Alcune osservazioni di Bongianni Guicciardini sul capitolo 25, lib. I, dei Discorsi del Machiavelli.[798]
I
Capitolo sopra et in contrario de' Discorsi del Machiavello.[799]
Nè lo exemplo di Filippo nè le parole di David, che egli allega, costringono a credere ragionevolmente che, nello stabilire e ordinare uno principato, che la più certa via e il migliore modo per la sicurtà de' principi siano, nello ordinarlo, quegli ordini pieni di sangue, di ruine e di spavento, che egli presuppone sieno e migliori e più sicuri per la sicurtà loro; nè si può, con e discorsi generali, includere tucti quelli particulari, sanza la consideratione de' quali, nelle actione humane, si piglierebbe di molte fallacie. Chè ancora che gli huomini sieno da uno medesimo principio discesi, e de' medesimi fondamenti composta la sua complexione, non di meno la diversità de' tempi, de' luoghi, delli habiti e costumi, li diversi accidenti, le necessità e le occasioni gli fa spesso variare nello animo, e operare diversamente, talmente che quello principe che gli vuole regolare, e con sicurtà sua e con bene loro, è necessario che, quando colla rigidità e iustitia preceda, quando con più pietà e misericordia, e quando allarghi el favore agli amici, e quando lo ristringa. Non potè però Filippo, con tanto travaglo e ruina de' popoli, tramutandoli di ciptà in ciptà e da luogo a luogo, e, come e' dice, come le mandrie, evitare che non vi nascessi uno agnello, e surgessi uno[800] agnello o montone, che hebbe ardire di ammazarlo nel mezo de' suoi satelliti e partigiani, che lui sì impiamente haveva elevati e arrichiti della roba e delli honori d'altri. Nè potè Attalo difenderlo, anzi fu causa per il favore che e' gli haveva dato, ingiuriando disonestamente quello adulescente,[801] che lo offeso rivoltassi la vendetta della ingiuria nello auctore di tanti mali. E David, con tutto che fussi prudentissimo, dottissimo (ancora che pigli a questo fine la sententia di David nello ordinare una provincia o regno), sopportò pure la rebellione di Absalon, e con tanto disordine, che se egli havessi creduto al consiglio di Architofel, harebbe perso el regno, secondo la Scriptura: dove se e' si potessi conoscere tucti e particulari di quello tempo e accidenti, si sarebbe veduti di molti di quegli esaurienti, che David haveva ripieni di beni, essersi ribellati e accostatisi a Absalon contro a di lui. Talmente che si può giudicare che non basta e primi fondamenti nello stabilire una città, una provincia, uno regno: ma bisogna che sia regolato e recto continuamente dalla prudentia e virtù di chi li governa e regge. E se e buoni ordini e legge non bastono sanza essere veghiati e regolati, tanto maggiormente gli scelerati e pieni di sangue, come vuole el Machiavello: ne' quali, per tante offese e ingiustitie, v'è più cagione ne li offesi di alteratione. E perchè sempre è degli huomini ambitiosi avari e inquieti, surge etiandio tra li partigiani, tra e seguaci e favoriti di uno principe, emulatione, invidia, sdegno e molte cupidità, chè non [è] possibile a uno principe tucti contentargli e sadisfargli: in tanto che di quegli pericoli che vogliono che si tema in quegli che non chiamono amici, hanno da temere in epsi. Chi porse e administrò el veleno a Alexandro se non quegli che erono tenuti più amici e familiari suoi? Chi congiurava contro a lui più che Philota e Parmenione, tanto inalzati da lui? Chi si conduxe per ammazarlo più che Hermolao suo pagio, per haverlo facto baetere?
Voglio adunque inferire, che uno principe savio non ha a potere credere di stabilire per sempre el suo imperio, credendo torsi via tucti quelli che egli ha giudicati inimici, per fargli resistentia, e per credere contentare tucti quelli che lo hanno seguitato; perchè el tempo varia, e gli huomini sono mobili, e da varii affecti, accidenti e occasioni sospinti, dalla speranza e dal timore, si mutono e variono. Però spesse volte quegli che sono tenuti sospecti diventono amici, o almanco di animo tale che desiderono vivere quieti e riposati, e quelli che sono tenuti amici diventono inimici. E perchè egli, dove e' può, dà per exemplo e casi e gli accidenti di Firenze, chi nel 12 fece più opera che e' ritornassino in Firenze[802] che lo Arcivescovo de' Pazi, la casa del quale e 'l fratello e gl'altri suoi propinqui furono tanto bactuti da loro? Chi più che Antonio Francesco delli Albizi, el padre del quale fu el primo, nel 94, che corse in piaza armato, e abbassò le arme contro al Cardinale, che fu poi papa Leone? Chi erono tenuti nel principio più amici de' Medici che Baccio Valori, Antonio Francesco e Filippo Strozi? E nel 37, tornando contro a quegli, rimasero presi e morti.
II
Lo exemplo di Filippo è contro a sè medesimo, perchè credendo stabilirsi con modi sì impii e crudeli, el regno, tramutando e popoli, come e' dice, a uso di mandrie, non potè evitare che e' non vi surgessi[803] uno puledro,[804] che havessi ardire di ammazarlo nel mezo de' suoi satelliti e partigiani, che egli haveva con tanta ruina e damno degli altri arrichiti e honorati. Nè Attalo, uno de' primi suoi favoriti e capitani, potè difenderlo, anzi per havergli, come a amico, troppo compiaciuto, fu causa della sua morte: rivoltando lo offeso la vendetta della ingiuria contro a quello che ingiustamente la haveva disprezata in cambio di punirla. E sarebbe quello imperio finito insieme colla sua vita, benchè e' credessi haverlo con tanto sangue e ruina stabilito, se e' non havessi riscontro la virtù et el valore di Alexandro suo figliuolo, che lo tenne fermo, chè benchè e' fussi poi con tante vittorie e fortuna accresciuto in uno tracto (di che si può giudicare quegli ordini che egli lauda tanto), doppo la morte sua si divise in più parte e roppe. Nè le parole che egli allega di David, extorcendole al suo senso, non contradicono che non vedessi la rebellione di Absalon suo figliuolo,[805] col quale (se e' si potessi sapere e particulari di quegli tempi, si conoscerebbe) si congiunse contro a di lui di molti di quegli esurienti, che egli haveva ripieno di beni, insino a Architufel, uno de' suoi primi consiglieri, in tanto gran....[806] lui lo abbandonò; al quale se Absalon havessi dato fede, Architufel gli harebbe tolto el regno. E Salamone, non solamente per gli ordini di David pacificamente lo mantenne, ma per la sua tanta prudentia, che ammiravono gli huomini, nè dovea lasciare nascere particulare alcuno di disordine, o nato, subito ricorreggerlo. Non si mantenne poi doppo la morte, ancora che vi fussino quegli ordini e di David e di Salamone, ma perchè non trovò quello regno successori della loro virtù.
Non fermò lo imperio di Ottaviano la scelerata proscriptione del Triumvirato, alla quale conspirorono, non tanto per credere essere necessaria a dare principio alla loro monarchia, quanto per odio di vendicarsi e satiare le loro passioni. Però cedè a Ottaviano Marcantonio la morte del suo zio, perchè egli gli cedessi Cicerone, e in sino per compiacere a Fulvia sua donna, ne proscrisse, e chi per havere le richeze, e chi per una sadisfatione e chi per una altra, non tucti per conto dello stabilire lo Stato; ma si valsono bene di quella occasione, e sobto quello pretesto. Non fermò però questo che intra loro non si rompessino, che gli exerciti non si dividessino, adherendo chi a l'uno, chi allo altro. Nè mancò chi seguitassi la factione pompeiana, e di nuovo tucto el mondo si riempiecte di arme. Ma la fortuna di Octavio e la sua virtù superorono tucti gli obstacoli e tucte le difficultà: et el mondo stracco da tanti travagli per qualche tempo si quietò, anzi quando Roma cominciò ad venire al sangue, andò sempre multiplicando e suoi disordini, tanto che doppo la rovina degl'altri, rovinò se medesima, et quando Roma doveva per la experientia havere magiori ordini, haveva più riputatione, più imperio, più arme, più exerciti, più denari, la fecie maggiori pazie e maggiori disordini, perchè le legge non potevono quietare nè fermare quegli sì ambitiosi, e che havevono le arme in mano. Ma quando gli huomini erono buoni, e sobto e Re, sobto i Consoli, sobto e Decemviri, sobto e Tribuni militari, sempre andorono migliorando e crescendo; ma quando e' cominciorno a diventare di altra natura, non poterono tenere fermi nè gli ordini che gli havevono imparati, nè....[807], nè le legge, nè la reputatione, nè gli exerciti, nè le richeze, nè lo imperio, che doppo la rovina degli altri e' non rovinassino loro.
DOCUMENTO XXIV. (Pag. 437)
Annotazioni autografe di Cristina di Svezia ad una traduzione francese del Principe di Niccolò Machiavelli.[808]
Les maximes qu'il debite,[809] sont, pour la pluspart absolument nécessaires aux Princes, qui, au dire du Grand-Cosme de Médicis, ne peuvent pas toujours gouverner leurs Etats avec le chapelet en main (Préface) [Sen doute.].[810]
Il faut suposer, dit Wicquefort dans son Ambassadeur, qu'il dit presque par tout ce que les Princes font, et non ce qu'ils devroient faire [Vicquefort se trompe. Machiavel n'a dit ni ce qu'il font ny ce qu'ils devroi faire, mais il a dit ce qu'ils voudroit faire. — Plusieurs prince on envi d'estre contraints qui le sont moins qu'il ne pense.]. C'est donc condanner ce que les Princes font que de condanner ce que Machiavel dit, s'il est vrai, qu'il die ce qu'ils font, ou, pour parler plus juste, ce qu'il sont quelquefois contraints de faire (Ivi).
L'homme, dit-il dans le Chapitre 15 de son Prince, qui voudra faire profession d'être parfaitement bon, parmi tant d'autres, qui ne le sont pas, ne manquera jamais de périr. [Qu'importe.] C'est donc une nécessité, que le Prince, qui veut se maintenir, aprenne à pouvoir n'être pas bon, quand il ne le faut pas être. Et dans son Chapitre 18, après avoir dit, que le Prince ne doit pas tenir sa parole, lors qu'elle fait tort à son intérest il avoüe franchement, que ce précepte ne seroit pas bon à donner, si tous les hommes étoient bons mais qu'étant tous méchans et trompeurs, il est de la sûreté du Prince de le savoir être aussi. Sans quoi il perdroit son Etat, et par conséquent sa réputation, étant impossible, que le Prince, qui a perdu l'un, conserve l'autre (Ivi). [Estre bon quant il ne faut pas l'estre, est estre sot non pas bon. — Il ny a pas d'interest plus gran que cellui de tenir sa parole. — Cela suffit pour ne s'y fier pas, mais ne justifie pas ceux qui sont comme le reste mechans et trompeurs.]
Il n'est pas besoin, lui dit-il, que tu aies toutes les qualités que j'ai dites, mais seulement que tu paroisses les avoir. Tu dois paroitre clément, fidéle, afable, intégre et religieux: en sorte qu'à te voir et à t'entendre, l'on croie que tu n'es pas bonté, que fidélité, qu'integrité, que douceur et religion. Mais céte derniére qualité est celle, qu'il t'importe davantage d'avoir extérieurement (Ivi). [Maxime très sotte et très fause. — Ceux qui croy tromper les gens se trompe fort.]
Il ne dit nullement ce qu'on l'acuse de dire, qu'il ne faut point avoir de Religion [De superstition.]; mais seulement, que si le Prince n'en a point, comme il peut ariver quelquefois, il doit bien se garder de le montrer, la Religion étant le plus fort lien qu'il y ait entre lui et ses sujets; et le manque de Religion le plus juste, ou du moins le plus spécieux prétexte qu'ils puissent avoir de lui refuser l'obéissance. Or il vaut incomparablement mieux qu'un Prince soit hipocrite, que d'être manifestement impie (Ivi). [Cela n'est pas si ayse. — Il auroit raison de ne s'en vanter pas. — Cela n'est pas mal dit. — Il n'y a pas des plus grans impies que les hypocrites.]
Qu'un chacun voit ce que le Prince paroît être, mais que presque personne ne connoît ce qu'il est en éfet (Ivi). [On ne paroist pas longtemps ce qu'on n'est pas.]
D'ailleurs, il faut considerer, que Machiavel raisonne en tout comme politique, c'est-à-dire selon l'Intérest-d'Etat, qui commande aussi absolument aux Princes que les Princes à leurs sujets: jusque la même, que les Princes, au dire d'un habile Ministre de ce siècle, aiment mieux blesser leur conscience que leur Etat. Et c'est tout ce que Juste-Lipse.... trouve à redire à la doctrine de Machiavel, dont il avoüe franchement, qu'il fait plus de cas, que de tous les autres Politiques modernes (Ivi). [Il faut le connoistre. — Cela est presque tousiour vrai. — Il avoit raison.]
Machiavelli ingenium non contemno, acre, subtile, igneum. Sed nimis saepe deflexit et.... aberravit a regia via (Parole di G. Lipsio, riportate in nota). [Que cela est bien dit.]
Ce qu'il[811] se fût bien gardé de dire, s'il eût tant-soit-peu soupçonné Machiavel d'impieté ou d'atéisme (Préface). [On n'en jurerai pas.]
Machiavel.... n'eût jamais osé dedier son Prince à Laurent de Medicis, du vivant du Pape Léon X son oncle, si c'eût été un livre impie (Ivi). [On n'estoit pas si scrupuleux en ce temps là.]
Il loüe les Ordres de S. François et de S. Dominique, comme les restaurateurs de la religion chretienne (Ivi). [Il n'en a pas dit tout ce qu'il en a pensé.]
Il faut interpréter plus équitablement qu'on ne fait de certaines maximes-d'Etat, dont la pratique est devenüe presque absolument nécessaire, à cause de la méchanceté, et de la perfidie des hommes. Joint que les Princes se sont tellement rafinés, que celui qui voudroit aujourdhui procéder rondement envers ses voisins, en seroit bien-tôt la dupe (Ivi). [Il n'y a nulle necessité d'estre infame ni méchant. — On ne corrige pas les méchants en se rendent semblable a eux. — On n'est iamais la duppe si non quant on est infame ou mechant.]
Il fit[812] des actions, qu'un homme-de-bien n'oseroit jamais faire (Ivi). [Cet trop oser.]
Je n'ai rien trouvé chés moi, qui me fût si cher, que la connoissance des actions des grans-hommes, la quelle j'ai aquise par un long usage des afaires modernes, et par la lecture continuelle des anciennes (Nicolas Machiavel.... au Tres-Illustre Laurent de Médicis....). [Les deux escoles des grans hommes.]
J'ai été à l'école de l'adversité (Ivi). [Austre escole admirable.]
Que l'on m'impute point à présomption, si un homme de basse condition ose donner des leçons de gouvernement aux Princes. Car comme ceux, qui disseignent les païs, se métent embas dans une plaine, pour mieux découvrir la hauteur des montagnes, et la qualité des autres lieux élevés; et au contraire montent au sommet des montagnes, pour considérer la constitution des lieux bas; de même il faut être Prince, pour bien connoitre le caractère des peuples, et Populaire, pour bien savoir celui des Princes (Ivi).[813] [Cest le contraire. — Cela est faux.]
Je dis donc, qu'il est bien plus facile de conserver des Etats héréditaires, que des Etats nouvellement conquis. Parce qu'il sufit de ne point outrepasser l'ordre établi par ses ancêtres, et de s'acommoder aux tems. En sorte que si un Prince est médiocrement habile, il se maintiendra toujours dans son Etat, à moins qu'il n'y ait une force excessive qui l'en prive. Encore le recouvrera-t-il, quelque forte que soit l'usurpateur (Le Prince, chapitre II). [San doute. — Il ne suffit pas. — Il est difficil aux princes hereditaires d'estre depouillies. — Il a raison.]
Comme le Prince naturel a moins d'ocasions et de raisons d'ofenser ses sujets, il faut qu'il en soit plus aimé: et si des vices extraordinaires ne le font haïr, ils ont naturellement de l'inclination pour lui (Ivi). [On ne liait gere les vices des princes regnants. — Cela est vrai.]
Au dire de Tacite, il y a toujours moins d'inconvenient à garder le Prince que l'on a, qu'à en chercher un autre. Minore discrimine sumi Principem quam quaeri (Ivi, in nota). [Je pense qu'il a raison.]
Toute mutation d'Etat laisse toujours de quoi en faire d'autres (Chapitre II). — Car au dire de Paterculus, l'on enchérit toujours sur les premiers éxemples. Non enim ibi consistunt exempla unde coeperunt, etc. (Ivi, in nota). [Cela arrive par la faute des princes.]
Les hommes changent volontiers de Prince, dans l'espérance d'en trouver un meilleur (Chap. III). [Les hommes changent touiour ce quils ne trouve presque iamais.]
An Neronem extremum dominorum putatis? Idem crediderant qui Tiberio, qui Caio superstites fuerunt: cum interim intestabilior et saevior exortus est (Ivi, in nota). [Il est dificil d'avoir un pire que le present.]
Ferenda Regum ingenia, neque usui erebras mutationes (Ivi, in nota). [Pourveu quil ne se rendent pas insuportables.]
Se miminisse temporum quibus natus sit:... bonos Imperatores voto expetere, qualescumque tolerare. — Paroles, que Machiavel a raison d'apeller sentence d'or (Ivi, in nota). [Il a raison.]
Quiconque les voudroit conserver, après les avoir aquises,[814] il faudroit faire deux choses. L'une, extirper toute la race de leur ancien Prince. L'autre, ne point changer leurs loix, ni augmenter les tailles (Chap. III). [Tout cela nest pas mal remarqué.]
Les colonies coûtent peu au Prince, qui d'ailleurs n'offense que ceux, à qui il ôte les terres et les maisons, pour les donner aux nouveaux habitans. Outre que ceux, qu'il ofense, ne faisant qu'une tres-petite partie de l'Etat, et restant pauvres et dispersés, ils ne lui peuvent jamais nuire (Ivi). [Il faut craindre ceux qui n'ont rien a perdre s'ils on du coeur.]
Je conclus que les colonies, outre qu'elles ne coûtent rien, sont plus fidéles et ofensent moins: et que les ofensés étant pauvre et dispersés, il ne sauroient nuire (Ivi). [Tout ceci ne seroit pas sot, sil n'estoit impie.]
Mais si au lieu de colonies, on emploie de la milice, la dépense est bien plus grande, et consume tous les revenus de cet Etat en garnisons (Ivi). [Il n'a pas trop de tort.]
Et ce sont là ceux, qui lui peuvent nuire devantage, comme étant ennemis domestiques (Ivi). [Les ennemis domestiques son san doutte les plus dangereux.]
Le Prince, qui aquert une province, qui a des coûtumes diférentes de celles de son Etat, doit encore se faire chef et protecteur des voisins moins puissans, et s'étudier à afoiblir les plus puissans [Tout cela n'est pas sot, et i'en conois qui se sont bien trouvé pour l'avoir pratiqué.]: et sur tout empêcher absolument, qu'il n'entre dans céte Province quelque étranger aussi puissant que lui. Car il arive toujours, qu'il y en est mis quelqu'un par les mécontens de la Province, soit par ambition ou par peur. [Le mond n'est plus fait de la sorte.] Tèmoin les Romains, qui furent introduits dans la Grèce par les Etoliens, et qui, par tout ou ils mirent le piè, y furent toujours apellés par les Provinciaux (Ivi). [Comme les Suedois en Allemange.]
Aussi tôt qu'un étranger puissant entre dans une Provincie, tous ceux de la Provincie, qui sont moins puissans s'unissent volontier avec lui, par un motif de haine contre celui, qui étoit plus puissant qu'eux. [Cela arriva a la Suede en Alemagne.] Tout ce dont il a à se garder, est, qu'ils ne deviennent trop forts, et qu'ils ne prennent trop d'autorité. [Cela ne manque iamais.] Et, pour cet éfet, il doit emploier ses propres forces et les leurs à abaisser ceux qui sont puissans, pour demeurer, lui seul, arbitre de toute la Province. [Cela ce fait assé. Il a raison.] Et quiconque ne saura pas méttre cela en oeuvre, perdra bien tôt ce qu'il aura aquis, et n'aura point de repos tant qu'il le gardera (Ivi). [Nous austre Suedois savons bien pratique ausi.]
Les Romains firent ce que doivent faire tous les Princes sages, qui ont à pourvoir, non seulement aux maux présens, mais encore aux maux à venir. [Il a raison.] Car en les prévoiant de loin, il est aisé d'y remédier; au lieu que si l'on atend, qu'ils soient proches, le reméde n'est plus à tems, dautant que la maladie est devenüe incurable. Les médecins disent, que la fièvre étique est facile à guérir, et dificile à connoître [Comparaison admirable.]: au lieu que dans la suite du tems, elle devient facile à connoître et dificile à guérir, quand elle n'a pas été connüe, ni traitée dans son commencement. Il en est de même des afaires d'Etat. Si l'on connoit de loin les maux qui se forment (ce qui n'apartient qu'à l'homme prudent), on les guérit bien-tôt. [Tout consiste en ce prevoiance.] Mais si, faute de les avoir connus, ils viennent à croitre à un point qu'un chacun le connoisse il n'y a plus de reméde. Comme les Romains prévoioient de loin les inconvéniens, ils y remédiérent toujours si à propos, qu'ils n'eurent jamais besoin d'esquiver la guerre, sachant, que de la diférer, ce n'est point l'éviter, mais plutôt procurer l'avantage d'autrui. [Ce sont des verités qui ne suffre point de contradition.] Ils la firent donc à Filippes et à Antiocus en Grece, pour n'avoir pas à la faire avec eux en Italie. [Que ceci est beau et vrai.] Et quoiqu'ils pussent alors éviter l'une et l'autre guerre, ils ne le voulurent pas. Contraires en cela aux sages modernes, qui disent à tous propos, qu'il faut joüir du bien fait du tems: au lieu qu'eux aimaient mieux éxercer leur valeur et leur prudence. Car le tems aporte du changement à toutes choses, et peut amener le bien comme le mal, et le mal comme le bien (Ivi). [Voila la politique roiale et la seulle solide. — Verité incontestables.]
Loüis fut introduit en Italie par l'ambition des Vénitiens, qui vouloient, par ce moien, gagner la moitié de la Lombardie (Ivi). [Ie pense qu'ils on la mesme envie.]
Et ce fut alors que les Vénitiens purent s'apercevoir de la folie qu'ils avoient faite de rendre Loüis le maitre de deux tiers de l'Italie, pour aquerir seulement des villes en Lombardie (Ivi). [Elle estoit grande sen doutte.]
Aiant à craindre, les uns, le Pape, et les autres, Venise (Ivi). [Qui craint aujour d'hui le P. P.]
Il fit le contraire,...[815] sans s'apercevoir qu'il s'afoiblissoit lui même en perdant ses amis, et ceux qui s'étoient jétés entre ses bras; et qu'il agrandissoit le Pape, en lui laissant aquérir tant de temporel, avec le spirituel, qui rend déjà son autorité si grande (Ivi). [On corrige a present cette faute en France.]
Pour métre fin à l'ambition d'Aléxandre..., il falut, qu'il passât en Italie (Ivi). [Brave P. P.]
Pendant qu'il pouvoit laisser à Naples un Roi tributaire, il l'en chassa pour y en métre un, qui le pût chasser lui même (Ivi). [Ce roy tributaire auroit fait de mesme.]
Toutes les fois que les hommes peuvent s'agrandir, ils en sont loüés, ou du moins ils n'en sont pas blamés. [Cela est constant.] Mais quand ils ont le desir d'aquerir, sans en avoir les forces, c'est là qu'est l'erreur, et qu'ils sont dignes de blâme. [De mesme.] Si donc la France pouvoit ataquer Naples avec ses forces, elle le devoit faire, et si elle ne le pouvoit pas, elle ne devoit point partager ce Roiaume (Ivi). [Cela est bien remarqué.]
On ne doit jamais laisser ariver un désordre, pour fuir une guerre, parce qu'en éfet on ne la fait point, mais on la difére à son dommage (Ivi). [Maxime admirable.]
Ce Cardinal me disant que les Italiens n'entendoient rien au métier de la guerre, je lui répondis, qu'il paroissoit bien, que les François n'entendoient rien aux afaires-d'Etat, eux qui lassoient prendre un si grand accroissement au Pape (Ivi). [Il ne feront plus cette faute.]
L'expérience a montré que c'est la France, qui a fait le Pape et le Roi d'Espagne si puissans en Italie, et que ce sont eux, qui l'y ont ruinée. D'où je tire une conclusion générale, presque infaillible, que le Prince qui en rend un autre puissant se perd lui même (Ivi). [Cependant un prince catolique ne peut iamais devenir gran, si non en agrandissant l'Eglise avec lui.]
Alexandre-le-Grand étant devenu maitre de l'Asie en peu d'années (Chap. IV). [6 annés.]
Tous les Etats.... se trouvent gouvernés en deux manières diférentes, ou par un Prince absolu..., ou par un Prince et par les Grans du païs, qui ont part au Gouvernement (Ivi). [Ces grans son des chimeres.]
Ces Grans ont des Etats et des sujets particuliers, qui les reconnoissent pour leurs vrais Seigneurs, et ont une afection naturelle pour eux. Dans les Etats qui sont gouvernés par le Prince seul, le Prince a plus d'autorité, parce qu'il n'y a que lui dans toute l'étendue de son païs, qui soit reconnu pour maitre (Ivi). [Ces sorte d'estats son un espece des gallimations comme l'Allemange. — L'estats qui sont governes par un prince seul sont monarchiques et meillieur des gouvernements.]
Céte diférence de Gouvernement se voit aujourdhui entre la Turquie et la France. La Turquie est gouvernée par un seul Seigneur, tous les autres sont des Esclaves.... Au contraire la France a une multitude d'anciens Seigneurs, qui ont leur propres sujets et en sont aimés. Et le Roi ne leur sauroit ôter leurs prééminences sans risquer beaucoup. [Cette difference n'y est plus entre la Turquie et la France. Le gouvernement de la France est cellui de la Turchie, mais en miniature. — Il en verra à bout.] A bien considérer ces deux Etats, on verra, qu'il est trés-dificile d'aquerir celui du Turc, mais aussi qu'il seroit tres-facile de le conserver quand on l'auroit conquis. [La primière difficultè est grande, mais la seconde ne l'est gere moins.] Les dificultés de le conquérir consistent en ce que le conquérant ne sauroit être apellé par les Grans de l'Etat, ni espérer que la révolte de ceux qui sont dans le Ministère, lui facilite jamais la conquête (Ivi). [Il y en a d'austres difficultés qui ne son pas moindres.]
Ainsi quiconque veut ataquer les Turcs, doit s'atendre à les trouver unis, et plus espérer de ses propres forces que de leurs désordres. Mais si une fois ils étoient si bien défaits dans une bataille, qu'ils ne pussent remétre une armée sur pié, il n'y auroit plus rien à craindre que du coté de la famille du Prince, qu'il faudroit exterminer (Ivi). [Cela s'appel parler en grandt homme, et ie m'i suscris à son sentiment. — Cela n'arrivera pas aysement. — Je doutte si l'empire du monde vaut un tel prix.]
Il en est tout autrement des Etats gouvernés comme la France. [Cela est changée.] Il est aisé d'y entrer, en gagnant quelque Grand du Roiaume, parce qu'il se trouve toujours des mécontens et des broüillons. Ceux-la, dis-je, pour les raisons aléguées, te peuvent bien fraier le chemins à cet Etat, et t'en faciliter la conquête, mais tu trouves mille dificultés à le conserver (Ivi). [Je tiens la France ayse à conquerir et pas difficile à conserver, n'en depaise a gran politique.]
Il ne te sufit pas d'exterminer la race du Prince, parce que les Grans qui restent se font chefs de parti; [Ce seroit un grandt ouvrage.] et faute de les pouvoir contenter ou exterminer tous, tu perds cet Etat à la première occasion (Ivi). [L'un et l'austre sont impraticables.]
Pour les Etats gouvernés comme la France, il est impossible de les posseder si paisiblement. Têmoin les fréquentes revoltes des Espagnes, des Gaules et de la Gréce contre les Romains, qui venoient toutes de ce qu il y avoit quantités des Principautés dans ces Etats (Ivi). [Qui voudroit establir sa demeure en France apres l'avoir conquis, en viendroit aisement à bout.]
Tout cela bien considéré, l'on ne s'étonnera point de la facilité qu'eut Aléxandre à conserver l'Asie (Ivi). [On fai icy tort a nostre Alexandre.]
Si l'Etat conquis est acoutumé à la liberté et à ses loix, il y a trois moiens de la conserver. Le premier est de le ruiner. Le second, d'y aler demeurer. Le troisième, de lui laisser ses propres loix, à condition de paier un tribut (Chap. V). [Tout ces maximes ne sont pas infalibles.]
Le meilleur moien de conserver celles[816] qu'on a conquises est de les ruiner, etc. (Ivi). [C'est le pire et le plus cruel.]
Quand ce sont des Villes ou des Provinces acoutumées à vivre sous un Prince, et qu'il ne reste plus personne de son sang, comme d'un coté elles sont faites à obéir, et que de l'autre la maison de l'ancien Prince est éteinte, elles ne s'acordent pas entre elles à en faire un autre (Ivi). [Les nations acoutusmes à la monarchie ne peuve s'accommoder d'austre forme de gouvernement.]
Les Républiques ont plus de vie..., et le souvenir de l'ancienne liberté n'y sauroit mourir (Ivi). [Tout meurt en ce monde.]
Comme l'on ne peut pas tenir entiérement la même route, ni même ariver toujours à la perfection de ceux, que l'on imite, l'homme prudent doit toujours suivre les traces des plus excellents personages, afin que s'il ne les égale pas, ses actions aient du moins quelque ressemblance aux leurs, [La lesson est tres bonne.] faisant comme les bons tireurs, qui trouvant que le but est trop éloigné, et connoissant la vraie portée de leur arc, visent beaucoup plus haut, que n'est le but,... pour pouvoir frapper au but en le mirant ainsi. [Belle comparaison.] Je dis donc que le principautés nouvelles, et qui ont un nouveau Prince, sont plus ou moins dificiles à conserver, selon que ce Prince est plus ou moins habile. Or comme de particulier d'être devenu Prince, c'est une marque de valeur ou de bonheur, il semble, que l'un ou l'autre aide à surmonter beaucoup de dificultés (Chap. VI). [C'est en quoi consiste tout. — Pas tousiour. — C'est quelque fois le plus grandes malheurs.]
Celui qui s'est le moins fié à la fortune, s'est toujours maintenu plus longtems, [Il faut ny se fier ni desperer de la fortune.] et cela est encore plus facile a celui, qui, faute d'avoir d'autres Etats, est contraint d'aler demeurer dans sa nouvelle Principauté (Ivi). [Ce n'est pas un gran malheur qu'une telle contrainte.]
Et bien qu'il ne faille rien dire de Moïse, qui n'a fait qu'exécuter les choses que Dieu lui avait ordonnées, si est-ce qu'il merite d'être admiré, [Il merite sen doute l'admiration.] pour céte seule grace, qui le rendoit digne de parler avec Dieu. Mais pour Cirus et les autres, qui ont aquis ou fondé des Roiaumes, tout en est admirable. Et si l'on considére leurs actions, et leurs institutions particuliéres, elles se trouveront peu diférentes de celles de Moïse, qui avoit eu un si grand précepteur. [Tout est de Dieu, de quelque point qu'il vienne.] Et à bien examiner leur vie, il se verra que la fortune ne leur avoit fourni que l'ocasion, qui leur donna lieu d'ètablir la forme de Gouvernement qu'ils jugérent à propos. Et faute d'ocasion leur valeur eût été sans fruit, et faute de valeur l'occasion se fut perdüe (Ivi). [Que cecy est dit divinement.]
Il n'y a point d'entreprise plus dificile, plus douteuse, ni plus dangereuse, que celle de vouloir introduire de nouvelles loix. [Cela est vrai.] Parce que l'auteur a pour ennemis tous ceux, qui se trouvent bien des anciennes, et pour tiédes défenseurs ceux même à qui les nouvelles tourneraient à profit. [Que tout ceci est bien dit.] Et céte tiédeur vient en partie de la peur qu'ils ont de leurs adversaires,... en partie de l'incredulité des hommes qui n'ont jamais bonne opinion des nouveaux établissemens, qu'après en avoir fait une longue expérience (Ivi). [Il on quelque raison.]
Il est besoin.... de voir, si ces législateurs se soutiennent d'eux mémes, où s'ils dépendent d'autrui, c'est-à-dire, si pour conduire leur entreprise, il faut qu'ils prient, et en ce cas ils échoüent toujours; ou s'il peuvent se faire obéir par force, et pour lors ils ne manquent presque jamais de réüssir. De là vient, que tous le Princes que j'ai nommés, ont vaincu aiant les armes à la main, et ont péri étant désarmés (Ivi). [Ha que cela est bien dit. — La force est l'unique segret de faire tout reusir. — S'est l'unique segret.]
Il est aisé de leur persuader[817] une chose, mais il est dificile de les entretenir dans céte persuasion. Il faut donc métre si bon ordre, que lors qu'ils ne croient plus, on leur puisse faire croire par force. [On ne peut faire croire les gens par force, mais on peut les forcer d'en faire le semblent, et c'est asse.] Moïse, Cirus, Tesée et Romulus, n'eussent jamais pû faire observer longtems leurs loix, s'ils eussent été désarmés (Ivi). [C'est là le gran miracle de la religion christienne.]
Quiconque lira la Bible de sens rassis, dit Machiavel.... verra que Moïse, pour rendre ses loix inviolables, fut forcé de faire mourir une infinité d'hommes qui par envie s'oposaient à ses desseins (Ivi, in nota). [C'estoit un malheur.]
Moise.... dit ces paroles: Et occidat unusquisque fratrem et amicum et proximum suum (Nella stessa nota). [Que terrible commandement.]
Ces sortes de gens rencontrent d'abord de grans obstacles, et même de grans dangers sur leur route, et il leur faut un grand courage pour les surmonter. [Tout cela est infalible.] Mais aussi, quand ils l'ont fait, et qu'ils commencent d'être en vénération par la mort de leurs envieux, ils deviennent puissans, hureux et respectés (Chap. VI). [Il faut savoir thrionfer de l'envie sen faire mourir les envieux. Ce seroit leur faire trop d'honeur.]
A ces grans éxemples, j'en veux ajouter un moindre.... C'est celui d'Hiéron, qui de particulier devint Prince de Siracuse, sans en devoir autre chose à la Fortune que l'occasion (Ivi). [Cet lui devoir beaucoup.]
Les écrivains, qui ont parlé de lui,[818] disent que, dans sa fortune privée, il ne lui manquoit rien pour regner qu'un Roiaume (Ivi). [Cet un gran et beau defaux.]
Il quita ses anciens amis, et en fit de nouveaux, [Ce de quoi ie ne le louerai pas.] et aprés qu'il se fut fait des amis et des soldats entiérement dévoués à lui, il lui fut aisé de batir sur ces fondemens. Si bien qu'il eut beaucoup de peine à aquérir, mais peu à conserver (Ivi). [Il est bien fait de faire des nouveaux amis sen faire tort aux anciens. — C'est la dificulté.]
Comme ceux qui de particuliers deviennent Princes seulement par bonheur, ont peu de peine à le devenir, ils en ont beaucoup à se maintenir.... Or ces Princes sont ceux à qui un Etat est donné, [On peut pour la gloire donner les Estats, mais on les donne guere pour sa seureté, et cest y pourvoir que de le donner.] ou pour de l'argent ou en pure grace, tels qu'étoient ceux que fit Darius pour sa sûreté et pour sa gloire, en divers endroits de la Gréce et de l'Hellespont; et ces Empereurs, qui de particuliers parvenoient à l'Empire par la faveur des soldats corrompus. [Ils n'estoit pas touiour corrompus.] Ceux-cy ne se maintiennent que par la volonté et la fortune de ceux qui les ont agrandis. [Cela n'est pas seur.] Or ce sont deux choses très-sujètes à changement (Chap. VII).
Si ce n'est pas un homme de grand esprit, comment saura-t-il commander, aiant toujours vécu dans une fortune privée (Ivi). [Il est san doutte asse difficile.]
Il en est des Etats, qui naissent tout à coup, comme de toutes les autres choses, qui naissent et qui croissent subitament. Ils ne peuvent avoir de si fortes racines.... que la première adversité ne les ruine, [Tout cela est vrai.] si ceux, qui sont devenus subitement Princes, de la maniére que j'ai dit, ne sont assés habiles, pour trouver d'abord les moiens de conserver ce que la fortune leur a mis entre les mains (Ivi). [Il vaut mieux dire asse heureux. On est touiour habile pourveu qu'on soit heureux.]
Je veux raporter deux éxemples.... L'un est de François Sforce, qui d'homme privé devint Duc de Milan par sa grande habiléte, et conserva sans peine, ce qui lui en avoit tant couté à aquerir. [Habilité et la fortune doivent est[re] d'accort ou on ne fait rien qui vallie.] L'autre est de César Borgia,... qui aquit un Etat par la fortune de son Pére, et le perdit aussi tôt que son Pére fut mort, quoiqu'il eût fait tout ce qu'un homme habile et prudent devoit faire pour s'enraciner dans un Etat, qu'il tenoit de la fortune d'autrui. [Cet exemple prouve ce qui a esté dit icy desus.] Car celui, qui n'a pas jeté les fondemens, avant que d'être Prince, y peut supléer par une grande adresse, aprés l'être devenu (Ivi). [Sans la fortune on ne fait rien qui vallie.]
Il jugea[819] si bien des intentions de la France, qu'il résolut de ne plus dépendre de la Fortune, ni des armes d'autrui (Ivi). [Ce l'unique parti que doit prendre tout homme qui a de l'esprit et du coeur.]
Mais aprés qu'il eut rétabli ses afaires, bien loin de se fier, ni à eux, ni aux autres étrangers, à la discrétion de qui il ne vouloit plus être, il mit tout son esprit à les tromper (Ivi). [Le parti qu'il prist estoit scelerat. Il y a des voyes plus nobles et plus seures pour venir à bout de se passer d'autrui.]
Nec unquam satis fida potentia ubi nimia est, dit Tacite (Ivi, in nota). [Nunquam fida nisi nimia.]
Il[820] s'avisa un matin de faire pourfendre Remiro, et de faire exposer sur la place de Cesene les piéces de son corps,... [Action indigne.] pour montrer au peuple que les cruautés commises ne venoient point de lui, mais du naturel violent de son ministre. Ce qui en éfet surprit, et contenta tout ensemble les esprits (Chap. VII). [Meschante maxime, de contenter le peuple par le sacrifice des ministres.]
C'est l'ordinaire des Princes de sacrifier tôt ou tard les instruments de leur cruauté (Ivi, in nota). [Mechante maxime.]
Comme il avoit à craindre, qu'un nouveau Pape ne voulût lui ôter ce qu'Alexandre lui avoit donné, il tâcha d'y obvier par quatre moiens: 1. En exterminant toute la race des Seigneurs, qu'il avoit dépouillés...; 4. En se rendant si grand Seigneur avant que le Pape mourût, qu'il pût de lui même résister à un premier assaut (Chap. VII). [Le dernier estoit le plus seur.]
Il y a du danger à laisser la vie à ceux que l'on a dépouillés. Periculum ex misericordia... (Ivi, in nota). [Cette hydre ne s'esteint iamais.]
Et si cela eût réussi, comme il fût arivé sans doute l'année même qu'Alexandre mourut, il devenoit si puissant et si acrédité, qu'il eût pû se soutenir lui même, sans dépendre nullement d'autrui (Chap. VII). [C'est l'unique segret; quant il ne suffit pas, rien ne suffit.]
Or il étoit si brave et si habile à connoitre, quand il faloit gagner ou ruiner les hommes; [Grandes qualités.] et les fondemens qu'il avoit jetés en si peu des tems étoient si bons, que, s'il eût été en santé ou qu'il n'eût pas eu deux puissantes armées à dos, il eût surmonter toutes les dificultés (Ivi). [Je n'en doute pas.]
Bien que les Baglioni, les Vitelli et les Ursins fussent venus à Rome, ils n'y purent rien faire contre lui, tout moribond qu'il étoit. Et s'il ne pût pas faire élire le Pape celui qu'il vouloit, du moins il fit exclure ceux qu'il ne vouloit pas (Ivi). [C'estoit bien assé pour un moribond.]
Tout cela bien considéré, je ne sai que reprendre dans le conduite du Duc (Ivi). [Sa mechanceté et sa cruautè: tout le reste estoit admirable.]
Aiant un grand courage et de grans desseins, il ne se pouroit pas gouverner autrement. Car ses projets n'ont échoüé que par sa maladie et par la briéveté du Pontificat d'Aléxandre. [Il n'y a poin de grandeur ny de fortune qui merite d'estre achetè aux prix des crimes, et on n'est jamais ny grands ny heureux a ce prix. — Les méchants jouisse rarement de leur mechancete.] C'est pourquoi le nouveau Prince, qui veut s'assurer de ses ennemis, se faire des amis, vaincre par la force ou par la ruse, étre aimé et craint des peuples, respectè et obéi des soldats, se défaire de ceux qui peuvent ou qui doivent lui nuire, introduire de nouveaux usages, étre grave et sevére, magnanime et libéral, détruire une milice infidéle et en faire une à sa mode, entretenir l'amitié et l'estime des Princes...; [Tout cela se tait mieux par la vertu que par le crime.] celui là, dis-je, ne sauroit trouver dex éxemples plus récens que les actions du Valentinois. Tout ce qu'on lui peut reprocher est les mauvais choix qu'il fit en la personne de Jules II. [Machiavelli se trompe.] Car s'il ne pouvoit pas faire un Pape à sa mode, il étoit maitre de l'exclusion de tous ceux qu'il ne vouloit point. Or il ne devoit jamais consentir à l'éxaltation des Cardinaux, qu'il avoit ofensés, ou qui, devenant Papes, avoient lieu de le craindre (Ivi). [C'est sur tout dans l'election des Papes que Dieu se moque de la prudence humaine.]
Tant se trompent ceux, qui croient que les bienfaits nouveaux font oublier aux Grans les anciennes ofenses (Ivi, in nota). [Maxime veritable.]
Les bienfaits ne pénétrent jamais si avant que les injures, parce que la reconnaissance se fait à nos dépens, et la vangeance aux dépense des ceux que nous haïsson. [Conter sur la reconoissance des hommes cest conter sur un fon perdu.] Tanto proclivius est injuriae quam beneficio vicem exolvere, quia gratia oneri, ultio in quaestu habetur (Ivi). [Sentiment de ames basses.]
Agatoclés, sicilien,... fut scélérat dans tous les divers Etats de sa fortune, mais toujours homme de coeur et d'esprit (Chap. VIII). [On est rarement scelerat avec de l'esprit et du coeur.]
Véritablement, on ne peut pas dire, que ce soit vertu de tuer ses citoiens, de trahir ses amis, d'être sans foi, sans religion, sans humanité, moiens qui peuvent bien faire aquérir un Empire mais non une vraie gloire. [Cela est bien dit et tres veritable.] Mais si je considére l'intrépidité d'Agatoclés dans les dangers, et sa costance invincible dans les adversités, je ne vois pas qu'il doive être estimé inférieur à pas un de plus grans capitaines, quoique d'ailleurs il ne mérite pas de tenir rang parmi les grans hommes, vû ses cruautés horribles et mille autres crimes. [Tout est très bien dit.] On ne peut pas donc atribuer à la fortune, ni à la vertu des choses, qu'il a faites sans l'une et sans l'autre (Ivi). [Au contraire tout ces crimes n'enpecherent pas quil n'eust et de vertu et de la fortune. On ne fait rien sen eux.]
Il fit un féstin solennel[821] où il invita Fogliani et tous les premiers de la ville, puis à la fin du repas,... il ouvrit à dessin un entretien sérieux.... Et quand il vit son oncle et les autres conviés entrer en raisonnement, il se leva en sursaut.... [Mechante et indigne action.] et entra avec eux dans une chambre, où étoient cachés des soldats, qui les égorgèrent tous (Ivi).
Il eût eté aussi dificile de le détroner,[822] qu'Agatoclés, si au bout d'un an il ne se fut pas laissè tromper par le Valentinois, qui le prit avec les Ursins à Sinigaille, où il fut étranglé avec Oliverotto son maitre de guerre et de scélératesse (Ivi). [Quel horrer. — Dieu punit le mechant par le mechant.]
Je crois, que cela vient du bon ou mauvais usage, que l'on fait de la cruauté. [Cela n'est pas mal dit.] On la peut apeller bien emploiée, s'il est jamais permis de dire, qu'un mal est un bien, quand elle ne se fait qu'une fois, et encore par nécessité de se métre en sûreté; et qu'elle tourne enfin au bien des sujets. Elle est mal exercée, quand on l'augmente dans la suite du tems, au lieu de la faire entiérement cesser (Ivi). [Il y a sen doutte des maux qui ne se gerisse que par le sang et par le feu. En la politique comme dans la chirurgie les pitoiables chirugin ne guerisse pas les playes, il tuent les malades.]
L'usurpateur d'un Etat doit faire toutes ses cruautés à la fois, pour n'avoir pas à les recommencer tous les jours et pouvoir s'assurer et gagner les esprits par des bienfaits. [Tout ce qui se fait par timidité est mal fait.] Le Prince, qui fait autrement, par timidité, ou par mauvais conseil, est forcé de tenir toujours le couteau en main (Ivi).
Ainsi, le mal se doit faire tout à la fois, afin que ceux à qui on le fait, n'aient pas le temps de le savourer. [Il se trompe.] Au contraire, les bienfaits se doivent faire peu à peu, afin qu'on les savoure mieux. Enfin le Prince doit vivre de telle sort avec ses sujets, que nul accident, bon ou mauvais, ne le puisse faire varier. [Il faut se faire craindre et aimer, cet le seul segret.] Car quand la nécessité te presse, tu n'est plus à tems de te vanger, et le bien que tu fais, ne te sert de rien, parceque l'on ne t'en sait point de gré, persuadé que l'on est que tu y es forcé (Ivi). [Punir et recompenser bien, mais punir avec regret, et recompenser avec ioye. — On peut se venger touiour.]
Comme fit Auguste, qui posito Triumviri nomine, militem donis, populum annona, cunctos dulcedine otii pellexit.... et quae Triumviratu gesserat, abolevit (Ivi, in nota). [Les hommes oublie rarement les offence, mais ils oublie aysement les bienfaits.]
Lorsqu'un citoien devient Prince de sa patrie.... par la faveur des ses concitoiens, (ce qui se peut appeller principauté civile) pour y parvenir, il ne lui faut ni un mérite, ni un bonheur extraordinaire, mais seulement une finesse heureuse (Chap. IX). [Il se trompe.]
Au dire de Tacite, l'avarice et l'insolence sont les vices ordinaires des Grans. Avaritiam et arrogantiam praecipua validiorum vitia (Ivi, in nota). [L'arogance est plus tost les vices des malheureux, quant il on du coeur, les grans coeur ye son iamais insolens dans la bonne fortune.]
La Principauté est introduite par le peuple ou par les Grans (Chap. IX). [Souvent par tout les deux.]
On ne peut pas honnêtement, ni sans faire tort à autrui, contenter les Grans, mais bien le peuple, qui est plus reasonable que les Grans (Ivi). [On ne contente iamais les hommes. — C'est de quoi on peut doutter.]
Tôt au tard il faut toujours gagner l'afection du peuple, sans la quelle on ne sauroit être en sûreté (Ivi, in nota). [Il a raison.]
Le Prince ne se sauroit jamais assurer d'un peuple ennemi, aiant a faire à trop de têtes, au-lieu qu'y aiant peu de Grans il est facil d'en venir ci bout. [Il n ya pas d'austre segret que d'estre le plus fort et le plus alert.] Tout le pis qu'un Prince puisse atendre d'un peuple ennemi, est d'en être abandonné. Mais il n'a pas seulement cela à craindre des Grans, les aiant pour ennemis, mais encore qu'ils ne viennent fondre sur lui, dautant qu'aiant plus de pénétration d'esprit, ils anticipent toujours, pour se métre en sûreté, et cherchent à gagner l'afection de celui, qu'ils espérent qui vaincra. [Il ne raisonne pas trop mal.] Enfin, c'est une nécessité, que le Prince vive toujours avec le même peuple, mais non pas avec le mêmes Grans, lesquels il peut acréditer ou décréditer, conserver ou détruire, quand il lui plait (Chap. IX).
Ceux, qui s'atachent entiérement à la fortune du Prince, doivent être honorés et aimés, pourvu qu'il ne soient point gens de rapine. [Document tres utile.] Ceux qui ne s'obligent pas au Prince, le font manque de courage ou par finesse. [Le bon conseil n'est jamais timide.] Si c'est par crainte, c'est alors que tu te dois servir d'eux, et sur tout de ceux, qui sont de bon conseil, parceque tu t'en fais honneur dans la prospérité, et que tu n'as rien à craindre d'eux dans l'adversité. [Cela n'est pas mal dit.] Mais si c'est par ménagement, et par ambition, c'est signe, qu'ils pensent plus à eux qu'a toi (Ivi). [Quelque sot en douteroit.]
Un Valerius Flaccus Festus qui parloit en faveur de Vitellius, dans ses letres, et donnoit à Vespasien des avis secrets de ce qui se passoit, pour se faire un mérite auprès de l'un et de l'autre, et avoir toujours pour ami celui qui resteroit Empereur, devint justement suspect à tous les deux (Ivi, in nota). [Cette infame conduite se pratique plus que iamais. Mais elle a tousiour le mesme succes.]
Comme les hommes, quand ils reçoivent du bien de celui, de qui ils n'atendoient que du mal, en deviennent plus obligés à leur bienfaiteur, le Prince devient plus agréable au peuple que s'il tenoit de lui sa Principauté (Chap. IX). [Il faut estre generalement bien faisant a tout le monde et ne faire du mal que par une nécessité indispensable.]
Un Prince a besoin de l'amitié du peuple, faute de quoi il n'a point de ressource dans l'adversité (Ivi). [Mechante resource.]
Et que l'on ne m'objecte point le commun proverbe, qui dit, que de faire fond sur le peuple, c'est bâtir sur la boüe (Ivi). [Bien dit.]
L'afection du peuple, se perd aussi aisément qu'elle se gagne (Ivi, in nota). [Sentence d'or.]
Lors que c'est un Prince, qui sait commander, et qui ne manque point de coeur dans l'adversité, ni de ce qu'il faut pour entretenir l'esprit du peuple, il ne se trouvera jamais mal d'avoir fait fond sur son afection. [Grandes paroles et un beau raisonnement.] D'ordinaire, les Principautés civiles périclitent, quand il s'agit d'établir une domination absolüe. [Cela est sujet à con[di]tion, et n'est iamais vrai si non quant on est le plus fort et que l'on veillie l'estre.] Car ses Princes commandent par eux-mêmes, ou par des Magistrats. Si c'est par autrui, le danger est plus grand, dautant qu'ils dépendent de la volonté des citoiens (Chap. IX). [Il raison asse bien.]
L'afection du peuple, ajoute-t-il (Machiavel) se perd aussi aisement qu'elle se gagne (Ivi, in nota). [Sentence d'or.]
Et alors le Prince n'est plus à tems de se rendre maitre absolu, parcequ'il ne sait à qui se fier (Chap. IX). [Il faut ne se fier a soi mesme.]
Alors un chacun court, un chacun promet, un chacun veut mourir pour lui parce que la mort est éloignée (Ivi). [Belle parole.]
L'experience est d'autant-plus dangereuse, qu'on ne la peut faire qu'une fois. [Bonne maxime.] Ainsi, un Prince sage doit faire en sorte, que ses sujets aient besoin de lui en tout tems moiennant quoi il lui seront toujours fidèles (Ivi). [En ce monde on ne peut se passer les uns des autres. Il faut rarement se fie a personne, mais il faut souvent faire semblent de s'y fier.]
Il est bon d'éxaminer la qualité du Prince, c'est à dire, s'il a un si grand état, qu'il puisse de lui même se soutenir dans le besoin, ou bien, s'il ne sauroit se passer de I'assistence d'autrui (Chap. X). [Malheur a ceux qui on besoin d'autrui.]
Ceux-là peuvent se soutenir d'eux mêmes, qui ont assés d'hommes ou d'argent, pour métre une bonne armée sus pié, et donner bataille à qui que ce soit qui les vienne assaillir. [Il n'y a pas d'austre segret que celui là.] Au contraire ceux-là ont toujours besoin d'autrui, qui sont contraints de se tenir enfermés dans leurs villes, faute de pouvoir paroitre en campagne (Ivi). [Quan cela, on est perdu.]
Le villes d'Alemagne.... n'obéissent qu'à leur mode à l'Empereur, qu'elles ne craignent point, ni pas-un autre voisin puissant (Ivi). [Cela est fort changé.]
Comme elles ont toutes de fortes murailles, de grans fossés,... un chacun voit, que les siéges de ces villes seroit long et pénible (Ivi). [Elle son venales.]
Les choses du monde sont si sujétes au changement, qu'il est presque impossible de tenir, un an durant, le siége devant une place (Ivi). [Quelle place durera tant, si elle est attaqué comme il faut, sen estre secourue.]
C'est la coutume des hommes d'aimer autant pour le bien qu'ils font, que pour celui qu'ils reçoivent (Ivi). [Il n'a pas tort.]
Agricola renouvelloit tous les ans les garnisons et les munitions des places, afin qu'elles pussent soutenir un long siége (Ivi, in nota). [Il y a du pour et du contre.]
Il ne me reste plus à parler, que des Principautés Eclésiastiques, qui sont dificiles à aquerir, mais faciles à conserver, parcequ'elles sont apuiées sur de vieilles coutumes des religion, qui sont toutes si puissantes, que de quelque maniére qu'on se gouverne, l'on s'y maintient toujours. [Plus tan.] Il ri y a que ces Princes, qui ont un Etat, et qui ne le défendent point; qui ont des sujets, et qui ne les gouvernent point. [Tout les prince d'aujourdhui son ecclesiastiques a ce propos.] Il n'y a qu'eux, qui ne sons point depoüillés de leurs Etats, quoiqu'ils les laissent sans défense, et qui ont des sujets, qui n'ont ni la pensée, ni le pourvoir de s'aliéner d'eux. [Toutte l'Italie est dans cet estat, et un grande partie de l'Europe.] Ce sont donc là les seules Principautés assurées et hureuses. [Peut on [e]stre plus malheureux que le son le peuples de l'Estat ecclésiastique sous Inn. XI.] Mais comme elles sont régies et soutenües par des causes supérieures, où l'esprit humain ne sauroit ateindre, ce seroit présomption et témérité à moi d'en discourir. [Il a raison.] Néammoins, si quelqu'un me demande, d'où vient que l'Eglise est devenüe si puissante dans le temporel, qu'un roi de France en tremble aujourdhui, et qu'elle l'a pu chasser de l'Italie, et ruiner les Venitiens; [Ce temps est passé.] au lieu qu'avant le Pontificat d'Aléxandre, [On le feroit enco[re] il suffiroit de vouloir. — Alexandre VI estoit un gran Pape quoy que l'on dise.] non seulement le Potentats d'Italie, mais même les moindres barons et seigneurs Italiens la craignoient peu à l'egard du Temporel; il ne me paroit pas inutile de le remémorer.... Avant que Charles, Roi de France passât en Italie, céte province étoit sous l'empire du Pape, des Venitiens, du Roi de Naples, du Duc de Milan et des Florentins. Ces Potentats avoient deux principaux soucis, l'un d'empêcher, que les armes étrangères n'entrassent en Italie, l'autre, que pas-un d'eux ne s'agrandit davantage (Chap. XI). [A presen on ne craint plus ni le temporel ny le spirituel. — Trop de maistres. — Ce soins estoit bien fondé. — Celà ne se pouvoit à la longe.]
Pour humilier le Pape, l'on se servoit des barons Romains, qui étant partagés en deux factions, les Ursins et les Colonnes, [A present on ne se sert que de lui mesme.] avoient toujours les armes à la main, pour vanger leurs queréles, jusque sous les yeux du Pape, ce qui enervoit le Pontificat (Ivi). [Si Machiavel estoit vivant, que diroit il a present.]
Une dixaine d'années, que vivoit un Pape, sufisoit à peine, pour abaisser l'une des factions.... [Il raisonne bien.] Cela faisoit que les forces temporelles du Pape étoient méprisées en Italie. Il vint enfin un Alexandre VI, qui montra mieux que tous ses prédécesseurs ce qu'un Pape est capable de faire avec de l'argent ed des armes. Témoin tout ce que j'ai dit qu'il fit par le moien du Duc de Valentinois, et des François (Ivi). [On peut doutter s'il ont jamais ésté plus méprisés qu'a present. — Que ne peut faire un Pape, qui [a] du savoir faire avec de l'argent et des armes. — Il fist san doutte des grandes choses avec des instruments et moiens detestables.]
Jules, successeur d'Alexandre, trouvant.... un chemin ouvert aux moiens de tesauriser (de quoi nul Pape ne s'étoit encore avisé avant Aléxandre)..., [Je n'en croi rien.] non seulement il suivit ces traces, mais enchérissant même per dessus, il se mit en tête d'aquérir Bologne, de ruiner le Vénitiens, et de chasser les François de l'Italie. [Brave Pape.] Ce qui lui réüssit avec d'autant plus de gloire, qu'il fit tout cela, pour agrandir l'Eglise, et non pour avancer les siens. [Cet la le vray devoir des Papes.] Il laissa les Ursins et les Colonnes au même état qu'il les trouva, et bien qu'il y eût quelque sujet d'altération entre eux, néanmoins deux choses les retinret dans le devoir, l'une la grandeur de l'Eglise qui les abaissoit, l'autre de n'avoir point de Cardinaux de leur maison (Ivi). [C'est le segret.]
Ainsi, Léon X a trouvé le Pontificat à un très-haut degré de puissance: et il y a lieu d'espérer, que comme Aléxandre et Jules l'ont agrandi par les armes, il le rendra encore plus grand, et plus vénérable par sa bonté, et par mille autres bonnes qualités, dont il est doüé (Ivi). [C'est les segrets.]