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Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 3/8 cover

Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 3/8

Chapter 44: CAPITOLO SECONDO.
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About This Book

Il volume ricostruisce il ruolo di Roma nel primo medioevo, analizzando le relazioni tra il papato, l'impero carolingio e Bisanzio e il modo in cui la città riaffiora come centro spirituale e simbolo di universalità cristiana. L'autore esamina l'idea di una repubblica cristiana, la neutralità di Roma come asilo politico, la nascita del dominio temporale del pontefice sostenuto dai sovrani franchi e le tensioni tra idealità ecclesiastica e ambizioni mondane. Vengono esplorate inoltre le conseguenze istituzionali e culturali di questa nuova centralità sul futuro dell'autorità imperiale e sulla coesione delle nazioni cristiane.

CAPITOLO SECONDO.

§ 1. Leone VI e Stefano VII, papi. — Il figliuolo di Marozia sale alla cattedra pontificia con nome di Giovanni XI. — Ugo re. — Marozia gli offre mano di sposa a Roma. — Loro sponsali. — Il castel Sant’Angelo. — Rivoluzione in Roma. — Il giovine Alberico s’impadronisce del potere.

A Giovanni X succedettero due Papi, i quali non furono altro che ombre vane, creature entrambi, senza alcun dubbio, di Marozia or divenuta onnipossente, cui non era dato peranco di elevare alla cattedra di san Pietro il suo proprio figliuolo, avvegnaddio la giovinezza troppo acerba di questo lo impedisse. Leone VI, figlio di Cristoforo primicerio, fu papa soltanto per pochi mesi, in quello stesso tempo che il suo predecessore, deposto violentemente, languiva tuttavia in un carcere. Dopo di Leone, si innalzava alla sedia pontificale Stefano VII, anch’egli romano come l’altro. Quantunque tenesse il pontificato per più di due anni, fino al Febbrajo od al Marzo dell’anno 931, le opere di lui ci sono affatto ignote‍[372]; l’esistenza di questi due Papi andò perduta in un silenzio così profondo, che financo Liudprando, loro contemporaneo, sebbene d’alquanto più giovane, gli ebbe preteriti per modo tale, che a Giovanni X ei fa tosto susseguire Giovanni XI. Con questo Papa il potere di Marozia comincia a non aver più confine.

Giovanni XI era figlio di questa famosa donna romana, che si faceva appellare Senatrice e perfino Patrizia, avvegnachè ora ella fosse in fatto la dominatrice temporale della Città ed elettrice dei Papi: padre di lui reputavasi Sergio III, ma è cosa tuttavia incerta. Una femmina tiranneggiava adesso la Chiesa e Roma. Morto era allora il suo secondo marito, Guido di Tuscia, che senza dubbio i Romani avevano nominato Patrizio; però la dignità di margravio era toccata a Lamberto fratello di lui. Rimasta appena vedova, Marozia pensava a trovarsi un terzo marito, e i suoi desiderî, fatti sempre più audaci, si levavano fino ad Ugo re d’Italia. Lamberto, ch’era giovane ed aveva vigoria d’animo, rivolgeva i suoi intendimenti a grandi cose, laonde era cagione di pericolo a quel Principe: costui voleva sbarazzarsene e presto; perciò afferrava la mano che la Patrizia di Roma gli offeriva.

Ugo era maestro d’inganni e di astuzie: dissoluto, avaro, temerario, non si faceva coscienza di cosa alcuna, e coi modi più perfidi si studiava di ampliare il suo reame italico: egli raffigura al vivo la vera tempra di quell’età. In essa, Stato e Chiesa, così in Francia che in Italia, erano in balìa della dissoluzione più spaventosa, laddove la robusta Alemagna per buona ventura, non era tocca che lievemente di quel pestifero morbo romanesco, ed è per questa ragione che essa custodiva nel suo seno il principio della legge morale e del diritto, e le era riserbata la missione di rigenerare l’Impero di Carlo insieme colla Chiesa: tuttavolta i tempi non ne erano peranco maturi, e Italia doveva in prima piombare nell’estremo del decadimento. Se ci fosse concesso di soffermarci a lungo fuor dei limiti della storia di Roma, potremmo mostrare come quell’Ugo facesse traffico dei Vescovati e delle Abazie d’Italia, e li riempiesse di impudenti cortigiani, e sbrigliasse ogni licenza di desiderî, e soffocasse tutti i sensi di giustizia. Liudprando vescovo viveva allora in Pavia, ed era paggio alla corte di quel Re, di cui s’aveva guadagnato il favore col suono armonioso della sua voce; ivi era dove acquistava quelle tendenze d’ingegno frivolo e arguto, che in parte è impresso negli scritti suoi. Magnificò egli con lodi Ugo tiranno, sì come più tardi il Macchiavelli fece di Cesare Borgia un eroe; gratitudine, intendimento politico e ricordanze di quei suoi anni giovanili vissuti in vita cortigianesca influirono sul giudizio di lui: celebrò Ugo come principe prudente, coraggioso, liberale, favoreggiatore di preti e di scienze, e addirittura lo appellò filosofo. Certo è che quel Principe s’ornava di pregi fuor del comune; le sue dissolutezze ammantava con forme cavalleresche; molto trattava con Santi, ad esempio con Odone di Cluny; ma in pari tempo era il più audace libertino del suo tempo. Poco diverso da un Sultano, teneva con sè un aremme ben fornito; financo Liudprando, ai cui occhi tutte le donne parevano non esser altro che femmine da partito, ne lo doveva biasimare, ma, in mezzo alla censura, trovava di che spassarsi alla facezia del popolo, il quale alle favorite di Ugo dava nomi di dee; chè Pezola era appellata Venere, Rosa passava per Giunone, e la bella romana Stefania aveva nome di Semele. Ad ogni modo, innanzi ai delitti di Ugo, anche il Vescovo, che pur era privo di coscienza, non può far tacere ogni voce di verità, ed egli stesso narra che, per ottenere la mano di Marozia, il Re non si trattenne di vituperare la propria madre. Le leggi canoniche divietavano i maritaggi fra cognati come se fossero state nozze incestuose, e Marozia era stata moglie di Guido, fratello uterino di Ugo. Perciò questi andò affermando publicamente, che i tre figli di sua madre Berta erano stati suppositi nel parto: non giovò che Lamberto, secondo il costume di quel tempo, dimostrasse in duello l’origine sua legittima, e della prova uscisse vincitore; Ugo attirava un dì il fratello in un suo trabocchetto, lo faceva acciecare, lo cacciava in un carcere, e dava il margraviato di Toscana a Bosone fratel suo, nato dell’istesso padre. Tostochè s’era così liberato di Lamberto, andava egli a Roma per celebrare il suo matrimonio con Marozia, cui la morte di sua moglie Alda aveva lasciato libero il varco.

Marozia, di mariti non mai sazia, calpestò ogni riguardo religioso, chè censure o anatemi non poteva temere da un Papa che le era figliuolo‍[373]. Appena morto Guido, ella aveva spedito messaggi a Ugo, per offerirgli la sua mano di sposa e il possedimento di Roma, dove la podestà temporale non era più del Papa. Ella medesima non si sentiva ben forte nella signoria della Città; soltanto per breve ora una femmina poteva tenervi luogo potente coll’ajuto di uomini che erano suoi vassalli o zerbini, e doveva ben temere che i Romani, presto o tardi, risentendosi di loro onta, fossero per iscuotere il turpe giogo‍[374]. Alla sua sconfinata ambizione sorrideva il pensiero di cambiare il titolo di senatrice, ossia di patrizia, colla pompa di regina, e già le pareva di ornarsi della porpora d’imperatrice, chè il figliuolo di lei, Giovanni I, non avrebbe potuto rifiutarsi di porre la corona imperiale sul capo di colui che presto sarebbegli divenuto patrigno, ed era re d’Italia. Ugo non adescavano i vezzi di una beltà avvizzita, bensì le aspettazioni che gliene erano offerte, ed ei veniva a Roma per isposarsi a Marozia e per torre possesso del Patriziato, della Città e di tutto ciò che doveva conseguire da quel connubio. Gli avvenimenti che ora succedevano segnavano nella storia di Roma caratteri tutto nuovi; di repente e per la prima volta partorivano una tirannide, quale nei tempi antichi aveva oppresso le città di Grecia, o quale, nel più tardo medio evo, doveva gravare le spalle alle città d’Italia.

Nel Marzo dell’anno 932 Ugo giunse alla testa di un esercito: sia che seguisse l’esempio dei suoi predecessori o che obbedisse alle leggi di Roma, fece che le sue soldatesche ponessero campo fuori della Città; egli v’entrò con grande accompagnatura di cavalieri, circondato del clero e della nobiltà, che lo avevano salutato con omaggio degno di re. La fidanzata stava attendendolo ansiosamente, ma gli sponsali di quella femmina, maestra raffinata d’arti galanti, dovevano celebrarsi entro a un sepolcro: la sala delle nozze e la stanza nuziale erano apprestate con grande magnificenza in una tomba, quella di Adriano imperatore, il cui sarcofago di porfido riposava allora tuttavia nella camera sepolcrale. Al mondo non v’ha un secondo edificio, il quale possa vantare una storia fortunosa sì che superi ogni imaginativa, parimenti di quella del mausoleo di Adriano: nè esso l’ha peranco tutta fornita la sua storia; gli si spetta di continuarla ancora per un corso di secoli lunghi, i quali non saranno peraltro tanto tristi e oscuri come furono quelli del suo tempo passato. Da Onorio in poi, nella storia della Città ci avvenne di far cenno spesse volte di quel monumento; e di esso parlammo da ultimo, allorquando le brune cime delle sue moli furono inondate di luce alla visione celeste che parve innanzi agli occhi di Gregorio. Fin dal settimo secolo, a ricordanza di quel portento, s’era edificata una chiesa sul suo vertice sommo, e dedicata all’arcangelo Michele; dal suo luogo aveva avuto nome di S. Angeli usque ad coelos, «fino al cielo»‍[375]. Al tempo di Marozia era quasi caduto in oblio l’officio cui in origine aveva servito il castel Sant’Angelo; appellata dal popolo «casa di Teodorico», da secoli la tomba di Adriano serviva da fortezza munita, ed era la rocca più salda, anzi la sola, di Roma. Ella è perciò cosa mirabile, che Liudprando, il quale coi proprî occhi vide la mole di Adriano, la chiami fortezza addirittura, senza pur darle nome di Hadrianeum. Poichè Liudprando scriveva la storia degli eventi di allora, gli premeva di dare la descrizione del castello, sì come ne aveva preso cura Procopio, allorchè aveva narrato dell’assalimento recatovi dai Goti: però adesso s’era spenta ogni idea d’antico, e Liudprando non sapeva dir altro che queste parole: «All’ingresso della città di Roma v’ha una fortezza; mirabile ne è il lavoro e mirabile la gagliardia; innanzi alla porta sua è edificato un prezioso ponte che traghetta il Tevere, e dal quale passano tutti coloro che entrano in Roma o che ne escono, sempre che lo conceda la scolta della rocca. E la fortezza, per tacere di tutto il rimanente (questo ci addolora!), è tanto alta che la chiesa edificata all’arcangelo Michele, e che vedesi eretta sul vertice suo, è chiamata S. Angeli Ecclesia usque ad coelos»‍[376]. Magnifico pertanto doveva essere tuttavia l’aspetto del mausoleo, e ancora doveva possedere molta parte dei suoi intonachi di marmo. Per fermo vi si leggevano peranco le iscrizioni degli Imperatori ivi sepolti, che il frate di Einsiedeln trascrisse; ma il tempo aveva appena lasciato una sola delle sue statue o uno solo dei suoi colonnati che non fossero miserevolmente ruinosi, ed è difficile che sul ponte di Adriano sorgessero ancora quelle statue che un tempo lo avevano adorno di tanto grande bellezza.

Ugo adesso era messo dentro al castel Sant’Angelo, vi celebrava il suo matrimonio con Marozia, e può darsi che il figlio di lei, Giovanni XI papa, lo benedicesse. Tacciono i Cronisti delle festività date in occasione di questo strano imeneo, ed è mirabile cosa che eglino non facciano pur parola degli apparati della coronazione imperiale. Se questa, nè può dubitarsene, stavasi preparando, la repentina mutazione delle cose che avveniva in Roma la faceva tramontare. Ugo, che era in possesso del castello ed aveva innanzi agli occhi la sua prossima podestà, cominciava con grande alterigia a farla da padrone: trattava con disprezzo gli ottimati romani, e da ultimo recava offesa mortale ad Alberico, giovane figliastro suo, il quale doveva odiar di gran cuore il matrimonio della madre, dappoichè questo troncasse la via ai suoi intendimenti. Già l’astuto Ugo aveva accolto il disegno di disfarsi, tosto che gli fosse data opportunità propizia, del giovane romano con acciecarlo o con mescergli veleno, e Alberico da parte sua ne viveva anche in temenza. Costretto dalla madre a prestare al patrigno officio di paggio, un bel giorno il giovinetto con baldanzosa inaccortezza, mentre gli versava acqua, ne rovesciava tutto il vase sulle mani del Re superbo, che lo puniva con una ceffata. Alberico, gettando fiamme per l’ira che gli bolliva in petto, si lanciava fuori del castello, raccoglieva i Romani, gli scaldava con un discorso, dimostrava essere per loro onta indegna obbedire al governo di una femmina e lasciarsi dominare dai Borgognoni, barbari famelici che un tempo erano stati schiavi di Roma. Alle sue parole dava nerbo la ricordanza dello splendore antico di Roma, che invocava: quelle reminiscenze, immortali in Roma come i monumenti delle età trascorse, ebbero sempre potenza, in pari condizioni di cose, di accendere l’animo dei Romani; talmente avveniva allora che Alberico parlava, come più tardi accadde ai tempi di Crescenzio, di Arnaldo, di Cola di Rienzo, di Stefano Porcari, o dei così detti republicani dell’anno 1798 e del 1848‍[377]. I Romani, che da lunghissimo tempo covavano desiderio di sollevarsi contro a Marozia e contro al novello Patrizio che loro era imposto, si levarono furibondi. Le campane sonarono a stormo; il popolo corse con grida terribili alle armi, sbarrò le porte della Città affine di impedire che v’entrassero le soldatesche di Ugo, e diè assalto al castel Sant’Angelo. Ugo e Marozia stavano rappiattati e tremanti nella tomba di Adriano. Poichè non poteva sperare di difendersi lunga pezza contro gli assalitori, il Re pensò di fuggire: di nottetempo, come un galeotto che scampa del carcere, calò del castello tenendosi a una fune, scese alla mura della città Leonina, e, lieto in cuor suo di avere schivato la morte, corse al campo de’ suoi, donde poi mosse con malanno e con vergogna a Lombardia, dietro a sè lasciando il suo onore, la sua donna e una corona d’imperatore.

Siffatta fine imprevista ebbe in Roma la pompa regale del matrimonio di Marozia. Ma la Città era libera e giubilante. D’un colpo solo i Romani s’erano disfatti di monarchia regia, d’impero, di podestà temporale del Papa, avevano conseguito independenza cittadina, e adesso eleggevano, ossia acclamavano Alberico a loro principe: prima opera del giovane signore di Roma era quella di cacciare in un carcere la madre, e di serrare in Laterano con vigilata custodia il fratello suo, Giovanni XI papa‍[378].

§ 2. Natura del rivolgimento avvenuto in Roma. — Alberico, Princeps atque Senator omnium Romanorum. — Concetto di questo titolo. — Il Senato. — Le Senatrices. — Fondamenta su cui posava il potere di Alberico. — L’aristocrazia. — Condizioni della cittadinanza romana. — Milizia cittadina. — Ordini di giustizia al tempo di Alberico.

Il rivolgimento avvenuto in Roma non s’inspirava in guisa alcuna a quelle idee romantiche dell’antichità, che più tardi vedremo sorgere a vita nella Città. Aristocratica ne era l’indole, e Roma diventò republica di nobili. Dacchè i Papi avevano conseguito il reggimento temporale, le famiglie romane di ordine cospicuo gli avevano combattuti sempre, e il risultamento di quella lotta era stato, ognor più, favorevole ad esse. La mano vigorosa de’ Carolingi primi aveva messo a dovere gli ottimati; la caduta della podestà imperiale aveva lor lasciato libero il campo. Al finire del secolo nono erano eglino diventati i padroni del reggimento civico; sotto di Teodora, e più decisamente sotto di Marozia, s’erano veramente insignoriti del potere. Il rivolgimento dell’anno 932 abbatteva la possanza effettiva, ma illegittima, di una femmina, che aveva trovato sostegno nella salda grandezza di sua famiglia e dei mariti suoi, uomini non romani: ed era propriamente l’erede di quella donna romana, che la rivoluzione elevava a capo della Città, in quello che ne consecrava la signoria con elezione e con titolo legittimo. Il mutamento di cose tolse al Papa, che alla medesima famiglia apparteneva, il dominium temporale, e lo diede al fratello di lui: fu in pari tempo una rivoluzione di famiglia e di Stato. Colla cacciata di Ugo i Romani proclamarono di non volerne saper più di gente straniera, di non voler Re o Imperatori che, da signori supremi li tenessero in sudditanza; protestarono di volersi reggere da sè stessi con ordini nazionali. Roma fece tentativo mirabile di conseguire independenza politica; e, tutt’a un tratto, la città capitale del mondo entrò nel novero dei piccoli Ducati italici, sì com’erano Venezia, Napoli, Benevento: in mezzo alla cerchia delle donazioni che avevano costituito lo Stato della Chiesa i Romani si proponevano di formare uno Stato temporale libero, in quello che il Pontefice era ridotto alle sue discipline religiose, sì come era stato anche in tempo addietro.

Il titolo nuovo che la Città concedeva al suo signore novello, non fu di Consul o di Patricius dei Romani; i contemporanei suoi, lo chiamano così, soltanto perchè se n’era diffusa costumanza. In questo periodo di tempo la dignità di Patrizio denotava la podestà puramente temporale e giudiziaria che reggeva Roma, ma si associava al concetto di un vicariato pari a quello che altra volta aveva avuto l’Esarca, e perciò significava che, al di sopra del Patrizio, stava una podestà suprema di comando. A titolo di tale natura non si volle dare accoglienza, laonde Alberico ebbe quello di Princeps atque omnium Romanorum Senator, ed egli sottoscrisse ai suoi atti, secondo lo stile del tempo, in questa maniera: «Noi Alberico, per grazia di Dio, umile Principe e Senatore di tutti i Romani»‍[379]. Di siffatti titoli insieme associati, quello soltanto di Princeps era nuovo per Roma. Roma vi faceva protesta di sua independenza; avvegnaddio anche Arichi di Benevento si fosse dato titolo di Princeps, allorquando, caduta Pavia, aveva proclamato il suo principato independente. Poichè la podestà regia era separata dal Papato, il titolo significava la podestà di principe temporale, a contrapposizione di quella religiosa che il Pontefice continuava a possedere: pertanto, esso era anteposto decisamente a qualunque altro, e lo dimostrano Diplomi e Croniche, dove talvolta difetta l’altro titolo di «Senatore di tutti i Romani.» Per lo contrario, anche Teofilatto, avo di Alberico da parte di madre, aveva tenuto dignità di «Senatore dei Romani», ma, probabilmente adesso per la prima volta, il titolo si accresceva coll’addiettivo «tutti». In sè aveva un’importanza essenzialmente civica, che allettava le ricordanze dei Romani; e siccome poi Alberico usciva del seno dell’aristocrazia, che allora abbastanza spesso aveva nome di Senatus, in lui si riveriva di quel modo il capo della nobiltà romana. Dicendo della storia del secolo ottavo, noi ci siamo industriati di scoprire se qualche traccia vi avesse di una esistenza continuata del Senato romano, ma trovammo che questo, fuor d’ogni dubbio, s’era spento. Anche durante il periodo de’ Carolingi non si riscontra indizio di sua vita; ma, ancor più frequente negli Storici del secolo nono e in quelli del decimo, e nei documenti di quelle età, si produce il nome di Senatus, tolto in forma di concetto generale. Dacchè l’Impero romano era stato restaurato sotto di Carlo, dacchè i titoli antichi di Imperator e di Augustus, e financo la determinazione del Postconsolato degli Imperatori tornavano a udirsi novellamente, rivivevano allora più fortemente le memorie dei tempi antichi; se già gli ottimati dei Franchi di buon grado si nomavano Senatus, cupidamente ancor più la nobiltà di Roma doveva impadronirsi del titolo: e tanto abituale diventava, che il nome suo si legge fino negli Atti di un Concilio, là dove è statuito che il Papa debba essere eletto da tutto il clero, dopo la proposta che ne facciano il Senato e il popolo‍[380]. Però, non sono più degne di accoglimento le opinioni di quegli Scrittori, che, dall’usanza di un nome antico, conchiudono alla durata del Senato, così che questo nel secolo decimo continuasse in vita. La esistenza di un Senato fa presupporre che vi fossero dei Senatori veri, ossia dei singoli membri suoi che si nomassero e si sottoscrivessero col nome di Senator, ma, quantunque in carte innumerevoli di quell’epoca, prima e dopo, trovassimo uomini romani che si segnavano col titolo di Consul e di Dux, neppur una ci fu dato di scoprirne, in cui un Romano si appellasse Senator. Questo concetto si presenta ognora con significato collettivo, e, in generale, si discorre di Senato e di nobili Senatori, ossia di maggiorenti della Città. Teofilatto fu, dopo la fine del Senato antico, il primo uomo romano che si nomasse Senatore dei Romani, ma l’addiettivo «tutti» dappoi dimostra, che di un Senato veramente costituito non può aversi mente. Parimente non crediamo che il titolo di Senator in Alberico avesse pari significazione di Senior ossia di «Signor», e reputiamo che più determinatamente denotasse la sua podestà municipale‍[381]. Concedendogli il consolato a vita, colla dignità di «Senatore di tutti i Romani», i Romani significavano la maggior larghezza dell’officio ch’egli doveva tenere nella nuova Republica romana; nè puossi perder di vista che, anche in tempo posteriore, spesso non v’ebbe in Roma che un solo Senatore. Oltracciò, questo titolo si mostra essere stato ereditario nella famiglia di Alberico, locchè non accadde per alcun’altra stirpe di Roma: ed invero anche le donne, la sua zia, la giovane Teodora, le figlie di lei Marozia e Stefania, avevano nome di Senatrix, e, financo, il titolo era reso completo coll’aggiunta omnium Romanorum. Ed è cosa abbastanza degna di nota, che femmine si ornassero in Roma del nome di Senatrici, laddove in quel tempo nessun Romano tenesse titolo di Senatore fuori di Alberico, e, dopo di lui, di Gregorio di Tusculo che gli fu nipote‍[382].

La nuova signoria di Alberico posava dunque, anzi tutto, sulla aristocrazia: meglio ancora, il suo fondamento più robusto risiedeva nella potenza di sua famiglia. Non erano caduti in dimenticanza i servigî prestati dal padre suo, che aveva capitanato i Romani al Garigliano ed ornato Roma di nuovi allori; sennonchè, ultimamente, questo padre era pure stato nemico di Roma, e sempre uomo intruso: che ciò durasse in mente, ce ne ammaestra il considerare che il figliuolo non vien mai denotato dal padre suo Alberico, ma sempre dalla madre Marozia, avvegnaddio questa donna romana per qualche tempo fosse stata capo della famiglia, che più tardi ebbe appellazione di Tusculana, e il giovane Alberico non dal padre, ma da lei ereditasse tutto quello che possedeva. La casa di Marozia (questa donna scompare dalla storia senza lasciar traccia di suo fine) s’associava per ragione di matrimonî a molte altre famiglie, che erano in Roma e nel territorio della Città. Poichè ora Alberico possedeva dovizia molta, ed estesi beni fondi, e numerosi vassalli, e il castel Sant’Angelo, per sè stesso era ormai l’uomo di massima potenza; gli altri ottimati egli incatenava alla sua causa per comune beneficio della independenza, per elettissimi officî del reggimento che loro concedeva, e per donativi di molti beni ecclesiastici che eglino chiedevano con avida cupidità. Il mutamento avvenuto in Roma traeva seco un organamento nuovo; la nobiltà s’impadroniva del governo, ed ora poteva statuirsi la cerchia di coloro cui il reggimento apparteneva, e che avevano il diritto di prender parte alla cosa publica. Confessiamo però, che ci mancano notizie precise degli istituti di Alberico. Non udiamo parola di un Senato che si raccogliesse nel Campidoglio, nè di nuovi ordinamenti nella magistratura. Non si discorre di Patrizio o di Prefetto, imperocchè Alberico la loro podestà raccogliesse nella persona sua; nè si può pur pensare ad una costituzione civica che si foggiasse secondo lo stile dei tempi posteriori. Le relazioni della nobiltà col ceto de’ cittadini mediocri, non s’erano allora peranco stabilite in forma di contrapposti, e gli è soltanto da questi che derivano gli ordini delle costituzioni. In una città che non aveva vita di traffici o di industrie, che era zeppa di preti, di frati, di monache, ch’era dominata da prelati, a mala pena poteva esistere una classe di media cittadinanza. Non v’erano che preti, nobili e plebe, ma il ceto medio sociale, fornito d’intelletto e di operosità, su cui riposano le libertà e le forze dello Stato, mancava in Roma, sì come propriamente vi manca anche al dì d’oggi. Abbiamo riletto con attenta cura i documenti di quell’età, per iscoprirvi traccia della vita dei cittadini mediocri di Roma: qua e là rinvenimmo soltanto citati dei testimonî col predicato dei loro mestieri, quali sono quelli di lanista, di opifex, di candicator, di sutor, di negotiator. Ma i lavoratori delle lane, gli orafi, i fabbri, gli operai, i pochi mercatanti, attendevano alle loro arti in una città che non aveva spiro d’industria, senza che pur loro sorgesse in mente con qualche vivezza il pensiero, che anche a loro competeva diritto di prender parte al governo cittadino. Gli era soltanto all’elezione del Papa che facevano udire con acclamazioni la loro voce, e, nelle cose di loro interesse, si congregavano in tornate delle loro Scuole, ossiano artes, che duravano sotto il reggimento di proprî priori. La povertà e le necessità della vita li tenevano in dipendenza degli ottimati che chiamavano loro patroni, e presso ai quali eglino, sì come i coloni ossiano fittaiuoli, stavano spesse volte in condizione di clienti e in pesante rapporto di protezione e di debito: può darsi che il novello signore di Roma li regalasse di privilegî in riguardo alle loro corporazioni. Il popolo minuto finalmente, quantunque massimamente vivesse della Chiesa e della liberalità di essa, mutava volentieri di padrone, e di buon grado obbediva ad un Principe romano fornito di energia, ch’era giovane, splendido, bello di persona, e collo sguardo imponeva autorità‍[383]. La sua mano di ferro reprimeva i tumulti, dava quiete al cittadino, e lo difendeva contro le tracotanze dei forti; senza di ciò egli non avrebbe mai potuto durare così lungamente padrone di Roma.

Per raffermare il poter suo era costretto a rivolgere la sua sollecitudine operosa all’organamento delle forze militari. La soldatesca di Roma continuava ad avere ordine di Scuole, avvegnaddio ce lo insegni la formula, pur sempre adoperata nei contratti, in cui al fittavolo viene proibito di cedere il fondo a luoghi pii, oppure al numerus seu bandus militum. Egli è dunque assai probabile che Alberico guarentisse il suo potere col soccorso della milizia cittadina, togliendola sotto la sua capitananza e agli stipendî suoi. La rendeva forte, soprattutto la costituiva a nuovo, e forse da lui derivava un altro scompartimento della Città in dodici Regioni, ciascuna delle quali comprendeva un reggimento di milizia sotto ad un vessillifero: infatti, dopo di lui, la milizia cittadina s’elevò a maggiore importanza, sì come vedremo. Egli ne aveva bisogno per ottenerne soccorso contro agli intrighi del clero che aveva avverso, contro le gelosie della nobiltà e contro gli assalimenti di Ugo. I Romani della nobiltà, del clero e del popolo gli prestavano giuramento di obbedienza, e d’allora in poi quell’uomo ardito pare monarca vero della Città.

Nei suoi Diplomi tiensi nota, come fu stile prima e poi, del pontificato e dell’anno di governo del Papa, ma le monete dei Pontefici sono adesso impresse col nome di Alberico, come per lo passato facevasi di quello degli Imperatori‍[384]. La pienezza della sua podestà in Roma, è riconosciuta parimenti negli atti giudiziarî. Solevasi, a’ tempi prima, tenere i tribunali nel Laterano o nel Vaticano, alla presenza del Papa, dell’imperatore o dei loro Missi: adesso, non appena che Alberico ebbe tolto il dominio temporale al Pontefice, il tribunale supremo di Roma fu raccolto presso al Principe di Roma. Può darsi che, più tardi come già in addietro, corti di giustizia fossero radunate in luoghi parecchi, ma ha una grande significazione per i mutamenti di cose avvenuti, che egli facesse sedere il suo tribunale anche nelle sue proprie case. Queste ei possedeva sul monte Aventino dove era nato; però la sua dimora abituale aveva nella via Lata in vicinanza alla chiesa degli Apostoli, probabilmente nel luogo dove oggidì è il palazzo dei Colonnesi, famiglia che vuol discendere da Alberico. Abbiamo già osservato che questo quartiere era il più ragguardevole della Città; vi avevano abitazione i nobili; era il sito di Roma animato di maggior vita, circondato dalle rovine, in quel tempo ancor grandiose, delle terme di Costantino e del foro di Trajano; comprendeva la via Lata che è la parte superiore del Corso odierno. Ci è conservato un documento, che ne offre notizia di un Placito tenuto da Alberico, nel suo palazzo. Addì 17 di Agosto dell’anno 942, innanzi a lui comparve Leone, abate di Subiaco, in una lite che sosteneva il suo convento: giudici della curia di Alberico erano Marino vescovo di Polimarzio e bibliotecario, Nicolò primicerio, Giorgio secondicerio, Andrea arcario, il Saccellario, il Protoscriniario della sede apostolica, e, in pari tempo, quei nobili della Città che allora andavano per la maggiore. I loro nomi leggiamo con avida curiosità. Erano, Benedetto chiamato Campanino (cioè conte nella Campagna), Caloleo, il dux Gregorio de Cannapara, Teofilatto vestarario, Giovanni superista, Demetrio figlio di Melioso, Balduino, Franco, Gregorio dell’Aventino, Benedetto Miccino, Crescenzio, Benedetto de Flumine, Benedetto de Leone de Ata, Adriano dux, Benedetto figlio di Sergio, ed altri ancora‍[385]. Qui pertanto si distinguono due classi di giudici. Alla prima appartengono (come fino a questo tempo era stato) i ministri palatini pontificî, prelati che, tosto dopo di Alberico, avranno nome di Judices ordinarii; e di qui si rileva che il Principe dei Romani teneva immutato l’ordinamento pontificio nelle cose della giustizia. I nobili di Roma, parimente come per lo innanzi, formavano la seconda classe di giudici, ma adesso v’entravano in qualità di curiali o di cortigiani del Principe. Quei nobili uomini erano obligati ad esercitare funzioni di assessori nelle sue corti di giustizia, ed era officio che spesso poteva loro riuscir grave. Infatti, a quel tempo non v’avevano peranco assessori permanenti, alla foggia degli Scabini franchi o dei Judices Dativi venuti più tardi; gli ottimati facevano dunque da veri giudici che pronunciavano sentenza, oppure anche assistevano ai giudizî in qualità di boni homines[386].

§ 3. Temperanza d’animo di Alberico. — Ugo assedia Roma due volte. — Sposa sua figlia Alda ad Alberico. — Relazioni di questo con Bisanzio. — Leone VII, papa nell’anno 936. — Uno sguardo retrospettivo sull’importanza del monachismo benedettino. — Decadimento di esso. — Riformazione di Cluny. — Operosità di Alberico a quest’uopo. — Odone di Cluny viene a Roma. — Continua la storia di Farfa. — La provincia della Sabina.

I Cronisti di questa età non hanno attribuito al figliuolo di Marozia alcuno dei vizî che biasimarono nella madre sua: nessuno di loro leva la voce per rimproverargli un solo di quei delitti onde si contaminò re Ugo. Se sono istizziti contro di lui, ciò avviene soltanto perchè egli aveva tolto al Papa il reggimento temporale, lo teneva quasi da prigioniero, e sembrava aspreggiare con tirannia la Chiesa‍[387]. Altri, e cioè i partigiani della podestà imperiale germanica, lo ingiuriano come s’ei fosse un usurpatore, ma, in fondo, la sua signoria, almeno in ciò che riguarda l’Impero, non era usurpazione per guisa alcuna, avvegnachè quello allora si fosse spento, e il Re d’Italia non avesse diritto di sorta sulla città di Roma. Se ai tempi di Gregorio II, quando ancora un Imperatore legittimo possedeva titolo giuridico sopra di Roma, i Romani, serbando viva sempre la tradizione di Republica ossia del diritto di elezione imperiale, s’erano appropriata pienezza di potere per mutare la loro sovranità di governo, per torla a Bisanzio e per darla al Papa, a maggior ragione credevano eglino adesso di potersi apprendere una pari facoltà, adesso che Imperatori più non v’avevano. Nè Pipino, nè Carlo avevano donato Roma ai Papi; questa s’era data loro da sè, di spontanea volontà, ossia tacitamente. La costituzione carolingia dell’Impero, che aveva consecrato la podestà territoriale del Pontefice, era crollata insieme coll’Imperium, e i Romani ora rivendicavano novellamente il loro diritto antichissimo, senza pur darsi pensiero che anche i diritti del Papa si fossero resi legittimi per corso lungo di tempo, e, ancor meglio, per mille e mille opere gloriose onde Roma nuova era stata creazione dei Papi. Pertanto, i Romani elessero dal loro seno un Principe, così come elegger solevano il Papa, e la podestà temporale, che un tempo a quest’ultimo avevano concesso, ora attribuirono a quell’altro.

Gli è con grande attrattiva che gli uomini della posterità mirano alla persona del romano Alberico, il cui animo, composto a virile prudenza, adatto a grandi cose e degno d’imperare su Roma, supera di eccellenza tutti quei suoi succeditori, che più tardi nella Città vennero tentando di restituirla a libero stato. Poichè la necessità degli eventi gli imponeva di usare moderatezza, egli si accontentava della signoria di Roma e di quel tanto territorio che stava sotto al dominio di essa. Chetamente ei si tenne il titolo modesto, ma bello, di «Principe e senatore di tutti i Romani», nè si lasciò abbagliare d’ambizione maggiore, avvegnachè, a procacciarsi titolo d’Imperatore, egli avrebbe dovuto in prima conquistare la corona dell’Impero longobardo. Invece dunque di combattere contro Ugo per istrapparsela, come avrebbe fatto qualche avventuriero, egli, da savio, stette pago della podestà che aveva in Roma; perciò accadde appena mai una seconda volta, che questa Città godesse di sicurezza così grande e di pace interiore così soda, come durante il lungo reggimento di lui.

Era a prevedersi che Ugo avrebbe anelato a vendicarsi. Venne egli infatti, nell’anno 933, con un esercito; certo che aveva rinunciato senza dolore a Marozia sposa sua, la cui liberazione, se ancor essa viveva, per sicuro non metteva gran cura a chiedere; ma ardeva di desiderio di punire la Città, di far valere i diritti ch’egli vantava dal suo matrimonio, e di torsi la corona imperiale. Sebbene facesse ogni giorno muovere assalto alle mura, dovette voltar indietro senza alcun risanamento, e tenersi contento di dar il guasto alla Campagna‍[388]. Tornò del 936, ma non ebbe fortune migliori; mentre stava assediando la Città, una pestilenza gli mieteva le sue soldatesche, e finalmente era costretto di conchiudere pace con Alberico: Odone di Cluny deve esserne stato intercessore. Ugo accondiscese perfino ad accordare Alda, figlia sua di legittime nozze, in moglie al figliastro ch’era invincibile; sperava l’astuto Re di trar nelle sue reti il Romano audace, ma ne fu deluso, chè Alberico ben accoglieva nella Città la sua fidanzata regale, ma non il patrigno, anzi ai vassalli ribelli di questo dava ricetto in Roma; e poichè adesso gli uomini malcontenti fuggivano della Città, e si ricoveravano nel campo del Re, dalle due parti se ne alimentavano i sospetti e gli odii‍[389]. Alberico si sposò con Alda. Gli intendimenti di lui, rivolti ad ottenere la mano di una Principessa greca, caddero allora, o più tardi, a vuoto. Per lo meno, racconta il Monaco di Soratte che Alberico mandava a Bisanzio, ambasciator suo, Benedetto della Campagna, e che apparava le sue case ad accogliere la sposa, obligando nobili donne della Città e della Sabina a venire nelle sue stanze, perchè servissero da ancelle alla Principessa. Però questo maritaggio, dice il Cronista, non giunse a compiersi‍[390]. È probabile cosa che Alberico cercasse di raccostarsi alla corte di Grecia, per averne il riconoscimento del suo principato, e per ornarsi dello splendore che gli sarebbe venuto da così cospicuo parentado. Dopo che era caduto l’Impero di Occidente, Bisanzio destava di sè nuova temenza; i Greci, in causa di loro successi avventurati, erano venuti sempre più accostandosi a Roma; gli Imperatori d’Oriente non cessavano mai di reputare sè stessi in conto di legittimi Imperatori romani, e loro agenti mantenevano continuamente in Roma. Un’alleanza con loro, poteva dare ad Alberico un valido sostegno contro ad Ugo, e forse i Bizantini vi avrebbero consentito, se il padrone di Roma avesse aderito di diventare Patricius sotto ai loro ordini. Incerto è il tempo di questi negoziati, e ancor essi sono ravvolti nel buio; questo solo sappiamo, che Alberico si sforzava di comporre l’opera sua in modo che andasse a’ versi dell’imperatore Romanus, ed obligava il Pontefice ad accordare l’uso del pallio a Teofilatto, patriarca bizantino e figlio dell’Imperatore, senza che i succeditori di lui nel patriarcato avessero più bisogno di chieder per ciò la licenza pontificia. Questa concessione, contraria ai canoni, manifesta qual fosse l’arte politica di Alberico, ma non dimostra che fosse intendimento suo di riporre novellamente Roma sotto la soggezione di Bisanzio. Piuttosto è che le sue trattative fallirono a causa degli intrighi di Ugo, e per il rifiuto ch’egli stesso opponeva alla proposta che gli veniva fatta di tradire Roma‍[391].

Giovanni XI, fratello di Alberico, trapassava di vita nel Gennaio dell’anno 936, dopochè, ristretto al suo officio spirituale, era vissuto sei anni privi di splendore, durante i quali il fratello suo l’aveva tenuto d’occhio con vigilanza severa‍[392]. Lui morto, il signore di Roma aveva costretto un monaco benedettino ad accettare la tiara‍[393]. L’animo pieghevole di Leone VII, che nutriva sentimenti di modestia monacale, ne lo rendeva un Papa assai docile e maneggevole per Alberico, e, poichè rinunciava alla podestà temporale senza opporre contrasto o protesta, non sorgevano difficoltà nelle relazioni di quei due uomini. Reprimendo i sospiri, Leone appellava il suo patrono e tiranno con nome di «misericordioso Alberico, figliuol suo spirituale diletto, e glorioso Principe dei Romani‍[394]». Flodoardo cronista dedicò a quel Papa alcuni versi inspirati a gratitudine, perocchè ne avesse avuto amichevoli accoglienze in Roma; lo laudò come dovrebbesi sempre celebrare un Papa, disse che era uomo santo, tutto inteso alle divine cose, e sprezzatore delle terrene; però il Cronista evitò di dire una parola sola che si riferisse ad Alberico‍[395]. Così veramente era fatto di necessità virtù.

Il savio Principe dei Romani aveva posto sulla cattedra di san Pietro un pio fraticello, e ve lo faceva risplendere di virtù apostoliche; è così che noi troviamo Papa e Principe adoperarsi d’accordo per restaurare quelle modeste consuetudini della vita monastica, che s’erano perdute: perciò, noi dobbiamo qui rivolgere uno sguardo all’istituto del monacato.

Sorto sugli incominciamenti del secolo sesto, allora che la società romana antica andava dissolvendosi, l’istituto di Benedetto, nel corso di quattro secoli, aveva fornito il suo còmpito di cultura storica, ed era caduto in ruina. Era stata missione sua di contribuire a foggiare la novella società cristiana: in mezzo ai popoli barbarici, i monaci nelle loro associazioni avevano raffigurato una società inspirata a’ principî d’ordine, sebbene ristretta ad un’idea unica; sua forma era quella di una famiglia obbediente ad un padre, e unita insieme da vincoli di autorità e di amore. Morte erano le leggi scritte della vita civile, ma i Benedettini avevano composto quasi un nuovo codice di civiltà, onde la regola di Benedetto fu il più antico libro di leggi che si compilasse nel medio evo: così, in mezzo alla barbarie, seminarono i germi di una società di fratellevole amore cristiano. Mentre il mondo tutto era un focolare fumante d’incendio, essi nelle loro associazioni vivevano una vita di pace, di lavoro, di pietà, e ai popoli rozzi additavano un regno d’idealità morale, di cui s’aveva tanto bisogno, dove si stava a riparo dalle necessità, dove felicità e requie, obbedienza e umiltà fiorivano rigogliose e belle. Cooperarono potentemente a domare la barbarie; con valore d’apostoli convertirono i pagani; coll’evangelio soccorsero alla spada di Carlo conquistando province, ed allargarono la cerchia delle terre soggette alla Chiesa. Nei loro conventi trovavano asilo la sventura e la colpa; ed erano in pari tempo vivai gloriosi della scienza, sole scuole dell’immiserita gente umana, rifugio unico dove si ricoveravano le ultime reliquie della civiltà ellenica e romana. Le loro idee o i loro fantasticari si perdevano nelle più remote regioni del cielo, eppure in pari tempo quei sognatori seminavano i campi, e mietevano e raccoglievano i frutti della terra in capaci granai. Poichè eglino stessi possedevano beni e coltivavano le terre, sì come statuiva la regola di Benedetto informata a leggi di vita pratica, diventarono fondatori di città e di colonie; e tratti innumerevoli di paesi andarono debitori ad essi di nuova coltura, di fecondità, di popolo e di fiore‍[396]. Fecero una grande opera di civiltà storica componendo l’amore cristiano a principio sociale, educando colle scuole, coltivando i terreni, edificando città, frapponendosi pacieri in mille maniere nel mezzo delle forze feroci che si combattevano l’una contro all’altra, associando alla Chiesa gli elementi temporali di cui massimamente i monaci usavano per vincere la barbarie: e questa fu missione gloriosa che guarentirà all’istituto di Benedetto uno splendido luogo negli annali della gente umana. Ma quel còmpito era omai fornito allora che Carlo costituiva la monarchia germanico-romana, laonde, col secolo nono, il monacato precipitava rotoloni dalla sua altezza. Ad onta che riformazioni molte abbia ricevuto anche più tardi, ad onta che ordini monastici nuovi, ed in parte celebri, sieno stati dappoi fondati, non uno di essi possedette più le virtù cristiane, nè il valore sociale dell’istituto di Benedetto; perocchè tutti abbiano obbedito soltanto a tendenze inspirate a fini speciali, e si sieno posti agli stipendî della Chiesa, e abbiano seguito particolari indirizzi delle loro età.

D’altronde, il rapido decadimento del monacato benedettino s’associava intimamente in tutti i paesi alla caduta dell’Impero e del Pontificato. Soggiaceva alle cause stesse; però il monacato racchiudeva in sè un germe di dissoluzione che, per forza di principio, lo andava logorando più degli istituti ecclesiastici e politici. Allorchè, conseguenza del nuovo ordinamento politico di Carlo, gli elementi temporali si fecero intrepidamente davanti sulla scena del mondo, scoppiò con grande violenza il contrasto fra le cose del cielo e quelle della terra, quel contrasto che alla muta stava spiando l’opportunità di erompere. Dopo un periodo lungo di abnegazioni e di sacrificî, lo spirito umano cominciò a discendere dalle sfere sublimi che erano fuori della terra, e riprese il dominio di quel mondo che le idee monastiche avevano messo tanto in disprezzo. La cultura che si era andata educando poco a poco, per sè medesima non era altro che la scienza di torre possesso giocondo delle cose terrene, animate di vita e di forma. S’abbandonò il mistico regno ch’è fuor della terra, si lasciò deserta la regione dei crucci desiosi; dal cielo delle mortificazioni l’uomo ridiscese sui campi fioriti e belli della terra; la realità, mentre reclamava il suo retaggio di diritti e di colpe, venne in lotta acerba ed empia colla virtù religiosa, e partorì orribili sconci: quindi è che il secolo decimo, come il decimoquinto, ha qualche cosa di titanico. Però, non è còmpito dello Storico di entrare in quest’ordine di idee; piuttosto ei può mostrare come la decadenza del monacato abbia cominciato in quello stesso momento che i conventi s’empievano di dovizie, e sia derivata dalle alte dignità d’onore e dagli officî concessi dallo Stato e dalla Chiesa, perocchè se ne accrescesse l’ambizione dei monaci, i quali, alle corti dei Re, trovavano grandissimo luogo, e financo salivano alla cattedra di san Pietro. Forniti di possedimenti immensurati, i conventi s’erano tramutati in principati, gli abati in conti, e già Carlomagno aveva dato l’esempio pernicioso di concedere abazie a baroni laici. I beni di quelle fondazioni religiose erano prodigati a nepoti, ad amici, a vassalli degli abati; e tosto migliaia di avidi predoni facevano a chi più sapesse portarsene via. In vece di Benedetto e di Scolastica, i frati si toglievano Bacco e Venere per loro santi. L’egoismo delle passioni, proprio di questo secolo di forze scapigliate e rozze, la crescente concupiscenza di piaceri, l’indicibile divisione che i parteggiari creavano, non avevano però colpa maggiore all’indisciplinatezza, di quello che lo aveva la instabilità dei rapporti politici: per ultimo, le ripetute devastazioni che gli Ungheri e i Saraceni davano ai conventi menavano ad essi il colpo di grazia. Molte abazie andavano distrutte, i loro frati si sperdevano; e dove i conventi continuavano ad esistere, la regola era infranta, e il monacato si dissolveva parimenti come la costituzione canonica del clero secolare, che un tempo era stato cura sollecita di Lodovico il Pio.

Tutta volta, allorchè il decadimento di questi istituti ebbe raggiunto il suo limite estremo, incominciò ad opporvisi contro una mirabile reazione religiosa. Al cielo cadente del Cristianesimo fecero, tutt’a un tratto, puntello con loro mani alcuni santi uomini che sembravano rivivere dalle ceneri di san Benedetto. In mezzo alle angustie onde si affannava la gente umana, paurosa dell’aspettata fine del mondo, si risvegliava altresì l’impulso dell’ascetismo; in mezzo al caos di passioni ributtanti e contaminate di delitti, si sollevava con novello trionfo l’amore della contrizione e dell’espiazione; fondatori di ordini, eremiti, penitenti, sorgevano dalla terra e diventavano sognatori fantastici come quelli della Tebaide antica; missionarî e martiri percorrevano da un capo all’altro le contrade degli Slavi feroci; principi e tiranni nuovamente si seppellivano piangendo sotto il saio monacale, e il secolo della Chiesa, oscurissimo come il cielo di una notte tempestosa, cominciava a tingersi di luce e a splendere di stelle pietose.

La riforma benedettina ebbe sua origine in Francia, dove Berno fondava nell’anno 910 il suo celebre convento di Cluny, dopo che Guglielmo, duca di Aquitania, gli aveva a quell’uopo donata la sua villa di Cluniacum. Teneva quegli a fondamento la regola di Benedetto ricondotta a principî di maggiore severità, e riordinava un sistema claustrale che ben tosto si diffuse in Europa. Odone, discepolo di Berno, presto superò il maestro; fu egli l’abate missionario della riformazione monastica, e, correndo i paesi, introdusse in parecchie abazie la regola di Cluny. D’allora in poi, la congregazione cluniacense incominciò a dominare il mondo religioso, laonde acconciamente la si paragonò ai Gesuiti venuti più tardi, e alla influenza che questi ebbero grande eziandio nelle corti regie. Per verità, anche il suo sistema intendeva a restaurare la supremazia di Roma, a raccogliere il mondo morale entro al Papato come in un centro, e, per siffatta guisa, la Chiesa, anche nei suoi tempi più tristi e sconfortati, non difettò di forze; sorgevano queste sempre nuovamente da essa, e le infondevano nerbo di vita nuova. L’ordine di Cluny è il primo anello di quella catena mirabile di istituti battaglieri, che mettono capo fino alla storia moderna ed ai tempi più recenti.

Odone ebbe grande onoranza da re Ugo; non fu dammeno quella che Alberico gli tributò. Più d’una volta venne egli a Roma, e di lui si giovarono Alberico e Leone VII per restaurare l’ordine modesto della vita monastica. Nella Città stessa, nell’anno 937, affidarono al suo reggimento il convento di san Paolo, di cui caduti erano gli edificî, e i cui monaci se l’erano battuta o vivevano vita gaudente. Odone vi addusse altri fratelli, e pose a capo di essi Balduino di Monte Cassino, la cui badia egli aveva già sottoposta alla sua riforma‍[397]. Nell’anno 939 Alberico gli dava a riformare il convento Suppontino di santo Elia nella Tuscia romana, e gli donava il suo palazzo dell’Aventino, in vicinanza dei santi Alessio e Bonifacio, perchè vi collocasse un monastero; così fu che sorse il convento di santa Maria, monumento di quel Romano illustre, il quale esiste oggidì ancora sul monte Aventino, ed è sede del Priorato di Malta‍[398]. Massimamente, Alberico aveva creato Odone archimandrita di tutti i conventi che erano nel territorio romano, e la Cronica di Farfa, che ne dà notizia, non fa a quest’occasione pur motto del Papa, che dietro al Principe s’asconde nell’ombra. Ad Alberico andarono debitori della riforma di Cluny anche i conventi di san Lorenzo e di santa Agnese‍[399], e il Principe di Roma rivolse la sua vigilanza a tutte le abazie e a tutti i vescovati che stavano «sotto il suo dominio.» Non poteva egli rimanersi indifferente al loro decadimento, avvegnachè vi si aggiungesse qualche cosa di più che non fosse l’impoverimento del contado e la ruina dell’agricultura. Egli cercava di conservarne la forza, affine di darli poi ad aderenti suoi, che lo soccorressero a imbrigliare la nobiltà la quale si erigeva contro a lui audacemente. Nell’anno 937 concedeva larghezze di suo favore al convento di Subiaco, confermandone i privilegî con cui Giovanni X lo aveva investito del possedimento di Castrum Sublacense; ivi l’Abate potè esercitare diritto di giustizia per mezzo del suo prevosto. In Roma poi confermava, sotto la podestà dell’Abate medesimo, il convento abbandonato di santo Erasmo sul Celio, che quindi fu unito per sempre a Subiaco‍[400].

In vicinanza di quello stava il celebre monastero dei santi Andrea e Gregorio, e ne facciamo menzione, perciocchè vi si riferisca il più notevole dei documenti relativi ad Alberico. Vale cioè notare che, addì 14 di Gennaro dell’anno 945, egli donava a Benedetto abate, il castello di Mazzano con tutte le sue pertinenze e con tutti i suoi coloni: questa terra, che allora apparteneva in proprietà alla famiglia di Alberico, trovasi ancora nella diocesi di Nepi, di cui era vescovo Sergio, fratello del Principe. Una sorte propizia ci ebbe serbato una copia di quella pergamena preziosa, che è sottoscritta da tutta la famiglia del senatore dei Romani‍[401]. Così è che il tiranno di Roma compare in figura nuova di zelante promotore del monacato, e, financo, la leggenda attribuisce alle sorelle di lui la fondazione del convento dei santi Stefano e Ciriaco in vicinanza di santa Maria in via Lata‍[402]. Però, in nessun luogo la riformazione era necessaria più di quello che fosse in Farfa. Questa badia celebre, che inutilmente i Papi avevano tentato di ridurre sotto la loro soggezione, non godeva più del patronato di un Imperatore, perocchè più non ve ne fosse uno; ma adesso il dominatore di Roma teneva sè in conto eziandio di signore supremo di Farfa, e saltava oltre ai privilegî dativi dagli Imperatori. Abbiamo narrato della ruina dell’Abazia ed ora proseguiamo il racconto della sua storia. Roffredo abate aveva riedificato Farfa, ma, nell’anno 936, due dei suoi monaci, Campone e Ildebrando, in ricompensa, lo assassinavano. Campone, uomo sabinate ragguardevole, era entrato in giovine età nel convento; l’Abate lo aveva erudito nella grammatica e nella medicina, e l’allievo dava una prova eloquente dei suoi progressi in quest’ultima arte, mescendo un veleno efficace al benefattor suo‍[403]. A forza di donativi ottenne colui da re Ugo la dignità di abate, e allora cominciò con Ildebrando una dissoluta vita di piaceri. Non passò un anno che i due furono nemici; Ildebrando discacciato si proclamò abate nei beni che il monastero possedeva nella marca di Fermo, e Farfa per lunghi anni rimase divisa. Ambidue quegli uomini avevano menato donna. Campone procreò con Liuza sette figliuole e tre figli, e gli allevò tutti con magnificenza da principe. Mediante simulazioni di contratti di fitto e di permute, sparnazzò i beni del chiostro distribuendoli ai suoi aderenti e ai suoi militi, e nella Sabina la fece interamente da principe, mentre Ildebrando si teneva in Fermo con pari potenza. Un giorno che quest’ultimo aveva invitato ad un festino, nella sua residenza di Santa Vittoria, le sue donne, i figli, le figlie e i suoi cavalieri, ed erano ebbri tutti, s’appiccava il fuoco al castello, e ne erano arsi i tesori innumerevoli che Ildebrando ivi aveva ammassati dalle sue ruberie fatte a Farfa. L’esempio degli abati era imitato dai monaci; ciascuno d’essi s’era sposato con rito ecclesiastico ad una concubina‍[404]. Fra le pareti del convento non dimoravano, ma avevano stanze nelle ville, e, tutt’al più, venivano a Farfa la domenica, per iscambiarsi i loro saluti e starsi in allegria. Quello che vi trovavano di prezioso rubavano; ciuffavano perfino l’oro dei suggelli che erano apposti ai Diplomi imperiali, e strappatolo, vi sostituivano altri suggelli di piombo; prendevano i sacri paramenti d’oro per farne vesti alle loro baldracche; rapivano gli arredi d’altare per foggiarne loro agrafi e orecchini: e questo stato di cose durò un mezzo secolo. Alberico tentò di opporvi un argine, tosto che re Ugo gli lasciò libera mano nella Sabina, avvegnaddio volesse rendere suddita a Roma questa doviziosa provincia. Qui per Odone v’era a far molto; mandò a Farfa dei monaci perchè vi introducessero la regola di Cluny, ma Campone si rifiutava di accôrveli, e quei frati fuggivano spaventati a Roma, poichè di nottetempo s’era tentato di pugnalarli nei loro letti: allora Alberico in persona mosse colle sue milizie contro all’Abazia, cacciò l’Abate, vi pose monaci che seguivano le leggi di Cluny, e affidò a frate Dagoberto di Cuma il governo del convento, comandando che si restituisse quanto al monastero era stato rubato. Ciò avveniva nell’anno 947. Però, cinque anni dopo, il nuovo Abate era ucciso di veleno, e le condizioni malvage di cose continuarono, salve alcune interruzioni, così che al tempo degli Ottoni vi sarà richiamata novellamente l’attenzione nostra‍[405].

Alberico, che riformò altresì il convento di Sant’Andrea sul monte Soratte, estese così la sua potenza anche nella Sabina. Questa terra magnifica aveva fino adesso appartenuto a Spoleto, e sembra che allora se ne fosse separata. Infatti, da dopo l’anno 939, trovansi dei Rettori proprî della Sabina, che hanno nome or di Dux, or di Comes ed or di Marchio. Primo Rector della Sabina incontriamo nell’anno 939 il longobardo Ingebaldo, sposo di Teodoranda, ch’era figlia di Graziano console romano: è difficile cosa che tenesse quel grado se non lo avesse voluto Alberico‍[406].

§ 4. Stefano VIII, papa nel 939. — Alberico reprime un moto di rivolta. — Marino II, papa nel 942. — Ugo assedia nuovamente Roma. — Caduta di lui per opera di Berengario d’Ivrea. — Lotario, re d’Italia. — Pace fra Ugo ed Alberico. — Agapito II, papa nel 946. — Lotario muore. — Berengario, re d’Italia nel 950. — Gli Italiani chiamano Ottone magno. — Colpa d’Italia a chiamarsi addosso la dominazione straniera. — Alberico respinge Ottone da Roma. — Berengario diventa vassallo di Ottone. — Alberico muore nell’anno 954.

Frattanto, nel Luglio dell’anno 939, era morto Leone VII, e nel pontificato gli succedeva Stefano VIII romano‍[407]: fu questi un Papa del cui governo tiene appena parola la storia, chè, sotto il reggimento di Alberico, i Pontefici raccomandavano il loro nome soltanto alle lor Bolle. Non v’ha che una voce solitaria, la quale si eleva a narrare come Stefano, in una sollevazione, andasse orrendamente mutilato, e perciò nascondesse la propria onta in un eremo, ove stette, schivando il consorzio della gente. Seppure non sia che una fola, siffatto racconto dà chiaro lume alla mente degli uomini, e fa loro conoscere quel che fossero in questo tempo i Papi‍[408].

Stefano VIII andava debitore ad Alberico della sua dignità; se egli dunque, come credono alcuni venuti più tardi, fu maltrattato sì aspramente dagli aderenti del Principe o addirittura per comando di lui, dovrebbesi accogliere per vero, che ei si fosse messo dentro ad una congiura ordita contro di Alberico. Però, là pure dove di questa si narra, non si fa motto del Papa, nè si trova che egli fosse fra gli uomini puniti da Alberico. Che in Roma non mancassero tentativi di rovesciare di dominio colui che ne era principe, è cosa manifesta. Il clero, al quale egli aveva tolto la potenza, molti della nobiltà che ne erano invidiosi, il popolo incostante, prestavano orecchio alle sobillazioni degli emissarî di Ugo, e si lasciavano subornare; se la corruzione di una città venale avesse potuto precipitare la signoria di Alberico, il fallire dell’esito non dipendeva certo perchè quella mancasse. Il Monaco di Soratte discopre bruscamente il velo di questi avvenimenti, ma la sua arida narrazione non ci fa conoscere altro (e anche questo oscuramente), che fuvvi un complotto, e che alla testa di esso stavano i vescovi Benedetto e Marino. Parrebbe che vi fossero involte anche le sorelle di Alberico, chè una di esse, così racconta il detto Scrittore, tradì il disegno, onde i rei furono puniti di morte, di prigionia e di frusta‍[409]. La mano gagliarda di Alberico represse i conati del clero e dei nobili, e n’ebbe vittoria: era nato per esser principe. Finchè visse nessun Papa ardì stendere la mano al potere temporale perduto; i vicarî di Cristo salivano docilmente alla cattedra di Pietro, e ne cadevano giù silenziosi e cheti.

Morto Stefano VIII nell’anno 942, Alberico innalzò al pontificato Marino II‍[410]. Questo inane fantasima di papa vi durò più di tre anni, obbedendo timidamente ai comandi del Principe, «senza dei quali, il dolce e pacifico uomo nulla osava operare‍[411].» Splendida fu la resistenza che Alberico oppose anche ai continuati assalimenti di Ugo, il quale non era mai stanco di combattere per farsi sua quella corona imperiale che, chiusa nel san Pietro, sfuggiva alla mano di lui. Già nell’anno 931 egli si era associato nel regno il suo giovane figlio Lotario, e nel 938 aveva mirato a farsi più forte sposando Berta, vedova di Rodolfo II di Borgogna, e fidanzando suo figlio colla figliuola di quello, con quell’Adelaide che più tardi ottenne tanta celebrità. Cercava di rendere più saldi i vincoli di alleanza con Bisanzio; però il suo trono vacillava in Italia, quantunque dei più illustri vescovati e delle maggiori contee avesse investito i suoi Borgognoni. Era odiato il suo comportamento tutto astuzie e tirannide, ed in quel mal sentiero era costretto di procedere sempre più avanti; gli ottimati lombardi erano disgustati di lui, e le sue imprese contro di Roma, riuscendo infruttuose, scemavano manifestamente la sua autorità.

Nell’anno 941, comparve nuovamente davanti le mura della Città, e pose il suo maggior quartiere in vicinanza di santa Agnese‍[412]. Forse è che passasse tutto l’inverno accampato contro alle mura, in quello che Odone di Cluny tentava un’altra volta di comporre pace. Nè minacce, nè violenze, nè promesse astute valsero ad aprirgli le porte: i Romani rimanevano fermamente stretti ad Alberico, vedevano disertate senza misericordia le città e le campagne del loro territorio, ma non rompevano fede al loro Principe; e lo storico Liudprando meravigliavasi cosiffattamente del mal successo delle devastazioni e dei maneggiamenti del Re, che era costretto di attribuire ad un arcano volere di Dio la salda resistenza di Roma venale.

Ma la Città fu finalmente liberata, e per sempre, dalle insidie di Ugo, chè un turbine scoppiava in Lombardia, nè più riusciva il Re ad abbonacciarlo. Ad onta di ogni sforzo fatto, non aveva egli potuto cacciarne tutti i Lombardi che gli erano ostili. Berengario d’Ivrea, figlio di Adalberto, aveva ottenuta in moglie Willa, nipote di Ugo e figlia di Bosone: il Re voleva far cadere nei suoi lacci il potente margravio, ma questi era scampato al tradimento che lo aspettava, fuggendo prima al Duca di Svevia, indi al tedesco re Ottone. Quando ebbe sentore che il terreno d’Italia era abbastanza gravido di mine sotto ai piedi di Ugo, Berengario tornò, che era l’anno 945. Parecchi Vescovi tosto si dichiaravano in favor suo, Milano gli apriva le porte, i Lombardi a gran frotte disertavano le bandiere di Ugo, affine di conseguire da un nuovo potente vescovati e contee. Ugo però mandava a Milano il suo figliuolo, degno di affetto per giovinezza e per cortesia, affinchè supplicasse gli ottimati di lasciare, se non altro a lui, la corona; e l’arte politica degli Italiani era di siffatta natura, che eglino tolsero a sostenerlo per opporlo come avversario a quel Berengario che avevano pur testè esaltato‍[413]. Poichè allora Ugo faceva mostra di trasportare in Provenza gli immensi tesori del reame, Berengario, anche a nome dei Lombardi raccolti a Milano, gli protestava che per lo avvenire, come già prima, eglino intendevano riverirlo da re d’Italia. Tuttavolta, Ugo tosto dopo tornò in Provenza, e per alcuni anni infelici lasciò al suo giovane figliuolo Lotario quella larva di regno d’Italia.

Questo mutamento di cose ebbe per Roma le conseguenze di una pace. Nell’anno 946 Ugo rinunciò a tutte le sue pretese che potevangli derivare non dal suo reame italico, ma dal suo matrimonio con Marozia, e cedette ad Alberico la signoria di Roma e del territorio romano‍[414]. Da allora in poi, il Principe dei Romani governò con sicurezza completa, mentre il Papa anche in avvenire obbediva al reggimento di lui, sì come in addietro avea fatto. Marino II morì nel Marzo dell’anno 946; gli succedette Agapito II, romano di nascita, uomo prudente, che si conservò quasi dieci anni nella cattedra pontificia‍[415]. Con lui incominciò benanco il Papato a rivivere di vita nuova, avvegnachè ricompaia coi paesi di fuori in relazioni parecchie, le quali non si riscontrano avere esistito sotto i predecessori suoi. Oltracciò, stavano maturandosi avvenimenti che in Roma dovevano rimutare ogni ordine di cose. Il secolo decimo era omai giunto a mezzo del suo cammino; come s’ebbe oltrepassato questo limite di tempo, la robustezza dei Re alemanni s’inoculò nell’Italia, esaurita di forze oltre ogni segno, e per lunghi secoli incatenò le sorti di questa terra all’Impero tedesco.

Il giovine re Lotario passava di vita repentinamente a Torino, nel dì 22 di Novembre dell’anno 950; moriva di febbre o di veleno che gli mesceva Berengario. Con lui cadde il partito borgognone; quello nazionale italico rialzò novellamente il capo, e si fe’ continuatore di quei tentativi che erano falliti con Guido, con Lamberto e con Berengario I. Addì 15 di Dicembre Berengario d’Ivrea si tolse la corona lombarda, e fe’ cingerne, come socio nel regno, anche Adalberto figliuol suo; così Italia tornava ad avere due Re indigeni, ai quali balenava remotamente in vista la corona imperiale. Berengario intese a sposare il figliuolo suo alla giovane vedova di Lotario, affine di guadagnarsene così il partito borgognone; Adelaide custodita in una torre sul lago di Garda espiava il suo rifiuto con quel carcere, ma ne scampava ricoverandosi nel castello di Canossa sotto la protezione di Azzo o Adalberto; e allora cambiava tutto ad un tratto la faccia delle cose. Ella, i suoi aderenti ch’erano del partito di Lotario, i nemici di Berengario, primi di tutti i Milanesi, papa Agapito, il quale, oppresso in Roma da Alberico, vedeva in pari tempo l’Esarcato e la Pentapoli caduti in balìa di Berengario, tutti costoro volsero loro sguardi alla Germania: invece di por mano a un ordinamento nazionale della lor terra, chiamarono eglino nuovamente uno straniero in Italia‍[416].

Ottone, sfolgorante di gloria guerriera, per potenza regia, per energia di governo, per saviezza d’animo era un secondo Carlo magno: tale ei veniva di Alemagna. All’avvicinarsi di lui si sperdeva l’esercito lombardo di Berengario: Ottone liberava Adelaide, si sposava con lei in Pavia sulla fine dell’anno 951, e la giovine regina dei Lombardi, accolta nelle sue braccia poderose, non era altro che il simbolo d’Italia che gli si gettava in grembo. Da allora in poi questa bella contrada fu avvinta a Germania per un destino che dentro la stimolava: e a questo punto, in cui s’eleva una pietra di confine che separa due epoche storiche, ci è cosa gradita soffermarci un istante, e riflettere alla meravigliosa necessità che attrasse i popoli germanici di continuo sempre a Italia e a Roma: a questo punto, con un senso di maggior compiacimento, si possono rammentare i Goti generosi che un tempo erano caduti da eroi sulle ruine di Roma. Ad essi erano succeduti i Longobardi con vita lungamente durata; questi cacciati dai Franchi, avevano lasciato sparso un elemento germanico per lungo e per largo nelle terre italiche, e l’efficacia ne era stata incancellabile. S’era spenta adesso anche la dinastia dei Franchi, e in Italia si facevano avanti i Tedeschi. Non più vaganti come anticamente i Goti od i Longobardi, sotto le cui bandiere, altre volte, parecchie migliaia di guerrieri sassoni avevano valicato le Alpi; venivano adesso, esercito agguerrito di uno Stato possente, col loro Re alla testa, per conquistare questa contrada, per dominarla, ma non per porvi dimora.

Roma oggidì non s’attrista più sotto lo scettro di Imperatori tedeschi, ma da lunghi anni è occupata dai soldati di Francia. Piemonte e Lombardia hanno chiamato gli eserciti di Napoleone III perchè li liberassero dall’Austria odiata; le pianure del Po furono coperte ancora una volta di cadaveri, e il mondo aspetta con ansietà di vedere qual luogo Francia sarà per tenere in Italia‍[417]. Antiche sono queste pugne, come antichi sono i giochi dell’arte politica, per isventura eternamente uguali; stranieri vengono chiamati perchè facciano da liberatori; vengono, liberano, indi imperano. Da quattordici secoli in cui i Principi d’Italia, i Papi, le città, le province, venditori di loro nazione, ebbero chiamato Goti, Vandali, Longobardi, Bizantini, Franchi, Ungheri, Francesi, Tedeschi, Normanni, Spagnuoli, perfino Turchi, gli Italiani pur sempre si dolgono dell’ira celeste che ha condannato il loro classico paradiso a servire agli stranieri, ossia ai barbari. Chi ama libertà e giustizia ha debito di dar loro compianto, ma giustificarli non può, chè troppo spesso il giudizio della storia loro dà rimprovero di incapacità politica, di scissura eterna fabbricata dalla loro colpa, di eterni amorazzi coi paesi stranieri per cagione di partiti pigmei e miserevoli. Se alla metà del secolo decimo Italia avesse saputo darsi a re un uomo della sua terra, tal quale in Roma era il glorioso principe Alberico, l’impresa di Ottone di Germania non si sarebbe compiuta; ma quel paese, che volle sempre aver due padroni affine di aizzar l’uno contro all’altro, si gravò per interne necessità le spalle colla dominazione straniera, e dovette sopportarne le conseguenze fino al dì d’oggi.

Non si sa se Agapito facesse pervenire il suo invito ad Ottone, sciente Alberico; noi reputiamo che così fosse, avvegnachè il Principe dei Romani dovesse desiderare che Berengario s’indebolisse per via di Ottone; ed infatti ei prevedeva che il Re d’Italia avrebbe rinnovato contro di Roma i tentativi di Ugo. Sennonchè, le conseguenze della spedizione di Ottone egli non prevedeva, nè con lui sapeva prevederlo la mente politica di uomo alcuno. Il Re tedesco era disceso delle Alpi facendo le viste di voler imprendere un pellegrinaggio a Roma: dalle condizioni in cui erano le cose di colà intendeva di tor norma a’ suoi disegni, e già nell’anno 952 palesava il desiderio di venire in persona nella Città. Il suo alto intelletto comprendeva omai il grande sistema che avrebbe assunto in avvenire la ragione politica tedesca. Mandava a Roma i Vescovi di Magonza e di Coira; erano eglino indiritti al Papa e non al tiranno di Roma, ma il deciso rifiuto di dargli accoglimento veniva da Alberico; e non è piccolo l’onore che da ciò deriva all’animo energico di quest’uomo romano. Il grande re Ottone fu respinto dal Senatore di tutti i Romani; e Ottone, portando la cosa in buona pace, tornò ai suoi Stati con Adelaide sposa sua‍[418].

Berengario, disperando della sua sorte, deluso di repente in tutte le sue speranze, si arrese allora tosto a Corrado duca di Lotaringia, che era vicario di Ottone in Italia. Berengario comparve col figliuol suo innanzi alla dieta di Augusta, ed ivi, dalle mani di Ottone, ricevette la corona lombarda come vassallo tedesco, in quello che la marca di Verona e di Aquileja erano sottratte alla unione delle terre italiche, e per volere regale erano date ad Enrico duca di Baviera, fratello di Ottone‍[419]. Berengario, con quella umiliazione, tornossene in patria al suo reame vassallo; la spada di Ottone si librava di continuo sul capo di lui, sebbene i torbidi interiori di Alemagna gli concedessero ancora qualche anno di vita independente. Sembra che egli ponesse sua residenza massimamente in Ravenna: questa celebre città, che Pavia e Milano avevano da lungo tempo messo nell’ombra e quasi in oblio, ottenne d’allora in poi grande rilevanza, e destò la sollecitudine degli Imperatori. Non più la mano del Papa, cui essa apparteneva per virtù di patto, nè quella di Alberico giungevano fino alle province remote dell’antico Esarcato, che, poco a poco, i Re d’Italia avevano tolto alla Chiesa.