storia fiorentina, come nel suo trattato Del Reggimento di Firenze, pubblicati nelle Opere inedite.
351. Tutto ciò è assai più minutamente esposto nella mia Storia di Girolamo Savonarola, alla quale rimando di nuovo il lettore.
352. Secondo la legge, il numero minimo era di 500, giacchè se i beneficiati non superavano i 1500, non venivano sterzati. La sala del Consiglio, allora costruita nel Palazzo della Signoria dal Cronaca, fu per questa ragione chiamata dei Cinquecento.
353. Tra Pratica e Consulta v'era allora assai poca differenza, tanto che spesso si confondeva l'una con l'altra; ma pare che nella Consulta si discutesse anche più liberamente.
354. Nelle lettere, che citammo più sopra, del Capponi a Piero de' Medici, pubblicate dal Desjardins, Négociations, ecc., vol. I, pag. 393 e segg.
355. Questa lettera, che è la seconda in tutte le edizioni delle Opere del Machiavelli, porta la data del dì 8 marzo 1497. È noto però che i Fiorentini, sino alla metà del secolo passato, computarono l'anno, ab incarnatione, incominciandolo cioè dal 25 marzo, e quindi la data sarebbe ora, nello stile moderno, 8 marzo 1498. Dopo la prima lettera, che citeremo più oltre, segue un frammento latino, che nelle stampe non ha un suo proprio numero. Ripetiamo, che citando le Opere del Machiavelli, senz'altra indicazione, intendiamo riferirci sempre all'edizione colla data d'Italia, 1813.
356. Questo nome si trova scritto, anche dallo stesso Machiavelli, in modi diversi: Malclavellus, Maclavellus, Machiavegli, Machiavello, Machiavelli. Si trova anche Maclavello, Macciavello e Malclavelli.
357. La casa, in cui il Machiavelli visse e morì, è quella che in Via Guicciardini ha ora il numero 16.
358. Nella Marucelliana di Firenze (Cod. 229, A, 10) trovasi un Quaderno di ricordanze di Ristoro di Lorenzo di Niccolò Machiavelli, il quale Niccolò, figlio di Alessandro, fu più volte dei Signori e dei Dieci, e fu contemporaneo del Nostro, ma di un altro ramo della stessa famiglia. Qualche volta è stato confuso l'uno con l'altro, e ne sono seguìti molti errori. Il Quaderno di ricordanze di Ristoro incomincia col primo settembre 1538, e contiene, fra i conti di casa, alcune notizie importanti, parte delle quali copiate da più antichi libri di famiglia. Così vi si trovano notizie raccolte da Lorenzo Machiavelli, ed altre ancora più antiche, cavate da un Ricordo di Bernardo di Niccolò Machiavelli, scritto l'anno 1460. Ed è appunto in questo Ricordo, che il padre del nostro Machiavelli, nove anni prima che nascesse il figlio, dava la genealogia della famiglia. Parte di queste notizie vennero confermate da Giuliano de' Ricci nel suo Priorista, che trovasi manoscritto nella Nazionale di Firenze, e discorre anch'esso molto della famiglia Machiavelli. (Vedi nel cit. Priorista: Quartiere Santo Spirito, Sesto d'Oltrarno, Machiavelli).
Il ramo della famiglia, cui il nostro Machiavelli appartenne, si estinse nel principio del secolo XVII, in Ippolita d'Alessandro di Bernardo, terzo figlio di Niccolò. Sposata a Pier Francesco de' Ricci, nel 1608, Ippolita morì nel 1613. Baccia, figlia del Machiavelli, aveva assai prima sposato un altro de' Ricci (Giovanni), e fu così madre di Giuliano, l'autore del Priorista, e raccoglitore di notizie e carte attinenti al suo illustre antenato, le quali insieme con molti scritti di lui riunì in un codice, noto col nome di Codice Ricci, del quale parleremo più oltre. (Vedi Baldelli, Elogio di Niccolò Machiavelli: Londra, 1794, pag. 86 e 87). Un altro ramo de' Machiavelli si estinse a Firenze nel 1727 in Francesco Maria de' Machiavelli. Di essi furono eredi i Rangoni di Modena, che si chiamarono perciò Rangoni-Machiavelli.
Il conte Passerini, prima nelle sue note al romanzo Marietta de' Ricci, dell'Ademollo, e poi nel ragionamento premesso alla nuova edizione delle Opere del Machiavelli (vol. I: Firenze, Tipografia Cenniniana, 1873), afferma che la parentela dei Machiavelli coi signori di Montespertoli fu una favola inventata ai tempi del principato, per lusingare l'ambizione dei Machiavelli, allora divenuti potenti. Ma da quanto abbiamo detto è chiaro che l'origine di tali notizie è assai più antica. Vedi ancora la Monografia storica e statistica del Comune di Montespertoli, compilata dall'avv. Marcello Nardi-Dei: Firenze, Tipografia Cooperativa, 1873. Ivi, fra le altre notizie, si cita a pag. 21 il documento che prova come, verso la fine del secolo XIV, la famiglia magnatizia dei signori di Montespertoli si spense in Ciango di Agnolo, il quale aveva nominato suoi eredi pro indiviso, Lorenzo e Buoninsegna, figli di Filippo Machiavelli.
359. Giovanni Villani (Cronica, vol. I, lib. VIII, cap. 80: Firenze, Coen, 1847), nel dare la nota di coloro che esularono allora, pone i Machiavelli «fra gli popolani del detto Sesto (Oltrarno), case notabili.» La stessa notizia trovasi nell'Ammirato, Delle famiglie nobili fiorentine (Firenze, 1615) a pag. 120, Famiglia Soderini.
360. G. Baldelli, Elogio, ecc., nella nota 1, a pag. 86 e 87, dice che i Machiavelli ebbero dodici Gonfalonieri e cinquanta Priori. Il Priorista Ricci enumera cinquantasette Priori; ma è da notare che qui i nomi d'una stessa persona si trovano più volte ripetuti, quando ebbero ripetutamente l'ufficio.
361. Vedi Baldelli, Elogio, ecc., e la Vita premessa alle Opere del Machiavelli nell'edizione fiorentina del 1873.
362. Vedi il Libro di Ricordanze di Ristoro Machiavelli, più sopra citato.
363. Uguali a fiorini di suggello 132, soldi 16 e denari 10, sui quali gravava una Decima o imposta di fiorini 11, 1, 5. Vedi i due documenti pubblicati dal Passerini nel primo volume delle Opere di N. Machiavelli, più sopra citato, pag. LVIII e LX. Questa edizione fu cominciata dai signori Passerini e Fanfani nel 1873. Ritiratosi ben presto il signor Fanfani, subentrò invece il signor Gaetano Milanesi, e insieme col Passerini continuarono l'impresa condotta già fino al quinto volume. D'ora innanzi, per maggiore brevità, citeremo questa edizione nel modo seguente: Opere (P. M.). — Nel 1877 fu pubblicato il vol. VI, e poi l'edizione restò interrotta.
364. Il fiorino d'oro ordinario, alquanto minore del fiorino largo, aveva lo stesso valore e la stessa lega dello zecchino più moderno, che può valutarsi a circa 12 lire italiane. Ritenendo, come alcuni vorrebbero, che nel secolo XV l'oro avesse un valore quadruplo di quello d'oggi, si arriverebbe ad una rendita anche maggiore delle cinquemila lire. È, in ogni modo, un calcolo assai lontano da ogni precisione matematica, essendo ben noto quanta incertezza, a questo proposito, vi sia anche fra i più autorevoli scrittori.
365. Discorso del senatore G. B. Nelli, con la Vita del medesimo: Firenze, eredi Paperini, 1753, pag. 8. La libreria Nelli pare che andasse dispersa, e però non ci fu possibile trovare questi scritti della madre del Machiavelli.